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Tag: Talebani

Afghanistan, parlano le donne: “Solo attraverso la lotta possiamo trovare la nostra strada”

Patria Indipendente, 3 settembre 2026, di Carla Gagliardini*

Grazie a un’iniziativa di Cisda (Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane) le donne dell’organizzazione femminista e laica “Rawa” (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan), hanno potuto raccontare la situazione attuale. L’imperialismo statunitense ha riportato i talebani al potere. Cinque anni dopo il loro reinsediamento “l’unica cosa che è cambiata è che sono diventati più spietati”. Nel Paese più difficile al mondo per il genere femminile, il lavoro di Rawa è fondamentale perché costruisce delle possibilità investendo sull’istruzione, crea coscienza critica, sviluppa la formazione professionale per dare un sostegno a famiglie che vivono in povertà, ma anche per offrire una forma di realizzazione a quella parte di società costretta a vivere segregata

La guerra scatenata il 7 ottobre del 2001 da George W. Bush e Tony Blair, sotto il nome di Enduring Freedom, contro l’Afghanistan sia per stanare e uccidere bin Laden, responsabile degli attacchi terroristici dell’11 settembre dello stesso anno negli Stati Uniti, sia, a loro dire, per liberare il popolo afghano, in particolare le donne, dall’oppressione talebana è finita con una stretta di mano tra la Casa Bianca e i talebani che, il 15 agosto del 2021, ha portato al ripristino della situazione precedente. I talebani sono tornati al governo del Paese. Chi spiega al popolo afghano il senso delle 176.000 vittime e del numero imprecisato di mutilati e mutilate? Secondo Save the Children, nei vent’anni di conflitto circa 33.000 bambini e bambine sono stati uccisi o mutilati.

Il ritiro precipitoso e disordinato degli ultimi contingenti statunitensi, i cui aerei sono stati presi d’assalto da una popolazione terrorizzata che, aggrappandosi a ogni parte possibile dei veivoli, sperava di poter scappare dalla violenza e ritorsione talebana, spiega meglio di tante parole quello che già si sapeva, ossia che nei piani degli occupanti non c’era certamente la liberazione del popolo afghano, riconsegnato in fretta e furia ai talebani per alleggerire i costi economici e umani, 2.456 soldati statunitensi morti, pagati dagli Stati Uniti in vent’ anni di occupazione. Nessuno in possesso di un po’ di realismo e onestà intellettuale ha mai creduto alla favola dell’intervento militare come strumento necessario per la democratizzazione dell’Afghanistan. E infatti, a quasi venticinque anni dall’avvio di Enduring Freedom, l’Afghanistan è tutto tranne che un Paese democratico.

Grazie a un’iniziativa di Cisda (Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane) le donne dell’organizzazione femminista e laica Rawa (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan), fondata nel 1977 in Afghanistan, hanno potuto raccontare la situazione attuale del loro Paese. Rawa accusa l’imperialismo statunitense di aver riportato i talebani al potere. Cinque anni dopo il loro reinsediamento “i talebani non sono cambiati. L’unica cosa che è cambiata è che sono diventati più spietati”. Con il supporto finanziario e l’accesso alla tecnologia controllano in modo pervasivo le persone. Il grosso problema del loro ritorno è che “questa volta sono stati normalizzati”. Rawa ha sempre insistito affinché al governo talebano non venisse dato alcun riconoscimento internazionale, né direttamente né indirettamente. Tuttavia sta avvenendo proprio il contrario. Recentemente, l’Unione Europea ha ricevuto una delegazione talebana per discutere il tema dei rimpatri. È una notizia che fa riflettere sulla direzione sbagliata che ha ormai preso su molti temi e in particolare quello migratorio. Come è possibile immaginare di rimpatriate uomini e donne in un Paese dove le libertà fondamentali sono negate e la vita dei cittadini e delle cittadine, per il suo governo, non vale niente?

La riconquista a tavolino del potere da parte dei talebani è stata inizialmente contestata dalla popolazione con manifestazioni di piazza contro di loro e i loro alleati. Ma con il passare del tempo le donne di Rawa hanno cambiato tattica ritenendo che è “attraverso la lotta clandestina che possiamo salvare i nostri membri. Se vogliamo continuare il nostro lavoro, dobbiamo essere più forti di coloro che sono al potere. Quindi, stiamo cercando di salvare i nostri membri, di preservare il nostro potere e di condurre lotte clandestine, di dare voce all’Afghanistan, di concentrarci sull’istruzione e su attività simili in questa terribile situazione, perché i talebani sono alla ricerca degli attivisti e delle attiviste. I talebani controllano i social media, come Facebook, per individuare gli attivisti e le attiviste che pubblicano post contro di loro. I membri che lavorano in Rawa, stanno usando diversi metodi per combattere i talebani.

Continua Rava: “Quindi, in questo difficile scenario, abbiamo alcune attività clandestine. Non agiamo pubblicamente, ma pubblichiamo articoli e documenti sulla situazione in Afghanistan e svolgiamo anche altri compiti. In occasione del 15 agosto abbiamo sempre pubblicato dichiarazioni e annunci su Facebook, sul nostro sito web e su altri media a cui abbiamo accesso. Queste sono le nostre attività, oltre ai nostri corsi, alle nostre squadre sanitarie, alla distribuzione di cibo e simili”. Nonostante la prudenza esercitata, diverse donne sono state arrestate dai talebani. L’intera popolazione afghana soffre, ma le donne sono quelle che pagano il prezzo più alto perché sono spogliate di qualsiasi ruolo sociale e politico. Sono ombre che camminano per le strade sotto il peso del burqa, che non toglie solo il respiro ma anche quella linfa vitale rappresentata dall’ esercizio del diritto fondamentale all’autodeterminazione.

La società afghana è il prodotto evidente e tangibile di una politica dominata dalla concezione iperpatriarcale della società, dove la segregazione di genere è totale, tanto da fare parlare Rawa di apartheid di genere. La condizione delle donne è tragica. I matrimoni precoci sono un aspetto drammatico che si accompagna al divieto, per le ragazze, di “accesso alle scuole secondarie e alle università. Le donne sono estromesse dal mondo del lavoro e dalla vita pubblica; i loro movimenti, il loro abbigliamento e persino la loro presenza nella società sono controllati. E non si tratta di qualche singola imposizione ma di una segregazione sistematica. Per questo la chiamiamo apartheid di genere. Si tratta dell’esclusione e del controllo sistematico delle donne, semplicemente perché sono donne. Non hanno accesso a nulla, non possono fare nulla. Non solo è vietato alle donne l’accesso agli uffici o lavorare fuori casa, ma è vietato anche il lavoro da casa”.

Probabilmente l’Afghanistan è il luogo più difficile al mondo dove poter vivere la propria condizione naturale di donna. Per questo il lavoro di Rawa è così importante perché costruisce delle possibilità investendo sull’istruzione, per creare coscienza critica, e sulla formazione professionale, per dare un sostegno a famiglie che vivono in povertà ma anche per offrire una forma di realizzazione a quella parte di società che è costretta a vivere segregata. Ovviamente tutto avviene in gran segreto. I corsi sono clandestini e le insegnanti conoscono molto bene la popolazione delle zone in cui vengono organizzati. Rischiano molto perché i talebani possono fare irruzione durante la lezione e arrestare tutte. Insegnanti e alunne sono preparate a questa possibilità così si ingegnano per evitare di essere accusate di trasgredire la legge studiando e imparando. È una vita fatta di tante sfide che mescolano la determinazione di non lasciare seppellire i propri sogni dalla brutalità della società patriarcale talebana con la necessità di muoversi con astuzia all’interno di un sistema violento e totalitario che non tollera trasgressioni. Una vera e propria lotta per la sopravvivenza.

Rawa garantisce anche il supporto medico e infermieristico. Durante gli ultimi terremoti avvenuti nel Paese le donne sono state lasciate sotto le macerie perché non avevano più un familiare uomo, quel mahram che è sostanzialmente il loro tutore e in assenza del quale una donna non può fare praticamente nulla. L’aiuto degli uomini è indispensabile perché “questa lotta, queste attività senza l’aiuto dei membri maschili delle nostre famiglie e dei nostri gruppi sono impossibili, perché le donne non possono uscire di casa senza il mahram. Loro sono i principali aiutanti e sostenitori, ci stanno accanto, ci sostengono e ci appoggiano nel nostro lavoro”. In un contesto così fortemente repressivo non è facile ribellarsi ma “nella provincia del Badakhshan la popolazione ha organizzato manifestazioni pubbliche contro i talebani e il loro regime. I talebani combattono contro gli abitanti del Badakhshan perché professano una religione diversa e cercano di costringerli a convertirsi. Dicono loro che non sono musulmani, che non possono vivere in Afghanistan e che, se vogliono vivere in Afghanistan, devono cambiare religione”. Il controllo totale della popolazione è possibile grazie all’ impiego dei sistemi tecnologici. I talebani sono sempre alla caccia di informazioni sulle persone e “il Ministero del Vizio e della Virtù – sostiene Rawa – utilizza la rete con questo scopo e alcuni operatori di telecomunicazioni, tra cui dei funzionari, ascoltano le voci di persone che parlano di questioni specifiche. Quando ci sono manifestazioni, come quella che c’è stata nella provincia di Herat, individuano le persone che hanno partecipato tramite i numeri delle loro schede SIM. Si rivolgono agli operatori di telecomunicazioni e chiedono loro di fornire le informazioni, le registrazioni vocali”.

Ai talebani piacciono i soldi e il potere. Quest’ultimo è esercitato attraverso le minacce e la violenza mentre per il denaro fanno ampio ricorso alla corruzione e al pizzo. Lo sanno bene le Ong che ancora sono presenti nel Paese e il cui “modo di operare, di realizzare i loro progetti è diverso rispetto agli anni passati – spiegano le donne di Rawa – Le organizzazioni hanno familiarità con le regole che i talebani hanno stabilito. Il governo ha imposto alle Ong il divieto di fare alcuni progetti, come quelli rivolti alle donne. Organizzare un corso di formazione per donne è proibito, non è possibile, non si possono fare quei progetti, ma se si opera clandestinamente, si può continuare”. Dunque per consentire alle donne di esprimere le loro capacità e i loro desideri occorre operare clandestinamente e rischiare di essere imprigionate, torturate e perfino uccise. Alcune organizzazioni “per fare approvare i progetti versano dei soldi al Ministero dell’Economia. Ci sono persone all’interno del governo talebano che lavorano per questo scopo: quando le organizzazioni si recano al ministero dell’Economia per l’approvazione del progetto, queste persone, che fungono da collegamento, dicono loro di versare una determinata somma di denaro per fare approvare il loro progetto”.

