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Tag: Talebani

Lo sciopero delle donne

La Stampa Flavia Amabile 15 agosto 2026

Disertata la festa per il 5° anniversario del ritiro Usa: «Le nostre vite distrutte».

Un silenzio irreale incombe sulle piste dell’aeroporto di Kabul.
Cinque anni fa decine di migliaia di persone in fuga erano assiepate ovunque vi fosse un centimetro di spazio libero, con la speranza di salire su uno degli ultimi voli in partenza.
Oggi le piste sono deserte, la folla è fuori dall’aeroporto, nelle strade della capitale. Si prepara ai grandi festeggiamenti dell’anniversario dell’abbandono americano, il tradimento che ha consegnato l’Afghanistan nelle mani dei talebani.
Come ogni anno, il 15 agosto caroselli di auto e persone prenderanno d’assalto le strade, a migliaia andranno in giro a urlare che «Allah akbar», Dio è il più grande, anche se la miseria è a ogni passo.
Sventoleranno le bandiere bianche e nere dell’Emirato islamico, accenderanno fuochi d’artificio davanti a quello che un tempo era uno dei principali luoghi del potere, l’ambasciata degli Stati Uniti. E attenderanno che il governo lanci fiori colorati dal cielo, anche se in molti preferirebbero del cibo perché vivono in una terra stremata, dove quasi la metà delle persone vivono sotto la soglia della povertà e circa 3,7 milioni di bambini rischiano di morire di fame.
Ma la festa va onorata, quindi uomini, ragazzi – persino bambini – faranno il loro dovere.
LE DONNE NO. Nel giorno in cui i talebani le vorrebbero in strada, loro non ci saranno
«Che c’è da festeggiare? Hanno distrutto le nostre vite», afferma Samira, 26 anni. Da un anno e mezzo gestisce una galleria d’arte insieme alle sorelle, una sorta di passatempo inoffensivo con cui il regime lascia che le donne possano tenersi impegnate.
Era altro quello che Samira fino a cinque anni fa immaginava di fare. Aveva studiato Finanza, aveva anche superato un esame per lavorare in banca. «Poi sono arrivati i talebani e i divieti. Tutto quello che riguarda l’economia è diventato inavvicinabile per le donne».
Samira non si è chiusa in casa come troppe altre afghane hanno fatto. Ha organizzato rapidamente un piano B per sé e per la famiglia, la galleria dove insegnano ad altre donne calligrafia e disegno.
«Per ora il regime ci permette di avere almeno questo tipo di attività, ma viviamo in una eterna precarietà. Ogni giorno i talebani inventano un nuovo divieto per rendere sempre più difficile la vita delle donne. Sappiamo che prima o poi potrebbero colpire anche noi. E dovremmo anche celebrare il loro arrivo? Le afghane il 15 agosto restano a casa».
«L’anniversario dell’inizio della tristezza? Dormirò tutto il giorno», sottolinea Manija, 19 anni e un lavoro come commessa, in un negozio di trucchi, cosmetici e altre merci che i talebani pensano siano appannaggio esclusivo delle donne.
Fino a cinque anni fa anche lei andava a scuola e sognava una vita molto diversa. Voleva studiare medicina, curare le persone. Invece vende rossetti e creme, vive con i genitori e considera i fidanzati o, peggio ancora i mariti, come il male assoluto. «Se ho un lavoro è grazie a mio fratello che ha comprato questo negozio. In quanto donna, non avrei potuto farlo. Se mi sposassi correrei il rischio di perdere anche questa boccata di libertà che mi è concessa», dice.
Alle due del pomeriggio a Kabul la temperatura sfiorerà i 40 gradi, gli uomini continueranno i caroselli nelle strade. Alcuni imbracceranno i mitra. Altri, pur di apparire armati, si accontenteranno di brandire con fierezza anche semplici spade di plastica.
A quell’ora, in un altro quartiere, nella parte Nord della città, decine di afghane si infileranno alla spicciolata, per non farsi notare, in un appartamento al primo piano. Nessuna insegna, nessun citofono, nemmeno una targa o un nome incollato sulla porta.
Loro però sanno dove andare. Scosteranno una tenda luccicante, unico segnale che permette di individuare l’ingresso, entreranno in un ampio appartamento pieno zeppo di donne. Alcune avranno i capelli ricoperti di schiuma, di shampoo, altre le unghie ricoperte di smalto ancora umido o gli occhi circondati da una nuvola di colori pastello. Ognuno di questi gesti è proibito secondo la legge dei talebani, se compiuto fuori casa.
Marwa, 24 anni, proprietaria del salone di bellezza, prega di non dare alcun dettaglio sulla loro posizione. «Sono l’unica a lavorare e in famiglia siamo sette persone. Se ci chiudono, io finisco in prigione e mia madre e le mie sorelle in strada a fare la fame», spiega.
Anche lei immaginava una vita diversa. Si era iscritta a Medicina, ma poi le università sono state vietate alle donne e ha dovuto accontentarsi di un’attività clandestina. «Il 15 agosto? Per me non è una festa, e nemmeno per le mie clienti. È il giorno in cui abbiamo perso la felicità, sarò qui a lavorare. Festeggeremo quando la nostra terra sarà di nuovo libera».
Dopo le cinque il caldo sarà meno asfissiante, i talebani ne approfitteranno per aumentare il numero di caroselli e inni ad Allah nelle strade.
Imran Momand non si unirà a loro, anche se è un uomo. Non può lasciare incustodito il luogo dove lavora, il Museo delle Mine di Kabul. Con passione mostrerà ai visitatori il difficile lavoro compiuto dagli Anni 90 in poi per bonificare l’Afghanistan dalle mine. Più volte ripeterà che all’interno del museo ogni settimana 150 studentesse e studenti imparano come riconoscere le mine e a starne lontano. Una formazione necessaria in un Paese dove ancora una porzione del territorio è a rischio.
«Sono centocinquanta, equamente divisi tra maschi e femmine», sottolineerà Imran Momand. Lui lo dirà con orgoglio. Ma c’è poco di cui essere fieri se, soltanto di fronte a una mina pronta a esplodere, le afghane conservano il diritto di essere trattate alla pari degli uomini.

 

La segregazione delle donne dell’Afghanistan a cinque anni dal ritorno dei talebani

L’OSSERVATORE ROMANO Marina Piccone 17Agosto 2026

Una conferenza stampa del “Coordinamento italiano sostegno donne afghane” fa il punto sulla sistematica violazione dei diritti

«Un controllo sistematico, un’esclusione e una segregazione rigorosa delle donne in quanto donne. Per questo lo chiamiamo “apartheid di genere ”». Così descrive la situazione in Afghanistan un’attivista di Rawa (Associazione rivoluzionaria delle donne afghane), che combatte per i diritti delle donne, la giustizia sociale e la democrazia.

Era il 15 agosto 2021 quando i talebani tornarono al potere in Afghanistan. A cinque annida allora, le condizioni di vita della popolazione, in particolare di quella femminile, continuano a peggiorare. Il regime ha cancellato diritti e libertà fondamentali, mentre la crisi economica e umanitaria ha raggiunto livelli drammatici,segnati da povertà, fame e re pressione. Il Cisda (Coordinamento italiano sostegno donne afghane), nei giorni scorsi ha organizzato una conferenza stampa online per ascoltare testimonianze dirette sulla situazione attuale nel Paese, conoscere le forme di resistenza civile ancora attive e approfondire le prospettive di chi continua a operare sul campo nonostante la repressione del regime. In collegamento ci sono le rappresentanti di Rawa, un’associazione clandestina fondata nel 1977 da Meena Keshwar Kamal, uccisa nel 1987, che porta avanti progetti di istruzione e scuole segrete per ragazze, assistenza medica, formazione professionale, informazione, sostegno alimentare.

Delle donne viene regolamentato ogni aspetto della vita. Un documento delle Nazioni Unite, pubblicato il 2 aprile scorso, analizza le principali misure introdotte dalle autorità afghane a partire dal 2021: dal divieto di istruzione secondaria e universitaria all’esclusione dal lavoro; dalle limitazioni alla libertà di movimento alle restrizioni nell’accesso alla sanità. A queste si aggiungono il divieto o la forte limitazione della partecipazione politica, le discriminazioni nell’accesso alla giustizia, l’impunità per le violenze di genere, i limiti all’attività delle ong con personale femminile, l’esclusione dalla formazione professionale. «Un’altra regola che hanno imposto riguarda l’attività produttiva. È vietato non solo il lavoro all’esterno ma anche in casa, come quello di parrucchiera e di tutto ciò che riguarda i trattamenti di bellezza», continuano le attiviste, di cui non vediamo i volti e non conosciamo i nomi per motivi di sicurezza. Le donne non vestite secondo le regole talebane o non accompagnate da un mahram (un familiare maschio) vengono frustate e messe in prigione, dove vengono maltrattate e abusate sessualmente; non possono apparire sul balcone della propria casa, viaggiare insieme agli uomini sui bus, guidare. Le restrizioni e i divieti sono tanti e tali da rendere impossibile elencarli, si fa prima a dire che non possono fare niente. Neanche ridere. Con poche occasioni per farlo in un Paese considerato il peggiore al mondo in cui nascere donna, secondo numerosi rapporti internazionali.

