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Autore: Patrizia

Kurdistan: il confederalismo democratico sotto attacco

La Rete di coalizione euro-afghana ha promosso questo incontro per aggiornare sulla situazione nel nord-est della Siria e l’attacco compiuto dal governo siriano di Ahmad al Shara al Rojava. Nell’incontro Laura Quagliuolo, attivista di CISDA e Rete Jin, e Carla Gagliardini, attivista di Verso il Kurdistan, hanno approfondito i concetti e la storia del confederalismo democratico, dei principi che guidano la lotta delle donne curde, con un approfondimento sugli ezidi.

Scarica qui il documento Crimini di guerra nel nord-est della Siria realizzato in questi giorni a cura dell’Accademia di Jineolojî in Rojava.

SE NON VISUALIZZI IL VIDEO VAI DIRETTAMENTO SUL SITO CISDA DI YOUTUBE

La resilienza di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh

Nella coscienza politica e geografica siriana, la città di Aleppo è più di un semplice centro economico o di una metropoli storica; rappresenta il punto cruciale la cui oscillazione può sconvolgere l’equilibrio dell’intero nord della Siria. Sin dagli albori della storia, l’importanza di Aleppo deriva dalla sua posizione strategica come punto di collegamento indispensabile tra l’altopiano anatolico a nord, quello profondo arabo a sud e la sfera mediterranea a ovest. Questo l’ha resa una città dalle multiple identità, dove componenti arabe, curde, armene e turkmene si sono fuse in un unico tessuto economico e sociale caratterizzato da uno spirito pragmatico e flessibile. Tuttavia, i tumultuosi cambiamenti dell’ultimo decennio non solo l’hanno destabilizzata, ma hanno anche ridisegnato la geografia della città lungo nette linee etniche, politiche e territoriali. Durante questo periodo, i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh sono emersi come attori indipendenti dotati di una specificità amministrativa e demografica unica all’interno del corpo aleppino, rendendoli un luogo chiave per comprendere i conflitti di identità e di influenza nella regione.

Scarica il pdf dell’approfondimento realizzato da Kongra Star

Afghanistan: dal riconoscimento del governo talebano all’affossamento dell’ONU

Nella corsa di tutte le potenze mondiali al miglior posizionamento in Asia centrale attraverso gli accordi con i talebani, la Russia è arrivata per prima. Ha infatti ufficialmente riconosciuto l’Emirato islamico dell’Afghanistan, rompendo il fronte dei paesi che ancora mantengono la difesa dei diritti umani e dei principi democratici come preliminari al riconoscimento. Posizione che peraltro l’ONU stesso è andato via via abbandonando in nome del realismo: di fronte alla resistenza dei talebani alle sue richieste e alle sanzioni, ha ben presto cercato una formula che permettesse di normalizzare il governo talebano senza perdere la faccia.

Così, in continuità con gli accordi di Doha del 2020, che avevano abbandonato l’Afghanistan in mano ai fondamentalisti in nome della sicurezza contro il terrorismo, l’ONU ha proceduto nella politica decisa con la Risoluzione  2721 del 2023  concretizzandola con gli accordi di Doha 2 e 3 del 2023-2024 che hanno riconosciuto ai talebani il diritto a partecipare a tutti gli effetti alle conferenze internazionali come unici rappresentanti dell’Afghanistan, escludendo invece le donne, i loro diritti e i diritti del popolo tutto.

Questa strategia di avvicinamento e dialogo è diventata più stringente nel 2025 con l’affidamento all’UNAMA delle trattative del Piano Mosaico, che ha permesso di spostare sul piano “tecnico” i colloqui diplomatici con i taleb, per arrivare nei giorni 31-6/1-7, nell’ambito e a compimento di Doha3, a due gruppi di lavoro segreti per discutere le richieste che fin da subito i talebani avevano posto sul tavolo come condizione per la partecipazione: nessuna intrusione nella politica interna dettata dalla Sharia, quindi nessun diritto riconosciuto a nessuno; rimozione della condanna dei talebani e del loro governo, quindi riconoscimento giuridico; sostegno economico, quindi restituzione dei fondi bloccati nella banca svizzera dagli Usa. Il tutto in cambio di niente.

Due strategie parallele

Ma mentre queste trattative venivano portate avanti in nome dell’ONU, gli stati membri erano tutti d’accordo con questa strategia?

No, non tutti. Gli stati e le potenze asiatiche che vogliono tener fuori gli Usa dall’influenza regionale hanno nel frattempo messo in atto una loro diplomazia, basata su accordi commerciali e aiuti economici e infrastrutturali, esplicitamente disinteressandosi ai problemi politici e democratici dell’Afghanistan. Infatti, proprio mentre i maggiori Paesi occidentali discutevano il Piano mosaico, questi altri si davano da fare con incontri economici e politici a vari livelli regionali invitando ufficialmente l’Afghanistan. Hanno cioè messo in atto una diplomazia parallela, che riconosce di fatto il governo talebano, in attesa di riconoscerlo anche giuridicamente.

