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Tag: Forze democratiche siriane (SDF)

La fine del Kurdistan siriano

Mezzi dell’esercito siriano prima di entrare nella città di Al Hasakah (REUTERS/Khalil Ashawi)

Il Post, 2 febbraio 2026

Dopo oltre dieci anni di Rojava indipendente l’esercito siriano è entrato nella città di al Hasakah, a maggioranza curda: non c’è stata resistenza armata

Da oggi i territori curdi del nordest della Siria non saranno più un pezzo autonomo e separato del paese, ma torneranno a essere una regione come le altre, sotto l’autorità del governo centrale di Damasco. È il risultato dell’accordo della scorsa settimana fra il governo siriano e le Forze democratiche siriane (SDF nel più noto acronimo inglese), che prevede che le forze militari e le istituzioni amministrative curde, finora di fatto indipendenti, vengano integrate gradualmente in quelle statali.

Oggi militari siriani sono entrati in una delle principali città a maggioranza curda, al Hasakah, e fra oggi e domani entreranno anche a Qamishli, più a nord e più vicino al confine con la Turchia. Come da accordi, ad al Hasakah non c’è stata alcuna resistenza armata da parte delle forze curde. L’ingresso delle forze governative segna di fatto la fine del Kurdistan siriano, anche noto come Rojava.

Ad al Hasakah e Qamishli le autorità curde hanno dichiarato un coprifuoco diurno per le giornate di lunedì e martedì, che dovrebbe favorire l’ingresso delle forze di sicurezza mandate dal governo centrale. Dalla mattina lunghe colonne di mezzi militari erano in attesa di entrare nella città di al Hasakah: nel primo pomeriggio è arrivato nel centro cittadino un convoglio di otto mezzi corazzati, una decina di pickup, un’ambulanza e un veicolo operativo. Ad attenderli c’erano anche alcune centinaia di persone della minoranza araba, nonostante il coprifuoco.

Secondo i piani, nel giro di dieci giorni le forze governative prenderanno il controllo dei posti di frontiera, dell’aeroporto di Qamishli, dei pozzi petroliferi della zona e delle principali strutture militari dell’area.

La situazione è meno chiara e definita per la città di Kobane, nella provincia di Aleppo, più a ovest, al confine con la Turchia. Oggi la città, che fu un simbolo della guerra allo Stato Islamico, resta sotto il controllo curdo ma è di fatto assediata dalle forze siriane.

Il Rojava era una sorta di esperimento di autogoverno dei curdi nel nordest della Siria. Iniziò nel 2012, quando approfittando delle rivolte in tutto il paese contro il regime di Bashar al Assad milizie armate curde presero il controllo di diversi territori in cui erano la maggioranza. Poi le aree controllate si estesero durante la guerra allo Stato Islamico, che fra il 2013 e il 2019 controllò ampie zone di Siria e Iraq. Le SDF, sostenute dagli Stati Uniti e da una coalizione internazionale, furono decisive in quella guerra.

Il Rojava era una sorta di esperimento di autogoverno dei curdi nel nordest della Siria. Iniziò nel 2012, quando approfittando delle rivolte in tutto il paese contro il regime di Bashar al Assad milizie armate curde presero il controllo di diversi territori in cui erano la maggioranza. Poi le aree controllate si estesero durante la guerra allo Stato Islamico, che fra il 2013 e il 2019 controllò ampie zone di Siria e Iraq. Le SDF, sostenute dagli Stati Uniti e da una coalizione internazionale, furono decisive in quella guerra.

Il governo curdo era ispirato dal confederalismo democratico, teorizzato dal fondatore del partito del lavoratori del Kurdistan (PKK) Abdullah Öcalan: si basava su democrazia dal basso, coabitazione con gli altri siriani (soprattutto gli arabi), eguaglianza di genere, ecologismo. Il modello aveva suscitato una grande solidarietà internazionale, soprattutto negli anni della guerra allo Stato Islamico, ed era in parte stato romanticizzato, anche se la sua effettiva applicazione in alcune zone della Siria era stata parziale o incompleta.

Le SDF sono invece state attivamente combattute dalla Turchia, che si è sempre opposta alla nascita di uno stato curdo, considerandolo una minaccia per la propria integrità territoriale, soprattutto nelle regioni dove la minoranza curda è numerosa.

Le cose sono cambiate con il crollo del regime di Bashar al Assad e con il nuovo governo del presidente siriano Ahmed al Sharaa. Le SDF hanno perso il sostegno statunitense e il governo centrale si è proposto come garante di una convivenza pacifica con le varie minoranze nel paese. Nonostante la dichiarata volontà di evitare gli scontri, in questi mesi ce ne sono stati molti sia contro gli abitanti alawiti delle zone costiere che contro i drusi di Suwayda: nel complesso sono state uccise 3.000 persone.

Con i curdi il governo aveva firmato un primo accordo a marzo del 2025, che però non era stato definitivo. Un altro accordo è stato firmato la scorsa settimana, dopo un periodo di scontri e violenze tra soldati governativi e forze curde. Scrive Daniele Raineri dalla Siria sulla newsletter del Post Outpost: «La situazione poteva finire in due modi. Poteva degenerare in una grande guerra civile per il controllo delle città curde oppure poteva calmarsi grazie a un compromesso».

L’intesa prevede una sorta di resa delle forze curde: indebolite dai combattimenti recenti e senza aiuti esterni, di fatto scioglieranno le proprie milizie, che verranno assorbite all’interno dell’esercito siriano (sono previste una divisione e una brigata curda nelle forze armate regolari). In cambio saranno riconosciuti alcuni diritti civili per la minoranza curda, anche nel campo dell’istruzione, il curdo sarà riconosciuto come lingua nazionale, ma non ufficiale, e i curdi otterranno un passaporto siriano, cosa che non avveniva sotto il regime di Assad.

Rojava sotto assedio. Biji biji resistenza curda!


Carla Gagliardini, Patria Indipendente, 28 gennaio 29026

Le promesse del presidente Al-Sharaa per una Siria democratica e inclusiva sono già state smentite dai fatti: dopo alawiti, drusi e cristiani, ora a pagare sono i curdi. Kobane, città simbolo della lotta di liberazione dall’Isis, è circondata. All’offensiva militare si affianca lo scontro ideologico contro la proposta politica di Öcalan per il Medio Oriente, una visione che mette al centro le donne e un modello di società ecologica, in netto contrasto con gli interessi degli apparati di potere degli Stati e dei loro leader. Intanto cresce la solidarietà internazionale. Pubblichiamo un appello‑mozione dell’Unione delle donne italiane e kurde ai Parlamenti Ue e italiano, sottoscritto anche dal Coordinamento donne ANPI e aperto alle adesioni.

Henry Kissinger diceva che “gli Stati Uniti non hanno amici
o nemici permanenti ma solo interessi permanenti”.
I curdi invece dicono che “non hanno amici se non le montagne”

In queste due citazioni si racchiude molta della verità e della realtà che osserviamo da tempo in Rojava, dove governa l’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (Daanes), in modo più marcato da quando Ahmed al-Shara, nome di battaglia al-Jolani, ha conquistato manu militari il potere in Siria nel dicembre del 2024, mettendo in fuga Bashar al-Assad. Su Ahmed al-Shara, fino a poco tempo fa, pendeva una taglia made in the Usa perché guidava l’organizzazione terroristica Hts (Hayat Tahrir al-Sham).

Oggi il nemico degli Stati Uniti è diventato un amico perché ha promesso lauti investimenti in Siria, unico linguaggio che mette d’accordo gli interessi dell’Occidente, in modo particolare quelli statunitensi, e delle petromonarchie del Golfo. In sottofondo, ma non troppo, suona il ritornello degli Accordi di Abramo che mirano a pacificare le relazioni tra Israele e i Paesi arabi. E poi c’è la necessità di infliggere una sconfitta ancora più dolente e permanente all’Iran in chiave anti-russa e soprattutto anti-cinese. Il controllo della Siria è fondamentale. Così sul suolo siriano e sulla pelle degli abitanti di quella zona si sta giocando una partita importantissima. Al-Sharaa è la nuova pedina da muovere sullo scacchiere mediorientale. C’è da pensare che lui lo sappia bene e quindi occorrerà capire quale sia la sua strategia per comprendere la traiettoria che prenderà la Siria trascinando con sé, nel bene o nel male, le sue tante realtà culturali, etniche e religiose.

Per il momento le promesse del neo-presidente Aḥmad Ḥusayn al-Shara per una Siria democratica e inclusiva sono state platealmente disattese e a farne le spese sono state la comunità alawita, quella druza e persino quella cristiana. Oggi è il turno dei curdi. E allora quel detto curdo citato, se visto unicamente volgendo lo sguardo agli Stati, intesi nella loro dimensione di apparati e non di popoli, si inserisce perfettamente nello scenario attuale perché sembra vero che i curdi abbiano come soli amici le montagne. La loro storia fatta di tradimenti, persecuzioni e genocidi subiti lo insegna. Quando poco più di dieci anni fa lo Stato Islamico, più conosciuto come Isis, rappresentava una drammatica minaccia per il mondo, il sangue dei curdi e delle curde è servito. Sono loro che sono caduti e cadute sul campo di battaglia contro un nemico che scaricava la sua ferocia su coloro che considerava infedeli. Quella ferocia ha colpito in modo particolare le donne e il popolo ezida lo sa bene con le sue donne, ragazze e bambine rapite per essere vendute come schiave.

Il 26 gennaio scorso è stato l’undicesimo anniversario della fine dell’assedio di Kobane da parte dello Stato Islamico. Sono i curdi e le curde delle Ypg e delle Ypj che hanno difeso la città con una resistenza impressionante che ha fatto il giro del mondo. Oggi Kobane, città simbolo della lotta di liberazione dall’Isis, è nuovamente circondata. Questa volta è l’esercito siriano che risponde al presidente al-Sharaa, un “ex” jihadista, a volere la sua resa. Kobane ha un valore estremamente importante per entrambe le parti. Per Damasco la sua caduta significa infliggere una sconfitta che trascende l’aspetto militare e strategico perché colpirebbe nel profondo i sentimenti e il morale dei curdi e delle curde. Per la Daanes un’altra storica vittoria sarebbe invece un’ulteriore lezione impartita al mondo sulla forza della resistenza di un popolo che, in evidente posizione di svantaggio e sostanzialmente in solitudine, lotta per la libertà. In realtà, se la Daanes dovesse cadere le curde e i curdi ci avrebbero comunque insegnato qualcosa di importante: il senso profondo della loro rivoluzione che liberandosi dalle catene del nazionalismo e del patriarcato ha disegnato una società libera e democratica.

Dal 6 gennaio l’esercito siriano ha lanciato un’offensiva in Rojava. Da quando a Damasco governa al-Sharaa è stato immediatamente chiaro che l’esperienza della Daanes fosse a rischio. Il presidente siriano infatti vuole uno Stato centrale forte e nessun riconoscimento di autonomia alle varie realtà culturali, etniche e religiose del Paese. Su questo punto è sempre stato irremovibile.

Gli accordi del marzo 2025 siglati con le Sdf (Forze Democratiche Siriane all’interno delle quali si trovano le Ypg e le Ypj) che difendono la Daanes, non sono stati implementati entro la scadenza del 31 dicembre. Questi prevedevano l’inserimento delle Sdf all’interno dell’esercito siriano. La discussione era aperta sul “come” integrarle, perché Damasco vuole l’adesione individuale dei combattenti mentre le Sdf insistono per un inserimento come corpo unico, includendo anche le donne.

