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Tag: Diritti delle donne

15 agosto 2021. Dopo 5 anni, i talebani sono ancora più spietati

cisda.it, 15 agosto 2026, di Patrizia Fabbri

Uno schermo nero, perché mostrare il proprio volto è troppo pericoloso. Nomi di fantasia, perché l’identità deve rimanere nascosta. E poi il collegamento che si interrompe, per riprendere poco dopo da un computer o da un telefono diverso: restare connesse troppo a lungo con lo stesso dispositivo potrebbe essere rischioso. È in queste condizioni che si è svolta la conferenza stampa organizzata da Cisda con le attiviste di RAWA. Voci lontane, nascoste dietro uno schermo, ma giovani e combattive, che nel triste anniversario del ritorno al potere dei talebani hanno voluto parlare alla stampa italiana. Raccontare cosa significa vivere oggi in Afghanistan. E, soprattutto, cosa significa essere donna in Afghanistan.

Indice

  1. La tecnologia a supporto della repressione
  2. Le mani dei talebani si allungano rapaci
  3. Normalizzazione, il mantra dei talebani
  4. Ma le proteste ci sono: esplicite o clandestine

Riassumere la condizione delle donne afghane è tanto semplice quanto drammatico. Le donne non possono lavorare, non possono studiare, non possono cantare, non possono affacciarsi alla finestra, non devono mostrarsi, non riescono a farsi curare, non possono andare nei parchi pubblici, non possono aprire negozi, non possono andare in bicicletta, non possono parlare a voce alta. “Non” è la parola che in Afghanistan si associa più frequentemente alla parola “donna”.

“Le donne sono estromesse dal mondo del lavoro e dalla vita pubblica: i loro movimenti, il loro abbigliamento e persino la loro presenza nella società sono controllati. E non si tratta di qualche singola imposizione, ma di una segregazione sistematica… per questo dobbiamo parlare di apartheid di genere. Sono l’esclusione e il controllo sistematici delle donne, semplicemente perché sono donne”, ha esordito una delle attiviste di RAWA collegate dall’Afghanistan.

La tecnologia a supporto della repressione
Era il 15 agosto 2021 quando i media di tutto il mondo rilanciavano le immagini dell’aeroporto di Kabul preso d’assalto da centinaia di persone che tentavano di salire sugli aerei degli americani in fuga. Cinque anni dopo, non è soltanto la repressione a essere rimasta: secondo le attiviste di RAWA, il regime ha imparato a renderla più capillare, sfruttando anche strumenti tecnologici sempre più sofisticati.

“I talebani non sono cambiati. L’unica cosa che è cambiata è che sono diventati più spietati. Inoltre, hanno supporto finanziario e accesso alla tecnologia: attraverso questo accesso possono controllare la vita delle persone”, ha detto l’attivista RAWA, spiegando come l’acquisto di una SIM card possa avvenire solo presentando la carta d’identità elettronica, attraverso la quale è possibile ottenere tutte le informazioni, comprese quelle biometriche, dell’intestatario: “Quando c’è una manifestazione, come le ultime a Herat o nel Badakhshan, i talebani chiedono alle società di telecomunicazioni di fornire loro i numeri delle SIM card che risultano presenti nel luogo della manifestazione”. Da lì ad arrestare chi partecipa alle contestazioni il gioco è facilissimo.

Il telefono, così, smette di essere uno strumento neutro e diventa una possibile fonte di pericolo: “Quando usiamo i nostri telefoni, quando parliamo, quando ci connettiamo non siamo mai tranquilli perché i talebani hanno accesso a tutto. Il Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio utilizza la rete per ascoltare le voci di persone che parlano di questioni specifiche”.

Il controllo non si ferma alla sorveglianza. Può trasformarsi rapidamente in arresto, interrogatorio, intimidazione: decine e decine di persone spariscono per giorni o per settimane, chiamate a rispondere di ciò che hanno detto, scritto o fatto. Anche una frase non perfettamente allineata con i dettami del regime può diventare una colpa.

Le mani dei talebani si allungano rapaci
Ma il controllo non passa soltanto dagli strumenti digitali. Si estende alla vita quotidiana, al lavoro, agli aiuti umanitari, persino alle emergenze.

L’Afghanistan è una terra devastata non solo dalle guerre e dal regime dei talebani, ma anche da condizioni climatiche avverse, che alternano periodi di grave siccità a forti piogge e inondazioni, e da frequenti terremoti. È proprio nelle situazioni di maggiore fragilità che, secondo RAWA, il regime mostra ancora una volta il proprio volto disumano, rendendo ancora più difficile la vita di donne e bambini: “Durante l’ultimo terremoto nella provincia di Herat, per esempio, una delle nostre squadre sanitarie che si è recata sul posto ha trovato diverse donne ancora sotto le macerie delle case”, ha spiegato l’attivista RAWA. La loro colpa? Non avere parenti maschi che si occupassero di loro.

E anche quando arrivano gli aiuti, il controllo non viene meno. Secondo le attiviste, gli uomini del regime cercano di speculare sulle calamità imponendo tangenti o sequestrando i medicinali portati dalle ONG per poi ridistribuirli secondo criteri nei quali le donne vengono sistematicamente dopo gli uomini: “A Paktia, una delle aree colpite, alcune volontarie di RAWA sono state obbligate a consegnare i medicinali alle forze locali talebane e hanno intimato ai sanitari: ‘Prima visitate e curate gli uomini, poi potrete occuparvi delle donne’, hanno intimato”.

Il denaro, del resto, sembra essere un altro degli strumenti attraverso cui il potere talebano si esercita sulla popolazione. “Se cerchi di vendere qualcosa per strada devi versare una quota ai talebani”. Le chiamano tasse, ma secondo RAWA si tratta in realtà di vere e proprie tangenti: non si tratta di imposizioni legate al sistema fiscale regolamentato e le somme richieste variano da caso a caso. Chi lavora per strada, come ambulanti o sarti all’aperto, è inoltre costantemente esposto al ricatto: può essere costretto a riferire movimenti sospetti o presunte violazioni dei codici comportamentali per evitare l’arresto, la chiusura dell’attività o una nuova richiesta di denaro.

La corruzione arriva persino alle cerimonie private. In occasione di fidanzamenti e matrimoni, raccontano le attiviste, gli uomini del regime possono presentarsi nell’hotel o nel luogo della celebrazione e chiedere denaro. Solo dopo il pagamento la festa può continuare.

Lo stesso meccanismo coinvolge le ONG che cercano di lavorare a sostegno della popolazione: “Ci sono persone, all’interno del governo talebano, che si occupano proprio di questo: quando l’organizzazione si reca al ministero preposto per l’approvazione del progetto, viene intercettata da queste persone che chiedono di versare determinate somme per essere sicuri che il progetto venga approvato”.

Ma c’è un limite che, spiega RAWA, nemmeno il denaro riesce a superare: quello dei progetti rivolti alle donne. “Una persona che lavora in una di queste organizzazioni ci ha detto che stavano preparando una proposta di progetto rivolto alle donne, ma il governo ha imposto loro di sostituire la parola ‘donna’ con ‘famiglia’”. Anche la parola “donna” è impronunciabile nei documenti ufficiali, a meno che non si tratti di divieti.

Normalizzazione, il mantra dei talebani
Eppure, mentre dentro l’Afghanistan il controllo si fa sempre più pervasivo, all’esterno il regime persegue un obiettivo apparentemente opposto: farsi accettare, diventare normale.

La parola che va per la maggiore in Afghanistan, secondo RAWA, è proprio questa: normalizzazione.

Non soltanto normalizzazione della repressione, delle regole imposte quotidianamente alle donne e delle limitazioni alla libertà, ma normalizzazione dei rapporti con il resto del mondo.

Si sta infatti assistendo a una progressiva normalizzazione delle relazioni internazionali. Il caso più evidente è quello della Russia, che nel luglio 2025 ha riconosciuto ufficialmente il governo talebano, diventando il primo Stato a farlo. Segue a ruota la Cina che, pur mantenendo una posizione più prudente sul piano formale, intrattiene da tempo rapporti diplomatici ed economici con Kabul, con scambi commerciali e cooperazione negli investimenti e nella ricostruzione. E non sono da meno altri paesi come, per esempio, India, Uzbekistan, Kazakhistan ecc.

Una situazione intermedia caratterizza invece le Nazioni Unite. L’ONU non riconosce i talebani come governo legittimo dell’Afghanistan e continua a definirli de facto authorities, ma mantiene con loro un dialogo costante attraverso l’UNAMA e il processo di Doha. Anche l’Unione europea segue una linea simile: non riconosce il regime talebano, ma mantiene un rapporto operativo con le autorità di fatto sia per gli aiuti umanitari sia riguardo migrazione e rimpatrio di afghani.

È una contraddizione solo apparente: il regime non viene formalmente riconosciuto, ma con chi controlla il territorio si tratta. E proprio questo spazio tra mancato riconoscimento e rapporti di fatto offre ai talebani la possibilità di presentarsi sempre più come un interlocutore normale, come il governo con cui, volenti o nolenti, il resto del mondo deve fare i conti.

La normalizzazione, però, non passa soltanto dalle cancellerie. Passa anche dai video.