Trasgredire alle numerose misure repressive imposte alla popolazione, come quelle, grottesche, che vietano di ascoltare musica e di guardare film, è molto pericoloso, perché la sorveglianza è capillare. «I talebani sanno quando usiamo i nostri telefoni, quando parliamo, quando ci connettiamo su internet. Il ministero del Vizio e della Virtù utilizza la tecnologia per ottenere informazioni sulle persone che hanno partecipato a manifestazioni tramite i numeri delle loro schede Sim», afferma la voce al di là dello schermo. Giornalisti, attivisti, accademici, scrittori e artisti sono esposti a gravi rischi di detenzione arbitraria e maltrattamenti. «Semmai una cosa è cambiata in questi cinque anni è che il regime è diventato ancora più spietato», dice un’altra voce.

E se per tutti vivere è una sfida quotidiana, per le donne è un’impresa ancora più ardua. Oggi, in Afghanistan, le donne sono escluse dalla vita. Una condizione che ha un impatto devastante sul piano psicologico. Secondo un’indagine di Afghan Witness, tra aprile 2022 e febbraio 2024 sono stati documentati 195 casi di suicidio femminile. Ma ci sono donne che resistono, a prezzo di pesanti conseguenze. Le attiviste per i diritti umani vengono incarcerate, torturate, stuprate, e spesso non si sa nulla del loro destino. La vita delle militanti di Rawa e di altre organizzazioni femminili è un impegno totale: continuare il proprio lavoro e proteggere dalla furia talebana sé stesse, la propria famiglia, le proprie compagne e le donne coinvolte nei progetti. «Non ci arrenderemo mai», dicono, «non rinunceremo mai a lottare per la libertà delle donne e di tutto il popolo afghano.

 

 

Pensavo che la caduta di Kabul fosse un incubo. Era solo l’inizio.

Zan Times, 15 agosto 2026, di Zarifa Salangi

Ci stiamo avvicinando al 15 agosto, quinto anniversario della caduta dell’umanità, dei sogni, delle speranze e dei progetti per il futuro. Ogni anno, è una data tetra che riapre ferite che si sono infettate dal 2021.

Cinque anni fa, ero una giovane donna sulla soglia dell’indipendenza. Proveniente da una famiglia povera, sognavo di costruire un futuro migliore per me e per i miei cari grazie al duro lavoro e alla perseveranza. Avevo conseguito la laurea triennale e speravo di iniziare una laurea magistrale. Avevo promesso alla mia famiglia di sistemare le loro vite, al meglio delle mie possibilità.

Improvvisamente, arrivò il giorno buio e maledetto del 15 agosto 2021. Il giorno che segnò la mia fine.

Erano le 9:30 del mattino. Mi trovavo in un centro di addestramento militare quando improvvisamente tutti iniziarono a bisbigliare. Suonò una campana e tutti furono convocati nel cortile del quartier generale. Il vicedirettore, balbettando, con il viso pallido e la gola secca, annunciò: “I talebani sono entrati a Kabul. Rimettete al loro posto le vostre cose il più velocemente possibile e tornate a casa”.

Per qualche secondo, la mia vista si offuscò. Mi girava la testa e l’edificio mi sembrava vorticare intorno. Afferrai la mano della ragazza accanto a me. Dopo qualche secondo, riuscii a riprendere fiato. Pensai che qualcuno mi avesse fatto uno scherzo crudele. In cuor mio, desiderai mille volte di essere addormentata e che fosse solo un incubo… Ma no, era la nostra realtà.

Proprio le persone di cui avevamo denunciato i crimini e le brutalità solo il giorno prima si trovavano ora a Kabul. Ero ancora sotto shock quando le urla e i pianti di alcune soldatesse mi riportarono alla realtà.

«Per l’amor di Dio, non dire questo!» urlò una ragazza. «Sai che siamo venute qui dalle province per l’addestramento. Siamo qui da mesi. Le nostre province sono in mano ai talebani. Come dovremmo tornare a casa?»

Un’altra ragazza, originaria di Farah, il cui marito era stato arrestato dai talebani pochi giorni prima, gridava: “Non mi lasceranno vivere”.

Altre due o tre soldatesse implorarono il vicedirettore di lasciarle rimanere a combattere i talebani. Tra le lacrime, una di loro disse: “Se devo essere uccisa dai talebani, almeno lasciatemi sparare qualche colpo con questa uniforme addosso”. Ma a quanto pareva non c’era niente che si potesse fare.

Il vicedirettore si è limitato a dire: “I nostri leader hanno raggiunto un accordo. Non ci saranno scontri”.

Eravamo visibilmente pallide quando uscimmo dall’edificio. Una delle guardie in piedi al cancello d’uscita sogghignò: “Andate, andate… Questo è il vostro ultimo giorno fuori. Tornerete al vostro posto: a casa”. Quelle parole ferirono più di ogni altra cosa. Era contento che quel giorno fosse finalmente arrivato; il risentimento e il disprezzo che nutriva per le donne erano visibili nei suoi occhi.

Eravamo in sei stipati in un’unica auto. Il traffico era così intenso che un tragitto che normalmente durava 30 minuti, questa volta ne ha impiegati 90.

Ho chiamato mio padre, ma le chiamate non andavano a buon fine. Sono sceso a Deh Afghanan. Sono rimasto lì per qualche istante. Fin da bambino avevo sempre sentito parlare del Giorno del Giudizio, ma quel giorno, mentre ero ancora vivo, ne ero testimone diretto.

I negozianti chiudevano i loro negozi. La gente fuggiva. Ognuno pensava solo a se stesso. Alcuni mi guardavano come a dire: “La tua vita è finita”.

Ho camminato da Deh Afghanan fino all’Archivio Nazionale. Non c’erano macchine. Ho continuato a camminare lentamente. Lungo la strada, ho trovato un minibus e sono salita. Dentro, una donna ha detto a un’altra: “Tutto questo è merito tuo”. È stato allora che ho capito che, ancor prima dell’arrivo dei talebani, il loro modo di pensare e la loro ideologia erano già penetrati a Kabul.

Sono arrivato a casa. Abbiamo bruciato le cose che dovevano essere bruciate in un angolo del cortile.

Per un’intera settimana non sono riuscita a deglutire altro che acqua. Sono rimasta sveglia giorno e notte, seguendo le notizie. Mi sono sentita un po’ incoraggiata quando ho visto su Facebook che diverse giornaliste erano scese in piazza, o che una ragazza era andata in bicicletta, e poi che un gruppo di donne aveva protestato davanti al Ministero degli Affari Femminili.

Ben presto, i talebani iniziarono a imporre restrizioni alle donne. Le scuole furono chiuse a tempo indeterminato; le università e il lavoro furono sospesi. Mio padre ed io eravamo gli unici a portare a casa lo stipendio nella nostra famiglia di nove persone, e ora entrambi eravamo stati costretti a lasciare il lavoro. Le restrizioni sulle donne aumentarono di giorno in giorno. Si estesero al colore dei nostri vestiti, delle scarpe, dei cosmetici, dei profumi e, infine, al divieto di musica, canto e televisione.

Ben presto ci rendemmo conto che i talebani non solo non erano riusciti a cambiare, ma erano diventati persino più ignoranti e retrogradi. Vidi video di giovani donne che si univano spontaneamente al movimento di protesta. Era una sensazione strana, come se forse non fosse ancora tutto finito.

Anch’io mi sono unita al gruppo. La mia prima protesta è stata con un gruppo di giornalisti vicino all’aeroporto di Kabul. In seguito, ho partecipato alle proteste organizzate dai movimenti femministi. Ci siamo conosciute tramite gruppi WhatsApp. All’inizio eravamo tutte insieme, ma poi hanno iniziato a formarsi organizzazioni e movimenti distinti. I gruppi lavoravano separatamente, ma con un obiettivo comune.

Zarifa Salangi è diventata un’attivista per i diritti delle donne in seguito alla presa del potere da parte dei talebani, unendosi al movimento femminista spontaneo sorto dopo tale evento.
Un gruppo di donne ha fondato il Movimento delle donne afghane per la giustizia, e attraverso di esso abbiamo continuato le nostre attività di protesta. Nel corso del tempo, alcune se ne sono andate, altre hanno formato movimenti indipendenti, alcune hanno smesso di protestare e altre ancora si sono unite a gruppi diversi. Ma alcune di noi sono rimaste in questo movimento per cinque anni e continuano a non arrendersi.

Ho protestato per sei mesi nelle strade di Kabul. Ma quando i talebani hanno imprigionato le ragazze della nostra squadra e hanno iniziato a minacciare anche noi, sono stata costretta a nascondermi nelle case di amici e parenti. Dopo di che, rimanere in Afghanistan non era più possibile. Io e la mia famiglia siamo partiti per il vicino Iran attraverso una rotta clandestina. Con grande difficoltà, in otto giorni e otto notti, abbiamo viaggiato a piedi e in veicolo lungo l’estenuante percorso dai deserti di Nimroz, attraverso il Balochistan in Pakistan, fino al Balochistan in Iran. Finalmente, siamo arrivati ​​in Iran.