La fase di stallo in cui erano precipitati gli accordi è stato il pretesto per Damasco per attaccare la Daanes e conquistare circa il 90% del territorio che prima era sotto il suo controllo. I curdi e le curde sono stati abbandonati dagli alleati statunitensi che sono rimasti a guardare e hanno saputo solo suggerire il loro suicidio, sollecitandoli a accettare le condizioni di Damasco che prevedono la fine della loro autonomia, cioè la fine di tutto ciò per cui hanno lottato e che hanno saputo costruire in oltre dieci anni di amministrazione autonoma. Le aree perse dalla Daanes sono importanti per le loro risorse ma anche per i corridoi strategici. Le Sdf denunciano la complicità della Turchia che ha interesse a smantellare la Daanes e le Sdf, considerate espressione del Pkk e quindi nemici da abbattere.Il processo di pace in corso in Turchia, proprio tra lo stato turco e il fondatore del Pkk, Abdullah Öcalan, non ha né arrestato né frenato le mire distruttive del presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, nei confronti del modello politico applicato in Rojava e teorizzato dal leader curdo, ossia il confederalismo democratico. Questo paradigma non è in linea con la struttura delle società capitaliste e dello stato-nazione, disegnando all’opposto una società basata sulle comuni rette da un’organizzazione di tipo socialista.

In Rojava, oltre a una guerra di conquista, è in atto anche uno scontro ideologico sul tipo di società da realizzare. La proposta politica di Öcalan per il Medio Oriente è dirompente se si pensa al ruolo centrale della donna ma anche all’idea della società ecologica, che stride con gli appetiti degli Stati e dei loro governanti, i quali spesso hanno interessi personali che finiscono per dettare l’agenda dello Stato. Al-Sharaa in questo momento è la pedina che viene mossa dalla Turchia, che aspira a ripristinare una sorta di Impero Ottomano, e dagli Stati Uniti, che hanno un debito pubblico pericolosamente alto e una forte crisi strutturale interna su più piani, sociale, economico e finanziario, la quale richiede politiche imperialiste per l’accaparramento di ingenti risorse. Nella nuova Siria molti interessi stranieri reclamano una fetta del Paese mentre la popolazione locale, soprattutto le minoranze, viene estromessa dal progetto politico di ricostruzione della società siriana dopo lunghi anni di guerra. Non basta il riconoscimento della cittadinanza e dei diritti culturali dei curdi fatto in fretta e furia con decreto presidenziale negli ultimi giorni, tra un cessate il fuoco e l’altro, per liquidare la questione curda. La scelta di al-Sharaa sembra dettata dalla necessità di sottrarre ai curdi parte della materia del contendere e quindi svuotare la loro azione politica, legittimando così, agli occhi del mondo, la guerra scatenata contro di loro se dovessero scegliere di non piegarsi al volere di Damasco.

È difficile prevedere cosa accadrà quando il nuovo cessate il fuoco scadrà perché l’incognita di peso è rappresentata dagli Stati Uniti, i quali hanno dichiarato attraverso l’Ambasciatore in Turchia nonché inviato speciale per la Siria Tom Barrack, che le Sdf appartengono al passato e che al-Sharaa è il presente. Tuttavia non è facile credere che possano fidarsi ciecamente di colui che fino a poco più di un anno fa veniva presentato come un pericoloso terrorista e nemico di Washington. Il trasferimento nelle prigioni irachene di circa settemila jihadisti rinchiusi nelle carceri che, fino a pochi giorni fa, erano sotto il controllo delle Sdf potrebbe essere un segnale di sfiducia.

Dal canto suo Al-Sharaa indossa con disinvoltura tante maschere per ricoprire il suo passato di jihadista e il progetto che ha in mente di assimilazione delle minoranze. Ricorre a un linguaggio rassicurante, poco conta se smentito dai fatti, e questo basta per soddisfare i nuovi alleati della Siria post-Assad. Se la Daanes venisse espropriata dell’autonomia nei territori curdi che continua a controllare, come vorrebbero Erdogan e al-Sharaa, la Siria difficilmente conoscerà una stagione di pace. È facile pensare che i curdi non rinunceranno alla libertà che hanno conquistato e potranno essere di ispirazione per le altre minoranze, le quali hanno già assaggiato la violenza di questo governo e reclamano a loro volta forme di autonomia. Le donne curde saranno in prima linea perché non è pensabile per loro assistere alla cancellazione di quei diritti che hanno ottenuto combattendo tanto con le armi quanto attraverso un processo culturale e politico che ha cambiato in senso rivoluzionario il loro modo di concepirsi all’interno della società.

I curdi ci insegnano che la Resistenza è vita (Berxwedan jiyan e!), che la donna è al centro del progetto politico di una società libera, democratica e di pace (Jin jiyan azadi!) e che l’esperienza democratica del Rojava deve essere salvata. Per tutte queste ragioni la resistenza in Rojava va sostenuta. Biji biji Rojava!

Carla Gagliardini è vicepresidente ANPI provinciale di Alessandria e componente del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan odv

 

Appello-mozione di UDIK, Unione delle donne italiane e kurde, al Parlamento Ue e al Parlamento italiano

Salzano-Ve, 27/01/2026

Spettabili Deputati e Senatori del Parlamento Italiano

Appello/Mozione concernente la situazione nel Nord-Est della Siria e la difesa dell’Amministrazione Autonoma di Rojava

Noi, donne italiane e curde, unite da un legame di sorellanza, da una storia comune di resistenza e dalla lotta contro il fascismo, esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per quanto sta accadendo nel Nord-Est della Siria.

Chiediamo al Parlamento italiano e al Parlamento europeo di intervenire con urgenza per fermare gli attacchi di annientamento contro il popolo curdo e contro il suo modello di democrazia, autogoverno e convivenza pacifica.

Sollecitiamo l’Italia e l’Unione Europea a impegnarsi attivamente nella ricerca di una soluzione politica e di pace, nel pieno rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale e del principio di autodeterminazione dei popoli. Il rispetto dei diritti umani non può essere selettivo né subordinato a interessi geopolitici.

Premesso che:

– nel Nord-Est della Siria opera l’Amministrazione Autonoma di Rojava, un’esperienza politica fondata sui principi di democrazia partecipativa, autogoverno, confederalismo democratico, convivenza pacifica tra le diverse etnie e religioni e sulla piena parità di genere;
– tale modello rappresenta un esempio concreto di stabilità, inclusione sociale e rispetto dei diritti umani in un’area segnata da conflitti, autoritarismi e fondamentalismi religiosi;
– le Forze Democratiche Siriane, composte da donne e uomini, hanno svolto un ruolo decisivo nella sconfitta militare dell’organizzazione terroristica ISIS, contribuendo in modo determinante alla sicurezza regionale e internazionale, inclusa quella dell’Europa, duramente colpita da attentati terroristici negli anni passati;
– il contributo delle donne curde nella lotta contro il terrorismo e nella costruzione di un modello sociale basato sull’uguaglianza di genere è stato riconosciuto a livello internazionale come elemento centrale di tale esperienza.

A tal fine avanziamo la proposta di approvazione della seguente mozione:

Considerato che:
– l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria è attualmente oggetto di attacchi armati da parte di gruppi jihadisti legati al regime di Jolani e da milizie riconducibili ai residui dell’ISIS, con il sostegno diretto o indiretto della Turchia;
– il regime siriano non ha rispettato gli accordi sottoscritti nel mese di aprile con le Forze Democratiche Siriane, accordi che prevedevano misure volte alla de-escalation del conflitto;
– nonostante il ritiro da alcune aree da parte delle Forze Democratiche Siriane (HSD), finalizzato a evitare nuove ostilità, le milizie jihadiste hanno proseguito l’offensiva, chiedendo la deposizione delle armi e la sottomissione a un sistema politico autoritario e teocratico;
– il regime siriano si dimostra incapace di garantire una soluzione politica inclusiva e agisce sotto l’influenza di interessi geopolitici ed economici di potenze esterne.

Ritenuto che:

– la distruzione dell’Amministrazione Autonoma di Rojava rappresenterebbe un grave arretramento per la tutela dei diritti umani, per la parità di genere e per la convivenza pacifica tra i popoli della regione;
– l’abbandono di tale esperienza democratica costituirebbe un tradimento dei valori di libertà, giustizia e autodeterminazione che l’Unione Europea e la Repubblica Italiana affermano di difendere;
– il silenzio e l’inazione della comunità internazionale rischiano di favorire il ritorno del terrorismo jihadista e di compromettere ulteriormente la stabilità regionale.

Chiediamo l’impegno del Governo:

1) a condannare ufficialmente gli attacchi contro l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria e contro le Forze Democratiche Siriane;
2) a promuovere, in sede europea e internazionale, il riconoscimento politico e istituzionale dell’Amministrazione Autonoma di Rojava come interlocutore legittimo per una soluzione democratica del conflitto siriano;
3) ad attivarsi, attraverso iniziative diplomatiche urgenti, per la cessazione delle ostilità e il rispetto degli accordi precedentemente sottoscritti;
4) a sostenere la tutela dei diritti delle donne, delle minoranze etniche e religiose nel Nord Est della Siria, riconoscendo il valore del modello di autogoverno basato sull’uguaglianza di genere;
5) a vigilare affinché le politiche europee e internazionali non favoriscano, direttamente o indirettamente, forze jihadiste o regimi autoritari contrari ai principi democratici e ai diritti umani.

Firmatarie:

– UDIK Unione Donne Italiane e Kurde
– Coordinamento Nazionale Donne ANPI
– Politiche di Genere CGIL Nazionale
– UDI Unione Donne in Italia
– Casa Internazionale delle Donne
– La Biblioteca delle donne e centro di consulenza legale udipalermo
– Avv. Angela Bitonti- avvocato per i diritti umani

Per aderire: udik.unionedonne@gmail.com

Difendere la vita e comprendere la realtà della guerra


Istituto Andrea Wolf, Accademia di Jineolojî, 26 gennaio 2026

Viviamo in un’epoca di lotta, in cui le stelle resistono alle tenebre che vogliono inghiottire la loro luce. Viviamo una lotta in cui la vita viene soffocata, ma al contempo reclama vibrante la propria libertà. Viviamo nel mezzo della Terza Guerra Mondiale, in cui imperialismo, nazionalismo e fondamentalismo religioso minacciano e attaccano la vita ovunque. Il periodo storico attuale è caratterizzato da una guerra contro le donne, che cerca di tenere in ostaggio le nostre vite e si alimenta delle relazioni di potere globali.

Un nodo di questa guerra si trova in Medio Oriente, con epicentro nelle montagne e nelle pianure del Kurdistan. Fin dall’inizio di quest’anno, con gli attacchi aggressivi in corso contro la Rivoluzione di Rojava e le regioni autogestite del Nord/Est della Siria, questa guerra contro la vita e la libertà ha assunto una nuova forma ed espressione.

Chi alimenta la guerra?

La guerra che stiamo vivendo non è una guerra nuova. È una guerra che viene combattuta sin dall’apparizione del patriarcato. Innanzitutto, si tratta di una guerra della mentalità tra le forze democratiche, la società centrata sulle donne, che difende la linea della libertà, e lo stato patriarcale, volto alla distruzione. DAESH può essere compreso come una concentrazione della mentalità violenta dello stato. L’obiettivo di creare una sola bandiera, un solo colore, un solo modo di essere, è un richiamo alla distruzione violenta della vita. È la stessa mentalità delle forze egemoni degli stati nazionali, che subordinano tutte le identità ad un’unica forma. La guerra che sta avvenendo ora in Rojava, non è solo una coalizione di jihadisti, ma di forze egemoni globali: non è una guerra civile, ma un’estensione brutale della Terza Guerra Mondiale.

