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Tag: Diritti delle donne

Manifestazione contro i talebani in tutto il mondo

Afghanistan International, 14 giugno 2026

La polizia di Amburgo ha confermato ad Afghanistan International che alla manifestazione di sabato contro i talebani nella città hanno partecipato centinaia di persone. La polizia ha stimato la presenza di circa 600 partecipanti. I manifestanti, tuttavia, sostengono che il numero reale fosse superiore a 3.000.

Questo raduno fa parte di una vasta ondata di proteste organizzate dagli afghani in diverse città del mondo, dall’Asia all’Europa fino al Canada, in sostegno delle donne e degli uomini che hanno manifestato a Herat.

Ad Amburgo si è svolta una delle più grandi manifestazioni della giornata. I partecipanti hanno scandito lo slogan «Istruzione, lavoro, libertà», esprimendo il loro sostegno alle proteste di Herat. Nello stesso tempo si sono tenute manifestazioni simili anche a Berlino, Norimberga (Baviera) e Stoccarda.

Proteste «per l’essere umano e le sue sofferenze»

Farhad Darya, noto artista afghano, ha dichiarato durante il raduno di Amburgo che questo incontro dimostra che le donne afghane non sono sole. Secondo lui, queste proteste riguardano «l’essere umano e le sue sofferenze»: madri che non conoscono il destino dei propri figli e ragazze il cui unico desiderio è poter camminare liberamente per strada.

Lo slogan «Istruzione, lavoro, libertà» è stato ripetuto anche a Stoccarda. Nello stesso giorno si sono svolte manifestazioni a sostegno delle donne afghane in Iran, Toronto e in varie città europee.

Richiesta di interrompere i rapporti con i talebani

A Stoccarda i manifestanti hanno chiesto al governo tedesco di interrompere ogni rapporto diplomatico con i talebani. Secondo loro, l’interazione dei Paesi europei con il regime talebano ha incoraggiato ulteriormente la repressione delle donne.

I critici hanno inoltre richiamato l’attenzione sulla situazione delle rappresentanze afghane in Germania, sostenendo che alcune di esse sarebbero sotto l’influenza o il controllo di diplomatici vicini ai talebani, contribuendo così alla normalizzazione dell’attuale situazione in Afghanistan.

«Le donne portano le bare sulle spalle, il mondo resta in silenzio»

A Parigi i manifestanti hanno gridato: «Le donne portano le bare sulle spalle, il mondo resta in silenzio», denunciando quella che considerano l’indifferenza della comunità internazionale verso la condizione delle donne afghane.

Anche a Madrid una donna afghana ha criticato duramente la situazione dei diritti umani in Afghanistan, affermando che, mentre donne e uomini vengono arrestati nelle loro case, la comunità internazionale non dovrebbe rimanere in silenzio.

A Helsinki cittadini afghani e attivisti si sono riuniti davanti al Parlamento finlandese chiedendo un’azione concreta della comunità internazionale a difesa dei diritti delle donne afghane.

A Toronto i manifestanti hanno scandito «No ai talebani» e «Istruzione, lavoro, libertà», chiedendo al governo canadese di sostenere la criminalizzazione dell’«apartheid di genere» in Afghanistan. Alla manifestazione hanno partecipato anche alcuni cittadini iraniani e canadesi.

In Iran, infine, continuano le proteste degli afghani a Teheran e Mashhad. Negli ultimi giorni i manifestanti si sono radunati davanti all’ambasciata e al consolato afghano controllati dai talebani. A Mashhad, tuttavia, la polizia ha impedito una delle manifestazioni. I promotori affermano di aver richiesto regolarmente l’autorizzazione, senza però ottenerla.

 

Dopo gli arresti, i talebani impongono nuove restrizioni alle scuole femminili di Herat.

Amu TV, 13 giugno 2026, di Bais Hayat

Secondo fonti locali, i talebani hanno imposto nuove restrizioni alle scuole femminili e ai seminari religiosi di Herat, mentre la loro repressione contro le donne e il dissenso pubblico continua ad attirare l’attenzione nazionale e internazionale.

Fonti hanno riferito sabato ad Amu TV che la polizia morale talebana, o PVPV, ha avvertito i dirigenti di diversi istituti scolastici femminili che potrebbero essere chiusi se le studentesse non si conformassero alle norme di abbigliamento imposte dai talebani.

Secondo le fonti, i requisiti includono indossare un chador da preghiera, un velo che copra il viso e dei calzini. Gli esecutori morali talebani avrebbero anche avvertito le studentesse più grandi, che le “autorità” considerano aver raggiunto la pubertà, di non frequentare la scuola o le lezioni religiose senza l’abbigliamento prescritto.

Diverse famiglie di Herat hanno affermato che avvertimenti simili sono stati recapitati agli amministratori scolastici nei giorni scorsi. Alcuni genitori hanno detto che persino alle bambine è stato comunicato che non potranno frequentare le lezioni se non indosseranno l’abbigliamento richiesto.

Le misure arrivano a pochi giorni dall’arresto, da parte dei talebani, di almeno 30 donne a Herat per presunte violazioni delle norme sull’abbigliamento, un episodio che ha scatenato rare proteste pubbliche e una crescente ondata di indignazione internazionale.

Alcune ragazze di Herat hanno raccontato ad Amu TV che la paura di essere arrestate le ha spinte a evitare i luoghi pubblici e a uscire di casa solo quando strettamente necessario.

Crescente preoccupazione per le restrizioni

Le ultime restrizioni coincidono con le segnalazioni di un’intensificazione delle misure di contrasto nei confronti delle donne in tutta la provincia.

Medici Senza Frontiere (MSF) ha dichiarato venerdì che una sua collaboratrice a Herat è stata detenuta per due giorni con l’accusa di aver violato le norme sull’abbigliamento imposte dai talebani mentre si recava al lavoro presso un ospedale sostenuto da MSF.

L’organizzazione ha affermato che il dipendente è stato rilasciato solo dopo aver firmato, insieme ai familiari, un impegno scritto a rispettare uno specifico codice di abbigliamento imposto dai talebani.

