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Tag: Talebani

Mi hanno dato a qualcuno che non sapeva né leggere né scrivere… sarebbe meglio se mi seppelliste viva.

The Guardian, 5 agosto 2026, Shabnam

Ero la migliore studentessa del mio corso universitario, ma quando i talebani ripresero il controllo dell’Afghanistan fui costretta a sposarmi e i miei sogni di diventare pilota finirono.

Nel mio ultimo giorno di scuola, mi sembrò che anni di impegno fossero racchiusi in un piccolo pezzo di carta. Eravamo tutti felici alla cerimonia di diploma, con i nostri attestati in mano, ognuno con un percorso diverso davanti a sé. I miei amici volevano studiare medicina, ingegneria civile o economia. Io, invece, volevo studiare aviazione, diventare pilota.

Ci siamo impegnati a fondo nella preparazione per il Kankor, l’esame di ammissione all’università, poi è arrivato il primo rinvio. Il coronavirus ha raggiunto l’Afghanistan . Ovunque è scattata la quarantena e i nostri esami sono stati rimandati.

Alla fine, sono riuscita ad entrare all’università. Il primo giorno mi sono detta: “Shabnam, finalmente i tuoi sforzi non sono stati vani”. Il sorriso non mi abbandonava.

Ho lavorato sodo. Alla fine del primo anno, ero la migliore studentessa della mia classe di 120 alunni provenienti da tutte le 34 province dell’Afghanistan. Mio padre era molto orgoglioso di me. Ma mia madre mi disse: “Figlia mia, non essere così felice, qualcuno potrebbe gettare il malocchio sulla tua felicità”. Avrei voluto darle ascolto.

Mia madre raccontava spesso storie sui talebani e diceva che eravamo stati penalizzati dal punto di vista dell’istruzione. Poi, al secondo anno di università, i talebani ripresero il controllo dell’Afghanistan. Addio all’università e ai nostri libri. Un’università che non avrebbe mai più riaperto per noi. Avrei preferito che si fossero presi le nostre vite.

Con mille rimpianti, tornammo a casa. Dissi a mia madre: “Avevi ragione. Avrei voluto non essere stata così felice”. Non sapevo che il peggio ci attendeva.

I talebani avevano stabilito che nessuna ragazza di età superiore ai 15 anni dovesse rimanere nubile. Le ragazze venivano costrette a fidanzarsi. O i talebani le sposavano loro stessi, oppure il padre doveva trovare un marito per la figlia.

Mi affidarono a una persona senza istruzione, analfabeta e che non sapeva né leggere né scrivere. Piangere divenne tutto ciò che facevo, giorno e notte.

Ho detto a mia madre: “Sarebbe meglio se mi seppellissi viva”. La famiglia dello sposo voleva portarmi a casa loro. Se non avessi accettato, i talebani avrebbero arrestato mio padre.

Un giorno, mio ​​marito mi disse: “Se ami così tanto studiare e l’istruzione, prenderemo i passaporti e andremo in Iran. Io lavorerò e tu potrai studiare.”

Dopo aver ottenuto i passaporti, mio ​​marito mi ha chiesto di andare a piedi a prendere i visti. Sono uscita e ho visto un taxi, quindi ci sono salita. Ho corso il rischio e sono andata da sola perché era a soli 10 minuti di distanza e nessuno poteva venire con me.

Al checkpoint dei talebani mi hanno chiesto: “Dov’è il tuo mahram ?”. Ho risposto che mio marito era andato a lavorare. Mi hanno portata in prigione.

Quando mio marito arrivò, lo interrogarono e gli chiesero dove sua moglie stesse andando da sola. Mio marito spiegò. Poi chiesero cosa avremmo fatto in Iran. Quando lui rispose “Per studiare”, replicarono “Morte all’istruzione. Chi ha mai permesso alle donne di studiare?”.

Mi hanno insultata e hanno detto a mio marito: “Sei una persona sfortunata e hai reso sfortunata anche questa povera donna”.

C’erano 84 donne rinchiuse in 10 piccole stanze senza finestre disposte intorno a un cortile. Nonostante le dimensioni ridotte, in ogni stanza erano stipate sette o otto donne, con solo due letti. La maggior parte dormiva per terra. Il bagno emanava un odore nauseabondo. Chi poteva permetterselo assumeva pillole per dormire; alcune ne diventarono dipendenti.

Ho chiesto se ci fosse un telefono da usare e mi hanno mostrato una stanza. Ho telefonato a mio marito e mi ha detto che era stato cacciato di casa. “I miei fratelli mi hanno cacciato e ora sono per strada. Mi dicono di scegliere tra te e loro. Ma non ti lascerò mai, anche se il mondo intero fosse contro di te.”

Quando ho restituito il telefono, la guardia mi ha detto: “Ora devi pagare”. Sono rimasta scioccata.

Le donne mi hanno spiegato che senza soldi non si può usare il telefono. I talebani estorcono denaro ogni giorno. Allora ho capito perché i talebani usano qualsiasi pretesto per imprigionare le persone per soldi.

Hanno tenuto le persone lontane dalle loro famiglie e dal lavoro e hanno imprigionato persone innocenti per il proprio tornaconto. Ognuna di quelle donne, come me, era stata imprigionata senza una vera ragione. Ho visto una ragazzina incarcerata perché suo padre l’aveva violentata.

Definite, come me, donne cattive, le loro vite sono state rovinate. Alcune non avevano una famiglia che le accogliesse dopo la scarcerazione. Le donne che le famiglie non le riaccolgono spesso si suicidano. Alcune sono costrette a sposare uomini anziani solo per avere un tetto sopra la testa. Altre fanno di tutto per sopravvivere. Alcune spacciano droga, altre vendono il proprio corpo.

Durante il periodo in cui mi trovavo in prigione, due donne si sono suicidate. Dopo che le altre detenute si erano addormentate, si sono impiccate. Conoscevo anche un’altra ragazza che si è gettata sotto una macchina ed è morta perché, dopo essere stata rilasciata, era rimasta senza casa.

I fratelli di mio marito mi avevano etichettata come una donna cattiva. Nessuno di loro rivolgeva la parola a mio marito, se non per deriderlo. Il pover’uomo sopportò tutto. Dopo tre mesi, fui rilasciata dal carcere. Mio marito era riuscito a trovare un alloggio in affitto con grande difficoltà. L’affitto era caro, ma io ero incinta.

Dopo la nascita di mio figlio, il padrone di casa ci ha sfrattati. Quando mio figlio aveva due mesi, abbiamo trovato una casa in rovina vicino a quella dei miei genitori e ci siamo trasferiti lì. Era infestata da ogni tipo di insetto. Non avevamo altra scelta. Non potevamo affittare una casa in città perché l’affitto era troppo alto.

Ogni giorno mi preoccupavo per il nostro futuro. Ho detto a mio marito: “Ti aiuterò anch’io e lavorerò”.

Seguivo un canale di cucina online e ho imparato da sola a fare i dolci. Ho iniziato con dolci economici e presto ho imparato alla perfezione. Portavo i miei dolci nei negozi per venderli. Ma non avevo budget e avevo bisogno di aiuto.

Alcune organizzazioni straniere sostengono le donne che desiderano diventare autosufficienti. Ma i talebani hanno creato una camera di commercio attraverso la quale vendono questo sostegno. Se avessi avuto 2.000 afghani, mi avrebbero prestato i soldi per comprare gli ingredienti che mi servivano per cucinare. Ma avrei dovuto restituire 2.000 afghani (22,50 sterline) ogni mese e non li avevo.

Quindi, per ora, il mio sogno di avere una caffetteria e vendere dolci rimane tale. Un giorno lo realizzerò: sarà un lavoro per me stessa e per ragazze come me, perché ho promesso ai miei sogni che li realizzerò.