Ho trascorso tre anni in Iran, svolgendo lavori pesanti per una paga misera. Poi l’Iran si è unito al Pakistan nell’emettere ordini di espulsione per i migranti afghani. Ancora una volta, ho intrapreso la rotta del contrabbando attraverso il Pakistan e ho iniziato un altro viaggio migratorio. A tutt’oggi, vivo in una profonda miseria.

Ritengo i talebani, terroristi, responsabili di tutte le sofferenze di questi cinque anni: tutte le calamità che mi hanno colpito, le sofferenze patite, le notti insonni, lo stress, l’ansia, le lacrime e la paura. Ritengo inoltre responsabili gli stolti e spregevoli politici della Repubblica. Finché avrò vita, non perdonerò nessuno di loro.

Cinque anni non sono solo un numero. Sono le nostre vite, vite che non ci potranno mai essere restituite, a nessun prezzo.

Zarifa Salangi è diventata un’attivista per i diritti delle donne in seguito alla presa del potere da parte dei talebani, unendosi al movimento femminista spontaneo sorto dopo tale evento.

Oltre 50 Stati membri delle Nazioni Unite chiedono ai talebani di rispettare i diritti umani e porre fine alla discriminazione.

Kabul Now, 14 agosto 2026, di Besmellah Zahidi

Una coalizione di 56 Stati membri delle Nazioni Unite e l’Unione Europea hanno chiesto venerdì ai talebani di rispettare i diritti umani, di invertire le politiche discriminatorie e di ripristinare l’accesso all’istruzione per le ragazze.

In una dichiarazione congiunta rilasciata in occasione del quinto anniversario della presa del potere da parte dei talebani in Afghanistan e letta dal rappresentante permanente della Danimarca presso le Nazioni Unite, i due Paesi hanno affermato che l’Afghanistan continua ad affrontare gravi sfide in materia di diritti umani, aiuti umanitari, economia e sicurezza.

La dichiarazione descriveva il trattamento riservato dai talebani a donne e ragazze come una caratteristica distintiva del loro regime, sottolineando che l’Afghanistan rimane l’unico Paese al mondo in cui alle ragazze è precluso l’accesso all’istruzione secondaria e superiore.

I paesi hanno affermato che il sistema di decreti e politiche dei talebani ha ulteriormente radicato la discriminazione e indebolito le tutele legali per donne e ragazze.

«Chiediamo ancora una volta ai talebani di revocare tutti i decreti e le politiche discriminatorie», si legge nella dichiarazione, che esorta le autorità a ripristinare l’accesso delle ragazze all’istruzione e a garantire la partecipazione «piena, equa, significativa e sicura» delle donne in tutti gli aspetti della società afghana.

I paesi hanno inoltre affermato che l’assenza di una governance inclusiva continua a compromettere le prospettive di pace e stabilità durature. I bisogni umanitari rimangono urgenti, le violazioni dei diritti umani persistono e i gruppi terroristici continuano a minacciare il popolo afghano, nonché la sicurezza regionale e internazionale.

Hanno sottolineato che il terrorismo in tutte le sue forme costituisce una delle minacce più gravi alla pace e alla sicurezza e hanno chiesto che il territorio afghano non venga utilizzato per minacciare o attaccare alcun Paese, pianificare o finanziare atti terroristici, né per dare rifugio e addestrare terroristi. I Paesi hanno esortato i talebani ad adottare misure concrete per combattere il terrorismo, anche contro individui e gruppi designati dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

La dichiarazione ha evidenziato le restrizioni imposte all’operazione delle Nazioni Unite in Afghanistan, tra cui il divieto dei talebani di assumere personale femminile afghano delle Nazioni Unite. Tali restrizioni, si legge nella dichiarazione, stanno compromettendo la capacità delle Nazioni Unite di fornire assistenza fondamentale al popolo afghano.

Hanno sottolineato che gli aiuti umanitari da soli non possono risolvere la crisi afghana. I talebani devono creare le condizioni affinché gli afghani possano ricostruire le proprie vite con dignità, nel rispetto dei diritti umani, con una governance inclusiva e in sicurezza.

La dichiarazione è stata appoggiata da paesi quali Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Canada, Giappone, Australia, Danimarca, Svezia, Norvegia, Emirati Arabi Uniti, Ucraina e Corea del Sud, nonché dall’Unione Europea.

I paesi hanno rinnovato il loro impegno a mantenere l’Afghanistan in cima all’agenda internazionale, operando attraverso le Nazioni Unite e sostenendo il popolo afghano nella sua ricerca di un futuro fondato su diritti, inclusione, opportunità e sicurezza.

Il 15 agosto ricorrono cinque anni dal ritorno al potere dei talebani, avvenuto dopo il ritiro delle forze internazionali e il crollo del precedente governo afghano nel 2021. Da allora, il gruppo ha imposto severe restrizioni a donne e ragazze, tra cui il divieto di accesso all’istruzione secondaria e superiore, alla maggior parte delle forme di impiego e agli spazi pubblici come parchi e palestre.

La comunità internazionale, in particolare i paesi confinanti con l’Afghanistan, continua a essere preoccupata per la presenza e le attività di numerosi gruppi militanti nel paese, mettendo in guardia sui rischi per la sicurezza regionale e internazionale.

Nonostante i ripetuti appelli delle Nazioni Unite, delle organizzazioni per i diritti umani, degli attivisti e dei governi a revocare le restrizioni imposte a donne e ragazze e ad agire contro i gruppi militanti, i talebani hanno mantenuto le loro politiche, negando al contempo che gruppi terroristici operino dal territorio afghano.

Cinque anni dopo

Dal Blog di Enrico Campofreda, 14 agosto 2026

A cinque anni dall’istaurazione dell’incubo dell’Emirato afghano, che la diplomazia statunitense nei mesi precedenti l’agosto 2021 aveva accettato e avallato prima di fare le valigie per Washington, alcune attiviste della sempreverde Rawa (Revolutionary Association Women of Afghanistan) in continuo contatto col Coordinamento italiano sostegno donne afghane hanno risposto a domande poste da giornaliste e attiviste italiane collegatesi in conferenza stampa. Un incontro virtuale ma vivacissimo. Nelle migliaia di chilometri di distanza la rete, con le precauzioni del caso viste le possibili conseguenze che loro stesse spiegano, ha consentito a Nihal, Bahin e altre giovani attiviste d’illustrare ciò che i propri occhi vedono quotidianamente e quello che le proprie menti e mani fanno. In clandestinità e con immensa determinazione. Applicando ogni stratagemma, alla maniera in cui anni addietro incontrammo una nota militante dell’epoca spuntata da sotto un burqa. Una fase in cui non governavano i talebani ma gli amici dell’Occidente, sempre comunque infidi per le donne. “I talebani non sono cambiati, sono solo diventati più spietati. Rispetto a tempi passati hanno maggiore supporto finanziario e accesso alla tecnologia, così possono controllare la vita privata delle persone”. “Hanno anche ricevuto maggiore sostegno internazionale, di fatto sono stati normalizzati. Sapete che da tempo vietano alle giovani l’accesso alla scuola secondaria e all’università, impediscono il lavoro femminile oltre a controllarne, direttamente o tramite gli uomini di famiglia, movimenti e presenza nella società. Subiamo una segregazione sistematica”. “Alle donne è vietato di vivere, vengono segregate in quanto donne, non hanno accesso a nulla, non possono fare nulla”. “Il genere femminile è soggetto a condizionamenti restrittivi, non viene colpito solo nell’istruzione, sul lavoro, nell’abbigliamento, siamo assediate nella privacy. Ormai lo stesso lavoro casalingo può subìre la censura dei controllori”. “Un esempio: se vogliamo ottenere una Sim card dobbiamo mostrare la carta d’identità elettronica, questa consente a chi vuole controllarti di ricevere ogni informazione comprese quelle biometriche. In alcune province periferiche alle donne è proibito di avere una personale Sim card, e se la ricevono attraverso il marito o parenti maschi, ecco che il controllo s’allarga alla famiglia”. “La rete viene utilizzata a scopo coercitivo dal Ministero del Vizio e della Virtù: s’inducono impiegati e funzionari all’ascolto delle chiamate, ultimamente ad Herat sono state individuate partecipanti a incontri di piazza tramite i loro cellulari”. “Ormai quando usiamo i telefoni, quando parliamo o ci connettiamo a Internet diamo al sistema di controllo talebano la possibilità d’individuarci”.

