Lo stupro come politica di Stato

La lettre d’Afghanistan, 16 giugno 2026
C’è una frase che Zabihullah Mujahid ripete con la regolarità di un metronomo: «Nelle nostre prigioni non esiste alcuna forma di tortura. Atti di questo genere sono assolutamente proibiti. Dall’arresto fino al rilascio non viene praticata alcuna tortura». È una dichiarazione netta, ufficiale, ripetuta ogni volta che un nuovo rapporto denuncia gli abusi del regime o che una sopravvissuta trova il coraggio di raccontare la propria esperienza. Eppure, alla luce della documentazione disponibile, si tratta di una menzogna di Stato di rara brutalità.
Le prove, infatti, continuano ad accumularsi. Dal ritorno dei talebani al potere, nell’agosto 2021, i rapporti della Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA), di Amnesty International, di Human Rights Watch e delle organizzazioni afghane per i diritti umani descrivono un sistema repressivo fondato sulla violenza, sull’impunità e sull’intimidazione. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha confermato che funzionari e combattenti talebani hanno commesso violenze sessuali contro donne e ragazze. Nel 2025 l’UNAMA ha documentato ventuno casi: quindici donne e sei ragazze. Alcune vittime sono state sottoposte a stupri individuali e di gruppo, altre costrette a matrimoni forzati. Donne arrestate semplicemente per aver partecipato a una manifestazione sono state torturate, maltrattate e sottoposte a violenze sessuali durante la detenzione.
Ventuno casi documentati. Ventuno casi che gli investigatori sono riusciti a ricostruire nonostante il sistematico isolamento imposto dalle autorità talebane, il divieto rivolto al Relatore speciale delle Nazioni Unite di entrare nel Paese e la paura che continua a chiudere la bocca alle vittime. Quel numero non rappresenta l’estensione del fenomeno, ma soltanto la parte che è stato possibile portare alla luce.
Rompere il silenzio
Tra coloro che hanno deciso di rompere il silenzio c’è Julia Parsee, attivista afghana per i diritti delle donne ed ex prigioniera dei talebani. In una recente dichiarazione pubblicata dall’agenzia di stampa ROJ ha raccontato che le detenute sono sottoposte a torture fisiche e psicologiche sistematiche e che le continue minacce rivolte ai loro familiari costituiscono una delle forme più crudeli di violenza esercitate nelle carceri del regime.
Ma la sua testimonianza va oltre. Parsee racconta la storia di una giovane donna della provincia di Kandahar, arrestata non per ciò che aveva fatto o detto, ma per il semplice fatto di appartenere a una determinata famiglia. Il suo unico “reato” era essere parente del generale Abdul Raziq, ex capo della polizia di Kandahar, assassinato nel 2018. Dopo la presa del potere da parte dei talebani, gli uomini e le donne ritenuti vicini a Raziq — in gran parte membri della tribù Achakzai — sono stati vittime di omicidi, sparizioni forzate, torture e detenzioni arbitrarie. Alcuni testimoni sostengono che si possa essere uccisi persino per aver conservato una fotografia del generale. Secondo Parsee, quella giovane donna è stata violentata ripetutamente durante tutta la sua detenzione.
Si potrebbe obiettare che si tratta di una testimonianza indiretta, fondata su un’unica fonte. È vero. Ma è proprio questo il punto. La violenza sessuale esercitata nelle carceri talebane è circondata da un tale livello di stigma sociale che pochissime sopravvissute riescono a raccontare ciò che hanno subito. Molte, una volta liberate, si nascondono. Altre non riescono a sopportare il peso delle conseguenze sociali della detenzione. I casi di suicidio segnalati sono numerosi. Per chi riesce a uscire dal carcere, il ritorno alla libertà coincide spesso con un nuovo isolamento.
Il silenzio, in questo contesto, non è una prova d’innocenza del regime. È una delle conseguenze più evidenti del crimine stesso.
L’onore come strumento politico
Le ragioni di questo silenzio sono profonde e radicate. La società afghana è strutturata, nei suoi livelli più profondi, attorno al concetto di onore. La violenza sessuale non rappresenta soltanto una ferita inflitta al corpo di una donna: viene utilizzata come un’arma contro la sua famiglia, il suo clan e la sua comunità. I talebani conoscono perfettamente questo meccanismo e lo sfruttano con precisione calcolata.