Il 20 gennaio 2026, Tom Barrack, inviato speciale degli USA per la Siria, ha dichiarato apertamente che lo scopo dell’alleanza con le Forze Democratiche Siriane (SDF) è scaduto. Mentre le forze HTS si uniscono alle milizie turche e liberano attivamente prigionieri dell’ISIS, Tom Barrack espone in modo aperto e contraddittorio i motivi opportunistici degli USA: «La Siria ora ha un governo centrale riconosciuto che si è unito alla Coalizione Globale per sconfiggere l’ISIS, segnalando un riavvicinamento verso occidente e una cooperazione con gli USA nella lotta al terrorismo. Questo cambia la ragione dell’alleanza USA-SDF: lo scopo originario delle SDF come principale forza anti-ISIS sul campo è in gran parte scaduto, poiché Damasco è ora disposta e in grado di assumersi le responsabilità di sicurezza, incluso il controllo dei centri di detenzione e dei campi dell’ISIS».

Il giorno successivo, è stato diffuso un video su internet: un uomo sventola una bandiera dell’ISIS in cima all’ingresso della città di Raqqa. L’ex capitale del califfato è di nuovo avvolta da violenza, distruzione e morte. Mentre il presidente francese Macron, che fa parte anche lui della coalizione antiterrorismo, e il segretario generale della NATO Mark Rutte hanno dichiarato di allinearsi agli USA riguardo alla Siria, le forze del Governo Siriano di Transizione sono riuscite ad aprire le prigioni nell’area dell’Autogoverno, che contenevano prigionieri dell’ISIS sin dalla liberazione del territorio nel 2017.

Il Governo Siriano di Transizione fa parte del progetto di riorganizzazione del Medio Oriente, guidato dagli USA e dalle forze occidentali, mentre Gran Bretagna, Turchia e UE continuano la linea di massacri che il popolo del Nord-Est della Siria sta vivendo. Pochi giorni dopo l’inizio dei massacri ad Aleppo, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, si è inchinata e ha promesso la cifra esorbitante di 620 milioni di dollari al Governo Siriano di Transizione. Non è una coincidenza. Genocidio e guerra non sono eccezioni nel modo in cui gli stati nazionali agiscono, ma sono invece una tradizione intrinseca e integrata. Dobbiamo continuare a comprendere la situazione attuale a livello geopolitico, ma è richiesta anche chiarezza ideologica e comprensione su ciò che viene attaccato ora, poiché la nostra difesa si basa proprio su questo.

Chi alimenta il mondo?

Dalla rivoluzione in Rojava e nel Nord-Est della Siria, è in corso un processo di ricostruzione della fiducia nell’umanità. Il popolo ha riconquistato la propria dignità, pesantemente attaccata dal regime Ba’ath e da altre forze terroristiche, come l’ISIS. È un processo di costruzione di ponti tra i popoli, che si sono dati un modello di autogoverno – diverso da quello degli stati – e stanno diventando una società unita. Seguendo il paradigma della modernità democratica, la proposta di una nazione democratica è diventata realtà materiale. Questa realtà formula un modo di governare basato sull’unità nelle differenze, sulla solidarietà e sulla difesa della società comunale dagli attacchi della modernità capitalistica, dello Stato e della sua mentalità.

È stato implementato un nuovo modo di organizzare la vita e si è sviluppata una mentalità libera. Sono state create cooperative agricole, sviluppati metodi comunitari ed ecologici per gestire energia, acqua e risorse, sono state create nuove istituzioni democratiche per la giustizia riparativa e sono stati avviati molti centri di ricerca e studio per la storia e le lingue. In particolare, attraverso iniziative femminili, sono stati sviluppati metodi educativi focalizzati sulla liberazione e nuove scienze come la Jineolojî sono diventate fondamentali per la comprensione di sé stesse. Con profondo significato ideologico, questa guerra sta attaccando un approccio rivoluzionario alla vita, una cultura e un’intera mentalità.

Dal 6 gennaio, quando gruppi mercenari del Governo Siriano di Transizione e dello stato turco hanno attaccato i quartieri autogestiti di Aleppo, Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, le istituzioni democratiche e in particolare quelle delle donne sono state fortemente attaccate. La biblioteca delle donne di Aleppo, dedicata a Ş. Nagihan Akarsel, è stata protetta per giorni dai nostri amici di Jineolojî, fino a quando sono stati costretti a fuggire e la biblioteca è stata data alle fiamme dal nemico. La comunalità delle donne di Aleppo, che aveva preso una posizione di principio e assunto un ruolo di avanguardia nella resistenza, è stata pesantemente attaccata. Nelle città prevalentemente arabe di Raqqa e Tabqa, le donne, negli ultimi dieci anni dalla liberazione dall’ISIS, si sono organizzate, lottando per la propria liberazione in comuni e consigli, e hanno formato l’assemblea femminile “Zenobia”.

Come Istituto Andrea Wolf, abbiamo incontrato le donne di Zenobia negli ultimi mesi, per dare significato alla loro memoria e imparare dalla loro esperienza collettiva. La nostra conversazione, sotto forma di intervista, è ora disponibile per essere letta. Ci hanno raccontato come organizzarsi come donne significhi lottare contro tutte le norme e tradizioni rimaste profondamente radicate nella società dopo l’occupazione dell’ISIS. Migliaia di rivoluzioni sono avvenute ogni giorno, mentre le donne hanno scoperto la propria forza, il proprio pensiero e la propria volontà. Questo ha portato a migliaia di rivoluzioni ogni giorno nella società, mentre affrontavano il significato di vivere.

Da quando Raqqa è stata attaccata e presa dal Governo Siriano di Transizione negli ultimi giorni, le donne attive nelle istituzioni della liberazione femminile, come Zenobia, nonché donne in posizioni di co-presidenza o che lavorano nei consigli e associazioni, nelle scuole o nei lavori culturali, sono sotto grave minaccia. Mentre scriviamo questo, non siamo sicure che tutte siano al sicuro. Come ad Aleppo, i centri della liberazione femminile sono stati dati alle fiamme, mentre queste bande scatenano un’ondata di sangue e distruzione. Non è la prima volta che i centri di Zenobia vengono attaccati: lo scorso anno, durante la campagna globale delle donne con lo slogan “Con l’unità delle donne costruiamo una Siria libera, democratica e decentralizzata”, il centro di Zenobia ad Abu Hammam vicino a Deir ez Zor è stato dato alle fiamme da una banda fascista. Mentre l’esclusione delle donne dai processi decisionali è una delle manifestazioni più profonde della crisi in questa regione, il maggiore sforzo per cambiarlo proviene da tutte le strutture femminili, che aprono le porte delle case delle donne e mostrano loro che c’è un posto per loro.

Il lavoro della comunalità femminile inizia dove si creano connessioni e relazioni tra donne e le donne scoprono se stesse, i propri sogni, la propria volontà e la propria forza. Il pensiero femminile è stato soppresso e svalutato per secoli, il che influisce sulla possibilità di sviluppare una mentalità che rifiuti la gerarchia padrone-schiavo del patriarcato, dello Stato e del capitalismo. Senza pensiero libero, creare una vita libera rimane impossibile, poiché il modo in cui pensiamo cambia e crea il mondo in cui viviamo.

Una società in cui le donne sono consapevoli di sé, fidano nel proprio genere e trovano una base organizzata nell’unità in forma democratica e comunale, è una società sana. E una società sana, come un organismo sano in natura, significa avere una forte autodifesa comunale e la capacità di creare e godere “l’arte della libertà”: la politica democratica.

Come le amiche di Zenobia hanno scritto lo scorso anno dopo l’attacco: «Possono distruggere i nostri spazi, ma non la nostra volontà. Tali attacchi non spezzeranno mai la determinazione delle donne che lottano per la libertà e una società democratica».

Questa volta, l’attacco non è un caso isolato, ma parte di una guerra violenta, condotta dalle forze di una mentalità che si oppone alla linea della comunità e delle donne, che si oppone alla linea della vita. Questa guerra, questi attacchi, questa violenza – non riguardano petrolio o terra – riguardano la sottomissione delle donne contro la loro liberazione. È questo che intendiamo quando diciamo che è una guerra ideologica, una guerra su ciò che significa vivere, una guerra condotta da un nemico che ha migliaia di anni e contro cui stiamo resistendo e combattendo da migliaia di anni.

Questo nemico ora si sta nuovamente diffondendo e imponendo veli neri tra le donne di Raqqa, per imporre la propria verità e distruggere la possibilità di una vita libera. Non si tratta solo di una minaccia che mette in pericolo la vita della società, ma di una tortura e di un tentativo di uccidere la società. Come può una società, che vive sotto la bandiera di una verità imposta e che non è libera di sviluppare la propria etica e cultura – una società in cui le donne sono oscurate e imprigionate – essere accettata? E anche se provassimo a pensare nei termini usati dalle potenze egemoni, parlando di un piano di riorganizzazione del Medio Oriente, come può essere costruita la pace, o discusso un accordo, se è basato sulla degradazione del valore della vita e costruito su una memoria assassinata? Questo non può essere accettato.

Quando la città di Raqqa fu liberata dall’ISIS nel 2017, le donne gettarono via e bruciarono i veli neri imposti loro, abbracciarono e baciarono le combattenti YPJ e insieme piansero le loro figlie e fratelli, uccisi durante la lunga occupazione. «Dedichiamo la liberazione di Raqqa a tutte le donne del mondo.» scrissero le YPJ nel loro annuncio. E dopo una lunga notte buia, il sole sorse luminoso. A Tabqa, una città nella stessa area dell’Eufrate, le donne costruirono una statua all’ingresso della città e vi danzarono intorno, celebrando il nuovo simbolo di libertà e la liberazione dall’ISIS. Il volto della statua è simbolicamente quello di Ş. Rojbin Arab, una giovane donna araba nata in Libano che si unì alla lotta di liberazione del Movimento di Liberazione Curdo e vi diede la vita. I vestiti che indossa sono quelli delle YPJ, simbolo della liberazione femminile, della difesa e dell’unità delle donne nella lotta contro la mentalità del patriarcato, degli stati nazionali e di tutti i poteri oppressivi.

Il 18 gennaio di quest’anno, quella statua è stata abbattuta da una dozzina di uomini che alzavano le dita nel segno dell’organizzazione fascista turca “Lupi Grigi”, orgogliosi della violenza di cui sono capaci, anche a livello simbolico. Per dominare nuovamente le donne, devono estirpare le prove e la memoria collettiva delle donne arabe che lottano fianco a fianco con le donne curde. Ancora una volta, tocchiamo la memoria della società e parliamo di cultura. La cultura è, in effetti, il mondo del significato, l’espressione della mentalità della società nell’arte e nella scienza e la sua capacità di produrre nuovi atti sociali e creativi. È attraverso la cultura che la società vive, recupera i valori delle proprie tradizioni, ne crea di nuovi e li fa radicare, passandoli di mano in mano tra le generazioni. Questo nemico, con una lunga esistenza storica come mentalità dominante patriarcale della casta assassina, può bruciare le comunità femminili, distruggere le nostre statue, torturarci e persino tagliare le trecce delle nostre combattenti e presentarle come trofei di guerra, ma queste atrocità non saranno sufficienti a distruggere la linea storica delle donne e della comunità, che esiste fin dall’inizio dell’umanità, né a fermare la volontà rivoluzionaria di libertà.

La linea dello Stato e la linea della comunalità

In una società che autogoverna la propria vita, il significato è centrale ed è la base della vita comunale. Se manca il significato, non può esserci etica, e senza etica, quale vita può esserci? Rebertî, Abdullah Öcalan, ci ricorda che la domanda da porre per incoraggiare le rivoluzioni non è più “Cosa fare?”, ma “Come vivere?”. Se manca il significato sociale della vita, questa domanda rimarrà senza soluzione. La rivoluzione in Rojava è una rivoluzione di significato. Con una linea etica molto forte, la politica diventa l’arte della libertà e non un modo per manipolare la società. Reber Apo ha detto, nel suo primo messaggio video da Imrali nel luglio 2025, «la politica non conosce il vuoto», il che significa che ogni mancanza di significato è una porta aperta per il nemico, per far penetrare la sfiducia nel morale delle persone e per dare un motivo alla perdita dell’unità.

