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Tag: violenza sulle donne

Lo stupro come politica di Stato

La lettre d’Afghanistan, 16 giugno 2026

C’è una frase che Zabihullah Mujahid ripete con la regolarità di un metronomo: «Nelle nostre prigioni non esiste alcuna forma di tortura. Atti di questo genere sono assolutamente proibiti. Dall’arresto fino al rilascio non viene praticata alcuna tortura». È una dichiarazione netta, ufficiale, ripetuta ogni volta che un nuovo rapporto denuncia gli abusi del regime o che una sopravvissuta trova il coraggio di raccontare la propria esperienza. Eppure, alla luce della documentazione disponibile, si tratta di una menzogna di Stato di rara brutalità.

Le prove, infatti, continuano ad accumularsi. Dal ritorno dei talebani al potere, nell’agosto 2021, i rapporti della Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA), di Amnesty International, di Human Rights Watch e delle organizzazioni afghane per i diritti umani descrivono un sistema repressivo fondato sulla violenza, sull’impunità e sull’intimidazione. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha confermato che funzionari e combattenti talebani hanno commesso violenze sessuali contro donne e ragazze. Nel 2025 l’UNAMA ha documentato ventuno casi: quindici donne e sei ragazze. Alcune vittime sono state sottoposte a stupri individuali e di gruppo, altre costrette a matrimoni forzati. Donne arrestate semplicemente per aver partecipato a una manifestazione sono state torturate, maltrattate e sottoposte a violenze sessuali durante la detenzione.

Ventuno casi documentati. Ventuno casi che gli investigatori sono riusciti a ricostruire nonostante il sistematico isolamento imposto dalle autorità talebane, il divieto rivolto al Relatore speciale delle Nazioni Unite di entrare nel Paese e la paura che continua a chiudere la bocca alle vittime. Quel numero non rappresenta l’estensione del fenomeno, ma soltanto la parte che è stato possibile portare alla luce.

Rompere il silenzio

Tra coloro che hanno deciso di rompere il silenzio c’è Julia Parsee, attivista afghana per i diritti delle donne ed ex prigioniera dei talebani. In una recente dichiarazione pubblicata dall’agenzia di stampa ROJ ha raccontato che le detenute sono sottoposte a torture fisiche e psicologiche sistematiche e che le continue minacce rivolte ai loro familiari costituiscono una delle forme più crudeli di violenza esercitate nelle carceri del regime.

Ma la sua testimonianza va oltre. Parsee racconta la storia di una giovane donna della provincia di Kandahar, arrestata non per ciò che aveva fatto o detto, ma per il semplice fatto di appartenere a una determinata famiglia. Il suo unico “reato” era essere parente del generale Abdul Raziq, ex capo della polizia di Kandahar, assassinato nel 2018. Dopo la presa del potere da parte dei talebani, gli uomini e le donne ritenuti vicini a Raziq — in gran parte membri della tribù Achakzai — sono stati vittime di omicidi, sparizioni forzate, torture e detenzioni arbitrarie. Alcuni testimoni sostengono che si possa essere uccisi persino per aver conservato una fotografia del generale. Secondo Parsee, quella giovane donna è stata violentata ripetutamente durante tutta la sua detenzione.

Si potrebbe obiettare che si tratta di una testimonianza indiretta, fondata su un’unica fonte. È vero. Ma è proprio questo il punto. La violenza sessuale esercitata nelle carceri talebane è circondata da un tale livello di stigma sociale che pochissime sopravvissute riescono a raccontare ciò che hanno subito. Molte, una volta liberate, si nascondono. Altre non riescono a sopportare il peso delle conseguenze sociali della detenzione. I casi di suicidio segnalati sono numerosi. Per chi riesce a uscire dal carcere, il ritorno alla libertà coincide spesso con un nuovo isolamento.

Il silenzio, in questo contesto, non è una prova d’innocenza del regime. È una delle conseguenze più evidenti del crimine stesso.

L’onore come strumento politico

Le ragioni di questo silenzio sono profonde e radicate. La società afghana è strutturata, nei suoi livelli più profondi, attorno al concetto di onore. La violenza sessuale non rappresenta soltanto una ferita inflitta al corpo di una donna: viene utilizzata come un’arma contro la sua famiglia, il suo clan e la sua comunità. I talebani conoscono perfettamente questo meccanismo e lo sfruttano con precisione calcolata.

Colpire una donna significa colpire una rete sociale più ampia. Violentarla significa intimidire tutti coloro che le sono vicini, perché denunciare quanto accaduto può esporre la famiglia alla vergogna e alla stigmatizzazione. In questo modo la violenza sessuale diventa uno strumento di controllo collettivo: non serve soltanto a punire una persona, ma a scoraggiare qualsiasi forma di opposizione.

Tra il gennaio 2022 e il luglio 2023, l’UNAMA ha documentato oltre 1.600 violazioni dei diritti umani commesse durante arresti e detenzioni, quasi la metà delle quali comprendeva torture o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Questo dato, raccolto nonostante le restrizioni imposte alle attività di monitoraggio, deve essere interpretato come una soglia minima, non come una misura completa della violenza esercitata.

Direzione 40

Zarifa Yaqobi, ex detenuta e attivista per i diritti delle donne, ha risposto direttamente alle smentite di Zabihullah Mujahid. Lei e le sue colleghe, ha raccontato, sono state detenute per quarantuno giorni nelle condizioni più dure: isolamento, interrogatori, torture e confessioni estorte presso la Direzione 40 dei servizi d’intelligence.

La Direzione 40. Un nome, un indirizzo. Non un simbolo né un’allegoria. Un edificio a Kabul dove donne sono state sistematicamente spezzate mentre il portavoce ufficiale del regime assicurava al mondo che nelle carceri talebane non accadeva nulla.

