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La geometria della paura e la menzogna secondo cui non esiste un’alternativa ai Talebani

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Arian Nasiri, 8AM Media, 17 giugno 2026

Nell’Afghanistan di oggi, i Talebani governano non solo attraverso le armi, ma anche attraverso la paura. Questa paura viene riprodotta da portavoce, religiosi, YouTuber, analisti, diplomatici e persino da alcuni afghani all’estero. Il messaggio centrale è semplice: i Talebani sono cattivi, ma non esiste alcuna alternativa. Questa non è un’analisi politica; è una forma di prigionia psicologica. Il suo scopo non è far amare i Talebani alla popolazione, ma farle temere perfino l’idea del cambiamento.

Questa narrazione si fonda su diversi pilastri: i Talebani stessi, la minaccia dell’ISIS, il fantasma della corrotta ex Repubblica, il conflitto dei Talebani con il Pakistan e la graduale normalizzazione internazionale del loro regime. Insieme, questi pilastri intrappolano le persone tra repressione, terrorismo, ricordi della corruzione, paura di un nemico esterno e delusione nei confronti della comunità internazionale.

Primo pilastro: il potere talebano e la sacralizzazione dell’autorità

Il primo pilastro sono gli stessi Talebani: un movimento che governa attraverso la forza, le minacce, le prigioni, l’esclusione delle donne, il silenziamento dei media e la repressione dei critici, nascondendo tutto ciò dietro la religione. Organizzazioni per i diritti umani e rapporti delle Nazioni Unite hanno documentato restrizioni sistematiche contro le donne, l’istruzione femminile, i media, la società civile e le libertà pubbliche dopo il ritorno al potere dei Talebani.

I Talebani si presentano non come una forza politica responsabile di fronte ai cittadini, ma come custodi di un ordine divino. Quando il potere politico pretende di parlare in nome di Dio, ogni domanda diventa un peccato, ogni critica diventa ostilità verso la religione e ogni opposizione diventa un crimine. In un sistema simile, le persone non sono cittadini: sono sudditi.

Secondo pilastro: la narrazione dell’ISIS come strumento di paura

Il secondo pilastro è la narrazione sull’ISIS. L’ISIS-K è esistito e ha compiuto attacchi mortali. Tuttavia, l’ISIS afghano non può essere compreso semplicemente attraverso il modello dell’Iraq e della Siria. Non ha mai sviluppato la stessa struttura territoriale, amministrativa e sociale. Diversi studi hanno mostrato che la comparsa iniziale del nome “ISIS” in Afghanistan fu circondata da ambiguità, propaganda, affermazioni contraddittorie e collegamenti poco chiari con gruppi scissionisti e reti locali.

Ciò che emerse sotto il nome di ISIS-K era spesso una miscela confusa di comandanti talebani scontenti, combattenti fuoriusciti, Talebani pakistani, salafiti locali, reti criminali, interessi legati al contrabbando, rivalità tra gruppi jihadisti e giochi d’intelligence.

Per questo motivo, il nome ISIS in Afghanistan non ha sempre indicato una struttura completamente separata e indipendente dai Talebani. In molti casi, è diventato un’etichetta pronta all’uso per spiegare atrocità, chiudere dossier, spostare la colpa dai fallimenti della sicurezza, nascondere il ruolo dei Talebani e generare paura nell’opinione pubblica.

Ciò non significa negare l’esistenza dell’ISIS-K. L’organizzazione è esistita, ha compiuto attentati e ha preso di mira soprattutto minoranze religiose, sciiti e hazara. Il punto centrale è che i confini tra ISIS, fazioni scissioniste dei Talebani, reti regionali, interessi criminali, rivalità jihadiste e operazioni d’intelligence sono stati spesso sfumati. Quando questa ambiguità viene ignorata, il nome ISIS si trasforma da realtà di sicurezza a strumento politico per diffondere paura e ripulire l’immagine dei Talebani.

Durante la Repubblica, soprattutto sotto la presidenza di Ashraf Ghani, molti attacchi contro moschee, studiosi religiosi, figure locali, civili, donne e bambini vennero rapidamente attribuiti all’ISIS, specialmente dopo il 2014. Talvolta, ancora prima che la catena delle responsabilità fosse chiarita, la risposta era già pronta: ISIS.

Il nome divenne una sorta di “scatola nera” in cui gettare ogni crimine, permettendo ai veri responsabili, alle reti di sicurezza, ai Talebani e alle strutture di potere corrotte di sottrarsi alle proprie responsabilità. La società chiedeva chi fosse dietro un attentato; la risposta era già pronta: ISIS. Il caso veniva chiuso e ogni responsabilità svaniva.

Terzo pilastro: il fantasma della Repubblica corrotta

Il terzo pilastro è il fantasma della Repubblica corrotta, in particolare il circolo di Ashraf Ghani, i sostenitori della Repubblica in esilio e parte della vecchia mafia jihadista, ricordata per corruzione, monopolio del potere, politica etnica, collasso e fuga.

I Talebani e i loro sostenitori sfruttano la rabbia popolare verso questo gruppo e affermano: “Se i Talebani se ne andranno, torneranno gli stessi corrotti di prima”. Ma la corruzione della Repubblica di Ghani non rende legittimo il dominio talebano. Gli afghani non dovrebbero essere costretti a scegliere tra Talebani e Ghani, tra la repressione di oggi e il tradimento di ieri.