La società è una realtà comunalista basata sulle comunalità. Tutti i tentativi di governare la società con politiche che si muovono verso la distruzione della comunalità sono semplicemente un tentativo di uccidere la società: questo non è politica, è guerra. Non è un caso che proprio ora il leader del Movimento per la libertà, dopo lunghi anni di totale isolamento, parli al suo popolo e al suo Movimento insistendo sulla linea della nazione democratica e della comunalità, ora che tutte le grandi potenze internazionali ed egemoni stanno lavorando per dissolverla. Quello che sta accadendo ora è un attacco alla nazione democratica, la cui essenza è il comunalismo e la cui unità fondamentale è la comunalità delle donne.

Se proviamo a guardare oltre questi massacri, possiamo vedere che queste forze seguono la vecchia e ben nota linea dello Stato, della casta assassina, che si riproduce come un parassita, rubando e uccidendo la vita della società. A livello ideologico, le forze egemoni stanno spingendo la linea nazionalistica – anche per il popolo curdo: stanno cercando di manipolare la volontà della società, proponendo una falsa possibilità di una falsa libertà. Questo avviene spingendo la divisione su base etnica, dividendo i curdi dagli arabi e i “curdi normali e buoni” – quelli che vogliono uno Stato-nazione – dai “curdi terroristi e pericolosi” – quelli che si organizzano autonomamente e seguono la via della lotta contro lo Stato e la mentalità patriarcale.

Coerentemente, le forze nazionalistiche curde, come il KDP, vengono ora promosse, per convertire l’autogoverno, l’autodifesa e l’autorganizzazione della società nella mentalità e nella struttura di uno Stato basato su divisioni etniche e culturali. La proposta fatta da Al-Jolani al comandante generale delle SDF Mazloum Abdi il 18 gennaio, di “riconoscere i diritti culturali e linguistici dei curdi, risolvere le questioni civili e restituire la proprietà”, mentre conducono attacchi genocidi, può essere vista esattamente in questa linea. Può una società che grida “Yek yek yek gelê kurd yek e” (uno uno uno il popolo curdo è uno) – mentre attraversa il confine tra Siria e Turchia e abbassa la bandiera turca dal palo – essere ingannata in questo modo? No. Non c’è vuoto che possano riempire in questo modo. La vecchia strategia di “dividi et impera” è ciò che tutte le potenze dominanti hanno usato fin dall’inizio del primo sistema oppressivo – il patriarcato. Ora stanno usando HTS, così come l’ISIS, come strumenti per mettere in pratica questa strategia.

Gli USA fingono di svolgere un ruolo di mediatore quando la situazione tocca i suoi massimi livelli. Lasciare che gli USA medino tra forze democratiche, socialiste e jihadiste, fondamentaliste, significa non solo essere pronti ad accettare una pace sporca e muoversi sul piano della diplomazia, ma anche che tutto ciò che verrà raggiunto sarà usato anche per loro. Una comandante delle YPJ, Nesrin Abdallah, dichiara, mentre difende la città di Kobane ancora una volta dall’ISIS: «Crediamo che anche la pace più sporca sia meglio della guerra. La nostra è una rivoluzione che vuole pace, un accordo che garantisca diritti e stabilità. Ma tutto questo può essere raggiunto solo attraverso la resistenza.»

Organizzare il Medio Oriente su una base comunale e confederale regionale non è solo una proposta, ma una necessità chiara. Dopo più di 10 anni di vita in un sistema democratico, socialista e rivoluzionario, una cultura rivoluzionaria – una mentalità rivoluzionaria – è viva e si trasmette di generazione in generazione e non vedrà fine.

«Siamo i figli di persone che hanno pagato un prezzo pesante per anni; arrendersi di fronte a quei sacrifici è impossibile. Per questo la fiducia del nostro popolo in noi è sempre stata incondizionata, e saremo degni della posizione e della resistenza del nostro popolo. (…) Portiamo avanti l’eredità di decine di compagni caduti come martiri a causa del tradimento delle potenze internazionali nelle aree che abbiamo liberato. Questa è la nostra promessa al nostro popolo. Credete nei vostri figli, credete nei vostri combattenti. La vittoria appartiene al nostro popolo. Il nostro popolo vivrà con dignità tra i popoli del mondo. Non c’è altra opzione se non la vittoria.»(Messaggio dalle forze YPJ che resistono a Heseke, 20 gennaio 2026)

Come figli di coloro che hanno lottato prima di noi, continuiamo la lotta per vivere una vita libera e in questa lotta non può esserci che vittoria.

Il popolo kurdo tra guerra permanente e negata:la tragedia che l’Occidente finge di non vedere

labottegadelbarbieri.org Mario Sommella 20 gennaio 2026

Ci sono guerre che fanno rumore e guerre che vengono tenute apposta nel silenzio. La questione kurda appartiene a questa seconda categoria: un dolore lungo, stratificato, quasi “normale” per chi guarda da lontano, e quindi perfetto per essere ignorato.

Eppure basta pochissimo perché quel silenzio si riveli per quello che è: una complicità. Basta che Aleppo torni a bruciare nei suoi quartieri kurdi, basta che un cessate il fuoco venga venduto come svolta “storica” e poi evapori come una promessa in campagna elettorale. E io capisco subito che non siamo davanti a una serie di incidenti: siamo dentro un metodo. La violenza come amministrazione della realtà. L’impunità come sistema. La propaganda come anestesia.

Negli ultimi giorni la Siria si è rimessa in moto come una scacchiera impazzita. Da un lato un accordo che dovrebbe “integrare” le forze kurde nelle strutture statali, dall’altro il rischio concreto che quell’integrazione sia una resa mascherata, un modo pulito per smontare l’autonomia pezzo dopo pezzo, senza dichiarare mai apertamente l’obiettivo finale.

La Turchia parla di “svolta storica”. E quando Ankara usa queste parole io non mi tranquillizzo mai: mi viene il dubbio che stia solo incassando, lentamente e con metodo, una partita che dura da decenni.

I. Aleppo e la Siria della normalizzazione: quando l’orrore diventa gestibile

Il punto non è solo la ripresa degli scontri. È il contesto politico che li rende possibili. La Siria di oggi è attraversata da un paradosso che dovrebbe far vergognare chiunque osi ancora parlare di “valori occidentali”: figure e apparati che fino a ieri venivano presentati come un problema globale diventano, nel giro di poco, interlocutori credibili, partner possibili, volti “pragmatici” nelle foto ufficiali.

Ahmed al-Sharaa è l’emblema di questa normalizzazione. Il messaggio è chiarissimo: non conta cosa sei stato, non contano le tue ombre, non contano le tue alleanze. Conta solo se servi. Se ti inserisci nell’ordine nuovo che qualcuno ha deciso.

In questa Siria “ripulita” per la diplomazia, i kurdi non sono un dettaglio etnico. Sono un ostacolo politico. Perché rappresentano un’idea incompatibile con l’ordine che si vuole ripristinare. E quando un’idea è incompatibile, non la si discute: la si cancella.

II. Un popolo spezzato in quattro: la condanna della statelessness

La questione kurda è, prima di tutto, una condanna geopolitica. Un popolo grande, antico, radicato, ma frammentato tra quattro Stati: Turchia, Siria, Iraq, Iran. Una nazione senza Stato è una ferita permanente, perché ogni confine diventa una gabbia e ogni governo trova comodo dipingere quel popolo come un problema di sicurezza, mai come una questione di diritti.

E qui sta l’inganno più vecchio e più efficace: si pronuncia la parola “terrorismo” come una formula magica, e tutto il resto scompare. Scompaiono le lingue proibite. Scompaiono gli arresti politici. Scompaiono le città svuotate. Scompare la vita quotidiana trasformata in sospetto.

Così si ottiene la cosa più preziosa per chi domina: un popolo senza voce, ridotto a caso di cronaca, a nota a piè pagina, a minaccia astratta.

III. Rojava: la democrazia dal basso come nemico assoluto

In Siria, i kurdi hanno tentato qualcosa di rarissimo in Medio Oriente: un’esperienza di autogoverno che ha provato a tenere insieme pluralismo, convivenza tra comunità, partecipazione, centralità delle donne, e una cultura politica opposta alla logica del capo assoluto e dell’obbedienza cieca.

Non è stato un paradiso. Non è stato “puro”. Ma è stato reale. E questa è la vera colpa. Perché un esperimento reale, anche imperfetto, può diventare contagioso. Può far venire alle persone un’idea pericolosa: che esiste un’alternativa al dominio.

Le SDF sono state per anni l’ossatura militare della guerra contro l’ISIS, con il supporto statunitense. In parole brutali: sono state utili. Poi, quando l’utile rischia di diventare autonomo, si trasforma in problema. E il problema si risolve sempre allo stesso modo, con le parole che fanno sembrare “ragionevole” ciò che è una strangolatura: riorganizzazione, integrazione, stabilità.

L’autonomia può esistere, sì. Ma solo finché non disturba gli interessi dei grandi.

IV. Al-Shadadi: quando la “guerra al terrorismo” si rivela una recita

C’è un punto che per me è la cartina di tornasole dell’ipocrisia internazionale: le prigioni dove sono detenuti migliaia di membri dell’ISIS. Qui non si parla di opinioni. Qui si parla di rischio materiale, immediato: uomini addestrati alla ferocia, pronti a riemergere come un veleno mai davvero neutralizzato.

Ed è proprio qui che, in queste ore, il quadro si è fatto ancora più grave e più scandaloso.

Secondo quanto denunciato dalla Rete Kurdistan, le forze del governo di transizione siriano e milizie jihadiste alleate hanno attaccato la prigione di Al-Shadadi, liberando i detenuti dell’ISIS. E la parte più inquietante non è soltanto l’attacco: è il contorno politico che lo rende qualcosa di più di un “fatto di guerra”.

La Coalizione Internazionale, quella che si riempie la bocca di lotta al terrorismo, avrebbe taciuto e non sarebbe intervenuta. Le SDF si sarebbero trovate da sole a contenere l’assalto, resistendo fino allo stremo, pagando con morti e feriti un prezzo altissimo. E il risultato sarebbe la fuga di un numero enorme di combattenti dell’ISIS.

Su quante persone siano scappate c’è già una guerra di numeri. Da un lato le versioni ufficiali che minimizzano, dall’altro stime molto più alte riportate da fonti kurde e da media internazionali. Ma il cuore del problema non cambia di una virgola: se anche “solo” decine di jihadisti tornano liberi, il danno è gigantesco. Se ne scappano centinaia, è una frattura strategica. Se sono migliaia, è un terremoto.

E qui il ricatto si mostra nella sua forma più nuda. Ci raccontano che ogni repressione, ogni invasione, ogni bombardamento preventivo è “necessario” per fermare il terrorismo. Poi però, quando il terrorismo si rialza davvero, quando lo si può toccare con mano, la macchina che dovrebbe intervenire resta ferma, muta, immobile.

Non è incoerenza. È cinismo. Perché il terrorismo, se resta una minaccia latente, diventa anche un’arma politica. Serve a giustificare occupazioni. Serve a cancellare diritti. Serve a costruire consenso con la paura. Serve a tenere intere popolazioni dentro il recinto della “sicurezza” mentre fuori, nell’ombra, si fanno affari e accordi.

E come se non bastasse, nello stesso quadro emerge la minaccia su Kobane. Kobane non è un posto qualsiasi. Kobane è un simbolo storico: è il luogo dove nel 2015 il mondo intero vide che l’ISIS poteva essere fermato. Non da un impero, ma da un popolo. Non da un bombardamento televisivo, ma dalla resistenza reale.