Combattere contro un sistema così repressivo e corrotto è reso ancora più difficile dalla propaganda talebana che si adopera per restituire un’immagine della società diversa, perché non traspaiano le sofferenze della popolazione. Ma lavorano contro l’informazione corretta anche quei turisti che postano video che descrivono strade sicure, donne che ballano e cantano spensierate all’aperto. Fanno il gioco, consapevolmente o inconsapevolmente, dei talebani. Secondo Rawa, “questi video non fanno altro che nascondere la situazione attuale in Afghanistan. È un grande progetto in cui diversi youtuber vengono in Afghanistan, realizzano video e mostrano al mondo intero che ora in Afghanistan la situazione è migliore”. Tuttavia non entrano in contatto con la realtà afghana, fatta di diritti negati, povertà, violenza e terrore. Rawa ritiene che questo sia un grande progetto faccia che deve condurre alla normalizzazione dei talebani agli occhi del mondo. In Afghanistan la paura accompagna la vita delle persone perché infrangere qualsiasi regola raramente ha conseguenze non violente. Per strada, racconta Rawa, “si può vedere il Ministero del Vizio e della Virtù che arresta alcune donne per questioni legate all’ hijab. Dopodiché, vengono trasferite in prigione e vengono maltrattate. I talebani abusano sessualmente di loro, le molestano sessualmente, usano la violenza sessuale e le stuprano durante le procedure carcerarie, minacciandole con le armi. Sappiamo di diverse donne che sono state abusate dai talebani nelle carceri. Sappiamo che alcune donne hanno abortito in ospedale dopo essere state abusate dai talebani in prigione. E sono state anche abusate dall’esercito talebano nelle carceri”.

Davanti a tanta precarietà e violenza il popolo afghano non è tutto silente e sfida i suoi governanti. In Badakhshan, recentemente, “la gente comune ha organizzato delle manifestazioni contro i talebani. Quando un membro dell’esercito talebano ha abusato e violentato alcune donne di quelle famiglie, gli abitanti del villaggio sono insorti, si sono ribellati all’esercito talebano e alle politiche dei talebani. Sappiamo che tutto il popolo afghano rifiuta gli ideali dei talebani, la loro pressione sulla popolazione, sulla gente comune e sulle donne in Afghanistan. Alcuni giorni fa degli abitanti della provincia di Herat, nell’area di Jebrail (dove si concentra la comunità hazara di Herat, ndr) hanno manifestato contro i talebani e le forze di Amr al-Ma’ruf, la polizia morale, che avevano arrestato alcune donne in questa zona. Quando quelle donne sono state arrestate a causa dell’hijab, la popolazione di Jebrail è insorta contro i talebani. Si è ribellata e ha organizzato manifestazioni contro l’esercito talebano, contro il Ministero del Vizio e della Virtù”.

I talebani usano la repressione e le loro azioni prendono di mira le donne, le persone che scendono in piazza e si oppongono a loro. Quindi, si tratta di una sorta di pressione sistematica, una pressione sistematica sulle donne, sulle famiglie e su tutte le persone che vivono in Afghanistan sotto il dominio dei talebani. E tutti sanno che né i talebani né chi li sostiene lavora per il popolo afghano. Ciononostante, “i talebani stanno stringendo accordi con Paesi stranieri, delle alleanze. Non possiamo accettare questo tipo di politiche e le respingiamo categoricamente”. Sebbene l’oppressione del governo afghano non conosca sosta, il coraggio di quelle donne che non si arrendono e lottano dall’interno per il cambiamento in senso democratico della società afghana non si è spento. Rawa è parte trainante di questa forza. Le sue attiviste sanno che la lotta è complicata perché “il lavoro di Rawa è stato molto difficile nelle diverse fasi verificatesi in Afghanistan fino ad ora. Non ci arrenderemo mai, non rinunceremo mai al nostro obiettivo, al nostro percorso, a tutte le attività che svolgiamo per le donne afghane. Per Rawa, più la situazione si fa difficile più cresce il suo impegno per le donne, per il popolo afghano. Quindi continuiamo per la nostra strada. Stiamo lavorando più duramente di prima per le donne afghane, per le donne di tutto il mondo (tessendo anche relazioni con donne in altre parti del globo, ndr).

“Pertanto – è la conclusione delle donne di Rawa – una delle nostre parole più potenti è lotta, solo lotta e lotta, perché attraverso la lotta possiamo trovare la nostra strada, possiamo resistere di fronte alle grandi potenze del mondo e possiamo anche migliorare la condizione delle donne afghane. Lottando contro i fondamentalisti, contro l’imperialismo statunitense e le potenze e le alleanze di questi Paesi”.

*Carla Gagliardini, vicepresidente ANPI provinciale di Alessandria e componente del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan odv

Cinque anni di regime talebano: come è cambiato il sistema di istruzione superiore afghano?

Zan times, 1 settembre 2026, di Mohammad Qasim Erfani

Nel corso di cinque anni di governo talebano, l’Afghanistan ha subito una profonda trasformazione. Il Paese è immerso in una crisi profonda: l’economia è al collasso, il governo si trova ad affrontare un problema di legittimità sia a livello nazionale che internazionale e si registrano sistematiche violazioni dei diritti umani.

In particolare, il settore dell’istruzione è stato colpito in modo drammatico. Questo articolo esamina gli effetti di cinque anni di regime talebano sul sistema di istruzione superiore afghano, basandosi su rapporti pubblicati e su interviste con personale universitario, studenti e professori, sia in patria che all’estero. Le loro identità sono omesse per motivi di sicurezza.

La completa esclusione delle donne
Uno dei primi atti dei talebani fu quello di escludere completamente le donne dall’istruzione superiore, rendendo l’Afghanistan l’unico paese al mondo in cui alle donne è negato il diritto di studiare.

Nel dicembre 2022, il Ministro dell’Istruzione Superiore Neda Mohammad Nadeem ha decretato il divieto di accesso all’istruzione universitaria per le donne fino a nuovo avviso. Poco dopo, a tutte le donne, comprese docenti e personale amministrativo, è stato impedito l’ingresso nelle università pubbliche e private. Il divieto è stato così improvviso che alle studentesse che avevano già sostenuto gli esami di quel semestre non è stato permesso di terminarli. Le proteste studentesche contro il divieto sono state represse violentemente.

A distanza di cinque anni, alle donne è ancora vietato l’accesso all’università, i loro titoli di studio non vengono più elaborati o certificati e i libri di testo e i materiali scritti da donne sono stati eliminati. Prima del ritorno al potere dei talebani, decine di migliaia di donne si iscrivevano all’università ogni anno: nel 2020-2021, il 30% dei 147.000 studenti ammessi all’università dopo aver sostenuto l’esame di ammissione Kankor erano donne. Il totale superava le 44.000 unità, a cui si aggiungevano migliaia di altre che accedevano alle università private tramite esami separati.

Secondo l’UNESCO, in questi cinque anni a 2,4 milioni di afghani è stato negato l’accesso all’istruzione, compresa quella secondaria.

Sostituire i professori specializzati con i mullah
La fuga di cervelli successiva al 2021 ha colpito duramente le università afghane. Un rapporto del 2022 ha rilevato che 229 professori con master e dottorato avevano lasciato solo tre università: Kabul, Herat e Balkh. Un rapporto del 2023 ha stimato a 400 il numero di coloro che avevano lasciato l’Università di Kabul.

Nell’agosto di quest’anno, 11 professori della facoltà di medicina dell’Università di Herat si sono dimessi in massa dopo essere stati arrestati e molestati da funzionari del Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio dei talebani, che li avevano perseguitati per essersi tagliati la barba. Situazioni simili si sono verificate in altre università pubbliche e private, comprese alcune licenziate dai talebani nell’ambito del loro programma di “riforma delle risorse umane”.

I talebani hanno utilizzato un esame di “verifica del livello” per conferire l’equivalenza di lauree triennali e magistrali a sostenitori e laureati in seminari religiosi, nominandoli poi a ricoprire posizioni che un tempo spettavano a specialisti con qualifiche accademiche. I professori di cultura islamica, ad esempio, devono ora superare un esame di certificazione separato, un meccanismo che permette di estromettere il personale esistente per fare spazio a nuove nomine. Fonti non ufficiali del Ministero dell’Istruzione Superiore affermano che circa 2.000 neolaureati in mullah sono in attesa di essere assegnati all’insegnamento di corsi di cultura islamica.

Cartolarizzazione e controllo ideologico
L’atmosfera accademica e qualsiasi spirito di ricerca nei campus sono stati distrutti da una forte presenza delle forze di sicurezza e dall’imposizione dell’ideologia talebana. Secondo fonti vicine alle università, il Ministero dell’Istruzione Superiore esercita il controllo attraverso una rete di organi di supervisione, tra cui una Direzione per la Chiamata e l’Orientamento (Da’wat wa Irshad) in ogni campus, una Direzione Generale che verifica il rispetto dei decreti della leadership, i servizi segreti, un Consiglio di Accreditamento e reti di informatori tra gli studenti.

La Direzione per la Chiamata e l’Orientamento, guidata da un funzionario nominato dai talebani, partecipa a tutte le riunioni accademiche e amministrative, e nessuna decisione universitaria è valida senza la sua firma. Il personale e gli studenti sono obbligati a partecipare alle preghiere collettive e alle sessioni di orientamento morale della Direzione, che monitora l’abbigliamento, la barba, il comportamento e il linguaggio di tutti.

Nel campus è presente una direzione separata incaricata di verificare l’effettiva attuazione dei decreti talebani, mentre il Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio effettua ispezioni a sorpresa. I rettori universitari devono tenere riunioni settimanali per comunicare e far rispettare le direttive della Guida Suprema, incluso un recente decreto di Kandahar che prevede che la promozione della politica talebana diventi parte integrante della valutazione formale delle prestazioni dei professori, e quindi un fattore che può determinare la carriera di un docente e l’accreditamento dell’università.

Gli standard di garanzia della qualità sono stati riscritti per dare maggiore enfasi all’insegnamento religioso, alla giurisprudenza Hanafi e al rispetto dei decreti della leadership. I funzionari universitari devono inoltre segnalare all’intelligence talebana ogni attività del campus e ogni spostamento del personale. Il risultato, secondo alcune fonti, è che il dibattito accademico è praticamente scomparso, poiché tutti temono di essere segnalati se parlano apertamente in classe.

Lingua persiana e discriminazione anti-sciita
I talebani hanno inoltre preso di mira la lingua persiana (dari) e gli insegnamenti religiosi sciiti. I materiali didattici scritti in persiano o stampati in Iran sono stati eliminati dalle liste di lettura e tutta la corrispondenza ministeriale si svolge ora in pashto.

Un decreto emesso nel marzo 2026 e attribuito alla leadership talebana ordina agli organi governativi di coniare termini “islamici e afghani” per sostituire le espressioni straniere. In pratica, secondo alcune fonti, persino parole persiane comuni come daneshgah (università) e pazhuhesh (ricerca) vengono trattate come straniere.

I libri sciiti e le pubblicazioni iraniane vengono rimossi dalle biblioteche, costringendo i professori a utilizzare dispense proprie al posto dei testi proibiti. Nemmeno le università private sono state risparmiate: l’Università Ibn Sina e altre tre sono state sospese lo scorso anno. Secondo indiscrezioni non confermate, l’Università Khatam al-Nabieen dovrebbe essere accorpata a un seminario religioso con lo stesso nome.