Tempi talebani

Dal Blog di Enrico Campofreda, 12 agosto 2026

I cinque anni di Akhundzada non sono peggiori dei cinque del mullah Omar. Messi a confronto il quinquennio che portava i talebani al potere (1996-2001), dopo la lunga mattanza soprattutto di civili di varie etnìe scatenata dai Signori della guerra, e quello del ritorno al comando (agosto 2021) dopo il ritiro delle truppe Nato patteggiato dagli Stati Uniti, offrono scenari simili e diversi. Certo, sul sempre misterioso attuale leader taliban, e sul capo della Corte di Giustizia Abdul Hakim Haqqani, pendono i mandati d’arresto della Corte Penale Internazionale, ma sebbene politica e magistratura seguano percorsi e logiche differenti, a inizio estate l’Unione Europea ha sdoganato una delegazione di turbanti ricevendoli a Bruxelles per un contatto definito tecnico. Trattasi della migrazione afghana considerata ingombrante da tanti membri della vecchia Europa che rivalutano rimpatri e deportazioni. Insomma fra la cacciata dei talebani da Kabul con l’Enduring Freedom e il loro reingresso con la fuga occidentale dall’allora aeroporto Karzai, ci sono differenze non solo in entrata e uscita. I miliziani attaccati da W. Bush soffocavano la libertà e lapidavano le donne, quelli cui Trump (e Obama) hanno lasciato presente e futuro continuano a soffocare la libertà e mettono il genere femminile in cantina impedendogli di studiare e lavorare, cosa che sotto i governi-fantoccio protetti dalla Nato non accadeva. Quale il male peggiore? Per le attiviste di Rawa, nascoste ma sempre attive, la sostanza non cambia. Per la diplomazia internazionale è così in parte, visto che coi talebani ci si confronta, come con altri fondamentalisti sparsi per il mondo. Non è solo realpolitik, è la faccia attuale della geopolitica che sempre più racconta le semi-verità che le piacciono. Si strappa le vesti per i diritti civili e di genere, ma gira le spalle ai diritti delle popolazioni, specie se risultano migranti. Questa ‘rogna’ non la vuole più soltanto il primo Ministro italiano Meloni che, turlupinando italiani e i familiari Mattei, ha brevettato quel “piano” utile per centri detentivi sparsi qua e là, comunque lontano dai propri confini. Esuli e migranti afghani e non solo, non li vogliono, per ora, neppure tedeschi e austriaci, da lì i salamelecchi bruxelliani ai talebani.

Quelli della nuova ora, magari con esperienza sul groppone come il ministro degli Esteri Amir Muttaqi, colgono la ghiotta occasione perché quest’uscio semi aperto dalla Ue rappresenta per la propria politica una ventata d’aria diventata asfittica, dopo mesi di conflittualità con un vicino, amato e odiato. Benvoluto nella famiglia allargata che vede nella Shura di Quetta un ramo con cui interloquire, seppure l’altra Shura, a Peshawar, conservi autonomie e schegge incontrollabili, mentre da sempre i governi di Islamabad, qualunque siano, esprimono solo velleità di controllo, infiltrazione, sopraffazione. E’ la storia d’un contrasto secolare che passa per la Linea coloniale Durand, prima della nascita dei moderni Stati. Però l’ingerenza pakistana finora non aveva usato l’aggressione diretta con tanto d’esercito schierato, raid aerei e bombe sui civili com’è accaduto da un anno a questa parte, accusando i vicini di vicinanza estrema, aiuto e rifugio a miliziani come i Tehreek-i Taliban, bombaroli senza scrupoli. L’Emirato di Kabul che da guerrigliero s’è fatto governo, ha alzato un pochino la voce. Niente di più. Ha subìto più che contrattaccato perché nulla i suoi kalashnikov potevano contro i missili terra-aria degli aggressori. S’è, inoltre, ritrovato fra due fuochi, quello bellico di Islamabad e quello ideologico di taliban poco ortodossi con cui da tempo discute, litiga e si pone obiettivi differenti. Ma di cui teme la capacità di conversione verso i princìpi del Califfato di tanta dissidenza, transitata sulla sponda dell’Isis-K da quasi un decennio, e diventando una spina nel fianco di chi governa Kabul. Nei confini dell’Emirato, oltre all’abisso dei diritti, per la gente c’è nuovamente la fame causata dalla caduta libera degli aiuti umanitari, dagli asset nazionali congelati nelle banche svizzere e statunitensi appunto dal 2021, dal soffocamento di qualsiasi economia rurale o diversificata, mentre si tace dell’oppio. E per le donne ridotte al silenzio, ci sono l’obbedienza al peggior pashtunwali, quello patriarcale, la sottomissione della mancanza d’istruzione e dell’emancipazione da lavoro, tutto è tornato all’anno zero. Come ricordava la generazione Rawa intermedia, quella delle Malalai, Selay, Belqis riparate all’estero già durante la nuova ascesa talebana, per non finire represse. Eppure la resistenza femminile prosegue, in clandestinità, personale e di gruppo per riproporre le perle sociali che hanno continuato a brillare nella polvere afghana. Ne riparleremo.

 

Afghanistan: «La repressione intermittente dei taleban sta modificando l’ingegneria sociale del Paese»

Avvenire, 10 agosto 2026, di Lucia Capuzzi, inviata a Kabul

L’oppressione operata dal regime avviene contro le comunità, più che contro i singoli. Così i gruppi di appartenenza e le famiglie finiscono per controllare e disciplinare i propri membri. Lo spiega in questa intervista Stefan Smith, della Missione Onu di assistenza in Afghanistan (Unama)

«Abbiamo sconfitto l’America, possiamo farlo con qualunque altro Paese». L’enorme scritta, accanto a una malridotta bandiera a stelle e strisce, si dilata per il muro candido dell’ex ambasciata Usa a Kabul, appena dopo l’aeroporto. È stato tra i primi segni del “nuovo corso”, anche architettonico, cominciato il 15 agosto 2021. All’epoca, tanti fra gli analisti scommettevano sulla sua rapida implosione sotto il peso dell’ostracismo internazionale e dell’interruzione dei finanziamenti su cui si era retta, per due decenni, la Repubblica. Cinque anni dopo, però, l’Emirato islamico è ancora in piedi. «Né ci sono segni evidenti di collasso», spiega Stefan Smith, responsabile della comunicazione strategica della Missione Onu di assistenza in Afghanistan (Unama).

A cosa si deve la stabilità del regime?

I taleban sono stati creati nel 1994. Si tratta, dunque, del movimento più longevo nella storia dell’Afghanistan moderno. La sua ideologia si è mantenuta costante e l’enfasi sull’obbedienza ne ha preservato l’unità. Dal 2021 ha iniziato la complessa trasformazione da gruppo armato in governo. Un processo tuttora in atto, di cui non possiamo prevedere la conclusione.

Per quale ragione?

Vi sono delle sfide latenti, la cui evoluzione potrebbe contribuire a un cambiamento. L’economia, in primo luogo: resta di pura sussistenza ma non riesce a ripartire. L’isolamento internazionale non aiuta. Seppure siano sanzionati i singoli governanti e non il Paese nel suo insieme, l’Afghanistan è fuori dal circuito bancario globale. Questo rende il trasferimento di capitali, il commercio e gli investimenti estremamente complicati mentre gli effetti del riscaldamento globale, a cui è particolarmente sensibile, causano enormi perdite al settore primario, da cui dipende la gran parte della popolazione. La sua crescita costante, inoltre, accelerata dai rimpatri dalle nazioni confinanti, complica ulteriormente la situazione. Nessuno degli elementi elencati, di per sé, è sufficiente per mutare il sistema.

Quali fattori contribuiscono al mantenimento dello status quo?

Il controllo del territorio, innanzitutto, e l’assenza di un’opposizione politica o armata organizzata. A questo si aggiunge un elemento dirimente: la profonda stanchezza degli afghani dopo 47 anni di guerra e la paura di un nuovo conflitto. C’è, tuttavia, un malcontento profondo per le restrizioni delle libertà personali, delle donne ma non solo. L’inedita protesta di massa dello scorso 9 giugno ad Herat contro le norme sull’abbigliamento femminile ne è stata un segnale… I decreti e divieti emanati negli ultimi due anni indicano una stretta progressiva. Il punto è che non sempre e non ovunque i taleban li implementano con lo stesso rigore. Molto dipende dalle autorità locali. Spesso, inoltre, alcune aree vengono impiegate come laboratorio per studiare la reazione a certe misure. È il caso di Herat. A volte possono commettere errori di calcolo. In generale, tuttavia, hanno messo a punto un sistema di vigilanza efficace, basato sull’auto-regolazione delle comunità e delle singole famiglie.