Vederla di nuovo sotto attacco significa una cosa sola: si sta tentando di cancellare non solo persone e territori, ma la memoria stessa di ciò che quel popolo ha rappresentato.

E io, davanti a questo, mi faccio una domanda che pesa come un macigno: com’è possibile che chi ha “salvato il mondo” dall’ISIS venga oggi lasciato solo mentre l’ISIS torna a camminare?

V. Turchia: pace come parola, repressione come struttura

Sul fronte turco, la narrazione ufficiale vorrebbe raccontare una fase nuova: annunci di fine della lotta armata, segnali simbolici, parole cariche di promessa, immagini costruite per dire “si volta pagina”.

Io però non riesco a leggere questa storia come una favola lineare. Perché conosco il copione della politica turca: quando serve dialogo, lo promette. Quando serve consenso nazionalista, reprime. La pace diventa una leva. Un interruttore da accendere e spegnere. Uno strumento, non un diritto.

E in una regione dove la guerra è sempre stata anche un’economia, nessuno rinuncia volentieri a quell’interruttore.

VI. Afrin e i territori occupati: la pulizia lenta, quotidiana, amministrata

Poi c’è Afrin. Un nome che dovrebbe pesare come una sentenza. In quelle aree sotto controllo turco e delle milizie alleate, da anni emergono segnalazioni di abusi: rapimenti, estorsioni, saccheggi, arresti arbitrari, violenze sistematiche. Non incidenti. Non mele marce. Una modalità di governo.

Qui la cancellazione non avviene solo con le bombe. Avviene con la paura quotidiana. Con la proprietà rubata. Con l’identità trasformata in colpa.

È una guerra che assomiglia a una burocrazia: lenta, ripetitiva, “gestibile”. E proprio per questo devastante.

VII. Iraq e Iran: autonomia sotto condizione, diritti sotto sorveglianza

In Iraq, la Regione autonoma del Kurdistan resta sospesa tra aspirazione e strangolamento politico. Dopo il referendum del 2017, la traiettoria indipendentista si è schiantata contro muri altissimi, costruiti da Baghdad, ma anche da chi a parole predica autodeterminazione e nei fatti la teme come un incendio.

E intanto petrolio e gas restano un cappio. L’autonomia è tollerata finché conviene. Finché non cambia gli equilibri. Finché non sposta il potere vero: quello economico.

In Iran, il copione è più duro ancora: ogni rivendicazione kurda viene trattata come minaccia interna. La parola “sicurezza” diventa una porta blindata, chiusa contro un popolo che chiede diritti elementari.

VIII. L’Occidente: i diritti come retorica, l’ordine come obiettivo

Ed eccoci al punto che mi brucia davvero: l’Occidente. Quello che ama raccontarsi come custode dei diritti umani, ma poi applica i diritti come un menu geopolitico.

A chi è alleato si perdona tutto.

A chi è utile si concede una tregua.

A chi è scomodo si nega perfino la dignità di esistere come soggetto politico.

Il popolo kurdo è stato una trincea contro l’ISIS. Un argine pagato col sangue. E oggi viene trattato come un dossier da archiviare: un fastidio da ridurre, un’anomalia da integrare, un sogno da spegnere.

E il caso di Al-Shadadi, così come viene denunciato e raccontato in queste ore, rende questa ipocrisia intollerabile. Perché se la coalizione internazionale tace mentre i detenuti dell’ISIS fuggono, allora la “guerra al terrorismo” non è più nemmeno un alibi: è un cartello stradale buono per tutte le direzioni, utile solo a far passare ciò che si vuole far passare.

Questa è la complicità vera: non sempre un crimine dichiarato, ma una somma di silenzi, strette di mano, riabilitazioni rapide, doppi standard. E soprattutto una complicità che si vede nel momento in cui sarebbe necessario agire, non parlare.

IX. L’unica alternativa alla guerra: un futuro politico, non militare

Io non ho illusioni romantiche. So che la pace non nasce da una poesia, e so che ogni percorso politico in quella regione è attraversato da contraddizioni enormi.

Però una cosa mi sembra limpida: l’unico scenario che non sia eliminazione a bassa intensità, deportazione permanente, repressione ciclica, è una soluzione politica vera. Un modello federale o confederale, pluralista, dove i popoli non siano ospiti tollerati ma cittadini riconosciuti.

La proposta di Öcalan, al netto di tutto, mette il dito nella ferita: se continuiamo a lasciare il destino dei popoli al linguaggio delle armi, allora vincerà sempre chi ha più droni, più soldi, più alleati, più propaganda. Ma se proviamo a restituire cittadinanza all’immaginario politico, allora la parola “futuro” smette di essere una presa in giro.

E forse è proprio questo che spaventa: non la forza militare kurda, ma l’idea kurda. L’idea che un popolo possa vivere senza chiedere il permesso all’impero di turno.

Chi guarda, oggi, non può dire “non sapevo”. La storia kurda è scritta in piena luce. È l’Occidente che continua a spegnere la lampada, ogni volta che quella luce illumina le sue responsabilità.

E io, sinceramente, non ho più voglia di fingere che sia solo “complessità geopolitica”. Qui c’è una scelta. E il mondo, ancora una volta, sta scegliendo di voltarsi dall’altra parte.

(*) ripreso da «Un blog di Rivoluzionari Ottimisti. Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»: mariosommella.wordpress.com

In “bottega” cfr Kobanê è sotto attacco! (interventi di Davide Grasso, Rise up for Rojava e Rete Jin italiana) e Siria: massacro dei curdi ad Aleppo. Un appello urgente alla solidarietà

Ci sono molti aggiornamenti (e altri ne troverete presumibilmente nei prossimi giorni) della situazione in Rojava e della mobilitazione solidale. Fra i commenti già apparsi in «Kobane è sotto attacco» segnaliamo:

KOBANE CALLING: ASSEMBLEA ONLINE
https://meet.jit.si/kobanecalling-assemblea

https://www.radiondadurto.org/2026/01/20/rojava-le-fds-alla-resistenza-totale-contro-damasco-nessuna-resa-la-volonta-dei-popoli-e-piu-forte-di-qualsiasi-attacco-e-occupazione/

Cosa succede in queste ore nell’Amministrazione Autonoma del Nord e dell’Est della Siria

https://www.manifestosardo.org/cosa-succede-in-queste-ore-nellamministrazione-autonoma-del-nord-e-dellest-della-siria/

https://ilmanifesto.it/curdi-abbandonati-al-sharaa-vince-e-consolida-il-potere?t=jq50oYKthh4DCm

https://ilmanifesto.it/e-guerra-dannientamento-kobane-resiste-sempre-piu-sola

https://www.radiondadurto.org/2026/01/19/siria-corrispondenza-dal-rojava-chiediamo-anche-in-europa-una-mobilitazione-generale-a-difesa-della-rivoluzione/

MERCOLEDÌ 21 GENNAIO ASSEMBLEA PUBBLICA PER IL ROJAVA (a Brescia)
L’appuntamento di Catania, come vedete dall’immagine che abbiamo messo in evidenza

 

 

La coalizione internazionale tace mentre le forze di Al Sharaa liberano migliaia di combattenti dell’ISIS dalla prigione di Al Shadadi,

retekurdistan.it 19 gennaio 2026

Nelle ultime ore, le forze del governo di transizione siriano e le milizie jihadiste alleate hanno attaccato la prigione di Al Shadadi, liberando tutti i prigionieri dell’ISIS che vi erano detenuti. La Coalizione Internazionale non ha fatto nulla per proteggere la prigione, lasciando le forze delle SDF sole a impedire l’invasione di migliaia di combattenti dell’ISIS.

Le forze delle SDF hanno resistito a questi attacchi, ma sono state attaccate da ogni lato e alla fine non sono riuscite da sole a impedire che la prigione venisse conquistata. Molti combattenti delle SDF sono stati uccisi e decine sono rimasti feriti.

A causa dell’inazione della Coalizione Internazionale, migliaia di combattenti dell’ISIS sono ora fuggiti, per continuare a commettere atrocità contro le popolazioni della regione. Kobane assediata e sotto grave minaccia.

Allo stesso tempo, le forze del Governo di Transizione Siriano di al-Sharaa – insieme ad al-Qaeda, altre milizie jihadiste e gruppi sostenuti dalla Turchia – hanno lanciato un assalto a Kobane.

Kobane, luogo di una resistenza storica che ha contribuito a salvare il mondo dalla brutalità e dalle uccisioni di massa dell’ISIS nel 2015, è nuovamente sotto attacco essenzialmente dalle stesse forze, che ora operano sotto bandiere diverse.

Invitiamo la comunità internazionale, i movimenti e i popoli democratici del mondo a non rimanere in silenzio e ad agire per denunciare questi attacchi genocidi.

Scontri di Aleppo ignorati dai media italiani

Davide Grasso, Il Fatto Quotidiano, 9 gennaio 2026

Negli ultimi due giorni sono scoppiati violenti scontri nella città di Aleppo, in Siria, sostanzialmente ignorati dai media italiani. Le forze governative hanno lanciato un ultimatum e poi attaccato tre quartieri settentrionali – Şex Maxsud, Ashrafiye e Bani Zaid – che si trovano sotto il controllo delle Forze di sicurezza interne (Asaysh) e di Consigli popolari collegati all’Amministrazione democratica autonoma (Daa). Quest’ultima, collocata a est dell’Eufrate, resta dal 2012 fuori dal controllo dello stato, prima e dopo la caduta di Assad.

Il 10 marzo il comandante delle Forze siriane democratiche (Fsd) che proteggono la Daa, Mazlum Abdi, ha siglato un accordo con Ahmad Al-Shaara, presidente siriano, che prevede tra l’altro l’integrazione delle Fsd nell’esercito nazionale. Il dialogo non ha tuttavia fatto passi in avanti decisivi perché le Fsd vorrebbero essere integrate come divisioni (come garantito ad altri gruppi armati emersi dalla guerra) e mantenere una collocazione geografica analoga a quella attuale. Per il governo, in questo sostenuto dalla Turchia, dovrebbero invece sciogliersi, con i singoli effettivi ricollocati in altre divisioni e altri territori.

Un problema politico

Sullo sfondo c’è un problema politico. Da un lato tanto i curdi delle unità Ypg (o le donne delle Ypj) quanto gli arabi delle brigate Sanadid o di Shams al-Shamal, parte delle Fsd, vorrebbero mantenere una prossimità con le proprie comunità di origine per proteggerle in caso di nuove violenze. Dopo tredici anni di guerra e un anno di massacri su base confessionale perpetrati dal nuovo governo (contro gli alawiti sulla costa e i drusi a Suwayda) sono in molti in Siria a temere per la propria vita, oltre che per la libertà appena riconquistata. Vale anche per gli assiri che vivono nella Daa, di religione cristiana, che partecipano alle Fsd attraverso il Consiglio militare siriaco e le forze di polizia Sotoro.

I quartieri di Ashrafiye e Shex Maxsud, di fatto un’enclave della Daa nelle zone del governo, sono per lo più musulmani sunniti, benché nella Siria del nord sia difficile trovare una singola strada che non sia multiconfessionale. L’influenza decisiva è in quei quartieri esercitata dal Partito di unione democratica ispirato alle idee del pensatore curdo Abdullah Ôcalan. Esso propugna una repubblica democratica in grado di concepire la nazione come intersezione di varie identità nazionali.