Accanto alle relazioni con gli Stati e alle interlocuzioni con le organizzazioni internazionali, secondo RAWA è in corso un’intensa attività sui social: decine di video su YouTube, Facebook e TikTok mostrano turisti che passeggiano tranquillamente per le strade di Kabul o visitano il parco nazionale di Band-e Amir. “Gira anche un video dove si vede una donna ballare felice con un uomo in una zona di montagna. Ma sono falsi. Sono video che vogliono far vedere che la sicurezza in Afghanistan è ottima o che la vita è normale, serena. In realtà questi youtuber sono pagati dai talebani per far vedere un Afghanistan che non esiste: parlano solo di cibo, di luoghi per picnic o turistici da visitare. Nessuno di questi video parla di povertà, della violenza contro le donne”.

È l’altra faccia della normalizzazione: non soltanto ottenere relazioni diplomatiche, commercio o interlocuzione internazionale, ma costruire un’immagine del Paese nella quale la repressione scompare dal campo visivo.

Secondo RAWA, anche questo fa parte di un grande progetto per normalizzare il regime dei talebani; normalizzano le diverse regole che vengono imposte quotidianamente contro le donne, contro i bambini, contro tutto il popolo afghano.

Ma le proteste ci sono: esplicite o clandestine
Eppure, sotto questa apparente normalità, qualcosa continua a muoversi.

Una parte della popolazione afghana si ribella, pubblicamente o resistendo clandestinamente.

Nonostante la repressione, le proteste non sono scomparse. Come nel Badakhshan, una provincia nel nord dell’Afghanistan, dove la popolazione ha organizzato manifestazioni pubbliche contro i talebani e il loro regime: “I talebani combattono contro gli abitanti del Badakhshan perché professano una religione diversa, l’ismailismo, e cercano di costringerli a convertirsi”, spiega l’attivista di RAWA. Qualche settimana fa un gruppo armato di opposizione è riuscito a conquistare, seppur solo temporaneamente, il controllo del distretto, ma è anche la gente comune che ha organizzato manifestazioni. E lo stesso è avvenuto nella provincia di Herat, nell’area di Jebrail, popolata soprattutto da hazara: “Le forze di Amr al-Ma’ruf, la polizia morale, hanno arrestato alcune donne in questa zona a causa dell’hijab ‘non conforme’. La popolazione allora ha protestato, ha manifestato per il rilascio di queste donne”.

Ma la ribellione non è soltanto quella visibile nelle manifestazioni, sempre duramente represse. È anche quella invisibile della clandestinità, del lavoro quotidiano di organizzazioni come RAWA: “Se vogliamo continuare il nostro lavoro, dobbiamo essere più forti di coloro che sono al potere. E il modo per essere più forti e preservare le militanti della nostra organizzazione è, in questo momento, condurre lotte clandestine”.

Una clandestinità che permette di far arrivare all’estero la voce dell’Afghanistan e delle donne afghane, di continuare a occuparsi di istruzione attraverso scuole clandestine e di fornire assistenza a una popolazione sempre più stremata.

È un lavoro difficile e pericoloso. I talebani cercano continuamente chi organizza queste attività, chi lavora contro di loro: “Controllano i social media per individuare le attiviste e anche girare per le strade con un telefono in mano può essere rischioso: se ti fermano, te lo controllano” e se trovano qualcosa che non li convince l’arresto è immediato.

Ma proprio qui si trova la contraddizione più forte di questo Afghanistan apparentemente normalizzato: mentre il regime cerca di mostrarsi al mondo come un interlocutore stabile, dentro il Paese continua a reprimere chiunque metta in discussione la sua idea di società.

Le donne di RAWA e delle altre organizzazioni con cui CISDA lavora non si lasciano intimorire. Continuano, con testardaggine, a lavorare perché alle bambine e alle ragazze afghane venga riconosciuto un futuro. Una responsabilità che, anche per chi osserva da lontano, significa prima di tutto non lasciare che quella voce scompaia.

 

“Il regime dei talebani vuole normalizzarsi, la società afghana glielo impedirà”

Krtica, 15 agosto 2026, di redazione

Cinque anni dopo la restaurazione del regime dei talebani con il favore generale delle potenze mondiali, una delle donne afghane in lotta di RAWA racconta una realtà sempre più difficile, ma tutt’altro che normalizzata come vorrebbero i satrapi al potere.

Quello che segue è il racconto, con le sue parole, che un’attivista di RAWA – Revolutionary Association of the Women of Afghanistan – ha rivolto a un gruppo di giornaliste italiane qualche giorno fa, durante una conferenza stampa organizzata dal Coordinamento Italiano di Sostegno Donne afghane, per fare il punto sulla situazione sociale in Afghanistan, non solo riguardo alle donne, a cinque anni dal giorno fatidico in cui il governo americano ha restituito il Paese al regime dei talebani, sconfessando così un quindicennio di guerra “per l’esportazione della democrazia” nel Paese. Ringraziamo le donne in lotta di RAWA e le attiviste del CISDA. Il racconto è in forma anonima per ragioni di sicurezza.

Tra tre giorni, il 15 agosto, saranno passati cinque anni da quando l’imperialismo statunitense ha riportato i talebani al potere.

Cinque anni dopo, i talebani non sono cambiati. L’unica cosa che è cambiata è che sono diventati più spietati. Inoltre, hanno supporto finanziario e accesso alla tecnologia: attraverso questo accesso possono controllare la privacy delle persone.

I talebani hanno anche ricevuto maggiore sostegno internazionale: in definitiva, questa volta i talebani sono stati normalizzati. Inoltre, ancora oggi, alle ragazze è vietato l’accesso alle scuole secondarie e alle università. Le donne sono estromesse dal mondo del lavoro e dalla vita pubblica; i loro movimenti, il loro abbigliamento e persino la loro presenza nella società sono controllati. E non si tratta di qualche singola imposizione, né di una situazione normale, ma di una segregazione sistematica… per questo la chiamiamo apartheid di genere. È l’esclusione e il controllo sistematici delle donne, semplicemente perché sono donne. Non hanno accesso a nulla, come all’istruzione o alla vita pubblica; non possono fare nulla.

Riguardo alla situazione generale della sicurezza in Afghanistan, possiamo constatare che oggigiorno la situazione della sicurezza è così. Le donne rimangono soggette a regole che includono la nostra privacy, i nostri diritti, il nostro lavoro, la nostra istruzione. Non si tratta solo di istruzione, o a volte della loro privacy, dei loro vestiti. Hanno imposto nuove regole, hanno anche vietato la musica.

Un’altra regola che hanno imposto riguarda il lavoro. Non solo è vietato loro l’accesso agli uffici o il lavoro fuori casa, ma è vietato anche il lavoro da casa, come, per esempio, tutto quello che riguarda i trattamenti di bellezze per le donne. Hanno vietato qualsiasi attività produttiva, anche svolgere queste attività in casa è vietato.

Il controllo tecnologico sulle vite delle persone
Gli esempi di utilizzo della tecnologia a fini di controllo sono innumerevoli. Quando vogliamo ottenere una SIM card, dobbiamo mostrare la nostra carta d’identità elettronica, attraverso la quale è possibile ottenere tutte le informazioni, comprese quelle biometriche, che ci riguardano. Inoltre, soprattutto in alcune province lontane dal centro dell’Afghanistan, le donne non possono ottenere SIM card a proprio nome. I talebani vogliono ottenere informazioni sulle famiglie, anche sugli uomini delle famiglie, per controllarli. E questo è uno dei loro modi.

Inoltre, in alcune zone dell’Afghanistan, la rete viene utilizzata per ottenere informazioni quando due o tre persone parlano tra loro. Ad esempio, il Ministero del Vizio e della Virtù utilizza la rete per questo: alcuni operatori di telecomunicazioni, tra cui alcuni funzionari, ascoltano le voci di persone che parlano di questioni specifiche.

Ad esempio, quando ci sono manifestazioni, in alcune province, come quella di Herat, individuano le persone che hanno partecipato alle manifestazioni tramite i numeri delle loro schede SIM. Si rivolgono agli operatori di telecomunicazioni e chiedono loro di fornire le informazioni, le registrazioni vocali di coloro che hanno partecipato alle manifestazioni a Herat, nel Badakhshan e in altre province.

Oggi, in Afghanistan, quando usiamo i nostri telefoni, quando parliamo, quando ci connettiamo, sia che si usi internet o che non la si usi facendo semplici telefonate, i talebani hanno accesso a tutto. Non ci sentiamo a nostro agio a parlare in pubblico, al telefono, nelle diverse applicazioni o reti, proprio per questo motivo, perché hanno accesso a tutto.

Una società comunque sia non sottomessa
I talebani cercano di dipingere la situazione come normalizzata in Afghanistan. Ma le proteste contro il regime sono costanti. Ad esempio, nel Badakhshan, una provincia nel nord dell’Afghanistan, la popolazione ha organizzato manifestazioni pubbliche contro i talebani e il loro regime. I talebani combattono contro gli abitanti del Badakhshan perché professano una religione diversa, l’ismailismo, e cercano di costringerli a convertirsi. Dicono loro che non sono musulmani, che non possono vivere in Afghanistan e che, se vogliono vivere in Afghanistan, devono cambiare religione.