Medici Senza Frontiere ha definito l’incidente allarmante e ha avvertito che le crescenti restrizioni imposte alle donne stanno compromettendo sia l’accesso all’assistenza sanitaria sia la possibilità per le professioniste del settore medico di lavorare.

L’ONU condanna l’uso della forza

Anche le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per gli sviluppi a Herat, in particolare per la reazione dei talebani alle proteste seguite agli arresti.

“La situazione è ovviamente molto preoccupante”, ha dichiarato venerdì Stéphane Dujarric, portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. “Non si dovrebbe mai usare la forza letale contro manifestanti pacifici”.

Ha affermato che le Nazioni Unite continueranno a monitorare attentamente la situazione.

Secondo la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA), i disordini sono iniziati dopo che la polizia morale ha arrestato almeno 30 donne a Herat tra il 6 e il 7 giugno.

Gli arresti hanno scatenato manifestazioni nel quartiere di Jebrail. L’UNAMA ha confermato che almeno un ragazzo è stato ucciso da colpi d’arma da fuoco durante le proteste e ha dichiarato di star indagando su una seconda vittima.

Da allora, Human Rights Watch, UN Women e un gruppo di esperti delle Nazioni Unite in materia di diritti umani hanno criticato la gestione delle proteste da parte dei talebani e hanno chiesto che i responsabili vengano chiamati a risponderne.

Concentrarsi sulla prevenzione delle proteste

Questi sviluppi si verificano mentre i leader talebani sembrano sempre più concentrati sulla prevenzione di ulteriori disordini.

Fonti avevano precedentemente riferito ad Amu TV che una recente riunione di gabinetto presieduta dal leader supremo dei talebani Hibatullah Akhundzada a Kandahar aveva incluso discussioni sulla prevenzione della nascita e della diffusione di proteste organizzate.

Il portavoce principale dei talebani ha poi affermato che Akhundzada ha sfruttato l’incontro per sottolineare l’importanza di attuare pienamente i suoi decreti.

Secondo una dichiarazione rilasciata dai talebani, Akhundzada ha incaricato i funzionari talebani di promuovere gli insegnamenti religiosi, sostenere la pietà, prevenire ciò che ha definito comportamenti immorali e garantire la piena attuazione delle direttive da lui impartite.

Nel frattempo, il Fronte per la Libertà dell’Afghanistan, un gruppo armato anti-talebani, ha rivendicato la responsabilità di un attacco avvenuto giovedì sera contro membri della polizia morale talebana nei pressi di una delle sue sedi a Herat.

Il gruppo ha affermato che tre ufficiali talebani incaricati della sicurezza morale sono stati uccisi e altri due feriti. I talebani non hanno commentato la notizia. Fonti hanno riferito ad Amu TV che l’attacco è avvenuto, ma non hanno fornito dettagli su eventuali vittime.

Gli abitanti di Herat affermano che le forze di sicurezza talebane rimangono massicciamente schierate anche giorni dopo le proteste.

Secondo fonti locali, le pattuglie e i posti di blocco talebani continuano a operare in tutta la città, contribuendo a creare un clima di paura tra molti residenti, in particolare donne e ragazze.

«Diritti e libertà»: due morti nelle proteste in Afghanistan

Avvenire, 10 giugno 2026

Una nuova ondata di arresti per non aver indossato correttamente il velo scatena la protesta a Herat: uomini e donne in piazza, la repressione è durissima

Gridavano “Educazione Lavoro Libertà” mentre bastonate e frustate si abbattevano su di loro. Le Forze di sicurezza hanno sparato, ferendo diversi manifestanti e uccidendo due di loro, uno dei quali è un ragazzo. Le notizie e i video che agenzie indipendenti hanno pubblicato nelle ultime ore mostrano una rarissima manifestazione a difesa dei diritti delle donne a Herat, la terza città dell’Afghanistan, nel nord-ovest del Paese. A colpire è che martedì a fianco delle donne sono scesi in strada gli uomini, poi violentemente dispersi dai taleban a colpi di armi da fuoco e bastoni. Secondo alcuni testimoni la polizia ha sparato alla testa, al petto e alle gambe dei manifestanti. La protesta è nata spontaneamente dopo la nuova ondata di repressione che ha portato all’arresto, nelle scorse settimane, di oltre 30 donne nella provincia di Herat perché indossavano il velo in modo non conforme alle prescrizioni dell’Emirato islamico. La polizia morale da giorni ha intensificato i controlli nelle automobili e nei carretti per verificare il rispetto delle norme che vietano di truccarsi e di mostrare il volto. Una infermiera, riporta Asianews, è stata arrestata dopo il turno di lavoro nonostante fosse accompagnata dal marito, come peraltro impone la legge.

La Missione dell’Onu per l’Afghanistan (Unama) si è detta «allarmata dall’uso eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza de facto afghane». Saeed Masoud Hussaini, portavoce della polizia di Herat, dal canto suo ha accusato i manifestanti di voler «turbare l’ordine pubblico». Le persone «hanno tentato di radunarsi e creare tensioni con il pretesto di protestare contro questioni legate all’osservanza del codice di abbigliamento hijab», ha dichiarato il portavoce. Ma in ballo c’è ben di più del velo, e il grido di chi coraggiosamente è sceso in strada a Herat lo ricorda: c’è il diritto di studiare, interdetto alle ragazze dopo i 12 anni, di lavorare e poter decidere sulla propria vita.
Secondo il rapporto trimestrale presentato dal segretario generale delle Nazioni unite, António Guterres, al Consiglio di sicurezza, tra febbraio e aprile 2026 l’Unama, la missione dell’Onu in Afghanistan, ha registrato 3.687 incidenti legati alla sicurezza, con un aumento del 57,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le formazioni armate ostili ai talebani restano attive in diverse province. Il Fronte nazionale di resistenza, il Fronte nazionale di mobilitazione e il Green Trend Movement hanno rivendicato complessivamente 18 attacchi, sedici dei quali sono stati confermati dalle Nazioni unite. Pur non rappresentando una minaccia concreta al controllo territoriale esercitato dai talebani, questi gruppi continuano a operare attraverso lanci di razzi, attacchi con granate e assalti contro posti di blocco e convogli di sicurezza. Il rapporto denuncia inoltre il persistere di gravi violazioni dei diritti umani. Nei tre mesi presi in esame sono state registrate cinque uccisioni di ex membri delle forze di sicurezza afgane, venti casi di detenzione arbitraria e otto episodi di tortura o maltrattamenti. Le autorità talebane hanno inoltre eseguito 228 fustigazioni pubbliche, che hanno coinvolto 29 donne, 196 uomini e tre minori accusati di reati come adulterio, gioco d’azzardo, consumo di alcol o relazioni omosessuali.