Ciò che avviene nelle prigioni afghane non può essere liquidato come l’abuso incontrollato di pochi individui. È una politica. Una politica che utilizza il corpo, l’onore e la paura come strumenti di governo.

Le donne arrestate per aver manifestato, per aver avuto rapporti con il precedente governo o semplicemente per aver occupato uno spazio nella vita pubblica sono bersagli selezionati. La loro detenzione non ha soltanto lo scopo di punirle. Serve a diffondere la paura, a colpire le loro famiglie, a paralizzare chi osserva e a trasmettere un messaggio chiaro: il prezzo della resistenza sarà pagato non solo dalla singola persona, ma dall’intera comunità che le sta intorno.

Impunità del regime talebano

L’impunità del regime talebano si fonda su diversi pilastri. Il primo è l’assenza di un sistema giudiziario indipendente in grado di indagare sulle violazioni commesse dalle autorità. Le autorità de facto hanno inoltre impedito al Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan di entrare nel Paese.

Nel frattempo, la comunità internazionale continua a utilizzare il linguaggio dell’«impegno» e del «dialogo», una formula che spesso appare più orientata alla gestione delle relazioni con il regime che alla richiesta di giustizia per le vittime. Si negoziano accordi di rimpatrio. Si invitano rappresentanti talebani a incontri e conferenze internazionali. Si cerca una forma di gestione politica della situazione.

Ma intanto, a Kandahar, a Kabul e nei luoghi di detenzione controllati dai servizi di sicurezza talebani, donne e ragazze continuano a pagare con il proprio corpo il prezzo del silenzio del mondo.

Julia Parsee ha parlato. Zarifa Yaqobi ha parlato. Tamana Paryani ha parlato. Queste donne hanno corso rischi enormi affinché le loro testimonianze potessero superare i confini dell’Afghanistan e raggiungere il resto del mondo.

La risposta minima che il mondo deve loro è ascoltarle. Non relegarle in una generica categoria di «diritti umani» tra due paragrafi di analisi geopolitica. Ascoltarle significa riconoscere la natura della violenza che denunciano e chiamarla con il suo nome.

Secondo numerose organizzazioni per i diritti umani, le pratiche documentate contro donne e oppositori in Afghanistan possono configurare gravi violazioni del diritto internazionale. La repressione sistematica, la persecuzione di genere e l’uso della violenza sessuale come strumento di intimidazione richiedono un esame alla luce degli standard sui crimini internazionali.

Lo stupro nelle carceri dell’Emirato islamico non è un effetto collaterale della repressione. È uno strumento di governo.

 

Le donne protestano, i Talebani sparano

Roberta Zunini, Il Fatto Quotidiano, 22 Giugno 3026

Dopo il fuoco incrociato dei mesi scorsi con il Pakistan, diventato in questi cinque anni nemico giurato del regime afghano dei Talebani che ospita, quando serve loro, i fratelli del Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), da settimane gli Studenti di Dio stanno conducendo una campagna omicida contro le donne. Il tutto dopo averle costrette a una vita di stenti disumani, private della possibilità di frequentare le scuole, se non le elementari, lavorare e uscire per strada da sole.

Lo scorso 1 giugno, un imprecisato numero di afghane è stato arrestato nella provincia di Herat e nella parte occidentale del Paese dalla polizia che risponde al famigerato Ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio per aver reagito all’arresto di una di loro che, sostengono le autorità, non si era coperta adeguatamente.
Durante le successive manifestazioni ne hanno arrestate un gran numero. Ma il giorno dopo la decisione di alcuni uomini, sempre nella provincia di Herat, di affiancare le proteste di madri, figlie, sorelle e mogli, i Talebani hanno aperto il fuoco sulla folla uccidendo e ferendo senza pietà.
Non essendoci media veramente indipendenti in Afghanistan è difficile fornire le cifre corrette, resta il fatto che si parla di almeno una decina di vittime.
Una settimana dopo, alcune ragazze che stavano camminando per strada sono state prelevate dalla polizia e di loro non si sa più nulla, almeno per ora.

Fuoco sulla resistenza di Herat

Ilfattoquotidiano.it ha chiesto a Zalmai Nishat, analista e ricercatore afghano presso la Sussex University, nonché fondatore dell’Associazione di beneficenza e think tank Mosaic Foundation, perché il ‘casus belli’ e le proteste hanno avuto luogo in questa provincia dell’Afghanistan.
“Perchè lì è dove i Talebani sono più ferocemente odiati e si registrano attacchi contro di loro da parte del Fronte di Resistenza Nazionale dell’Afghanistan”.
Secondo Nishat questo è il momento in cui i Talebani si sentono più deboli e in pericolo per le due ragioni già citate e pertanto stanno reagendo imponendo un’ulteriore quota di terrore alla società civile. Nel tentativo di tenere sotto scacco la popolazione hanno alzato al massimo la posta da quando sono tornati al potere nell’agosto del 2021 in seguito al vile ritiro degli americani, voluto da Donald Trump ed eseguito dal successore Joe Biden.
“A innervosire ulteriormente i Talebani concorre un’economia al suo punto più debole che rende la gente ancora più povera e costretta a vivere in condizioni miserabili fisicamente e psicologicamente. Anche per questo la popolarità dei Talebani sta crollando e loro lo sanno”, sottolinea Nishat.
Secondo le leggi firmate l’anno scorso, la donna che fa sentire la propria voce commette un peccato, addirittura un’offesa pubblica. L’Afghanistan dei Talebani è diventato una sorta ormai di Catch 22. È una situazione che si verifica quando la soluzione di un problema è resa impossibile da regole contrastanti: per fare una cosa ne serve un’altra, ma quest’ultima è subordinata alla prima.
“Un esempio eclatante, in questo senso, è il divieto di diventare mediche. Le donne non possono studiare medicina ma per essere curate devono rivolgersi solo a mediche. Però non ce ne sono quasi più non potendo frequentare la facoltà di medicina”.