La lotta contro il regime non riguarda solo le donne
Oltre alle manifestazioni ci sono le lotte clandestine, come quelle che proprio RAWA porta avanti da tempo. “Gli uomini sono alleati cruciali nella nostra resistenza. Specialmente gli uomini delle nostre famiglie. Ad esempio, quando mobilitiamo le nostre squadre sanitarie in diverse province dell’Afghanistan, ci avvaliamo dell’aiuto degli uomini della famiglia durante gli spostamenti. Ad esempio, se lavoriamo in team, come nelle attività delle squadre sanitarie, abbiamo il supporto maschile della nostra famiglia.

Durante gli spostamenti, quando i talebani chiedono informazioni sul mahram, il familiare maschio che deve accompagnare le donne, quando chiedono “Avete un maschio della vostra famiglia?”, ad esempio un marito, un fratello o un padre, noi abbiamo persone, i nostri amici, i nostri familiari, che ci aiutano a essere forti, a viaggiare da una provincia all’altra dell’Afghanistan.

E questa lotta, queste attività, senza l’aiuto dei componenti maschili della nostra famiglia, dei nostri gruppi, sarebbero impossibili, perché le donne non possono uscire di casa senza i parenti maschi: uscire dalle loro case, dalle loro stanze. Quindi, in queste attività, i principali aiutanti e sostenitori ci stanno accanto, ci sostengono e ci appoggiano.

Un altro esempio riguarda le famiglie. Ad esempio, in alcune famiglie, alcune persone che lavorano per RAWA hanno figli; quindi, gli uomini aiutano le donne con le faccende domestiche, con la cura dei bambini. Sono cose molto semplici, ma sono di grande aiuto per le donne, perché le rendono forti, capaci di lavorare con una mente lucida e senza lo stress derivante dalle difficoltà domestiche, dai figli, dalle faccende di casa e anche dalle regole dei talebani.

La centralità dell’istruzione femminile
L’attenzione di RAWA si è concentrata soprattutto sull’istruzione femminile in questi decenni, e in particolare durante gli anni in cui i talebani hanno occupato l’Afghanistan.

Ora abbiamo molti corsi in diverse parti dell’Afghanistan. Ad esempio, nella provincia di Farah, a Herat, Bamyan, nel Badakhsha, e anche a Kabul, Jalalabad, e soprattutto a Nangarhar. Abbiamo molti corsi clandestini in queste province, e anche oggi sono attivi e stiamo lavorando su queste attività, perché RAWA si concentra sull’istruzione femminile. Tutti questi corsi sono clandestini.

Gli insegnanti di questi corsi sono persone che conoscono molto bene la popolazione di quelle zone. I talebani hanno interrotto i corsi, hanno arrestato le insegnanti e le controllano attentamente. Ma le insegnanti che tengono le lezioni si sono assunte la responsabilità di gestire autonomamente le situazioni. Ad esempio, nella provincia di Bamyan, abbiamo alcune classi. Quando i talebani sono venuti e hanno chiesto a queste donne: “Cosa fate in queste classi?”, loro hanno risposto che studiano il Corano e hanno mostrato libri che dimostravano che tenevano corsi di Corano.

Inoltre, abbiamo classi anche in alcune zone di Kabul. Si tratta di una zona ben nota, abitata dalla popolazione del Panjshir. I talebani sono venuti e hanno chiesto alla gente: “Cosa fate qui… in questa zona, in questa parte del quartiere?”. Le studentesse hanno risposto che studiavano il Corano. Le insegnanti hanno spiegato loro che, quando qualcuno si avvicina e chiede: “Cosa fate qui?” o “Che tipo di attività svolgete in queste classi?”, bisogna rispondere che si tengono corsi di artigianato, di sartoria o si studia il Corano. Non bisogna mai nominare i corsi di alfabetizzazione, inglese o altre materie.

Complicità imperialistiche
Formalmente, nessuno – tranne Putin, che invece lo riconosce anche formalmente – riconosce il regime talebano. Di fatto, molti governi, comprese le Nazioni Unite, lo riconoscono indirettamente, non fosse altro che facendo arrivare loro dei soldi, sotto forma di aiuti umanitari.

Un altro esempio: quando alcune persone provenienti da fuori dell’Afghanistan, dicendosi visitatori, turisti, girano dei video, ad esempio nella città di Kabul, e mostrano che a Kabul o in Afghanistan non c’è niente, che non ci sono problemi di sicurezza, questo dice al mondo che in Afghanistan va tutto bene. Il mondo, così, non vede i fatti reali. La vera situazione dell’Afghanistan, non la vedono. Anche questo è una sorta di riconoscimento.

E ancora, quando alcune persone dall’estero invitano i talebani alle loro cerimonie, nei loro paesi, è una sorta di riconoscimento nei loro confronti.

Tutto ciò va nella direzione della normalizzazione del regime, e delle diverse regole che il regime applica contro le donne, contro i bambini, contro tutto il popolo afghano.

Un regime corrotto
Una delle attività che RAWA svolge è l’assistenza sanitaria durante situazioni di emergenza, per esempio il recente terremoto a Herat. Durante il terremoto, una delle nostre squadre sanitarie si è recata a Herat e ha trovato alcune donne che erano rimaste sotto le macerie delle case, perché non avendo parenti maschi, non erano state aiutate da nessuno.

Inoltre, la nostra squadra sanitaria si è recata anche nelle province di Samangan e Mazar durante il terremoto: anche in quelle province, le persone più a rischio erano donne e bambini. In queste circostanze abbiamo verificato di persona che i talebani sfruttano le persone che portano sostegno. A Paktia, per esempio, al nostro team di medici, ostetriche e infermieri che portava medicinali, il governo ha detto: “Dovete consegnare quei medicinali a noi e non vi daremo l’opportunità di visitare le persone, ad esempio le donne o i bambini”.

In altri casi intimano di vistare prima gli uomini, e solo dopo le donne. Usano i medicinali e i materiali che diverse ONG forniscono alla popolazione e li distribuiscono loro stessi.

Le ONG che continuano a operare in Afghanistan sono costrette in generale a versare soldi al regime, ma questa pressione di stampo mafioso riguarda tutta la popolazione.

Per esempio, quando vuoi vendere qualcosa per strada, i talebani ti impongono delle regole, ti chiedono soldi per permetterti di vendere la tua frutta, la tua merce. In più, espongono le persone al ricatto, costringendole a riferire di movimenti sospetti e violazioni dei codici comportamentali, pena la chiusura dell’attività o la richiesta di ulteriori tangenti.

I talebani impongono tangenti su tutti gli strati della società, su tutte le attività della società. In alcune cerimonie, ad esempio fidanzamenti o matrimoni, chiedono soldi alle persone che festeggiano il fidanzamento e solo dopo il pagamento, il permesso per la cerimonia viene rilasciato.

Le persone sono stanche di questo stato di cose. E le donne lo sono ancora di più.

Il Ministero del Vizio e della Virtù arresta le donne per strada per questioni legate all’hijab. Una volta trasferite in prigione, subiscono violenze, abusi sessuali e stupri. Sappiamo che alcune donne hanno abortito in ospedale dopo essere state abusate dai talebani in prigione.

Tutto questo è inaccettabile per il popolo afghano. E le proteste e le rivolte non mancano, anche se sono sempre più complicate. Ad esempio, a Herat, alcuni giorni fa, gli abitanti dell’area di Jebrail, dove si concentra la comunità hazara, hanno manifestato contro i talebani. Le forze di Amr al-Ma’ruf, la polizia morale, hanno arrestato alcune donne a causa dell’hijab, e in risposta, la popolazione di Jebrail si è opposta. Si sono ribellati e hanno organizzato manifestazioni contro l’esercito e contro il Ministero del Vizio e della Virtù.

Per noi di RAWA, fin da quando esistiamo, la lotta è la bussola, e continuerà a esserlo. Sappiamo che tutto il popolo afghano rifiuta gli ideali dei talebani, le loro attività e le loro pressioni. Tutti sanno che i talebani e chi li sostiene non lavorano per il popolo afghano. I talebani sono in una rete di accordi con potenze straniere e alleanze straniere.

 

 

Considerare la donna come «onore», la dignità della donna, il corpo della donna

Nimrokh, 10 agosto 2026

Nei giorni scorsi, nel distretto di Yaftal-e Pain, nella provincia di Badakhshan, lampopolazione si è scontrata con i talebani. Negli scontri almeno una persona è stata uccisa e altre due sono rimaste ferite. La gente comune ha attaccato i talebani con pietre e bastoni. Da dove nasceva questa rabbia? Che cosa avevano fatto i talebani perché la popolazione fosse così furiosa da attaccarli a mani nude?

La risposta breve a questa domanda è che, ancora una volta, c’era di mezzo una donna; più precisamente, «il corpo di una donna». A un posto di controllo, i talebani avevano sottoposto una donna a una perquisizione fisica, e ciò era stato percepito dagli abitanti come un affronto al loro onore.

Dal punto di vista giornalistico, la vicenda finisce qui. Ma dal punto di vista sociale e culturale, questa storia ha in Afghanistan una lunga storia alle spalle. Il corpo della donna, in questa terra, è stato molte volte sia una causa capace di incendiare guerre sanguinose, sia un pretesto per mantenerle in vita.