Dall’Afghanistan all’Everest: la storica scalata di Zakia Ahmad offre speranza alle donne afghane

Besmellah Zahidi, Kabul Now, 1 giugno 2026
Il 21 maggio, Zakia Ahmad, conosciuta come “River”, ha raggiunto la vetta del Monte Everest, diventando la prima donna afgana a scalare la montagna più alta del mondo. Per River, l’Everest non è mai stato solo una questione di scalare una montagna.

Il suo viaggio verso la vetta del mondo è stato segnato da guerre, sfollamenti, dolore e sopravvivenza. Molto prima di raggiungere la cima dell’Everest, aveva trascorso gran parte della sua vita affrontando restrizioni e difficoltà.

Per molti afghani, soprattutto donne e ragazze che vivono sotto le restrizioni dei talebani, il successo di River è diventato più di un semplice traguardo sportivo. Ha offerto una rara immagine di possibilità in un momento in cui alle donne in Afghanistan è stato precluso l’accesso all’istruzione, allo sport e a molte forme di vita pubblica.

River ha condiviso per la prima volta gran parte della sua storia personale con Etilaatroz in un’intervista pubblicata ad aprile, mentre si preparava per la spedizione sull’Everest. All’epoca, aveva già scalato il Monte Bianco, la vetta più alta delle Alpi, e si stava allenando per quella che ha descritto come la sfida più difficile della sua vita. Poche settimane dopo, ha raggiunto la cima.

Possibilità limitate per le ragazze

Nata negli anni ’90 nel villaggio di Jodari, nel distretto di Jaghori, nella provincia di Ghazni, River è cresciuta in un ambiente in cui le opportunità per le ragazze erano limitate fin dalla tenera età. Camminava per ore ogni giorno per andare a scuola, aiutando al contempo la sua famiglia con il bestiame, i lavori agricoli e le faccende domestiche. Nell’intervista rilasciata a Etilaatroz, ha ricordato di aver preso coscienza delle restrizioni di genere per la prima volta da bambina.

«Volevo arrampicarmi sugli alberi e saltare da grandi altezze», ha detto. «Ma mia madre mi fermava dicendo: siccome sei una ragazza, non puoi fare queste cose».

Crescendo, River comprese sempre di più come la discriminazione di genere plasmasse la vita quotidiana in Afghanistan. Le donne lavoravano fianco a fianco con gli uomini in condizioni difficili, disse, ma venivano comunque private della stessa libertà e delle stesse opportunità. Come molte ragazze, ci si aspettava che accettasse un futuro plasmato dalle aspettative sociali e dal matrimonio.

River, tuttavia, ha continuato a proseguire gli studi.

Dopo aver terminato gli studi, si è trasferita a Kabul. Ha studiato brevemente giornalismo all’Università di Kabul prima di ottenere una borsa di studio per proseguire gli studi in India, dove ha conseguito una laurea in Economia aziendale e successivamente un master in Relazioni internazionali. La vita lì non è stata facile. Lavorava di notte in un call center, studiava di giorno e aiutava a sostenere la famiglia.

L’aggressione

Durante i suoi studi in India, River ha condotto ricerche sulle esperienze delle donne afghane a Delhi, che, a suo dire, erano spinte dalla povertà e dallo sfollamento verso lo sfruttamento. Durante questo lavoro, è stata aggredita da un uomo mascherato armato di coltello, riportando una cicatrice sulla fronte. Nonostante il pericolo, ha continuato a intervistare le donne con la speranza di pubblicare le loro storie in un libro.

River ha poi raccontato a Outside Online e New Lines Magazine di essere sopravvissuta a un attacco dei talebani nel 2014 mentre si recava a Kabul per l’università. Secondo il suo racconto, alcuni talebani armati fermarono l’autobus su cui viaggiava e aprirono il fuoco sui passeggeri. Riuscì a sopravvivere fingendosi morta dopo essersi cosparsa il viso di sangue. Dodici passeggeri furono uccisi e lei fu una delle sole tre sopravvissute.

Il trauma l’ha segnata per anni.

“Porto sempre con me quella parte dell’aggressione”, ha dichiarato a New Lines Magazine . “A volte, nei miei sogni, vedo due uomini armati che mi vengono incontro e cercano di uccidermi.”

River ha continuato la sua vita dopo l’attentato. Ma la morte del fratello minore, Ahmad Wali, l’ha segnata profondamente.

Nel 2022, River e la sua famiglia si sono trasferiti in Australia con visti umanitari. Sei mesi dopo, Ahmad Wali si è suicidato.

Il dramma familiare

Nell’intervista rilasciata a Etilaatroz, River ha parlato del dolore che ne è seguito. Si è isolata dalla vita quotidiana, ha interrotto molte delle sue attività e ha vissuto un periodo da senzatetto dopo aver perso il fratello a cui era più legata.

“Comprendiamo solo che la sua decisione ha avuto un retroscena complesso”, ha detto.

Prima della sua morte, Ahmad Wali e River parlavano spesso di natura, montagne e sogni, al di là delle difficoltà che avevano vissuto. Quelle conversazioni si rivelarono poi fondamentali per il suo percorso alpinistico.

«Io e mio fratello eravamo molto legati», ha raccontato a Etilaatroz. «Parlavamo quasi sempre della vita, del futuro e dei nostri sogni comuni. Una volta, eravamo in cima a una collina e guardavamo giù. Mi disse: “Guarda quanto è bella la natura”. Poi aggiunse che le Alpi e l’Everest sarebbero stati più mozzafiato di qualsiasi altro posto. Gli promisi che lo avrei accompagnato nella scalata».