Che cosa intende?

I taleban reprimono in modo intermittente, punendo più che i singoli la comunità di appartenenza. Per evitarlo, dunque, quest’ultima finisce per “disciplinare” essa stessa i propri membri. Il controllo, dunque, diventa capillare. Un sistema che, nel lungo periodo, può riconfigurare l’ingegneria sociale del Paese.

Quando le donne escono di casa, “Satana è in agguato”

Rukhshana Media, 7 agosto 2026

I talebani hanno affermato che le donne non dovrebbero uscire di casa senza il permesso del marito, avvertendo che, quando una donna esce, «Satana è in agguato».

La direttiva, diffusa il 6 agosto 2026 dal Ministero talebano della Promozione della Virtù, della Prevenzione del Vizio e degli Affari Hajj e Religiosi, stabilisce inoltre che le donne hanno l‘obbligo religioso di obbedire ai propri mariti e di servirli.

I talebani hanno ordinato agli imam delle moschee di diffondere queste nuove indicazioni durante la preghiera del venerdì. Il documento è intitolato «L’importanza e la necessità di proteggere il sistema familiare dal punto di vista dell’Islam».

«Ogni volta che una donna esce di casa, Satana rivolge la sua attenzione verso di lei e rimane in agguato», si legge nel documento.

La direttiva afferma inoltre che tra i diritti del marito vi sarebbe quello di tenere la moglie in casa: in altre parole, sostiene che una donna non dovrebbe uscire e comparire in pubblico senza il suo permesso.

La donna è “awrah”

Secondo il documento, la donna viene definita “awrah”, un termine islamico generalmente utilizzato per indicare le parti del corpo che devono essere coperte e non esposte. I talebani hanno già definito in precedenza anche la voce femminile come “awrah”, sostenendo che le donne non dovrebbero parlare in pubblico.

La direttiva riconosce inoltre la poligamia e stabilisce che gli uomini che hanno più di una moglie devono «trattare le proprie mogli con giustizia».

Le nuove indicazioni arrivano dopo anni di decreti e restrizioni imposti dai talebani sui diritti e sulle libertà delle donne. Le donne afghane sono già sottoposte a severe limitazioni: devono coprirsi completamente il volto quando escono di casa, in molte circostanze devono essere accompagnate da un mahram, cioè un parente maschio con cui non possono sposarsi, e non possono accedere a numerosi spazi pubblici e ricreativi.

La nuova direttiva invita inoltre le donne a essere pazienti di fronte alla povertà e alle difficoltà economiche e a non discutere con altre persone dei problemi finanziari della propria famiglia.

Il documento dovrebbe essere diffuso nelle moschee durante la preghiera del venerdì, trasformando di fatto queste indicazioni religiose in ulteriori pressioni sociali e familiari sulle donne.

“Le hanno sfigurato il volto”: come il regime talebano ha inaugurato una nuova era di donne uccise

Un’indagine su 231 casi di femminicidio mette in luce la grave situazione in Afghanistan, dove gli uomini sono autorizzati a uccidere senza subire alcuna punizione, mentre i loro crimini vengono insabbiati dallo Stato.

Khadija Haidary, Zahra Nader, Hura Omar, Atousa Azar per Zan Times, The Guardian,  7 agosto 2026

In un messaggio vocale registrato settimane prima di morire, Liza Shams, 33 anni, chiede a un parente di pregare per lei. “Non c’è fine ai miei giorni di sventura”, dice. “Pregate che Dio umili Hasib [suo marito, Hasibullah Sarwari] davanti al mondo intero per quello che mi ha fatto”. In una seconda registrazione, descrive di essere stata picchiata da Sarwari mentre era incinta, poi tenuta isolata per giorni, ferita al punto da non riuscire a mangiare né a parlare. “Sono una donna, va bene, non dovrei parlare di quello che succede a casa mia”, dice. “Ma non ce la faccio più”.

Nel pomeriggio del 1° febbraio, i vicini di Liza sentirono delle urla e allertarono la polizia. Poco prima, il padre di Liza, Shamsuddin Shams, aveva ricevuto una videochiamata dalla figlia. Le sue ferite erano scioccanti: “Aveva la mascella rotta e riusciva a malapena a parlare”, racconta, ma era riuscita a far capire che il marito l’aveva picchiata di nuovo. Shamsuddin chiamò immediatamente le sue altre due figlie che abitavano nelle vicinanze, le quali arrivarono a casa e la portarono all’ospedale Rahmat di Kabul. Circa un’ora dopo il loro arrivo, Liza morì.

Il referto sulla sua morte mostra che il volto di Liza è stato sfigurato. La TAC evidenzia fratture multiple agli zigomi e alle pareti dei seni paranasali, un quadro lesivo compatibile con un trauma contusivo di notevole entità al viso. Le fotografie del suo corpo e il referto dell’esame obiettivo, effettuato la sera stessa della sua morte, documentano estesi lividi, lesioni e gonfiore su viso e corpo.

Nonostante la gravità delle ferite, il referto forense indica come probabile causa di morte l’ingestione di veleno per topi, precisando che non è stata eseguita un’autopsia su richiesta della famiglia (il padre di Liza afferma che la richiesta proveniva dai suoceri).

Shamsuddin Shams, convinto che sua figlia Liza sia stata uccisa dal marito in Afghanistan. Foto: Christopher Thomond/The Guardian
La famiglia del marito non ha risposto alle domande, ma ha sostenuto che Liza si sia tolta la vita e che i lividi sul suo corpo siano un effetto collaterale del veleno. In Afghanistan, il suicidio viene spesso indicato come causa di morte nei casi in cui le donne muoiono in circostanze violente, una definizione che in genere implica che nessuno verrà ritenuto responsabile del decesso. Il padre di Liza crede che la sua morte sia stata un omicidio.

Uno schema chiaro

I talebani non raccolgono dati sul numero di donne afghane uccise ogni anno. L’ufficio del procuratore generale, che in passato si occupava di raccogliere queste informazioni, è stato abolito nel 2023.

Per misurare ciò che lo Stato non vuole misurare, i giornalisti di Zan Times, un collettivo di reporter che lavorano sotto copertura in Afghanistan, hanno raccolto casi di donne uccise in 10 delle 34 province afghane da quando i talebani sono saliti al potere nell’agosto 2021, basandosi su 174 casi riportati dai media locali, nonché su 57 casi documentati direttamente dai giornalisti ma precedentemente non segnalati. L’indagine ha rivelato che in tutto l’Afghanistan le donne vengono uccise in casa da mariti, padri e fratelli, in un sistema che garantisce praticamente l’impunità per il crimine. Molti casi non vengono mai registrati ufficialmente.

Il team ha documentato 231 casi, di cui 53 sono stati dichiarati suicidi. Le province con il maggior numero di vittime registrate sono state Jawzjan (36), Herat (32), Badakhshan (28) e Ghazni (26). L’età delle vittime variava da bambine di appena cinque anni a donne di 65. Sette vittime su dieci – 165 su 231 – erano casalinghe senza reddito proprio o possibilità di sporgere denuncia per violenza domestica. La maggior parte dei casi si è verificata nell’abitazione della vittima. Nell’intero campione, sono stati registrati solo 58 arresti. Più di un caso su cinque è stato ufficialmente dichiarato suicidio, anche in presenza di prove significative di omicidio. Solo un quarto dei 231 omicidi ha portato ad un arresto, ma anche in questi casi il sospettato è stato spesso rilasciato, a volte anche solo un giorno dopo l’arresto.

I giornalisti hanno scoperto una serie di decessi che, secondo i familiari o i testimoni, erano stati causati da violenza domestica, ma che venivano ufficialmente registrati come suicidi.

Un operatore sanitario di Jawzjan ha affermato che molte delle donne decedute e portate in ospedale, e classificate come vittime di suicidio, presentavano evidenti segni di percosse e i loro corpi erano coperti di ferite e lividi.