Per esempio, negli anni Ottanta, quando gli agenti del censimento del governo comunista si recarono in un villaggio nel nord dell’Afghanistan, chiesero agli abitanti che anche donne e ragazze si presentassero per essere registrate e sottoposte alla rilevazione delle impronte digitali. Molti abitanti interpretarono questa richiesta come un’aggressione al proprio onore familiare. Per il khan del villaggio, quell’episodio fu sufficiente per presentare
il governo come nemico della religione e dell’onore e per dichiarare obbligatoria la jihad contro di esso.

La guerra ebbe inizio. Gli uomini, secondo la propria percezione, combatterono per difendere il proprio onore. La guerra continuò per anni. Migliaia di donne rimasero vedove, persero i propri figli, furono sfollate, ferite e sopportarono il peso principale della devastazione. Eppure, durante tutti quegli anni, furono in pochi a chiedere alle donne stesse che cosa volessero e per che cosa fossero disposte a pagare un prezzo.

Se per un momento mettiamo da parte la nostra rabbia nei confronti dei talebani, dobbiamo porci una domanda difficile: gli uomini che si sono scontrati con i talebani per difendere quella donna di Badakhshan hanno davvero una concezione diversa della donna? La risposta non è semplice e, per arrivarci, dobbiamo porci anche altre domande.

Perché, quando i talebani hanno impedito a milioni di ragazze di andare a scuola, non si è levata una protesta diffusa da parte degli uomini? Perché, quando alle donne è stato impedito di lavorare, frequentare l’università, viaggiare, andare nei parchi, praticare sport e partecipare alla vita pubblica, non ci sono state rivolte generalizzate? Perché, quando sono stati privati i diritti umani e civili più elementari delle donne, così poche persone sono
state disposte a pagare lo stesso prezzo che oggi pagano per difendere il loro «onore»?

Forse la differenza è racchiusa proprio in una parola: «corpo». In molte società
tradizionali, compreso l’Afghanistan, il corpo della donna è considerato meno come qualcosa che appartiene alla donna stessa e più come qualcosa che appartiene alla famiglia, alla tribù o alla società. Un’aggressione al corpo della donna viene percepita come un’aggressione all’onore degli uomini, non semplicemente come una violazione dei diritti di un essere umano. Per questo le reazioni raggiungono il loro culmine quando il corpo della donna viene toccato o sottoposto al controllo altrui, non quando le vengono negati il diritto all’istruzione, al lavoro, alla scelta o alla libertà.

Questa differenza è sottile, ma decisiva. Un uomo disposto a rischiare la vita per impedire la perquisizione fisica di una donna non è necessariamente lo stesso uomo disposto a pagare un prezzo per il diritto di quella stessa donna all’istruzione o alla libera scelta. Nella sua mente, infatti, la prima cosa significa difendere il proprio onore, mentre la seconda significa difendere un diritto della donna; e, nella cultura patriarcale, le due cose non vengono sempre considerate equivalenti.

In questa prospettiva, la donna, invece di essere una cittadina indipendente, diventa un simbolo dell’onore degli uomini. Il suo valore non viene definito dalla sua volontà e dai suoi desideri, ma dal ruolo che svolge nel preservare la reputazione della famiglia o della tribù.
Il risultato di questa concezione è che il corpo della donna diventa politico, ma la voce della donna no. Si combatte per il suo corpo, ma sono in pochi a combattere per le sue richieste.

Questo, naturalmente, non significa ignorare la rabbia degli abitanti di Yaftal. Ciò che i talebani hanno fatto costituisce una violazione della dignità umana e della privacy di una donna, e la reazione della popolazione è comprensibile. Ma se questa rabbia deve portare a un cambiamento duraturo, deve oltrepassare il confine della difesa dell’«onore» e trasformarsi in difesa dei «diritti». Una società che si indigna soltanto quando il corpo di una donna viene toccato, ma rimane in silenzio di fronte alla sua progressiva esclusione
dall’istruzione, dall’economia, dalla politica e dalla vita pubblica, non ha ancora riconosciuto la donna come essere umano dotato di pari dignità.

Forse la domanda più importante che l’Afghanistan dovrebbe porsi oggi non è perché la popolazione si sia scontrata con i talebani per difendere una donna, ma perché quelle stesse persone siano state molto meno indignate nel difendere il diritto delle donne alla scelta, all’istruzione, al lavoro e a una vita libera.

Finché il corpo della donna sarà un campo di battaglia, mentre la sua voce rimarrà ai margini, la guerra continuerà; forse con le armi, forse attraverso la legge, forse attraverso la tradizione. La vera pace inizierà quando la donna non sarà riconosciuta come «onore» degli uomini, ma come essere umano dotato di diritti, autonomia e voce. Quel giorno non si combatterà più per il corpo della donna: la società avrà imparato a difendere la dignità e la libertà della donna stessa, e non semplicemente quella forma di proprietà che gli uomini sentono di avere sul suo corpo.

 

 

 

Afghanistan, cinque anni di talebani

L’emergenza umanitaria silenziosa e la resistenza delle donne
Articolo 21, Redazione, 7 agosto 2026
Il 15 agosto 2021 i talebani sono tornati al potere in Afghanistan. Kabul ha cambiato volto in poche ore e l’aeroporto è diventato il punto terminale di una fuga disperata. Cinque anni dopo, quelle immagini sono lontane dall’attenzione internazionale, ma la crisi non è finita. Terremoti, rimpatri forzati dall’Iran e dal Pakistan e nuove ostilità nella regione hanno aggravato lo stato di emergenza. Intanto, divieto dopo divieto, le donne sono state escluse dagli studi, da gran parte del lavoro e cancellate dalla vita pubblica, mentre la recente presenza a Bruxelles di rappresentanti tecnici delle autorità talebane ha aperto dure polemiche.

La riduzione degli aiuti internazionali rischia ora di interrompere attività già operative, disperdere competenze e radicare ulteriormente il sistema di esclusione.

«Dopo cinque anni di crisi, non si tratta soltanto di rispondere all’emergenza, ma di preservare le possibilità di ripresa e impedire che gli effetti dei divieti diventino irreversibili. Ogni donna che riesce ancora a formarsi, lavorare e produrre reddito mantiene aperta una possibilità di ricostruzione per l’intero Paese», racconta Arianna Briganti vicepresidente di NOVE Caring Humans.

Senza fondi si perde ciò che è già stato costruito

Nel 2025 il Piano di risposta umanitaria per l’Afghanistan ha ricevuto soltanto il 41 per cento delle risorse richieste. Le sanzioni finanziarie e l’isolamento del sistema bancario continuano inoltre a rendere difficili e costosi i trasferimenti di denaro, mentre inflazione, disoccupazione e aumento delle tasse riducono ulteriormente la capacità di sopravvivenza delle famiglie.

Subito dopo il ritorno dei talebani, NOVE Caring Humans ha partecipato all’evacuazione insieme al Governo italiano, nell’ambito dell’operazione Fazzoletto Rosso, e ha organizzato dal Kuwait un ponte aereo per mettere in salvo collaboratori e collaboratrici e altre persone a rischio. Questo ci ha portati ad attivare in Italia una serie di percorsi per accompagnare i rifugiati nell’inserimento sociale e professionale per la ricostruzione della vita quotidiana e l’accesso all’autonomia.

Parallelamente abbiamo deciso di restare in Afghanistan, per non abbandonare il nostro team e le comunità sostenute.

Di fronte al collasso economico, la nostra organizzazione ha attivato una risposta di emergenza su più fronti: distribuzione di cibo, legna e stufe per l’inverno, assistenza sanitaria e sostegno alle spese essenziali.

La perdita del lavoro e l’indebitamento hanno aumentato il rischio di matrimoni precoci, vendita delle figlie e sfruttamento minorile. Per questo gli aiuti sono stati concentrati sulle donne capo famiglia, sulle strutture di accoglienza e protezione per bambine e bambini e su interventi capaci di impedire che la povertà produca conseguenze irreparabili. Un’attenzione specifica è stata rivolta alle persone con disabilità, per le quali alle difficoltà economiche si sono aggiunti l’annullamento delle precedenti pensioni di invalidità e l’indebolimento dei servizi di riabilitazione.

Ricalcolare l’intervento

Con la progressiva esclusione delle donne dal lavoro e dalla vita pubblica, NOVE ha ripensato il proprio intervento utilizzando il patrimonio di competenze, relazioni e conoscenza del territorio maturato nell’hub di formazione e imprenditoria femminile di Kabul prima del 2021, che aveva accompagnato al lavoro centinaia di donne. Su questa esperienza ha sviluppato e fatto approvare nuovi progetti di formazione e di sostegno alle imprese gestite da donne.

Le oltre 10.000 licenze commerciali oggi intestate a donne, rispetto alle circa 600-1.000 precedenti al 2021, raccontano però una contraddizione: meno del 7 per cento delle afghane risulta occupato e molte hanno aperto microattività dopo essere state licenziate o escluse dalle professioni. L’impresa è spesso ciò che resta dopo che molte altre porte si sono chiuse.

Anche queste attività sono esposte a mobilità limitata, scarso accesso al credito, carenze energetiche e all’aumento delle imposte. Come racconta Alberto Cairo, presidente di NOVE, “la riscossione raggiunge perfino i più piccoli banchi di vendita, riducendo margini economici già minimi”.