Dopo la sua morte, River ha detto che quei ricordi le sono rimasti impressi.

«Il dolore e le difficoltà mi avevano schiacciata», ha detto. «Le montagne erano il mio ultimo rifugio… Quando sono tornata in montagna, ho sentito che mi accoglievano con tutto il mio dolore, e ho ritrovato me stessa».

L’alpinismo contro il dolore

L’alpinismo è diventato per lei un modo per tornare a vivere dopo la perdita.

Inizialmente, per lei l’alpinismo non era una questione di record o riconoscimenti. Le montagne le offrivano un luogo dove elaborare il dolore e ritrovare un senso di scopo.

In Australia, River iniziò ad allenarsi seriamente, cercando di conciliare lavoro e difficoltà economiche. L’alpinismo richiedeva notevole resistenza fisica, preparazione e risorse finanziarie, ma lei non si arrese.

Prima di scalare l’Everest, River aveva già conquistato diverse vette in Nepal e in Europa, tra cui il Monte Bianco, la montagna più alta delle Alpi. L’impresa le aveva dato la fiducia necessaria per credere che il sogno che un tempo condivideva con suo fratello potesse diventare realtà.

Per River, l’Everest portava anche un messaggio per le donne e le ragazze in Afghanistan, le cui vite sono state sempre più limitate sotto il regime talebano.

Un messaggio per le donne afghane

Prima di partire per l’Everest, River ha detto a Etilaatroz che il suo messaggio alle donne in Afghanistan era di non smettere mai di perseguire le proprie aspirazioni.

“Ognuno ha delle capacità”, ha affermato. “Con impegno e perseveranza, possono realizzare i propri sogni.”

La preparazione per la scalata dell’Everest ha richiesto mesi di allenamento, raccolta fondi e sacrifici. Prima di tentare la vetta, ha scalato altre cime in Nepal per prepararsi all’alta quota e alle condizioni estreme.

Il 21 maggio, l’obiettivo che aveva descritto a Etilaatroz è diventato realtà.

Zakia Ahmad “River” ha raggiunto la vetta del Monte Everest, diventando la prima donna afgana a mettere piede sulla cima più alta del mondo.

La sua ascensione aveva un significato che andava ben oltre l’alpinismo. Come disse a Etilaatroz prima della spedizione: “Come molte donne in Afghanistan, ho affrontato molte difficoltà. Ma non mi sono mai arresa.”

 

Herat, i talebani minacciano arresti per violazione del codice di abbigliamento femminile

Siyar Sirat, AMU Tv, 6 giugno 2026

Secondo fonti locali e un documento ottenuto da Amu TV, la Direzione talebana per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio a Herat ha avvertito le famiglie di assicurarsi che le donne rispettino il codice di abbigliamento imposto dai talebani, pena l’arresto.

La Direzione per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio dei Talebani a Herat ha avvertito le famiglie che devono assicurarsi che le donne rispettino il codice di abbigliamento imposto dai Talebani, altrimenti rischiano la detenzione, secondo fonti locali e un documento ottenuto da Amu TV.

Campagna di controllo intensificata

La direttiva, una copia della quale è stata condivisa con Amu TV, invita i membri maschi della famiglia a impedire che le donne compaiano in pubblico senza quello che i Talebani definiscono un hijab appropriato.

Secondo il documento, le donne viste in pubblico senza un velo da preghiera, con il volto scoperto, con abiti aderenti o truccate potrebbero essere fermate dagli agenti talebani incaricati della moralità e trasferite in una struttura di detenzione femminile.

Il documento cita disposizioni della Legge talebana sulla Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, la cosiddetta “legge sulla moralità”, e afferma che i tutori maschi sono responsabili di garantire che le donne delle loro famiglie rispettino il codice di abbigliamento prescritto. Il testo avverte che le violazioni potrebbero comportare azioni legali e il trasferimento delle donne in strutture di detenzione.

La direttiva sottolinea sia l’applicazione delle norme talebane sull’abbigliamento sia la responsabilità dei parenti maschi per l’aspetto delle donne in pubblico, avvertendo che il mancato rispetto delle regole potrebbe portare alla detenzione e al deferimento alle autorità giudiziarie talebane.

L’ordine segnalato coincide con la diffusione di una registrazione audio a Herat che, secondo fonti locali, sarebbe collegata agli incaricati talebani della moralità. Nella registrazione, l’oratore afferma che la misura è stata adottata in seguito a una riunione delle autorità talebane locali e che entrerà in vigore sabato.

L’audio incarica inoltre i rappresentanti dei quartieri e gli imam delle moschee di informare i residenti sulle nuove misure.

Posti di blocco per controllare l’abbigliamento

I residenti affermano che negli ultimi mesi gli incaricati talebani della moralità hanno già intensificato il controllo sull’abbigliamento femminile a Herat attraverso posti di blocco nelle zone più trafficate della città.

Secondo fonti locali, sono stati istituiti posti di controllo in aree come Shahr-e-Naw, la rotatoria 29 Hoot, Bakrabad e la strada di Lailami, dove veicoli e taxi sono stati fermati e perquisiti.

I residenti hanno riferito che gli agenti della moralità hanno detto alle donne fermate ai posti di blocco che il loro abbigliamento non rispettava gli standard imposti dai Talebani.

Campagne di controllo simili erano già state segnalate in precedenza a Kabul e in altre parti dell’Afghanistan.

Da quando sono tornati al potere nell’agosto 2021, i Talebani hanno imposto ampie restrizioni alle donne e alle ragazze. Le organizzazioni per i diritti umani affermano che il gruppo ha emanato oltre 100 decreti che limitano l’accesso delle donne all’istruzione, al lavoro, agli spazi pubblici e ad altri aspetti della vita pubblica.

Tra queste restrizioni figurano il divieto per le ragazze di proseguire gli studi oltre la sesta classe, il divieto per le donne di frequentare l’università, limitazioni alla formazione medica e restrizioni al lavoro femminile presso organizzazioni non governative e agenzie delle Nazioni Unite.