“E’ l’Occidente che sostiene i talebani”

In merito alla domanda su chi sono, dal punto di vista geopolitico, gli alleati e i mentori di questo regime brutale, Nishat cita la sua analisi pubblicata da Newsweek tre anni fa.
“Ho sostenuto che l’Occidente stesse inviando circa 40 milioni di dollari in contanti al resuscitato regime afghano e che questi soldi venissero usati dai Talebani per consolidare il proprio potere a discapito della gente. In questo articolo ho denunciato che finché non si smetterà di inviare questi soldi, il regime afghano non cadrà e il popolo non potrà fare nulla contro di esso. Inoltre, l’Unione europea ha una delegazione propria a Kabul e sta collaborando con i Talebani. Per lavorare in alcune aree di prevenzione, ad esempio la migrazione verso l’Europa. E, come penso saprete, la delegazione dei Talebani è stata invitata a Bruxelles per discutere il ritorno dei rifugiati in Afghanistan. Non essendoci mezzi di sussistenza in Afghanistan, molte persone sono partite per il Pakistan e l’Iran, ma sono state rimpatriate in massa nell’ultimo anno. A detta di alcuni, circa 6-7 milioni di emigrati sono stati rimandati indietro dall’Iran e dal Pakistan. Questo è un indicatore del fatto che le persone stanno davvero soffocando in Afghanistan. L’unico Paese, in realtà, a non collaborare con i Talebani è, di fatto, il Pakistan. Questo impegno del governo mondiale, Europa compresa, con i Talebani porta alla loro normalizzazione. E questa è una vera tragedia per tutto il popolo afghano”.

“Arrestate con la scusa del burqa e violentate in cella”: attivista racconta l’inferno delle donne in Afghanistan continua su: https://www.fanpagArrestate con la scusa del burqa e violentate in cella, attivista racconta l’inferno delle donne in Afghanistan

fanpage.it Lidia Ginestra Giuffrida 16 giugno 2026

La testimonianza dell’attivista e pittrice Goli Azad, 26 anni, fuggita in Italia. A Fanpage.it denuncia le proteste di Herat represse nel sangue, l’apartheid di genere imposto dai Talebani e l’ipocrisia dell’Europa: “Ragazze che si suicidano dopo gli abusi in carcere e l’Ue invita il regime ai tavoli istituzionali”.

Goli Azad ha 26 anni, tutto quello che ricorda della sua infanzia e della sua adolescenza non esiste più. È cresciuta tra le vie di Herat nei vent’anni di occupazione statunitense in Afghanistan. “Prima del 2021 la vita era normalissima. Potevamo andare ovunque, fare tutto, indossare quello che volevamo. Io facevo la pittrice e potevo dipingere persino donne nude”, racconta al telefono la giovane donna.

Pittrice di corpi femminili, è fuggita nel 2023 perché, racconta: “Volevo studiare e in Afghanistan alle donne non è più consentito andare a scuola o all’università”.

Una famiglia dilaniata dal ritorno al potere dei talebani: il padre in esilio, un ex generale fuggito e costretto a nascondersi per salvarsi la vita perché bersaglio del regime; la sorella maggiore fuggita in Iran dopo essere stata arrestata in Afghanistan per il solo fatto di aver parlato di lavoro con un ragazzo che non era né il padre né il marito; Goli in Italia, mentre la sorella più piccola, di 22 anni, vive ancora a Herat con la madre.

 

 

I talebani estendono gli avvertimenti sul codice di abbigliamento oltre Herat

Amu TV, 14 giugno 2026, di Parsa Katal

Dopo gli arresti a Herat, i talebani hanno esteso gli avvertimenti sui requisiti di abbigliamento femminile ad alcune zone di Kabul e Mazar-e-Sharif, invitando donne e ragazze a conformarsi pienamente al codice di abbigliamento prescritto, secondo quanto riferito da residenti e fonti locali.

A Kabul, la polizia morale talebana ha tenuto un incontro con i rappresentanti e i residenti del Distretto 13, nella zona ovest della città, chiedendo loro di avvertire tutti in merito alle nuove norme sull’abbigliamento che entreranno in vigore a partire da questa settimana, secondo quanto riferito da almeno due fonti presenti all’incontro.

«Non possiamo uscire liberamente», ha detto una donna a Kabul. «Temiamo di poter essere arrestate e di dover affrontare dei problemi. Siamo profondamente preoccupate per queste condizioni».

In un incontro simile, secondo alcune fonti, la polizia morale talebana avrebbe avvertito i residenti e i rappresentanti del Distretto 13 di Mazar-e-Sharif che i pattugliamenti in città sarebbero aumentati e che le donne sarebbero state arrestate se si fossero rifiutate di conformarsi al codice di abbigliamento talebano.

Un rappresentante del quartiere ha affermato che ai talebani era stato ordinato di informare i residenti in anticipo.

“Si raccomanda alla gente di rispettare il codice di abbigliamento”, ha detto. “In caso contrario, verranno allontanati.”

La paura si diffonde oltre Herat

Gli avvertimenti giungono dopo una settimana di intensificazione dei controlli a Herat, dove la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) ha confermato che almeno 30 donne sono state arrestate da funzionari del Ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio e dalla polizia talebana per presunte violazioni del codice di abbigliamento.

Gli arresti hanno scatenato proteste nel quartiere di Jebrail, dove i manifestanti hanno chiesto il rilascio delle donne e denunciato le crescenti restrizioni ai diritti delle donne.