I corsi di cultura islamica possono ora insegnare solo la giurisprudenza Hanafi, mentre la giurisprudenza sciita, gli hadith e qualsiasi riferimento a imam o studiosi sciiti sono vietati in qualsiasi materia. Poiché l’esame di certificazione per questi corsi si basa esclusivamente su fonti sunnite, i professori sciiti sono di fatto esclusi. A partire dalla primavera del 2026, gli studenti in arrivo dovranno firmare un impegno di 14 punti, una clausola del quale richiede loro di dichiarare la propria adesione alla scuola sunnita Hanafi. Il personale sciita è inoltre tenuto a partecipare alle preghiere collettive guidate dal capo della Direzione per la Chiamata e l’Orientamento. Recentemente, a 130 studenti sciiti e Hazara delle università di Balkh e Herat è stato negato l’accesso ai dormitori.

Eliminare le discipline umanistiche
Considerando le discipline umanistiche fondamentalmente in contrasto con la loro enfasi sulla giurisprudenza, la sharia e l’obbedienza incondizionata alla leadership, i talebani hanno esercitato pressioni su queste discipline, imponendo modifiche radicali o la loro completa eliminazione. In particolare, hanno iniziato a eliminare gradualmente giurisprudenza, scienze politiche e relazioni internazionali dalle università private, e si aspettano che lo stesso accada anche nel sistema pubblico.

Allo stesso tempo, i requisiti di cultura islamica per gli studenti si sono ampliati notevolmente, passando da 8 crediti formativi sotto la repubblica a 24 oggi, con un totale di 30 crediti previsti per il prossimo anno. C’è poco da discutere o dibattere, poiché la costituzione, i diritti umani, la democrazia, le elezioni, i diritti delle minoranze e delle donne, i partiti politici e la società civile sono tutti argomenti considerati tabù.

Rimodellare il campus fisico
I campus afghani assomigliano sempre più a seminari religiosi. Il personale, gli studenti e i professori sono tenuti a vestirsi e curare il proprio aspetto come gli studenti delle madrasa; abiti tradizionali afghani, berretti e barba sono obbligatori, e un recente decreto di Kandahar impone l’uso del turbante, e non solo del berretto, durante le preghiere collettive. Gli ispettori talebani vigilano sul rispetto delle norme e i trasgressori rischiano tagli salariali, retrocessioni o licenziamenti. Le immagini di scienziati, personaggi storici, fondatori e altre figure umane sono state rimosse dagli edifici dei campus e sostituite con striscioni recanti i decreti del leader e le direttive ministeriali.

Mohammad Qasim Erfani è un ex professore universitario a Kabul, nonché ricercatore e scrittore.

Cambiamenti politici e sociali che hanno rimodellato l’Afghanistan nel corso di due decenni.

Amu TV, 31 agosto 2026, di Yasin Shayan

L’Afghanistan ha subito importanti cambiamenti politici, istituzionali e sociali durante i due decenni di coinvolgimento statunitense e internazionale successivi alla caduta del regime talebano nel 2001.

In questo periodo si è assistito alla ricostruzione delle istituzioni statali, all’adozione di una nuova costituzione, all’istituzione di una presidenza e di un parlamento eletti, all’espansione dell’istruzione e a una maggiore partecipazione politica delle donne. L’Afghanistan ha inoltre creato forze di sicurezza composte da centinaia di migliaia di uomini, grazie a ingenti finanziamenti internazionali.

Nonostante questi progressi e i miliardi di dollari di aiuti internazionali, il sistema politico e di sicurezza è crollato nell’agosto del 2021 con il ritorno al potere dei talebani, sollevando interrogativi persistenti sull’efficacia con cui i leader afghani hanno sfruttato le opportunità e le risorse disponibili nei due decenni precedenti.

Da Bonn a un nuovo sistema politico

Il 5 dicembre 2001, le fazioni politiche afghane, riunite a Bonn, in Germania, raggiunsero un accordo per la creazione di un governo provvisorio guidato da Hamid Karzai, segnando l’inizio di un nuovo ordine politico dopo anni di conflitto.

Mohammad Younus Qanooni, membro della delegazione dell’Alleanza del Nord presente ai colloqui, ha affermato che i partecipanti erano giunti con l’obiettivo di far uscire l’Afghanistan dalla guerra.

“Siamo venuti con sincerità e determinazione, con l’intenzione di condurre il nostro amato Paese fuori dalla crisi attuale verso la pace e la stabilità”, ha dichiarato Qanooni il 5 dicembre 2001.

Più tardi, nello stesso mese, il potere fu formalmente trasferito all’amministrazione provvisoria, con Karzai che assunse la carica di presidente.

«Se manterremo le promesse fatte al popolo afghano, questo sarà un grande giorno», disse Karzai all’epoca. «Se non riusciremo a mantenere le nostre promesse, questo giorno verrà dimenticato».

Ha poi aggiunto: “Spero che saremo in grado di servire adeguatamente il popolo afghano e di mantenere le nostre promesse. Se ci riusciremo, questo giorno sarà ricordato con favore”.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite autorizzò successivamente l’invio di una forza di sicurezza internazionale per contribuire a garantire la sicurezza a Kabul e nelle aree circostanti. La presenza delle truppe internazionali divenne sempre più visibile man mano che gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO intensificarono il loro coinvolgimento nel paese.

Nei due decenni successivi, il sostegno militare e finanziario internazionale ha aiutato l’Afghanistan a ricostruire le istituzioni statali e a istituire un sistema politico con un presidente eletto, un parlamento e una magistratura. DownloadMappe geografiche interattive

La Costituzione stabilisce un nuovo quadro politico

Uno degli sviluppi più significativi è stata l’adozione di una nuova costituzione.

La costituzione ha istituito l’Afghanistan come repubblica islamica e ha definito un sistema che prevede una presidenza elettiva, un parlamento, una magistratura, la separazione dei poteri e disposizioni per l’amministrazione locale. Ha inoltre riconosciuto i diritti fondamentali e ha stabilito un quadro di riferimento per la partecipazione politica delle donne.

Nel corso dell’ex repubblica, l’Afghanistan ha tenuto quattro elezioni presidenziali e tre elezioni parlamentari.

Le donne parteciparono come elettrici e candidate, e la costituzione istituì una rappresentanza riservata alle donne nella camera bassa del parlamento, garantendo loro più di un quarto dei seggi.

Le forze di sicurezza sono cresciute fino a superare i 300.000

Anche l’esercito e la polizia nazionali afghani sono stati ricostruiti dopo il 2001 grazie a un ampio supporto statunitense e internazionale.

Secondo l’Ispettorato Generale Speciale degli Stati Uniti per la Ricostruzione dell’Afghanistan (SIGAR), nella primavera del 2021 l’Afghanistan contava oltre 300.000 effettivi nelle sue forze di difesa e sicurezza.

Secondo i dati, il Ministero della Difesa contava 182.071 effettivi, mentre il Ministero dell’Interno ne aveva 118.628.

Le forze di difesa afghane, dipendenti dal Ministero della Difesa, ammontavano a 182.071 unità, mentre le forze di sicurezza dipendenti dal Ministero dell’Interno erano composte da 118.628 uomini.

Gli Stati Uniti hanno speso decine di miliardi di dollari per addestrare, equipaggiare e sostenere queste forze. Nonostante l’entità di tale investimento, le forze di sicurezza si sono rapidamente disintegrate con l’avanzata dei talebani in tutto il paese nell’estate del 2021.

L’istruzione si espande in modo considerevole

Anche l’istruzione ha registrato una significativa espansione nel corso dei due decenni.

Secondo i dati dell’UNESCO citati nel rapporto, il numero di studenti iscritti alle scuole è aumentato da circa 1 milione nel 2001 a 10 milioni nel 2018.

Il numero di ragazze iscritte alla scuola primaria è aumentato da quasi zero nel 2001 a circa 2,5 milioni.

Anche la partecipazione delle donne all’istruzione superiore è aumentata notevolmente. Il numero di studentesse universitarie è passato da circa 5.000 nel 2001 a oltre 100.000 nel 2021.

L’istruzione in Afghanistan

Bambini iscritti a scuola: 10 milioni

Ragazze iscritte alle scuole primarie: 2,5 milioni

Studentesse universitarie: più di 100.000

Tali conquiste furono tra i cambiamenti più evidenti nella società durante l’ex repubblica.

Da quando sono tornati al potere nell’agosto del 2021, tuttavia, i talebani hanno impedito alle ragazze di frequentare la scuola oltre la sesta elementare e hanno escluso le donne dalle università, annullando gran parte dei progressi compiuti nell’espansione dell’istruzione femminile.

L’entità del coinvolgimento internazionale ha inoltre sollevato interrogativi sull’efficacia con cui i leader politici afghani hanno utilizzato le risorse e le opportunità per creare istituzioni capaci di sopravvivere senza il sostegno militare e finanziario straniero.

L’esperienza afghana è stata talvolta paragonata a quella di paesi come la Corea del Sud e il Giappone, che hanno costruito istituzioni solide e si sono sviluppati rapidamente nei decenni successivi a guerre devastanti, con un significativo sostegno da parte degli Stati Uniti. Le circostanze dell’Afghanistan, tuttavia, erano sostanzialmente diverse, includendo il protrarsi del conflitto armato per gran parte del periodo di 20 anni.

Noorullah Raghi, analista di affari politici, ha sostenuto che i leader politici afghani non sono riusciti a sfruttare appieno il coinvolgimento internazionale.

“Purtroppo, durante i 20 anni della repubblica, i leader politici afghani non hanno avuto né la volontà né la capacità di sfruttare la presenza e l’enorme potenziale della comunità internazionale, in particolare degli Stati Uniti, per l’Afghanistan”, ha dichiarato Raghi ad Amu TV.

Miliardi stanziati per la ricostruzione

L’entità degli investimenti statunitensi è stata enorme. Secondo i dati del SIGAR citati nel rapporto, gli Stati Uniti hanno stanziato circa 144,7 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Afghanistan tra il 2002 e il 2021. DownloadMappe geografiche interattive

Quasi 90 miliardi di dollari sono stati destinati a programmi legati alla sicurezza, tra cui l’addestramento, l’equipaggiamento e il supporto alle forze di sicurezza afghane.

L’investimento ha contribuito alla costruzione di istituzioni, scuole, infrastrutture e forze di sicurezza, favorendo al contempo cambiamenti significativi nell’istruzione, nella partecipazione politica e nella vita pubblica.

Ma il crollo del precedente governo e delle forze di sicurezza nell’agosto del 2021 ha messo in luce profonde debolezze in molte di queste istituzioni.

A cinque anni dal ritorno al potere dei talebani, l’eredità di quei due decenni rimane controversa. L’Afghanistan ha vissuto profondi cambiamenti nell’istruzione, nella partecipazione politica e nella costruzione dello Stato, ma molte delle istituzioni create con il sostegno internazionale si sono rivelate incapaci di sopravvivere alla fine della presenza militare statunitense.