La Russia, riconoscendo ufficialmente l’Emirato per prima, ha accelerato questo processo notevolmente e in modo imprevisto, sebbene fosse stato preannunciato da diverse azioni politiche e diplomatiche.

Ma questa mossa che ha scavalcato tutti gli altri Paesi avrà davvero delle ricadute pratiche, segnando una svolta nei privilegi economici e politici che l’Afghanistan riserverà alla Russia in questa fase, portando a progressi significativi nei loro rapporti?

Probabilmente no, per due motivi:

1) Innanzitutto, i rapporti tra i due paesi erano già buonissimi, avendo la Russia, come si è detto, curato di inserire già da tempo il governo talebano come rappresentante legittimo e unico dell’Afghanistan in tutti i vertici internazionali dell’area asiatica, quindi riconoscendolo già di fatto;

2) perché i talebani sembrano interessati a mantenere i rapporti aperti con il maggior numero possibile di Paesi – come loro stessi hanno affermato – senza legarsi a qualcuno in particolare. Quindi useranno questo riconoscimento giuridico più per fare pressione sugli altri Paesi, soprattutto occidentali, che per fare concessioni speciali alla Russia.

Contro l’ONU in quanto istituzione multilaterale

La Russia lo sa. Quindi, cosa l’ha spinta a questo passo precipitoso?

Quella di Putin, più che una dichiarazione di amicizia verso l’Afghanistan dei talebani, sembra essere una provocazione nei confronti degli Usa e dell’Occidente, la dimostrazione che non ha scrupoli, come non ne ha Trump, nella guerra per affermare il proprio predominio in Asia centrale – oltre a essere una dichiarazione di disponibilità verso i paesi grandi e piccoli dell’area a porsi senza esitazioni come capofila della fronda dell’ONU espressa da quei paesi, asiatici, che si oppongono al predominio Usa nell’ONU e alla sua presenza in Asia.

Ma soprattutto è una dichiarazione di guerra all’ONU in quanto istituzione, un boicottaggio della sua autorevolezza, un sabotaggio della sua capacità di gestire i conflitti nella difesa dei diritti umani, perché ha reso superato e inutile la sua strategia arrendevole e dilatoria nei confronti dell’Afghanistan.

L’ONU non ha perseguito con forza e coerenza la politica dei talebani di apartheid di genere e antidemocratica perché fin dall’inizio, dagli accordi di Doha del 2020, ha sostenuto e approvato la scelta degli Usa di accettare e mantenere al governo i talebani, perché questi, sebbene fondamentalisti e dittatori, sono visti come l’unica possibilità di governo in Afghanistan, male minore di fronte alle alternative terroriste. Ma aveva cercato di mimetizzare questo suo reale obiettivo con un approccio graduale nell’accettare le loro richieste, mantenendo formalmente i principi della restituzione della libertà alle donne e della formazione di un governo inclusivo.

In questa strategia che vuole essere democratica e multilaterale, l’ONU in realtà vuole tenere tutti gli stati sotto la direzione degli Usa e dell’Occidente, o almeno viene percepita come tale.

La Russia, con il riconoscimento del governo talebano in barba e al di fuori degli accordi che l’ONU sta perseguendo, ha reso ridicola la tattica di mediazione internazionale. Ha affossato l’ONU non tanto per la gravità e i pericoli dell’atto in sé – perché il riconoscimento è comunque lo scopo finale anche dell’ONU stesso – ma perché l’ha fatto unilateralmente.

In questo Putin fa il pari con Trump e gli Usa.

Infatti gli Usa sono stati tra i pochissimi stati che non hanno votato la dichiarazione finale dell’Assemblea delle Nazioni Unite sull’Afghanistan volta a salvaguardare i principi su cui è basata la convivenza umana del mondo.

Che cosa accomuna queste due decisioni apparentemente lontane e dissimili? Il disprezzo per le istituzioni internazionali conciliative e di garanzia, per l’ONU come organismo sovranazionale di governo e risoluzione dei conflitti fra gli stati.

L’obiettivo di Usa e Russia non è più quello di darsi battaglia all’interno dell’ONU per avere l’egemonia così da orientarlo e manovrarlo a loro favore: vogliono svuotare questa istituzione di significato e potere, perché puntano ormai a competere direttamente per l’egemonia e spartizione del mondo, senza intermediari e impedimenti.

Sport femminile in Afghanistan: un altro diritto negato, un’altra resistenza

CISDA, 17 luglio 2025, di Carla Gagliardini

Difficilmente si sente parlare di Afghanistan senza che vengano citate le donne afghane, tirate in ballo da un lato dalla feroce ideologia patriarcale dei talebani, che con un tratto di gomma le cancella dalla vita sociale, e dall’altro dalla propaganda occidentale, del tutto strumentale alla legittimazione dell’intervento militare nel paese del 2001, il quale avrebbe avuto tra i suoi fini la liberazione della donna dalla soggiogazione talebana.

