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Donne afghane spezzate da gravidanze forzate e aborti spontanei non curati: i loro corpi sono ostaggio dei talebani

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Greenme, 21 maggio 2026, di Germana Carillo

Da quando i talebani hanno ripreso il potere in Afghanistan, ondate di direttive hanno privato donne e ragazze dei loro diritti e della loro dignità. Le donne vengono sempre più annientate, in una crisi dei diritti che rischia di essere normalizzata.

Alle ragazze è vietato andare a scuola dopo i 13 anni, le donne sono escluse dalla maggior parte dei lavori, dalla vita politica e non possono nemmeno camminare per strada senza uomini. Qui, in Afghanistan, la maggior parte delle donne non può nemmeno prendere decisioni all’interno delle proprie famiglie e non ricevono le cure mediche di cui avrebbero bisogno. E i risultati, ovviamente, sono devastanti.

Finito qui? Non esattamente. Dal 2023 i talebani hanno anche proibito la vendita di contraccettivi, sostenendo vada contro la legge della Sharia. Tutto ciò sempre e solo in un contesto in cui le donne sono costrette, in ogni caso, dai mariti e dalle famiglie a continuare ad avere figli, tra paure e violenze domestiche.

Secondo testimonianze raccolte dal Guardian e da Zan Times, in Afghanistan il sistema sanitario riproduttivo sta collassando proprio da quando i talebani hanno imposto quel divieto. La messa al bando non è mai stata annunciata ufficialmente, ma sono ormai 3 anni che medici e ostetriche di diverse province hanno iniziato a osservare lo stesso schema: contraccettivi sempre più difficili da reperire, forniture ridotte fino alla completa scomparsa e cliniche costrette a interrompere i servizi.

Tutto questo in un contesto davvero complicato: stando ai dati UN Women, entro il 2026 il divieto di accesso all’università e alla scuola secondaria per donne e ragazze provocherà un aumento del 25% dei matrimoni precoci, un incremento del 45% delle gravidanze adolescenziali e un aumento di almeno il 50% della mortalità materna. L’attuale situazione in Afghanistan ha inoltre innescato una grave crisi di salute mentale tra donne e ragazze, che riferiscono livelli crescenti di ansia, disperazione e senso di impotenza.

Gravidanze pericolose e aborti non curati
La crisi sanitaria colpisce soprattutto le donne più povere e isolate. Secondo le Nazioni Unite e l’Organizzazione mondiale della sanità, oltre 440 ospedali e cliniche in Afghanistan hanno chiuso o ridotto drasticamente i servizi dopo il taglio dei finanziamenti internazionali.

Nelle aree rurali questo significa ore di cammino per raggiungere un presidio sanitario, oppure partorire in casa, spesso senza assistenza. Ostetriche e operatori sanitari raccontano di donne che sanguinano per giorni prima di riuscire ad arrivare in una clinica e in molte province, spiegano i medici, i programmi di sensibilizzazione sulla salute riproduttiva e sulla pianificazione familiare sono stati del tutto sospesi.

“Non ha senso fare informazione se poi non esistono farmaci o strumenti per aiutare le donne – dice una dottoressa. I talebani non hanno dato ordini scritti, ma la paura è reale. Se parliamo apertamente, rischiamo la chiusura.”

La crisi economica peggiora ulteriormente la situazione. Secondo operatori sanitari locali, moltissime donne incinte o in allattamento soffrono di malnutrizione, anemia e carenze vitaminiche. Corpi già debilitati che affrontano gravidanze continue senza assistenza, libertà di scelta o accesso alle cure.

In Afghanistan essere donna oggi significa, insomma, vivere sotto un regime di discriminazione sistematica, in un Paese che registra il secondo più ampio divario di genere al mondo, subito dopo lo Yemen. Le crisi umanitarie che si sovrappongono da anni – dalla povertà estrema all’insicurezza alimentare, fino al collasso dei servizi essenziali – stanno aggravando le condizioni di vita di tutta la popolazione, ma a pagare il prezzo più alto sono soprattutto loro, le donne e le bambine.

Private di ogni cosa, del diritto all’istruzione, al lavoro, alla libertà di movimento e alla partecipazione alla vita pubblica, milioni di afghane continuano ogni giorno a resistere in silenzio. Eppure, nonostante repressione, paura e isolamento, la speranza non si è spenta. Le donne afghane continuano a dimostrare una forza straordinaria, resilienza e coraggio, portando avanti la convinzione che un futuro più giusto e uguale sia ancora possibile.

E noi? La comunità internazionale non dovrebbe più limitarsi a osservare, ma pretendere interventi concreti e immediati, non solo per rispondere all’emergenza umanitaria, ma per sostenere il diritto delle donne afghane a costruire il proprio futuro e quello delle nuove generazioni. Restare in silenzio davanti a tutto questo significa diventare complici.

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