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Tag: Diritti delle donne

Attraversare la notte. Racconti di donne dall’Afghanistan dei talebani di Cristiana Cella: un libro che rende visibile l’invisibile

laredazione.net   Silvia Cegalin 31 dicembre 2026

Afghanistan, 15 Agosto 2021 i talebani ritornano al potere: per le donne e le ragazze afghane ricomincia l’incubo.

“Tutte le mie giornate, da che sono nata, sono passate dentro casa. Uno spazio di altri, senza luce, né sogni” scrive Cristiana Cella*  riportando la testimonianza di una ragazza afghana in Attraversare la notte. Racconti di donne dall’Afghanistan dei talebani (Edizioni Altreconomia, 2025). Una raccolta di 70 racconti ispirati a voci, testimonianze e confidenze registrate in quattro anni di dominio talebano.

Da quel giorno di Agosto il regime fondamentalista dei talebani, progressivamente e con sistematicità, ha privato le donne dei più basilari diritti umani, tra cui: mostrarsi (sono costrette ad indossare il burqa), istruirsi (dopo i 12 anni è vietata loro qualsiasi forma di istruzione), lavorare, frequentare i luoghi pubblici, spostarsi da sole senza un mahram (membro della famiglia di sesso maschile) oltre la distanza di 72 chilometri. Divieti che in questi ultimi anni sono esacerbati. I talebani infatti, che applicano l’interpretazione più rigida della sharia, hanno ad esempio vietato alle donne di cantare ed essere visibili dalle finestre o dai cortili di casa che si affacciano sui luoghi pubblici, tant’è che attorno alle abitazioni sono stati costruiti dei muri per impedire loro di essere viste.

In Afghanistan è in atto l’apartheid di genere, espressione con la quale si indica un regime strutturato di dominio e oppressione che confina sistematicamente le donne in una condizione di subordinazione, negando loro i diritti fondamentali. Nell’Emirato islamico le donne sono relegate entro le mura domestiche e private della possibilità di condurre un’esistenza dignitosa e umana, sia nella sfera privata sia in quella sociale.

“Hanno chiuso gli occhi della casa, come si fa con i morti. Ho pensato a lei, ho pensato a me. Il mio prossimo rifugio dovrò scavarlo sottoterra, come le talpe e i cadaveri” (C. Cella, p.33).

Se attraverso questi inumani divieti e proibizioni le donne afghane sembrano mute presenze murate, in Attraversare la notte Cristiana Cella restituisce un’immagine di donne e ragazze afghane che non si sono mai arrese al proprio destino e, nonostante le minacce, le torture, le incarcerazioni e le vendette a cui sono quotidianamente sottoposte, con determinazione e coraggio cercano di cambiare la loro condizione e quella delle altre donne.

“Buttiamo all’aria i nostri burqa, i nostri hijab, come se liberassimo degli uccelli. Fuori dalla gabbia” (p.111).

Attenzione però, l’autrice del libro non ci rimanda un’immagine filtrata ed edulcorata di ciò che sono costrette a subire le donne afghane, come non ammorbidisce i tratti tragici e violenti presenti costantemente in queste realtà. Attraversare la notte è un testo intenso, onesto e schietto, in cui le storie di queste donne ritornano al lettore in maniera autentica. A volte manca il respiro. Mantenere il distacco leggendo queste testimonianze è difficile. Questi racconti trapassano le pagine e giungono al lettore nella loro essenza. Chi legge risulta inerme e nudo di fronte a tanta autenticità.

In questo libro i racconti si alternano alle emblematiche fotografie di Carla Dazzi*, che con il suo obiettivo ha immortalato attimi di esistenze e resistenze. Queste fotografie sembrano emergere da uno scrigno segreto, guardandole si ha come la sensazione di entrare in una realtà altrimenti negata e inaccessibile.

Ma non poteva essere altrimenti. Soltanto chi conosce i luoghi e la storia e ha visitato questi territori in profondità come Cristiana Cella, e Carla Dazzi *, poteva restituire un ritratto genuino e senza filtri di quanto sta accadendo in Afghanistan.

In questo libro, Cella narra di donne obbligate a subire una costante repressione, cui esistenza è ridotta quasi alla funzione del respiro, un respiro che però non deve far rumore, un respiro impercettibile.

“E ora l’arrivo dei selvaggi talebani ci ha reso difficile perfino respirare. Rubano e fanno marcire i pensieri nella mente delle donne” (p.78).

Eppure nonostante ciò le donne che si raccontano ad Attraversare la notte resistono; determinate al proprio riscatto e a quello delle loro figlie riescono, metaforicamente, a far sbocciare rose nel deserto. Ecco dunque che Cella ci accompagna all’interno di laboratori di cucito segreti, scuole clandestine, campi dove si coltiva lo zafferano, ambulatori mobili, saloni nascosti di parrucchiere: tutti luoghi dove queste donne vessate dalla famiglia e dal marito riprendono a respirare e si riscoprono.

“Lì dentro, nell’aria calda che fa sventolare le tende, atterrano i nostri guai. Solo le parole dette, ascoltate sono già un regalo. E si prova a vincere, per sé o per le altre è lo stesso. Qui non siamo sole. Nutriamo la forza tra le nostre mani vicine” (p. 111).

Cella riesce a rendere visibile l’invisibile, riesce a tramutare in parole e frasi gesti e sguardi cui solo lei ha assistito, rendendoci partecipi di momenti di vita in cui l’essere umano, in questo caso donna, pur di anelare un po’ di libertà si è spinto oltre tutti i limiti concessi e immaginabili. Attraverso queste testimonianze l’autrice ci introduce in una terra per molti aspetti ancora troppo sconosciuta, facendoci comprendere però che anche la natura dell’essere umano non deve mai essere data per scontata, che oltre un velo o un muro si può celare molto altro. L’autrice dona voce a donne che hanno lottato, e lottano, per non essere vittime e che vogliono sottrarsi a un meccanismo di isolamento e prigionia: il loro grido di speranza e ribellione necessita di essere udito, e Cella l’ha raccolto e trasformato in sinfonia a noi udibile. Tra queste testimonianze troviamo quelle di donne che per mantenere se stesse e i figli ed uscire così da una povertà imperante “i talebani pensano che dobbiamo mangiarci i muri” (p.48) lavorano clandestinamente, donne che fuggono lontano e da sole per scappare da un matrimonio combinato o precoce. Ragazze che non vogliono più essere sacrificate o vendute, ragazze che semplicemente chiedono di essere trattate come esseri umani.

Le violenze che subiscono queste coraggiose donne non vengono mai censurate o smorzate nel libro. Le donne afghane ci insegnano che ogni singolo passo per raggiungere la libertà è un passo affrontato in mezzo a innumerevoli pericoli. Ogni passo può essere l’ultimo, e non sempre c’è il lieto fine. “Non c’è spazio né tempo per un’altra vita” (p.153). In molti, troppi casi, la volontà di essere libere è stata silenziata da colpi di fucile o da sassate.

Ai numerosi divieti imposti dai talebani si aggiungono infatti sanzioni durissime, come la lapidazione e la fustigazione inflitte alle donne accusate dei cosiddetti “crimini morali”. Senza considerare che prima ancora di arrivare a tali punizioni corporali, le donne ritenute “colpevoli” vengono uccise dai propri familiari, mettendo in atto così ciò che nella giustizia talebana viene definito come delitto d’onore.