 

Cinque anni di governo talebano: il crescente arsenale di misure repressive contro il giornalismo

Célia Mercier, Redazione RSF, 10 agosto 2026
Da quando i talebani hanno preso il potere a Kabul nell’agosto del 2021, hanno emanato più di venti direttive nazionali e una lunga lista di decreti provinciali volti a smantellare la libertà di stampa. Il giornalismo è sempre più soffocato: criticare il regime è vietato, le donne subiscono severe restrizioni, il dibattito politico è stato messo a tacere e la trasmissione di immagini di esseri viventi è proibita. Reporters Without Borders (RSF) chiede la fine di questa repressione.

Una rete di direttive , decreti e ordini comunicati oralmente da ministeri di fatto ha soffocato il panorama mediatico afghano. Nel gennaio 2026, è stato oltrepassato un ulteriore limite quando il regime ha emanato silenziosamente un nuovo Codice di procedura penale per i tribunali, venuto alla luce grazie a una fuga di notizie. Sebbene il codice non menzioni direttamente la stampa, non offre alcuna protezione ai professionisti dei media e non li esenta dall’applicazione del codice, lasciandoli esposti a minacce legali e pene severe, tra cui la reclusione.

Il nuovo codice prevede pene detentive e fustigazione per chi insulta la leadership dell’Emirato (articolo 23: 20 frustate e sei mesi di carcere) o il leader supremo dei talebani (articolo 19: 39 frustate e un anno di carcere), criminalizzando di fatto qualsiasi critica alle autorità. Punisce anche i contatti con gli oppositori del governo, poiché l’articolo 24 rende obbligatorio segnalare tali contatti alle autorità. Definizioni vaghe di “ribellione”, “sovversione” ed “eresia” sono associate a pene severe, fornendo al regime una nuova e potente arma legale per mettere a tacere i giornalisti.

“In cinque anni, i talebani hanno metodicamente trasformato l’Afghanistan in una prigione per l’informazione. Ogni nuova direttiva restringe ulteriormente lo spazio per i giornalisti e i media indipendenti. Il divieto di critica è ora sancito per legge, codificando formalmente la censura. Le giornaliste sono state praticamente annientate, il dibattito è stato messo a tacere e ogni voce indipendente viene perseguitata. Criminalizzando i professionisti dei media, le autorità di fatto cercano di ottenere il controllo assoluto sul flusso di informazioni. Reporters Without Borders (RSF) chiede l’abrogazione di ogni disposizione che limiti la libertà di stampa. Centinaia di giornalisti afghani sono stati costretti a fuggire dal Paese per sfuggire a questa repressione, salvare le proprie vite e continuare il proprio lavoro, e sia i Paesi di transito che quelli di accoglienza devono riconoscere la portata di questa repressione e il pericolo che la deportazione o il rimpatrio forzato rappresentano per questi professionisti dei media. Questi Paesi devono garantirne la protezione, anche concedendo loro i visti.”

2020-2026: Undici misure per rafforzare la presa dei talebani sul giornalismo

19 settembre 2021 — Le ” 11 regole del giornalismo “, emanate dal Centro di informazione e media governativo (GMIC) di fatto, sotto l’egida del Ministero dell’Informazione e della Cultura.

Principali restrizioni:

  • Non è consentita la pubblicazione di contenuti in contraddizione con l’Islam.
  • Le attività dei media non devono offendere le personalità nazionali.
  • Le notizie non verificate o confermate dalle autorità devono essere trattate con cautela.
  • È necessario evitare contenuti ritenuti in grado di influenzare negativamente l’opinione pubblica o il morale.
  • La rendicontazione dettagliata deve essere coordinata con l’ufficio GMICs.

 

25 settembre 2021 — Il Ministero dell’Informazione e della Cultura vieta qualsiasi riferimento al governo talebano con un nome diverso da “Emirato Islamico dell’Afghanistan”.

22 novembre 2021 — Il Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio emana una direttiva che vieta ai giornalisti di intervistare analisti critici nei confronti dei talebani o di invitarli a partecipare a dibattiti televisivi.

Novembre 2021 — Il Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, in nome dei “valori islamici”, emana un codice di abbigliamento per le presentatrici televisive. Secondo la direttiva , le donne che appaiono in televisione devono coprirsi il volto, lasciando visibili solo gli occhi.

Marzo 2022 — Il Ministero dell’Informazione e della Cultura vieta la ritrasmissione dei contenuti di Voice of America ( VOA ) e Radio Free Europe/Radio Liberty ( RFE/RL ), entrambe emittenti finanziate dagli Stati Uniti, citando una “mancanza di rispetto dei principi giornalistici”, secondo quanto affermato da un funzionario del Ministero dell’Informazione talebano.

20 luglio 2022 — “Criticare” i funzionari politici è considerato contrario alla legge islamica, secondo una dichiarazione del Mullah Haibatullah Akhundzada, leader supremo dei talebani.

Aprile 2024 — Il Ministero della Giustizia annuncia l’abrogazione della Legge sulla Stampa del 2015.

 

21 luglio 2024 — A fine luglio, la Guida Suprema firma una nuova legge sulla promozione della virtù e la prevenzione del vizio.

Il testo vieta la trasmissione di qualsiasi immagine raffigurante esseri viventi, un divieto che da allora è stato applicato in oltre venti province.

21 settembre 2024 — Il Ministero dell’Informazione e della Cultura emana nuove restrizioni per le emittenti:

  • Le trasmissioni politiche in diretta sono vietate.
  • I media possono invitare ospiti solo da una lista di “esperti” approvata dai talebani.
  • È vietato criticare le leggi e le politiche dei talebani in diretta televisiva.

 

Marzo 2025 — La Direzione provinciale dell’informazione e della cultura di Kandahar pubblica le “ Linee guida essenziali per le stazioni radio di Kandahar “:

  • Nei programmi radiofonici e nei reportage, il leader talebano deve essere indicato esclusivamente come “Amir al-Mu’minin” (Comandante dei Credenti) e il regime unicamente come “Emirato Islamico”.
  • Le voci femminili sono severamente vietate nelle trasmissioni radiofoniche.

Gennaio 2026 — Il leader supremo delle autorità de facto promulga un nuovo Codice di procedura penale per i tribunali. Il codice è un nuovo strumento giuridico permanente che conferisce ai giudici talebani poteri illimitati e incontrollati per reprimere le voci critiche nei confronti del regime.

 

Le fustigazioni pubbliche: uno strumento di controllo sociale dei talebani

Nimrokh, 26 agosto 2026

Secondo una nuova ricerca dell’Afghanistan Human Rights and Democracy Organization (AHRDO), almeno 2.745 persone sono state fustigate in 633 episodi documentati tra il 2022 e il 21 aprile 2026. Il rapporto afferma che, durante il secondo periodo di governo dei talebani, le fustigazioni pubbliche sono passate dall’essere una punizione applicata occasionalmente a diventare un meccanismo diffuso e istituzionalizzato di punizione e controllo sociale. Esse sono accompagnate da arresti arbitrari, privazione del diritto a un processo equo e interferenze nella vita privata dei cittadini.

Il rapporto, intitolato “Fruste del potere, spettacolo del controllo: documentazione delle fustigazioni pubbliche dei talebani, 2022–2026”, è stato pubblicato nell’agosto 2026. L’analisi dei dati e la redazione di alcune parti sono state realizzate in collaborazione con la Global Rights Innovation Lab Clinic della School of Law dell’Università della California, Berkeley. La ricerca si basa sugli annunci ufficiali della Corte Suprema dei talebani, su fonti accessibili al pubblico e su 23 testimonianze di vittime e testimoni. Esamina sia le dimensioni del fenomeno delle fustigazioni sia le istituzioni coinvolte.

I leader talebani giustificano le punizioni corporali sulla base della loro interpretazione della sharia. Hibatullah Akhundzada, leader dei talebani, ha ufficialmente ripristinato l’applicazione delle punizioni previste dalla loro interpretazione della legge islamica nel novembre 2022 e nel 2024 ha difeso pubblicamente questo approccio. Da allora, l’applicazione delle fustigazioni si è estesa in tutto il Paese.

Il database del rapporto registra 633 episodi di fustigazione fino al 21 aprile 2026, nei quali sono state punite 2.745 persone: 1.761 uomini, 422 donne e 562 persone il cui sesso non era specificato nella fonte originale. I dati annuali comprendono 347 persone nel 2022, 178 nel 2023, 593 nel 2024 e 1.074 nel 2025. Nei primi quattro mesi del 2026 sono state registrate altre 553 persone.

Le fustigazioni sono state registrate in tutte e 34 le province dell’Afghanistan. Per numero di persone coinvolte, Kabul presenta il dato più elevato, seguita da Khost, Sar-e Pol, Takhar e Parwan. La ricerca avverte che i dati disponibili sono probabilmente inferiori alla realtà, perché una parte significativa delle informazioni proviene dagli annunci pubblici della Corte Suprema dei talebani e i casi non annunciati sono più difficili da registrare e verificare. I ricercatori hanno raccolto complessivamente 516 comunicati della Corte Suprema tra febbraio 2022 e aprile 2026.

Anche le modalità di applicazione delle punizioni sono cambiate. Più del 92% delle 1.074 persone registrate nel 2025 è stato punito collettivamente. Il rapporto conclude quindi che l’aumento delle fustigazioni non dipende soltanto dall’aumento del numero degli episodi, ma anche dalla diffusione di punizioni collettive che coinvolgono un numero maggiore di imputati per ogni sentenza.

La natura delle accuse mostra che le punizioni corporali sono ampiamente collegate al controllo esercitato dai talebani sulla “moralità” e sulla vita privata delle persone. Tra le persone registrate, 622 erano accusate di rapporti “illeciti” o al di fuori del matrimonio, 468 di adulterio e 453 di reati legati alla sodomia o all’omosessualità. I reati di furto e rapina a mano armata riguardano complessivamente 855 persone.

Il rapporto individua 50 categorie di accuse e afferma che alcune di esse, in particolare la cosiddetta “fuga da casa” e alcuni reati definiti morali, non hanno una base giuridica chiara né nel Codice penale afghano del 2017 né nel quadro delle pene hudud esaminato.

Le donne affrontano rischi specifici all’interno di questo sistema. Una delle vittime, che aveva lasciato casa per fuggire da un matrimonio forzato e dalla violenza familiare, è stata arrestata, non ha avuto accesso a un avvocato ed è stata condannata a 39 frustate e nove mesi di carcere. Ha raccontato di aver perso conoscenza durante la fustigazione, di essere rimasta gravemente ferita e di non essere stata in grado di camminare, senza tuttavia ricevere assistenza medica.

Un’altra donna, che aveva lasciato casa per sfuggire a un matrimonio non desiderato, è stata condannata a 26 frustate e un anno di carcere. Dopo il rilascio ha raccontato di soffrire di incubi, attacchi d’ansia, isolamento sociale e pensieri di autolesionismo.

Le 23 testimonianze esaminate comprendono 15 donne, sette persone appartenenti alla comunità LGBTQ+ e il racconto del padre di una donna che non era in grado di parlare personalmente. Le testimonianze descrivono gravi danni fisici e psicologici.