“I talebani dicono che tutto è normale, ma in troppe zone questa normalità non esiste. Nel nord del Paese, nel Badakhstan, ad esempio, ci sono state manifestazioni contro il regime, i miliziani le hanno attaccate perché accusano quegli abitanti di fede ismailita (corrente dell’Islam sciita, ndr) di non essere musulmani”. “Il sostegno che possiamo ricevere dall’esterno, anche solo diffondendo le notizie che non passano nel circuito mediatico, risulta importantissimo. Nelle nostre strutture lavoriamo pure col supporto di uomini a noi solidali, prevalentemente in famiglia. Le squadre sanitarie non sarebbero possibili senza le figure maschili indispensabili per gli spostamenti di noi tutte, secondo le normative vigenti sul mahram”. “E ci sono uomini che contribuiscono al lavoro domestico, alla cura dei figli, cose semplici ma di enorme aiuto fisico e mentale. Questa vicinanza ci rende più forti, capaci di lavorare senza stress”. “Fra gli impegni consolidati della nostra associazione l’istruzione femminile resta centrale. Continuiamo a gestire scuole nelle province di Herat, Farah, Bamyan, Badakhsha, Kabul, Jalalabad e soprattutto Nangarhar nonostante i talebani abbiano chiuso centri che potevano operare alla luce del sole. Oggi abbiamo corsi clandestini in queste aree, le insegnanti sono ben radicate nei luoghi, conoscono a fondo la popolazione. C’è stata la perquisizione talebana in un corso a Bamyan, quando i miliziani sono entrati nel locale domandando: cosa fate in queste classi? La risposta è stata: studiamo il Corano. Le insegnanti istruiscono le partecipanti, le abituano a dichiarare al più l’apprendimento di sartoria e artigianato, mai dell’istruzione generale e della lingua inglese. Così anche le consolidate strutture che avevamo aperto nel periodo dell’occupazione Nato continuano a esistere, ma operano in modo diverso. Alle Ong locali l’attuale governo impedisce la realizzazione di progetti come l’alfabetizzazione, accettano quelli che distribuiscono beni e servizi a donne e famiglie. Per finanziarli bisogna pagare una tangente, non sempre riesce ma ci si prova, e usare stratagemmi burocratici: sostituire la parola “donne” con “famiglia”. Mentre la prima attira l’immediata censura, il medesimo progetto rivolto alla “famiglia” magari riesce a passare”.

“Esiste il tentativo a metà strada fra la geopolitica istituzionale che coinvolge le stesse Nazioni Unite e il soft power del turismo internazionale che mostra filmati di località del Paese decontestualizzate dalla realtà, alcuni palazzi di Kabul o il complesso dei laghi Band-e Amir a Bamyan, aiutano certamente il regime a sostenere che tutto è sotto controllo e la sicurezza è garantita. Si tratta di operazioni di propaganda sostenute dagli stessi talebani; divulgano notizie falsate per nascondere quel che viene fatto contro le donne e l’intera popolazione”. “Pur nella difficoltà di movimento e nei controlli del web Rawa conserva rapporti col mondo sociale e politico, in Italia come in Iran. La repressione che le iraniane hanno conosciuto in questi anni non è diversa dalla nostra riguardo a carcerazione, tortura, esecuzioni pubbliche”. “Gli eventi estremi penalizzano ancor più le donne, penso alla situazione appresa da una nostra squadra sanitaria che aveva prestato soccorso in occasione del terremoto nella zona di Herat. C’erano donne ancora sepolte sotto le macerie che non potevano essere estratte perché non avevano attorno parenti di sesso maschile. L’autorità talebana non lo permetteva. A Patkia ad alcuni membri del nostro gruppo portatori di medicinali è stato imposto di consegnare il materiale alle guardie talebane, che peraltro sostenevano bisognasse curare innanzitutto gli uomini, senza privilegiare donne e bambini”. “Il lavoro di Rawa, avviato dal 1977, è stato molto complesso nelle varie fasi attraversate dal nostro Paese, noi lo proseguiamo. Non ci arrenderemo mai, non rinunceremo al nostro obiettivo: lottare contro il fondamentalismo islamico e l’imperialismo statunitense per la liberazione dell’Afghanistan. Certo, l’attuale situazione è difficilissima. All’arrivo del secondo Emirato avevamo lanciato manifestazioni di strada, abbiamo scelto di rinunciare perché ci esponevano a una durissima violenza. Siamo tornate in clandestinità per salvare noi stesse e le iniziative che continuiamo a svolgere, iniziative che creano sostegno e coscienza sociali. La quotidianità è durissima per tutti, figurarsi per noi donne militanti. Dobbiamo salvaguardare la vita. Gli arresti di donne avvengono frequentemente sotto la giurisdizione dei controllori del Ministero del Vizio e della Virtù, l’uso “improprio” dell’hijab è un pretesto diffuso per incarcerare. Trasferite nei luoghi di detenzione le donne vengono maltrattate, molestate sessualmente o violentate, gli stupri nelle carceri si ripetono frequentemente. In qualche caso, soprattutto fra le comunità rurali la popolazione è solidale e si ribella, ma non riesce a scalfire il potere dell’abuso imposto da un fondamentalismo che nei decenni ha avuto vari volti, attualmente è quello talebano”.

 

 

15 agosto 2021. Dopo 5 anni, i talebani sono ancora più spietati

cisda.it, 15 agosto 2026, di Patrizia Fabbri

Uno schermo nero, perché mostrare il proprio volto è troppo pericoloso. Nomi di fantasia, perché l’identità deve rimanere nascosta. E poi il collegamento che si interrompe, per riprendere poco dopo da un computer o da un telefono diverso: restare connesse troppo a lungo con lo stesso dispositivo potrebbe essere rischioso. È in queste condizioni che si è svolta la conferenza stampa organizzata da Cisda con le attiviste di RAWA. Voci lontane, nascoste dietro uno schermo, ma giovani e combattive, che nel triste anniversario del ritorno al potere dei talebani hanno voluto parlare alla stampa italiana. Raccontare cosa significa vivere oggi in Afghanistan. E, soprattutto, cosa significa essere donna in Afghanistan.

Indice

  1. La tecnologia a supporto della repressione
  2. Le mani dei talebani si allungano rapaci
  3. Normalizzazione, il mantra dei talebani
  4. Ma le proteste ci sono: esplicite o clandestine

Riassumere la condizione delle donne afghane è tanto semplice quanto drammatico. Le donne non possono lavorare, non possono studiare, non possono cantare, non possono affacciarsi alla finestra, non devono mostrarsi, non riescono a farsi curare, non possono andare nei parchi pubblici, non possono aprire negozi, non possono andare in bicicletta, non possono parlare a voce alta. “Non” è la parola che in Afghanistan si associa più frequentemente alla parola “donna”.

“Le donne sono estromesse dal mondo del lavoro e dalla vita pubblica: i loro movimenti, il loro abbigliamento e persino la loro presenza nella società sono controllati. E non si tratta di qualche singola imposizione, ma di una segregazione sistematica… per questo dobbiamo parlare di apartheid di genere. Sono l’esclusione e il controllo sistematici delle donne, semplicemente perché sono donne”, ha esordito una delle attiviste di RAWA collegate dall’Afghanistan.

La tecnologia a supporto della repressione
Era il 15 agosto 2021 quando i media di tutto il mondo rilanciavano le immagini dell’aeroporto di Kabul preso d’assalto da centinaia di persone che tentavano di salire sugli aerei degli americani in fuga. Cinque anni dopo, non è soltanto la repressione a essere rimasta: secondo le attiviste di RAWA, il regime ha imparato a renderla più capillare, sfruttando anche strumenti tecnologici sempre più sofisticati.

“I talebani non sono cambiati. L’unica cosa che è cambiata è che sono diventati più spietati. Inoltre, hanno supporto finanziario e accesso alla tecnologia: attraverso questo accesso possono controllare la vita delle persone”, ha detto l’attivista RAWA, spiegando come l’acquisto di una SIM card possa avvenire solo presentando la carta d’identità elettronica, attraverso la quale è possibile ottenere tutte le informazioni, comprese quelle biometriche, dell’intestatario: “Quando c’è una manifestazione, come le ultime a Herat o nel Badakhshan, i talebani chiedono alle società di telecomunicazioni di fornire loro i numeri delle SIM card che risultano presenti nel luogo della manifestazione”. Da lì ad arrestare chi partecipa alle contestazioni il gioco è facilissimo.

Il telefono, così, smette di essere uno strumento neutro e diventa una possibile fonte di pericolo: “Quando usiamo i nostri telefoni, quando parliamo, quando ci connettiamo non siamo mai tranquilli perché i talebani hanno accesso a tutto. Il Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio utilizza la rete per ascoltare le voci di persone che parlano di questioni specifiche”.

Il controllo non si ferma alla sorveglianza. Può trasformarsi rapidamente in arresto, interrogatorio, intimidazione: decine e decine di persone spariscono per giorni o per settimane, chiamate a rispondere di ciò che hanno detto, scritto o fatto. Anche una frase non perfettamente allineata con i dettami del regime può diventare una colpa.

Le mani dei talebani si allungano rapaci
Ma il controllo non passa soltanto dagli strumenti digitali. Si estende alla vita quotidiana, al lavoro, agli aiuti umanitari, persino alle emergenze.

L’Afghanistan è una terra devastata non solo dalle guerre e dal regime dei talebani, ma anche da condizioni climatiche avverse, che alternano periodi di grave siccità a forti piogge e inondazioni, e da frequenti terremoti. È proprio nelle situazioni di maggiore fragilità che, secondo RAWA, il regime mostra ancora una volta il proprio volto disumano, rendendo ancora più difficile la vita di donne e bambini: “Durante l’ultimo terremoto nella provincia di Herat, per esempio, una delle nostre squadre sanitarie che si è recata sul posto ha trovato diverse donne ancora sotto le macerie delle case”, ha spiegato l’attivista RAWA. La loro colpa? Non avere parenti maschi che si occupassero di loro.

