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Tag: violenza sulle donne

I talebani chiudono con la forza il rifugio di Mehbooba Siraj

afintl.com 10 dicembre 2025

I talebani hanno chiuso con la forza la casa rifugio della nota attivista per i diritti delle donne Mahbubeh Siraj a Kabul. Il rifugio ospitava donne e bambini vittime di violenza.
Mahbubeh Siraj è una delle poche attiviste che ha sostenuto il dialogo con i talebani.
Si è recata regolarmente in Afghanistan dopo il ritorno al potere dei talebani ed è stata accusata da molte donne e difensori dei diritti umani di “insabbiare” i talebani.
Fonti affermano che la signora Siraj ha interagito e collaborato con i talebani per mantenere in funzione la sua casa rifugio.
Afghanistan International ha ricevuto un messaggio dalla signora Siraj in cui esprime con forza rabbia e delusione per l’azione dei talebani.
In questo messaggio indirizzato alle attiviste, ha affermato che i talebani hanno chiuso con la forza la sua casa sicura, dove vivevano 33 donne e bambini.
“Ero affranta e ho perso la mia battaglia”, ha scritto disperata.
La signora Siraj ha sottolineato che mantenere una casa sicura “non è stata solo la mia lotta, ma la lotta di molte donne afghane. Sono devastata”.
Negli ultimi due decenni, decine di case rifugio sono state operative a Kabul e in diverse province. Donne non accompagnate, vittime di violenza domestica e senzatetto vivevano in queste case con i loro figli. Dopo l’ascesa al potere dei talebani, anche alcune attiviste e attivisti per i diritti umani si sono rifugiati in queste case. Alcune organizzazioni internazionali hanno sostenuto le case rifugio a Kabul e nelle province.
Mahbooba Siraj è stata una delle poche attiviste vicine ai talebani. Ha incontrato e parlato a stretto contatto con i funzionari talebani. Ha sostenuto l’interazione e la cooperazione con i talebani in occasione di incontri internazionali. Ha ripetutamente difeso la sicurezza e il governo dei talebani in Afghanistan in interviste con i media internazionali. Queste posizioni sono state ampiamente criticate dalle attiviste per i diritti delle donne.

Il fallimento morale del mondo nel prevenire la violenza contro le donne afghane

Zan Times, 3 dicembre 2025 di Omid Sharafat

Mentre il mondo celebra il 25 novembre come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, le donne afghane subiscono le peggiori forme di violenza sotto il regime talebano da oltre quattro anni. Sembra che i governi e le istituzioni che affermano di difendere i diritti umani, insieme ai difensori dei diritti delle donne, abbiano subito un profondo fallimento morale di fronte a ciò che sta accadendo alle donne in Afghanistan.

Sebbene la comunità internazionale – ad eccezione della Russia – non abbia formalmente riconosciuto il governo dei Talebani, nella pratica continua a interagire con il gruppo in qualità di autorità de facto. La continua interazione politica e diplomatica tra le potenze regionali e globali e i Talebani, l’espansione del controllo talebano sulle missioni estere dell’Afghanistan e il crescente numero di visite ufficiali e incontri con rappresentanti talebani hanno incoraggiato il gruppo a commettere diffuse violazioni dei diritti umani, in particolare atti di violenza contro le donne.

Negli ultimi quattro anni, i Talebani hanno emanato centinaia di decreti restrittivi contro donne e ragazze, vietando loro l’istruzione, il lavoro, lo sport, i viaggi e persino la libera circolazione fuori casa, di fatto escludendole da ogni sfera della vita pubblica. Inoltre, numerosi rapporti hanno documentato matrimoni forzati, aggressioni sessuali, torture e omicidi perpetrati da combattenti e funzionari talebani.

Tuttavia, la comunità internazionale non ha adottato alcuna misura significativa ed efficace per porre fine a questi abusi.

Perché il 25 novembre è stato scelto come giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

Dal 1980, le attiviste per i diritti delle donne hanno celebrato il 25 novembre come giornata di resistenza contro la violenza di genere. La commemorazione è incentrata sulla memoria delle tre sorelle Mirabal, brutalmente assassinate nel 1960 dal dittatore della Repubblica Dominicana. Il loro assassinio è diventato il fondamento simbolico di questa campagna globale.

Il 20 dicembre 1993, con la Risoluzione 48/104, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne, creando un quadro internazionale per sradicare la violenza contro le donne in tutto il mondo. In un passo complementare, il 7 febbraio 2000, l’Assemblea Generale designò ufficialmente il 25 novembre come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, adottando la Risoluzione 54/134.

Con questa designazione, le Nazioni Unite hanno invitato i governi, gli organismi internazionali e le organizzazioni della società civile a unire gli sforzi ogni anno in questa giornata, coordinando le attività volte a sensibilizzare e a promuovere la lotta per porre fine alla violenza contro le donne.

Il divario tra retorica e realtà

La comunità internazionale, compresi i paesi della regione, sembra intrappolata in una contraddizione tra ciò che proclama e ciò che effettivamente fa nel suo impegno con i Talebani. Nelle dichiarazioni pubbliche, i governi subordinano costantemente il riconoscimento dei Talebani e un impegno più approfondito alla formazione di un governo inclusivo e al rispetto dei diritti delle donne e delle minoranze. Ma nella pratica, i diritti delle donne sono diventati una questione marginale, quasi simbolica.

I governi, guidati da politiche realistiche, danno priorità ai propri interessi nazionali quando trattano con i Talebani. Pur comprendendo questa realtà, i Talebani non hanno mostrato alcuna volontà di rispettare i diritti delle donne, né vi è alcun segno che intendano farlo in futuro.

Questo divario crescente tra posizioni dichiarate e politiche effettive comporta conseguenze sia per gli Stati che per la comunità internazionale:

Le conseguenze delle posizioni dichiarate dalla comunità internazionale

Le posizioni retoriche e pubbliche della comunità internazionale hanno quantomeno generato simpatia e solidarietà a livello globale nei confronti delle donne afghane. In questo contesto, sono emerse, e continuano a emergere, diverse iniziative significative a sostegno dei diritti delle donne afghane. Questi sforzi possono essere riassunti in diversi ambiti chiave:

  1. Sostenere l’istruzione online e ampliare le opportunità di borse di studio per le donne e le ragazze afghane.
  2. Fornire piattaforme in cui attivisti e sopravvissuti alla violenza dei talebani possano parlare in forum e istituzioni internazionali.
  3. Sostenere l’organizzazione di tribunali popolari che cerchino di accertare le responsabilità degli abusi dei talebani.
  4. Sostenere conferenze, raduni e proteste organizzate dalle donne afghane.
  5. Imposizione di sanzioni ed emissione di mandati di arresto nei confronti di alcuni leader talebani.