Le vittime hanno riferito di essere state colpite con fruste di cuoio e gomma, corde e cinture e, in un caso, con una frusta alla quale erano state attaccate delle monete per provocare ferite maggiori. Lividi, lacerazioni della pelle, ferite aperte, gonfiore e infezioni sono state conseguenze frequenti. Alcune persone hanno perso conoscenza dopo la punizione o non sono più state in grado di camminare; la maggior parte non ha ricevuto cure mediche.

Il rapporto riferisce inoltre di percosse durante gli arresti, confessioni forzate, scosse elettriche e presunti casi di abusi e violenze sessuali. Vengono segnalate anche conseguenze psicologiche a lungo termine, tra cui incubi, disturbi del sonno, ansia, vergogna, umiliazione e isolamento sociale.

Il rapporto parla anche della diffusa assenza delle garanzie di un processo equo. La maggior parte delle vittime i cui casi sono arrivati in tribunale non aveva un avvocato difensore, non poteva contestare le prove né presentare testimoni e, in alcuni casi, non aveva nemmeno la possibilità di difendersi.

Tra i casi in cui si è svolto un processo, soltanto due prevedevano la presenza di un avvocato e, in uno di questi, all’avvocato non è stato consentito di parlare. Alcune vittime sono state fustigate senza processo o senza una sentenza giudiziaria.

Il ruolo delle istituzioni

L’Afghanistan Human Rights and Democracy Organization sostiene che le punizioni corporali siano state ulteriormente consolidate con l’approvazione, nel 2024, della legge sulla promozione della virtù e sulla prevenzione del vizio e con le nuove norme penali dei talebani del 2026.

La legge sulla promozione della virtù ha creato una rete nazionale di circa 3.300 funzionari incaricati di controllare la moralità, dotati di ampi poteri per controllare l’abbigliamento, il comportamento e l’accesso ai servizi da parte della popolazione, oltre che per arrestare le persone.

Secondo i dati del rapporto, 352 dei 516 comunicati relativi alle fustigazioni registrati — pari al 68,2% — sono stati pubblicati dopo l’approvazione di questa legge nell’agosto 2024.

La ricerca ricostruisce inoltre una catena di responsabilità istituzionale: il Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio e le istituzioni di intelligence partecipano all’identificazione e alla sorveglianza; la polizia e la Direzione generale dell’intelligence sono coinvolte negli arresti, nei trasferimenti, nella detenzione e negli interrogatori; i tribunali talebani esaminano i casi ed emettono le sentenze; la Corte Suprema svolge un ruolo centrale nella conferma e nella pubblicizzazione di molte sentenze.

In diverse testimonianze, le autorità talebane avrebbero eseguito direttamente le fustigazioni senza l’intervento di un tribunale.

Delle 2.745 persone registrate, 2.390, cioè l’87%, sono state condannate anche al carcere oltre che alla fustigazione.

Il punto di vista del diritto internazionale

Dal punto di vista del diritto internazionale, gli autori del rapporto sottolineano che i risultati costituiscono elementi che richiedono ulteriori indagini e non devono essere considerati equivalenti a una sentenza giudiziaria definitiva.

Tuttavia, il rapporto conclude che le fustigazioni pubbliche sono in contrasto con il divieto assoluto di tortura previsto dal diritto internazionale e violano diritti fondamentali quali il diritto alla salute, alla privacy, alla libertà di movimento, alla libertà di espressione e di riunione, alla non discriminazione e a un processo equo.

Secondo l’analisi giuridica del rapporto, i comportamenti documentati potrebbero contenere gli elementi costitutivi di diversi crimini contro l’umanità, tra cui tortura, imprigionamento o grave privazione della libertà, persecuzione e altri atti inumani, nonché di alcuni crimini di guerra previsti dallo Statuto di Roma.

Il rapporto ricorda che, nel luglio 2025, la Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto nei confronti di Hibatullah Akhundzada e Abdul Hakim Haqqani, capo della Corte Suprema dei talebani, con l’accusa di crimini contro l’umanità consistenti in persecuzione di genere.

Questi mandati non sono stati emessi direttamente a causa delle fustigazioni pubbliche, ma l’AHRDO considera le pratiche documentate nella ricerca parte di un modello più ampio di persecuzione e discriminazione basata sul genere.

L’organizzazione chiede al procuratore della Corte penale internazionale di esaminare le prove contenute nel rapporto nell’ambito delle indagini in corso sull’Afghanistan e invita gli esperti delle Nazioni Unite e i governi a tenere conto dei risultati negli sforzi internazionali per garantire responsabilità e giustizia.

Il rapporto chiede inoltre il riconoscimento formale dell’“apartheid di genere” in un futuro trattato sui crimini contro l’umanità e invita i talebani ad abolire le fustigazioni e le leggi, i decreti e gli ordini che autorizzano le punizioni corporali e le restrizioni discriminatorie.

Conclusione

Secondo il rapporto, le fustigazioni eseguite negli stadi, nelle piazze pubbliche e nei cortili dei tribunali, davanti a folle che talvolta vengono radunate o costrette ad assistere, costituiscono una parte di un sistema coordinato di controllo.

Questo sistema, secondo l’AHRDO, parte dalla sorveglianza e dall’identificazione delle persone e prosegue con arresto, processo, punizione pubblica e, in molti casi, detenzione.

Nella prospettiva del rapporto, quindi, la fustigazione ha superato la funzione di semplice punizione individuale ed è diventata uno “spettacolo del controllo”.

L’Afghanistan Human Rights and Democracy Organization (AHRDO) è un’organizzazione indipendente e non profit che si occupa di ricerca e documentazione delle violazioni dei diritti umani, difesa dei diritti delle vittime, pace e dialogo e conservazione della memoria pubblica delle vittime della guerra in Afghanistan.

Fonte: rapporto Fruste del potere, spettacolo del controllo: documentazione delle fustigazioni pubbliche dei talebani, 2022–2026, Afghanistan Human Rights and Democracy Organization (AHRDO), agosto 2026.

Se vuoi, posso anche riassumertelo in 10 righe in italiano, evidenziando tesi principale, dati più importanti e conclusioni sui diritti umani.

Afghanistan cinque anni dopo


Enrico Campofreda, Confronti, 25 agosto 2026

A cinque anni dall’instaurazione dell’incubo dell’Emirato afghano, che la diplomazia statunitense nei mesi precedenti l’agosto 2021 aveva accettato e avallato prima di fare le valigie per Washington, alcune attiviste della sempreverde Rawa (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan), in continuo contatto con il Coordinamento italiano sostegno donne afghane (Cisda), hanno risposto alle domande poste da giornaliste e attiviste italiane collegate in conferenza stampa.

La resistenza nella clandestinità

Un incontro virtuale, ma vivacissimo. A migliaia di chilometri di distanza, la rete, con le precauzioni del caso viste le possibili conseguenze che loro stesse spiegano, ha consentito a Nihal, Bahin e ad altre giovani attiviste di illustrare ciò che i loro occhi vedono quotidianamente e ciò che le loro menti e le loro mani fanno: in clandestinità e con immensa determinazione. Applicando ogni stratagemma, alla maniera in cui anni addietro incontrammo una nota militante dell’epoca, spuntata da sotto un burqa. Una fase in cui non governavano i talebani, ma gli amici dell’Occidente, sempre comunque infidi per le donne.

«I talebani non sono cambiati, sono solo diventati più spietati. Rispetto ai tempi passati hanno maggiore supporto finanziario e accesso alla tecnologia, così possono controllare la vita privata delle persone».

«Hanno anche ricevuto maggiore sostegno internazionale, di fatto sono stati normalizzati. Sapete che da tempo vietano alle giovani l’accesso alla scuola secondaria e all’università, impediscono il lavoro femminile, oltre a controllarne, direttamente o tramite gli uomini di famiglia, i movimenti e la presenza nella società. Subiamo una segregazione sistematica».

«Alle donne è vietato di vivere, vengono segregate in quanto donne, non hanno accesso a nulla, non possono fare nulla».

«Il genere femminile è soggetto a condizionamenti restrittivi, non viene colpito solo nell’istruzione, sul lavoro, nell’abbigliamento: siamo assediate nella privacy. Ormai lo stesso lavoro casalingo può subire la censura dei controllori».

«Un esempio: se vogliamo ottenere una Sim card dobbiamo mostrare la carta d’identità elettronica; questa consente a chi vuole controllarti di ricevere ogni informazione, comprese quelle biometriche. In alcune province periferiche alle donne è proibito avere una Sim card personale e, se la ricevono attraverso il marito o parenti maschi, ecco che il controllo si allarga alla famiglia».

«La rete viene utilizzata a scopo coercitivo dal Ministero del Vizio e della Virtù: si inducono impiegati e funzionari all’ascolto delle chiamate. Ultimamente, a Herat, sono state individuate partecipanti a incontri di piazza tramite i loro cellulari».

«Ormai, quando usiamo i telefoni, quando parliamo o ci connettiamo a Internet, diamo al sistema di controllo talebano la possibilità di individuarci».

«I talebani dicono che tutto è normale, ma in troppe zone questa normalità non esiste. Nel Nord del Paese, nel Badakhshan, ad esempio, ci sono state manifestazioni contro il regime; i miliziani le hanno attaccate perché accusano quegli abitanti di fede ismailita [una corrente dell’Islam sciita] di non essere musulmani».

«Il sostegno che possiamo ricevere dall’esterno, anche solo diffondendo le notizie che non passano nel circuito mediatico, risulta importantissimo. Nelle nostre strutture lavoriamo pure con il supporto di uomini a noi solidali, prevalentemente in famiglia. Le squadre sanitarie non sarebbero possibili senza le figure maschili indispensabili per gli spostamenti di noi tutte, secondo le normative vigenti sul mahram [come l’obbligo di accompagnamento delle donne da parte di un familiare maschio consanguineo]».
«E ci sono uomini che contribuiscono al lavoro domestico, alla cura dei figli, cose semplici ma di enorme aiuto fisico e mentale. Questa vicinanza ci rende più forti, capaci di lavorare senza stress».

Istruzione e solidarietà

«Fra gli impegni consolidati della nostra associazione, l’istruzione femminile resta centrale. Continuiamo a gestire scuole nelle province di Herat, Farah, Bamyan, Badakhshan, Kabul, Jalalabad e soprattutto Nangarhar, nonostante i talebani abbiano chiuso centri che potevano operare alla luce del sole. Oggi abbiamo corsi clandestini in queste aree; le insegnanti sono ben radicate nei luoghi, conoscono a fondo la popolazione. C’è stata una perquisizione talebana in un corso a Bamyan, quando i miliziani sono entrati nel locale domandando: “Cosa fate in queste classi?”. La risposta è stata: “Studiamo il Corano”. Le insegnanti istruiscono le partecipanti, le abituano a dichiarare al più l’apprendimento di sartoria e artigianato, mai dell’istruzione generale e della lingua inglese. Così anche le consolidate strutture che avevamo aperto nel periodo dell’occupazione Nato continuano a esistere, ma operano in modo diverso. Alle Ong locali l’attuale governo impedisce la realizzazione di progetti come l’alfabetizzazione; accettano quelli che distribuiscono beni e servizi a donne e famiglie. Per finanziarli bisogna pagare una tangente, non sempre riesce ma ci si prova, e usare stratagemmi burocratici: sostituire la parola “donne” con “famiglia”. Mentre la prima attira l’immediata censura, il medesimo progetto rivolto alla “famiglia” magari riesce a passare».