E anche quando arrivano gli aiuti, il controllo non viene meno. Secondo le attiviste, gli uomini del regime cercano di speculare sulle calamità imponendo tangenti o sequestrando i medicinali portati dalle ONG per poi ridistribuirli secondo criteri nei quali le donne vengono sistematicamente dopo gli uomini: “A Paktia, una delle aree colpite, alcune volontarie di RAWA sono state obbligate a consegnare i medicinali alle forze locali talebane e hanno intimato ai sanitari: ‘Prima visitate e curate gli uomini, poi potrete occuparvi delle donne’, hanno intimato”.

Il denaro, del resto, sembra essere un altro degli strumenti attraverso cui il potere talebano si esercita sulla popolazione. “Se cerchi di vendere qualcosa per strada devi versare una quota ai talebani”. Le chiamano tasse, ma secondo RAWA si tratta in realtà di vere e proprie tangenti: non si tratta di imposizioni legate al sistema fiscale regolamentato e le somme richieste variano da caso a caso. Chi lavora per strada, come ambulanti o sarti all’aperto, è inoltre costantemente esposto al ricatto: può essere costretto a riferire movimenti sospetti o presunte violazioni dei codici comportamentali per evitare l’arresto, la chiusura dell’attività o una nuova richiesta di denaro.

La corruzione arriva persino alle cerimonie private. In occasione di fidanzamenti e matrimoni, raccontano le attiviste, gli uomini del regime possono presentarsi nell’hotel o nel luogo della celebrazione e chiedere denaro. Solo dopo il pagamento la festa può continuare.

Lo stesso meccanismo coinvolge le ONG che cercano di lavorare a sostegno della popolazione: “Ci sono persone, all’interno del governo talebano, che si occupano proprio di questo: quando l’organizzazione si reca al ministero preposto per l’approvazione del progetto, viene intercettata da queste persone che chiedono di versare determinate somme per essere sicuri che il progetto venga approvato”.

Ma c’è un limite che, spiega RAWA, nemmeno il denaro riesce a superare: quello dei progetti rivolti alle donne. “Una persona che lavora in una di queste organizzazioni ci ha detto che stavano preparando una proposta di progetto rivolto alle donne, ma il governo ha imposto loro di sostituire la parola ‘donna’ con ‘famiglia’”. Anche la parola “donna” è impronunciabile nei documenti ufficiali, a meno che non si tratti di divieti.

Normalizzazione, il mantra dei talebani
Eppure, mentre dentro l’Afghanistan il controllo si fa sempre più pervasivo, all’esterno il regime persegue un obiettivo apparentemente opposto: farsi accettare, diventare normale.

La parola che va per la maggiore in Afghanistan, secondo RAWA, è proprio questa: normalizzazione.

Non soltanto normalizzazione della repressione, delle regole imposte quotidianamente alle donne e delle limitazioni alla libertà, ma normalizzazione dei rapporti con il resto del mondo.

Si sta infatti assistendo a una progressiva normalizzazione delle relazioni internazionali. Il caso più evidente è quello della Russia, che nel luglio 2025 ha riconosciuto ufficialmente il governo talebano, diventando il primo Stato a farlo. Segue a ruota la Cina che, pur mantenendo una posizione più prudente sul piano formale, intrattiene da tempo rapporti diplomatici ed economici con Kabul, con scambi commerciali e cooperazione negli investimenti e nella ricostruzione. E non sono da meno altri paesi come, per esempio, India, Uzbekistan, Kazakhistan ecc.

Una situazione intermedia caratterizza invece le Nazioni Unite. L’ONU non riconosce i talebani come governo legittimo dell’Afghanistan e continua a definirli de facto authorities, ma mantiene con loro un dialogo costante attraverso l’UNAMA e il processo di Doha. Anche l’Unione europea segue una linea simile: non riconosce il regime talebano, ma mantiene un rapporto operativo con le autorità di fatto sia per gli aiuti umanitari sia riguardo migrazione e rimpatrio di afghani.

È una contraddizione solo apparente: il regime non viene formalmente riconosciuto, ma con chi controlla il territorio si tratta. E proprio questo spazio tra mancato riconoscimento e rapporti di fatto offre ai talebani la possibilità di presentarsi sempre più come un interlocutore normale, come il governo con cui, volenti o nolenti, il resto del mondo deve fare i conti.

La normalizzazione, però, non passa soltanto dalle cancellerie. Passa anche dai video.

Accanto alle relazioni con gli Stati e alle interlocuzioni con le organizzazioni internazionali, secondo RAWA è in corso un’intensa attività sui social: decine di video su YouTube, Facebook e TikTok mostrano turisti che passeggiano tranquillamente per le strade di Kabul o visitano il parco nazionale di Band-e Amir. “Gira anche un video dove si vede una donna ballare felice con un uomo in una zona di montagna. Ma sono falsi. Sono video che vogliono far vedere che la sicurezza in Afghanistan è ottima o che la vita è normale, serena. In realtà questi youtuber sono pagati dai talebani per far vedere un Afghanistan che non esiste: parlano solo di cibo, di luoghi per picnic o turistici da visitare. Nessuno di questi video parla di povertà, della violenza contro le donne”.

È l’altra faccia della normalizzazione: non soltanto ottenere relazioni diplomatiche, commercio o interlocuzione internazionale, ma costruire un’immagine del Paese nella quale la repressione scompare dal campo visivo.

Secondo RAWA, anche questo fa parte di un grande progetto per normalizzare il regime dei talebani; normalizzano le diverse regole che vengono imposte quotidianamente contro le donne, contro i bambini, contro tutto il popolo afghano.

Ma le proteste ci sono: esplicite o clandestine
Eppure, sotto questa apparente normalità, qualcosa continua a muoversi.

Una parte della popolazione afghana si ribella, pubblicamente o resistendo clandestinamente.

Nonostante la repressione, le proteste non sono scomparse. Come nel Badakhshan, una provincia nel nord dell’Afghanistan, dove la popolazione ha organizzato manifestazioni pubbliche contro i talebani e il loro regime: “I talebani combattono contro gli abitanti del Badakhshan perché professano una religione diversa, l’ismailismo, e cercano di costringerli a convertirsi”, spiega l’attivista di RAWA. Qualche settimana fa un gruppo armato di opposizione è riuscito a conquistare, seppur solo temporaneamente, il controllo del distretto, ma è anche la gente comune che ha organizzato manifestazioni. E lo stesso è avvenuto nella provincia di Herat, nell’area di Jebrail, popolata soprattutto da hazara: “Le forze di Amr al-Ma’ruf, la polizia morale, hanno arrestato alcune donne in questa zona a causa dell’hijab ‘non conforme’. La popolazione allora ha protestato, ha manifestato per il rilascio di queste donne”.

Ma la ribellione non è soltanto quella visibile nelle manifestazioni, sempre duramente represse. È anche quella invisibile della clandestinità, del lavoro quotidiano di organizzazioni come RAWA: “Se vogliamo continuare il nostro lavoro, dobbiamo essere più forti di coloro che sono al potere. E il modo per essere più forti e preservare le militanti della nostra organizzazione è, in questo momento, condurre lotte clandestine”.

Una clandestinità che permette di far arrivare all’estero la voce dell’Afghanistan e delle donne afghane, di continuare a occuparsi di istruzione attraverso scuole clandestine e di fornire assistenza a una popolazione sempre più stremata.

È un lavoro difficile e pericoloso. I talebani cercano continuamente chi organizza queste attività, chi lavora contro di loro: “Controllano i social media per individuare le attiviste e anche girare per le strade con un telefono in mano può essere rischioso: se ti fermano, te lo controllano” e se trovano qualcosa che non li convince l’arresto è immediato.

Ma proprio qui si trova la contraddizione più forte di questo Afghanistan apparentemente normalizzato: mentre il regime cerca di mostrarsi al mondo come un interlocutore stabile, dentro il Paese continua a reprimere chiunque metta in discussione la sua idea di società.

Le donne di RAWA e delle altre organizzazioni con cui CISDA lavora non si lasciano intimorire. Continuano, con testardaggine, a lavorare perché alle bambine e alle ragazze afghane venga riconosciuto un futuro. Una responsabilità che, anche per chi osserva da lontano, significa prima di tutto non lasciare che quella voce scompaia.

 

L’Afghanistan dei talebani e di chi gli si oppone, visto dalla diaspora

Kritica, 15 agosto 2026, di Asmae Dachan

Intervista a Rahel Saya, studentessa afghana in Italia da circa cinque anni, sulla realtà dell’Afghanistan di oggi, vista dalla diaspora.

Negli ultimi mesi, l’Afghanistan ha visto un nuovo picco di repressione contro le donne. Secondo Human Rights Watch e UNAMA, tra dicembre 2025 e marzo 2026 le autorità talebane hanno condotto arresti mirati e sequestri di donne nelle province di Herat, Kabul e Mazar-i-Sharif, spesso con l’accusa di “violazioni del codice di abbigliamento”. Fonti locali parlano di oltre trenta donne scomparse solo a Herat, prelevate dalle loro case o fermate per strada, senza che le famiglie ricevano informazioni sul luogo di detenzione o sulle condizioni in cui si trovano.