Freshta Emady, 33 anni, dipendente di un’agenzia delle Nazioni Unite a Kabul , è stata trovata morta nella sua abitazione il 31 maggio. Secondo quanto riferito, il marito avrebbe dichiarato alla polizia talebana che la moglie si era suicidata, adducendo come motivazione un problema psichiatrico.

La sua famiglia e i suoi amici, tuttavia, credono che sia stata uccisa dal marito. Cinque persone che la conoscevano hanno affermato che Freshta, data in sposa a 17 anni, aveva subito percosse, strangolamenti e un controllo totale per 15 anni. Una collega ha raccontato che Freshta aveva descritto il marito mentre la strangolava ripetutamente e le diceva: “Ti taglio la gola”.

Pericolo per le famiglie che intervengono

Spesso, le famiglie delle ragazze che cercano di intervenire in difesa delle proprie figlie possono andare incontro a conseguenze mortali. A Kandahar, una ragazza di 14 anni è stata uccisa dopo essere stata data in sposa a un uomo molto più anziano. Il marito era violento e lei era fuggita dalla famiglia del padre. Quando lui si è presentato per costringerla a tornare a casa nell’ottobre del 2024, lei si è rifiutata. Lui ha estratto una pistola e l’ha uccisa. Anche il fratello minore, accorso in suo aiuto, è stato colpito e ucciso una settimana dopo.

I talebani aprirono un fascicolo, ma suo marito, un membro attivo del gruppo, non fu mai arrestato.

Nel mese di maggio, nella provincia di Sar-e-Pol, Sara, di 16 anni, e sua madre, Chaman, medico formatasi in Iran, sono state uccise a colpi d’arma da fuoco da un funzionario talebano locale che aveva costretto Sara a un fidanzamento forzato. Quando Chaman si è rifiutata di consegnare la figlia senza la dote concordata, l’uomo l’ha picchiata con il fucile e, mentre Sara correva verso la madre, ha sparato a entrambe. È stato catturato dopo una caccia all’uomo e si trova tuttora in carcere.

Il nuovo codice penale dei talebani prevede una pena massima di 15 giorni di reclusione per il marito che picchia la moglie fino a provocarle lesioni visibili come fratture o ferite. Tuttavia, se la moglie si reca a casa dei familiari senza il permesso del marito e questi non la riportano a casa su richiesta, sia la moglie che la sua famiglia rischiano tre mesi di carcere. Il codice crea un quadro giuridico in cui cercare rifugio dalla violenza domestica comporta una punizione peggiore della violenza stessa.

Anche prima dell’avvento dei talebani, le donne afghane subivano violenza di genere con una frequenza quasi tre volte superiore alla media globale. L’Indice di genere 2024 dell’Afghanistan , pubblicato da UN Women nel giugno 2025, ha rilevato che nel 2018 quasi il 35% delle donne afghane ha denunciato di aver subito violenza da parte del partner nell’ultimo anno, rispetto a una media globale del 13%.

Da quando i talebani hanno preso il potere, le già scarse tutele per le donne vittime di violenza sono state eliminate. Dopo l’agosto 2021, i talebani hanno sciolto il Ministero per gli Affari delle Donne, la procura speciale per i reati di violenza contro le donne e la rete nazionale di centri di accoglienza. Circa 250 giudici donne sono state rimosse dalla magistratura; le procuratrici donne sono state rimandate a casa.

La legge afghana non consente più alle donne di essere parte diretta in un procedimento legale, impedendo così alle madri di ottenere giustizia per le proprie figlie. Nella provincia di Takhar, Shamsia (nome di fantasia), madre di una ragazza di 23 anni accoltellata e data alle fiamme dal marito nel maggio 2025, ha dichiarato di essere stata obbligata dal tribunale locale a trasferire la procura al marito affinché portasse avanti il ​​caso “perché una donna non può essere parte diretta in una petizione o in un fascicolo processuale”. A distanza di mesi, il caso non ha fatto alcun progresso.

Ciò che i numeri non mostrano

I nostri reporter non sono riusciti a intervistare la maggior parte delle famiglie delle donne uccise. La paura ha chiuso molte porte; in diverse province, i giornalisti hanno ricevuto minacce anche solo dopo aver tentato di mettersi in contatto con loro. I 231 casi presenti in questo set di dati non rappresentano il totale dei femminicidi in Afghanistan, ma forniscono solo un’istantanea dei potenziali omicidi, delle dinamiche che li rendono possibili e dell’impunità di cui godono molti assassini.

Il caso di Liza Shams sarà probabilmente deciso da un tribunale talebano. Suo padre, che nutre poche speranze che qualcuno venga ritenuto responsabile, si è rivolto ai social media, pubblicando registrazioni, filmati ospedalieri e documenti in una campagna per ottenere giustizia per sua figlia.

Shams afferma che aver parlato apertamente ha già avuto un costo. Le sue figlie, che hanno accompagnato Liza in ospedale, sono state successivamente convocate dai talebani e ora si sono nascoste. “È perché abbiamo parlato con i media, i talebani non vogliono che questioni come questa diventino di dominio pubblico.”

Tra le registrazioni rese pubbliche dal padre c’è un messaggio vocale che Liza ha inviato al cognato, in cui parla del suo matrimonio e della sua vita.

“Mi sento soffocare”, dice. “Soffro di queste cose. Ci provo ogni giorno, ci provo ogni giorno, ma non funziona. La nostra vita non può continuare così. Non voglio che la nostra vita sia piena di amarezza. I miei figli stanno crescendo, ci guarderanno e vedranno che stiamo lottando. Ma non può andare avanti così.”

* I giornalisti dello Zan Times in Afghanistan scrivono sotto pseudonimi per la loro sicurezza. Sophia Malek, Tarana Mohammadi, Simon Denmarkjo, Atia Farazar, Faranak, Horia, Roya, Tamga, Maria, Gawharshad, Raha e Nahid hanno contribuito a questo rapporto.

Rimpatri in Afghanistan: perché rimandare le persone indietro non è una soluzione duratura

Nadine Abdallah, Evan Jones, The Diplomat, 31 luglio 2026

Nell’agosto del 2021, in seguito al ritorno al potere dei talebani, i governi di tutto il mondo si sono mobilitati per evacuare gli afghani che affrontavano rischi immediati per la propria sicurezza e protezione. Si stima che circa 124.000 persone siano state evacuate nelle settimane successive al cambio di governo. Molti altri si sono aggiunti ai milioni di afghani che già vivevano nei Paesi confinanti, come Iran e Pakistan.

Cinque anni dopo, il contesto politico è cambiato radicalmente. Nei Paesi vicini, ma anche in Europa, l’attenzione si è spostata da una politica di protezione a una politica di rimpatrio. Questo cambiamento si basa sull’assunto che il ritorno – soprattutto nell’attuale contesto – rappresenti una soluzione duratura. Tuttavia, questa svolta avviene in un Afghanistan ancora segnato da fragilità e incertezza, dove le cause profonde dello sfollamento rimangono sostanzialmente immutate.

Dal 2023, oltre 6 milioni di afghani sono rientrati in Afghanistan da Pakistan e Iran. Una recente ricerca del Mixed Migration Centre (MMC) mostra che circa l’80% degli afghani rimpatriati intervistati era stato deportato o espulso, il che significa che una parte significativa delle persone è tornata contro la propria volontà. Il loro rientro è avvenuto in condizioni di pressione, costrizione, coercizione o rimpatrio forzato.

Per molti rimpatriati ciò ha significato lasciare alle spalle amici, familiari, beni, mezzi di sostentamento e reti di supporto. Molti arrivano senza un’abitazione, con limitate possibilità di guadagno e scarsissime opportunità di lavoro. Questo crea le condizioni per enormi difficoltà nel reinserimento sociale ed economico. Tali difficoltà sono destinate ad aggravarsi se le pressioni al rimpatrio si estenderanno oltre Paesi come Pakistan e Iran fino a raggiungere nazioni molto più lontane.