L’UNAMA ha confermato che almeno un ragazzo è stato ucciso da colpi d’arma da fuoco durante le proteste e ha dichiarato di star indagando su segnalazioni di una seconda vittima.

Gli abitanti di Herat affermano che l’atmosfera in città rimane tesa a giorni di distanza dalle manifestazioni.

Secondo fonti locali, le forze di sicurezza talebane e la polizia morale continuano a mantenere una forte presenza in tutta la città, in particolare nei quartieri dove si sono svolte le proteste.

Un residente di Herat ha affermato che le donne sono in gran parte scomparse dagli spazi pubblici.

“Quando vai al mercato, sembra una città di soli uomini”, ha detto un residente. “Si vedono pochissime donne in giro.”

I residenti hanno anche segnalato un aumento della sorveglianza, affermando che le forze talebane hanno intensificato i pattugliamenti e, in alcuni casi, ispezionano i telefoni cellulari ai posti di blocco e nelle aree pubbliche.

Critiche crescenti

La repressione ha suscitato critiche da parte delle Nazioni Unite, di gruppi internazionali per i diritti umani e di organizzazioni umanitarie.

Medici Senza Frontiere (MSF) ha dichiarato questa settimana che una sua dipendente a Herat è stata trattenuta per due giorni per una presunta violazione del codice di abbigliamento mentre si recava al lavoro in un ospedale.

Human Rights Watch, UN Women e un gruppo di esperti delle Nazioni Unite in materia di diritti umani hanno espresso preoccupazione per la detenzione delle donne e l’uso della forza contro i manifestanti.

Il governatore talebano di Herat ha ammesso che alcune donne sono state arrestate in città e ha difeso l’applicazione di quello che le autorità talebane definiscono il “decreto sull’hijab”.

I talebani non hanno commentato pubblicamente le notizie relative ad avvertimenti simili emessi a Kabul e Balkh.

Per molte donne, tuttavia, questi sviluppi hanno intensificato i timori che le restrizioni inizialmente imposte a Herat possano presto essere applicate più ampiamente in tutto il paese.

In diverse città, i residenti hanno affermato che l’incertezza ha già cambiato la vita quotidiana, con molte donne che escono di casa solo quando strettamente necessario.

Preoccupazione per gli arresti di ragazze: diverse scuole religiose sciite a Kabul chiuse

8 Am media, 10 giugno 2026

Fonti di Kabul affermano che diverse scuole religiose sciite hanno concesso alle loro studentesse dieci giorni di vacanza a causa delle preoccupazioni legate agli arresti di ragazze da parte dei talebani.

Mercoledì 10 giugno, fonti hanno confermato al quotidiano Hasht-e Subh che alcune studentesse di scuole religiose erano state mandate in permesso prima di mezzogiorno.

Secondo le fonti, i funzionari scolastici hanno preso questa decisione per timore che i talebani potessero arrestare le ragazze.

Ciò avviene mentre i talebani, dall’inizio della settimana, sabato scorso, hanno iniziato ad arrestare e imprigionare donne e ragazze a Herat con l’accusa di non indossare il burqa.

Ieri, decine di donne e uomini nella zona di Jebrail a Herat hanno organizzato una protesta contro quest’azione dei talebani, che è stata violentemente repressa dai combattenti talebani.

A seguito degli spari dei talebani contro i manifestanti, due persone sono rimaste uccise e circa 30 ferite

I talebani aprono il fuoco sui manifestanti a Herat

Amu TV, 9 giugno 2026, di Siyar Sirat

Martedì, nella città occidentale di Herat, i talebani hanno aperto il fuoco sui manifestanti dopo che decine di residenti erano scesi in piazza per denunciare l’arresto di donne e ragazze accusate di aver violato il codice di abbigliamento talebano, secondo fonti locali e filmati ottenuti da Amu TV.

Testimoni oculari hanno riferito che diversi manifestanti sono rimasti feriti quando le forze talebane hanno aperto il fuoco sulla folla. Almeno due dei feriti sono stati trasportati in ospedale, secondo quanto riferito da alcune fonti.

La protesta è iniziata nel distretto di Jibrail, a nord-ovest della città di Herat, dove i manifestanti si sono riuniti a sostegno delle donne e delle ragazze arrestate nei giorni scorsi dalla polizia morale talebana nella stessa zona.

Secondo i testimoni, la sparatoria è avvenuta vicino a un incrocio noto come “Bahar-e Zendagi”, mentre i manifestanti sfilavano nella zona.

Secondo alcune fonti, i talebani hanno continuato a sparare nel tentativo di disperdere la folla e le manifestazioni erano ancora in corso in diverse zone della città.

I talebani non hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche sull’accaduto.

La protesta è seguita a giorni di crescente indignazione per la presunta detenzione di donne e ragazze a Herat, accusate di non essersi conformate all’interpretazione dei talebani in materia di abbigliamento islamico.

Fonti locali avevano precedentemente riferito ad Amu TV che decine di donne, tra cui almeno 21 la cui detenzione è stata confermata in modo indipendente da altre fonti, erano state arrestate da funzionari del Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio dei talebani.

Gli arresti segnalati hanno suscitato preoccupazione a livello internazionale. Lunedì, Richard Bennett, relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Afghanistan, si è detto “profondamente allarmato” dalle notizie secondo cui decine di donne sarebbero state detenute a Herat per il terzo giorno consecutivo per presunte violazioni del codice di abbigliamento.

La questione è stata sollevata anche dinanzi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove Georgette Gagnon, capo ad interim della Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan, ha citato rapporti secondo i quali circa 30 donne sarebbero state arrestate a Herat dalla polizia morale talebana e da funzionari delle forze dell’ordine per non aver rispettato i requisiti di abbigliamento imposti dai talebani.