Quarto pilastro: il conflitto con il Pakistan e il nazionalismo

Il quarto pilastro è il conflitto dei Talebani con il Pakistan. Questo conflitto non è necessariamente una messa in scena completa; produce sangue vero e danni reali. Tuttavia, serve anche a uno scopo politico per i Talebani. Crea un nemico esterno, alimenta il sentimento nazionalista, nasconde la crisi di legittimità del regime e permette a un movimento storicamente sostenuto da settori dell’apparato di sicurezza pakistano di presentarsi come difensore dell’indipendenza afghana.

La contraddizione è evidente: un movimento radicato nei progetti strategici del Pakistan utilizza oggi le tensioni con Islamabad per costruire una propria legittimità nazionale.

Finora questa ostilità non ha significato una rottura totale. Le ambasciate restano aperte, i canali di comunicazione continuano a esistere e, sebbene il commercio formale soffra, il contrabbando e le reti transfrontaliere continuano a operare. Questo danneggia la popolazione comune, ma avvantaggia i Talebani sul piano politico.

Ogni volta che le tensioni con il Pakistan aumentano, i Talebani cercano di apparire non come un regime repressivo, ma come difensori della nazione. In quei momenti, le domande sui diritti delle donne, sulla libertà dei media, sulla povertà, sugli sfollamenti forzati, sull’esclusione etnica e sulla legittimità politica vengono accantonate.

Quinto pilastro: la normalizzazione internazionale dei Talebani

Il quinto pilastro è la normalizzazione globale dei Talebani. Ogni incontro ufficiale, ogni fotografia diplomatica e ogni colloquio sotto il nome di “coinvolgimento pragmatico” non rappresentano soltanto un successo internazionale per i Talebani; diventano anche uno strumento di propaganda interna.

I Talebani utilizzano questi eventi per dire: “Il mondo ci ha accettati, quindi anche gli afghani devono accettarci”. Se il dialogo internazionale non è accompagnato da pressioni chiare sul rispetto dei diritti e sulla responsabilità politica, finisce involontariamente per rafforzare il mito secondo cui non esisterebbe alcuna alternativa.

Questa geometria della paura è una psicologia del potere attentamente costruita. Quando le persone credono che non esista una via d’uscita, smettono di provarci. Quando una società è convinta che ogni cambiamento porterà soltanto disastri, si riduce al silenzio. Quando le persone pensano che qualsiasi alternativa sia peggiore della situazione attuale, finiscono per tollerarla.

La geometria della paura

I Talebani e i loro sostenitori lavorano precisamente su questo esaurimento collettivo. Non hanno bisogno che la popolazione creda che siano giusti; hanno bisogno che creda di non avere altra scelta.

Secondo l’autore, il “ripulire” l’immagine dei Talebani inizia spesso con frasi apparentemente neutrali: “la corruzione è diminuita”, “ci sono meno furti”, “i Talebani sono cambiati”, “dobbiamo essere realistici”, “qual è l’alternativa?”.

Gli afghani che, secondo Nasiri, contribuiscono a normalizzare i Talebani parlano meno delle donne incarcerate, delle scuole femminili chiuse, dei media silenziati, della povertà, degli sfollamenti forzati e dell’esclusione etnica. Parlano soprattutto di sicurezza, come se la diminuzione delle esplosioni rendesse irrilevanti dignità, libertà, giustizia, pane, istruzione e diritto a vivere.

Anche gli attori stranieri che desiderano mantenere i Talebani al potere usano una strategia simile, ma con un linguaggio più diplomatico. Parlano meno dell’oppressione talebana e più di stabilità regionale, lotta al terrorismo, sicurezza delle frontiere, controllo delle migrazioni e dialogo.

In questo modo, sostiene l’autore, sia coloro che all’interno dell’Afghanistan minimizzano la natura del regime sia i pragmatici stranieri contribuiscono a normalizzarlo. Gli uni affermano che non esiste un’alternativa; gli altri sostengono che tutti debbano semplicemente adattarsi alla realtà.

La tesi secondo cui non esiste alcuna alternativa ai Talebani, conclude Nasiri, è una menzogna che deve essere smascherata. I Talebani non sono il destino dell’Afghanistan, non sono rappresentanti di Dio e non sono garanti della sicurezza. L’ISIS non dovrebbe essere usato per nascondere la verità e ripulire l’immagine dei Talebani. La corruzione di Ashraf Ghani e del suo entourage non dovrebbe costringere il popolo ad accettare la tirannia attuale. Il conflitto con il Pakistan non dovrebbe cancellare la storia di dipendenza dei Talebani. E il coinvolgimento internazionale non dovrebbe trasformarsi in un sigillo di approvazione della repressione.

Il risultato di questa “geometria della paura” è il sacrificio di quarantacinque milioni di afghani che, dopo l’accordo di Doha, sarebbero stati lasciati senza voce e senza potere sotto un ordine violento e privo di responsabilità. Finché questa geometria non verrà riconosciuta e smascherata, conclude, sarà la paura a governare al posto del popolo.

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