In Attraversare la notte l’autrice scrive che i segni che queste donne portano sul loro corpo sono il racconto di ciò che hanno vissuto. Con questo libro Cristiana Cella rende manifeste sotto forma di scrittura queste cicatrici, emotive e corporali, mostrandole al lettore che, sebbene non le possa curare, le può accogliere, interiorizzare ed ascoltare.

*Giornalista e scrittrice, Cristiana Cella si occupa dell’Afghanistan dal 1980, quando entrò clandestinamente a Kabul per raccontare la resistenza contro l’invasione sovietica, successivamente seguì la guerra dei combattenti laici e democratici contro i russi e i mujaheddin sui monti nella provincia di Paktia. Dal 2009 è membro di Cisda – Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane. Carla Dazzi è invece una fotografa e socia Cisda. Dal 2002 coniuga arte e attività umanitaria in favore dei diritti delle donne afghane e contro i fondamentalismi, le occupazioni e la corruzione.

 

 

Un campo pieno di uomini, una donna straniera e nessuna donna afghana


شفق همراه Kiyomars Samadi, 15 dicembre 2025
La presenza di Maulvi Amir Khan Muttaqi, ministro degli Esteri dei Talebani, nel campo di gara del Buzkashi [Gioco praticato in Afghanistan, in cui squadre di cavalieri avversarie si contendono il possesso della carcassa decapitata di una capra] in uno degli stadi di Kabul, insieme a diversi diplomatici stranieri, tra cui Veronika Boskovic-Pohar, incaricata d’affari dell’UE in Afghanistan, è più uno “spettacolo politico calcolato” che un evento sportivo o culturale, uno spettacolo che i Talebani stanno cercando di usare per ottenere legittimità, normalizzare lo status quo e tenere nascoste le attuali atrocità nella società.

I Talebani sono interessati al Buzkashi non per interesse personale ma per la sua funzione simbolica e tradizionale. Tutti sanno che il Buzkashi è uno sport radicato in tradizioni rurali, patriarcali e apparentemente violente (secondo i critici, ovviamente); uno sport il cui pubblico principale è maschile e che ha scarso appeal per le nuove generazioni, soprattutto le donne.

I Talebani si ritrovano perfettamente in questo tipo di cultura tradizionale, una cultura che è coerente con l’esclusione delle donne, la negazione della diversità sociale e l’attuazione di una politica di controllo sulla vita dei cittadini. Al contrario, gli sport popolari tra i giovani – sia ragazze che ragazzi – come calcio, pallavolo, futsal, corsa, boxe ecc. sono completamente vietati o praticamente fuori dalla portata delle donne.

Mettendo in risalto il Buzkashi, i Talebani investono consapevolmente in una cultura rurale e patriarcale, che costituisce la loro base sociale. Sostenere il Buzkashi è un tentativo di compiacere le classi rurali e tradizionali, mentre i Talebani non sono riusciti ad attrarre le generazioni urbane, istruite e più giovani.

Una mossa teatrale

In questo contesto, la presenza di Muttaqi sul campo è una mossa teatrale: dimostrare che i funzionari talebani sono tra la gente e non hanno paura di stare in pubblico, ma rappresenta una chiara contraddizione dei Talebani, che accettano lo sport non come un diritto sociale fondamentale, ma come uno strumento ideologico. Cioè lo sport è permesso ovunque possa presentare un’immagine innocua, tradizionale e maschile della società, ed è proibito e represso, con il pretesto del pericolo di “diffondere la sedizione” e “togliere il velo”, quando preveda la presenza delle donne, della libera competizione e della vitalità delle giovani generazioni.

Anche la presenza di diplomatici stranieri che assistono alla gara di Buzkashi fa parte di questo progetto teatrale. I talebani vogliono dire: “Guardate, sono arrivati ​​i diplomatici stranieri, quindi la sicurezza è garantita e siamo accettati, o dovremmo essere accettati”.

Ma la realtà è che pochi diplomatici – ognuno con giubbotti antiproiettile – che assistono a una scena controllata e protetta non significa garantire realmente la sicurezza pubblica. Sicurezza significa che i cittadini afghani – uomini e donne – possono andare a scuola, all’università, allo stadio e al lavoro senza paura. Significa che le donne afghane possono sedersi tranquillamente nello stesso stadio dove i diplomatici stranieri siedono accanto ai talebani. È chiaro che questo non accadrà finché i talebani saranno al potere.

Il luogo giusto e appropriato per la presenza dei diplomatici stranieri è alle cerimonie di apertura di scuole, università, centri di formazione e progetti di emancipazione femminile: luoghi decisivi per il futuro del Paese. Se i Talebani credessero nell’istruzione, nella conoscenza e nel ruolo sociale delle donne potrebbero invitare i loro ospiti stranieri a tali spettacoli e celebrarli come una conquista.

Ma la realtà è che i Talebani non sono particolarmente interessati a tali cerimonie, perché non esiste una scuola o un’università in cui siano presenti ragazze e donne. Pertanto, quando arriva un ospite straniero lo portano sul campo di Buzkashi, un luogo compatibile con il pensiero tradizionale e ideologico dei Talebani e dove la questione della presenza femminile non è un problema rilevante.

Una “vetrina” per i talebani

La cosa più amara è la presenza di una donna straniera in mezzo a una folla di spettatori maschi, una presenza che i Talebani sfruttano sfacciatamente nella loro propaganda, usando la sua presenza come “vetrina” per nascondere la totale assenza di donne afghane.

I Talebani vogliono dire: “Guardate, c’è una donna straniera e può facilmente andare ovunque a Kabul”. Questo è vero, ma questa donna europea non rappresenta le donne afghane, che invece hanno perso il diritto di studiare, lavorare, viaggiare e persino di essere presenti in pubblico.

La scena presentata dai Talebani non è né un orgoglio né una conquista, ma una vergogna: uno stadio pieno di uomini, con una donna straniera liberamente presente, in un paese dove donne e ragazze sono confinate nelle loro case. Questa non è un’immagine di “progresso”, ma un’immagine di “discriminazione di genere”.

Ma ancora peggiore è vedere come i trucchi dei talebani siano efficaci: non si può negare che alcuni paesi e organizzazioni straniere, consapevolmente o inconsapevolmente, sono stati ingannati da tali dimostrazioni, interpretandole come un segno di normalizzazione della situazione.

Ci sono però anche paesi che hanno compreso l’essenza dei trucchi dei talebani e sanno benissimo che organizzare spettacoli come il Buzkashi con la presenza di una donna straniera non può giustificare o nascondere la continua oppressione delle donne afghane.

Purtroppo, per qualche ragione, questi stessi paesi preferiscono l’interazione con i talebani alla difesa dei diritti umani.

Da insegnante a venditrice ambulante

Come le politiche dei talebani hanno stravolto la vita di una donna afghana
Ziba Balkhi, Ruhkshana Media, 16 dicembre 2025

Abeda ha lavorato come insegnante nella provincia afghana di Balkh per oltre un decennio prima che i talebani tornassero al potere nel 2021. Vedova e madre single, perdere il lavoro è stato un trauma. Negli ultimi sei mesi, ha venduto abiti di seconda mano ai bordi della strada per cercare di guadagnare un po’ di soldi per sfamare la sua famiglia. Questa è la sua storia, raccontata con le sue parole:

Posso dire con certezza che dopo l’ascesa al potere dei talebani, la mia vita è diventata buia e desolata. Mi hanno portato via la pace e tutti i miei progetti per il futuro.