Colpire una donna significa colpire una rete sociale più ampia. Violentarla significa intimidire tutti coloro che le sono vicini, perché denunciare quanto accaduto può esporre la famiglia alla vergogna e alla stigmatizzazione. In questo modo la violenza sessuale diventa uno strumento di controllo collettivo: non serve soltanto a punire una persona, ma a scoraggiare qualsiasi forma di opposizione.
Tra il gennaio 2022 e il luglio 2023, l’UNAMA ha documentato oltre 1.600 violazioni dei diritti umani commesse durante arresti e detenzioni, quasi la metà delle quali comprendeva torture o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Questo dato, raccolto nonostante le restrizioni imposte alle attività di monitoraggio, deve essere interpretato come una soglia minima, non come una misura completa della violenza esercitata.
Direzione 40
Zarifa Yaqobi, ex detenuta e attivista per i diritti delle donne, ha risposto direttamente alle smentite di Zabihullah Mujahid. Lei e le sue colleghe, ha raccontato, sono state detenute per quarantuno giorni nelle condizioni più dure: isolamento, interrogatori, torture e confessioni estorte presso la Direzione 40 dei servizi d’intelligence.
La Direzione 40. Un nome, un indirizzo. Non un simbolo né un’allegoria. Un edificio a Kabul dove donne sono state sistematicamente spezzate mentre il portavoce ufficiale del regime assicurava al mondo che nelle carceri talebane non accadeva nulla.
Ciò che avviene nelle prigioni afghane non può essere liquidato come l’abuso incontrollato di pochi individui. È una politica. Una politica che utilizza il corpo, l’onore e la paura come strumenti di governo.
Le donne arrestate per aver manifestato, per aver avuto rapporti con il precedente governo o semplicemente per aver occupato uno spazio nella vita pubblica sono bersagli selezionati. La loro detenzione non ha soltanto lo scopo di punirle. Serve a diffondere la paura, a colpire le loro famiglie, a paralizzare chi osserva e a trasmettere un messaggio chiaro: il prezzo della resistenza sarà pagato non solo dalla singola persona, ma dall’intera comunità che le sta intorno.
Impunità del regime talebano
L’impunità del regime talebano si fonda su diversi pilastri. Il primo è l’assenza di un sistema giudiziario indipendente in grado di indagare sulle violazioni commesse dalle autorità. Le autorità de facto hanno inoltre impedito al Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan di entrare nel Paese.
Nel frattempo, la comunità internazionale continua a utilizzare il linguaggio dell’«impegno» e del «dialogo», una formula che spesso appare più orientata alla gestione delle relazioni con il regime che alla richiesta di giustizia per le vittime. Si negoziano accordi di rimpatrio. Si invitano rappresentanti talebani a incontri e conferenze internazionali. Si cerca una forma di gestione politica della situazione.
Ma intanto, a Kandahar, a Kabul e nei luoghi di detenzione controllati dai servizi di sicurezza talebani, donne e ragazze continuano a pagare con il proprio corpo il prezzo del silenzio del mondo.
Julia Parsee ha parlato. Zarifa Yaqobi ha parlato. Tamana Paryani ha parlato. Queste donne hanno corso rischi enormi affinché le loro testimonianze potessero superare i confini dell’Afghanistan e raggiungere il resto del mondo.
La risposta minima che il mondo deve loro è ascoltarle. Non relegarle in una generica categoria di «diritti umani» tra due paragrafi di analisi geopolitica. Ascoltarle significa riconoscere la natura della violenza che denunciano e chiamarla con il suo nome.
Secondo numerose organizzazioni per i diritti umani, le pratiche documentate contro donne e oppositori in Afghanistan possono configurare gravi violazioni del diritto internazionale. La repressione sistematica, la persecuzione di genere e l’uso della violenza sessuale come strumento di intimidazione richiedono un esame alla luce degli standard sui crimini internazionali.
Lo stupro nelle carceri dell’Emirato islamico non è un effetto collaterale della repressione. È uno strumento di governo.

