Delle donne afghane si parla quasi sempre sospinti da un istinto compassionevole che le getta con poca cura e attenzione in una categoria umana che potremmo definire come quella delle “poverine”. In questa considerazione però c’è tutta la forza negativa della rassegnazione, come se in fondo la loro condizione di oppressione fosse scritta nel loro destino.

Tuttavia, la resistenza che le donne esercitano ci ammonisce perché la rassegnazione non porta a nulla di buono, anzi, lascia uno spazio vuoto che i talebani e altri sapranno come occupare. La lotta delle donne afghane per cambiare il loro paese va avanti, faticosamente e lentamente certo, ma senza sosta.

Lo dimostrano le tante esperienze di clandestinità che le afghane vivono per far studiare le bambine e le ragazze affinché non rinuncino ai loro sogni e prendano coscienza della loro condizione e il coraggio di rivoluzionare la storia.

Da quando i talebani sono tornati a comandare il 15 agosto 2021 i provvedimenti che hanno emanato e che colpiscono le donne sono più di cento. Minky Worden, Direttrice del Global Initiatives di Human Rights Watch, in una lettera del 3 febbraio 2025 indirizzata al Comitato Internazionale del Cricket (ICC) ha scritto che “dalla presa del potere nell’agosto del 2021, i talebani hanno imposto una crescente lista di regole e politiche sulle donne e sulle ragazze proibendo loro di frequentare le scuole secondarie e l’università e restringendo pesantemente l’accesso al lavoro, la libertà di espressione e di movimento, così come vietando lo sport e le altre attività all’aperto”.

Infatti, non era ancora passato un mese dall’insediamento dei talebani che l’8 settembre del 2021 il Vice-presidente della Commissione culturale dei talebani, Ahmadullah Wasiq, aveva dichiarato che la pratica sportiva non era necessaria per le donne. Sollecitato proprio sulla questione relativa al cricket, sport che a livello internazionale deve sottostare a delle regole che prevedono la parità di diritti e opportunità tra i due sessi, obbligando ogni federazione nazionale per poter essere membro di quella internazionale ad avere tanto la squadra nazionale maschile quanto quella femminile, Ahmadullah Wasiq aveva risposto che le ragazze “potrebbero trovarsi nella situazione in cui la loro faccia e il loro corpo non siano coperti. L’islam non permette che le donne siano viste in questa maniera. È l’era dei media e ci sarebbero foto e video che potrebbero essere visti dalle persone. L’islam e l’Emirato islamico (Afghanistan) non consentono alle donne di giocare a cricket o di praticare quegli sport che le vedano esposte”.

Da quel momento le atlete di ogni sport e le loro famiglie avevano iniziato a sbarazzarsi di tutto ciò che avrebbe potuto costituire una prova dell’attività sportiva praticata. Così le foto che ritraevano momenti sportivi erano state strappate e cancellate dai social mentre le medaglie vinte, le divise e le attrezzature erano state portate via dalle abitazioni. Nessuno osava più parlare di sport femminile fuori dalle mura domestiche.

Alcune atlete, note per far parte della nazionale, si erano nascoste nell’attesa e nella speranza di poter lasciare il paese e salvarsi dalla persecuzione che sarebbe caduta su di loro.

Avevano fatto parlare di sé le giocatrici della nazionale di cricket, aiutate a fuggire in Australia grazie all’iniziativa di tre donne australiane, una di loro ex giocatrice della nazionale di cricket, Mel Jones, ma anche quelle della nazionale di calcio e di pallavolo che si erano nascoste, nell’attesa e nella speranza di riuscire a fuggire dal paese.

Molte di queste atlete ce l’hanno fatta a espatriate e hanno ripreso ad allenarsi su altri campi e in altre palestre, dovendo spesso lasciare tutta la propria famiglia in Afghanistan.

Va detto però che durante il periodo dell’occupazione non era tutto rose e fiori perché il governo non sempre permetteva alle squadre nazionali femminili di disputare le competizioni all’estero, motivando la decisione con minacce derivanti dai talebani. Ma c’era una tendenza dei politici che dirigevano il paese a lasciare che la pratica sportiva si svolgesse perché, grazie alle innumerevoli Ong presenti sul territorio che investivano in progetti sportivi, i soldi provenienti dall’estero facevano gola.

In occasione dei Giochi olimpici di Parigi dell’anno scorso, l’ex judoka afghana Friba Rezayee, che aveva partecipato alle Olimpiadi del 2004, si era espressa in modo contrario alla partecipazione della squadra nazionale afghana, nonostante avesse una rappresentanza paritaria tra i due sessi, tre uomini e tre donne, quest’ultime però non riconosciute dal governo afghano. Il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) aveva ammesso la squadra, ma negato gli inviti ai rappresentanti istituzionali dell’Afghanistan.