Lunedì, a Herat, sono stati distribuiti volantini che invitavano i residenti a riunirsi martedì alle 8 del mattino nel distretto 13 del comune di Jibrail per protestare contro gli arresti.

I talebani hanno progressivamente ampliato le restrizioni imposte a donne e ragazze da quando sono tornati al potere nell’agosto del 2021, includendo il divieto di istruzione secondaria e universitaria, limitazioni all’occupazione e regolamenti sempre più severi che disciplinano l’aspetto e la libertà di movimento delle donne in pubblico.

La protesta di Herat sembra essere stata una delle più grandi manifestazioni pubbliche degli ultimi mesi, volta a contestare direttamente l’applicazione di tali restrizioni da parte dei talebani.

Dall’Afghanistan all’Everest: la storica scalata di Zakia Ahmad offre speranza alle donne afghane

Besmellah Zahidi, Kabul Now, 1 giugno 2026
Il 21 maggio, Zakia Ahmad, conosciuta come “River”, ha raggiunto la vetta del Monte Everest, diventando la prima donna afgana a scalare la montagna più alta del mondo. Per River, l’Everest non è mai stato solo una questione di scalare una montagna.

Il suo viaggio verso la vetta del mondo è stato segnato da guerre, sfollamenti, dolore e sopravvivenza. Molto prima di raggiungere la cima dell’Everest, aveva trascorso gran parte della sua vita affrontando restrizioni e difficoltà.

Per molti afghani, soprattutto donne e ragazze che vivono sotto le restrizioni dei talebani, il successo di River è diventato più di un semplice traguardo sportivo. Ha offerto una rara immagine di possibilità in un momento in cui alle donne in Afghanistan è stato precluso l’accesso all’istruzione, allo sport e a molte forme di vita pubblica.

River ha condiviso per la prima volta gran parte della sua storia personale con Etilaatroz in un’intervista pubblicata ad aprile, mentre si preparava per la spedizione sull’Everest. All’epoca, aveva già scalato il Monte Bianco, la vetta più alta delle Alpi, e si stava allenando per quella che ha descritto come la sfida più difficile della sua vita. Poche settimane dopo, ha raggiunto la cima.

Possibilità limitate per le ragazze

Nata negli anni ’90 nel villaggio di Jodari, nel distretto di Jaghori, nella provincia di Ghazni, River è cresciuta in un ambiente in cui le opportunità per le ragazze erano limitate fin dalla tenera età. Camminava per ore ogni giorno per andare a scuola, aiutando al contempo la sua famiglia con il bestiame, i lavori agricoli e le faccende domestiche. Nell’intervista rilasciata a Etilaatroz, ha ricordato di aver preso coscienza delle restrizioni di genere per la prima volta da bambina.

«Volevo arrampicarmi sugli alberi e saltare da grandi altezze», ha detto. «Ma mia madre mi fermava dicendo: siccome sei una ragazza, non puoi fare queste cose».

Crescendo, River comprese sempre di più come la discriminazione di genere plasmasse la vita quotidiana in Afghanistan. Le donne lavoravano fianco a fianco con gli uomini in condizioni difficili, disse, ma venivano comunque private della stessa libertà e delle stesse opportunità. Come molte ragazze, ci si aspettava che accettasse un futuro plasmato dalle aspettative sociali e dal matrimonio.

River, tuttavia, ha continuato a proseguire gli studi.

Dopo aver terminato gli studi, si è trasferita a Kabul. Ha studiato brevemente giornalismo all’Università di Kabul prima di ottenere una borsa di studio per proseguire gli studi in India, dove ha conseguito una laurea in Economia aziendale e successivamente un master in Relazioni internazionali. La vita lì non è stata facile. Lavorava di notte in un call center, studiava di giorno e aiutava a sostenere la famiglia.

L’aggressione

Durante i suoi studi in India, River ha condotto ricerche sulle esperienze delle donne afghane a Delhi, che, a suo dire, erano spinte dalla povertà e dallo sfollamento verso lo sfruttamento. Durante questo lavoro, è stata aggredita da un uomo mascherato armato di coltello, riportando una cicatrice sulla fronte. Nonostante il pericolo, ha continuato a intervistare le donne con la speranza di pubblicare le loro storie in un libro.

River ha poi raccontato a Outside Online e New Lines Magazine di essere sopravvissuta a un attacco dei talebani nel 2014 mentre si recava a Kabul per l’università. Secondo il suo racconto, alcuni talebani armati fermarono l’autobus su cui viaggiava e aprirono il fuoco sui passeggeri. Riuscì a sopravvivere fingendosi morta dopo essersi cosparsa il viso di sangue. Dodici passeggeri furono uccisi e lei fu una delle sole tre sopravvissute.

Il trauma l’ha segnata per anni.

“Porto sempre con me quella parte dell’aggressione”, ha dichiarato a New Lines Magazine . “A volte, nei miei sogni, vedo due uomini armati che mi vengono incontro e cercano di uccidermi.”

River ha continuato la sua vita dopo l’attentato. Ma la morte del fratello minore, Ahmad Wali, l’ha segnata profondamente.

Nel 2022, River e la sua famiglia si sono trasferiti in Australia con visti umanitari. Sei mesi dopo, Ahmad Wali si è suicidato.

Il dramma familiare

Nell’intervista rilasciata a Etilaatroz, River ha parlato del dolore che ne è seguito. Si è isolata dalla vita quotidiana, ha interrotto molte delle sue attività e ha vissuto un periodo da senzatetto dopo aver perso il fratello a cui era più legata.

“Comprendiamo solo che la sua decisione ha avuto un retroscena complesso”, ha detto.