I Talebani sostengono che le loro politiche siano coerenti con la loro interpretazione della legge islamica e dei valori culturali afghani, mentre le Nazioni Unite e le organizzazioni per i diritti umani hanno ripetutamente invitato i Talebani a revocare queste misure e a rispettare i diritti delle donne e delle ragazze.

Mestruazioni: il dolore non è fisico, è sociale

Muhadisa Ibrahimi,  8 AM Media, 3 giugno 2026

Nel nostro corso di inglese, noi cinque eravamo diventate amiche molto strette. Ogni venerdì ci riunivamo a casa di una di noi per esercitarci a parlare inglese. Questi incontri non riguardavano solo l’apprendimento della lingua; ci avvicinavano anche l’una all’altra e ci davano l’opportunità di parlare di argomenti di cui raramente avevamo la possibilità di discutere nella vita quotidiana. A volte parlavamo del futuro, a volte dei nostri sogni e altre volte delle sfide che le ragazze affrontano nella società.

Lo scorso venerdì era il nostro turno di ospitare l’incontro a casa nostra. Le mie amiche arrivarono alle 12:40. Preparai il tè e, sorridendo, dissi: «Mentre porto il tè, scegliete l’argomento di oggi».

Quando tornai, vidi che nessun argomento era stato ancora scelto. Tutte sembravano perse nei propri pensieri. Un silenzio tranquillo riempiva la stanza, interrotto solo dal lieve rumore del ventilatore. Ognuna di noi stava riflettendo su qualcosa. Improvvisamente, la mia mente tornò a un’esperienza a cui avevo assistito tempo prima, un’esperienza che aveva cambiato la mia comprensione delle mestruazioni.

Una nostra conoscente era una ragazza le cui condizioni erano diventate molto gravi a causa di complicazioni legate alle mestruazioni. La sua famiglia considerava la questione vergognosa e si rifiutava di portarla da un medico. Soffrì forti dolori per giorni, ma nessuno prese sul serio la sua condizione. Quando finalmente riuscimmo, dopo molte insistenze, a portarla da un medico e a farle fare degli esami, risultò chiaro che la sua situazione era peggiorata in modo pericoloso. Il medico disse che, se fosse stata portata più tardi, avrebbe potuto subire gravi conseguenze.

Quel giorno capii che l’ignoranza e il silenzio possono talvolta essere più pericolosi del dolore stesso.

Anni di silenzio

Ricordando quell’episodio, mi voltai verso le mie amiche e dissi: «Parliamo oggi delle mestruazioni».

Per un momento ci fu silenzio. Alcune di loro si sentirono imbarazzate, altre abbassarono lo sguardo, ma gradualmente l’atmosfera si aprì e la conversazione ebbe inizio. Una delle mie amiche disse: «Non sono mai riuscita a parlare tranquillamente di questo argomento a casa». Un’altra aggiunse: «Quando sto male a scuola, non oso nemmeno spiegare il motivo del mio malessere».

Le loro parole mi colpirono profondamente. Come poteva qualcosa di così naturale rimanere nascosto dietro tanto silenzio e tanta vergogna? Con calma dissi: «Le mestruazioni non sono una malattia. Sono una parte naturale del nostro corpo. Sono un segno di crescita e maturità, non qualcosa di cui vergognarsi».

Tutte tornarono a tacere. Sembrava che ognuna di noi fosse ritornata con la mente alle proprie esperienze personali. In quel momento capii che non stavamo semplicemente discutendo di un argomento; stavamo parlando di anni di silenzio.

Una delle mie amiche disse sottovoce: «Il problema non è solo il dolore; il problema è che abbiamo imparato a rimanere in silenzio nel dolore». Le sue parole mi rimasero impresse. Perché una ragazza che soffre dovrebbe restare in silenzio invece di ricevere sostegno? Perché qualcosa di così naturale dovrebbe diventare un segreto?

In silenzio con dolore

Guardai la mia tazza di tè e continuai: «Come ragazze, proviamo dolore ogni mese, eppure andiamo avanti. Studiamo, lavoriamo, sorridiamo e continuiamo a impegnarci per il futuro. Questa non è debolezza; è forza».

Gradualmente l’atmosfera nella stanza cambiò. Il silenzio iniziale lasciò spazio al dialogo. Ognuna di noi aveva esperienze che forse non aveva mai condiviso prima. Mi sentii come se un grande peso fosse stato sollevato dalle nostre menti.

Poi decidemmo non solo di parlare di questo tema, ma anche di sensibilizzare le altre persone. Decidemmo che, se avessimo incontrato una ragazza che si vergognava del proprio dolore, le saremmo state accanto. Le avremmo detto che le mestruazioni non sono vergognose, non sono un peccato e non sono un segno di debolezza, ma una parte naturale del ciclo della vita.

Una delle mie amiche disse: «Se diventiamo consapevoli, forse possiamo aiutare anche altre ragazze». Le sue parole ci diedero speranza. Comprendemmo che il cambiamento inizia sempre da un piccolo gruppo. Quel giorno la nostra sessione di pratica dell’inglese forse non si svolse come al solito, ma imparammo qualcosa di molto più importante. Imparammo che parlare del dolore può essere l’inizio della consapevolezza. Imparammo che il silenzio non è sempre un segno di rispetto; a volte è un segno di paura e ignoranza.

Il silenzio è paura e ignoranza

Dopo che le mie amiche lasciarono casa nostra, continuai a pensare a lungo alla nostra conversazione. Sentivo che non eravamo semplicemente cinque ragazze sedute attorno a un tavolo; eravamo la voce di ragazze che hanno vissuto nel silenzio per anni.

Alcune ferite non sono causate dalla malattia, ma dall’ignoranza e dal giudizio delle persone. Se ci fosse maggiore consapevolezza, se le famiglie rispondessero con comprensione invece che con vergogna e se le scuole educassero gli studenti su questo argomento, molte sofferenze potrebbero essere ridotte.

Nessuna ragazza dovrebbe vergognarsi del proprio corpo. Nessuna ragazza dovrebbe soffrire in silenzio. Le mestruazioni sono un processo naturale della vita; sono un segno della forza del corpo femminile, un segno di maturità, crescita e continuità della vita.

