La fine del Kurdistan siriano

Dopo oltre dieci anni di Rojava indipendente l’esercito siriano è entrato nella città di al Hasakah, a maggioranza curda: non c’è stata resistenza armata
Da oggi i territori curdi del nordest della Siria non saranno più un pezzo autonomo e separato del paese, ma torneranno a essere una regione come le altre, sotto l’autorità del governo centrale di Damasco. È il risultato dell’accordo della scorsa settimana fra il governo siriano e le Forze democratiche siriane (SDF nel più noto acronimo inglese), che prevede che le forze militari e le istituzioni amministrative curde, finora di fatto indipendenti, vengano integrate gradualmente in quelle statali.
Oggi militari siriani sono entrati in una delle principali città a maggioranza curda, al Hasakah, e fra oggi e domani entreranno anche a Qamishli, più a nord e più vicino al confine con la Turchia. Come da accordi, ad al Hasakah non c’è stata alcuna resistenza armata da parte delle forze curde. L’ingresso delle forze governative segna di fatto la fine del Kurdistan siriano, anche noto come Rojava.
Ad al Hasakah e Qamishli le autorità curde hanno dichiarato un coprifuoco diurno per le giornate di lunedì e martedì, che dovrebbe favorire l’ingresso delle forze di sicurezza mandate dal governo centrale. Dalla mattina lunghe colonne di mezzi militari erano in attesa di entrare nella città di al Hasakah: nel primo pomeriggio è arrivato nel centro cittadino un convoglio di otto mezzi corazzati, una decina di pickup, un’ambulanza e un veicolo operativo. Ad attenderli c’erano anche alcune centinaia di persone della minoranza araba, nonostante il coprifuoco.
Secondo i piani, nel giro di dieci giorni le forze governative prenderanno il controllo dei posti di frontiera, dell’aeroporto di Qamishli, dei pozzi petroliferi della zona e delle principali strutture militari dell’area.
La situazione è meno chiara e definita per la città di Kobane, nella provincia di Aleppo, più a ovest, al confine con la Turchia. Oggi la città, che fu un simbolo della guerra allo Stato Islamico, resta sotto il controllo curdo ma è di fatto assediata dalle forze siriane.
Il Rojava era una sorta di esperimento di autogoverno dei curdi nel nordest della Siria. Iniziò nel 2012, quando approfittando delle rivolte in tutto il paese contro il regime di Bashar al Assad milizie armate curde presero il controllo di diversi territori in cui erano la maggioranza. Poi le aree controllate si estesero durante la guerra allo Stato Islamico, che fra il 2013 e il 2019 controllò ampie zone di Siria e Iraq. Le SDF, sostenute dagli Stati Uniti e da una coalizione internazionale, furono decisive in quella guerra.
Il Rojava era una sorta di esperimento di autogoverno dei curdi nel nordest della Siria. Iniziò nel 2012, quando approfittando delle rivolte in tutto il paese contro il regime di Bashar al Assad milizie armate curde presero il controllo di diversi territori in cui erano la maggioranza. Poi le aree controllate si estesero durante la guerra allo Stato Islamico, che fra il 2013 e il 2019 controllò ampie zone di Siria e Iraq. Le SDF, sostenute dagli Stati Uniti e da una coalizione internazionale, furono decisive in quella guerra.
Il governo curdo era ispirato dal confederalismo democratico, teorizzato dal fondatore del partito del lavoratori del Kurdistan (PKK) Abdullah Öcalan: si basava su democrazia dal basso, coabitazione con gli altri siriani (soprattutto gli arabi), eguaglianza di genere, ecologismo. Il modello aveva suscitato una grande solidarietà internazionale, soprattutto negli anni della guerra allo Stato Islamico, ed era in parte stato romanticizzato, anche se la sua effettiva applicazione in alcune zone della Siria era stata parziale o incompleta.
Le SDF sono invece state attivamente combattute dalla Turchia, che si è sempre opposta alla nascita di uno stato curdo, considerandolo una minaccia per la propria integrità territoriale, soprattutto nelle regioni dove la minoranza curda è numerosa.
Le cose sono cambiate con il crollo del regime di Bashar al Assad e con il nuovo governo del presidente siriano Ahmed al Sharaa. Le SDF hanno perso il sostegno statunitense e il governo centrale si è proposto come garante di una convivenza pacifica con le varie minoranze nel paese. Nonostante la dichiarata volontà di evitare gli scontri, in questi mesi ce ne sono stati molti sia contro gli abitanti alawiti delle zone costiere che contro i drusi di Suwayda: nel complesso sono state uccise 3.000 persone.
Con i curdi il governo aveva firmato un primo accordo a marzo del 2025, che però non era stato definitivo. Un altro accordo è stato firmato la scorsa settimana, dopo un periodo di scontri e violenze tra soldati governativi e forze curde. Scrive Daniele Raineri dalla Siria sulla newsletter del Post Outpost: «La situazione poteva finire in due modi. Poteva degenerare in una grande guerra civile per il controllo delle città curde oppure poteva calmarsi grazie a un compromesso».
L’intesa prevede una sorta di resa delle forze curde: indebolite dai combattimenti recenti e senza aiuti esterni, di fatto scioglieranno le proprie milizie, che verranno assorbite all’interno dell’esercito siriano (sono previste una divisione e una brigata curda nelle forze armate regolari). In cambio saranno riconosciuti alcuni diritti civili per la minoranza curda, anche nel campo dell’istruzione, il curdo sarà riconosciuto come lingua nazionale, ma non ufficiale, e i curdi otterranno un passaporto siriano, cosa che non avveniva sotto il regime di Assad.
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