Secondo Rezayee permettere al suo paese di essere rappresentato con tanto di bandiera era un errore perché, sebbene involontariamente, finiva con il concedere legittimità a “un regime che punisce le donne per la partecipazione agli sport”. L’ex judoka offriva un’alternativa, ossia la partecipazione degli atleti e delle atlete afghane nella squadra Refugees team, composta da sole rifugiate e rifugiati politici (alle Olimpiadi di Parigi tre atleti afghani e un’atleta afghana hanno fatto parte del Refugees Team).

La negazione del riconoscimento del governo talebano è il cuore della battaglia delle attiviste afghane perché è un passo obbligatorio se si vuole tentare di smantellare il sistema di “apartheid di genere” costruito dai talebani, così definito anche dal Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres.

Ma lo sport non è solo agonismo, è molto di più. La sua messa al bando ha avuto delle ricadute importanti sulla vita sociale e personale delle donne. La socializzazione nella società afghana, rimasta profondamente patriarcale persino durante il periodo dell’occupazione, era possibile anche attraverso la frequentazione dei centri sportivi dove, oltre a tentare di recuperare la linea dopo tante gravidanze (più di 5 figli per donna), si ricercava un benessere fisico e psicologico.

Il castigo inflitto alle donne in quanto donne non ha soppresso definitivamente la loro voglia di riscatto e, sebbene sappiano di correre rischi serissimi, alcune di loro ancora oggi continuano a praticare lo sport in forma clandestina. I controlli da parte delle autorità sono però continui. A febbraio del 2023 i talebani hanno chiuso un altro centro sportivo, un club di karate femminile che era rimasto aperto, nonostante il divieto, nella provincia di Farah.

Il diritto allo sport, dato il suo peso e la sua importanza, non ha nemmeno bisogno di ottenere un riconoscimento, sebbene vi siano trattati internazionali che lo esplicitino, perché è inalienabile e appartiene a ogni individuo in quanto essere umano. Non può essere negato.

Le azioni politiche devono però creare le condizioni perché questo diritto possa essere esercitato, pertanto la scelta del Comitato Internazionale del Cricket di porre il vincolo alle federazioni nazionali di avere sia la squadra maschile sia quella femminile per poter partecipare alle competizioni internazionali, dovrebbe essere un esempio per tutte le altre Federazioni sportive internazionali. Ma non basta, occorre cancellare dai Comitati quelle federazioni che non rispettano la disposizione. Questo è quello che le giocatrici di cricket afghane in esilio chiedono da tempo all’ICC, supportate in questa battaglia da Human Rights Watch, perché fino ad oggi la squadra di cricket maschile afghana continua ad essere membro del Comitato Internazionale nonostante il governo afghano si rifiuti di ricostituire quella femminile.

Nell’estenuante attesa che la politica sportiva internazionale faccia la sua parte per sostenere le afghane nella battaglia per la realizzazione del diritto fondamentale delle donne alla pratica sportiva, migliaia di bambine, ragazze e donne in Afghanistan continuano a soffocare sotto il peso dei divieti e del controllo totale delle loro vite e sono costrette a decidere se rinunciare a praticare lo sport per non incorrere in punizioni severissime oppure al contrario praticarlo clandestinamente e rischiare di pagare un caro prezzo.

Un piccolo rifugio per ripararsi dalla violenza domestica

La violenza domestica in Afghanistan ha raggiunto livelli allarmanti, soprattutto dopo il ritorno al potere dei talebani nel 2021. Le donne vittime di abusi si trovano in una situazione di estrema vulnerabilità, con accesso limitato o nullo a protezione legale, rifugi sicuri o supporto psicologico.

Il 46,1% delle donne afghane tra i 15 e i 49 anni ha subito violenza fisica e/o sessuale da parte di un partner intimo nel corso della vita (United Nations Population Fund). Una ricerca pubblicata su PubMed evidenzia che le sopravvissute alla violenza domestica affrontano uno stigma significativo da parte di famiglie e comunità, spesso manifestato attraverso colpevolizzazione, vergogna e isolamento.

Come se ciò non bastasse, un rapporto delle Nazioni Unite ha documentato che le donne che denunciano violenze domestiche vengono spesso incarcerate se non hanno un parente maschio con cui vivere. Le donne che cercano aiuto rischiano di essere punite per “crimini morali”, come vivere da sole o tentare di fuggire da un marito violento. Inoltre, la legge islamica applicata dai talebani non distingue tra relazioni sessuali consensuali fuori dal matrimonio e stupro, trattando entrambi come “zina”, punibile con la lapidazione o la fustigazione.

Non sono più vietati i matrimoni forzati quindi le bambine vengono date in sposa ai miliziani a fronte di un compenso economico che consente alle famiglie di sopravvivere e di avere una bocca in meno da sfamare.

Assenza di protezioni legali

Il sistema giudiziario sotto i talebani è inaccessibile alla maggior parte delle donne. Il 79% delle donne intervistate in un rapporto congiunto IOM, Unama e UN Women ha riferito di non avere alcun contatto con servizi legali formali nell’ultimo anno. Molte cause vengono ignorate o respinte, specialmente se la donna non è accompagnata da un tutore maschio.