Questo implica forme di importante decentramento istituzionale e amministrativo, pur mantenendo (e, in quest’ottica, anzi rafforzando) l’unità politica del paese. La Daa ha visto inoltre svilupparsi migliaia di comuni popolari, alcune delle quali in grado di affermare dinamiche di autogoverno parziale della vita associata, e centinaia di cooperative che cercano di organizzarsi secondo principi egualitari. Come si vede, la questione non è etnica ma politica. Il problema principale, per il governo come tale, non è la lingua parlata dagli abitanti, ma l’influenza ideologica secolare e socialista, in totale contrasto con l’impostazione del nuovo presidente. Quest’ultimo non intende mettere in discussione l’impostazione centralizzata dello stato caratteristica dell’epoca di Assad allineandola, semplicemente, con interpretazioni del credo islamico che – minoritarie pure in seno al mondo sunnita – dovrebbero essere imposte a tutti i cittadini.

Nonostante l’intesa

Per questo i quartieri nord di Aleppo sono stati attaccati diverse volte in questi mesi, sebbene le due parti abbiano firmato un’intesa il 1° aprile cui hanno fatto seguito il ritiro delle Fsd e la permanenza di una polizia autonoma (gli Asaysh appunto, che hanno resistito agli attacchi nelle scorse ore). Il governo ritiene sia ormai giunto il momento di invadere quelle aree e prenderne il controllo. Questo precedente – usare un accordo per tentare un colpo di mano – non aiuta il processo negoziale in corso. Quanto sia diffuso il terrore rispetto all’ingresso delle forze governative, del resto, è dimostrato dalle decine di migliaia di persone che sono fuggite nel corso di poche ore nella giornata di giovedì. Se per molti soldati di Damasco i drusi o gli alawiti sono miscredenti perché non aderiscono alla giusta tradizione dell’Islam, gli abitanti di Aleppo nord sono addirittura atei (sebbene questo non sia vero nella maggior parte dei casi).

Un’altra accusa strisciante alla Daa è di essere segretamente allineata con Israele, sebbene non vi sia alcuna prova di un simile rapporto. È semmai degno di nota che questa operazione su vasta scala contro i quartieri nord di Aleppo sia iniziata poche ore dopo l’accordo siglato a Parigi tra Siria e Israele per tentare una gestione congiunta dei momenti di crisi nel paese. Il cessate il fuoco raggiunto venerdì non ha impedito che sul terreno restassero 21 persone, tra cui diversi civili, e gli ospedali (uno bombardato dal governo) accogliessero centinaia di feriti.

Non è chiaro se e quando gli scontri ricominceranno, né se e quando i residenti che sono fuggiti faranno ritorno. Quel che è certo è che è necessaria non soltanto un’attenzione maggiore su quanto avviene in Siria, ma anche un nuovo modo di analizzare e verbalizzare i fatti siriani, dove gli eventi non siano ridotti a un vocabolario etnico, ma siano prese in considerazione le faglie politiche e i modelli diversi di organizzazione della società.

 

Aleppo sotto l’assedio del governo di Damasco


KNK, Uiki Onlus, 7 gennaio 2026

Nelle ultime due settimane, il governo di Damasco è tornato a ricorrere alla violenza contro gli insediamenti curdi di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah ad Aleppo. Dalla giornata di ieri, gli attacchi sono estesi anche ai quartieri di Beni Zeyd. La documentazione fornita dall’Agenzia di stampa curda ANHA riferisce che 9 persone – quasi tutte civili – hanno perso la vita, mentre almeno 46 sono rimaste ferite, tra cui molti bambini.

Sotto supervisione turca, le forze del Ministero della Difesa siriano hanno dispiegato un vasto arsenale di armi pesanti: carri armati, artiglieria pesante, lanciarazzi “Grad” e “Katyusha”, mortai e mitragliatrici pesanti DShK di vario tipo. Sono stati inoltre impiegati droni suicidi e armamenti ad alta capacità distruttiva. Gli attacchi vengono condotti principalmente da gruppi armati sostenuti dalla Turchia — tra cui Hemzat, Emşat, Sultan Murad e Nureddin Zengi.

I 500.000 curdi che vivono a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah abitano Aleppo da secoli. Le attuali politiche, motivate da intenti di pulizia etnica, rischiano di trascinare la Siria in una nuova spirale di escalation.

Da tempo sono in corso negoziati diplomatici, con mediazione internazionale, per l’integrazione democratica delle Forze Democratiche Siriane (SDF) nel Ministero della Difesa siriano. Tuttavia, ogni volta che si intravede un progresso, Stati regionali come la Turchia intervengono attivando milizie dell’orbita HTS, fedeli al governo siriano, che poi passano all’attacco contro i civili curdi. Pensare che la violenza possa strappare concessioni ai curdi è un’illusione: ricordiamo gli anni di combattimenti contro lo Stato Islamico (ISIS), che impiegò ogni forma di brutalità e tuttavia fu sconfitto grazie alla resistenza curda.

Il governo siriano dovrebbe smettere di fungere da strumento di potenze regionali come la Turchia. Nonostante le storiche opportunità offerte dal leader curdo Abdullah Öcalan dal 27 febbraio 2025, il governo turco continua a rifiutare qualsiasi percorso di soluzione della questione curda — una linea che oggi si riflette anche nella sua politica estera in Siria. Invece di seguire le direttive di Ankara, il governo di Damasco dovrebbe privilegiare il ricorso a una mediazione internazionale per costruire la pace con i curdi e riconoscere formalmente i curdi come parte costitutiva della Siria.

Il popolo siriano ha già sofferto abbastanza la guerra. I popoli della Siria — in particolare curdi, arabi, armeni e assiri nel nord-est del Paese e in Rojava — hanno pagato un prezzo altissimo per la libertà contro l’ISIS. Dopo aver conosciuto persecuzioni brutali, anche alawiti e drusi hanno bisogno di pace.

Richieste urgenti

Chiediamo alle Nazioni Unite, agli Stati Uniti, alla Lega Araba e all’Unione Europea di intervenire per fermare Paesi come la Turchia, i cui interessi di potenza stanno ostacolando il cammino verso la pace in Siria. La Siria non è parte di alcun progetto neo-ottomano. Chiediamo inoltre a tutti gli Stati che collaborano con il governo al-Sharaa sul piano diplomatico, economico o militare di abbandonare le precedenti politiche di guerra per procura. Grazie agli sforzi dei curdi, la Siria ha oggi una possibilità di democrazia — e quindi di pace.

Il modello avviato dai curdi nel nord-est della Siria rappresenta un faro di democrazia, uguaglianza e libertà: un modello di emancipazione femminile e trasformazione sociale, in cui curdi, arabi, armeni e assiri possono convivere come eguali. Chiediamo inoltre al governo turco di prendere in considerazione le proposte di pace avanzate dalla parte curda — rappresentata dal leader Abdullah Öcalan — con l’obiettivo di favorire una transizione democratica e relazioni più pacifiche tra curdi e Turchia, Siria e Iraq.

Consiglio Esecutivo del Congresso Nazionale del Kurdistan

Processo di pace a rischio, la Turchia ora chiede lo scioglimento delle Sdf

Il manifesto, 13 settembre 2025, di Tiziano Saccucci

Il governo turco ha annunciato lunedì una riunione di gabinetto convocata da Recep Tayyip Erdogan. Sul tavolo il futuro delle Forze democratiche siriane (Sdf), l’alleanza curdo-araba che ha guidato la resistenza contro l’Isis. Ankara continua a considerare le Sdf un’emanazione del Pkk, definito «organizzazione terroristica». Giovedì il portavoce del ministero della difesa turco, Zeki Aktürk, ha ribadito che il mancato disarmo delle Sdf «mina l’integrità siriana e la nostra sicurezza nazionale».

AL CENTRO dell’irritazione turca c’è l’accordo firmato a marzo tra Mazloum Abdi, comandante delle Sdf, e il presidente ad interim siriano Ahmed al-Sharaa: un primo passo verso l’integrazione delle istituzioni della Siria del nord-est nel nuovo assetto post-Assad. L’intesa è rimasta però lettera morta, bloccata dall’intransigenza di Damasco e le ingerenze di Ankara, che considera lo scioglimento delle forze curde come l’unico esito accettabile.

Il leader nazionalista Devlet Bahçeli, alleato imprescindibile di Erdogan, ha invocato un’azione militare diretta contro le Sdf se non accetteranno lo scioglimento. Un déjà vu: dal 2016 la Turchia ha condotto tre operazioni militari nel nord della Siria, costringendo centinaia di migliaia di civili curdi alla fuga. Intervistato su Hürriyet, Bahçeli ha chiesto esplicitamente ad Abdullah Öcalan di «fare un nuovo appello» che includa anche le forze curde in Siria e le associazioni curde in Europa: «In quanto fondatore del Pkk e unico promotore del suo scioglimento, sarebbe opportuno che Öcalan ricordasse che l’appello del 27 febbraio riguarda anche la branca siriana e quella europea».

Dietro l’appello di Bahçeli si intravede la consueta ossessione securitaria: liquidare l’esperienza dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord-est come minaccia esistenziale per la Turchia. «Non possiamo permettere che restino un problema di sicurezza» ha scandito, rimettendo il destino della regione «alla decisione del nostro presidente Erdogan».

LA REPLICA CURDA è arrivata con un’intervista a JinTV di Pervin Buldan, deputata del partito Dem, che negli ultimi mesi ha incontrato più volte Öcalan: «Un’operazione turca o la cancellazione delle conquiste dei curdi in Siria provocherebbe devastazione anche tra i curdi in Turchia. Nessuno lo accetterebbe, soprattutto Öcalan». Buldan ha rivelato che il leader curdo ha più volte definito la Siria del nord-est e il Rojava come una «linea rossa». «Con noi – ha spiegato Buldan – Öcalan ha parlato soprattutto di politica turca, ma con la delegazione statale ha discusso apertamente della Siria».

La strategia del governo ad interim di al-Shaara per uscire dal pantano sembra configurarsi ancora una volta come un tentativo di divisione del fronte curdo. L’Enks, coalizione vicina al Partito democratico del Kurdistan della famiglia Barzani, secondo diverse fonti avrebbe ricevuto un nuovo invito a Damasco: un tentativo di indicare nell’Enks l’interlocutore curdo privilegiato del governo. Il portavoce dell’Enks, Faysal Yusuf, pur senza confermare l’invito ha affermato che ogni loro azione sarà in linea con il principio di unità del fronte curdo.

Lo stesso Masoud Barzani, storico leader del Kdp, secondo un report di Rudaw avrebbe inviato un messaggio a diverse tribù siriane: in caso di aggressione al Rojava, «l’intera forza peshmerga del Kurdistan verrà a Qamishlo, e io stesso sarò tra loro». Resta difficile credere che, in caso di intervento turco, le Sdf possano contare sul sostegno della famiglia Barzani, legata a doppio filo, politicamente ed economicamente, ad Ankara.

«NON VOGLIAMO la divisione della Siria, ma una pace giusta», ha detto Salih Muslim, figura di spicco del Rojava, a margine di una conferenza con organizzazioni progressiste del mondo arabo, organizzata dall’Unione Patriottica del Kurdistan (Puk) a Sulaymaniyya. «Non accetteremo mai un ritorno a un sistema completamente centralizzato in Siria, né alle condizioni esistenti prima del 2011 – ha affermato Muslim – Se il nuovo governo siriano si rifiuta di riconoscere il decentramento, saremo costretti a chiedere l’indipendenza».

Per la libertà di Ocalan e per una soluzione politica in Kurdistan

Renato Franzitta, Pressenza Italia, 29 aprile 2025

L’appello del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan del 27 febbraio per “la pace e una società democratica” rappresenta il nono tentativo di cessate il fuoco unilaterale da parte curda, in questo modo il PKK ha dato un ulteriore tangibile segno dell’impegno da parte curda per la pace e la democrazia.

Già nel 2015 la trattativa per la pace sembrava fosse arrivata ad un punto significativo e che la liberazione di Öcalan potesse essere imminente. Ciò che accadde dopo le elezioni del giugno 2015, quando il partito HDP ottenne 13,12% e conquistò 80 seggi al Parlamento di Ankara, è sotto gli occhi di tutti: una violenta e sanguinosa ondata bellica scatenata dal regime di Erdogan contro le popolazioni curde in Turchia, Siria e Iraq del nord.