Le conseguenze delle politiche effettive della comunità internazionale

Il comportamento pratico e l’impegno concreto della comunità internazionale nei confronti dei Talebani trasmettono un messaggio molto diverso, che suggerisce che i diritti umani e i diritti delle donne siano in gran parte preoccupazioni simboliche, mentre gli interessi nazionali in materia di sicurezza, economia e politica hanno la precedenza. Sulla base di questa realtà, si possono identificare le seguenti conseguenze chiave dell’attuale approccio del mondo nei confronti dei Talebani:

  1. Mancata priorità ai diritti delle donne nei negoziati con i talebani.
  2. Nessuna sospensione di aiuti, accordi o cooperazione è condizionata al rispetto dei diritti delle donne.
  3. Ridurre il sostegno alle donne afghane a gesti civici simbolici, privi di applicazione o di un seguito significativo.
  4. Continuazione, approfondimento ed espansione delle violazioni dei diritti delle donne, insieme all’aumento della violenza di genere contro le donne afghane da parte dei talebani.
  5. Rendendo le celebrazioni globali, come la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, in gran parte simboliche e inefficaci

Pertanto, è chiaro che qualsiasi cambiamento nel trattamento delle donne da parte dei Talebani dipende dalle politiche concrete della comunità internazionale nei confronti del gruppo, non dalle sue posizioni dichiarate o retoriche. La conseguenza logica di questo divario tra parole e azioni è duplice: da un lato, le donne afghane rimangono indifese di fronte alla crescente violenza dei Talebani; dall’altro, gli slogan umanitari e per i diritti umani diventano vuoti e privi di significato.

In definitiva, il fallimento morale della comunità internazionale nei confronti delle donne afghane è inequivocabile, e il danno reputazionale per i governi e le istituzioni che affermano di difendere i diritti umani e i diritti delle donne è tanto profondo quanto vergognoso.

Omid Sharafat è lo pseudonimo di un ex professore universitario di Kabul e ricercatore di relazioni internazionali.

[Trad. automatica]

 

I talebani arrestano e poi rilasciano una dottoressa durante una nuova repressione delle donne a Herat

amu.tv, 10 novembre 2025, di  Ahmad Azizi

Fonti locali hanno riferito che i talebani hanno arrestato e poi rilasciato una chirurga a Herat, nell’ambito di una nuova stretta sull’abbigliamento femminile e sull’accesso agli spazi pubblici, comprese le strutture mediche.

La dottoressa Shabnam Fazli, chirurgo generale presso l’ospedale regionale di Herat, è stata arrestata dai funzionari talebani nei pressi dell’ospedale all’inizio di questa settimana, secondo quanto riferito da alcune fonti ad Amu. Suo marito, Quddus Khatibi, ha successivamente confermato l’arresto sulla sua pagina Facebook. Nel frattempo è stata rilasciata.

L’incidente segue le nuove restrizioni imposte dai talebani, che impongono a pazienti e medici di indossare il burqa negli ospedali pubblici. Sebbene la direzione talebana per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio di Herat abbia negato di aver emanato tale direttiva, diversi testimoni oculari e il personale ospedaliero affermano che l’applicazione è già iniziata.

Fonti affermano che la situazione è degenerata quando a una donna incinta, che aveva già subito due tagli cesarei, è stato negato l’ingresso al Gozargah Maternity Hospital perché non indossava il burqa. Mentre soffriva per le doglie fuori dalla struttura, il suo utero si è rotto. La sua famiglia, disperata, l’ha trasportata in risciò in un altro ospedale, il Rezai Regional Maternity Hospital.

Quando è stata sottoposta a un intervento chirurgico d’urgenza, il suo bambino non ancora nato era morto a causa di un’emorragia interna e della mancanza di ossigeno, hanno spiegato le fonti. La donna è attualmente in coma e rimane ricoverata in terapia intensiva, hanno aggiunto le fonti.

Il caso ha suscitato indignazione tra i professionisti del settore medico e i sostenitori dei diritti delle donne, i quali affermano che le rigide norme di abbigliamento dei talebani mettono in pericolo vite umane e violano l’etica medica di base.

“Non si tratta di cultura o tradizione, ma di controllo”, ha affermato un medico di Herat che ha chiesto di rimanere anonimo per timore di ritorsioni. “Quando l’accesso all’assistenza sanitaria diventa condizionato da ciò che una donna indossa, si perdono delle vite”.

Da quando sono tornati al potere nel 2021, i Talebani hanno reintrodotto una serie di restrizioni di genere simili a quelle applicate durante il loro primo regime negli anni ’90. Alle donne è ora vietato accedere alla maggior parte dei lavori, all’istruzione secondaria e superiore e spesso sono obbligate a viaggiare con un tutore maschio. La visibilità pubblica è ulteriormente limitata dai codici di abbigliamento che impongono l’uso di indumenti che coprano il viso, come il burqa.

Le Nazioni Unite e i gruppi per i diritti umani hanno ripetutamente chiesto ai talebani di revocare queste politiche, avvertendo che esse equivalgono a una “persecuzione di genere” e potrebbero costituire crimini secondo il diritto internazionale.

Nonostante le pressioni internazionali, i talebani continuano a sostenere che le loro politiche sono in linea con la loro interpretazione della legge islamica.

[Trad. automatica]

La sinistra ha paura della laicità?