«Esiste il tentativo, a metà strada fra la geopolitica istituzionale che coinvolge le stesse Nazioni Unite e il soft power del turismo internazionale, che mostra filmati di località del Paese decontestualizzate dalla realtà. Alcuni palazzi di Kabul o il complesso dei laghi Band-e Amir a Bamyan aiutano certamente il regime a sostenere che tutto è sotto controllo e la sicurezza è garantita. Si tratta di operazioni di propaganda sostenute dagli stessi talebani: divulgano notizie falsate per nascondere quel che viene fatto contro le donne e l’intera popolazione».

«Pur nella difficoltà di movimento e nei controlli del web, Rawa conserva rapporti con il mondo sociale e politico, in Italia come in Iran. La repressione che le iraniane hanno conosciuto in questi anni non è diversa dalla nostra riguardo a carcerazione, tortura, esecuzioni pubbliche».

«Gli eventi estremi penalizzano ancor più le donne. Penso alla situazione appresa da una nostra squadra sanitaria che aveva prestato soccorso in occasione del terremoto nella zona di Herat. C’erano donne ancora sepolte sotto le macerie che non potevano essere estratte perché non avevano attorno parenti di sesso maschile. L’autorità talebana non lo permetteva. A Paktia, ad alcuni membri del nostro gruppo portatori di medicinali è stato imposto di consegnare il materiale alle guardie talebane, che peraltro sostenevano bisognasse curare innanzitutto gli uomini, senza privilegiare donne e bambini».

«Il lavoro di Rawa, avviato nel 1977, è stato molto complesso nelle varie fasi attraversate dal nostro Paese; noi lo proseguiamo. Non ci arrenderemo mai, non rinunceremo al nostro obiettivo: lottare contro il fondamentalismo islamico e l’imperialismo statunitense per la liberazione dell’Afghanistan. Certo, l’attuale situazione è difficilissima. All’arrivo del secondo Emirato avevamo lanciato manifestazioni di strada; abbiamo scelto di rinunciare perché ci esponevano a una durissima violenza. Siamo tornate in clandestinità per salvare noi stesse e le iniziative che continuiamo a svolgere, iniziative che creano sostegno e coscienza sociali. La quotidianità è durissima per tutti, figurarsi per noi donne militanti. Dobbiamo salvaguardare la vita. Gli arresti di donne avvengono frequentemente sotto la giurisdizione dei controllori del Ministero del Vizio e della Virtù; l’uso “improprio” dell’hijab è un pretesto diffuso per incarcerare. Trasferite nei luoghi di detenzione, le donne vengono maltrattate, molestate sessualmente o violentate; gli stupri nelle carceri si ripetono frequentemente. In qualche caso, soprattutto fra le comunità rurali, la popolazione è solidale e si ribella, ma non riesce a scalfire il potere dell’abuso imposto da un fondamentalismo che nei decenni ha avuto vari volti, attualmente quello talebano».

Il circuito della sopravvivenza

Chi le ha potute avvicinare di recente, naturalmente con una doppia clandestinità, la propria e delle interlocutrici, ne evidenzia intelligenza, inventività, scaltrezza accanto alla ben nota dignità e al caparbio coraggio. Protagoniste sempre loro, le donne afghane, che evadono dalla doppia prigionia del clima misogino imposto dell’Emirato e di tanti uomini che in casa propria cedono mogli, figlie, sorelle ai voleri vessatori di Hibatullah Akhundzada, guida suprema dei talebani. Alcuni lo fanno solo per paura e viltà, ma tant’è, il risultato non cambia. Così loro, ragazze e donne adulte coscienti dei rischi che corrono, eppure convinte che l’unica vita a disposizione non può essere sprecata e sacrificata a una sottomissione, zigzagano e si insinuano negli spiragli della burocrazia. Incredibile eppur vero, riescono ad aggirare taluni ostacoli degli oltre cento divieti del “decreto dell’esclusione”. In quelle minute fessure si può far passare una scuola mascherata da luogo di meditazione. Complici i non molti uomini non maschilisti, un’impresa casalinga può essere avviata fra le pareti domestiche visto che in osservanza ai costumi della morale e dell’abbigliamento, alcune donne si propongono come imprenditrici e lo sono a tutti gli effetti. C’è l’obbligo di indossare burqa, chador o addirittura il niqab? Nessun problema, queste donne accettano pur di poter sviluppare i propri affari e non rimanere bloccate ed emarginate. Devono ritrovarsi in luoghi chiusi e appartati? Perfetto. Loro usano i locali per proporre produzioni di sartoria, profumeria (entro certi limiti è ammessa), ma pure artigianato tradizionale o rivisitato, fino addirittura a celare allenamenti di fitness in strutture che propongono fisioterapia riabilitativa. Non possono spostarsi per mancanza d’un mahram?

Si collegano via Zoom e social. Vengono tracciate da techno-talebani? Si attrezzano per proteggere i collegamenti informatici da hackeraggi e schedature. Insomma sono vive, vegete, intuitive e combattive. Certo, sono una minoranza ma è questo “carsismo” a preservare la speranza di trasformazione possibile. E soprattutto la diffusione di ideali che restituiscano alle donne il ruolo primario che le spetta, combattendo il patriarcato dei costumi, il fondamentalismo religioso, il maschilismo violento oggi incarnato dal potere talebano ma diretta emanazione del peggior pashtunwali [il codice etico e tribale non scritto che regola la vita e il comportamento del popolo pashtun]. Non quello che riconosce l’ospitalità e il diritto d’asilo, bensì quello delle tre zeta – Zan (“donna”), Zar (“oro/ricchezza”), Zameen (“terra/proprietà”): ovvero le tre cause principali di conflitto, faida e violazione dell’onore nella cultura pashtun – che considera le donne alla stregua di beni e terra, rendendole un oggetto subordinato alle imposizioni tribali e maschili.

Foto: Manifestazione della Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (RAWA) a Peshawar © RAWA, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons

Enrico Campofreda è  giornalista e scrittore

Le donne in Afganistan: l’apartheid sessuale che il mondo fa finta di non vedere. E che ci riguarda tutte e tutti.

monicalanfranco.substack.com 22 agosto 2026

Le voci arrivano chiare, ma spesso il collegamento cade: non si tratta di una call tra le tante: è la conferenza stampa, realizzata da Cisda (Collegamento Italiano Sostegno Donne Afgane) a pochi giorni dal 15 agosto, triste anniversario di quando i talebani ripresero, 5 anni fa, il controllo del paese.

Non è una data felice per Nihal, Bahin e le altre, che si alternano a rispondere, da diverse località afgane, rigorosamente senza video e con nomi di fantasia, perché non è sicuro per loro essere in collegamento con una trentina di giornaliste e attiviste italiane.

Sono le donne di Rawa (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan), la più antica organizzazione femminista e laica afghana, fondata a Kabul nel 1977 da Meena Keshwar Kamal.

Rawa lotta da allora per i diritti umani, per la scolarizzazione delle bambine e delle ragazze, la democrazia e la giustizia sociale, opponendosi a ogni forma di fondamentalismo e occupazione. Conobbi Rawa per la prima volta nel 2001, quando una delle sue attiviste, la allora giovane Orzala Ashraf Nemat, partecipò a Genova all’appuntamento femminista PuntoG-Genova, genere, globalizzazione a giugno 2001, un mese prima del G8. La ricordo, emozionata e timida, senza velo, sfilare da sola accanto ad una donna con indosso il burka. Una denuncia silenziosa e tangibile del carcere portato letteralmente addosso dalle donne nel suo paese. Nel corso di queste settimane quasi tutti i giornali, le radio e le tv hanno parlato dell’anniversario, ma pochi media hanno illuminato la condizione delle donne, citata sì perché non farlo è inevitabile, ma mettendo insieme la loro cancellazione con le condizioni economiche, la povertà, la fame e denutrizione dell’infanzia: insomma il fatto che metà della popolazione per motivi religiosi sia in condizione di schiavitù non sembra un problema. Un reportage come quello di Sarah Little su The economist che scrive “In Afghanistan, e in molti altri luoghi, le donne sono trattate in modo orribile. I talebani rappresentano l’estremo opposto di un continuum globale di restrizioni alla vita delle donne, che è davvero raro da trovare”. Viene il sospetto che, se si tratta di donne, sia meglio annacquare il brodo dell’indignazione se si toccano argomenti come il fondamentalismo religioso islamico, per evitare di incorrere in critiche che toccano presunte e varie sensibilità: una denuncia fatta da sinistra per tutta la vita da molte attiviste femministe, come la compianta Marieme Helie Lucas, morta ad agosto, sulla quale trovate informazioni qui

Cosa sono riuscite a dirci le attiviste collegate nell’ora e mezza di colloquio?

“Intanto, cinque anni dopo, i talebani non sono cambiati. L’unica cosa forse diversa è che sono diventati più spietati, – raccontano-. Ora hanno un forte supporto finanziario e accesso alla tecnologia ed è così che controllano la privacy delle persone, rendendo difficili e pericolosi i contatti con l’esterno. Ci sono molti esempi. Per ottenere una sim card dobbiamo mostrare la nostra carta d’identità elettronica, attraverso la quale è possibile ottenere tutte le informazioni, comprese quelle biometriche, che ci riguardano. Inoltre, soprattutto in alcune province lontane dal centro dell’Afghanistan, le donne non possono ottenere sim card a proprio nome. Ciò significa che i talebani ottengono informazioni sulle famiglie, sugli uomini della famiglia per controllarli. In alcune zone dell’Afghanistan la rete viene utilizzata per sapere quando due o tre persone parlano tra loro: il Ministero del Vizio e della Virtù utilizza la rete per questo. I funzionari ascoltano le voci di persone che parlano di questioni specifiche. In alcune province, come quella di Herat, hanno individuato chi ha partecipato alle manifestazioni di protesta tramite i numeri delle loro schede sim, rivolgendosi agli operatori delle telecomunicazioni e chiedendo loro di fornire le registrazioni vocali”.

I talebani, raccontano le attiviste, hanno anche ricevuto sostegno internazionale, da quel tremendo agosto, quando le immagini televisive ci rimandavano le disperate braccia tese di madri e padri che sollevavano in alto bambini e bambine oltre le reti, sperando che, dall’altra parte, ci fosse chi li avrebbe presi, ora che era chiaro che loro non ce l’avrebbero fatta a partire con i pochi aerei che stavano lasciando il suolo afgano.

“Da allora i talebani sono stati normalizzati- è l’accusa delle attiviste-. Ancora oggi alle ragazze è vietato l’accesso alle scuole secondarie e alle università. Siamo estromesse dal mondo del lavoro e dalla vita pubblica; i movimenti, l’abbigliamento, lo stare nello spazio pubblico, tutto è sottoposto ad un controllo rigidissimo. Non solo è vietato alle donne l’accesso agli uffici o il lavoro fuori casa, ma è vietato anche il lavoro da casa, e quindi è bandita qualsiasi attività produttiva. Non si tratta di qualche singola imposizione, ma di una segregazione sistematica. Per questo la chiamiamo apartheid sessuale: l’esclusione e il controllo sistematici delle donne, semplicemente perché sono donne”.