Oltre ai rimpatri di massa dai Paesi confinanti degli ultimi anni, anche l’Europa sembra seguire una traiettoria analoga e sta lavorando per formalizzare procedure di deportazione e rimpatrio degli afghani. Alla fine di giugno, una delegazione talebana si è recata a Bruxelles per incontrare rappresentanti di 15 Paesi europei e della Commissione europea al fine di discutere il rimpatrio e la riammissione dei cittadini afghani. Questo incontro “a livello tecnico” rappresenta un chiaro segnale dell’intenzione di molti Stati europei di ampliare e istituzionalizzare gli accordi sul rimpatrio.

Ritornare… verso cosa?

Che gli afghani rientrino dai Paesi vicini o da altre aree, come l’Europa, una condizione fondamentale del loro ritorno dovrebbe essere che esso sia volontario, dignitoso e sicuro. Alla luce dell’attuale situazione politica, economica e sociale dell’Afghanistan, è improbabile che tutte queste condizioni possano essere soddisfatte. Ciò vale soprattutto considerando i diversi profili delle persone che rientrano, comprese quelle appartenenti a minoranze etniche e religiose, coloro che sono percepiti come oppositori delle autorità de facto o che presentano altri fattori di rischio.

Al di là dei profili di rischio, le condizioni che attendono i rimpatriati restano estremamente difficili. I dati del MMC mostrano che quasi il 40% degli intervistati non ha accesso all’assistenza sanitaria e oltre la metà vive in abitazioni inadeguate. Per molti, il ritorno fisico rappresenta solo il primo passo e non coincide con un’effettiva reintegrazione né con la possibilità di ricostruire una vita sicura e dignitosa.

Sebbene il livello complessivo della violenza sia diminuito dopo la presa del potere dei talebani nell’agosto 2021, l’Afghanistan continua a essere teatro di una complessa crisi umanitaria. La situazione è ulteriormente peggiorata dopo la chiusura di USAID e il drastico calo dei finanziamenti umanitari negli ultimi diciotto mesi.

Un Paese già alle prese con enormi bisogni umanitari fatica inevitabilmente ad accogliere e integrare milioni di persone di ritorno. Molti si trovano senza alloggio, senza mezzi di sostentamento e privi di reti di supporto. I dati del MMC evidenziano che molti rimpatriati non riescono a trovare lavoro: meno del 7% delle donne e solo il 59% degli uomini riescono a ottenere un’attività generatrice di reddito.

Per le donne afghane, le difficoltà sono ancora maggiori.

Per le donne afghane il ritorno comporta ulteriori ostacoli

Le donne afghane affrontano un ulteriore livello di vulnerabilità dopo il rimpatrio. Dal 2021 i loro diritti fondamentali sono stati gravemente limitati: alle ragazze sopra i 12 anni è vietato frequentare la scuola, alle donne è proibito lavorare in molti settori e la loro libertà di movimento è subordinata alla presenza di un mahram, un parente maschio. Anche l’accesso agli spazi pubblici e la partecipazione ai processi decisionali sono stati fortemente ridotti.

A queste restrizioni si aggiungono maggiori difficoltà nell’accesso agli aiuti umanitari rispetto agli uomini. I dati del MMC mostrano che oltre la metà dei rimpatriati (53%) non ha ricevuto alcuna assistenza dopo il ritorno, con una percentuale ancora più elevata tra le donne (65%).

Questo non sorprende, considerando che le limitazioni alla libertà di movimento delle donne riducono drasticamente le opportunità di lavorare, studiare, partecipare alla vita pubblica e persino accedere agli aiuti. Le difficoltà sono ancora più gravi per le donne appartenenti a minoranze etniche o religiose, che subiscono forme di vulnerabilità sovrapposte legate sia al genere sia all’identità.

Di conseguenza, le donne afghane affrontano ostacoli strutturali che rendono la loro reintegrazione ancora più difficile. Secondo il MMC, il 61% delle donne dichiara di essere poco soddisfatto o fortemente insoddisfatto della propria vita in Afghanistan.

Queste difficoltà pongono una questione fondamentale: come si può considerare il rimpatrio una soluzione sostenibile quando le donne e altri gruppi vulnerabili continuano a incontrare ostacoli che impediscono loro di ricostruire una vita sicura, dignitosa e significativa?

Andare oltre il rimpatrio: soluzioni più complete per gli afghani

Incertezza, crisi umanitarie e instabilità fanno parte della storia di intere generazioni di afghani. Dall’inizio degli anni Settanta il Paese ha attraversato numerose transizioni politiche, conflitti civili e gravi emergenze umanitarie.

Nel 2026 l’Afghanistan resta più complesso che mai e ha un disperato bisogno di stabilità economica, promozione dei diritti, servizi essenziali e sviluppo. Ciò di cui c’è realmente bisogno sono investimenti che favoriscano la reintegrazione, non semplicemente finanziamenti destinati all’atto del rimpatrio.

L’importanza di investire in rimpatri sicuri e in efficaci percorsi di reintegrazione non può essere sottovalutata, poiché questi processi influenzeranno la società afghana nel lungo periodo.

Le persone direttamente interessate, comprese le donne, devono essere al centro di queste discussioni. È fondamentale che i Paesi europei e la Commissione europea siano guidati non solo dall’obiettivo del rimpatrio, ma anche dall’impegno dichiarato verso i valori democratici e i diritti umani. Qualsiasi confronto sul ritorno dovrebbe mettere al centro la reintegrazione sicura, invece di considerare il rimpatrio come il punto di arrivo.

Un’importante occasione per affrontare l’attuale dinamica dei rimpatri è rappresentata dalla Support Platform della Solutions Strategy for Afghan Refugees (SSAR), che dovrebbe convocare entro la fine dell’anno una Conferenza regionale sullo sfollamento e sulle soluzioni per gli afghani. Questa conferenza offre un’opportunità unica per dare priorità alla condivisione delle responsabilità e a soluzioni di lungo periodo, piuttosto che limitarsi all’obiettivo miope del semplice ritorno fisico degli afghani.

Per gli afghani, il rimpatrio può diventare una soluzione duratura solo quando è sicuro, volontario e consente alle persone di esercitare i propri diritti senza discriminazioni. Rimandare le persone in Afghanistan può forse soddisfare gli obiettivi politici interni di ridurre il numero di rifugiati e migranti afghani, ma non porrà fine allo sfollamento: sposterà semplicemente il problema verso una destinazione ancora più segnata da incertezza e bisogno.

Oggi, più che mai, il dibattito sul rimpatrio e sulla reintegrazione rappresenta un’opportunità per costruire soluzioni realmente durature e prospettive migliori per l’Afghanistan.

Sogni sepolti sotto il regime talebano

Wajed Rohani, Facebook, 3 agosto 2026

Giovani morti di sete e fame durante un viaggio clandestino e rimasti intrappolati sotto la sabbia

La povertà e la fame nell’Afghanistan governato dai Talebani hanno raggiunto livelli estremi, tanto che molte persone sono disposte a rischiare la vita attraversando clandestinamente i deserti della provincia di Nimruz, nel sud-ovest del Paese, per raggiungere l’Iran. Queste distese sono note per il caldo torrido, le tempeste di sabbia e i vortici di vento. Per alcuni, però, il viaggio si conclude tragicamente: è il caso di 14 giovani della provincia di Badghis, i cui sogni sono stati sepolti proprio in quel deserto.

In estate, la temperatura nelle aree desertiche di Nimruz supera spesso i 45 °C. Nonostante i pericoli, la grave crisi economica, la fame e la siccità spingono molte famiglie a vedere nella migrazione clandestina verso l’Iran l’unica possibilità di sopravvivenza.

Solidarietà pelosa

Sabato 1º agosto, le autorità talebane hanno trasferito nei loro villaggi d’origine le salme dei 14 giovani, morti per il caldo e la sete nel deserto di Nimruz. I corpi sono stati trasportati in elicottero dalla provincia di Herat a Badghis, mentre i media controllati dai Talebani hanno diffuso immagini dell’operazione presentandola come un gesto di solidarietà verso le famiglie delle vittime.

Un residente del distretto di Dara-ye Bum ha raccontato che tra i morti vi erano anche suoi nipoti. Ha spiegato che tutti erano disoccupati e, a causa della povertà, avevano deciso di partire clandestinamente per l’Iran.