noidonne.org Monica Lanfranco 27 ottobre 2025

Quando è ripartito il dibattito sul divieto del velo in Italia, come avviene ad intervalli più o meno regolari quando ci sono proposte di legge più o meno propagandistiche sull’argomento, è tornato anche l’immancabile appello contro l’islamofobia da parte di chi è contrario al divieto: l’islamofobia sarebbe il sentimento che anima chi è critico sulla copertura del corpo femminile, imposta nei paesi a maggioranza religiosa islamica.
Sono andata nei giorni scorsi a riprendere le fonti che, da almeno due decenni, riporto nei vari articoli e saggi sul tema, voci autorevoli di attiviste e studiose che lavorano per la laicità nei loro paesi di provenienza (quasi tutte sono riparate in Europa, perché in patria sarebbero in carcere o morte): Maryam Namazie, Merieme Helie Lucas, Inna Shevchenko, Gita Sahgal, che spiegano perché il relativismo della sinistra e di parte del movimento femminista (“è la loro cultura, la laicità occidentale è imperialismo, le islamiche si devono liberare da sole, la taglia 42 è il nostro burka”) sia un danno enorme per la liberazione dal patriarcato fondamentalista, di qualunque religione si tratti e ad ogni latitudine. Volevo riportarle per ricondividere le voci che mettono in luce il pericolo di parlare di ‘fobia’ nel caso della religione: in alcuni paesi del mondo la critica alla religione viene identificata con la blasfemia, e punita fino alla morte.
Poi, al mattino presto del 13 ottobre 2025, ho assistito ad alcune fasi del rilascio degli ultimi 20 ostaggi vivi israeliani, grazie alle dirette disponibili online. Nelle strade di Gaza c’erano solo uomini, giovani e non: le pochissime donne erano tutte velate, qualcuna anche con il niqab, presenze scure e uniformi nel mare di uomini che vivevano le fasi concitate dell’evento in quella terra martoriata.
Una terra nella quale, oltre alla carneficina operata dall’esercito israeliano, le donne hanno subìto da sempre, con l’insediamento di Hamas, la specifica violenza che le condanna al destino legato al loro sesso in ogni luogo dove c’è la guerra e dove c’è il fondamentalismo: lo stupro, che in guerra diventa arma usata tra uomini per punire il nemico attraverso la violenza più inumana che un uomo compia sull’altra da sé.
Come ci insegna il Tribunale delle donne dell’ex Iugoslavia oltre alla violenza sessuale le donne che ne sono vittime rischiano di essere abbandonate dalla loro famiglia d’origine a causa della violenza che hanno subìto.
Nel recente timido report di Terre des Hommes sulla condizione femminile in Palestina si afferma, dati alla mano, che a Gaza la situazione delle donne e delle bambine si è aggravata durante i due anni di guerra, senza dire però che anche prima era un inferno: spose bambine, limitazione delle cure mediche, divieto di accesso all’istruzione erano, e sono, pratiche coerenti e strutturali del fondamentalismo islamico, in Palestina con la feroce dittatura di Hamas, in Nigeria con quella di Boko Haram, in Iraq con i Talebani, in Iran con i fondamentalisti che incarcerano e uccidono le ragazze che si oppongono al velo, solo per citare le situazioni più note.
Molte critiche in Italia, da sinistra e in alcuni settori del femminismo, si sono levate contro la legge francese del 2004, approvata a larga maggioranza dopo un lungo dibattito pubblico non solo dalla destra ma anche dai socialisti, che vieta i segni religiosi ostensibili, come il velo islamico, la croce, la kippah e il turbante sikh nelle scuole pubbliche.
Nel 2006 a Genova, invitata dalla rivista Marea, Mimouna Hajam della associazione Ni putes ni soumise raccontò di come quella legge aiutasse le giovani donne delle famiglie musulmane nel loro processo di liberazione dalle catene del fondamentalismo anche domestico. In Italia la proposta, che la destra presenta malamente in chiave propagantistica ‘anti islam’, è criticata a sinistra perché soffia sul fuoco del razzismo, ed è ovviamente da rigettare per questo.
Però attenzione: è pericoloso aggirare l’ostacolo dicendo che una legge c’è, la 152 del 1975, relativa al divieto di portare il casco o copertura integrale in una logica di tutela della sicurezza. Qui non si tratta di sicurezza: lo spiega molto bene la reazione dell’imam Massimo Abdallah Cozzolino, guida dell’associazione culturale islamica Zayd Ibn Thabit. Il religioso ha dichiarato: “Non sono contrario a misure che tutelino la sicurezza pubblica, ma mi oppongo a qualsiasi iniziativa che rischi di colpire l’identità religiosa di una comunità. In quel caso, si andrebbe contro i principi costituzionali a cui tutti, spesso, si richiamano. La libertà religiosa garantisce a ciascuno il diritto di esprimere la propria fede, le proprie pratiche e simboli, purché nel rispetto delle leggi e dei valori comuni”.
E’ questo il punto. Per usare la lucida analisi di Raffaele Carcano che parlò di relazioni pericolose tra sinistra e islam “il problema è che gli esseri umani (e le organizzazioni in cui si uniscono) hanno molte identità, e assumere certe posizioni anziché altre finisce quindi per definire quale delle diverse identità è ritenuta prioritaria. Come ha sottolineato Kenan Malik, sostenere che i leader musulmani non devono essere sottoposti alle stesse crude domande di chiunque altro è difficilmente un buon argomento in favore delle pari opportunità. Ma una corrente consistente della sinistra non si riconosce più in tale scopo, se coinvolge una religione di minoranza. Non è più per l’emancipazione di tutte le donne ma per il sostegno all’hijiabizzazione di quelle musulmane, che fu il provvedimento centrale della politica khomeinista e che ovunque è l’obbiettivo numero uno di tutti gli islamisti, sciiti o sunniti che siano. Non più per la libertà di espressione, ma per il politicamente corretto. Non più per la laicità, ma per la deroga al principio di uguaglianza e per la concessione di privilegi comunitaristi. L’incondizionato sostegno alla causa palestinese la porta a sostenere gli estremisti di Hamas, e pazienza se i laici palestinesi sono costretti al silenzio o all’esilio. Se la priorità è la laicità, non fai sconti a nessun politico e a nessuna religione. La storia insegna che se non scegli questa strada stai sottovalutando gli effetti collaterali. Come la sinistra iraniana ha tragicamente sperimentato sulla propria pelle”.

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, 676 milioni di donne vivono vicino a zone di guerra, mentre i progressi della pace femminile si stanno esaurendo.

amutv, 21 ottobre 2025. di Siyar Sirat

Oltre 676 milioni di donne e ragazze vivono ormai entro 50 chilometri da conflitti attivi, la cifra più alta degli ultimi decenni, e i progressi compiuti nella protezione e nella partecipazione delle donne durante la guerra si stanno sgretolando, avverte un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato lunedì.

Il rapporto annuale del 2025 “Donne, pace e sicurezza” descrive in dettaglio un forte aumento dell’impatto della guerra sulle donne: le vittime civili tra donne e bambini sono quadruplicate negli ultimi due anni e i casi di violenza sessuale legati ai conflitti sono aumentati dell’87% nello stesso periodo.

“Donne e ragazze vengono uccise in numeri record, escluse dai tavoli di pace e lasciate senza protezione mentre le guerre si moltiplicano”, ha affermato Sima Bahous, direttrice esecutiva di UN Women. “Le donne non hanno bisogno di altre promesse. Hanno bisogno di potere, protezione e pari partecipazione”.