Dalla singola impresa alla creazione di un ecosistema femminile

Il Women Business Prize, con centinaia di candidature provenienti dalla maggior parte delle province, ci ha permesso di conoscere un tessuto imprenditoriale femminile inedito e diversificato. Un osservatorio sui bisogni, sugli ostacoli e sul potenziale di sviluppo nei diversi territori dal quale è nato She Means Business. Un laboratorio di formazione, mentoring e confronto nel quale le imprenditrici condividono strumenti, esperienze e soluzioni. Questo perché un’attività isolata rimane fragile, mentre una rete può rafforzare competenze, accesso ai mercati e capacità di produrre reddito.

«I modelli devono essere solidi e replicabili, ma la loro applicazione parte sempre dall’analisi dei bisogni locali. Le priorità emergono dal confronto con le comunità e ogni intervento viene adattato al contesto, per produrre risultati e rispondere concretamente alle esigenze delle persone coinvolte», spiega Elena Noacco co-fondatrice di NOVE.

A Daikundi, una provincia nel cuore dell’Afghanistan, su richiesta delle imprenditrici del mercato femminile, stiamo installando un impianto fotovoltaico per assicurare energia alle attività commerciali. Nelle province orientali, rurali e più conservatrici, abbiamo invece formato le famiglie, e in particolare le donne, nell’allevamento e nella trasformazione e conservazione degli alimenti, destinati sia al consumo familiare sia alla vendita.

Investire in formazione, lavoro, cura e protezione non equivale a rendere l’Afghanistan dipendente dagli aiuti. Significa invece preservare competenze, reti e opportunità cruciali per il rilancio del Paese. Continuare a sostenere questi interventi significa impedire che quel futuro venga cancellato.

Dall’apartheid razziale all’apartheid di genere

Attiviste per i diritti delle donne in Sudafrica lanciano una campagna per il riconoscimento dell’apartheid di genere in Afghanistan

Rukhshana Media, 7 agosto 2026

Un gruppo di attiviste sudafricane per i diritti delle donne ha lanciato una campagna per il riconoscimento dell’apartheid di genere in Afghanistan sotto il dominio dei talebani.

La campagna è stata lanciata recentemente, alla vigilia del 9 agosto, la Giornata nazionale delle donne in Sudafrica, dalla Gauteng ANC Women’s League, in coordinamento con la campagna “End Gender Apartheid” (“Porre fine all’apartheid di genere”).

Le attiviste sudafricane per i diritti delle donne hanno dichiarato: «Stando al fianco delle donne e delle ragazze afghane che resistono all’unico sistema di apartheid di genere al mondo, rendiamo omaggio a quell’eredità».

Hanno scritto che la lotta delle donne e delle ragazze afghane per il riconoscimento dell’apartheid di genere è una lotta comune a tutti e che le donne sudafricane si schierano al fianco delle donne afghane.

Le attiviste sudafricane hanno aggiunto: «Dall’apartheid razziale all’apartheid di genere, la solidarietà rimane la nostra più grande forza». Hanno chiesto libertà, uguaglianza e giustizia.

Giornata nazionale delle donne

Il 9 agosto 1956, più di 20.000 donne marciarono a Pretoria, la capitale amministrativa del Sudafrica, per protestare contro le leggi discriminatorie sui lasciapassare in vigore durante l’epoca dell’apartheid. Da allora, il 9 agosto viene celebrato in Sudafrica come la Giornata nazionale delle donne.

Durante i suoi cinque anni di governo del Paese, i talebani hanno emanato decine di decreti contro i diritti e le libertà fondamentali delle donne, impedendo loro di accedere al lavoro, all’istruzione e alle attività sociali e politiche.

Le organizzazioni per i diritti umani e le attiviste per i diritti delle donne hanno descritto le restrizioni imposte dai talebani alle donne in Afghanistan come “apartheid di genere” e hanno chiesto che venga formalmente riconosciuto.

 

Quando le donne escono di casa, “Satana è in agguato”

Rukhshana Media, 7 agosto 2026

I talebani hanno affermato che le donne non dovrebbero uscire di casa senza il permesso del marito, avvertendo che, quando una donna esce, «Satana è in agguato».

La direttiva, diffusa il 6 agosto 2026 dal Ministero talebano della Promozione della Virtù, della Prevenzione del Vizio e degli Affari Hajj e Religiosi, stabilisce inoltre che le donne hanno l‘obbligo religioso di obbedire ai propri mariti e di servirli.

I talebani hanno ordinato agli imam delle moschee di diffondere queste nuove indicazioni durante la preghiera del venerdì. Il documento è intitolato «L’importanza e la necessità di proteggere il sistema familiare dal punto di vista dell’Islam».

«Ogni volta che una donna esce di casa, Satana rivolge la sua attenzione verso di lei e rimane in agguato», si legge nel documento.

La direttiva afferma inoltre che tra i diritti del marito vi sarebbe quello di tenere la moglie in casa: in altre parole, sostiene che una donna non dovrebbe uscire e comparire in pubblico senza il suo permesso.

La donna è “awrah”

Secondo il documento, la donna viene definita “awrah”, un termine islamico generalmente utilizzato per indicare le parti del corpo che devono essere coperte e non esposte. I talebani hanno già definito in precedenza anche la voce femminile come “awrah”, sostenendo che le donne non dovrebbero parlare in pubblico.

La direttiva riconosce inoltre la poligamia e stabilisce che gli uomini che hanno più di una moglie devono «trattare le proprie mogli con giustizia».

Le nuove indicazioni arrivano dopo anni di decreti e restrizioni imposti dai talebani sui diritti e sulle libertà delle donne. Le donne afghane sono già sottoposte a severe limitazioni: devono coprirsi completamente il volto quando escono di casa, in molte circostanze devono essere accompagnate da un mahram, cioè un parente maschio con cui non possono sposarsi, e non possono accedere a numerosi spazi pubblici e ricreativi.

La nuova direttiva invita inoltre le donne a essere pazienti di fronte alla povertà e alle difficoltà economiche e a non discutere con altre persone dei problemi finanziari della propria famiglia.

Il documento dovrebbe essere diffuso nelle moschee durante la preghiera del venerdì, trasformando di fatto queste indicazioni religiose in ulteriori pressioni sociali e familiari sulle donne.

“Le hanno sfigurato il volto”: come il regime talebano ha inaugurato una nuova era di donne uccise

Un’indagine su 231 casi di femminicidio mette in luce la grave situazione in Afghanistan, dove gli uomini sono autorizzati a uccidere senza subire alcuna punizione, mentre i loro crimini vengono insabbiati dallo Stato.

Khadija Haidary, Zahra Nader, Hura Omar, Atousa Azar per Zan Times, The Guardian,  7 agosto 2026

In un messaggio vocale registrato settimane prima di morire, Liza Shams, 33 anni, chiede a un parente di pregare per lei. “Non c’è fine ai miei giorni di sventura”, dice. “Pregate che Dio umili Hasib [suo marito, Hasibullah Sarwari] davanti al mondo intero per quello che mi ha fatto”. In una seconda registrazione, descrive di essere stata picchiata da Sarwari mentre era incinta, poi tenuta isolata per giorni, ferita al punto da non riuscire a mangiare né a parlare. “Sono una donna, va bene, non dovrei parlare di quello che succede a casa mia”, dice. “Ma non ce la faccio più”.

Nel pomeriggio del 1° febbraio, i vicini di Liza sentirono delle urla e allertarono la polizia. Poco prima, il padre di Liza, Shamsuddin Shams, aveva ricevuto una videochiamata dalla figlia. Le sue ferite erano scioccanti: “Aveva la mascella rotta e riusciva a malapena a parlare”, racconta, ma era riuscita a far capire che il marito l’aveva picchiata di nuovo. Shamsuddin chiamò immediatamente le sue altre due figlie che abitavano nelle vicinanze, le quali arrivarono a casa e la portarono all’ospedale Rahmat di Kabul. Circa un’ora dopo il loro arrivo, Liza morì.

Il referto sulla sua morte mostra che il volto di Liza è stato sfigurato. La TAC evidenzia fratture multiple agli zigomi e alle pareti dei seni paranasali, un quadro lesivo compatibile con un trauma contusivo di notevole entità al viso. Le fotografie del suo corpo e il referto dell’esame obiettivo, effettuato la sera stessa della sua morte, documentano estesi lividi, lesioni e gonfiore su viso e corpo.

Nonostante la gravità delle ferite, il referto forense indica come probabile causa di morte l’ingestione di veleno per topi, precisando che non è stata eseguita un’autopsia su richiesta della famiglia (il padre di Liza afferma che la richiesta proveniva dai suoceri).

Shamsuddin Shams, convinto che sua figlia Liza sia stata uccisa dal marito in Afghanistan. Foto: Christopher Thomond/The Guardian
La famiglia del marito non ha risposto alle domande, ma ha sostenuto che Liza si sia tolta la vita e che i lividi sul suo corpo siano un effetto collaterale del veleno. In Afghanistan, il suicidio viene spesso indicato come causa di morte nei casi in cui le donne muoiono in circostanze violente, una definizione che in genere implica che nessuno verrà ritenuto responsabile del decesso. Il padre di Liza crede che la sua morte sia stata un omicidio.