La feroce campagna turca

Interi villaggi distrutti, quartieri storici delle città curde rasi al suolo, migliaia di arresti fra curdi sospettati di essere membri del PKK e fra i militanti del partito HDP, fra cui il segretario nazionale Demirtas, centinaia di morti.

L’offensiva turca contro il movimento democratico curdo fu estesa oltre i confini della Turchia, con una feroce campagna che ha investito il Rojava rivoluzionario, iniziata con l’attacco ad Afrin e a tutta la Siria del Nord e dell’Est. Le formazioni jihadiste eterodirette da Ankara operarono una crudele pulizia etnica nei territori occidentali del Rojava espellendone le popolazioni stanziali.

Sebbene i colloqui con il regime di Ankara continuino, la condizione minima per la deposizione delle armi da parte delle milizie popolari curde ha come presupposto irrinunciabile la possibilità di indire il Congresso straordinario del PKK con la presenza fisica del suo leader storico Abdullah Öcalan e la liberazione di tutti i detenuti politici, compreso il leader dell’HDP Selahattin Demirtaş.

Attualmente non si registra una reale risposta del governo turco all’appello di Öcalan e al cessate il fuoco unilaterale del PKK. Di contro assistiamo alla deriva autoritaria del governo turco che si evidenzia con un’ondata di arresti di sindaci, giornalisti, avvocati e attivisti per la pace in tutta la Turchia.

L’arresto il 19 marzo 2025 del sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu – volto di spicco del Partito Popolare Repubblicano e candidato in pectore del CHP alle elezioni presidenziali turche del 2028 dopo la vittoria alle primarie del partito kemalista – con l’accusa di corruzione, estorsione, riciclaggio di denaro, turbativa d’asta e collaborazione con il PKK, ha reso ancora più evidente la svolta sicuritaria del governo di Ankara. Questo sviluppo alimenta una profonda sfiducia nei confronti delle dichiarazioni politiche che parlano dell’inizio di un periodo di pace.

Inoltre, l’esercito turco continua ad attaccare le posizioni delle forze guerrigliere del PKK, e sono riemerse accuse sull’uso di armi chimiche.

Mentre il PKK propone il cessate il fuoco su tutti i fronti, il governo di Erdogan, dopo la dissoluzione del regime siriano degli Assad, spinge le milizie jihadiste del cosiddetto Esercito Nazionale Siriano (SNA) contro i territori controllati dall’Autorità Autonoma Democratica della Siria del Nord e dell’Est (DAANES).

L’SNA, foraggiato e diretto dalla Turchia, partendo dal distretto di Idlib, distretto da anni nelle mani dei jihadisti, già dal dicembre scorso ha intrapreso un massiccio attacco contro i territori autonomi della Siria del Nord e dell’Est spingendosi dal Nord Ovest siriano fino alle sponde dell’Eufrate.

Pieno appoggio alle milizie popolari

Le Forze Democratiche Siriane (SDF), guidate dalle Unità di Protezione Popolare (YPG), hanno fermato lungo le sponde dell’Eufrate l’offensiva delle SNA, diretta alla conquista di Kobane, città simbolo della resistenza ai tagliagole jihadisti dell’ISIS.

Per difendere le conquiste rivoluzionarie del Confederalismo Democratico la popolazione della Siria del Nord e dell’Est si è sollevata dando pieno appoggio alle milizie popolari rivoluzionarie. A difendere la diga di Teshrin sono giunte migliaia di persone, famiglie intere che hanno offerto i propri corpi per respingere l’orda reazionaria del SNA. Tantissimi i morti sotto i bombardamenti, ma l’avanzata delle milizie jihadiste filoturche è stata fermata. La diga di Teshrin sull’Eufrate è divenuta il nuovo simbolo della resistenza in Rojava.

L’alleanza fra le varie componenti della società siriana (curdi, arabi, armeni, assiri, turkmeni e circassi, sunniti, sciiti, alawiti, cristiani, drusi, ezidi e altri siriani) realizzata in Siria del Nord e dell’Est si sta consolidando. L’iniziale simpatia di alcuni combattenti arabi delle SDF a Raqqa e a Deir ez-Zor (località a maggioranza araba) verso l’attuale governo a guida HTS si è presto esaurita dopo le dichiarazioni jihadiste di Ahmed al-Sharah in vista della riscrittura della carta costituzionale e dopo i massacri contro le popolazioni alawite nella Siria dell’ovest.

Poco dopo aver rovesciato il regime di Assad, il governo apertamente sunnita di al-Sharaa aveva pubblicamente garantito la libertà di culto alle minoranze religiose del Paese, ma nonostante questa dichiarazione dagli apparenti contorni pacifisti, gli scontri tra le forze di sicurezza di Damasco e gli alawiti (di osservanza sciita) hanno portato a massacri indiscriminati anche di civili. Più di 1.400 i civili sono stati uccisi, inclusi centinaia di giustiziati dalle forze di sicurezza siriane concentrate soprattutto nelle provincie di Latakia e Tartus, nell’ovest della Siria.

Sfruttando le debolezze del l’attuale regime di Damasco il DAANES ha stretto contatti con la comunità drusa, con la comunità alawita e con varie comunità arabe in tutta la Siria.

In questo quadro è stato deciso di istituire accademie al di fuori della Siria del nord e dell’Est per diffondere i principi del Confederalismo Democratico e per costruire una nuova Siria democratica, confederale e rispettosa di tutte le etnie presenti. Su richiesta delle donne delle varie zone del Paese si stanno costruendo corpi delle YPJ (Unità di Protezione delle Donne) per l’autodifesa, specialmente dopo l’impostazione islamista e autoritaria della nuova Siria a guida HTS.

Mentre si accoglie in modo positivo l’appello di Öcalan del 27 febbraio per la pace, si sottolinea che fino a quando non ci saranno garanzie valide per il rispetto delle conquiste del Confederalismo Democratico, per il rispetto delle minoranze religiose ed etniche, per il rispetto delle donne in Siria le milizie popolari SDF e YPG non deporranno le armi e che le YPJ non disarmeranno in nessun caso, essendo essenziali per la difesa delle donne.

Siria. La riduzione in schiavitù delle donne rapite

Ovunque il fondamentalismo porta alla schiavitù delle donne

The Cradle, La bottega del Barbieri, 29 aprile 2025

Nella Siria post-Assad, il Rapimento di Massa e la Riduzione in Schiavitù Sessuale delle donne Alawite sotto il Regime di Sharaa (al-Julani) rispecchiano le più oscure atrocità dell’ISIS, eppure incontrano il silenzio globale.

Da dicembre, quando l’ex affiliata di al-Qaeda, Hayat Tahrir al-Sham (HTS), ha rovesciato il governo di Bashar al-Assad, la Siria ha assistito a un’agghiacciante ondata di misteriosi rapimenti di giovani donne, prevalentemente appartenenti alla comunità Alawita.
Continuano a emergere prove che queste donne, principalmente appartenenti alla componente religiosa Alawita, siano state rapite e condotte a vivere come schiave sessuali nel Governatorato di Idlib, tradizionale roccaforte di HTS, da fazioni armate affiliate al nuovo governo siriano.
Incredibilmente, il rapimento di massa e la riduzione in schiavitù di donne Alawite, ora perpetrati da fazioni affiliate a HTS, rispecchiano la Riduzione in Schiavitù di migliaia di donne Yazide da parte dell’ISIS durante il Genocidio del 2014 a Sinjar, in Iraq.

L’ATTIVISTA CHE HA DENUNCIATO

In un post di Facebook ora cancellato, Hiba Ezzedeen, un’attivista siriana di Idlib, ha descritto il suo incontro con una donna che ritiene sia stata catturata e portata nel Governatorato come schiava sessuale durante l’ondata di massacri perpetrati dalle fazioni affiliate al governo e dalle forze di sicurezza contro gli Alawiti nelle zone costiere del Paese il 7 marzo.

“Durante la mia ultima visita a Idlib, ero in un posto con mio fratello quando ho visto un uomo che conoscevo con una donna che non avevo mai incontrato prima”, ha spiegato Hiba.” Quest’uomo si era sposato diverse volte in precedenza e si ritiene che attualmente abbia tre mogli. Ciò che ha attirato la mia attenzione è stato l’aspetto della donna: in particolare, era chiaro che non sapesse indossare correttamente l’hijab e il suo velo era indossato in modo disordinato”.

Dopo ulteriori indagini, Ezzedeen ha appreso che la donna proveniva dalle zone costiere dove si sono verificati i massacri del 7 marzo, in cui sono stati uccisi oltre 1.600 civili Alawiti.
“Quest’uomo l’aveva portata al villaggio e l’aveva sposata, senza ulteriori dettagli disponibili. Nessuno sapeva cosa le fosse successo o come fosse arrivata lì, e naturalmente la giovane donna aveva troppa paura di parlare”, ha aggiunto Ezzedeen.
Poiché la situazione le sembrava così strana e allarmante, ha iniziato a chiedere a tutti quelli che conosceva, “ribelli, fazioni, attivisti per i diritti umani”, informazioni sul rapimento di donne Alawite dalla costa.
“Purtroppo, molti hanno confermato che ciò è effettivamente accaduto, e non solo da una fazione. In base a quanto affermato dagli amici, le accuse puntano a fazioni dell’Esercito Nazionale e ad alcuni combattenti stranieri, con motivazioni diverse”, ha riferito.
Le nuove forze di sicurezza siriane guidate da HTS hanno incorporato gruppi estremisti armati, tra cui Uiguri del Partito Islamico del Turkestan e turcomanni siriani appartenenti a fazioni dell’Esercito Nazionale Siriano, sostenuto dai servizi segreti turchi, fin dalla loro ascesa al potere a Damasco.
Diversi comandanti dell’Esercito Nazionale Siriano ed estremisti stranieri sono stati nominati a posizioni di vertice nel Ministero della Difesa siriano.
Mentre le unità della Sicurezza Generale, dominate da HTS, hanno partecipato ai massacri del 7 marzo in molte zone, si ritiene che ex fazioni dell’Esercito Nazionale Siriano e di combattenti stranieri abbiano guidato la campagna. I militanti sono andati porta a porta nei villaggi e nei quartieri Alawiti, giustiziando tutti gli uomini in età militare che hanno trovato, saccheggiando case e, a volte, uccidendo donne, bambini e anziani.
Ezzedeen ha concluso il suo post affermando: “Questa è una questione seria che non può essere ignorata. Il governo deve rivelare immediatamente la sorte di queste donne e rilasciarle”.
Invece di indagare sulla questione e cercare di salvare le donne prigioniere, il Governatore di Idlib nominato da HTS ha emesso un ordine di arresto per Ezzedeen, sostenendo che avesse “insultato l’hijab”.
La coraggiosa rivelazione di Ezzedeen ha fatto luce sul destino di molte giovani donne appartenenti a comunità minoritarie, misteriosamente scomparse negli ultimi mesi, dopo che il Presidente Ahmad al-Sharaa e HTS avevano rovesciato Assad e preso il potere a Damasco.

UN MODELLO DI RAPIMENTI

In uno dei primi casi, una giovane donna Drusa del sobborgo di Jaramana a Damasco, Karolis Nahla, è scomparsa la mattina del 2 febbraio 2024, mentre si recava all’università nella zona di Mezzeh. Il caso era singolare perché non fu richiesto alcun riscatto e non si seppe più nulla di lei.