Le istituzioni che in passato offrivano assistenza legale gratuita, supporto psicologico e rifugi sono state smantellate. Le organizzazioni che gestivano centri di consulenza e rifugi, sono state costrette a chiudere o ridurre drasticamente le loro attività.

Lo stigma sociale impedisce alle donne di denunciare gli abusi. In molte comunità, la violenza domestica è considerata una questione privata, e le donne che cercano aiuto vengono spesso accusate di disonorare la famiglia.

La violenza fisica e psicologica e la mancanza di supporto, insieme alle limitazioni imposte alla vita delle donne afghane, hanno un impatto devastante su ragazze e donne adulte: secondo un’indagine di Afghan Witness, tra aprile 2022 e febbraio 2024 sono stati documentati 195 casi di suicidio femminile.

Il piccolo shelter sostenuto da CISDA

CISDA, nei suoi lunghi anni di attività, ha sostenuto la realizzazione e lo sviluppo di alcuni rifugi per donne vittime di violenza domestica.

Il progetto prevedeva una serie di interventi integrati finalizzati alla lotta alla violenza nei confronti delle donne, da un lato promuovendo il loro empowerment sociale, economico e legale e dall’altro l’affermazione della cultura dei diritti umani delle donne attraverso l’educazione alla legalità e il rafforzamento del sistema di giustizia.

Veniva fornita gratuitamente assistenza legale, psicologica e sanitaria quando necessario, e le donne erano supportate in tribunale per ottenere giustizia e un risarcimento per i crimini subiti. Le attività del progetto erano rafforzate sulla base delle relazioni stabilite con le organizzazioni di base, le ong locali già operanti sui temi dei diritti delle donne e con le istituzioni di riferimento.

Dall’agosto 2021 gli “Shelter” – Case rifugio per donne vittime di violenza – sono stati chiusi perché non era possibile garantire la sicurezza delle donne che si erano rifugiate negli shelter. Siamo però riuscite a sostenere ancora una piccola attività, con un “piccolo shelter sul quale, per ovvii motivi di sicurezza, non possiamo dare informazioni dettagliate.

Le donne e i bambini che vivono nel rifugio partecipano a programmi educativi organizzati, tra cui corsi di studio e formazione in attività di sartoria. Inoltre, vengono organizzate diverse attività ricreative, come attività sportive e celebrazioni speciali come la Giornata internazionale della donna (8 marzo) e gli anniversari della Giornata mondiale dell’infanzia.

Queste attività – ci ha scritto la nostra referente afghana che si occupa questo progetto – non solo contribuiscono a migliorare la loro qualità di vita, ma anche a ravvivare il loro spirito e la loro speranza. Una delle donne nel rifugio ha espresso la sua felicità di vivere qui e di vivere in un ambiente sereno. Ha anche notato che i suoi figli sono impegnati negli studi e spera di costruire un futuro luminoso e di successo per sé e la sua famiglia. Inoltre, una delle bambine ha detto che l’ambiente del rifugio è molto piacevole per lei ed è felice di poter studiare in un’atmosfera così solidale“.

Per queste donne e questi bambini è molto importante avere un posto sicuro dove vivere, aiutaci a continuare a sostenerlo: invia il tuo contributo nella modalità che più preferisci, qui puoi trovare tutte le informazioni su come fare.

Storie di resilienza e speranza nei corsi di alfabetizzazione e cucito

Nonostante i loro diritti siano stati violati e vivano sotto la costante minaccia di violenza, le donne e le ragazze afghane continuano a perseverare coraggiosamente. Alcune hanno creato nuovi gruppi della società civile per rispondere ai bisogni della comunità, mentre altre hanno cercano di riaprire loro attività e tornare al lavoro. Per tutte loro, la loro resilienza rappresenta un incredibile coraggio che spesso passa inosservato.

Ne è un esempio il report sui corsi di alfabetizzazione e cucito ricevuto nei giorni scorsi da una delle organizzazioni afghane. I corsi si svolgono in quattro province e vedono la partecipazione, in ogni realtà, di 20 studentesse per il corso di alfabetizzazione e 20 per quello di cucito.

Alfabetizzazione, cucito e socializzazione

Gli studenti di entrambe le classi provengono da diverse fasce d’età e sono stati suddivisi in tre gruppi in base alle competenze. “Il loro entusiasmo e la loro partecipazione attiva nei quattro centri – ci scrivono – dimostrano la loro volontà di sfruttare al meglio questa opportunità. In ogni provincia sono presenti due insegnanti, uno per ogni corso, per un totale di otto insegnanti reclutati per questo progetto. Tutti gli insegnanti sono molto dedicati e laboriosi, e investono tutte le loro energie nell’insegnamento agli studenti”.