Prima del cambio di regime, lavoravo come insegnante in una scuola secondaria femminile. Conducevo una vita tranquilla e modesta. Il mio stipendio non era molto alto, ma almeno i miei figli andavano a letto con la pancia piena.

Quando i talebani hanno chiuso le scuole femminili, sono stata costretta a rimanere a casa. Mio marito è morto e la responsabilità di provvedere ai miei figli ricade interamente su di me. Ho sopportato molte difficoltà fino ad ora, ma sono arrivata al punto in cui la vita è diventata insopportabile.

Mai avrei mai immaginato di fare un lavoro del genere

Per pagare l’affitto, le bollette della luce e coprire le spese di cibo e vestiti per i miei figli, ho svolto diversi lavori. All’inizio, facevo parte di un gruppo di donne impiegate dal comune che spazzavano le strade, raccoglievano i rifiuti e pulivano i bordi delle strade. Non avrei mai immaginato di fare un lavoro del genere, ma niente nella vita è più importante per me del benessere dei miei figli.

Anche questo lavoro non durò a lungo. Ancora una volta, mi ritrovai senza lavoro e confinato in casa. Sono rimasta senza lavoro per molto tempo. A volte, la vista dei piatti vuoti dei miei figli mi tormentava. Ecco perché dico che la situazione che ci è capitata è peggiore di qualsiasi altra forma di violenza.

Non mi è rimasta altra scelta che raccogliere vestiti di seconda mano e venderli per strada. Ne ricevo alcuni gratuitamente da parenti e amici e li vendo a un prezzo modico. A volte compro vestiti a poco prezzo e li rivendo a un prezzo leggermente più alto, così da guadagnare un po’ di soldi per i miei figli.

Ogni mattina, prima dell’alba, mi sveglio preoccupata se riuscirò a guadagnare qualcosa quel giorno. Mi chiedo cosa mi succederà oggi. Ogni volta che vedo talebani armati per strada, mi tremano mani e piedi, perché mi chiedo quale scusa useranno per rendere il mio lavoro ancora più difficile.

Lavorare sul ciglio della strada non è facile. A volte mi nascondo sotto un chadari (burqa), così nessuno può riconoscermi. Questo mi salva dalla vergogna che provo quando vedo ex colleghi o persino ex studenti. Ma cosa posso fare contro le violente molestie dei talebani?

Il più delle volte, sono oggetto di molestie, umiliazioni e insulti da parte dei talebani. I loro agenti in strada trovano ogni giorno nuove scuse per umiliare noi donne che lavoriamo ai bordi della strada. A volte dicono: “Non sederti qui”, altre volte, criticano il mio hijab. Alcuni talebani inventano scuse per estorcermi denaro: se guadagno 250 afghani (2,84 sterline) al giorno, potrei essere costretta a dargliene da 50 a 100 solo per potermi sedere ai bordi della strada e vendere i miei vestiti.

A letto senza un solo pezzo di pane

Ci sono giorni in cui torno a casa a mani vuote, ci sono stati giorni in cui i miei figli sono andati a letto senza un solo pezzo di pane. L’inverno si avvicina e le mie preoccupazioni aumentano ancora di più. Mi chiedo costantemente come proteggerò i miei figli dal freddo.

Quale violenza è più grande del privarci del lavoro, dell’istruzione, della libertà e del sostentamento dei nostri figli? I talebani affermano di aver portato sicurezza, ma che valore ha la sicurezza quando è accompagnata da paura, umiliazione, insulti e fame? Quando ci manca la sicurezza emotiva o psicologica, che significato ha la sicurezza fisica?

Da quando ho perso il mio lavoro di insegnante, la mia vita è cambiata drasticamente e sono sottoposta a un’enorme pressione psicologica, sono diventata molto depressa e non riesco a dormire senza sedativi e farmaci. Da più di quattro anni, i talebani ci hanno privato del sonno sereno. Noi donne viviamo sotto una brutale oppressione e in questi quattro anni e mezzo sono invecchiata di più di 20 anni.

La mia vita sotto il regime dei talebani è diventata solo una lotta per il pane e per la sopravvivenza dei miei figli. Ho perso il lavoro, la libertà e il senso di sicurezza, e la vita che avevo prima dei talebani è diventata solo un sogno, uno che sono certo non rivedrò mai più.

Una gigantesca prigione chiamata Afghanistan

Huma Sadat, 8AM Media, 8 dicembre 2025

Oggi, le donne afghane vivono in una vasta prigione chiamata Afghanistan, un luogo in cui le autorità le hanno private dei loro diritti umani fondamentali. Se una donna non rispetta le regole dell’hijab obbligatorio, le può persino essere negata l’assistenza medica. “Le forze di sicurezza talebane hanno impedito alle donne che non indossavano il burqa o il chador di entrare in ospedale”. La BBC ha riportato questo il 13 novembre 2025, rivelando la realtà quotidiana delle donne di Herat. In un’epoca in cui il mondo celebra l’intelligenza artificiale e le scoperte scientifiche, le donne afghane devono ancora rispettare rigidi codici di abbigliamento solo per ricevere il più fondamentale dei diritti umani: l’assistenza sanitaria. Se si rifiutano, rischiano la morte.

A prima vista, questa frase citata sembra semplice, solo poche parole e una regola sull’hijab. Ma sotto la superficie, trasforma una donna vivente in un oggetto senza vita, senza alcun potere sul proprio corpo. Così come non può scegliere liberamente l’istruzione, il lavoro o la maternità, non ha nemmeno il diritto di decidere come vestirsi. Anche con questa singola frase, il mondo ha già violato il suo diritto più fondamentale: il diritto di scelta. Questa donna impotente deve indossare qualsiasi cosa le ordinino i leader talebani, non ciò che lei stessa sceglie in quanto essere umano libero.

Perché l’abbigliamento è importante

Perché l’abbigliamento volontario è così importante? Perché il diritto di scegliere il proprio abbigliamento nasce da due libertà essenziali: la libertà di scelta e la libertà di credo. Il secondo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani afferma chiaramente che ogni persona, senza eccezioni di genere, razza, religione o lingua, merita tutti i diritti e le libertà fondamentali.

La libertà di scelta è ciò che ci rende veramente umani. Tutti gli esseri viventi provano fame, bisogno di sopravvivere e desiderio di crescere. Ma solo gli esseri umani decidono quando assecondare questi desideri e quando controllarli. Quando una persona fa queste scelte liberamente, diventa un individuo riflessivo e responsabile, come i milioni di persone libere in tutto il mondo che aiutano le loro società a progredire.

Ma quando la libertà scompare, la mente umana inizia a collassare. Le persone non vivono più secondo le proprie decisioni. Si limitano a seguire ordini che altri hanno già scritto per loro. Non possono mettere in discussione, resistere o scegliere. Si limitano a obbedire.

Col tempo, questa paura si estende anche alle decisioni più piccole. Questa paura definisce un prigioniero. Un prigioniero non sceglie quando muoversi, cosa mangiare, con chi parlare o cosa pensare. Una guardia controlla tutto. Il prigioniero non plasma più la propria vita. Questa realtà mi costringe a chiedermi: c’è davvero qualcuno che esce dal carcere come un essere umano migliore?