Le organizzazioni internazionali denunciano un clima di terrore: telefoni confiscati, manifestanti picchiati, familiari minacciati. Amnesty International ha definito questa nuova ondata repressiva «una strategia sistematica per cancellare le donne dalla vita pubblica».

In questo contesto, ha suscitato forte polemica la notizia del recente invito rivolto dalla Commissione Europea a rappresentanti talebani per un incontro tecnico a Bruxelles sul coordinamento degli aiuti umanitari e i rimpatri. Pur non implicando alcun riconoscimento politico, l’iniziativa ha provocato indignazione tra attivisti, diaspora afghana e parlamentari europei, che l’hanno definita «un segnale devastante» mentre nel Paese continuano arresti arbitrari, torture e restrizioni draconiane contro donne e minoranze [se ne parla anche in questo racconto delle attiviste di RAWA, ndr]. È in questo scenario che si inserisce la testimonianza di Rahel Saya, giovane studentessa afghana arrivata in Italia cinque anni fa, che racconta il suo Paese con lucidità, dolore e un amore incrollabile.

Rahel, come presenterebbe l’Afghanistan, dove è nata e vissuta?
Mi permetta anzitutto di dire che sono contenta di avere la possibilità di raccontare un po’ del mio Paese e di quelle che sono state le nostre vite. Spesso sento persone parlare di Afghanistan, alcuni ne conoscono la grande ricchezza e bellezza culturale e paesaggistica, ma molti lo conoscono soprattutto per gli aspetti legati alla guerra, alla situazione delle donne costrette dentro il burqa, al fatto che non possano uscire di casa, che non abbiano diritti.

Tutto ciò purtroppo è vero, è la realtà di oggi, ma da cittadina afghana dico che questo non definisce il vero Afghanistan. L’Afghanistan è un Paese bellissimo, pieno di storia, cultura, montagne e paesaggi mozzafiato. Non è giusto definirlo soltanto attraverso le tragedie di ieri e di oggi, ignorandone la vera ricchezza, l’anima del suo popolo e soffocando la speranza che ancora esiste per il futuro della nazione. Io vengo dall’Afghanistan, che sono stata costretta a lasciare cinque anni fa, nell’agosto 2021. Sono qui in Italia da allora.

Cinque anni lontana dal mio Paese, dalla mia lingua, dalla mia cultura: tutto vive dentro di me, ma fisicamente sono lontana. Vengo dalla città di Bamiyan, e la bellezza del luogo – le montagne, la natura – è la vera immagine del mio Paese. Certo, abbiamo vissuto la storia dei talebani quando presero il potere la prima volta, e poi quando se ne andarono. In quei vent’anni abbiamo sofferto molto, ma avevamo la speranza di un futuro migliore. Tutto questo sogno è stato distrutto in un solo giorno: il 15 agosto 2021, quando i talebani hanno ripreso il potere. Per noi afghani quello è il giorno più buio della nostra storia.

Che ricordi ha del passato e che cosa le hanno raccontato i genitori e i nonni rispetto al passato?
Quando sono stata costretta a lasciare l’Afghanistan avevo solo 21 anni. Quando ho lasciato la mia casa ero incredula, non avevo mai pensato che sarebbe arrivato il momento di doverlo fare. Della prima presa di potere dei talebani non ho ricordi diretti, perché non ero nata. Conosco quel periodo dai racconti dei miei nonni e dei miei genitori: la situazione era talmente difficile che, da bambina, immaginarmela mi faceva paura. Non potevo pensare che un giorno avremmo affrontato di nuovo la stessa realtà, rimanere chiuse in casa, non andare a scuola, non lavorare, non andare all’università. Quando i talebani se ne andarono e gli americani entrarono in Afghanistan, per il nostro popolo fu un momento di speranza; pensavamo di poter respirare, di avere pace, democrazia, tranquillità. In quei vent’anni abbiamo fatto tantissimi progressi, anche se la sicurezza non è mai stata totale. Le donne potevano uscire, studiare, lavorare, avere un ruolo nella società. Abbiamo capito che quella pace non era reale quando i talebani sono tornati per la seconda volta e gli americani ci hanno lasciati soli, forse in una situazione ancora peggiore rispetto alla prima. In quel periodo storico le donne, rispetto alla prima volta, erano molto più attive e presenti nella società. Per questo il ritorno dei talebani è stato ancora più devastante.

C’è stato un periodo in cui l’Afghanistan era davvero il Paese della bellezza e della cultura. Che cosa racconta chi ha vissuto quel periodo?
Sì. Prima del 1996 ho sentito tanti racconti e ho cercato molto anche su internet. Tra gli anni ’50, ’60 e ’70 le donne erano totalmente uguali alle donne europee, come qui in Italia. Non posso accettare che oggi la nostra situazione sia questa, e non per la prima volta, ma per la seconda. La frase più forte che ho sentito è che l’Afghanistan è stato il primo Paese a dare alle donne il diritto di voto, quando in Italia e in Europa questo diritto ancora non esisteva. Nella mia mente convivono diverse immagini dell’Afghanistan: dal 1950 al 1996, dal 1996 al 2001, dal 2001 al 2021 e quella attuale, dal 2021 a oggi. Il periodo dal 2001 al 2021 non è mai stato facile, ma avevamo la possibilità di uscire, studiare, diventare qualcuno.

Oggi la situazione è la più difficile. Il popolo afghano si sta abituando, ma la crisi peggiora ogni giorno. A Herat, recentemente, hanno sequestrato molte donne. Da due settimane non abbiamo alcuna notizia sul loro destino. Abbiamo organizzato manifestazioni in Europa e a Roma per essere la loro voce. Le hanno prese dicendo che non indossavano l’hijab o la burqa. Sono più di trenta, ma ogni giorno ne prendono altre, a Mazar-i-Sharif, a Kabul. Le donne, pur di sopravvivere, hanno accettato tutto ciò che viene imposto – hijab, burqa, scuole separate – ma ai talebani non bastava mai. Durante una manifestazione a Herat, uomini e donne sono stati picchiati, minacciati, privati dei telefoni per impedire che le notizie uscissero dal Paese. Noi dobbiamo raccontare ciò che accade, perché loro non possono.

Torniamo alla tua vita in Afghanistan: cosa studiavi, che vita facevi?
Ho finito la scuola nel 2018 e nel 2020 ho iniziato l’università, seguendo un corso di Political Science and International Relations. Facevo anche attivismo e collaboravo con giornalisti afghani e italiani. È grazie a questi giornalisti che sono riuscita ad arrivare in Italia.

La tua università era solo per donne o mista?
Era mista. Io, come molte altre donne afghane, avevo la possibilità di studiare liberamente. Non tutte le donne nelle 34 province del Paese avevano questo privilegio. Ringrazio la mia famiglia per avermi permesso di andare a scuola. Amavo il giornalismo perché volevo raccontare le storie delle persone, essere la voce della società, dire la verità senza censura. Sono nata a Bamiyan, cresciuta a Kabul, dove ho iniziato l’università. Poi nel 2021 abbiamo perso tutto. Anch’io, come tante altre donne, ho perso tutto in un giorno.

Tu avevi amici, compagni di studio, vicini di casa uomini. I talebani sono uomini. Cosa è successo a questa parte della società? Perché tanto odio verso le donne, fino a volerle cancellare dalla storia dell’Afghanistan?
Non trovo una risposta. Non sono un’esperta di storia, sono solo una figlia di questo Paese. I talebani mischiano a loro piacimento islam, religione, sharia, hijab, rapporti tra uomini e donne, potere, controllo. Ma l’islam non deve fare paura a nessuno; per chi crede, è un punto di riferimento, una fonte di tranquillità. Non vedo nessuna giustificazione per bloccare metà della popolazione – 15 o 20 milioni di donne – negando diritti fondamentali come camminare, studiare, aprire un libro, fare una passeggiata. Anche gli uomini non sono liberi come prima: devono portare la barba, non possono tagliare i capelli, non possono indossare i jeans. Ma sono comunque molto più liberi delle donne. All’inizio hanno chiuso alle donne le porte delle università e scuole dicendo che c’erano professori maschi. Ma noi avevamo sempre avuto professori uomini e donne, dottori e dottoresse, classi miste. Quando hanno detto che le donne non potevano uscire perché c’erano colleghi maschi, le donne hanno proposto soluzioni anche drastiche, andare a scuola al mattino e lasciare il pomeriggio agli uomini o viceversa; sostituire i professori uomini con professoresse; separare gli spazi, se necessario. Ma non è servito. La situazione peggiora ogni giorno, e da cinque anni le donne vengono forzate a rimanere in casa.

I ragazzi con cui sei cresciuta, come vivono questa oppressione?
Io sono uscita dall’Afghanistan e mi considero fortunata ad essere arrivata qui. Ma ci sono tantissime “Rahel” rimaste lì: ragazze e ragazzi che hanno paura. Due o tre anni fa le donne organizzavano manifestazioni per difendere i loro diritti, e spesso uscivano insieme agli uomini della famiglia: fratelli, padri, compagni di classe. Poi i talebani hanno imposto una legge secondo cui le donne non possono organizzare proteste. Se lo fanno, arrestano l’uomo della famiglia. Questo significa che un padre, un fratello, un marito non può permettere alla figlia, alla sorella, alla moglie di partecipare a nessuna manifestazione.