I corsi di alfabetizzazione coprono varie materie, tra cui la lingua dari, la matematica di base, il disegno di base (per identificare gli oggetti) e i nomi di diversi esseri viventi e non viventi. Nei corsi di cucito, le studentesse imparano a tagliare i tessuti, a usare le macchine da cucire, a ricamare a mano e a confezionare abiti.

Ma non sono solo le attività pratiche a essere fondamentali: “Inizialmente, le studentesse erano scoraggiate per il loro futuro e si sono trovate sottoposte a una forte pressione psicologica. Tuttavia, partecipando attivamente alle lezioni, il loro morale è migliorato. Oltre al loro impegno nelle attività accademiche, le ragazze hanno anche partecipato attivamente ai programmi come la celebrazione del Giorno dell’Indipendenza del Paese, la Giornata degli Insegnanti e altri eventi ricreativi ed educativi. Queste esperienze hanno dato loro la speranza di un cambiamento e di un futuro migliore”.

Dalla loro istituzione nel giugno 2022, questi piccoli centri hanno offerto opportunità di alfabetizzazione e formazione professionale a 160 ragazze e donne in quattro province. Durante questo periodo, i residenti hanno mostrato rispetto e accolto con favore questi centri, permettendo alle loro ragazze di partecipare a questi corsi per migliorare le proprie competenze di alfabetizzazione e formazione professionale in un ambiente sicuro e solidale.

Nell’oscurantismo imposto dal governo talebano, i centri rappresentano anche un momento di incontro e socializzazione, come ci scrivono: “Il progetto ha anche facilitato la ricostruzione di un legame sociale di ragazze e donne anziane, offrendo loro l’opportunità di fare nuove amicizie e di entrare in contatto con altre persone della loro età in centri pacifici e sicuri”.

Storie di resilienza e speranza

Quelle delle donne e delle ragazze che frequentano i corsi sono storie di sofferenza, ma nel contempo di resilienza e speranza.

C’è S., una donna che vive in una precaria situazione perché nubile: “Prima di frequentare il corso di alfabetizzazione, ero molto malata mentalmente ed emotivamente. Ero sempre stanca e senza entusiasmo. Quando la nostra insegnante ha parlato dei diritti delle donne, ho sentito come se il mondo si fosse aperto per me“.

E poi c’è G., spostata da molti anni con un uomo molto più grande di lei e dipendente da sostanze stupefacenti, rimasta vedova con cinque figli: “La situazione economica di mio padre era pessima e per questo motivo sono stata costretta a un matrimonio indesiderato. Come sono sopravvissuta? Non mi sono mai arresa. I miei figli sono andati a scuola e hanno ricevuto un’istruzione. Ora mi amano tutti, ma sono molto malata mentalmente e fisicamente“. Allora G. decide di seguire il corso: “Da quando sono qui, mi sento come se fossi tornata giovane. Non voglio perdermi un solo giorno, perché il corso di alfabetizzazione mi ha portato gioie che nessun altro nella mia vita è stato in grado di darmi“.

Un piccolo problema di linguaggio aveva reso ancora più dura la vita di M.: “A scuola, venivo sempre presa in giro dagli altri studenti, il che mi faceva evitare le riunioni e persino la scuola. Il mio problema mi rendeva difficile parlare facilmente, e questo mi causava molto dolore“. Quando ha saputo del corso, aveva paura a partecipare proprio per questo piccolo problema, ma poi decide di iscriversi: “Ora parlo molto meglio e il mio insegnante mi incoraggia sempre. Mi dice che non devo vergognarmi e che devo credere in me stessa. Ora mi sento parte di una famiglia, con le mie amiche e le mie compagne di classe. Questo è un luogo dove posso parlare senza timore di essere giudicata e sentire che la mia voce è preziosa. Ringrazio di cuore la mia insegnante e i miei compagni di classe per aver aiutato donne e ragazze come me che hanno sofferto e per averci mostrato che possiamo superare i nostri problemi“.

Comunicato L’apartheid di genere ci riguarda

“Apartheid di genere” (ADG) è stata la parola chiave della conferenza stampa che l’8 aprile il Cisda ha convocato presso la sala stampa del parlamento per illustrare la campagna Stop fondamentalismi – Stop apartheid di genere e la petizione al governo italiano – finora firmata da 2000 persone e 80 associazioni, ma è ancora possibile aderire – che chiede l’intervento attivo dell’Italia sia nel riconoscimento che in Afghanistan è in atto un sistematico e intenzionale ADG, sia nel sostegno del reato specifico di ADG nella Convenzione per la prevenzione e la punizione dei crimini contro l’umanità in preparazione all’ONU e che sarà in discussione all’Assemblea degli Stati nel 2026/27.

Una giornata importante per la nostra campagna, che nel pomeriggio si è concretizzata con la presentazione al mondo dell’attivismo e della solidarietà in un incontro aperto a tutti dove sono intervenuti/e rappresentanti di associazioni e di ong con testimonianze e opinioni.