Verrà un giorno in cui le ragazze potranno parlare del proprio corpo senza paura, parlare del proprio dolore senza vergogna e vivere senza essere giudicate; un giorno in cui la consapevolezza sostituirà la superstizione e l’umanità sostituirà il silenzio. Le mestruazioni non sono un tabù, ma un segno della maturità fisica, emotiva e intellettuale delle ragazze.

“No good men”, una storia d’amore nella Kabul minacciata dai talebani

agoravox.it Bruna Alasia 26 maggio2026

“No good men” è in uscita il 28 maggio al cinema. Orso d’oro al festival di Berlino, racconta di Naru, unica operatrice televisiva donna a Kabul.

Il periodo storico è quello prima del maggio 2021 quando le truppe USA si ritirarono e il 15 agosto dello stesso anno i talebani ripresero il potere. In un contesto fragile, minacciato dall’incombente regime fanatico e violento, lacerato da atti terroristici e opprimenti divieti. Naru, che ha lasciato il marito, frequenta un collega, conosciuto giornalista investigativo, sfidando la mentalità del luogo intollerante verso due persone sposate affiancate dal lavoro. Il film unisce all’interessante racconto sociale degli usi e costumi dell’Afghanistan – alla critica della condizione femminile continuamente svalutata e discriminata; al susseguirsi di fatti che videro i talebani prendere il potere, con drammatiche scene di fuga in aeroporto rimaste impresse – una sottile indagine psicologica dei sentimenti che coinvolgono coloro che sfidano la morale corrente.

La regista afghana Shahrbanoo Sadat, nei panni di Naru, è protagonista del film, affiancata dall’ottimo attore Anwar Hashimi, il giornalista che è volto di Kabul News. Questo film mette anche in discussione la popolare convinzione femminile che in Afghanistan “there are no good men”, non vi siano uomini buoni. Inoltre nei titoli di coda leggiamo che “No Good Men” è dedicato da Shahrbanoo Sadat alle vittime di un attentato del 2016 contro una stazione televisiva afghana. La regista ha dichiarato alla stampa di voler onorare i colleghi che lavoravano a Kabul TV) di cui lei stessa faceva parte, colpiti dall’atto terroristico. E’ credibile la narrazione della vita di Kabul, una capitale sulla quale l’occidente sa cinematograficamente ancora poco, le cui difficoltà umane e storiche rivelano aspetti universali che riguardano ogni individuo e territorio di questo nostro, sempre più connesso, martoriato e interdipendente, globo.

Il silenzio delle bambine diventa consenso

labottegadelbarbieri.org dalla redazione di Diogene 25 maggio 2026

Il nuovo decreto talebano sul divorzio non legalizza soltanto un abuso. Fa qualcosa di più spietato: prende il silenzio di una ragazza/bambina e lo trasforma in consenso.

Ma quel silenzio non è libero. È il risultato di un sistema che ha chiuso le scuole alle adolescenti, ha espulso le donne da gran parte del lavoro, ha cancellato molti spazi pubblici, ha reso la giustizia quasi irraggiungibile e ha consegnato le bambine alla dipendenza economica e familiare. Prima si toglie loro la voce. Poi si dice che, se non parlano, hanno accettato.

Il decreto disciplina separazione e divorzio in Afghanistan, ma contiene un passaggio decisivo: regola anche la condizione delle ragazze date in matrimonio prima della pubertà. L’articolo 5 stabilisce che, “al raggiungimento della pubertà”, la minore può sciogliere il matrimonio contratto per lei da un parente. Il problema è tutto qui: quel matrimonio infantile non viene trattato come una violazione da impedire, ma come un fatto giuridico già esistente da amministrare.

È il trucco del potere patriarcale quando vuole sembrare procedura. Non dice apertamente: le bambine possono essere sposate. Dice: se una bambina è stata sposata prima della pubertà, poi potrà eventualmente sciogliere il vincolo. Ma per scioglierlo deve sapere di poterlo fare, deve poter raggiungere un tribunale, deve avere qualcuno che la protegga, deve potersi opporre alla famiglia, al marito, al villaggio, alla pressione religiosa, alla paura. Deve cioè possedere proprio tutto ciò che il regime talebano ha contribuito a toglierle.

Non basta. Il decreto stabilisce anche che, se la ragazza non si oppone al matrimonio al raggiungimento della pubertà, quel silenzio può essere interpretato come consenso. Le donne adulte e i ragazzi devono dare il consenso verbalmente; per le ragazze, invece, il silenzio può bastare. L’Onu ha espresso grave preoccupazione proprio per questo punto: il decreto indebolisce il principio del consenso libero e pieno e rischia di aumentare i matrimoni infantili.

Il portavoce talebano Zabiullah Mujahid ha respinto le accuse e ha sostenuto che nessuna ragazza dovrebbe essere costretta a sposarsi da un familiare. Ha anche difeso il silenzio come possibile forma di consenso, sostenendo che una proposta di matrimonio potrebbe mettere a disagio o imbarazzare una ragazza, impedendole di dire apertamente sì.

È una spiegazione oscena nella sua apparente delicatezza. Il regime dice di voler proteggere il pudore della ragazza, ma in realtà protegge il potere di chi la circonda. Perché in un contesto in cui una bambina non può parlare liberamente, non ha autonomia economica, non ha accesso reale alla giustizia e spesso non può nemmeno continuare a studiare, il silenzio non è consenso. È costrizione resa invisibile.

L’Afghanistan non parte da zero. Già prima del ritorno dei talebani, il matrimonio precoce era un problema enorme: l’Unicef stimava che il 28% delle donne afghane tra 15 e 49 anni fosse stato sposato prima dei 18 anni. Una ragazza afghana su tre si sposava prima di compiere 18 anni prima del ritorno talebano al potere nel 2021.

Ma dopo il 2021 il contesto è peggiorato. I talebani hanno vietato alle ragazze di frequentare la scuola oltre la sesta classe. L’Unesco definisce l’Afghanistan l’unico Paese al mondo in cui le ragazze sono escluse dall’istruzione oltre il livello primario e stima che, nel 2025, 1,5 milioni di ragazze e giovani donne fossero fuori dalla scuola. L’Unicef ha avvertito che almeno un milione di ragazze è già stato colpito direttamente dalle restrizioni sull’istruzione secondaria e che, se i divieti resteranno, il numero potrebbe superare i due milioni entro il 2030.