Nonostante le prove che il coinvolgimento delle donne rafforzi i risultati della pace, il loro ruolo nei processi di pace formali rimane minimo. Nel 2024, le donne rappresentavano solo il 7% dei negoziatori e il 14% dei mediatori. Nove processi di pace su dieci non avevano alcuna donna come negoziatrice.

Nel frattempo, la spesa militare globale ha superato i 2,7 trilioni di dollari nel 2024, eppure le organizzazioni per i diritti delle donne nelle zone di conflitto hanno ricevuto solo lo 0,4% dei finanziamenti umanitari, secondo il rapporto.

I risultati giungono 25 anni dopo l’adozione della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che chiedeva la piena partecipazione delle donne alla pace e ai processi decisionali, nonché la loro protezione nei conflitti. Il rapporto segnala che i progressi non solo sono bloccati, ma ora stanno invertendo la rotta. “Questa è una crisi di esclusione”, ha affermato Bahous, avvertendo che guerre irrisolte, carenze di aiuti e una reazione globale alla parità di genere stanno vanificando i progressi duramente conquistati.

Il rapporto esorta i paesi e le agenzie umanitarie a mettere in atto misure concrete: includere le donne nei team negoziali; escludere accordi sulle armi che emarginano le donne; garantire giustizia alle vittime di crimini di guerra basati sul genere; e investire in dati affidabili, disaggregati per genere, in modo che le esperienze delle donne siano visibili e non ignorate.

“Non è un problema di dati; è un problema di potere”, ha affermato Bahous. Mentre i conflitti si diffondono a livello globale e i processi di pace rimangono dominati dagli uomini, la capacità del mondo di trovare soluzioni durature dipende sempre più dal porre le donne al centro degli sforzi per la pace e la sicurezza.

Il rapporto precede il dibattito annuale del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite su donne, pace e sicurezza, in cui gli Stati membri esamineranno i progressi compiuti e rinnoveranno l’impegno ad agire, sebbene il rapporto suggerisca che molti impegni restano incompiuti.

Madrid, 8 e 9 ottobre 2025: la parola strappata al buio

lalettrehebdo.com 10 ottobre 2025

A Madrid, le voci soffocate dell’Afghanistan hanno trovato uno spazio per essere ascoltate. Il Tribunale popolare per le donne dell’Afghanistan, tenutosi l’8 e il 9 ottobre, ha rivelato ciò che molti vorrebbero ignorare: la realtà quotidiana di un regime che ha fatto dell’esclusione e della violenza sistematica il suo modo di governo.
In questo secondo giorno, testimonianze e richieste fanno luce su crimini raramente menzionati. Il procuratore Benafsha Yaqoobi ha descritto l’abbandono totale dei disabili, privati delle cure e dei diritti fondamentali. L’attivista Hoda Khamosh ha ricordato minacce, repressione sanguinosa, brutalità contro le donne manifestanti. Orzala Nemat ha nominato, uno per uno, i principali funzionari talebani, sottolineando l’estrema centralizzazione del potere. Infine, il diritto alla salute delle donne è stato presentato come un campo di battaglia invisibile, dove divieti e carenze di medici condannano migliaia di afghani a soffrire in silenzio.
Oltre un centinaio di organizzazioni della società civile hanno salutato la corte come un passo “storico”, chiedendo all’Unione Europea e alla Spagna di agire senza calcoli politici, proteggere i testimoni e perseguire i responsabili. Questo processo civile non ha valore giuridico vincolante, ma costituisce un archivio morale e politico, un passo essenziale per documentare i crimini contro l’umanità e preparare, domani, i meccanismi della giustizia internazionale.
L’Afghanistan oggi non è solo una tragedia lontana. È un test per il diritto internazionale e per la nostra coscienza collettiva. Le donne afghane pagano il prezzo più alto, ma si rifiutano di tacere. Madrid è stata, nel giro di due giorni, la scatola di risonanza delle loro lotte.

Parità di genere: il divario in cifre

Se le tendenze attuali persisteranno, entro la fine del decennio oltre 351 milioni di donne e ragazze potrebbero ancora vivere in condizioni di povertà estrema

Ana Carmo, News Nazioni Unite, 15 settembre 2025

Il mondo si sta allontanando dalla parità di genere e il costo si sta contando in termini di vite umane, diritti e opportunità. A cinque anni dalla scadenza degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS) nel 2030, nessuno degli obiettivi per la parità di genere è sulla buona strada.

È quanto emerge dal rapporto SDG Gender Snapshot di quest’anno, pubblicato lunedì da UN Women e dal Dipartimento per gli affari economici e sociali delle Nazioni Unite, che si basa su oltre 100 fonti di dati per monitorare i progressi in tutti i 17 obiettivi.

Il mondo a un bivio

Il 2025 segna tre importanti traguardi per le donne e le ragazze: il 30° anniversario della Dichiarazione e della Piattaforma d’azione di Pechino , il 25° anniversario della risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite su donne, pace e sicurezza e l’ 80 ° anniversario delle Nazioni Unite .

Ma alla luce dei nuovi dati preoccupanti, è urgente accelerare azioni e investimenti.

Altri risultati del rapporto rivelano che la povertà femminile non è praticamente cambiata negli ultimi cinque anni, attestandosi intorno al 10% dal 2020. La maggior parte delle persone colpite vive nell’Africa subsahariana e nell’Asia centrale e meridionale.

Il conflitto amplifica la crisi

Solo nel 2024, 676 milioni di donne e ragazze vivevano a rischio di conflitti mortali, il numero più alto dagli anni ’90.

Per chi si trova in zone di guerra, le conseguenze vanno ben oltre lo sfollamento. Insicurezza alimentare, rischi per la salute e violenza sono in forte aumento, osserva il rapporto.

La violenza contro donne e ragazze rimane una delle minacce più diffuse. Più di una donna su otto in tutto il mondo ha subito violenza fisica o sessuale da parte del partner nell’ultimo anno, mentre quasi una giovane donna su cinque si è sposata prima dei 18 anni. Ogni anno, si stima che quattro milioni di ragazze subiscano mutilazioni genitali femminili, e oltre la metà di esse prima del quinto compleanno.

Dare priorità alla parità di genere

Eppure, nonostante le statistiche fosche, il rapporto evidenzia cosa è possibile fare quando i paesi danno priorità alla parità di genere. La mortalità materna è diminuita di quasi il 40% dal 2000 e le ragazze hanno ora più probabilità che mai di finire la scuola.