Uno schema chiaro

I talebani non raccolgono dati sul numero di donne afghane uccise ogni anno. L’ufficio del procuratore generale, che in passato si occupava di raccogliere queste informazioni, è stato abolito nel 2023.

Per misurare ciò che lo Stato non vuole misurare, i giornalisti di Zan Times, un collettivo di reporter che lavorano sotto copertura in Afghanistan, hanno raccolto casi di donne uccise in 10 delle 34 province afghane da quando i talebani sono saliti al potere nell’agosto 2021, basandosi su 174 casi riportati dai media locali, nonché su 57 casi documentati direttamente dai giornalisti ma precedentemente non segnalati. L’indagine ha rivelato che in tutto l’Afghanistan le donne vengono uccise in casa da mariti, padri e fratelli, in un sistema che garantisce praticamente l’impunità per il crimine. Molti casi non vengono mai registrati ufficialmente.

Il team ha documentato 231 casi, di cui 53 sono stati dichiarati suicidi. Le province con il maggior numero di vittime registrate sono state Jawzjan (36), Herat (32), Badakhshan (28) e Ghazni (26). L’età delle vittime variava da bambine di appena cinque anni a donne di 65. Sette vittime su dieci – 165 su 231 – erano casalinghe senza reddito proprio o possibilità di sporgere denuncia per violenza domestica. La maggior parte dei casi si è verificata nell’abitazione della vittima. Nell’intero campione, sono stati registrati solo 58 arresti. Più di un caso su cinque è stato ufficialmente dichiarato suicidio, anche in presenza di prove significative di omicidio. Solo un quarto dei 231 omicidi ha portato ad un arresto, ma anche in questi casi il sospettato è stato spesso rilasciato, a volte anche solo un giorno dopo l’arresto.

I giornalisti hanno scoperto una serie di decessi che, secondo i familiari o i testimoni, erano stati causati da violenza domestica, ma che venivano ufficialmente registrati come suicidi.

Un operatore sanitario di Jawzjan ha affermato che molte delle donne decedute e portate in ospedale, e classificate come vittime di suicidio, presentavano evidenti segni di percosse e i loro corpi erano coperti di ferite e lividi.

Freshta Emady, 33 anni, dipendente di un’agenzia delle Nazioni Unite a Kabul , è stata trovata morta nella sua abitazione il 31 maggio. Secondo quanto riferito, il marito avrebbe dichiarato alla polizia talebana che la moglie si era suicidata, adducendo come motivazione un problema psichiatrico.

La sua famiglia e i suoi amici, tuttavia, credono che sia stata uccisa dal marito. Cinque persone che la conoscevano hanno affermato che Freshta, data in sposa a 17 anni, aveva subito percosse, strangolamenti e un controllo totale per 15 anni. Una collega ha raccontato che Freshta aveva descritto il marito mentre la strangolava ripetutamente e le diceva: “Ti taglio la gola”.

Pericolo per le famiglie che intervengono

Spesso, le famiglie delle ragazze che cercano di intervenire in difesa delle proprie figlie possono andare incontro a conseguenze mortali. A Kandahar, una ragazza di 14 anni è stata uccisa dopo essere stata data in sposa a un uomo molto più anziano. Il marito era violento e lei era fuggita dalla famiglia del padre. Quando lui si è presentato per costringerla a tornare a casa nell’ottobre del 2024, lei si è rifiutata. Lui ha estratto una pistola e l’ha uccisa. Anche il fratello minore, accorso in suo aiuto, è stato colpito e ucciso una settimana dopo.

I talebani aprirono un fascicolo, ma suo marito, un membro attivo del gruppo, non fu mai arrestato.

Nel mese di maggio, nella provincia di Sar-e-Pol, Sara, di 16 anni, e sua madre, Chaman, medico formatasi in Iran, sono state uccise a colpi d’arma da fuoco da un funzionario talebano locale che aveva costretto Sara a un fidanzamento forzato. Quando Chaman si è rifiutata di consegnare la figlia senza la dote concordata, l’uomo l’ha picchiata con il fucile e, mentre Sara correva verso la madre, ha sparato a entrambe. È stato catturato dopo una caccia all’uomo e si trova tuttora in carcere.

Il nuovo codice penale dei talebani prevede una pena massima di 15 giorni di reclusione per il marito che picchia la moglie fino a provocarle lesioni visibili come fratture o ferite. Tuttavia, se la moglie si reca a casa dei familiari senza il permesso del marito e questi non la riportano a casa su richiesta, sia la moglie che la sua famiglia rischiano tre mesi di carcere. Il codice crea un quadro giuridico in cui cercare rifugio dalla violenza domestica comporta una punizione peggiore della violenza stessa.

Anche prima dell’avvento dei talebani, le donne afghane subivano violenza di genere con una frequenza quasi tre volte superiore alla media globale. L’Indice di genere 2024 dell’Afghanistan , pubblicato da UN Women nel giugno 2025, ha rilevato che nel 2018 quasi il 35% delle donne afghane ha denunciato di aver subito violenza da parte del partner nell’ultimo anno, rispetto a una media globale del 13%.

Da quando i talebani hanno preso il potere, le già scarse tutele per le donne vittime di violenza sono state eliminate. Dopo l’agosto 2021, i talebani hanno sciolto il Ministero per gli Affari delle Donne, la procura speciale per i reati di violenza contro le donne e la rete nazionale di centri di accoglienza. Circa 250 giudici donne sono state rimosse dalla magistratura; le procuratrici donne sono state rimandate a casa.

La legge afghana non consente più alle donne di essere parte diretta in un procedimento legale, impedendo così alle madri di ottenere giustizia per le proprie figlie. Nella provincia di Takhar, Shamsia (nome di fantasia), madre di una ragazza di 23 anni accoltellata e data alle fiamme dal marito nel maggio 2025, ha dichiarato di essere stata obbligata dal tribunale locale a trasferire la procura al marito affinché portasse avanti il ​​caso “perché una donna non può essere parte diretta in una petizione o in un fascicolo processuale”. A distanza di mesi, il caso non ha fatto alcun progresso.

Ciò che i numeri non mostrano

I nostri reporter non sono riusciti a intervistare la maggior parte delle famiglie delle donne uccise. La paura ha chiuso molte porte; in diverse province, i giornalisti hanno ricevuto minacce anche solo dopo aver tentato di mettersi in contatto con loro. I 231 casi presenti in questo set di dati non rappresentano il totale dei femminicidi in Afghanistan, ma forniscono solo un’istantanea dei potenziali omicidi, delle dinamiche che li rendono possibili e dell’impunità di cui godono molti assassini.

Il caso di Liza Shams sarà probabilmente deciso da un tribunale talebano. Suo padre, che nutre poche speranze che qualcuno venga ritenuto responsabile, si è rivolto ai social media, pubblicando registrazioni, filmati ospedalieri e documenti in una campagna per ottenere giustizia per sua figlia.

Shams afferma che aver parlato apertamente ha già avuto un costo. Le sue figlie, che hanno accompagnato Liza in ospedale, sono state successivamente convocate dai talebani e ora si sono nascoste. “È perché abbiamo parlato con i media, i talebani non vogliono che questioni come questa diventino di dominio pubblico.”

Tra le registrazioni rese pubbliche dal padre c’è un messaggio vocale che Liza ha inviato al cognato, in cui parla del suo matrimonio e della sua vita.

“Mi sento soffocare”, dice. “Soffro di queste cose. Ci provo ogni giorno, ci provo ogni giorno, ma non funziona. La nostra vita non può continuare così. Non voglio che la nostra vita sia piena di amarezza. I miei figli stanno crescendo, ci guarderanno e vedranno che stiamo lottando. Ma non può andare avanti così.”

* I giornalisti dello Zan Times in Afghanistan scrivono sotto pseudonimi per la loro sicurezza. Sophia Malek, Tarana Mohammadi, Simon Denmarkjo, Atia Farazar, Faranak, Horia, Roya, Tamga, Maria, Gawharshad, Raha e Nahid hanno contribuito a questo rapporto.

Herat rompe la paura e protesta. Anche se la risposta dei Talebani è stata rapida e brutale

La città afghana a giugno è stata teatro di manifestazioni senza precedenti nei tempi recenti, registrando in piazza uomini e donne insieme contro il regime. Sono stati dispersi con violenza, tra morti, feriti e sequestri. L’attacco non è solo una reazione ma anche il tentativo di mantenere e consolidare l’apartheid di genere, soffocando una dei centri più liberi e progressisti del Paese. Il sostegno in Italia del Cisda

Beatrice Biliato, Altreconomia, 17 luglio 2026

La repressione a giugno delle proteste di Herat segna uno dei più gravi episodi di violenza compiuti dai Talebani negli ultimi mesi. Le manifestazioni sono nate spontaneamente dopo l’arresto di numerose donne accusate di non indossare l’abbigliamento imposto dal regime. Alla protesta hanno partecipato donne e uomini, un fatto inedito dall’agosto 2021, uniti dallo stesso slogan: “Istruzione, lavoro, libertà”.

La risposta dei Talebani è stata immediata e brutale: uso delle armi, arresti, rastrellamenti e intimidazioni nei confronti della popolazione. Riportiamo le testimonianze di chi era presente, come quella di Fatima (nome di fantasia), attivista di Rawa, l’associazione per i diritti delle donne sostenuta dal Coordinamento italiano a sostegno alle donne afghane (Cisda).