Questi non sono dati scolastici. Sono dati matrimoniali, economici, sociali. Una ragazza esclusa dalla scuola diventa più ricattabile. Se non può studiare, non può costruire autonomia. Se non può lavorare, dipende dalla famiglia o dal marito. Se non può muoversi liberamente, non può cercare protezione. Se non può accedere facilmente a tribunali, avvocate, servizi sociali e istituzioni indipendenti, non può trasformare un diritto scritto in una possibilità reale.

È così che il matrimonio infantile diventa politica di governo. Non serve sempre ordinare esplicitamente alle famiglie di sposare le figlie. Basta chiudere tutte le altre strade.

La povertà fa il resto. Le famiglie afghane vivono da anni dentro guerra, collasso economico, disoccupazione, fame, debiti, tagli agli aiuti internazionali. In questo contesto una figlia può essere vista, brutalmente, come una bocca da sfamare in meno, una dote possibile, un peso da trasferire, una protezione immaginaria contro la miseria o l’insicurezza. L’Unicef aveva già segnalato che le difficoltà economiche, la sospensione dell’istruzione e l’incertezza sociale aumentavano il rischio di matrimonio infantile per le ragazze afghane.

Il regime ha cancellato per loro la scuola, ridotto il lavoro femminile, ristretto la libertà di movimento e lasciato le famiglie nella disperazione. Il matrimonio precoce non è più solo una tradizione patriarcale che sopravvive. Diventa una soluzione sociale imposta dalla miseria e resa legale dal potere.

Il decreto colpisce anche il divorzio. Formalmente una donna può chiedere la separazione se il marito la maltratta, ma il percorso resta pieno di ostacoli. Secondo Fereshta Abbasi, ricercatrice di Human Rights Watch, una donna deve passare attraverso mediazioni, sostegno familiare e consenso del marito; per una minore, in pratica, chiedere il divorzio diventa quasi impossibile.

La domanda è semplice: come può una bambina sposata con un uomo violento andare in tribunale? Con quali soldi? Con quale accompagnamento? Con quale conoscenza dei propri diritti? Con quale protezione dopo aver denunciato? In un sistema in cui le donne hanno molte meno possibilità degli uomini di ricorrere alla giustizia, parlare di “facoltà di sciogliere il matrimonio” rischia di essere una presa in giro crudele. Secondo le Nazioni Unite, le donne afghane hanno una probabilità molto inferiore rispetto agli uomini di utilizzare i meccanismi giudiziari anche per la mancanza di avvocate e la perdita di servizi e istituzioni pensati per le donne.

Il provvedimento arriva dopo anni di restrizioni che hanno reso la vita delle donne afghane una forma di segregazione progressiva. Alle ragazze è vietata la scuola oltre la primaria. Alle donne è impedito l’accesso a molti lavori e spazi pubblici. In molti casi devono essere accompagnate da un uomo per uscire. La loro voce e la loro presenza sono state spinte fuori dalla vita collettiva. UN Women ha scritto che, sotto i talebani, l’esclusione delle donne è diventata un pilastro del governo e che la crisi dei diritti femminili rischia di essere normalizzata.

In questo quadro, la parola “consenso” viene svuotata. Il consenso non è il silenzio di chi non può parlare. Non è l’assenza di opposizione di una bambina cresciuta sapendo che opporsi può significare essere punita, ripudiata, picchiata, isolata, riportata con la forza dentro la famiglia o dentro il matrimonio. Il consenso richiede libertà, informazione, possibilità materiale di dire no e sopravvivere al no.

I talebani, invece, costruiscono il contrario: una società in cui dire no diventa quasi impossibile, e poi chiamano consenso il fatto che nessuna riesca a dirlo. È la stessa logica che attraversa tutto il governo dei corpi femminili. Una donna esclusa dalla scuola è più facile da sposare. Una donna senza lavoro è più facile da controllare. Una donna senza accesso alla giustizia è più facile da picchiare. Una bambina senza protezione è più facile da consegnare. Una ragazza a cui viene chiesto di opporsi da sola a matrimonio, famiglia, marito, giudice e regime non sta esercitando un diritto: sta affrontando una condanna.

Il risultato è un sistema perfetto nella sua violenza: le donne sono responsabili di non aver detto no anche quando il potere ha fatto tutto per impedire loro di parlare. La comunità internazionale condanna, l’Onu esprime preoccupazione, le organizzazioni per i diritti umani denunciano. È necessario, ma non basta. Perché intanto, in Afghanistan, una ragazza può essere chiusa fuori dalla scuola, spinta verso un matrimonio, privata di strumenti economici, isolata dalla giustizia e poi dichiarata consenziente perché non ha protestato al momento giusto.

 

Afghanistan: l’inviato britannico afferma che il futuro del Paese dipende dalla piena partecipazione delle donne

Amu TV, 21 maggio 2026, di Siyar Sirat

La sicurezza, il benessere e la piena partecipazione delle donne e delle ragazze sono fondamentali per la futura stabilità e prosperità dell’Afghanistan, ha affermato Richard Lindsay, inviato speciale britannico per l’Afghanistan, durante una visita a Kabul questa settimana, dove ha incontrato donne, rappresentanti della società civile e funzionari talebani.

Secondo una dichiarazione del governo britannico, Lindsay ha affermato che la visita ha offerto l’opportunità di ascoltare direttamente le donne afghane riguardo alle loro esperienze, alle sfide e alle aspirazioni, in un contesto di continue restrizioni imposte dai talebani.

“Le loro voci devono contribuire a plasmare il futuro dell’Afghanistan e il continuo impegno della comunità internazionale”, ha affermato Lindsay.

“La sicurezza, il benessere e la piena partecipazione delle donne e delle ragazze sono fondamentali per la futura stabilità e prosperità dell’Afghanistan”, ha aggiunto. “Consentire alle donne di lavorare e contribuire in tutti i settori non è solo una questione di diritti, ma anche di necessità economica per il Paese”.