Parlando con UN News , Sarah Hendriks, direttrice della Divisione politica di UN Women, ha affermato che quando si è trasferita per la prima volta in Zimbabwe nel 1997, “dare alla luce era in realtà una questione di vita o di morte”.

“Oggi questa non è più la realtà. E questo è un progresso incredibile in soli 25, 30 anni”, ha aggiunto.

Colmare il divario digitale di genere

Anche la tecnologia è promettente. Oggi, il 70% degli uomini è online, rispetto al 65% delle donne. Colmare questo divario, stima il rapporto , potrebbe portare benefici a 343,5 milioni di donne e ragazze entro il 2050, facendo uscire 30 milioni di persone dalla povertà e aggiungendo 1,5 trilioni di dollari all’economia globale entro il 2030.

“Laddove la parità di genere è stata considerata prioritaria, ha fatto progredire società ed economie”, ha affermato Sima Bahous, Direttore Esecutivo di UN Women. “Investimenti mirati nella parità di genere hanno il potere di trasformare società ed economie”.

Allo stesso tempo, una reazione senza precedenti ai diritti delle donne, la riduzione dello spazio civico e il crescente taglio dei finanziamenti alle iniziative per la parità di genere stanno minacciando i successi ottenuti a fatica.

Secondo UN Women, senza azioni concrete le donne restano “invisibili” nei dati e nell’elaborazione delle politiche, con il 25% in meno di dati di genere disponibili a causa dei tagli ai finanziamenti per le indagini.

“Il Gender Snapshot 2025 dimostra che i costi del fallimento sono immensi, ma lo sono anche i guadagni derivanti dalla parità di genere”, ha affermato Li Junhua, Sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari economici e sociali.

“Un’azione accelerata e interventi focalizzati su assistenza, istruzione, economia verde, mercati del lavoro e protezione sociale potrebbero ridurre il numero di donne e ragazze in povertà estrema di 110 milioni entro il 2050, sbloccando un ritorno economico cumulativo stimato in 342 trilioni di dollari”.

Scelta urgente

Ma i progressi restano disomogenei e spesso dolorosamente lenti.

Le donne detengono solo il 27,2% dei seggi parlamentari in tutto il mondo e la loro rappresentanza negli enti locali si è fermata al 35,5%. Nella dirigenza, le donne occupano solo il 30% dei ruoli e, a questo ritmo, la vera parità è lontana quasi un secolo.

In occasione del 30° anniversario della Piattaforma d’azione di Pechino, il rapporto definisce il 2025 come un momento di resa dei conti.

“L’uguaglianza di genere non è un’ideologia”, avverte. “È fondamentale per la pace, lo sviluppo e i diritti umani”.

In vista della settimana di alto livello delle Nazioni Unite, il rapporto Gender Snapshot chiarisce che la scelta è urgente: investire subito nelle donne e nelle ragazze, oppure rischiare di perdere un’altra generazione di progressi.

La signora Hendriks ha condiviso il messaggio di UN Women ai leader mondiali: “Il cambiamento è assolutamente possibile e abbiamo davanti a noi un percorso diverso, ma non è inevitabile e richiede la volontà politica, nonché la ferma determinazione dei governi di tutto il mondo, per rendere l’uguaglianza di genere, i diritti delle donne e la loro emancipazione una realtà una volta per tutte”.

Basato sull‘Agenda d’azione Pechino+30 , il rapporto individua sei aree prioritarie in cui è necessario un intervento urgente e accelerato per raggiungere la parità di genere per tutte le donne e le ragazze entro il 2030, tra cui una rivoluzione digitale, la libertà dalla povertà, zero violenza, pieno e pari potere decisionale, pace e sicurezza e giustizia climatica.

Afghanistan, la crisi dimenticata: l’umanità perduta nei silenzi di Kabul

Lo sciopero delle donne- Post su Facebook, 24 agosto 2025

Afghanistan, donne e bambine vivono schiave dei Talebani. La crisi dimenticata: l’umanità perduta nei silenzi di Kabul tra fame, violenza e cure impossibili. Le promesse di libertà e di miglioramento dell’Occidente non si sono mai realizzate.