Secondo le autorità talebane di Nimruz, i 14 migranti viaggiavano a bordo di un Toyota, il veicolo più utilizzato sulle rotte del contrabbando verso il Pakistan e successivamente l’Iran. Durante il tragitto il mezzo si è guastato. L’autista e un passeggero si sono allontanati per cercare aiuto, lasciando gli altri nel deserto.

Quando sono tornati, una violenta tempesta di sabbia aveva cancellato ogni traccia del gruppo. Solo dopo tre settimane sono stati ritrovati i corpi, ormai irriconoscibili perché rimasti sepolti sotto la sabbia.

Non è un caso isolato. Circa due settimane prima erano stati trovati anche i corpi di altri cinque afghani che tentavano di raggiungere clandestinamente l’Iran attraverso la stessa regione.

La povertà è in peggioramento

Secondo il Programma Alimentare Mondiale (WFP), oltre 13,8 milioni di persone in Afghanistan soffrono di grave insicurezza alimentare e quasi 5 milioni di bambini e donne in gravidanza o in allattamento sono colpiti da malnutrizione acuta. (ایندیپندنت فارسی)

A cinque anni dal ritorno dei Talebani al potere, la povertà è ulteriormente peggiorata. Invece di creare occupazione, il governo ha irrigidito le proprie politiche, limitando il lavoro e l’istruzione delle donne e investendo ingenti risorse nelle forze di sicurezza, nella costruzione di moschee e scuole religiose. Di conseguenza, sempre più afghani scelgono le rotte clandestine verso l’Iran, pur sapendo di rischiare la vita.

Mentre milioni di cittadini vivono in condizioni di estrema povertà, i Talebani non rendono pubblici i dati sulle entrate derivanti da tasse e sfruttamento delle risorse minerarie. Per molte famiglie, la fuga rappresenta ormai l’unica speranza; per alcuni, come i 14 giovani di Qolghi, il viaggio termina con il ritorno a casa dentro una bara.

 

Herat rompe la paura e protesta. Anche se la risposta dei Talebani è stata rapida e brutale

La città afghana a giugno è stata teatro di manifestazioni senza precedenti nei tempi recenti, registrando in piazza uomini e donne insieme contro il regime. Sono stati dispersi con violenza, tra morti, feriti e sequestri. L’attacco non è solo una reazione ma anche il tentativo di mantenere e consolidare l’apartheid di genere, soffocando una dei centri più liberi e progressisti del Paese. Il sostegno in Italia del Cisda

Beatrice Biliato, Altreconomia, 17 luglio 2026

La repressione a giugno delle proteste di Herat segna uno dei più gravi episodi di violenza compiuti dai Talebani negli ultimi mesi. Le manifestazioni sono nate spontaneamente dopo l’arresto di numerose donne accusate di non indossare l’abbigliamento imposto dal regime. Alla protesta hanno partecipato donne e uomini, un fatto inedito dall’agosto 2021, uniti dallo stesso slogan: “Istruzione, lavoro, libertà”.

La risposta dei Talebani è stata immediata e brutale: uso delle armi, arresti, rastrellamenti e intimidazioni nei confronti della popolazione. Riportiamo le testimonianze di chi era presente, come quella di Fatima (nome di fantasia), attivista di Rawa, l’associazione per i diritti delle donne sostenuta dal Coordinamento italiano a sostegno alle donne afghane (Cisda).

“Durante la manifestazione i Talebani hanno sparato. Io sono arrivata dopo ma ho visto bambini ancora traumatizzati dalla violenza e dalle scene a cui avevano assistito. Il quartiere è abitato in gran parte da hazara (gruppo etnico che vive principalmente nella zona centrale del Paese, ndr). Erano arrivati armati: hanno fatto chiudere i negozi, vietato di andare in moschea e ordinato a tutti di restare in casa. Ma la gente non ha obbedito ed è scesa in strada. I Talebani hanno circondato la folla e l’hanno minacciata con le armi. Le donne indossavano il chador iraniano ma un talebano ha detto che non era accettabile. Hanno aperto il fuoco e due donne sono state uccise. Hanno anche impedito a chi era presente di riprendere la scena con il cellulare. È difficile descrivere la paura che ho visto nelle donne e nei bambini. È stato ucciso anche un bambino e un giovane ferito è morto perché i soccorsi sono stati impediti. I Talebani minacciavano chiunque cercasse di prestare aiuto. Il giorno dopo hanno effettuato rastrellamenti e arrestato diverse persone. Per la liberazione sono state chieste somme di denaro molto elevate. Sappiamo che molte donne arrestate sono state violentate in carcere e che alcune si sono suicidate per la vergogna”.

La testimonianza descrive una repressione che non si limita a disperdere una manifestazione ma colpisce indiscriminatamente un’intera comunità, impedendo persino i soccorsi e la documentazione di quanto accade.

La violenza con cui i Talebani hanno reagito non può essere letta soltanto come la risposta a una protesta. Si inserisce nella più ampia strategia con cui il regime sta consolidando il proprio sistema di apartheid di genere e di controllo sociale.

Herat occupa una posizione particolare nella storia dell’Afghanistan. È una città che, rispetto ad altre aree del Paese, ha conosciuto una maggiore partecipazione femminile alla vita pubblica, nell’istruzione, nel lavoro e nella cultura. Anche il modo di vestire delle donne è tradizionalmente diverso da quello imposto oggi dal regime.

Proprio per questo Herat rappresenta un banco di prova. Colpire una realtà storicamente più aperta significa verificare fino a che punto sia possibile estendere a tutto il Paese un modello fondato sulla paura, sull’obbedienza e sulla cancellazione progressiva delle donne dalla vita pubblica.

L’obiettivo dei Talebani va ben oltre la punizione delle presunte violazioni del codice di abbigliamento o delle altre norme imposte alle donne. La repressione è parte di una strategia più ampia, finalizzata a creare un clima di paura permanente capace di modificare i comportamenti dell’intera popolazione.

Non è sufficiente vietare alle donne di studiare, lavorare o muoversi liberamente: il regime punta a fare in modo che siano le donne, le loro famiglie e le comunità ad accettare queste limitazioni come inevitabili, fino a trasformarle in una normalità.

È questo il meccanismo attraverso cui si consolida l’apartheid di genere: il controllo non viene esercitato soltanto dalla polizia morale ma viene progressivamente interiorizzato dalla società. Le famiglie diventano responsabili della sorveglianza delle donne; gli uomini sono chiamati a rispondere del comportamento delle proprie parenti; la paura sostituisce gradualmente la coercizione diretta. Quando questo processo si radica, il regime ha sempre meno bisogno di intervenire con la forza perché il controllo viene esercitato dalla società stessa.

L’obiettivo, tuttavia, è ancora più profondo. I Talebani mirano a fare in modo che la cancellazione delle donne dalla vita sociale venga interiorizzata dalle donne stesse come una condizione naturale, fino a diventare un’autolimitazione che non richiede più una coercizione costante. Per questo la paura di uscire di casa, di esporsi nello spazio pubblico o di trasgredire, anche inconsapevolmente, le regole assume un ruolo centrale. Le donne sanno che il prezzo di ogni presunta trasgressione sarà pagato dall’onore dell’intera famiglia, che sarà esposta al giudizio e alla stigmatizzazione. Il risultato perseguito è che siano le donne stesse a scegliere l’isolamento, rinunciando progressivamente non solo alla possibilità di ribellarsi, ma persino alla memoria di un’esistenza diversa.

Per questo i Talebani considerano particolarmente pericolose anche le forme più minime di resistenza femminile. Ogni gesto di dissenso può rappresentare il punto di partenza di una mobilitazione più ampia e deve quindi essere soffocato sul nascere attraverso il terrore. Le violenze avvenute a Herat sembrano rispondere precisamente a questa logica: non soltanto reprimere una protesta ma inviare un messaggio all’intera popolazione. Chiunque metta in discussione l’ordine imposto rischia il carcere, la violenza, la sparizione forzata e di trascinare nel disonore anche la propria famiglia.