Dopo la presentazione del Cisda che ha ripercorso la situazione attuale in Afghanistan e spiegato le motivazioni della campagna e della petizione al governo italiano, è intervenuta Belquis Roshan, ex parlamentare dell’Afghanistan ora rifugiata in Europa, ricordando che le donne afghane sono sottoposte a condizioni di vita orrende sotto il regime fondamentalista del suo paese. Alle donne è vietato lavorare e le ragazze, che non possono più frequentare la scuola, sono costrette, ancora giovanissime, a sposare i talebani, nell’immobilismo della maggior parte dei governi del mondo che si limitano a dichiarare il loro rammarico ma senza fare nulla, mentre gli Usa continuano a finanziare il governo talebano per difendere i loro interessi economici e strategici.

Lo sforzo che si sta facendo per il riconoscimento dell’ADG subito dalle donne afghane è importante – ha inoltre affermato Roshan – e dimostra un’alleanza sincera con le donne afghane.

Anche se sappiamo che molti governi hanno dimostrato di ignorare e calpestare i trattati internazionali e le risoluzioni delle Nazioni Unite, com’è avvenuto per i mandati di arresto verso personaggi politici che sono rimasti inapplicati senza che alcun governo abbia alzato la voce contro quei criminali e mentre Haqqani veniva vergognosamente graziato, il riconoscimento dell’ADG sarà un importante traguardo per le donne, la legalizzazione dei loro diritti e delle loro lotte.

Inalienabili, indivisibili e parte integrante dei diritti umani

Ci sono voluti 45 anni, dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948, perché anche i diritti delle donne fossero dichiarati inalienabili, indivisibili e parte integrante dei diritti umani, nel 1993 con la Dichiarazione della Conferenza mondiale sui diritti umani di Vienna.

Poiché le convenzioni fra gli stati e le leggi esistenti riconoscono i diritti delle donne e dei bambini solo in situazione di guerra, e il crimine di Persecuzione di genere non è sufficiente a difendere le donne perché può essere applicato solo se connesso con altri crimini, è necessaria una Convenzione dell’ONU sui crimini contro l’umanità che contempli specificatamente il reato di Apartheid di genere, che è l’unico che può definire esaurientemente la situazione di segregazione e persecuzione che subiscono le donne in quanto genere nei paesi fondamentalisti e in particolare in Afghanistan, il più emblematico tra tutti.

Questo ha spiegato la giurista Laura Guercio, relatrice intervenuta alla conferenza stampa per illustrare la definizione di ADG redatta con il Cisda e inviata alla 6° Commissione dell’Onu incaricata di preparare i lavori della Convenzione con il contributo anche della società civile e dell’associazionismo. Definizione che ha già avuto un importante riscontro di apprezzamento da parte degli incaricati dell’ONU.

Ma la nostra Campagna non si limita a questo: chiede che il governo italiano, coerentemente con i trattati per la difesa delle donne e dei diritti umani sottoscritti dall’Italia, neghi il riconoscimento giuridico e di fatto al governo fondamentalista dei talebani, impedisca loro l’agibilità politica nei consessi internazionali e si associ all’azione degli Stati nella denuncia ai Tribunali internazionali.

La Conferenza stampa ha visto la partecipazione e il sostegno dei parlamentari Livia Zanella e Francesca Ghitta di AVS, Valentina Ghio del PD, Oscar Scalfarotto di Italia Viva, oltre a Marilena Grassadonia della Segreteria Nazionale di Sinistra Italiana, che hanno dichiarato la loro disponibilità a farsi carico degli obiettivi della Campagna con iniziative presso il Parlamento.

Finché non saranno diritti per tutte, i nostri saranno solo privilegi

Molto interessante è stato anche il dibattito proposto da CISDA nel pomeriggio al Polo Civico Esquilino. A esporre le loro esperienze e le tematiche di riflessione relative al fondamentalismo religioso e politico e alle ripercussioni sulla vita e i corpi delle donne, accanto a Belquis Roshan c’erano alcune rappresentanti dell’associazionismo: l’attivista curdo-iraniana Mayswon Majidi, Celeste Grossi dell’ARCI, Mirella Mannocchio della Federazione italiana delle donne evangeliche, Lorena Di Lorenzo dell’associazione Binario 15.


In questo incontro Belquis ha avuto modo di raccontare con maggiore libertà e tempo la sua vita, iniziata durante la guerra che ha ucciso milioni di afghani e proseguita prima in Iran poi in Pakistan. Tornata in Afghanistan con la promessa degli Usa di ristabilire la democrazia, decide di impegnarsi in politica e vince varie elezioni fino a diventare parlamentare nel 2018, unica rappresentante a opporsi al patto di sicurezza con gli Usa, considerato paese invasore, e a opporsi alla liberazione delle migliaia di terroristi talebani nel 2020.

Costretta a lasciare il paese nel 2021, vive attualmente in Germania dove rappresenta la comunità afghana e lavora a sostegno delle donne afghane.