Oggi, molte donne nella nostra società vivono come prigioniere. Sono costrette a indossare l’hijab. L’istruzione è vietata. I viaggi sono vietati. Il lavoro è vietato. Persino l’assistenza sanitaria ora dipende da come si vestono. Lentamente, questi limiti trasformano le donne in esseri isolati, silenziosi e spaventati, costretti a dipendere dagli uomini delle loro famiglie. A poco a poco, l’indipendenza e il pensiero critico svaniscono, fino a quando la libertà di scelta non viene più percepita come un diritto.

Allo stesso tempo, l’hijab obbligatorio attenta alla libertà di credo e all’identità culturale. L’abbigliamento esprime il gusto personale, la storia personale e la fede personale. Nessun governo ha il diritto di controllarlo. Quando una ragazza cammina per le strade di Kabul indossando un chador largo, un mantello al ginocchio e scarpe da ginnastica bianche, riflette lo stile condiviso da giovani donne nel corso di molti anni. Questo look non è nato da un giorno all’altro. È cresciuto nei mercati dell’abbigliamento della città, nelle tradizioni locali e nella cultura moderna, plasmato dalla società e da essa accettato. L’unico dovere di qualsiasi governo dovrebbe essere quello di proteggere il suo diritto ad apparire in pubblico con dignità, non di controllarne il corpo, la testa, i passi e gli abiti per soddisfare i propri desideri.

Il doppio standard della morale talebana

Afghanistan International, 14 dicembre 2025

Mentre i Talebani impongono al popolo afghano la loro scelta di abito tradizionale, una diplomatica europea in diverse occasioni è apparsa a Kabul e si è recata nelle province in abiti occidentali moderni e attraenti.

Veronika Boskovic-Pohar, Incaricata d’Affari dell’Unione Europea in Afghanistan, supervisiona gli aiuti dell’organizzazione all’Afghanistan, incontra funzionari talebani, visita aziende femminili, visita scuole per vedere i bambini e inaugura progetti dell’UE. In molte di queste occasioni, è apparsa con abiti e trucco diversi dal consueto, ad esempio, un cappello shapo nero, un cappotto nero di pelle o lana, una collana d’argento appesa al petto e scarpe lucide.

È una delle diplomatiche più attive, avendo avviato, durante la sua missione di oltre un anno in Afghanistan, decine di progetti a sostegno di donne, bambini e comunità vulnerabili.

La Sig.ra Veronika Boskovic-Pohar ha indossato abiti speciali soprattutto durante i viaggi ufficiali e di apertura dei progetti dell’Unione Europea in diverse parti dell’Afghanistan. Sebbene abbia talvolta indossato un velo arabo e in alcune occasioni un foulard in conformità con le usanze diplomatiche e probabilmente con la sensibilità dei Talebani, ha mantenuto il suo abbigliamento speciale e i simboli della cultura europea anche sotto il rigido regime dei Talebani, mentre molte altre diplomatiche straniere e dipendenti di organizzazioni internazionali in Afghanistan hanno preferito indossare abiti in qualche modo approvati dai talebani, nel rispetto delle regole.

Nominata Capo della Delegazione dell’Unione Europea in Afghanistan nell’aprile 2024, ha assunto l’incarico di Incaricata d’Affari dell’UE in Afghanistan nel settembre dello stesso anno. E’ una diplomatica senior slovena, laureata presso l’Università di Lubiana, con oltre venti anni di esperienza in diversi settori, tra cui il diritto internazionale e la cooperazione allo sviluppo, ed è riconosciuta come manager e leader strategico.

Afghanistan International ha inviato un messaggio a Veronika Bosković-Puhar chiedendole un parere sulle restrizioni imposte dai Talebani all’abbigliamento femminile afghano, ma non ha ancora ricevuto risposta.

I Talebani e il cambiamento dell’abbigliamento dei cittadini

Durante l’era repubblicana, per i dipendenti pubblici l’abbigliamento formale era una necessità. La maggior parte dei dipendenti maschi indossava abiti formali, come il darshi e il nakta, per recarsi in ufficio. All’epoca, le donne non erano tenute a indossare l’hijab. Fino all’ascesa al potere dei Talebani, secondo la legge afghana le donne afghane avevano il diritto di scegliere il proprio abbigliamento. Molte donne dipendenti di istituzioni governative e organizzazioni internazionali istruite indossavano piccoli veli, ma per consuetudine sociale, non per obbligo di legge.

Tuttavia, con il crollo della repubblica e il dominio dei Talebani sull’Afghanistan, l’abbigliamento di uomini e donne è cambiato radicalmente da un giorno all’altro per le restrizioni imposte dai Talebani Temendo i Talebani, tutti hanno cambiato progressivamente il loro aspetto; gli uomini indossano lunghe camicie e cappelli speciali, mentre le donne indossano veli più ampi e coprenti. Oggi, pochi uomini si radono la barba contro il volere dei talebani, e poche donne osano rifiutarsi di indossare l’hijab obbligatorio, per paura di essere arrestate.

Durante i loro quattro anni di governo in Afghanistan i talebani hanno arrestato e torturato donne e ragazze in diverse città, soprattutto a Kabul, per non aver indossato l’hijab obbligatorio imposto dal gruppo.

Recentemente, il 16 dicembre, il Ministero della Pubblicità dei talebani ha arrestato quattro giovani uomini nella zona di Jibraeel a Herat per essersi rifiutati di indossare l’abito richiesto e per “aver imitato la cultura straniera”.

Questi giovani, che si presentavano come il “Thomas Shelby Group”, camminavano per la città di Herat imitando Kellyanne Murphy, l’attore protagonista della serie britannica “Peaky Blinders”, indossando magliette nere e berretti con visiera, kurti, sciarpe e cravatte.

In precedenza, il governatore talebano di Herat aveva reso obbligatorio per le donne della provincia indossare il velo. Herat era una delle poche città in cui le donne indossavano hijab arabi e iraniani al posto del velo. I talebani hanno smesso di fornire servizi governativi alle donne senza velo nella città e nei distretti di Herat.

I video ottenuti da Afghanistan International mostrano operatori sanitari, insegnanti e altre dipendenti donne a cui è stato vietato di entrare nei loro uffici senza il velo. I funzionari talebani hanno picchiato molte di loro e le hanno tenute in ostaggio per ore, finché non hanno indossato un velo e hanno potuto lasciare l’ufficio.

Il doppio trattamento dei talebani nei confronti delle donne afghane e straniere

Mentre negli ultimi quattro anni i talebani abbiano implementato leggi e decreti restrittivi che violano i diritti umani e i diritti delle donne, hanno anche fatto concessioni a donne straniere, tra cui diplomatiche, turiste e impiegate di organizzazioni internazionali, sull’abbigliamento, le attività e gli spostamenti nelle città.

Resoconti pubblicati in tempi recenti indicano che persino alcune pornostar si sono recate in diverse zone dell’Afghanistan come turiste e hanno pubblicato video sui social media. Funzionari e combattenti talebani non solo non hanno imposto loro i rigidi decreti del leader Mullah Haibatullah alle donne straniere, ma anzi avrebbero garantito loro la sicurezza e le avrebbero accolte a braccia aperte

Ad alcune donne straniere attive sui social media avrebbero fornito denaro e agevolazioni. Ciò per presentare un’immagine accettabile della leadership del gruppo.