Secondo quanto riportato nel comunicato, durante la sua visita Lindsay ha incontrato un gruppo eterogeneo di donne afghane provenienti da diverse professioni.

Secondo la dichiarazione, le discussioni hanno offerto spunti preziosi sulle sfide che le donne devono affrontare e contribuiranno a garantire che le politiche e i programmi del Regno Unito rispecchino le esigenze della popolazione afghana nel suo complesso.

“Questa visita è stata un’importante opportunità per ascoltare direttamente dalle donne afghane le loro esperienze, le sfide che affrontano e le speranze per il futuro”, ha affermato Lindsay. Ha descritto le donne che ha incontrato come resilienti, creative e determinate.

La visita avviene mentre i talebani continuano a imporre restrizioni generalizzate a donne e ragazze, tra cui il divieto di istruzione secondaria e superiore per le ragazze e ampie limitazioni all’occupazione femminile e alla partecipazione delle donne alla vita pubblica.

Lindsay ha inoltre espresso preoccupazione per i rifornimenti umanitari bloccati in Pakistan a causa della chiusura delle frontiere e della più ampia instabilità regionale.

Secondo il governo britannico, i ritardi stanno mettendo a rischio di malnutrizione oltre un milione di madri, bambini e bambine afghani e stanno ostacolando la consegna di aiuti umanitari essenziali.

“Ho inoltre espresso serie preoccupazioni circa l’impatto umanitario della chiusura del confine tra Afghanistan e Pakistan e la più ampia instabilità regionale”, ha affermato Lindsay.

Ha sollecitato sforzi per riaprire i valichi di frontiera agli aiuti umanitari e ha chiesto l’istituzione di corridoi umanitari per garantire che gli aiuti raggiungano senza indugio le comunità vulnerabili.

“È fondamentale che gli aiuti umanitari possano raggiungere chi ne ha bisogno senza indugio, anche attraverso la riapertura dei valichi di frontiera e la creazione di corridoi umanitari”, ha affermato.

L’inviato ha inoltre sottolineato l’importanza di un cessate il fuoco duraturo per consentire un accesso umanitario sicuro e costante ai civili colpiti dal conflitto e dall’instabilità.

Il Regno Unito rimane uno dei principali donatori umanitari dell’Afghanistan e ha continuato a collaborare con i talebani su questioni umanitarie e di diritti umani, pur non riconoscendo formalmente il loro regime.

Le donne afghane sotto il regime talebano: il Parlamento europeo contro ogni normalizzazione dei talebani

 

di redazione Cisda.

Il Parlamento europeo ha approvato il 21 maggio 2026 una dura risoluzione sulla situazione delle donne e delle ragazze in Afghanistan dopo l’adozione, da parte dei talebani, di un nuovo codice di procedura penale considerato gravemente lesivo dei diritti umani. Il documento rappresenta una netta condanna del sistema repressivo imposto dal regime afghano e, soprattutto, un forte richiamo contro qualsiasi tentativo di legittimazione politica dei talebani.

Un regime accusato di apartheid di genere
Secondo il Parlamento europeo, dal ritorno al potere nel 2021 i talebani hanno progressivamente cancellato i diritti fondamentali delle donne attraverso oltre 150 provvedimenti restrittivi. Alle donne afghane sono stati sottratti il diritto all’istruzione, al lavoro, alla partecipazione pubblica, alla libertà di movimento e all’accesso alla giustizia.
La nuova normativa giudiziaria adottata nel 2026 aggrava ulteriormente la situazione: il codice attribuisce poteri quasi assoluti ai giudici, criminalizza il dissenso e istituzionalizza pratiche discriminatorie e violente nei confronti delle donne. Il testo legalizza di fatto la violenza domestica, consente punizioni corporali e priva le donne di qualsiasi reale tutela giuridica.
Il Parlamento definisce apertamente il sistema imposto dai talebani come una forma di “apartheid di genere” e denuncia anche l’istituzionalizzazione della schiavitù e dei matrimoni precoci.

La polemica sull’invito dei talebani a Bruxelles
Uno dei passaggi più significativi della risoluzione riguarda la posizione del Parlamento europeo contro ogni forma di normalizzazione diplomatica del regime talebano. Gli eurodeputati esprimono infatti forte contrarietà alla decisione di invitare rappresentanti talebani a Bruxelles, giudicandola incompatibile con le gravissime violazioni dei diritti umani in corso in Afghanistan.
Il Parlamento invita la Commissione europea e gli Stati membri a mantenere una linea di “non riconoscimento” del regime e a evitare qualsiasi apertura politica che possa essere interpretata come una legittimazione internazionale dei talebani. La risoluzione sottolinea che ogni rapporto diplomatico deve essere subordinato al ripristino dei diritti fondamentali, in particolare quelli delle donne e delle ragazze.
Gli eurodeputati chiedono inoltre che vengano esercitate pressioni politiche e diplomatiche costanti sui talebani affinché cessino immediatamente le persecuzioni e reintroducano le libertà fondamentali negate alla popolazione femminile.

Sanzioni e sostegno alle donne afghane
La risoluzione propone anche misure concrete contro i leader del regime, tra cui l’estensione delle sanzioni europee, il congelamento dei beni e i divieti di viaggio per i responsabili delle persecuzioni di genere. Il Parlamento ribadisce inoltre il proprio sostegno ai mandati d’arresto emessi dalla Corte penale internazionale nei confronti di alcuni leader talebani accusati di crimini contro l’umanità.
Parallelamente, l’Unione europea viene invitata ad aumentare il sostegno umanitario alle donne afghane, alle attiviste per i diritti umani, alle giornaliste, alle avvocate e alle organizzazioni guidate da donne che operano nel paese in condizioni estremamente difficili.

Un messaggio politico chiaro
Attraverso questa risoluzione, il Parlamento europeo lancia un messaggio politico molto netto: non può esistere alcuna normalizzazione dei rapporti con i talebani finché continueranno le persecuzioni sistematiche contro le donne e le ragazze afghane. Bruxelles viene così chiamata a mantenere alta la pressione internazionale sul regime, evitando aperture diplomatiche che rischierebbero di indebolire la difesa dei diritti umani.