Quindi sono le famiglie stesse oggi a esortare le donne a restare silenti?
È importante dirlo: non tutti gli uomini afghani sono talebani, ma gli uomini afghani oggi hanno paura. Nessun padre vuole che la figlia venga arrestata. E nella nostra cultura, se una ragazza viene portata via, spesso la famiglia non la riaccoglie più. Pochi giorni fa ho condiviso la frase di una ragazza afghana a cui il padre aveva detto “Se ti arrestano, non tornare più a casa”. Se una figlia viene portata via, nessuno sa dove la conducono, cosa le fanno, e non c’è modo di cercarla e se viene rilasciata, a casa trova le porte sbarrate. È disperazione pura. Sono in contatto con molte persone in Afghanistan, che mi raccontano quanto sia difficile vivere così, quanta paura hanno, ma anche quanto sperano in un cambiamento. Non sono tutti talebani: sono persone intrappolate in una situazione che appare senza possibilità di uscita.

I talebani dicono di agire in nome della religione islamica; cosa ne pensano i credenti musulmani dell’Afghanistan?
Nella mia famiglia non mi hanno mai raccontato cose come quelle che sentiamo oggi. La fede, la religione, l’islam erano sempre presentati come qualcosa di bello. Io vengo da una famiglia musulmana e resterò una figlia musulmana. Quando ero giù di morale, dicevo a mia madre che non capivo perché. Lei mi esortava sempre a pregare, a parlare con Dio”. Per me l’islam è sempre stato questo: un punto di riferimento, una fonte di tranquillità. Questa è la differenza tra la fede vera e chi usa la religione come arma.

Come percepisci il modo in cui gli italiani vedono l’Afghanistan?
In questi cinque anni ho incontrato molte persone che conoscono tantissimo dell’Afghanistan, anche più di me. Altri sanno poco, soprattutto i giovani, e lo capisco: se io fossi rimasta in Afghanistan, forse non avrei avuto molte informazioni sull’Italia. Molti italiani conoscono l’Afghanistan soprattutto per la guerra, per le tragedie, per le immagini dolorose. Meno per la cultura, la storia, la bellezza.

In tutto questo, come giudichi l’operato della comunità internazionale?
Secondo me la comunità internazionale ha lasciato andare la situazione. È vero che arrivano aiuti umanitari – cibo, servizi essenziali – ma sui diritti umani non vedo nessun risultato. Da cittadina afghana non vedo nessun miglioramento, nessun supporto reale. La responsabilità è della comunità internazionale, delle organizzazioni, dei Paesi, dei leader mondiali. I civili non hanno potere: solo la politica può cambiare la situazione. E il mio Paese è l’unico al mondo in cui le donne non hanno nessun diritto, nemmeno quelli fondamentali.

Come vivi l’attuale clima di aperta ostilità verso i migranti?
Non so se posso dire di viverlo direttamente, ma essere rifugiata o migrante non dipende solo da ciò che qualcuno ti dice in faccia. Quando senti che c’è un discorso ostile verso i rifugiati, tu ti senti parte di quel discorso. Veniamo da Paesi, culture, mondi diversi. Anche il colore della pelle conta: se sei donna bianca è un discorso, se sei donna nera un altro; se sei uomo bianco o uomo nero cambia ancora. Dipende dalla società in cui arrivi, dalla zona, dal contesto. Quando si parla di migrazione, non è solo un discorso individuale: è un discorso generale. Se un migrante fa qualcosa di male, rappresenta tutti, anche chi fa del suo meglio per integrarsi. Io voglio imparare, rispettare la cultura italiana, integrarmi. Fuggire non è una cosa brutta: è una necessità. Il Paese che ti accoglie forse non sarà mai il tuo Paese, ma tu cerchi di farne parte.

Torniamo all’Afghanistan dei tuoi ricordi.
Ho tanti ricordi belli. Il mio cantante preferito è Dawood Sarkhosh: ha scritto molte canzoni d’amore per il Paese. Quando sei lontana, ti fa sentire più vicina alla tua terra. Ricordo i viaggi che ho fatto attraversando l’Afghanistan, la gentilezza del mio popolo. Ricordo quando, dopo 14 o 15 anni, sono tornata a Bamiyan, la mia città, quella dei Buddah. La bellezza delle montagne, il lago di Bamiyan, quell’acqua blu intensissima. Ho viaggiato in molte città afghane, tutte tra montagne e verde. Sono immagini che resteranno sempre con me.

Come vedi il futuro del tuo Paese?
Ho una certezza, nessuna situazione rimane per sempre com’è. Ho imparato che “la speranza è l’ultima a morire”. Spero che la situazione dell’Afghanistan cambi il più presto possibile.

 

“Il regime dei talebani vuole normalizzarsi, la società afghana glielo impedirà”

Krtica, 15 agosto 2026, di redazione

Cinque anni dopo la restaurazione del regime dei talebani con il favore generale delle potenze mondiali, una delle donne afghane in lotta di RAWA racconta una realtà sempre più difficile, ma tutt’altro che normalizzata come vorrebbero i satrapi al potere.

Quello che segue è il racconto, con le sue parole, che un’attivista di RAWA – Revolutionary Association of the Women of Afghanistan – ha rivolto a un gruppo di giornaliste italiane qualche giorno fa, durante una conferenza stampa organizzata dal Coordinamento Italiano di Sostegno Donne afghane, per fare il punto sulla situazione sociale in Afghanistan, non solo riguardo alle donne, a cinque anni dal giorno fatidico in cui il governo americano ha restituito il Paese al regime dei talebani, sconfessando così un quindicennio di guerra “per l’esportazione della democrazia” nel Paese. Ringraziamo le donne in lotta di RAWA e le attiviste del CISDA. Il racconto è in forma anonima per ragioni di sicurezza.

Tra tre giorni, il 15 agosto, saranno passati cinque anni da quando l’imperialismo statunitense ha riportato i talebani al potere.

Cinque anni dopo, i talebani non sono cambiati. L’unica cosa che è cambiata è che sono diventati più spietati. Inoltre, hanno supporto finanziario e accesso alla tecnologia: attraverso questo accesso possono controllare la privacy delle persone.

I talebani hanno anche ricevuto maggiore sostegno internazionale: in definitiva, questa volta i talebani sono stati normalizzati. Inoltre, ancora oggi, alle ragazze è vietato l’accesso alle scuole secondarie e alle università. Le donne sono estromesse dal mondo del lavoro e dalla vita pubblica; i loro movimenti, il loro abbigliamento e persino la loro presenza nella società sono controllati. E non si tratta di qualche singola imposizione, né di una situazione normale, ma di una segregazione sistematica… per questo la chiamiamo apartheid di genere. È l’esclusione e il controllo sistematici delle donne, semplicemente perché sono donne. Non hanno accesso a nulla, come all’istruzione o alla vita pubblica; non possono fare nulla.

Riguardo alla situazione generale della sicurezza in Afghanistan, possiamo constatare che oggigiorno la situazione della sicurezza è così. Le donne rimangono soggette a regole che includono la nostra privacy, i nostri diritti, il nostro lavoro, la nostra istruzione. Non si tratta solo di istruzione, o a volte della loro privacy, dei loro vestiti. Hanno imposto nuove regole, hanno anche vietato la musica.

Un’altra regola che hanno imposto riguarda il lavoro. Non solo è vietato loro l’accesso agli uffici o il lavoro fuori casa, ma è vietato anche il lavoro da casa, come, per esempio, tutto quello che riguarda i trattamenti di bellezze per le donne. Hanno vietato qualsiasi attività produttiva, anche svolgere queste attività in casa è vietato.

Il controllo tecnologico sulle vite delle persone
Gli esempi di utilizzo della tecnologia a fini di controllo sono innumerevoli. Quando vogliamo ottenere una SIM card, dobbiamo mostrare la nostra carta d’identità elettronica, attraverso la quale è possibile ottenere tutte le informazioni, comprese quelle biometriche, che ci riguardano. Inoltre, soprattutto in alcune province lontane dal centro dell’Afghanistan, le donne non possono ottenere SIM card a proprio nome. I talebani vogliono ottenere informazioni sulle famiglie, anche sugli uomini delle famiglie, per controllarli. E questo è uno dei loro modi.

Inoltre, in alcune zone dell’Afghanistan, la rete viene utilizzata per ottenere informazioni quando due o tre persone parlano tra loro. Ad esempio, il Ministero del Vizio e della Virtù utilizza la rete per questo: alcuni operatori di telecomunicazioni, tra cui alcuni funzionari, ascoltano le voci di persone che parlano di questioni specifiche.

Ad esempio, quando ci sono manifestazioni, in alcune province, come quella di Herat, individuano le persone che hanno partecipato alle manifestazioni tramite i numeri delle loro schede SIM. Si rivolgono agli operatori di telecomunicazioni e chiedono loro di fornire le informazioni, le registrazioni vocali di coloro che hanno partecipato alle manifestazioni a Herat, nel Badakhshan e in altre province.

Oggi, in Afghanistan, quando usiamo i nostri telefoni, quando parliamo, quando ci connettiamo, sia che si usi internet o che non la si usi facendo semplici telefonate, i talebani hanno accesso a tutto. Non ci sentiamo a nostro agio a parlare in pubblico, al telefono, nelle diverse applicazioni o reti, proprio per questo motivo, perché hanno accesso a tutto.