Parlando del suo paese, dice che il corpo delle donne afghane è un campo di battaglia tra Occidente e talebani, oggetto di trattativa per ottenere riconoscimento e fondi. Il governo talebano riceve sostegno economico da tutti i paesi del mondo, ma se questi aiuti non arrivassero non resisterebbe un solo giorno. Il fondamentalismo è uno strumento nelle mani occidentali per portare avanti i propri interessi geopolitici ed economici in alcune parti del mondo. “Solo con la solidarietà internazionale possiamo sopravvivere e combattere insieme le guerre nel mondo”.

Mayswon Majidi, imprigionata in Italia con l’assurda accusa di essere una scafista, e poi scagionata, ha parlato della sua esperienza di vita e di lotta con le donne curde contro il regime iraniano, lotta che è diventata globale perchè l’ADG è diffuso in tutti i Paesi anche se in forme meno evidenti. In Italia il patriarcato si manifesta con i femminicidi, in Iran con la repressione politica e la sharia. Tutte le situazioni sono legate e bisogna trovare una soluzione mondiale, fare alleanze per la pace fra tutte le donne facendo crescere in loro la consapevolezza dei loro diritti e delle loro capacità.

Mirella Mannocchio, pastora metodista presidente della FDEI, network di donne e organizzazioni appartenenti alle chiese evangeliche, da anni si impegna nella lettura della bibbia secondo una visione femminista e nella sensibilizzazione sulle tematiche che riguardano le donne.

Il termine fondamentalismo è nato all’interno del cristianesimo, da cui poi sono derivati tutti i fondamentalismi. L’idea che la donna deve avere il corpo coperto proviene dall’ambito religioso, è legata al bisogno maschile di controllare il corpo femminile che riproduce la vita, capacità interdetta all’uomo. Nelle prime comunità cristiane alle donne veniva riconosciuto un ruolo di potere, ruolo perduto con l’istituzionalizzazione del cristianesimo. Da qui la necessità di recuperare una diversa interpretazione della bibbia e dei testi.

Celeste Grossi, della segreteria nazionale dell’Arci, ha spiegato che la sua associazione fin da subito ha sostenuto la campagna contro l’ADG e sostiene le donne iraniane e afghane anche con corridoi umanitari e case rifugio. Questo non per altruismo ma nella consapevolezza che finché i diritti non saranno per tutte, i nostri sono solo privilegi. “Siamo immerse nella cultura patriarcale e abbiamo atteggiamenti patriarcali. In alcuni luoghi il patriarcato è sistematico, in altri, come qui da noi, i diritti si stanno perdendo e quindi non dobbiamo accomodarci perché i diritti non sono per sempre. Bisogna sostenere le lotte di tutte, non sono le nostre lotte, sono le nostre lotte insieme alle loro e le loro insieme alle nostre”.

Lorena Di Lorenzo ha parlato dell’Afghanistan che è in Italia, quello delle migranti afghane. L’associazione, nata sul binario 15 della Stazione Ostiense, dove arrivavano e ripartivano i migranti afghani prevalentemente maschi, è ora un luogo di amicizia e di scambio paritario con un’ottantina tra donne e bambini, con funzione ponte tra i bisogni delle immigrate e i servizi del territorio e in dialogo con chi è rimasto là.

Dal 2021 stanno arrivando donne diverse, che sono scomode in Afghanistan perché contro corrente. Costrette in un sistema di assistenza frammentario e carente, rimangono deluse nelle loro aspettative e molte se ne vanno via. Bisogna parlare di cosa manca alle donne qui e non solo in Afghanistan, far accogliere un approccio di genere nelle politiche migratorie che colga la complessità dei loro bisogni e competenze.

Il lungo incontro è stato seguito con interesse e ha visto la presenza nel pubblico di diverse donne afghane immigrate in Italia da più o meno anni interessate ad avere un confronto con chi, come Belquis, è uscita dal paese in tempi recenti e ha avuto un ruolo di donna leader nel precedente sistema. Una giusta occasione per chi è sempre stata costretta a stare in silenzio.

Evento CISDA Roma 8 aprile 2025 sulla Campagna Stop fondamentalismi – Stop apartheid di genere

Incontro organizzato da CISDA presso il Polo Civico Esquilino di Roma. A esporre le loro esperienze e le tematiche di riflessione relative al fondamentalismo religioso e politico e alle ripercussioni sulla vita e i corpi delle donne, accanto a Belquis Roshan c’erano alcune rappresentanti dell’associazionismo: l’attivista curdo-iraniana Mayswon Majidi, Celeste Grossi dell’ARCI, Mirella Mannocchio della Federazione italiana delle donne evangeliche, Lorena Di Lorenzo dell’associazione Binario 15.

Intervista ad Antonella Garofalo sulla campagna Stop fondamentalismi Stop apartheid di genere

L’8 aprile si sono tenuti a Roma due eventi per fare il punto sulla campagna lanciata da Cisda lo scorso 10 dicembre. Nell’intervista l’attivista Antonella Garofalo spiega i punti principali della campagna a margine della conferenza stampa presso la Camera dei deputati