L’obiettivo finale non è soltanto ottenere obbedienza ma impedire che sopravviva la possibilità stessa di immaginare un’alternativa. Il sistema di dominio deve apparire come l’unico ordine possibile.

In questa prospettiva assumono un’importanza decisiva anche le nuove generazioni. I bambini e i ragazzi nati dopo il ritorno al potere dei Talebani stanno crescendo senza aver conosciuto un Afghanistan diverso. Molti di loro frequentano esclusivamente scuole e madrase controllate dal regime, dove ricevono un’educazione improntata all’ideologia fondamentalista. Per loro questa rischia di diventare l’unica normalità possibile.

Nonostante la repressione, la protesta di Herat ha avuto eco internazionale. In numerose città del mondo la diaspora afghana ha organizzato manifestazioni di solidarietà, sostenute da istituzioni o promosse spontaneamente da donne e uomini costretti a lasciare il Paese.

Anche a Roma il 21 giugno si è svolta una manifestazione alla quale ha aderito il Cisda, insieme alla comunità afghana e ad altre realtà solidali. Testimonianze, poesie, racconti, canti, danze e brevi performance teatrali hanno dato voce a chi continua a resistere. Tra i gesti più significativi è stato riproposto il “Signal for help”, il segnale internazionale utilizzato per chiedere aiuto in modo silenzioso, divenuto simbolo della lotta contro la violenza sulle donne.

Le persone che hanno abbandonato l’Afghanistan hanno ricordato che l’esilio non interrompe il legame con il proprio Paese. Continuano a sostenere la popolazione afghana, in particolare le donne, mantenendone viva la voce e chiedendo il ripristino dei diritti fondamentali.

Per i Talebani la paura è uno strumento di governo. Per chi continua a mobilitarsi, dentro e fuori l’Afghanistan, rompere il silenzio rappresenta invece la prima forma di resistenza.

Beatrice Biliato fa parte del Coordinamento italiano a sostegno delle donne afghane (Cisda)

Un distretto del Badakhshan cade per alcune ore nelle mani di un gruppo anti-talebano

Redazione CISDA, 19 luglio 2026

Per la prima volta dal ritorno dei Talebani al potere nell’agosto 2021, un gruppo armato di opposizione è riuscito a conquistare, seppur solo temporaneamente, il controllo di un distretto afghano. L’episodio è avvenuto nelle prime ore di venerdì nel distretto di Yaftal-e Payin (Yaftali Sufla), nella provincia nord-orientale del Badakhshan, una delle aree più instabili del Paese.

Secondo diverse fonti locali, tra 20 e 25 combattenti appartenenti a un gruppo finora sconosciuto, che si presenta come “Sepahiyan-e Mihan” (“Soldati della Patria”), hanno lanciato un attacco contro il quartier generale del distretto. Dopo un breve scontro, avrebbero preso il controllo degli edifici dell’amministrazione, della polizia e dei servizi di intelligence, disarmando i talebani presenti, sequestrando armi e mezzi militari e issando la propria bandiera sull’edificio governativo.

L’occupazione sarebbe durata alcune ore. Prima dell’arrivo dei rinforzi inviati da Faizabad, i combattenti si sono ritirati volontariamente, senza che siano ancora chiare la loro destinazione o l’eventuale bilancio delle vittime. Fonti locali riferiscono inoltre che alcuni membri talebani sarebbero stati portati via durante il ritiro, circostanza che non ha trovato conferme indipendenti.

La risposta dei Talebani

I Talebani hanno confermato che il distretto è stato oggetto di un attacco, sostenendo però di aver rapidamente respinto gli assalitori e impedito loro di raggiungere i propri obiettivi. Dopo l’incidente hanno dispiegato consistenti rinforzi nella zona, intensificato i controlli di sicurezza e avviato operazioni di rastrellamento casa per casa.

Secondo media vicini all’Emirato islamico, sarebbero stati arrestati circa quindici sospetti. L’agenzia Nehzat ha inoltre affermato che tra i fermati vi sarebbe Abdul Qayum Malang, indicato come comandante militare del Sepahiyan-e Mihan, attualmente sottoposto a interrogatorio. Queste affermazioni non sono state verificate in modo indipendente.

Chi sono i Sepahiyan-e Mihan

L’attacco ha segnato la prima apparizione pubblica del Sepahiyan-e Mihan, un gruppo armato nato recentemente nel Badakhshan. Le informazioni disponibili sono limitate, ma fonti locali lo descrivono come un movimento composto principalmente da residenti della provincia, ex membri delle forze di sicurezza della Repubblica afghana, attivisti e civili che affermano di aver deciso di prendere le armi in risposta alla crescente repressione e al malcontento nei confronti dell’amministrazione talebana.

Il gruppo sostiene di operare in modo indipendente, pur mantenendo contatti con ex comandanti mujaheddin e altre reti dell’opposizione. La scelta di colpire Yaftal, un distretto relativamente vicino al capoluogo Faizabad e considerato più vulnerabile rispetto alle aree montuose della provincia, suggerisce, secondo diversi osservatori, che il movimento disponga ancora di capacità militari limitate.

Il Badakhshan, nuova area di instabilità

Negli ultimi mesi il Badakhshan è diventato uno dei principali focolai di tensione dell’Afghanistan. Oltre alle attività dei gruppi armati anti-talebani, la provincia è attraversata da rivalità interne tra comandanti talebani, conflitti per il controllo delle miniere e delle rotte economiche locali e da un crescente malcontento della popolazione nei confronti delle forze provenienti da altre province.

L’emergere di un nuovo gruppo armato indica che il panorama della resistenza potrebbe essere in evoluzione, affiancandosi ai movimenti già noti come il Fronte di Resistenza Nazionale (NRF) e il Fronte per la Libertà dell’Afghanistan (AFF).

Arresti e timori per la repressione

Dopo l’attacco sono emersi video che mostrerebbero arresti di residenti locali e presunti sospetti. L’Unione degli Attivisti per i Diritti Umani ha espresso preoccupazione per le notizie riguardanti detenzioni arbitrarie, possibili torture, confessioni forzate e rappresaglie contro la popolazione civile.

L’organizzazione ha sottolineato che eventuali confessioni diffuse pubblicamente non possono essere considerate prove attendibili in assenza di verifiche indipendenti e ha chiesto alle organizzazioni internazionali di monitorare la situazione e documentare eventuali violazioni dei diritti umani.

Le reazioni dell’opposizione in esilio

L’operazione ha suscitato un’immediata reazione tra gli esponenti della precedente Repubblica afghana oggi in esilio.

L’ambasciatore afghano presso le Nazioni Unite a Ginevra, Nasir Ahmad Andisha, ha definito l’azione un segnale della persistenza della resistenza contro il regime talebano. Anche l’ex parlamentare Fawzia Koofi ha denunciato gli arresti di civili nel Badakhshan, sostenendo che la repressione finirà per rafforzare il desiderio di libertà della popolazione, mentre l’ambasciatore afghano in Tagikistan Zahir Aghbar ha parlato dell’inizio di una nuova fase della resistenza.

L’ex vicepresidente Abdul Rashid Dostum ha invece affermato che altre province del nord potrebbero presto sfuggire al controllo dei Talebani, mentre il movimento Zarghoon Bahir, guidato dall’ex vicepresidente Amrullah Saleh, ha pubblicamente elogiato l’operazione del Sepahiyan-e Mihan, definendola un passo verso la liberazione del Paese.

Un episodio dal forte valore simbolico

Al di là della sua limitata durata, l’occupazione di Yaftal rappresenta un evento significativo. Si tratta infatti del primo caso documentato in cui un distretto afghano è temporaneamente sfuggito al controllo dei Talebani dal loro ritorno al potere nell’agosto 2021.

Resta da vedere se il Sepahiyan-e Mihan sia destinato a trasformarsi in una forza armata stabile o se l’azione costituisca soprattutto un gesto simbolico volto a dimostrare che, soprattutto nel Badakhshan, la resistenza armata continua a cercare nuovi spazi di organizzazione. Il successivo dispiegamento di rinforzi talebani e la repressione seguita all’attacco confermano, comunque, come la provincia sia oggi uno dei principali punti di tensione dell’Afghanistan.