Molto delicata e purtroppo negativa la situazione delle relazioni con la comunità internazionale.

“I governi e le Nazioni Unite riconoscono indirettamente il governo talebano, e questo dà loro forza. Quando gli Stati Uniti o l’Onu danno ai talebani, ogni settimana, 40 milioni di dollari, direttamente o indirettamente, questa è una sorta di riconoscimento da parte di un altro paese. E poi c’è il fenomeno del ‘turismo’: quando alcune persone provenienti da fuori dell’Afghanistan, dicendosi visitatori o turisti, girano video in Afghanistan, ad esempio per le strade di Kabul e mostrano che non ci sono problemi di sicurezza, che va tutto bene, questo dice al mondo che in Afghanistan le cose sono normali. Ma le persone che vengono da quei paesi mostrano al mondo un’immagine idilliaca dell’Afghanistan e il mondo non vedrà i fatti reali. Anche questo è una sorta di riconoscimento. I video su YouTube sono visti da persone in tutto il mondo, ma in realtà sono dei falsi perché alcuni di questi YouTuber sono sostenuti dai talebani che li sostengono finanziariamente per i loro obiettivi. Parlano solo di cibo, di luoghi per picnic: ma nessuno parla di povertà, della situazione delle donne. Secondo noi anche questo fa parte del progetto che sta normalizzando i talebani. Normalizzano le diverse regole che vengono applicate quotidianamente contro le donne, contro i bambini, contro tutto il popolo afghano”.

In questa situazione sembra difficile pensare che ci siano uomini che sostengono l’azione di Rawa, che ora è diventata quasi impossibile visto che i progetti in ambito educativo sono vietati. Il governo non accetta questo tipo di attività se riguardano l’istruzione femminile. Ad esempio vengono accettati solo progetti che distribuiscono beni e servizi alle famiglie. Ad una organizzazione umanitaria che stava preparando una proposta per un progetto il governo ha cambiato la parola “donne” nel testo.

I talebani hanno detto loro di usare “famiglia” al posto di “donne”, perché la parola “donne” è vietata anche sui documenti firmati dal Ministero dell’Istruzione, dal Ministero dell’Economia, dal Ministero del Lavoro e da altri ministeri simili. Eppure qualche squarcio di luce arriva se si chiede alle attiviste se ci siano uomini che le supportano.

“Nella situazione attuale è anche grazie al supporto dei membri maschili della famiglia se riusciamo a esistere perché in alcune attività che svolgiamo l’aiuto degli uomini della famiglia è indispensabile. Ad esempio quando abbiamo squadre sanitarie in diverse province dell’Afghanistan, ci avvaliamo dell’aiuto degli uomini della famiglia durante gli spostamenti e abbiamo il loro supporto. Durante gli spostamenti, quando i talebani chiedono informazioni sul mahram [familiare maschio che deve accompagnare le donne ndr], quando chiedono “C’è un membro maschile della vostra famiglia?”, ad esempio un marito, un fratello o un padre, ci sono i nostri amici, i nostri familiari che ci aiutano a essere forti, a viaggiare da una provincia all’altra dell’Afghanistan. E questa lotta, queste attività, senza l’aiuto dei membri maschili della nostra famiglia sarebbero impossibili, perché le donne non possono uscire di casa senza uomini. Se a casa ci sono bambini o bambine gli uomini delle attiviste di Rawa aiutano le donne con le faccende domestiche, con la cura dei bambini. Sono cose molto semplici, ma di grande aiuto per le donne, perché le rendono forti, capaci di lavorare con una mente lucida e senza lo stress derivante dalle difficoltà domestiche, dai figli, dalle faccende di casa e anche dalle regole dei talebani”.

L’impotenza di fronte a questa situazione si fa angosciosamente strada mentre ascoltiamo le loro parole che vanno e vengono durante il collegamento e dunque viene spontaneo chiedere loro se e come possiamo aiutarle, di cosa c’è bisogno da qui, da noi, che calchiamo lo stesso pianeta eppure a qualche ora di aereo sappiamo che loro vivono in una dimensione che sembra un film distopico e terrorizzante.

“Ogni volta che vi diciamo che siete con noi e che siete la voce delle donne afghane è molto importante per noi. Il fatto che vi interessiate alla situazione in Afghanistan e che ne parliate ad altre donne, ad altre persone nel mondo, è una forma di sostegno che ci aiuta a crescere e a migliorare.

Inoltre, il fatto che informiate i popoli del mondo sulla situazione in Afghanistan è molto importante per noi e apprezziamo molto questo tipo di attività che svolgete per le donne afghane.

Potete sostenerci anche attraverso il vostro aiuto finanziario, attraverso i discorsi che fate su di noi, attraverso le opportunità che ci date di parlare, di essere la voce delle donne afghane. Questo è il tipo di sostegno che ci offrite e ve ne siamo molto grate”.

 

Cpi separa indagine sui taliban dal dossier Usa, incerto il futuro delle donne afghane

euronews.com 20 agosto 2026

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I giudici della Corte penale internazionale avrebbero chiesto un’indagine autonoma sulla persecuzione delle donne imposta dai taliban, scissa dall’inchiesta sui presunti crimini USA in Afghanistan. Attivisti afghani temono che ciò indebolisca la giustizia complessiva.

Cinque anni dopo che l’Afghanistan è caduto nelle mani dei talebani con la presa di Kabul, la Corte penale internazionale (ICC) avrebbe separato l’indagine sui crimini dei talebani dal più ampio fascicolo sull’Afghanistan, una mossa che potrebbe attenuare le pressioni di Washington sulla Corte.

Secondo Middle East Eye, i giudici della Camera preliminare II dell’ICC hanno ordinato ai procuratori di aprire un’indagine autonoma sulle presunte persecuzioni delle donne da parte dei talebani, separandola dall’inchiesta di lungo corso sull’Afghanistan, che comprendeva anche i presunti crimini del personale statunitense.

La Camera avrebbe rilevato che la condotta dei talebani dal 2021 è “sostanzialmente diversa” da quella che l’indagine originaria era stata autorizzata a esaminare e ha disposto l’apertura di un’inchiesta separata.

L’Ufficio del procuratore dell’ICC non ha voluto né confermare né smentire la decisione a Euronews, ma ha lasciato intendere che i talebani sono al centro dell’indagine.

“L’indagine è focalizzata sulla leadership talebana e sui presunti crimini di persecuzione delle donne e degli oppositori politici, tra cui la privazione di diritti fondamentali, arresti sistematici e torture”, ha dichiarato un portavoce.

“L’Ufficio del procuratore non è in grado di fornire ulteriori commenti sull’indagine, né sull’esistenza o la non esistenza di qualsiasi presunto documento della Corte che non sia pubblico”, ha aggiunto il portavoce.

“Profondamente inquietante”

Shaharzad Akbar, ex presidente della Commissione indipendente per i diritti umani dell’Afghanistan e oggi ricercatrice al Wolfson College di Oxford, non ha usato mezze parole sulla scelta di scindere le indagini.

“Qualsiasi giustizia selettiva è profondamente inquietante”, ha detto Akbar a Euronews. “È anche allarmante sentire che le prepotenze, le intimidazioni e gli attacchi degli Stati Uniti contro la Corte influenzano le decisioni sulle indagini”.

Akbar ha spiegato che le organizzazioni della società civile afghana “hanno ripetutamente chiesto alla ICC indagini complete su tutte le accuse che rientrano nel suo mandato”, comprese quelle contro le forze statunitensi, e ha definito il comportamento di Washington nei confronti della Corte per tutta la durata dell’inchiesta “scioccante e vergognoso”.

Le accuse contro il personale statunitense in Afghanistan riguardano soprattutto gli abusi documentati sui detenuti nelle strutture di detenzione della CIA nel Paese, tra cui il sito nero Salt Pit a nord di Kabul, e il comportamento degli interrogatori militari statunitensi.

Il rapporto del 2014 del Comitato di intelligence del Senato americano sul programma di detenzione e interrogatori della CIA ha accertato che i detenuti sono stati sottoposti a waterboarding, privazione del sonno e altri metodi che costituiscono degradazione e tortura.

Il giorno successivo, il Dipartimento di giustizia statunitense ha annunciato che non avrebbe aperto nuove indagini penali sulla base di quelle conclusioni. Ha inoltre dichiarato che, se un governo straniero avesse emesso un mandato di arresto contro un ufficiale statunitense in relazione al programma, non lo avrebbe eseguito.

Nessun governo statunitense ha mai riconosciuto abusi da parte del personale militare o della CIA in Afghanistan.

Durante il primo mandato del presidente USA Donald Trump, la Casa Bianca ha applaudito una decisione iniziale della ICC che rifiutava di aprire un’indagine formale sulle azioni del personale statunitense in Afghanistan, definendola “una grande vittoria internazionale” per “i patrioti”. La decisione è stata poi annullata.

Perché le due indagini erano unite?

A differenza di altri tribunali internazionali, la Corte penale internazionale non separa le indagini per schieramenti in un conflitto. Esamina quella che definisce una “situazione” delimitata da territorio e arco temporale.

L’Afghanistan ha ratificato lo Statuto di Roma nel 2003, conferendo alla Corte giurisdizione sui crimini commessi sul suolo afghano da quella data, indipendentemente da chi li compie.

Quando la Camera d’appello ha autorizzato l’apertura di un’indagine formale nel 2020, il mandato comprendeva i talebani e la loro rete affiliata Haqqani, il gruppo denominato Islamic State-Khorasan Province (ISIS-K), le forze governative afghane e il personale militare e della CIA statunitense, tutti sotto un unico ombrello investigativo.

Nel 2021, l’allora procuratore Karim Khan ha ridotto la priorità della parte dell’inchiesta relativa alla condotta statunitense, scegliendo di concentrare le risorse della Corte su talebani e ISIS-K.

Ma poiché la più ampia “situazione” afghana è rimasta formalmente aperta, le pressioni politiche di lunga data da parte di Washington sull’insieme dell’indagine rischiavano di influenzare anche il caso contro i talebani, per il solo fatto che si trovavano nello stesso fascicolo.

Queste pressioni sono aumentate da quando Trump è tornato alla Casa Bianca nel gennaio 2025. Nel giro di pochi mesi la sua amministrazione ha imposto nuove sanzioni ai funzionari della ICC legati alle indagini su Afghanistan e Palestina.

A dicembre, diplomatici hanno raccontato a Middle East Eye che, durante la riunione di supervisione della Corte, Washington ha spinto perché entrambe le indagini fossero del tutto chiuse come condizione per revocare le sanzioni ai funzionari della ICC.

I mandati di arresto del luglio 2025 contro il leader talebano Haibatullah Akhundzada e il capo della magistratura Abdul Hakim Haqqani per il crimine contro l’umanità di persecuzione delle donne e di coloro percepiti come loro alleati per motivi politici sono stati emessi in questo contesto di forti pressioni.