Prima della sua morte, Ahmad Wali e River parlavano spesso di natura, montagne e sogni, al di là delle difficoltà che avevano vissuto. Quelle conversazioni si rivelarono poi fondamentali per il suo percorso alpinistico.

«Io e mio fratello eravamo molto legati», ha raccontato a Etilaatroz. «Parlavamo quasi sempre della vita, del futuro e dei nostri sogni comuni. Una volta, eravamo in cima a una collina e guardavamo giù. Mi disse: “Guarda quanto è bella la natura”. Poi aggiunse che le Alpi e l’Everest sarebbero stati più mozzafiato di qualsiasi altro posto. Gli promisi che lo avrei accompagnato nella scalata».

Dopo la sua morte, River ha detto che quei ricordi le sono rimasti impressi.

«Il dolore e le difficoltà mi avevano schiacciata», ha detto. «Le montagne erano il mio ultimo rifugio… Quando sono tornata in montagna, ho sentito che mi accoglievano con tutto il mio dolore, e ho ritrovato me stessa».

L’alpinismo contro il dolore

L’alpinismo è diventato per lei un modo per tornare a vivere dopo la perdita.

Inizialmente, per lei l’alpinismo non era una questione di record o riconoscimenti. Le montagne le offrivano un luogo dove elaborare il dolore e ritrovare un senso di scopo.

In Australia, River iniziò ad allenarsi seriamente, cercando di conciliare lavoro e difficoltà economiche. L’alpinismo richiedeva notevole resistenza fisica, preparazione e risorse finanziarie, ma lei non si arrese.

Prima di scalare l’Everest, River aveva già conquistato diverse vette in Nepal e in Europa, tra cui il Monte Bianco, la montagna più alta delle Alpi. L’impresa le aveva dato la fiducia necessaria per credere che il sogno che un tempo condivideva con suo fratello potesse diventare realtà.

Per River, l’Everest portava anche un messaggio per le donne e le ragazze in Afghanistan, le cui vite sono state sempre più limitate sotto il regime talebano.

Un messaggio per le donne afghane

Prima di partire per l’Everest, River ha detto a Etilaatroz che il suo messaggio alle donne in Afghanistan era di non smettere mai di perseguire le proprie aspirazioni.

“Ognuno ha delle capacità”, ha affermato. “Con impegno e perseveranza, possono realizzare i propri sogni.”

La preparazione per la scalata dell’Everest ha richiesto mesi di allenamento, raccolta fondi e sacrifici. Prima di tentare la vetta, ha scalato altre cime in Nepal per prepararsi all’alta quota e alle condizioni estreme.

Il 21 maggio, l’obiettivo che aveva descritto a Etilaatroz è diventato realtà.

Zakia Ahmad “River” ha raggiunto la vetta del Monte Everest, diventando la prima donna afgana a mettere piede sulla cima più alta del mondo.

La sua ascensione aveva un significato che andava ben oltre l’alpinismo. Come disse a Etilaatroz prima della spedizione: “Come molte donne in Afghanistan, ho affrontato molte difficoltà. Ma non mi sono mai arresa.”

 

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Le Nazioni Unite documentano 21 casi di violenza sessuale perpetrata dai talebani contro donne e ragazze.

amu.tv  31 maggio 2026

Il segretario generale delle Nazioni Unite ha riferito al Consiglio di sicurezza che nel 2025 in Afghanistan sono stati documentati 21 casi di violenza sessuale contro donne e ragazze legata al conflitto, attribuiti a funzionari talebani, compresi membri delle loro forze di sicurezza.

Secondo il rapporto, redatalebani 1 690x362tto dalla Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA), i casi documentati riguardavano 15 donne e sei ragazze e includevano stupri, stupri di gruppo, matrimoni forzati e nudità forzata.

“L’UNAMA ha verificato casi di stupro, stupro di gruppo, matrimoni forzati e nudità forzata che hanno coinvolto 15 donne e sei ragazze, attribuiti a funzionari di fatto, tra cui membri di fatto delle forze di sicurezza”, afferma il rapporto.

I risultati sono inclusi nella relazione annuale del segretario generale sulla violenza sessuale legata al conflitto, che descrive l’Afghanistan come un Paese che affronta “gravi bisogni umanitari e impunità” a fronte delle continue restrizioni imposte a donne e ragazze.

Il rapporto afferma che i talebani sono stati implicati non solo in atti di violenza sessuale, ma anche nel perpetuarsi dei matrimoni forzati, nonostante un decreto emesso dai talebani nel 2021 che formalmente proibiva tale pratica.

Il segretario generale ha inoltre citato le conclusioni del relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Afghanistan, il quale ha riferito che le donne che contestano o protestano contro le politiche dei talebani sono state sottoposte a detenzioni arbitrarie. Secondo il rapporto, le donne detenute hanno subito torture e maltrattamenti, tra cui violenze sessuali.

Il rapporto collega gli abusi documentati a un più ampio deterioramento della tutela dei diritti delle donne da quando i talebani sono tornati al potere nell’agosto del 2021.

A quattro anni dallo smantellamento dei quadri giuridici e dei tribunali specializzati per i casi di violenza contro le donne, il rapporto evidenzia come permanga l’incertezza sull’accesso delle donne alla giustizia. I casi di violenza di genere sono ora gestiti in gran parte da funzionari di sesso maschile, sollevando preoccupazioni in merito alla responsabilità e alla tutela delle vittime.

Le Nazioni Unite hanno inoltre avvertito che i sistemi di sostegno alle vittime si sono notevolmente indeboliti.

Sebbene le organizzazioni umanitarie abbiano continuato a fornire assistenza legale, supporto psicosociale e servizi di gestione dei casi, il rapporto afferma che la carenza di fondi e le restrizioni imposte alle operatrici umanitarie hanno drasticamente ridotto la disponibilità di assistenza. Le restrizioni imposte dai talebani all’occupazione e alla libertà di movimento delle donne hanno ulteriormente limitato la capacità delle organizzazioni umanitarie di raggiungere le popolazioni vulnerabili.