 

La sentenza del TPP sulle donne dell’Afghanistan

permanentpeoplestribunal.org Gianni Tognoni * 11 dicembre 2025


La 55a sessione del TPP sulle donne afghane, le cui udienze pubbliche si sono svolte a Madrid dall’8 al 10 ottobre 2025, si è conclusa con la lettura pubblica della sentenza, avvenuta l’11 dicembre 2025 presso l’International Institute of Social Studies (ISS) dell’Aia.

La significativa presenza di rappresentanti di organizzazioni internazionali, tra cui Richard Bennett (UN Special Rapporteur on the situation of human rights in Afghanistan), Reem Alsalem (UN Special Rapporteur on Violence Against Women and Girls), Ivana Krstic (Vice-Chair of Working Group on discrimination against women and girls), Prof. Mustapha Sheikh (University of Leeds School of Languages, Cultures and Societies), Prof. Rebecca Cook (University of Toronto – Law School), Helena Ann Kennedy (Member of the House of Lords of the UK) e la Dottoressa Shirin Ebadi (Iranian Nobel Laureate) che hanno accettato di offrire un loro commento alla decisione della giuria del TPP è un segno importante della rilevanza anche istituzionale di questo evento, che è stato preparato da un periodo molto intenso di ricerca e di mobilitazione che ha coinvolto una rete estesa della comunità afgana, dell’accademia e della società civile di molti paesi.

Sembra opportuno – senza entrare nel merito specifico dell’articolazione dei contenuti fattuali e dottrinali di un testo che può considerarsi di riferimento per una conoscenza critica e complessiva della situazione delle donne dell’Afghanistan -, sottolineare alcuni punti che fanno di questa sentenza una delle espressioni più esemplari dell’attualità politica e culturale del lavoro e del ruolo del TPP, in un tempo di crisi e incertezze profonde che chiamano in causa il diritto internazionale.

La qualificazione della repressione dei diritti delle donne afgane nei termini più severi del diritto esistente rimanda a scenari che indicano la gravità e le implicazioni di quanto sta succedendo, ormai da anni, in modo infinitamente palese in Afghanistan. L’esistenza stessa delle donne come soggetti di diritti umani, individuali e collettivi, è ‘semplicemente’, e perciò tanto più drammaticamente, negata: in un intero paese, che è anche, nella forma di governo attuale, il prodotto di una storia geopolitica tragica che ha visto le ‘grandi potenze’ tra le protagoniste più negative. Il diritto internazionale è presente come impotenza. Con l’aggravante che i più recenti sviluppi sembrano più interessati a riconoscerle autorità di fatto, per le più diverse ragioni, ma senza ‘interferire’.

E questo accade in una regione nella quale, in parallelo cronologico, ma come esempio impensabile di un altro mondo possibile, un altro popolo di donne, nel Rojava ha inventato un modello di società democratica che a sua volta stenta ad essere riconosciuta come l’unico futuro possibile. Ed è importante in questo senso che la sentenza che oggi viene presentata sia considerata insieme a quella su Rojava.

Fa parte della logica e della prassi di intervento del TPP pensare che il diritto dei popoli ha come criterio prioritario di guardare al loro progetto di futuro per giudicare quale è il senso di un giudizio sui loro repressori: è la sfida, permanente, che da ormai 50 anni, ad Algeri, con la Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli, che i popoli pongono, nei modi più diversi, al diritto internazionale che ha radici, ma soprattutto criteri di azione in un passato, di poteri statali ed economici, per i quali la vita e la creatività dei popoli sono un disturbo. Ancor di più quando le categorie politico-giuridiche si intrecciano con quelle delle numerose forme di patriarcato.

*Gianni Tognoni  Segretario generale

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I diritti umani sono raggiungibili solo smantellando le catene dell’imperialismo e del fondamentalismo!

rawa.org 10 dicembre 2025

 

La nostra società è attanagliata da un disgusto e un odio così profondi nei confronti del dominio reazionario dei talebani che basta una scintilla per scatenare la tempesta di rabbia popolare.

L’Afghanistan, l'”inferno” creato dagli Stati Uniti e dall’Occidente, brucia ogni giorno nel fuoco di una nuova forma di oppressione. In questa terra, la ferita di Farkhunda non si era ancora rimarginata quando un’altra Farkhunda è diventata vittima della cultura misogina e del fascismo religioso dei Talebani e dei loro sostenitori finanziari; l’inimicizia dei Talebani verso le donne e la loro eliminazione da ogni sfera della vita si allarga ogni giorno di più; punizioni ed esecuzioni pubbliche medievali sono diventate la preoccupazione quotidiana dei Talebani assetati di sangue; ragazze e ragazzi, sotto il peso di una povertà mortale, disoccupazione, pressione psicologica, insulti e violenze, privazione del lavoro e dell’istruzione, si suicidano, e migliaia di altre sofferenze hanno trasformato questo Paese in una prigione in cui il suo popolo è schiacciato in ogni momento. La nostra società è attanagliata da un disgusto e un odio così profondi verso il dominio reazionario dei Talebani che basta una scintilla perché la tempesta di rabbia popolare esploda.

Mentre le donne afghane, ferite e semivive, vengono calpestate dagli zoccoli dei carnefici talebani, i loro padroni e sostenitori stranieri, che un tempo gridavano “diritti umani”, “democrazia” e “diritti delle donne”, non solo sono rimasti in silenzio di fronte a questa palese oppressione, ma con rara sfacciataggine sostengono questi criminali e inviano loro sacchi di dollari; aprono loro ambasciate e consolati e accolgono gli assassini del nostro popolo con tappeti rossi. Questo palese tradimento del nostro popolo da parte delle potenze imperialiste, e il loro orribile genocidio e fascismo in collaborazione con i sionisti di Gaza, hanno dimostrato per la millesima volta che per questi macellai dell’umanità, i “diritti umani” sono solo un’arma per intrappolare altre nazioni, e loro stessi deridono questo valore umano in stile hitleriano.

Come organizzazione politica, abbiamo ripetutamente sottolineato che giustizia, libertà, democrazia e diritti umani non si ottengono con suppliche e suppliche, né sono doni che i paesi saccheggiatori e occupanti ci concedono. Acquisire questi valori e garantirne la durata è possibile solo attraverso la consapevolezza, l’organizzazione e la lotta degli oppressi. Abbiamo visto come la “libertà” e i “diritti umani” sottili e falsi, promossi durante i vent’anni di occupazione dagli Stati Uniti/NATO e dai loro lacchè afghani, siano svaniti da un giorno all’altro, consegnando l’Afghanistan in blocco al gruppo di barbari che avevano allevato. Imperialismo e fondamentalismo sono due facce della stessa medaglia, e negli ultimi cento anni abbiamo ripetutamente assistito al fatto che i paesi dominanti, in particolare gli Stati Uniti, hanno usato quest’arma contro governi, organizzazioni e movimenti progressisti e di sinistra, sostenendo e armando i nemici della libertà e della giustizia.