Articolo da La Stampa di Francesca Mannocchi

Dalle otto di mattina, ogni mattina, la zona riservata alle donne della struttura sanitaria di Intersos in Uruzgan, si riempie ora dopo ora, burqa dopo burqa. Le donne arrivano camminando sul letto del fiume dove l’acqua ha lasciato posto ai sassi e ai greggi in pascolo, tengono i figli in braccio o per mano, li accudiscono e si fanno accudire perché senza un marham, un guardiano, non possono uscire di casa.
Il loro guardiano può avere anche UN ANNO, PURCHÉ SIA MASCHIO, purché sia di famiglia.
Così, in questa realtà ribaltata in cui chi accudisce dipende da chi è accudito, i bambini diventano uomini troppo presto e le bambine troppo presto vengono violate.
Nella sala d’aspetto si riconoscono subito, si riconoscono dai burqa un po’ più chiari, o po’ meno lisi, dalla silhouette minuta, e poi, quando parlano, dalla voce che è l’unica traccia di infanzia che resta nella loro vita a respingere un destino segnato.
Sadi ha tredici anni, è arrivata alla clinica con sua madre Badam dopo aver camminato per due ore sotto il sole d’agosto. Sadi non sa né leggere né scrivere, una scuola non l’ha vista mai. Ha fatto una vita povera di pastorizia e raccolto finché è stata coi suoi genitori e fa lo stesso dopo che l’hanno data in sposa. Mostra il suo viso per pochi secondi. Gli occhi di un verde acceso sull’espressione di chi, suo malgrado, ha già conosciuto troppo. Dal burqa escono solo le mani, irrequiete, mani che non hanno mai stretto un giocattolo perché Sadi dice che un giocattolo non l’ha mai avuto. Le sarebbe tanto piaciuto studiare, ma qui funziona così, la vita non si sceglie.
La vita si subisce e si sopporta.
Tarin Kot è il centro urbano principale dell’area, è una zona aspra, ruvida, vicino non c’è nulla, la prima città è Kandahar, e dista più di cento chilometri. A nord le montagne, ripide, brulle, e al di là delle montagne una distesa di grotte e sentieri. Tarin Kot e tutta la provincia hanno sempre avuto un’importanza simbolica per i Talebani, è una zona dominata da alcuni dei gruppi etnici Pashtun più intransigenti del Paese, è qui che si è trasferito con la sua famiglia il fondatore del gruppo, il Mullah Omar durante l’occupazione sovietica negli anni’80. Uruzgan è stata la prima provincia a cadere nelle mani dei talebani nel 1994, è da qui che sono partite le spinte insurrezionali contro gli americani e gli alleati.
Un tempo qui c’era Campo Holland, c’erano le truppe olandesi, c’erano gli australiani, dovevano stanare e combattere i Talebani, poi addestrare i soldati e poliziotti locali e intraprendere progetti di miglioramento urbano.
L’operazione si chiamava ancora “Enduring Freedom”. Ma è durata poco, sia la storia dei progetti di miglioramento della vita dei civili, sia la (presunta) libertà duratura.
Camp Holland, dice la gente, era molto curato, circondato da alti muri di protezione, vari posti di blocco, barriere anti esplosione. I Talebani evitavano lo scontro diretto preferendo le imboscate. O gli attacchi suicidi, o le mine.
La gente moriva, i soldati pure. Così nel 2014 le forze Nato sono state drasticamente ridotte, le truppe afgane si sono indebolite sempre di più sotto l’assalto dei miliziani, molte hanno abbandonato le posizioni per mancanza di munizioni e molte altre per mancanza di motivazione, il resto è la storia di una guerra persa e finita male nell’agosto del 2021.
E guardando i posti, guardandoli da vicino, si capisce perché la guerra ha fallito, perché l’insurrezione non solo non è stata sconfitta ma alla fine ha avuto la meglio. I soldati di base qui chiamavano la provincia “l’ultima frontiera”. I militari statunitensi e alleati provavano a conquistare un pezzo di quest’area e i miliziani si nascondevano sulle montagne e nelle valli.
I lavori di “miglioramento” delle infrastrutture, della ricostruzione, dello sviluppo non sono davvero mai iniziati, le organizzazioni umanitarie non potevano lavorare perché non c’erano le condizioni di sicurezza necessarie per farlo.
Muhubullah, che è un pastore, ha 34 anni, quando ne aveva 20 è saltato su una mina e ha le caviglie ricucite male dopo decine di operazioni, vive in una casa di fango e fieno, dice che certo oggi non può lavorare e non sa come sfamare la moglie e i tre figli, ma almeno c’è sicurezza. Nessuno spara, nessuno muore più di guerra.
Però in Afghanistan oggi si muore di fame.
Anche Bib vive in una casa di fango e fieno in Uruzgan, senza acqua corrente e con la poca elettricità che forniscono gli altrettanto pochi pannelli solari. È una donna senza tempo, come tante qui non sa la sua età. Presume di essere stata data in sposa quando ne aveva dodici, ma potevano essere uno in più o uno in meno. Non importa. Quello che importa è che il marito è anziano, oggi più di quanto non lo fosse già quando la sua famiglia gliel’ha ceduta in sposa, solo che ora hanno sei figli, quattro femmine e due maschi e lei non sa come sfamarli.
Intersos, grazie ai fondi dei programmi dell’Unione Europea che ancora resistono, le ha fornito una macchina da cucire, con cui prova a fare reddito, realizzando dei vestiti che tiene appesi in una delle stanze dove dormono i figli.
Sono tutti intorno a lei, i maschi e le femmine. I primi sorridono, le seconde no. Una, la più grande, di undici anni, è seduta all’angolo della stanza, il più vicino alla porta, e guarda all’esterno, come se volesse scappare. Verso dove è difficile immaginarlo, visto che nessuno di questi bambini ha visto altro se non il letto del fiume poco distante per andare a prendere l’acqua, e i più fortunati la scuola.
Per lei, per Amira, la scuola finisce l’anno prossimo. Così vogliono le nuove leggi talebane per tutto l’Afghanistan. Anche se qui, in fondo, le cose non sono cambiate, né sui burqa indossati dalle donne in strada, né sull’istruzione delle bambine.
Quando il ministero dell’Istruzione del governo sostenuto dall’Occidente magnificava progressi a livello nazionale, nelle aree rurali e nelle province contese tra governo e talebani, le ragazze non studiavano nemmeno prima.
Secondo un rapporto Unicef dell’inverno 2020, pochi mesi prima della caduta di Kabul, il 90% delle ragazze in Uruzgan non andava a scuola. Sua madre dice che Amira è la più intelligente dei figli, la più dotata.
Ma Amira, come le sorelle di nove e otto anni, è già stata promessa in sposa. Sono circa 500 dollari a figlia, dice Bib, e servono, perché altrimenti è difficile sfamare gli altri. A maggior ragione ora, dopo i tagli decisi da Trump a febbraio e la drastica riduzione degli aiuti del resto del mondo che, attento a crisi che sembrano più urgenti, ha dimenticato l’Afghanistan e la sua gente.
Da quando i Talebani hanno ripreso il controllo, quattro anni fa, il Paese è sull’orlo del collasso economico.
Sulle prime gli aiuti umanitari hanno colmato l’emergenza. Poi, all’inizio dell’anno, il presidente americano Donald Trump ha bloccato gli aiuti e le conseguenze qui sono state immediate e paralizzanti.
Da febbraio, oltre l’80% dei programmi Usaid è stato cancellato e mentre il Paese è alle prese con nuove epidemie di morbillo, malaria e poliomielite, la riduzione degli aiuti ha fatto sì che si interrompessero anche le campagne di vaccinazione.
L’impatto si sente ovunque, certo, ma qui fa più rumore. Un suono che però l’Occidente sembra non sentire, tappandosi le orecchie perché pesa ancora troppo il fallimento della ventennale guerra che ha riconsegnato il Paese ai nemici di un tempo, e perché con quei nemici che però ora amministrano il Paese, l’Occidente ha scelto di non parlare.
Il dilemma, per i governi, è semplice e crudele: aiutare la popolazione in Afghanistan significa, volenti o nolenti, passare attraverso i talebani. Non si può portare cibo, cure, acqua o istruzione senza il loro permesso. Quindi o si collabora con loro per salvare vite, rischiando di legittimare un regime o si rifiuta di collaborare per non sporcarsi le mani (peraltro già abbondantemente sporcate dalla guerra) condannando milioni di persone alla fame.
In mezzo, ci sono le Ong e le agenzie umanitarie, costrette a muoversi in equilibrio tra principio e necessità.
È in posti come l’Uruzgan che si capiscono le contraddizioni di una guerra come questa. Dove contraddizione è una parola che non calza con la realtà. Servirebbe paradosso, se non fosse un paradosso tragico.
Oggi le zone che fino a quattro anni fa non potevano essere raggiunte da nessuna organizzazione umanitaria, teatro di insurrezioni e contro insurrezioni, sono accessibili. Alla gente e alle organizzazioni umanitarie. È così che ha aperto questa clinica, così che le donne possono finalmente curarsi, e i bambini curare la malnutrizione, e provare a sopravvivere alla fame.
Jan Gula ha 17 anni, un figlio di tre, una di un anno e mezzo ed è di nuovo incinta. È quasi l’una, è seduta in una stanza della clinica di Intersos perché l’esterno è asfissiante e non si tiene in piedi. Ha camminato quasi tre ore per arrivare, fare una visita prenatale e far controllare il peso della figlia più piccola, malnutrita come quasi tutti gli altri bambini in attesa di essere visitati e dovrà camminare altre tre ore per tornare a casa. L’alternativa è raggiungere l’ospedale di Tarin Kot, che è troppo lontano, e qui quasi nessuno ha un mezzo di trasporto, oppure non curarsi. Anche lei alza il burqa solo per dare il tempo di far capire che non mente, che sotto quel pesante telo blu che copre il suo corpo e la sua libertà fino a poco tempo fa c’era una bambina, che come le altre a tredici anni è stata data in sposa. Poi ricopre il volto e il corpo, si tocca la pancia e dice «sono infelice».
Due parole appuntite, chiodi nel silenzio della stanza, monito nel silenzio del mondo che l’ha abbandonata.