 

Il 75% delle ONG accetta le condizioni dei talebani per operare


Siyar Sirat, Amu Tv,15 luglio 2026

Un nuovo sondaggio ha rilevato che le restrizioni imposte dai talebani alle donne, unite alla diminuzione dei finanziamenti internazionali, stanno sottoponendo le organizzazioni umanitarie in Afghanistan a una pressione crescente. L’indagine ha rilevato che il 75% delle organizzazioni umanitarie ha accettato le condizioni imposte dai talebani per poter continuare a operare e mantenere l’impiego delle donne.

Il sondaggio, condotto dal Gender Coordination Group e dall’Humanitarian Access Working Group, ha raccolto le risposte di 122 organizzazioni umanitarie attive in tutte le 34 province del Paese, tra cui 102 ONG afghane, 14 ONG internazionali e sei agenzie delle Nazioni Unite.

Sebbene il 45% delle organizzazioni abbia dichiarato di continuare a operare pienamente con personale sia femminile sia maschile, il 28% ha riferito di operare solo parzialmente con team misti. Un ulteriore 14% ha affermato di operare ormai interamente o prevalentemente con personale maschile, a testimonianza delle crescenti restrizioni alla partecipazione delle donne nel lavoro umanitario.

La restrizione più comunemente segnalata è stata l’obbligo per le operatrici umanitarie di viaggiare accompagnate da un mahram, ossia un tutore maschio. Il 61% delle organizzazioni ha dichiarato che le donne necessitano ora di un accompagnatore maschile in situazioni in cui in precedenza potevano spostarsi autonomamente, con un aumento di otto punti percentuali rispetto al sondaggio precedente.

Quasi la metà degli intervistati (49%) ha affermato che il personale femminile manifesta una crescente preoccupazione per le restrizioni alla libertà di movimento e per l’obbligo di rispettare determinati codici di abbigliamento. Il 46% ha riferito che, in alcune province, le donne non possono più recarsi negli uffici; il 39% ha dichiarato che le donne non possono più partecipare alle missioni ufficiali sul campo; e il 30% ha affermato che non è più consentito alle donne svolgere attività di sensibilizzazione nelle comunità, riducendo così la capacità delle organizzazioni di raggiungere le beneficiarie.

L’indagine ha rilevato che il 16% delle operatrici umanitarie lavora oggi da casa, rispetto al 14% registrato nel sondaggio precedente. Tra coloro che lavorano da remoto, l’81% è impiegato presso le Nazioni Unite, l’11% presso ONG afghane e organizzazioni della società civile e l’8% presso ONG internazionali.

Allo stesso tempo, le organizzazioni hanno segnalato un forte aumento del numero di donne impiegate direttamente sul campo anziché negli uffici. La quota di donne che si spostano dalla propria abitazione ai luoghi delle attività sul campo è salita dal 36% del sondaggio precedente al 66%, riflettendo i cambiamenti operativi adottati per conformarsi alle restrizioni imposte dai talebani.

Le restrizioni legate al genere sono state segnalate con maggiore frequenza nella provincia di Herat, dove il 36% delle organizzazioni ha riferito difficoltà di accesso, seguita da Kabul (31%), Nangarhar (22%), Kandahar (20%) e Kunar (17%).

Crescente ingerenza talebana

Il sondaggio documenta inoltre una crescente ingerenza da parte dei talebani.

Il 28% delle organizzazioni ha dichiarato che il personale femminile è stato fermato da funzionari del Ministero talebano per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio durante gli spostamenti da e verso il luogo di lavoro. Il 25% ha riferito di visite dei talebani negli uffici per ispezionarli e verificare il rispetto delle direttive imposte.

Nel frattempo, il 36% ha affermato che nuove restrizioni stanno ostacolando la registrazione e l’attuazione dei progetti, mentre il 29% ha segnalato interferenze da parte delle autorità talebane locali al di fuori dei meccanismi di coordinamento concordati. Il 45% ha dichiarato che le autorità concedono deroghe soltanto per attività specifiche.

L’indagine ha inoltre individuato una nuova tendenza. Il 15% delle organizzazioni ha riferito che le autorità talebane hanno sospeso attività svolte da donne a favore di donne in spazi riservati esclusivamente alle donne, mentre il 26% ha dichiarato di non aver ricevuto nuove istruzioni né di aver incontrato nuovi ostacoli operativi.

Le agenzie umanitarie hanno inoltre segnalato crescenti ostacoli di natura amministrativa.

Il 38% ha dichiarato di incontrare difficoltà nell’ottenere permessi di lavoro per il personale femminile. Il 67% ha riferito problemi nella registrazione o nell’attuazione di progetti di sensibilizzazione e di sostegno psicosociale. Il 27% ha incontrato difficoltà nella registrazione di progetti con la parola “donne” nel titolo, mentre il 25% ha affermato che i progetti che impiegano personale femminile afghano incontrano ostacoli nella registrazione. Un ulteriore 23% ha denunciato minacce dirette rivolte alle donne per il fatto di lavorare o partecipare ad attività umanitarie.

Nel complesso, il 48% delle organizzazioni ha dichiarato che tali restrizioni hanno ridotto la loro capacità di raggiungere donne e ragazze bisognose di assistenza.

Colpite soprattutto le ong guidate da donne

La carenza di finanziamenti ha aggravato ulteriormente queste difficoltà.

Più della metà delle organizzazioni (54%) ha dichiarato di aver licenziato personale afghano a causa dei tagli ai finanziamenti dei donatori. Il 46% ha riferito che alcuni progetti sono terminati una volta esauriti i fondi disponibili, mentre il 44% ha dichiarato di aver ridotto salari e benefit. Un altro 44% ha affermato di non essere più in grado di coprire i costi aggiuntivi legati all’impiego delle donne, inclusi il trasporto e le spese connesse all’obbligo del tutore maschio.

Anche le restrizioni stesse hanno costretto molte donne a lasciare il lavoro umanitario. Il 12% delle organizzazioni ha dichiarato che dipendenti donne si sono dimesse a causa delle restrizioni imposte dai talebani, mentre il 13% ha riferito di aver licenziato personale femminile direttamente a causa di tali restrizioni.

Nel complesso, l’83% delle organizzazioni ha affermato che i tagli ai finanziamenti hanno inciso sul personale, sull’attuazione dei progetti o sulla capacità di sostenere donne e ragazze. Solo il 17% ha dichiarato di non aver subito alcun impatto.

Le organizzazioni guidate da donne sono state particolarmente colpite. Solo il 35% ha riferito di aver ricevuto nuovi finanziamenti per progetti dal dicembre 2025, con un calo di 11 punti percentuali rispetto al sondaggio precedente.

Per continuare a operare, le agenzie umanitarie si sono adattate sempre più ai requisiti imposti dai talebani. Il 68% ha istituito luoghi di lavoro separati per il personale maschile e femminile, il 65% fornisce trasporto o sostegno economico alle donne che viaggiano accompagnate da un tutore maschio e il 58% impiega le donne esclusivamente in incarichi sul campo anziché in attività d’ufficio.

L’indagine ha rilevato che il 75% delle organizzazioni ha accettato le condizioni imposte dai talebani — tra cui la segregazione di genere, l’obbligo del tutore maschio e le restrizioni sui luoghi in cui le donne possono lavorare — al fine di mantenere occupato il personale femminile. Il 57% ha dichiarato di fare affidamento sui leader delle comunità locali per negoziare l’accesso con le autorità talebane del territorio.

Nonostante questi sforzi, le organizzazioni avvertono che il contesto operativo continua a deteriorarsi. La carenza di finanziamenti resta il principale ostacolo di lungo periodo alla partecipazione delle donne al lavoro umanitario, mentre le restrizioni imposte dai talebani continuano a limitare la libertà di movimento, l’occupazione e l’accesso umanitario delle donne.

Il rapporto conclude che la combinazione tra il rafforzamento del controllo da parte dei talebani e la progressiva riduzione dei finanziamenti internazionali rende sempre più difficile per le organizzazioni umanitarie mantenere l’assistenza destinata alle donne e alle ragazze afghane in tutto l’Afghanistan.