Nonostante tutti questi tradimenti e crimini, l’avidità degli Stati Uniti e dell’Occidente nei confronti dell’Afghanistan non è ancora finita. Per questo motivo, i loro servi jihadisti, i tecnocrati fuggitivi e alcune donne che si sono vendute, traditrici dei diritti delle donne e oggetti decorativi di conferenze, ricevono ogni giorno medaglie con titoli diversi da istituzioni famigerate e insanguinate, e vengono promossi affinché in un futuro governo fantoccio e vuoto possano, come in passato, salvaguardare i propri interessi. Il popolo afghano deve stare attento a non lasciarsi ingannare dagli slogan etnici spudoratamente lanciati dai traditori occidentali per ottenere prestigio, e deve respingere unitamente questi elementi mercenari e agenti stranieri. Questi slogan traditori e separatisti servono solo a rafforzare il regime sanguinario e traditore dei talebani, e non fanno nulla per curare le innumerevoli ferite del nostro popolo oppresso e sofferente.

Nel frattempo, le nostre donne progressiste e in lotta non devono permettere che i loro successi vengano saccheggiati da poche donne che fanno affari e pressioni sui talebani e sui jihadisti, come Naheed Farid, Shukria Barakzai, Fawzia Koofi, Manizha Bakhtari, Nargis Nehan, Shaharzad Akbar, Asila Wardak, Sima Samar, Habiba Sarabi, Shinkai Karokhail e altre marionette occidentali. Per ottenere la vittoria, è necessario espellere dai loro ranghi e smascherare i veri e sporchi volti di coloro che minano la causa dei diritti delle donne.

L’Associazione Rivoluzionaria delle Donne d’Afghanistan (RAWA) ritiene che la durata di vita dei gruppi mercenari e reazionari non sia lunga e che non possano continuare per sempre il loro vergognoso dominio a spese dei loro padroni stranieri. Pertanto, ispirati dall’eroica ed epica resistenza del popolo di Gaza, è nostro dovere sconfiggere i burattini degli Stati Uniti, del Pakistan, dell’Arabia Saudita, dell’Iran, della Turchia, del Qatar ecc. e, realizzando la libertà, la giustizia e la democrazia basate sulla laicità, ottenere i nostri diritti umani.

Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan (RAWA)

Il vice capo dell’UNAMA afferma che i talebani continuano a perdere opportunità di impegno

amu.tv 10 dicembre 2025

Il vice capo dell’UNAMA, Georgette Gagnon, ha dichiarato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che i talebani continuano a perdere o a respingere opportunità cruciali di impegnarsi a livello multilaterale con la comunità internazionale, avvertendo che questo persistente rifiuto rischia di provocare un ulteriore disimpegno, in particolare da parte dei paesi donatori, sempre più frustrati dalla mancanza di una cooperazione significativa.

Gagnon ha affermato che i principi di dignità, uguaglianza e giustizia sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani rimangono profondamente rilevanti per gli afghani, che continuano a subire “crisi multiple” sotto enorme pressione. Ha sottolineato che la resilienza del popolo afghano è notevole, ma “sottoposta a forti pressioni”, e richiede urgente attenzione internazionale e un sostegno costante.

Gagnon ha sottolineato che donne e ragazze rimangono sistematicamente escluse da quasi tutti gli aspetti della vita pubblica. I divieti all’istruzione secondaria e universitaria sono ormai entrati nel loro quarto anno, privando l’Afghanistan di future donne medico, imprenditrici, insegnanti e leader. Anche la libertà dei media si sta riducendo, con i giornalisti che subiscono intimidazioni, arresti e censura, limitando ulteriormente il dibattito pubblico e negando agli afghani voce nelle decisioni che plasmano il loro futuro, ha affermato.

Ha descritto le diffuse violazioni della vita quotidiana attraverso l’applicazione della “legge morale” dei talebani e ha sottolineato che le violazioni dei diritti umani sono solo una dimensione della crisi. L’Afghanistan sta inoltre affrontando un’emergenza umanitaria di proporzioni sconcertanti, con oltre 23 milioni di persone che si prevede necessiteranno di assistenza nel 2026.

Secondo quanto riportato, ad aggravare la crisi è l’afflusso massiccio di rimpatriati: quasi 2,5 milioni di afghani sono tornati dall’Iran e dal Pakistan nel 2025, molti involontariamente, con un aumento demografico del 6%. La maggior parte arriva con pochi beni in comunità già prive di lavoro e servizi di base, ha affermato.

Ha aggiunto che, nonostante una crescita stimata del PIL del 4,5%, la Banca Mondiale prevede un calo del 4% del reddito pro capite, segnando il terzo anno consecutivo di contrazione.

Gagnon ha osservato che, sebbene la nuova Strategia Nazionale di Sviluppo dei Talebani enfatizzi l’autosufficienza economica e il transito commerciale, queste ambizioni sono minate da politiche che scoraggiano gli investimenti e limitano la partecipazione economica, soprattutto per le donne. Molte donne qualificate rimpatriate potrebbero contribuire a rilanciare l’economia, ha affermato, ma non possono farlo.

Ha condannato il divieto permanente di accesso alle sedi delle Nazioni Unite per il personale femminile, definendolo una violazione dei diritti umani e della Carta delle Nazioni Unite e un ostacolo diretto alla capacità della missione di svolgere il proprio mandato. L’UNAMA ha ripetutamente sollevato la questione, ha affermato, esortando i membri del Consiglio di Sicurezza a garantire che la situazione “non si normalizzi”.

Gagnon ha anche indicato l’improvvisa interruzione delle telecomunicazioni a livello nazionale da parte dei Talebani all’inizio di quest’anno come un esempio lampante di governance guidata da divisioni interne e impulsi ideologici. Il blackout ha avuto conseguenze potenzialmente letali, interrompendo l’accesso all’assistenza sanitaria, ai servizi di emergenza, alle operazioni commerciali, agli sforzi umanitari e alle comunicazioni tra la comunità diplomatica a Kabul e le rispettive capitali, ha affermato.

La decisione è stata infine revocata da quella che ha descritto come la “fazione più pragmatica” all’interno dei Talebani.

“Questo incidente fornisce un’istantanea vivida”, ha affermato Gagnon, sottolineando la lotta in corso tra coloro che, all’interno delle autorità talebane, cercano l’isolamento e coloro che riconoscono che l’Afghanistan “non può sopravvivere” senza un collegamento internazionale.

Riaffermando l’obiettivo condiviso della comunità internazionale, stabilito nella Risoluzione 2721 del Consiglio di Sicurezza e Valutazione Indipendente del 2023, Gagnon ha affermato che l’obiettivo è un Afghanistan in pace e pienamente reintegrato nella comunità internazionale una volta che avrà adempiuto ai suoi obblighi internazionali. “L’obiettivo non è la reintegrazione dell’Afghanistan sotto le autorità di fatto come sono attualmente”, ha sottolineato.

Ha affermato che le Nazioni Unite rimangono impegnate in un impegno pragmatico e basato sui principi e hanno proposto una tabella di marcia politica attraverso il processo di Doha per affrontare gli ostacoli che impediscono la reintegrazione dell’Afghanistan, tra cui la governance, gli impegni antiterrorismo e la tutela dei diritti umani.