“Durante la manifestazione i Talebani hanno sparato. Io sono arrivata dopo ma ho visto bambini ancora traumatizzati dalla violenza e dalle scene a cui avevano assistito. Il quartiere è abitato in gran parte da hazara (gruppo etnico che vive principalmente nella zona centrale del Paese, ndr). Erano arrivati armati: hanno fatto chiudere i negozi, vietato di andare in moschea e ordinato a tutti di restare in casa. Ma la gente non ha obbedito ed è scesa in strada. I Talebani hanno circondato la folla e l’hanno minacciata con le armi. Le donne indossavano il chador iraniano ma un talebano ha detto che non era accettabile. Hanno aperto il fuoco e due donne sono state uccise. Hanno anche impedito a chi era presente di riprendere la scena con il cellulare. È difficile descrivere la paura che ho visto nelle donne e nei bambini. È stato ucciso anche un bambino e un giovane ferito è morto perché i soccorsi sono stati impediti. I Talebani minacciavano chiunque cercasse di prestare aiuto. Il giorno dopo hanno effettuato rastrellamenti e arrestato diverse persone. Per la liberazione sono state chieste somme di denaro molto elevate. Sappiamo che molte donne arrestate sono state violentate in carcere e che alcune si sono suicidate per la vergogna”.

La testimonianza descrive una repressione che non si limita a disperdere una manifestazione ma colpisce indiscriminatamente un’intera comunità, impedendo persino i soccorsi e la documentazione di quanto accade.

La violenza con cui i Talebani hanno reagito non può essere letta soltanto come la risposta a una protesta. Si inserisce nella più ampia strategia con cui il regime sta consolidando il proprio sistema di apartheid di genere e di controllo sociale.

Herat occupa una posizione particolare nella storia dell’Afghanistan. È una città che, rispetto ad altre aree del Paese, ha conosciuto una maggiore partecipazione femminile alla vita pubblica, nell’istruzione, nel lavoro e nella cultura. Anche il modo di vestire delle donne è tradizionalmente diverso da quello imposto oggi dal regime.

Proprio per questo Herat rappresenta un banco di prova. Colpire una realtà storicamente più aperta significa verificare fino a che punto sia possibile estendere a tutto il Paese un modello fondato sulla paura, sull’obbedienza e sulla cancellazione progressiva delle donne dalla vita pubblica.

L’obiettivo dei Talebani va ben oltre la punizione delle presunte violazioni del codice di abbigliamento o delle altre norme imposte alle donne. La repressione è parte di una strategia più ampia, finalizzata a creare un clima di paura permanente capace di modificare i comportamenti dell’intera popolazione.

Non è sufficiente vietare alle donne di studiare, lavorare o muoversi liberamente: il regime punta a fare in modo che siano le donne, le loro famiglie e le comunità ad accettare queste limitazioni come inevitabili, fino a trasformarle in una normalità.

È questo il meccanismo attraverso cui si consolida l’apartheid di genere: il controllo non viene esercitato soltanto dalla polizia morale ma viene progressivamente interiorizzato dalla società. Le famiglie diventano responsabili della sorveglianza delle donne; gli uomini sono chiamati a rispondere del comportamento delle proprie parenti; la paura sostituisce gradualmente la coercizione diretta. Quando questo processo si radica, il regime ha sempre meno bisogno di intervenire con la forza perché il controllo viene esercitato dalla società stessa.

L’obiettivo, tuttavia, è ancora più profondo. I Talebani mirano a fare in modo che la cancellazione delle donne dalla vita sociale venga interiorizzata dalle donne stesse come una condizione naturale, fino a diventare un’autolimitazione che non richiede più una coercizione costante. Per questo la paura di uscire di casa, di esporsi nello spazio pubblico o di trasgredire, anche inconsapevolmente, le regole assume un ruolo centrale. Le donne sanno che il prezzo di ogni presunta trasgressione sarà pagato dall’onore dell’intera famiglia, che sarà esposta al giudizio e alla stigmatizzazione. Il risultato perseguito è che siano le donne stesse a scegliere l’isolamento, rinunciando progressivamente non solo alla possibilità di ribellarsi, ma persino alla memoria di un’esistenza diversa.

Per questo i Talebani considerano particolarmente pericolose anche le forme più minime di resistenza femminile. Ogni gesto di dissenso può rappresentare il punto di partenza di una mobilitazione più ampia e deve quindi essere soffocato sul nascere attraverso il terrore. Le violenze avvenute a Herat sembrano rispondere precisamente a questa logica: non soltanto reprimere una protesta ma inviare un messaggio all’intera popolazione. Chiunque metta in discussione l’ordine imposto rischia il carcere, la violenza, la sparizione forzata e di trascinare nel disonore anche la propria famiglia.

L’obiettivo finale non è soltanto ottenere obbedienza ma impedire che sopravviva la possibilità stessa di immaginare un’alternativa. Il sistema di dominio deve apparire come l’unico ordine possibile.

In questa prospettiva assumono un’importanza decisiva anche le nuove generazioni. I bambini e i ragazzi nati dopo il ritorno al potere dei Talebani stanno crescendo senza aver conosciuto un Afghanistan diverso. Molti di loro frequentano esclusivamente scuole e madrase controllate dal regime, dove ricevono un’educazione improntata all’ideologia fondamentalista. Per loro questa rischia di diventare l’unica normalità possibile.

Nonostante la repressione, la protesta di Herat ha avuto eco internazionale. In numerose città del mondo la diaspora afghana ha organizzato manifestazioni di solidarietà, sostenute da istituzioni o promosse spontaneamente da donne e uomini costretti a lasciare il Paese.

Anche a Roma il 21 giugno si è svolta una manifestazione alla quale ha aderito il Cisda, insieme alla comunità afghana e ad altre realtà solidali. Testimonianze, poesie, racconti, canti, danze e brevi performance teatrali hanno dato voce a chi continua a resistere. Tra i gesti più significativi è stato riproposto il “Signal for help”, il segnale internazionale utilizzato per chiedere aiuto in modo silenzioso, divenuto simbolo della lotta contro la violenza sulle donne.

Le persone che hanno abbandonato l’Afghanistan hanno ricordato che l’esilio non interrompe il legame con il proprio Paese. Continuano a sostenere la popolazione afghana, in particolare le donne, mantenendone viva la voce e chiedendo il ripristino dei diritti fondamentali.

Per i Talebani la paura è uno strumento di governo. Per chi continua a mobilitarsi, dentro e fuori l’Afghanistan, rompere il silenzio rappresenta invece la prima forma di resistenza.

Beatrice Biliato fa parte del Coordinamento italiano a sostegno delle donne afghane (Cisda)

Il 75% delle ONG accetta le condizioni dei talebani per operare


Siyar Sirat, Amu Tv,15 luglio 2026

Un nuovo sondaggio ha rilevato che le restrizioni imposte dai talebani alle donne, unite alla diminuzione dei finanziamenti internazionali, stanno sottoponendo le organizzazioni umanitarie in Afghanistan a una pressione crescente. L’indagine ha rilevato che il 75% delle organizzazioni umanitarie ha accettato le condizioni imposte dai talebani per poter continuare a operare e mantenere l’impiego delle donne.

Il sondaggio, condotto dal Gender Coordination Group e dall’Humanitarian Access Working Group, ha raccolto le risposte di 122 organizzazioni umanitarie attive in tutte le 34 province del Paese, tra cui 102 ONG afghane, 14 ONG internazionali e sei agenzie delle Nazioni Unite.

Sebbene il 45% delle organizzazioni abbia dichiarato di continuare a operare pienamente con personale sia femminile sia maschile, il 28% ha riferito di operare solo parzialmente con team misti. Un ulteriore 14% ha affermato di operare ormai interamente o prevalentemente con personale maschile, a testimonianza delle crescenti restrizioni alla partecipazione delle donne nel lavoro umanitario.

La restrizione più comunemente segnalata è stata l’obbligo per le operatrici umanitarie di viaggiare accompagnate da un mahram, ossia un tutore maschio. Il 61% delle organizzazioni ha dichiarato che le donne necessitano ora di un accompagnatore maschile in situazioni in cui in precedenza potevano spostarsi autonomamente, con un aumento di otto punti percentuali rispetto al sondaggio precedente.

Quasi la metà degli intervistati (49%) ha affermato che il personale femminile manifesta una crescente preoccupazione per le restrizioni alla libertà di movimento e per l’obbligo di rispettare determinati codici di abbigliamento. Il 46% ha riferito che, in alcune province, le donne non possono più recarsi negli uffici; il 39% ha dichiarato che le donne non possono più partecipare alle missioni ufficiali sul campo; e il 30% ha affermato che non è più consentito alle donne svolgere attività di sensibilizzazione nelle comunità, riducendo così la capacità delle organizzazioni di raggiungere le beneficiarie.

L’indagine ha rilevato che il 16% delle operatrici umanitarie lavora oggi da casa, rispetto al 14% registrato nel sondaggio precedente. Tra coloro che lavorano da remoto, l’81% è impiegato presso le Nazioni Unite, l’11% presso ONG afghane e organizzazioni della società civile e l’8% presso ONG internazionali.