Nella foto
Uruzgan, a sinistra Bin (con il burqa a destra) e i suoi figli nella propria casa nel villaggio di Sarkum.

Una schiava vestita da moglie

Avizha Khorshid, 8AM Media, 23 luglio 2025

L’amaro racconto di Mina sul matrimonio forzato e gli abusi dei talebani

Diverse donne e ragazze denunciano che, con le restrizioni imposte dai talebani e l’eliminazione dalla struttura governativa delle istituzioni di supporto alle donne, la violenza domestica contro di loro ha raggiunto livelli senza precedenti. Anche la violenza contro le donne all’interno delle famiglie dei combattenti talebani è stata ripetutamente documentata. Questo rapporto si concentra sulle condizioni di vita di una donna, sposata con la costrizione a un talebano per 400.000 afghani e successivamente sottoposta a gravi abusi fisici, fino alla perdita di conoscenza, che racconta una storia amara e dolorosa, affermando di essere trattata come una schiava sessuale.

Mina in passato era un’insegnante. Racconta che adesso i suoi sogni e la sua passione per l’insegnamento si sono spenti, e passa ore a fissare il muro, incapace di ricordare l’ultima volta che si è alzata in piedi. A volte si perde così tanto nei suoi pensieri da non sentire il pianto del suo bambino e la sua mente è sottoposta a una pressione così intensa che il suo cervello fatica a elaborarla.

Un tempo una donna sana, istruita e piena di speranza, ora è sull’orlo del collasso psicologico. I suoi occhi versano lacrime involontarie e la sua mente è sopraffatta dalla paura, dalla rabbia e da un pesante silenzio.

Il prezzo della sposa

Mina è nata in un piccolo villaggio nella provincia di Maidan Wardak, dove ha assaporato l’amarezza della solitudine fin dai suoi primi istanti di vita. Donna alta, con i capelli neri, la pelle color grano e gli occhi grandi, il suo aspetto emana una bellezza silenziosa. Il suo nome è legato all’affetto, eppure il suo destino è costellato di sofferenza e vulnerabilità.

Perse il padre prima di nascere, vittima di conflitti etnici. Sua madre, suo unico rifugio e speranza, morì poco dopo la sua nascita. Il destino affidò Mina allo zio e a sua moglie, che la consideravano non un essere umano, ma un mezzo per guadagnare denaro. Senza il suo consenso, la diedero in sposa a un membro dei talebani, ricevendo 400.000 afghani come prezzo della sposa.

Mina racconta che da quel giorno la sua vita divenne una schiavitù nella casa del marito, dove non riceveva né amore né rispetto. Sentiva ripetere più volte: “Ti abbiamo comprato per 400.000; non sei costata poco”.

Vivendo sotto il peso degli abusi domestici, Mina racconta che non le era nemmeno permesso mangiare con gli altri, doveva aspettare che tutti fossero sazi, sperando che rimanesse qualcosa per lei e, senza permesso, non poteva mangiare niente. “Anche se c’era molta frutta, dovevo aspettare che fosse infestata da mosche o vermi e che nessun altro la volesse: solo allora era il mio turno”. Quando parlava, veniva messa a tacere con insulti e violenza.

Sono passati tre anni dal matrimonio forzato di Mina. Ora ha un figlio di due anni ed è all’ottavo mese di gravidanza. Qualche giorno fa, quando il suo bambino aveva fame, gli ha dato un pezzetto di pane. Questo semplice gesto ha provocato l’ira della suocera, che ha preteso che il figlio, appena rientrato dal servizio, “insegnasse alla moglie a stare al suo posto” e le facesse capire di non agire mai senza permesso. Mina conferma che il marito l’ha picchiata così violentemente da farle perdere conoscenza. Il feto nel suo grembo è rimasto immobile per ore.

Il sospetto per la donna istruita

Donna istruita che un tempo aveva studiato scienze religiose e insegnato alle ragazze del suo villaggio, la sua conoscenza e la sua consapevolezza erano viste come una minaccia dalla famiglia del marito. La famiglia, non solo analfabeta ma profondamente radicata in credenze superstiziose e tradizioni umilianti, guardava con sospetto alla sua istruzione.

Mina sottolinea di aver studiato i principi islamici e di cercare sempre di reagire ai comportamenti ingiusti con calma e ragionevolezza, ma suo marito analfabeta si sente spesso inferiore e sminuito dalle sue parole. Perciò, per affermare il suo dominio maschile, si oppone anche alle sue osservazioni più semplici e a volte la picchia senza sosta e senza alcuna giustificazione, solo per affermare il suo controllo.

Discriminazione, povertà, umiliazione, violenza e solitudine hanno intessuto la vita di questa donna. I medici dicono che, a causa di numerose lesioni fisiche alla parte bassa della schiena, non riesce più a controllare la vescica. Però il suo vero dolore non risiede solo nel corpo, ma anche nello spirito ferito, che non è stato curato per anni, una ferita inflitta dalla crudeltà del suo destino. Eppure, Mina lotta con tutte le sue forze per la figlia di due anni e per il nascituro che porta in grembo, affrontando le difficoltà e le ingiustizie della vita, senza che la sua voce venga ascoltata da nessuno.