Secondo il rapporto, a luglio 2025 più di 400 strutture sanitarie avevano chiuso i battenti in tutto l’Afghanistan. Centinaia di centri di assistenza sostenuti dalle Nazioni Unite, che fornivano supporto alle vittime di violenza di genere, sono stati costretti a chiudere a causa della mancanza di fondi.

Il rapporto rileva inoltre che i talebani hanno continuato a impedire alle donne afghane, comprese le dipendenti delle Nazioni Unite, di accedere agli uffici dell’ONU, creando ulteriori ostacoli alla fornitura di assistenza umanitaria e servizi di protezione.

Secondo il rapporto, le vittime degli abusi legati al conflitto in Afghanistan hanno ripetutamente chiesto il riconoscimento dei danni subiti, un risarcimento, garanzie contro future violazioni e la responsabilità penale dei colpevoli.

In una sezione dedicata alla giustizia e alla responsabilità, il rapporto evidenzia l’istituzione, nell’ottobre 2025, di un Meccanismo investigativo indipendente per l’Afghanistan da parte del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Tale organismo è stato creato per raccogliere, conservare e analizzare le prove di crimini internazionali e gravi violazioni del diritto internazionale, compresi i crimini commessi contro donne e ragazze.

Il rapporto evidenzia anche il più ampio costo umano della violenza sessuale. In un’analisi delle tendenze globali, rileva che casi di suicidio tra i sopravvissuti alla violenza sessuale legata ai conflitti sono stati documentati sia in Afghanistan che in Myanmar.

Nelle sue raccomandazioni, il segretario generale ha esortato le autorità talebane a “cessare immediatamente ogni atto di violenza sessuale”, a invertire le politiche che limitano i diritti e le libertà delle donne e delle ragazze, a rispettare gli obblighi internazionali dell’Afghanistan e le risoluzioni del Consiglio di sicurezza, e a rimuovere le restrizioni che impediscono alle donne afghane di lavorare per le Nazioni Unite e le organizzazioni non governative.

Il rapporto copre il periodo da gennaio a dicembre 2025 e fa parte della valutazione annuale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale legata ai conflitti a livello globale. Avverte che la riduzione dei finanziamenti umanitari, gli attacchi contro gli operatori umanitari e le crescenti restrizioni ai diritti delle donne stanno aumentando la vulnerabilità delle sopravvissute nei paesi colpiti dai conflitti, tra cui l’Afghanistan.

 

8 marzo: Una rosa rossa per le figlie della mia terra

Un’altra voce di donna afghana nella Giornata internazionale per la donna, mentre alcune fonti dicono che i talebani hanno arrestato a Kabul Zuhal Fazel, un’attivista per i diritti delle donne. Sono entrati in casa e l’hanno portata via. Non è chiaro dove sia stata condotta né quali accuse, se ce ne sono, le siano state mosse.

Baran Mohammadi, AMU Tv, 8 marzo 2026

Ero davvero esausta. Così esausta che a volte mi dispiaceva persino essere una donna. Mi dicevo che forse avrei dovuto accettare che tutto è esattamente come dicono: che per noi non dovrebbe esserci scuola, né lavoro, né presenza fuori casa, né posto nella società. Forse tutto questo è ciò che Dio Onnipotente ha scritto per noi, e nella storia della creazione questo è il ruolo che ci è stato assegnato.

Allora perché non dovremmo interpretare il nostro ruolo esattamente come è scritto? Un attore su un palcoscenico teatrale o in un film ha il diritto di dire o fare qualcosa di contrario a quanto scritto nel copione? Un attore deve dire esattamente ciò che è scritto e fare esattamente ciò che gli viene assegnato.

Forse il mondo stesso è il palcoscenico del Dio Onnipotente. Egli ha scritto una storia e assegnato un ruolo a ogni essere. Il ruolo deve quindi essere interpretato esattamente come scritto nel copione: niente di più, niente di meno, senza ombra di dubbio.

Me lo ero detto, in preda alla rabbia e alla stanchezza: forse questa narrazione dell’essere donna è corretta. Forse è destino, e bisogna accettarlo.

Avevo detto che da quel momento in poi avrei abbassato la testa e avrei recitato la mia parte. Senza fare domande, senza protestare, come un’attrice che sa di non aver scritto lei la sceneggiatura e non ha altra scelta che recitarla.

“Mi piace il fatto di essere donna”

Ma da ieri sera, quando ho visto su Amu TV che si parlava dell’8 marzo, qualcosa mi ha improvvisamente percorso la pelle. Ho sentito come se una vena rimasta in silenzio per un po’ di tempo avesse ricominciato a pulsare. Qualcosa si è mosso nella mia mente: un’irrequietezza mentale, proprio come ha scritto lo scrittore turco Orhan Pamuk. Un’irrequietezza che sveglia improvvisamente una persona dal sonno.

All’improvviso mi accorsi che le convinzioni che mi ero costretta ad accettare negli ultimi mesi si erano trasformate in fumo e svanite nell’aria. Era come se non mi fossero mai appartenute. Mi piaceva di nuovo la sensazione di essere una donna: mi piaceva il fatto di essere una donna, che qualcosa dentro di me fosse ancora vivo.

Mia madre, che negli ultimi mesi aveva iniziato ad avere paura del mio silenzio e della mia obbedienza – una paura che potevo leggere inespressa nei suoi occhi – oggi mi guardava in modo diverso. Vidi i suoi occhi brillare per l’energia e l’entusiasmo che vedeva in me. C’era una domanda nel suo sguardo, come se volesse chiedermi: Cosa è successo, figlia mia? Sei tornata la persona di prima? Sei tornata la persona che eri prima in questi ultimi mesi?