Col tempo, iniziarono a trapelare informazioni secondo cui giovani donne come Karolis venivano rapite e portate a Idlib come schiave, come infine confermato da Hiba Ezzedeen.
Il 21 marzo, Bushra Yassin Mufarraj, madre Alawita di due figli, è scomparsa dalla stazione degli autobus di Jableh. Suo marito ha poi pubblicato un video di appello in cui affermava che era stata rapita e portata a Idlib.
“Mia moglie è stata rapita a Idlib. C’è qualcosa di più crudele al mondo che possa accadere a un uomo? Che sua moglie e la madre dei suoi figli si trovi in tali circostanze”, ha dichiarato in un video di appello pubblicato sui social media dieci giorni dopo.
La scomparsa di Bushra è stata seguita da un’ondata di rapimenti nei giorni e nelle settimane successive. L’Agenzia Curda Jinha ha riferito il 25 marzo, citando fonti locali, che più di 100 persone sono state rapite da gruppi armati nelle regioni costiere della Siria nelle 48 ore precedenti, tra cui molte donne.

Il 5 aprile, la ventunenne Katia Jihad Qarqat è scomparsa. L’ultimo contatto con lei è avvenuto alle 9:40 del mattino presso la farmacia del circolo Bahra a Jdeidat Artouz, nella campagna di Damasco. La sua famiglia ha implorato che chiunque l’avesse vista o avesse informazioni su di lei li contattasse.

L’8 aprile, la diciassettenne Sima Suleiman Hasno è scomparsa alle 11:00 del mattino dopo aver lasciato la sua scuola nel villaggio di Qardaha, nella campagna di Latakia. Sima è stata rilasciata quattro giorni dopo a Damasco, dove è stata riconsegnata alla zia da membri del governo siriano guidato da HTS.
I filmati di sorveglianza dei negozi vicino al luogo del rapimento sono circolati ampiamente sui social media, scatenando un’ondata di indignazione.
L’11 aprile, alle 16:00, si è persa la comunicazione con la ventiduenne Raneem Ghazi Zarifa nella campagna di Hama, nella città di Masyaf.
“Siamo estremamente preoccupati per lei. Chiediamo a chiunque abbia informazioni su di lei, anche minime, di contattarci immediatamente”, ha dichiarato la sua famiglia in un post sui social media.
Il 14 aprile, Batoul Arif Hassan, una giovane donna sposata con un bambino di tre anni di Safita, è scomparsa dopo aver fatto visita ai familiari nel villaggio di Bahouzi. I contatti con lei si sono interrotti intorno alle 16:00 mentre viaggiava su un minibus pubblico sulla strada Homs-Safita. La sua famiglia ha chiesto in un post sui social media a chiunque avesse informazioni sulla sua posizione di contattare telefonicamente suo fratello.
La mattina del 16 aprile, Aya Talal Qassem, 23 anni, è stata rapita dopo aver lasciato la sua casa nella città costiera di Tartous. Tre giorni dopo, il rapitore di Aya l’ha liberata e l’ha condotta a Tartous, sull’autostrada per Homs, solo per essere arrestata dalla Procura Generale guidata da HTS.
La madre di Aya ha pubblicato un video sui social media in cui spiegava che alla sua famiglia non era permesso stare con lei durante la detenzione e che suo padre era stato arrestato perché aveva insistito per vederla. La madre ha affermato che la Procura Generale ha cercato di costringere Aya a testimoniare, affermando che non era stata rapita, ma che era fuggita con un amante. La madre ha aggiunto di essere stata costretta a raccontare una simile storia nonostante la presenza di tagli e ferite sanguinanti sul suo corpo. Un video è stato pubblicato in Rete nel momento del suo emozionante ritorno a casa, tra familiari e parenti che l’attendevano con ansia.

Il 21 aprile, Nour Kamal Khodr, 26 anni, è stata rapita insieme alle sue due figlie, Naya Maher Qaidban di 5 anni e Masa Maher Qaidban di 3.
Nour e le sue figlie hanno lasciato la loro casa nel villaggio di Al-Mashrafa, nella zona rurale di Homs, a mezzogiorno, dirigendosi verso l’abitazione di un vicino. Testimoni hanno visto un gruppo mascherato affiliato alla Sicurezza Generale guidata da HTS rapirle, caricarle su un veicolo contrassegnato con l’emblema del gruppo prima di darsi alla fuga.

ECHI DI SINJAR

Entro il 17 aprile, l’emittente irachena Al-Daraj ha riportato la notizia di dieci rapimenti confermati di donne Alawite nelle regioni costiere. Secondo una sopravvissuta, pseudonimo Rahab, è stata rapita in pieno giorno e tenuta chiusa a chiave in una stanza con un’altra donna.
Una donna che ha parlato con Al-Daraj con lo pseudonimo Rahab è stata rilasciata dopo che i rapitori avrebbero temuto un’irruzione della Sicurezza Generale. Ha dichiarato di essere stata rapita in pieno giorno e tenuta in una stanza con un’altra donna, affermando:
“Ci hanno torturato e picchiato. Non ci era permesso parlarci, ma ho sentito l’accento dei rapitori. Uno aveva un accento straniero e l’altro un accento locale di Idlib. Lo sapevo perché ci insultavano perché eravamo Alawite”.
L’altra donna, trattenuta con lei, pseudonimo Basma, rimane prigioniera. È stata costretta a chiamare la sua famiglia per dire loro che stava “bene” e per rassicurarli che “non avrebbero dovuto pubblicare nulla” sul suo rapimento.
Al-Daraj ha anche documentato il caso di una ragazza di 18 anni, anch’essa rapita in pieno giorno, nelle campagne di una città costiera in Siria.
La sua famiglia ha poi ricevuto un messaggio di testo che la intimava di rimanere in silenzio sul suo rapimento, altrimenti sarebbe stata riconsegnata morta. La ragazza ha poi inviato alla famiglia una registrazione vocale da un numero di telefono registrato in Costa d’Avorio, dicendo che stava bene e che non sapeva dove fosse stata portata.
I media iracheni hanno paragonato questi casi al Genocidio degli Yazidi perpetrato dall’ISIS a Sinjar. Oltre 6.400 Yazidi sono stati ridotti in Schiavitù dall’ISIS nel 2014.
Migliaia di loro sono stati trafficati in Siria e Turchia, venduti come Schiavi domestici o sessuali, o addestrati per il combattimento. Molti risultano ancora dispersi.

HTS: LA CONTINUITÀ IDEOLOGICA DELL’ISIS

Che donne Alawite stiano ora comparendo a Idlib non sorprende, data la discendenza ideologica di HTS.
HTS, che ha conquistato Idlib nel 2015 con missili TOW forniti dalla CIA, condivide la stessa visione Genocida dell’ISIS.
È stata fondata dall’ISIS e guidata da Sharaa, allora noto come Abu Mohammad al-Julani, inviato in Siria nel 2011 dal defunto “Califfo” Abu Bakr Al-Baghdadi per fondare il Fronte Al-Nusra, precursore di HTS.

Nel 2014, l’analista siriano Sam Heller descrisse quindi i religiosi di Al-Nusra come promotori di un “fanatismo tossico, persino Genocida” nei confronti degli Alawiti, basato sugli insegnamenti dello studioso islamico medievale Ibn Taymiyyah.
Sebbene HTS e ISIS si siano scontrati nel 2014, i loro legami sono durati. Quando Al-Baghdadi fu ucciso nel 2019, si nascondeva a Barisha, appena fuori Sarmada, controllata da HTS. All’epoca, anche numerosi Yazidi ridotti in Schiavitù si trovavano a Idlib.
Il quotidiano The Guardian lo ha confermato, citando Abdullah Shrem, un soccorritore Yazida, e Alexander Hug della Commissione Internazionale per le Persone Scomparse, i quali hanno affermato che le persone scomparse venivano spesso trattenute “in aree al di fuori del controllo governativo”.
Nel 2019, Ali Hussein, uno Yazida di Dohuk, raccontò alla giornalista della Radio Pubblica Nazionale Jane Arraf del suo tentativo di comprare la libertà di una bambina Yazida di 11 anni, rapita dall’ISIS ma “venduta a un emiro di un’organizzazione affiliata ad Al-Qaeda in Siria, Jabhat Al-Nusra, e non più vergine”.
“Vi avevo detto 45.000 dollari (40.000 euro) fin dall’inizio. So quanto pagano a Raqqa. Vi avevo detto che in Turchia avrebbero pagato 60.000 o 70.000 dollari (53.000 – 62.000 euro) e le avrebbero asportato gli organi. Ma non voglio farlo”, minacciò il contatto dell’ISIS durante la trattativa.
Reuters ha riportato il salvataggio di un giovane Yazida, Rojin, catturato e ridotto in schiavitù dall’ISIS insieme al fratello nel 2014. A 13 anni, Rojin fu portato nel campo Curdo di Al-Hol, nella Siria Orientale. Fu trattenuto lì insieme a migliaia di famiglie e sostenitori dell’ISIS dopo la sconfitta finale dell’organizzazione nella città di confine siriana di Baghouz nel 2019.
Il combattente saudita dell’ISIS che aveva acquistato Rojin organizzò poi il suo trasporto clandestino da Al-Hol a Idlib. Fu liberato cinque anni dopo, nel novembre 2024, mentre HTS preparava il suo assalto lampo ad Aleppo.
Reuters ha riferito che in un altro caso, un Yazida di 21 anni di nome Adnan Zandenan ricevette un messaggio su Facebook da un fratello minore che presumeva morto, ma che era stato anch’egli portato clandestinamente a Idlib.
“Mi tremavano le mani. Pensavo che uno dei miei amici mi stesse prendendo in giro”, ha ricordato Zandenan. Tuttavia, l’euforia di Zandenan si è rapidamente trasformata in disperazione quando suo fratello, ormai diciottenne e profondamente indottrinato dall’ideologia Salafita-Jihadista, si è rifiutato di lasciare Idlib e tornare nella comunità Yazida di Sinjar.

IL CALIFFATO RICONFEZIONATO

Nel dicembre 2024, appena un giorno dopo l’ingresso di HTS di Jolani a Damasco per rovesciare Assad, il giornale curdo iracheno Rudaw riferì che una donna Yazida di 29 anni era stata salvata dalla schiavitù a Idlib, affermando che molte donne Yazide erano state salvate dal campo di Al-Hol, gestito dai Curdi.

Tuttavia, altre “sono state trovate in zone della Siria controllate dai ribelli di HTS o da gruppi armati sostenuti dalla Turchia (Esercito Nazionale Siriano), e alcune sono state localizzate in Paesi terzi”, aggiunse.
Nei giorni successivi alla caduta di Assad, folle esultanti si riversarono nelle piazze cittadine, intonando canti a sostegno di al-Julani, ora ribattezzato Ahmad al-Sharaa.
Eppure, mentre i diplomatici occidentali si affrettavano a incontrare il nuovo sovrano, il significato della sua “libertà” divenne rapidamente chiaro. I rapimenti di donne Alawite, che rispecchiano la tragedia Yazida, hanno dimostrato che al-Julani aveva semplicemente riconfezionato il modello ISIS.
Con la scusa della liberazione, un brutale sistema di violenza fanatica, schiavitù e stupri è stato scatenato contro coloro che ora erano sotto il suo controllo.
In risposta al crescente negazionismo, l’esperto di genocidio Matthew Barber ha messo in guardia contro lo stesso schema che ha caratterizzato i primi giorni del genocidio Yazida: incredulità, rifiuto e derisione, finché la verità non si è rivelata ben peggiore.
“Nessuno credeva che potesse accadere. Persino analisti e giornalisti occidentali non credevano alle nostre affermazioni”, ha detto Barber. “La realtà era persino peggiore di quello che affermavamo”.
Il silenzio delle vittime non è volontario, è forzato. E mentre questa campagna di terrore di genere continua, la domanda rimane: per quanto tempo il mondo distoglierà lo sguardo?

Traduzione: La Zona Grigia.