 

 

Nessun Paese ha ancora davvero raggiunto la parità di genere. Ed è piuttosto paradossale

Luce! La nazione, 2 dicembre 2025, di Marianna Grazi

A trent’anni dalla Conferenza sui diritti delle donne e delle ragazze di Pechino, l’Atlante 2025 di WeWorld fotografa il momento più promettente e più fragile della storia: nessun Paese ha raggiunto la piena parità, che pure è un obiettivo che sembra sempre a un passo

A trent’anni dalla storica conferenza mondiale sui diritti delle donne di Pechino, ci si sarebbe aspettati un bilancio diverso. Invece, il nuovo atlante di WeWorld, “Claiming Space”, racconta un mondo dove la parità di genere resta un obiettivo sempre a un passo da raggiungere, ma mai davvero toccato. Nessun Paese l’ha raggiunta pienamente. Un paradosso che emerge chiaramente dai dati: mai come oggi le donne hanno avuto accesso a opportunità prima impensabili, eppure mai come ora i loro diritti appaiono fragili, intrecciandosi con crisi economiche e conflitti.

L’Atlas è stato presentato il 27 novembre a Roma, durante l’evento “Claiming Space: ripensare il genere nella cooperazione allo sviluppo e negli interventi umanitari” organizzato insieme all’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Oltre ai rappresentanti di Aics e WeWorld, sono intervenute in collegamento le esperte da Afghanistan e Kenya, portando testimonianze dirette da contesti in cui i diritti femminili sono messi alla prova ogni giorno.

l bilancio globale: progresso e regressione
Il nuovo Atlas non si limita a fotografare l’esistente ma mette nero su bianco la distanza tra ciò che è stato fatto e ciò che ancora manca. E parla con numeri difficili da ignorare:

• 1 donna o ragazza su 10 vive in povertà estrema (con meno di 2,15 dollari al giorno); • 119 milioni di ragazze sono ancora fuori dalla scuola; • Ogni 10 minuti una donna o una ragazza viene uccisa da un partner o un familiare; • Il 70% delle donne in contesti umanitari subisce violenza di genere; • Oltre 200 milioni non hanno accesso a contraccettivi sicuri, e gli aborti non sicuri causano 39.000 morti prevenibili ogni anno; • Ogni due minuti una donna muore per cause legate alla gravidanza o al parto; • Le donne godono in media di solo il 64% dei diritti legali degli uomini e guadagnano il 20% in meno a parità di lavoro.

“Le disuguaglianze si aggravano soprattutto nei contesti più fragili, dove crisi economiche, tagli e ideologie conservatrici minacciano i diritti sessuali e riproduttivi”, avverte Stefania Piccinelli, direttrice della Cooperazione Internazionale di WeWorld. La regressione dei diritti, aggiunge, è ormai “un fatto politico, non solo sociale”, e richiede una leadership femminista capace di riportare equità e giustizia al centro del dibattito globale: “Non possiamo permettere che i diritti diventino privilegi, né che i progressi ottenuti vengano smantellati. Trent’anni dopo la Piattaforma d’Azione di Pechino, ci troviamo in un momento paradossale: da un lato, le conquiste legislative e i movimenti dal basso hanno aperto spazi nuovi per milioni di donne e ragazze; dall’altro, vediamo il ritorno di politiche reazionarie, ideologie patriarcali e ondate di intolleranza che minano decenni di lotte femministe”.

Cosa funziona: le soluzioni già in atto
Il valore dell’Atlas, però, non è solo quello di portare una fotografia puntuale della situazione mondiale ma sta anche nello spazio dedicato alle soluzioni. Il rapporto segue le quattro aree chiave della Gender and Protection Global Strategic Plan 2024–2030 – equità, contrasto alla violenza, salute sessuale e riproduttiva, partecipazione – e le illustra attraverso le buone pratiche nate nei 20 Paesi in cui WeWorld opera.

In Afghanistan, dove le restrizioni colpiscono duramente donne e ragazze, i progetti combinano trasferimenti in denaro per il cibo, formazione agricola e un coinvolgimento diretto delle donne nella progettazione degli interventi. In Kenya, con il progetto Imara, sta nascendo il primo centro antiviolenza della contea di Narok, grazie a una collaborazione stretta tra istituzioni, polizia e comunità locali. Interventi simili in Mali e Palestina uniscono protezione, leadership femminile e inclusione economica.

Un cambio di passo necessario
Il filo rosso del lavoro di WeWorld è l’approccio gender-transformative: non aggiungere la prospettiva di genere, ma cambiare le strutture che generano disuguaglianza. “L’uguaglianza non è un tema settoriale, ma un motore di sviluppo, pace e giustizia”, ha ricordato il direttore di AICS, Marco Riccardo Rusconi.

Per questo WeWorld richiama governi e istituzioni a una nuova agenda femminista globale: fondi stabili per le organizzazioni guidate da donne, leadership locale riconosciuta, trasparenza, approcci multisettoriali e il coraggio politico necessario per non lasciare che i diritti conquistati vengano smantellati.

Il messaggio finale dell’Atlas 2025 è chiaro: i diritti delle donne non sono un traguardo da celebrare, ma un impegno quotidiano. Rafforzare voci, leadership e autonomia femminile è l’unica via per una società davvero equa e sostenibile.

«Così puntiamo a cambiare il diritto internazionale»

Il Coordinamento italiano sostegno donne afghane (CISDA) ha lanciato una campagna perché la Corte penale internazionale e l’ONU riconoscano l’apartheid di genere come crimine contro l’umanità. Ne abbiamo parlato con la presidente dell’associazione, Graziella Mascheroni

Giacomo Butti, Il Corriere del Ticino, 22 novembre 2025

Era il 1999 quando l’espressione «apartheid di genere» entrò nelle sale delle Nazioni Unite. Abdelfattah Amor, allora relatore speciale ONU per l’eliminazione delle discriminazioni basate su religione o credo, definì così – «un sistema di apartheid nei confronti delle donne» – il trattamento riservato dai talebani alla popolazione femminile afghana. A quei tempi, le immagini dell’apartheid sudafricano erano fresche nella mente di tutti. Violenza, segregazione, oppressione, negazione dei diritti fondamentali. Era questo che anche le donne afghane stavano vivendo in quel momento, sotto il controllo del primo governo talebano (1996-2001). Ed è questo che stanno vivendo oggi, dopo il ritiro delle truppe statunitensi, la fine della Repubblica e il ritorno al potere degli «studenti» coranici.

Restrizioni alla libertà di movimento, divieto di studio e lavoro, divieto di parlare in pubblico. A quattro anni dalla caduta di Kabul, ne abbiamo parlato a più riprese, l’Afghanistan è tornato indietro nel tempo. Non è un caso, allora, che l’espressione «apartheid di genere», già largamente utilizzata dalle donne afghane un ventennio fa per descrivere la propria condizione, sia oggi ancora in uso. Ed è per questo che un gruppo della vicina Penisola, il Coordinamento italiano sostegno donne afghane (CISDA), punta a portare nuovamente il tema sotto i riflettori internazionali, con un’iniziativa che chiede che l’apartheid di genere sia riconosciuto quale crimine contro l’umanità (come già è il caso per l’apartheid razziale) all’interno dei Trattati internazionali. Ne abbiamo parlato con Graziella Mascheroni, presidente del CISDA.