Una ragazza vivace, rumorosa e vivace, curiosa, una lettrice, polemica; una ragazza che non aveva mai paura di discutere e discutere su niente e nessuno.

Guardare direttamente negli occhi gli uomini

Oggi ho deciso di uscire. Di guardare direttamente negli occhi gli uomini – attraverso i due occhi che spuntano sotto la mascherina sul mio viso – e di osservarli. Non per ostilità, ma per ricordare che ho ancora il diritto di camminare in questa città, di guardare e di essere vista.

Ho deciso di andare a cercare fiori, rose rosse. E di regalare una rosa rossa a ogni ragazza che vedo, a ogni donna che vedo per le strade e i vicoli della mia città. Alle figlie della mia città, alle figlie della mia terra.

Forse è un gesto piccolo. Forse nessuno se ne accorgerà. Ma per me, per il mio cuore, è un segno che qualcosa in me è ancora vivo, qualcosa che non vuole limitarsi a recitare la parte che è stata scritta per lei.

Forse il mondo è davvero un palcoscenico. Ma oggi ho capito che a volte anche l’attore può scrivere un nuovo copione nel suo cuore.

Baran Mohammadi è una donna che vive in Afghanistan e ha chiesto che venga utilizzato solo il suo nome.

Nessun paese al mondo ha raggiunto la piena parità giuridica per donne e ragazze.

unwomen.org 4 marzo 2026

Dalla protezione contro la violenza di genere alla parità di retribuzione, donne e ragazze continuano a essere diseguali di fronte alla legge, poiché l’impunità per le violazioni dei loro diritti persiste in tutto il mondo, ha affermato oggi UN Women.

New York – L’8 marzo 2026, Giornata internazionale della donna, UN Women lancia un allarme globale: i sistemi giudiziari pensati per tutelare i diritti e lo stato di diritto stanno deludendo donne e ragazze in tutto il mondo. Le donne a livello globale detengono solo il 64% dei diritti legali degli uomini, esponendole a discriminazione, violenza ed esclusione in ogni fase della loro vita.

Questa è una delle conclusioni del nuovo rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite, “Garantire e rafforzare l’accesso alla giustizia per tutte le donne e le ragazze”. Lo stesso rapporto rivela che in oltre la metà dei paesi del mondo – il 54% – lo stupro non è ancora definito sulla base del consenso, il che significa che una donna può essere violentata e la legge potrebbe non riconoscerlo come reato. Una ragazza può ancora essere costretta a sposarsi, per legge nazionale, in quasi 3 paesi su 4. E nel 44% dei paesi, la legge non impone la parità di retribuzione per un lavoro di pari valore, il che significa che le donne possono ancora essere legalmente pagate meno per lo stesso lavoro. “Quando a donne e ragazze viene negata giustizia, il danno va ben oltre il singolo caso. La fiducia pubblica si erode, le istituzioni perdono legittimità e lo stesso stato di diritto si indebolisce. Un sistema giudiziario che delude metà della popolazione non può affermare di garantire la giustizia”, ​​ha affermato Sima Bahous, Direttrice Esecutiva di UN Women.

Mentre si intensifica la reazione contro gli impegni di lunga data in materia di parità di genere, le violazioni dei diritti di donne e ragazze stanno accelerando, alimentate da una cultura globale di impunità, che spazia dai tribunali agli spazi online, fino ai conflitti. Le leggi vengono riscritte per limitare le libertà di donne e ragazze, mettere a tacere le loro voci e consentire abusi senza conseguenze. Mentre la tecnologia supera la regolamentazione, donne e ragazze affrontano una crescente violenza digitale in un clima di impunità in cui i colpevoli raramente vengono ritenuti responsabili. Nei conflitti, lo stupro continua a essere utilizzato come arma di guerra, con i casi segnalati di violenza sessuale in aumento dell’87% in soli due anni.

Il rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite mostra anche che i progressi sono possibili: l’87% dei Paesi ha emanato leggi contro la violenza domestica e oltre 40 Paesi hanno rafforzato le tutele costituzionali per donne e ragazze nell’ultimo decennio. Ma le leggi da sole non bastano. Norme sociali discriminatorie – stigma, colpevolizzazione delle vittime, paura e pressione della comunità – continuano a mettere a tacere le sopravvissute e a ostacolare la giustizia, consentendo persino alle forme più estreme di violenza, incluso il femminicidio, di restare impunite. L’accesso delle donne alla giustizia è inoltre ostacolato da realtà quotidiane come costi, tempi, linguaggio e una profonda mancanza di fiducia nelle stesse istituzioni che dovrebbero proteggerle.

In questa Giornata Internazionale della Donna 2026, con il tema “Diritti. Giustizia. Azione. Per TUTTE le donne e le ragazze”, UN Women chiede un’azione urgente e decisiva: porre fine all’impunità, difendere lo stato di diritto e garantire l’uguaglianza – nella legge, nella pratica e in ogni ambito della vita – per tutte le donne e le ragazze.

La 70a sessione di quest’anno della Commissione sulla Condizione delle Donne (CSW) – il più alto organo intergovernativo delle Nazioni Unite che definisce gli standard globali per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere – rappresenta un’opportunità irripetibile per invertire la tendenza al declino dei diritti delle donne e garantire giustizia. “È il momento di alzarsi in piedi, farsi avanti e parlare a favore dei diritti, della giustizia e dell’azione, affinché ogni donna e ragazza possa vivere in sicurezza, parlare liberamente e vivere in modo equo”, ha sottolineato Sima Bahous, Direttrice Esecutiva di UN Women.