 

I Talebani intensificano l’apartheid di genere: decine di donne arrestate per “violazione dell’hijab”

CISDA, Comunicato, 25 luglio 2025

In questi giorni abbiamo ricevuto il racconto affranto delle donne appartenenti alle associazioni afghane che sosteniamo, le quali confermano le notizie allarmanti apprese da alcuni siti circa l’arresto arbitrario di decine di donne da parte della polizia morale, presumibilmente per “violazioni dell’hijab”, trattenute senza accesso a un legale, senza contatti con i familiari e senza assistenza medica.

Ci hanno scritto:

“Negli ultimi giorni, la situazione per donne e ragazze è tornata ad essere estremamente allarmante. La polizia morale pattuglia le strade, ferma i veicoli e trattiene le donne con la forza. Molte ragazze sono sotto shock e spaventate, hanno paura anche solo di uscire di casa. Secondo quanto riferito, dopo essere state rilasciate, alcune donne sono state rifiutate dalle loro famiglie, come se il peso dell’ingiustizia fosse ancora una volta posto sulle loro spalle.

Una ragazza, che per paura aveva inizialmente negato di avere subito un arresto, quando ha compreso il nostro sostegno ha iniziato a piangere e ha detto:

‘Per Dio, ero completamente coperta: indossavo l’hijab, la maschera e il chapan. Ma all’improvviso mi hanno circondata come animali selvatici, mi hanno insultata e colpita con una pistola”. Sono svenuta per la paura e il dolore. Quando ho ripreso conoscenza, mi trovavo in uno scantinato buio con decine di altre ragazze assetate e terrorizzate, senza alcun contatto con le nostre famiglie. Quello che abbiamo passato è stato peggio della morte…’.

Con voce tremante, ha aggiunto: ‘La libertà è stata l’inizio di un nuovo dolore. Il comportamento di tutti nei miei confronti è cambiato, come se avessi fatto qualcosa di sbagliato. Vorrei non essere mai uscita di casa’.

Questa paura ha colpito profondamente anche le nostre studentesse. In molte, piangendo, hanno confermato quanto amano imparare, ma hanno chiesto di essere esentate dalla frequenza per qualche giorno, finché la situazione non si sarà calmata. Abbiamo deciso di sospendere le lezioni per due settimane. Anche oggi la polizia morale è passata diverse volte davanti al nostro centro e non possiamo mettere a repentaglio la sicurezza delle nostre studentesse.

Sono giorni bui e pesanti, ma la vostra presenza e il vostro sostegno sono per noi una luce di speranza e conforto, la vostra solidarietà ci dà la forza per andare avanti”.

Nel suo sito, RAWA NEWS informa:

In un nuovo e più intenso attacco alle libertà delle donne, i talebani hanno lanciato un’ondata di arresti arbitrari in tutto l’Afghanistan, prendendo di mira donne e ragazze accusate di aver violato l’interpretazione estremista che il gruppo dà delle regole sull’hijab. Solo nell’ultima settimana, decine di donne sono state arrestate a Kabul, Herat e Mazar-e-Sharif, applicando standard di “modestia” vaghi e mutevoli, senza alcun processo o giustificazione legale.

Questi arresti avvengono in strade, centri commerciali, caffè e campus universitari, spazi pubblici dove le donne cercano semplicemente di condurre la propria vita quotidiana. A Kabul, nelle zone di Shahr-e-Naw, Dasht-e-Barchi e Qala-e-Fataullah, i testimoni hanno riferito che in alcuni casi sono state aggredite fisicamente dagli agenti talebani prima di essere costrette a salire sui veicoli. Poi sono state trattenute nei cosiddetti “centri di moralità” – strutture gestite dal Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, un’istituzione temuta che ora opera come una forza di polizia religiosa – e rilasciate solo dopo che i loro tutori maschi firmavano garanzie scritte che avrebbero “corretto” il loro comportamento.

Negli ultimi giorni a Herat sono state arrestate almeno 26 donne, molte delle quali giovani e alcune minorenni; a Mazar-e-Sharif una decina, sempre con l’accusa di non coprirsi completamente il volto. I funzionari talebani hanno confermato gli arresti, sostenendo che le donne erano state avvertite in precedenza.

Secondo quanto riferito, le arrestate sono state trattenute senza poter usufruire di assistenza legale, contattare le proprie famiglie o ricevere cure mediche. Alcune famiglie hanno paura di far uscire di casa le proprie figlie, temendo che possano essere arrestate.

NON PER LA RELIGIONE MA PER IL PREDOMINIO

Le Nazioni Unite e gli osservatori dei diritti umani hanno condannato questi arresti, ritenendoli delle gravi violazioni del diritto internazionale e un chiaro segno di apartheid di genere. Tuttavia, i talebani non sembrano intenzionati a cedere. Anzi, i funzionari del ministero hanno raddoppiato le loro minacce, annunciando che qualsiasi donna trovata a indossare un “cattivo hijab” sarà punita immediatamente e senza preavviso.

Queste azioni non riguardano la religione, ma il predominio: i talebani usano l’imposizione del hijab come arma politica per mettere a tacere e cancellare le donne. Criminalizzando le normali scelte di abbigliamento, i Talebani inviano un messaggio agghiacciante: le donne non appartengono alla sfera pubblica e qualsiasi tentativo di affermare la propria presenza sarà represso con la forza. Si tratta di un’ulteriore fase del sistematico smantellamento dei diritti delle donne da parte dei talebani, che include il divieto di istruzione per le ragazze oltre la prima media, il divieto per le donne di lavorare con le ONG e le organizzazioni internazionali e dure restrizioni nella possibilità di movimento  e nell’abbigliamento.

Nonostante la crescente repressione, molte donne afghane resistono, rifiutandosi di scomparire, documentando gli abusi e parlando, anche a rischio della propria vita. Ma le loro voci sono accolte con indifferenza dalla maggior parte della comunità internazionale.

Il tempo delle condanne simboliche è finito. Le azioni dei talebani equivalgono a una prolungata campagna di persecuzione di genere e devono essere trattate come tali. Senza una pressione internazionale concreta, il regime continuerà senza controllo la sua guerra contro le donne, incoraggiato dal silenzio di un mondo che un tempo aveva promesso di stare dalla parte del popolo afghano.