La raccolta firme

Sin dal 1999 il CISDA è attivo per promuovere progetti di solidarietà a favore delle donne afghane. Ma nel suo statuto, voce “Oggetto e scopi”, viene esplicitato: tra gli obiettivi dell’associazione c’è quello di «realizzare una crescita ed uno sviluppo, sia a livello locale che internazionale, nella ricerca di una maggiore giustizia tra i popoli». Non stupisce, allora, che l’ente non profit si sia lanciato in un’azione particolarmente ambiziosa: cambiare il diritto internazionale, per combattere l’apartheid di genere in Afghanistan e nel mondo.

«Per lanciare il nostro progetto abbiamo lavorato in modo molto approfondito, consultandoci con giuristi ed esperti di diritto internazionale», ci racconta Mascheroni. «Da questa collaborazione è nato un documento sul quale abbiamo basato la campagna “Stop fondamentalismi – Stop apartheid di genere“».

La campagna, si legge sul sito del CISDA, chiede che l’apartheid di genere sia riconosciuto come crimine contro l’umanità e si riconosca che tale crimine viene applicato sistematicamente e istituzionalmente in Afghanistan. Inoltre, al fine di non legittimare i fondamentalisti al governo a Kabul, il CISDA chiede che l’ONU non dia riconoscimento né giuridico né di fatto al regime talebano, che il fondamentalismo talebano sia dichiarato illegale, che sia impedito il finanziamento e l’invio di armi da Paesi amici, che i rappresentanti talebani siano estromessi da incontri di diplomazia internazionale e riunioni ONU.

La petizione collegata alla campagna, aperta a dicembre 2024 e chiusa lo scorso aprile (ma firmare è ancora possibile), ha raccolto circa 2.000 firme e il sostegno di un’ottantina di associazioni. «La raccolta firma è stata inviata al governo italiano, perché si faccia portavoce degli obiettivi della campagna dinanzi alle istituzioni internazionali. Siamo in attesa, ora, di avere un’audizione in Senato», ci spiega Mascheroni, che sottolinea: «Il documento è stato inviato anche alla Sesta commissione ONU e alla Corte penale internazionale (CPI). Quest’ultima ci ha risposto spiegando i prossimi passi». Un grande orgoglio per una associazione come il CISDA, ci spiega la presidente, che tuttavia non si fa illusioni: «C’è ancora tantissimo da fare». Perché questa proposta di modifica dello Statuto di Roma (il trattato internazionale istitutivo della CPI) venga presa in considerazione, dovrà essere patrocinata da uno Stato membro. «Negli ultimi mesi ci siamo mossi per cercare l’appoggio di un Paese che senta l’importanza di questo tema». Sudafrica e Congo sono tra i papabili, ma ci vorrà ancora del tempo perché vengano avanzate proposte concrete. Certo è che se l’iniziativa dovesse avere successo, l’impatto sarebbe fondamentale, e globale.

La situazione in Afghanistan

Per le donne afghane ogni mese conta, perché ogni mese è peggiore del precedente. «La situazione continua a deteriorarsi», conferma la presidente del CISDA, che con i gruppi locali di sostegno alle donne mantiene stretti contatti. «E questo anche per colpa del progressivo riconoscimento – formale o informale – da parte di Paesi terzi, che con i talebani stanno portando avanti rapporti diplomatici». Proprio negli scorsi giorni, la Segreteria di Stato della migrazione (SEM) ha confermato di aver «invitato rappresentati del governo talebano non ufficiale all’aeroporto di Ginevra» per trattare il tema delle espulsioni di cittadini afghani verso il loro Paese d’origine. Negoziazioni che hanno permesso il ristabilimento di un canale con l’Afghanistan per le espulsioni di uomini la cui domanda di asilo è stata respinta.

A Kabul, intanto, le donne di RAWA – l’Associazione rivoluzionaria delle donne afghane, gruppo politico, sociale e umanitario a sostegno di tutta la popolazione afghana – non hanno intenzione di mollare di fronte alle terribili condizioni di vita. «Le sentiamo regolarmente. Sono convinte che nessun vero cambiamento possa venire dall’esterno. Dicono che giustizia e libertà possano giungere solo attraverso la lotte cosciente e unita della popolazione. Questo è il credo di RAWA, che dagli anni Settanta – dall’invasione sovietica, passando per guerre civili, i governi talebani e anche il periodo americano – non ha mai smesso di lottare. Loro vivono da sempre in clandestinità e quindi stanno portando avanti il loro lavoro come fatto in passato. Più difficile, invece, operare per le ONG che fino a qualche anno fa lavoravano indisturbate e oggi devono stare invece molto attente alla sorveglianza dei talebani per portare avanti in segreto la formazione delle bambine, la cui istruzione è stata proibita».

Chi non fa parte di associazioni o gruppi, porta avanti l’opposizione come può. «Con il progressivo assestarsi del potere talebano, scendere in strada come nei mesi seguenti la caduta di Kabul non è più possibile. La resistenza si è quindi spostata sui social. Non è un caso se nelle ultime settimane alcune regioni dell’Afghanistan abbiano subito un blocco dell’accesso alla rete». E questo fenomeno, ci racconta Mascheroni, non riguarda solo le donne. «Tutta la popolazione è stanca, e anche gli uomini sono contrari al dominio talebano. La società afghana è patriarcale: nei centri abitati al di fuori delle grandi città, i capi villaggio sono esclusivamente uomini. Eppure collaborano strettamente con le associazioni femminili con cui siamo in contatto, specialmente nelle zone colpite recentemente dai terremoti, dove i talebani si sono ben guardati dal portare aiuti».

L’importanza dell’alfabetizzazione

Parallelamente alla campagna contro l’apartheid di genere, da anni il CISDA porta avanti una lunga serie di progetti in Afghanistan a sostegno della popolazione. «Grazie a un nostro generoso sponsor, a Kabul e in altre quattro province possiamo finanziare un corso di cucito che garantisce, parallelamente, l’alfabetizzazione delle bambine. Contemporaneamente sosteniamo un’unità mobile, un team sanitario che va di villaggio in villaggio a visitare i pazienti». In passato l’organizzazione italiana, spiega la presidente, finanziava «grandi case protette per le donne afghane, ma molte sono state chiuse dopo l’arrivo dei talebani nel 2021. In questo momento, quindi, stiamo aiutando uno “shelter” più piccolo – che passa quindi inosservato – che al momento ospita quattro donne vittime di violenza e i loro 9 figli». Ma non finisce qui. «Da una decina d’anni, il nostro progetto Vite preziose permette il sostegno a distanza per chi ha subito violenze: così sponsor esterni possono aiutare finanziariamente, di solito per un anno, una donna afghana in difficoltà. Giallo fiducia, invece, supporta una coltivazione di zafferano nelle zone di Herat. Le dodici donne che lavorano in questo campo partecipano a un corso di alfabetizzazione e a uno sui diritti umani».

Piccoli numeri che, moltiplicati per la loro capillarità, fanno la differenza in una resistenza che vede l’alfabetizzazione, come già evidenziato, tema principale. «In risposta alla chiusura degli istituti scolastici, sono sorte migliaia di piccole scuole clandestine che, sparse un po’ ovunque, vedono insegnanti mettere a disposizione la propria casa per portare avanti la formazione di piccoli numeri di ragazze. La risposta a simili iniziative è alta, perché c’è la consapevolezza che l’istruzione è alla base della società. Senza, ottenere o mantenere libertà diventa molto più difficile».