Allo stesso tempo, le organizzazioni hanno segnalato un forte aumento del numero di donne impiegate direttamente sul campo anziché negli uffici. La quota di donne che si spostano dalla propria abitazione ai luoghi delle attività sul campo è salita dal 36% del sondaggio precedente al 66%, riflettendo i cambiamenti operativi adottati per conformarsi alle restrizioni imposte dai talebani.

Le restrizioni legate al genere sono state segnalate con maggiore frequenza nella provincia di Herat, dove il 36% delle organizzazioni ha riferito difficoltà di accesso, seguita da Kabul (31%), Nangarhar (22%), Kandahar (20%) e Kunar (17%).

Crescente ingerenza talebana

Il sondaggio documenta inoltre una crescente ingerenza da parte dei talebani.

Il 28% delle organizzazioni ha dichiarato che il personale femminile è stato fermato da funzionari del Ministero talebano per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio durante gli spostamenti da e verso il luogo di lavoro. Il 25% ha riferito di visite dei talebani negli uffici per ispezionarli e verificare il rispetto delle direttive imposte.

Nel frattempo, il 36% ha affermato che nuove restrizioni stanno ostacolando la registrazione e l’attuazione dei progetti, mentre il 29% ha segnalato interferenze da parte delle autorità talebane locali al di fuori dei meccanismi di coordinamento concordati. Il 45% ha dichiarato che le autorità concedono deroghe soltanto per attività specifiche.

L’indagine ha inoltre individuato una nuova tendenza. Il 15% delle organizzazioni ha riferito che le autorità talebane hanno sospeso attività svolte da donne a favore di donne in spazi riservati esclusivamente alle donne, mentre il 26% ha dichiarato di non aver ricevuto nuove istruzioni né di aver incontrato nuovi ostacoli operativi.

Le agenzie umanitarie hanno inoltre segnalato crescenti ostacoli di natura amministrativa.

Il 38% ha dichiarato di incontrare difficoltà nell’ottenere permessi di lavoro per il personale femminile. Il 67% ha riferito problemi nella registrazione o nell’attuazione di progetti di sensibilizzazione e di sostegno psicosociale. Il 27% ha incontrato difficoltà nella registrazione di progetti con la parola “donne” nel titolo, mentre il 25% ha affermato che i progetti che impiegano personale femminile afghano incontrano ostacoli nella registrazione. Un ulteriore 23% ha denunciato minacce dirette rivolte alle donne per il fatto di lavorare o partecipare ad attività umanitarie.

Nel complesso, il 48% delle organizzazioni ha dichiarato che tali restrizioni hanno ridotto la loro capacità di raggiungere donne e ragazze bisognose di assistenza.

Colpite soprattutto le ong guidate da donne

La carenza di finanziamenti ha aggravato ulteriormente queste difficoltà.

Più della metà delle organizzazioni (54%) ha dichiarato di aver licenziato personale afghano a causa dei tagli ai finanziamenti dei donatori. Il 46% ha riferito che alcuni progetti sono terminati una volta esauriti i fondi disponibili, mentre il 44% ha dichiarato di aver ridotto salari e benefit. Un altro 44% ha affermato di non essere più in grado di coprire i costi aggiuntivi legati all’impiego delle donne, inclusi il trasporto e le spese connesse all’obbligo del tutore maschio.

Anche le restrizioni stesse hanno costretto molte donne a lasciare il lavoro umanitario. Il 12% delle organizzazioni ha dichiarato che dipendenti donne si sono dimesse a causa delle restrizioni imposte dai talebani, mentre il 13% ha riferito di aver licenziato personale femminile direttamente a causa di tali restrizioni.

Nel complesso, l’83% delle organizzazioni ha affermato che i tagli ai finanziamenti hanno inciso sul personale, sull’attuazione dei progetti o sulla capacità di sostenere donne e ragazze. Solo il 17% ha dichiarato di non aver subito alcun impatto.

Le organizzazioni guidate da donne sono state particolarmente colpite. Solo il 35% ha riferito di aver ricevuto nuovi finanziamenti per progetti dal dicembre 2025, con un calo di 11 punti percentuali rispetto al sondaggio precedente.

Per continuare a operare, le agenzie umanitarie si sono adattate sempre più ai requisiti imposti dai talebani. Il 68% ha istituito luoghi di lavoro separati per il personale maschile e femminile, il 65% fornisce trasporto o sostegno economico alle donne che viaggiano accompagnate da un tutore maschio e il 58% impiega le donne esclusivamente in incarichi sul campo anziché in attività d’ufficio.

L’indagine ha rilevato che il 75% delle organizzazioni ha accettato le condizioni imposte dai talebani — tra cui la segregazione di genere, l’obbligo del tutore maschio e le restrizioni sui luoghi in cui le donne possono lavorare — al fine di mantenere occupato il personale femminile. Il 57% ha dichiarato di fare affidamento sui leader delle comunità locali per negoziare l’accesso con le autorità talebane del territorio.

Nonostante questi sforzi, le organizzazioni avvertono che il contesto operativo continua a deteriorarsi. La carenza di finanziamenti resta il principale ostacolo di lungo periodo alla partecipazione delle donne al lavoro umanitario, mentre le restrizioni imposte dai talebani continuano a limitare la libertà di movimento, l’occupazione e l’accesso umanitario delle donne.

Il rapporto conclude che la combinazione tra il rafforzamento del controllo da parte dei talebani e la progressiva riduzione dei finanziamenti internazionali rende sempre più difficile per le organizzazioni umanitarie mantenere l’assistenza destinata alle donne e alle ragazze afghane in tutto l’Afghanistan.

Arrestata Khatera Jami, libraia online di Herat

Mohya Omid, Shafaq Hamrah, 17 luglio 2026

Fonti a Herat riferiscono che Khatera Jami, blogger e libraia online, è stata arrestata dai talebani la scorsa settimana. Secondo le fonti, non si hanno ancora informazioni sul luogo in cui è detenuta né sulle sue condizioni.

Prima della chiusura delle università, Khatera Jami studiava sociologia presso l’Università di Herat. Dopo il divieto imposto alle donne di proseguire gli studi universitari, aveva creato una pagina dedicata alla vendita online di libri, che oggi conta circa 88.000 follower. Attraverso questa pagina cercava di garantire ai giovani, in particolare a donne e ragazze, l’accesso ai libri e al materiale di studio.

Jami aveva inoltre fondato un caffè-libreria riservato alle donne a Herat, che i talebani hanno chiuso nel novembre 2024.

Secondo fonti vicine a Khatera Jami, anche prima dell’ultimo arresto era stata convocata più volte dai talebani a causa delle sue attività online e della vendita di libri. Durante questi interrogatori avrebbe ricevuto avvertimenti riguardo alla sua attività sui social media.

L’esame della sua pagina Instagram mostra che, dopo il suo arresto, tutte le fotografie e i video personali sono stati rimossi. Non è ancora chiaro chi abbia effettuato queste modifiche.

Aveva creato un modo per accedere ai libri

Un attivista culturale di Herat, che ha chiesto di restare anonimo per ragioni di sicurezza, afferma che l’arresto di Khatera Jami ha aumentato la preoccupazione di molte donne e ragazze.

Ha dichiarato: «Per molte ragazze Khatera non era soltanto una libraia; aveva creato un modo per accedere ai libri. Non sappiamo più come vivere. Ogni giorno usciamo di casa con la paura che questa volta possa toccare a noi. Quando una persona viene arrestata per i libri e per le sue attività culturali, nessuno si sente più al sicuro.»

Diversi attivisti della società civile affermano che l’arresto di Khatera Jami aumenta le preoccupazioni per l’ulteriore limitazione delle attività delle donne. Secondo loro, in un contesto in cui molti spazi culturali per le donne sono già scomparsi, colpire chi opera nel settore del libro riduce ulteriormente le possibilità di accesso a libri e materiali di studio.

Questo avviene mentre, dal 6 giugno 2026, i talebani hanno iniziato ad arrestare donne e ragazze a Herat con l’accusa di non rispettare quello che definiscono il “codice di abbigliamento islamico” da loro imposto, una misura che ha suscitato reazioni da parte delle organizzazioni per i diritti umani e delle Nazioni Unite.

La paura di dover tacere

Maryam (nome di fantasia), 26 anni, residente a Herat, afferma che negli ultimi mesi gli arresti di donne sono diventati motivo di preoccupazione quotidiana per molte famiglie, ma che l’arresto di donne attive pubblicamente nei settori culturale e sociale ha aggravato ulteriormente la situazione.

Ha dichiarato: «Non si tratta soltanto dell’arresto di una donna; oggi qualsiasi donna può diventare un bersaglio. Ma quando viene arrestata una persona conosciuta che ha lavorato apertamente per anni, nasce la paura di dover tacere. È come se volessero dimostrare che ormai nessun ambito è più sicuro per le donne.»

A circa una settimana dall’arresto di Khatera Jami, non sono ancora state diffuse informazioni ufficiali sul suo stato o sul luogo di detenzione. Numerosi suoi sostenitori e attivisti della società civile hanno espresso preoccupazione e chiesto il suo rilascio immediato, oltre a chiarimenti sulla sua situazione.

Mohya Omid è redattrice di Afghanistan Women’s Voice ( صدای زنان افغانستان,  è un media online indipendente focalizzato quasi esclusivamente sulla condizione delle donne afghane sotto il regime talebano)