Washington vuole affossare la Corte?

Il mese scorso, il Dipartimento di Stato USA ha annunciato un piano per una campagna volta a “smantellare” la Corte e a “disabilitare sistematicamente” la sua “capacità di operare (e di) prendere di mira militari o funzionari americani, o altrimenti minacciare la sovranità americana”.

Ha spiegato che le misure potrebbero includere ulteriori restrizioni e revoche di visti, nonché divieti di viaggio per il personale della ICC.

Martedì Washington ha annunciato nuove sanzioni contro la presidente della ICC Tomoko Akane e il senior trial lawyer Abdoulaye Seye, accusandoli di essere “direttamente” coinvolti “negli sforzi della ICC per indagare, arrestare, detenere o perseguire funzionari il cui governo non ha acconsentito alla giurisdizione della ICC”.

Il segretario di Stato Marco Rubio, che ha definito l’ICC “un tribunale sovranazionale corrotto e fatalmente politicizzato”, ha aggiunto che ha “abusato in modo maligno della propria autorità e ha oltrepassato il suo mandato”.

Secondo Rubio, la Corte “ha ripetutamente tentato di rivendicare autorità sui cittadini degli Stati Uniti e di altri Paesi che non hanno acconsentito alla sua giurisdizione né ratificato lo Statuto di Roma”.

Gli Stati Uniti non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma. Il presidente Bill Clinton lo ha firmato negli ultimi giorni del suo mandato, nel dicembre 2000, ma l’amministrazione di George W. Bush ha ritirato formalmente la firma nel maggio 2002 e ha notificato all’ONU che Washington non intendeva diventare parte dello Statuto.

Nel corso dello stesso anno, il Congresso USA ha approvato l’American Service Members’ Protection Act (legge per la protezione dei militari statunitensi), che autorizza il presidente a usare la forza militare per liberare qualsiasi cittadino statunitense o nazionale alleato detenuto dalla ICC. La normativa è stata soprannominata informalmente “Hague Invasion Act”.

“Un regalo per i talebani”

Nel frattempo, secondo Akbar, le azioni di Washington dopo il ritiro dall’Afghanistan sono andate oltre il semplice abbandono.

“Questo contesto ha incoraggiato comportamenti criminali e violazioni diffuse in tutto il mondo”, ha spiegato. “È un regalo per regimi come quello talebano, che possono continuare ad agire impunemente in un contesto di ordine globale e stato di diritto in crisi”.

“Il disprezzo degli Stati Uniti per il diritto internazionale e i suoi attacchi contro la Corte incoraggiano attori come i talebani e alimentano le loro narrative sul presunto pregiudizio occidentale dei tribunali internazionali”.

L’Afghanistan sotto i talebani è diventato il Paese più repressivo al mondo per le donne, secondo una valutazione delle Nazioni Unite pubblicata a marzo 2024.

Dal agosto 2021, i talebani hanno emanato più di 50 decreti che hanno progressivamente escluso le donne dalla vita pubblica in Afghanistan.

Le ragazze non possono proseguire gli studi oltre la sesta classe, il che rende l’Afghanistan l’unico Paese al mondo in cui le donne sono escluse dalla scuola secondaria per il solo fatto di essere donne.

Alle donne è vietato lavorare nella maggior parte dei settori, compreso il lavoro per ONG e agenzie dell’ONU. Parchi, palestre e spazi pubblici sono ugualmente off limits.

Ulteriori editti sono stati emanati per perseguitare le persone LGBTQ+ afghane, rafforzando la “polizia della moralità” con il potere di punire i “crimini morali” e criminalizzando esplicitamente i rapporti tra persone dello stesso sesso.

Akbar, che è anche direttrice esecutiva di Rawadari, un’organizzazione afghana per i diritti umani, ha spiegato che i gruppi per i diritti delle donne, gli investigatori sui diritti umani e i sopravvissuti “hanno sostenuto l’indagine della ICC in ogni fase e hanno contribuito al processo”, chiedendo al tempo stesso che la Corte allarghi il proprio raggio d’azione.

Cosa succede ora?

Nessuno dei funzionari talebani colpiti da mandato è probabilmente destinato a finire in custodia: il gruppo controlla interamente il territorio afghano dal ritiro statunitense del 2021 e ha liquidato i mandati come “ostilità nei confronti dell’Islam”.

Akhundzada guida i talebani dal 2016, quando ha sostituito Mullah Akhtar Mansour dopo la sua uccisione in un attacco con droni USA in Pakistan. Da quando ha assunto la leadership non è mai apparso in pubblico e si ritiene che operi esclusivamente da Kandahar, nel sud dell’Afghanistan.

È considerato il principale responsabile dei decreti più restrittivi contro le donne.

Il capo della giustizia Haqqani è stato il principale architetto degli strumenti giudiziari che applicano quei decreti, inclusa la reintroduzione delle frustate e delle esecuzioni pubbliche.

Alla domanda su cosa abbiano ottenuto i mandati, Akbar ha riconosciuto che, pur avendo valore, il loro impatto è rimasto limitato.

“Abbiamo accolto con favore la notizia dei mandati di arresto perché rappresentavano un momento di giustizia e responsabilità dopo decenni di impunità in Afghanistan”, ha spiegato. “Speravamo anche che i mandati rallentassero la tendenza alla normalizzazione dei talebani”.

“Per cambiare la situazione in Afghanistan serve una volontà politica più forte da parte della regione e dei Paesi occidentali, che devono rapportarsi con i talebani su basi analoghe e chiedere l’annullamento dei divieti e delle restrizioni sui diritti e sulle libertà di donne e ragazze in Afghanistan”, ha concluso Akbar.

 

 

 

La doppia punizione

danilodebiasio.substack.com Danilo De Biasio 21 agosto 2026

Una donna afgana prigioniera del suo burqa, immersa in uno scenario polveroso e spoglio. Quante volte abbiamo visto foto così? Immagini che, se osservate con attenzione, non cristallizzano solo la condizione terribile delle donne afgane, ma anche la loro doppia discriminazione: colpite anche dalla crisi climatica.

Se ne parla poco: lo facciamo noi questa settimana con Sara Del Dot, giornalista e documentarista freelance, molto attenta a questi temi.

La crisi climatica non conosce generi, confini, né classi sociali. A fare la differenza è quasi sempre la possibilità di adattarsi, di mettersi al riparo dalla molteplicità dei suoi effetti. E questo la rende un potente amplificatore delle disuguaglianze economiche e sociali. Chi non può permetterselo – perché povero, o discriminato – è fregato.

È qui che i diritti umani si intrecciano con la giustizia climatica. È qui che trova un senso la frase attribuita Chico Mendes: “l’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio”.

E quando sono gli stessi diritti basilari dell’esistenza a essere messi in discussione, anche l’idea di poter rimodellare la vita delle comunità in base ai cambiamenti climatici e agli eventi estremi non trova spazio nel dibattito e quindi nemmeno sponda politica, presa di cura, attenzione alla vita stessa. In Afghanistan questa dinamica è esacerbata.

Diritti umani e crisi climatica sono due temi profondamente intrecciati. Mi sono chiesta dove fosse il punto di incontro in un contesto in cui i primi sono estremamente compromessi e la seconda si manifesta in tutta la sua forza.

L’Afghanistan è infatti uno dei Paesi in cui gli effetti della crisi climatica colpiscono con più forza, nonostante contribuisca per una piccolissima parte (circa lo 0,3%) alle emissioni globali.

Dal 1950 al 2024 la temperatura media lì è aumentata di 1,8 °C. Un aumento che comporta crisi idrica e siccità (quella del 2018/2019 ha causato lo sfollamento di 400mila persone), insicurezza alimentare, problemi per l’economia e la sussistenza delle comunità, l’intensificarsi di fenomeni estremi come desertificazione e inondazioni, che si manifestano con una distruttività difficile da gestire nell’immediatezza dell’urgenza e soprattutto nelle conseguenze a lungo termine.

Su 34 province dell’Afghanistan, 21 sono estremamente vulnerabili alle inondazioni. L’ultima è avvenuta a luglio nella provincia del Nuristan, provocando 20 morti e oltre 100 feriti.

A causa della posizione geografica, poi, nel corso degli anni si sono verificati terremoti devastanti, per citarne alcuni recenti quello di magnitudo 6.3 nella provincia di Herat del 2023 che provocò migliaia di vittime, o quello dell’agosto 2025, 1.400 morti.

Di tutto questo sono le donne a subire le peggiori conseguenze. Impossibilitate a uscire senza essere accompagnate da un uomo, rimangono in casa con i figli essendo quindi più esposte, sacrificano la propria igiene personale per l’approvvigionamento idrico della famiglia, faticano a essere curate in assenza di dottoresse donne. Nei momenti di crisi sono totalmente dipendenti da interventi esterni e aiuti umanitari.

“Durante il terremoto di Herat la maggior parte delle vittime e dei feriti sono state donne e bambini, che in quel momento si trovavano nelle loro case e sono rimaste intrappolate sotto le macerie. Molte hanno dovuto scavare con le proprie forze per uscirne perché gli uomini non potevano toccarle”.

A raccontarlo sono alcune attiviste di Rawa, (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan) la più antica organizzazione indipendente di donne afghane del Paese, la cui voce è arriva fino a noi grazie al Cisda, Coordinamento italiano sostegno donne afghane, in occasione dei cinque anni dalla presa di Kabul del 2021.

“Il giorno del terremoto, una delle nostre squadre sanitarie si è recata a Herat e ha potuto constatare la presenza di donne e bambini sotto le case crollate. Così è successo anche nelle province di Samangan e Mazar durante un terremoto successivo. L’assistenza umanitaria è ciò che porta le squadre in Rawa in queste zone, ma alcune persone del posto, insieme al governo, cercano di sfruttare le persone che portano aiuti sanitari chiedendo di consegnare tutto a loro e dicendo di visitare prima gli uomini e, solo dopo, le donne.”

Avete letto bene: “solo dopo le donne”. Queste ultime parole colpiscono, nella loro disarmante semplicità. Perché la crisi climatica sta vivendo tutt’altro che un’inversione di marcia, a differenza dei diritti delle donne afgane, violentemente arretrati negli ultimi cinque anni. E davanti a fenomeni estremi come la siccità che mette in pericolo la sussistenza di intere comunità, inondazioni che colpiranno con una distruttività sempre maggiore, chi non può ripararsi, chi non può scappare, chi verrà messo dolosamente in salvo per ultimo sarà, inevitabilmente, ancora più in pericolo. Privato – anzi, privata – anche della possibilità di fare la propria parte per trovare le strategie collettive per affrontare il futuro.

In questo buco nero però la voce delle donne afgane, seppur flebile, c’è ancora. Sta a noi ascoltarla.

 

 

Oltre a Sara Del Dot ringraziamo per questo numero di Rights Now anche Carla Dazzi, attivista del Cisda e, come avrete notato, un’ottima fotografa che da anni frequenta l’Afghanistan.