Una società comunque sia non sottomessa
I talebani cercano di dipingere la situazione come normalizzata in Afghanistan. Ma le proteste contro il regime sono costanti. Ad esempio, nel Badakhshan, una provincia nel nord dell’Afghanistan, la popolazione ha organizzato manifestazioni pubbliche contro i talebani e il loro regime. I talebani combattono contro gli abitanti del Badakhshan perché professano una religione diversa, l’ismailismo, e cercano di costringerli a convertirsi. Dicono loro che non sono musulmani, che non possono vivere in Afghanistan e che, se vogliono vivere in Afghanistan, devono cambiare religione.

La lotta contro il regime non riguarda solo le donne
Oltre alle manifestazioni ci sono le lotte clandestine, come quelle che proprio RAWA porta avanti da tempo. “Gli uomini sono alleati cruciali nella nostra resistenza. Specialmente gli uomini delle nostre famiglie. Ad esempio, quando mobilitiamo le nostre squadre sanitarie in diverse province dell’Afghanistan, ci avvaliamo dell’aiuto degli uomini della famiglia durante gli spostamenti. Ad esempio, se lavoriamo in team, come nelle attività delle squadre sanitarie, abbiamo il supporto maschile della nostra famiglia.

Durante gli spostamenti, quando i talebani chiedono informazioni sul mahram, il familiare maschio che deve accompagnare le donne, quando chiedono “Avete un maschio della vostra famiglia?”, ad esempio un marito, un fratello o un padre, noi abbiamo persone, i nostri amici, i nostri familiari, che ci aiutano a essere forti, a viaggiare da una provincia all’altra dell’Afghanistan.

E questa lotta, queste attività, senza l’aiuto dei componenti maschili della nostra famiglia, dei nostri gruppi, sarebbero impossibili, perché le donne non possono uscire di casa senza i parenti maschi: uscire dalle loro case, dalle loro stanze. Quindi, in queste attività, i principali aiutanti e sostenitori ci stanno accanto, ci sostengono e ci appoggiano.

Un altro esempio riguarda le famiglie. Ad esempio, in alcune famiglie, alcune persone che lavorano per RAWA hanno figli; quindi, gli uomini aiutano le donne con le faccende domestiche, con la cura dei bambini. Sono cose molto semplici, ma sono di grande aiuto per le donne, perché le rendono forti, capaci di lavorare con una mente lucida e senza lo stress derivante dalle difficoltà domestiche, dai figli, dalle faccende di casa e anche dalle regole dei talebani.

La centralità dell’istruzione femminile
L’attenzione di RAWA si è concentrata soprattutto sull’istruzione femminile in questi decenni, e in particolare durante gli anni in cui i talebani hanno occupato l’Afghanistan.

Ora abbiamo molti corsi in diverse parti dell’Afghanistan. Ad esempio, nella provincia di Farah, a Herat, Bamyan, nel Badakhsha, e anche a Kabul, Jalalabad, e soprattutto a Nangarhar. Abbiamo molti corsi clandestini in queste province, e anche oggi sono attivi e stiamo lavorando su queste attività, perché RAWA si concentra sull’istruzione femminile. Tutti questi corsi sono clandestini.

Gli insegnanti di questi corsi sono persone che conoscono molto bene la popolazione di quelle zone. I talebani hanno interrotto i corsi, hanno arrestato le insegnanti e le controllano attentamente. Ma le insegnanti che tengono le lezioni si sono assunte la responsabilità di gestire autonomamente le situazioni. Ad esempio, nella provincia di Bamyan, abbiamo alcune classi. Quando i talebani sono venuti e hanno chiesto a queste donne: “Cosa fate in queste classi?”, loro hanno risposto che studiano il Corano e hanno mostrato libri che dimostravano che tenevano corsi di Corano.

Inoltre, abbiamo classi anche in alcune zone di Kabul. Si tratta di una zona ben nota, abitata dalla popolazione del Panjshir. I talebani sono venuti e hanno chiesto alla gente: “Cosa fate qui… in questa zona, in questa parte del quartiere?”. Le studentesse hanno risposto che studiavano il Corano. Le insegnanti hanno spiegato loro che, quando qualcuno si avvicina e chiede: “Cosa fate qui?” o “Che tipo di attività svolgete in queste classi?”, bisogna rispondere che si tengono corsi di artigianato, di sartoria o si studia il Corano. Non bisogna mai nominare i corsi di alfabetizzazione, inglese o altre materie.

Complicità imperialistiche
Formalmente, nessuno – tranne Putin, che invece lo riconosce anche formalmente – riconosce il regime talebano. Di fatto, molti governi, comprese le Nazioni Unite, lo riconoscono indirettamente, non fosse altro che facendo arrivare loro dei soldi, sotto forma di aiuti umanitari.

Un altro esempio: quando alcune persone provenienti da fuori dell’Afghanistan, dicendosi visitatori, turisti, girano dei video, ad esempio nella città di Kabul, e mostrano che a Kabul o in Afghanistan non c’è niente, che non ci sono problemi di sicurezza, questo dice al mondo che in Afghanistan va tutto bene. Il mondo, così, non vede i fatti reali. La vera situazione dell’Afghanistan, non la vedono. Anche questo è una sorta di riconoscimento.

E ancora, quando alcune persone dall’estero invitano i talebani alle loro cerimonie, nei loro paesi, è una sorta di riconoscimento nei loro confronti.

Tutto ciò va nella direzione della normalizzazione del regime, e delle diverse regole che il regime applica contro le donne, contro i bambini, contro tutto il popolo afghano.

Un regime corrotto
Una delle attività che RAWA svolge è l’assistenza sanitaria durante situazioni di emergenza, per esempio il recente terremoto a Herat. Durante il terremoto, una delle nostre squadre sanitarie si è recata a Herat e ha trovato alcune donne che erano rimaste sotto le macerie delle case, perché non avendo parenti maschi, non erano state aiutate da nessuno.

Inoltre, la nostra squadra sanitaria si è recata anche nelle province di Samangan e Mazar durante il terremoto: anche in quelle province, le persone più a rischio erano donne e bambini. In queste circostanze abbiamo verificato di persona che i talebani sfruttano le persone che portano sostegno. A Paktia, per esempio, al nostro team di medici, ostetriche e infermieri che portava medicinali, il governo ha detto: “Dovete consegnare quei medicinali a noi e non vi daremo l’opportunità di visitare le persone, ad esempio le donne o i bambini”.

In altri casi intimano di vistare prima gli uomini, e solo dopo le donne. Usano i medicinali e i materiali che diverse ONG forniscono alla popolazione e li distribuiscono loro stessi.

Le ONG che continuano a operare in Afghanistan sono costrette in generale a versare soldi al regime, ma questa pressione di stampo mafioso riguarda tutta la popolazione.

Per esempio, quando vuoi vendere qualcosa per strada, i talebani ti impongono delle regole, ti chiedono soldi per permetterti di vendere la tua frutta, la tua merce. In più, espongono le persone al ricatto, costringendole a riferire di movimenti sospetti e violazioni dei codici comportamentali, pena la chiusura dell’attività o la richiesta di ulteriori tangenti.

I talebani impongono tangenti su tutti gli strati della società, su tutte le attività della società. In alcune cerimonie, ad esempio fidanzamenti o matrimoni, chiedono soldi alle persone che festeggiano il fidanzamento e solo dopo il pagamento, il permesso per la cerimonia viene rilasciato.

Le persone sono stanche di questo stato di cose. E le donne lo sono ancora di più.

Il Ministero del Vizio e della Virtù arresta le donne per strada per questioni legate all’hijab. Una volta trasferite in prigione, subiscono violenze, abusi sessuali e stupri. Sappiamo che alcune donne hanno abortito in ospedale dopo essere state abusate dai talebani in prigione.

Tutto questo è inaccettabile per il popolo afghano. E le proteste e le rivolte non mancano, anche se sono sempre più complicate. Ad esempio, a Herat, alcuni giorni fa, gli abitanti dell’area di Jebrail, dove si concentra la comunità hazara, hanno manifestato contro i talebani. Le forze di Amr al-Ma’ruf, la polizia morale, hanno arrestato alcune donne a causa dell’hijab, e in risposta, la popolazione di Jebrail si è opposta. Si sono ribellati e hanno organizzato manifestazioni contro l’esercito e contro il Ministero del Vizio e della Virtù.

Per noi di RAWA, fin da quando esistiamo, la lotta è la bussola, e continuerà a esserlo. Sappiamo che tutto il popolo afghano rifiuta gli ideali dei talebani, le loro attività e le loro pressioni. Tutti sanno che i talebani e chi li sostiene non lavorano per il popolo afghano. I talebani sono in una rete di accordi con potenze straniere e alleanze straniere.

 

 

Cinque anni dopo la presa del potere da parte dei talebani, le donne afghane sono state “cancellate dalla vita pubblica”.

Notizie ONU, 12 agosto 2026

Cinque anni dopo la presa del potere da parte dei talebani, le donne e le ragazze in Afghanistan sono state sistematicamente private dei loro diritti, hanno affermato mercoledì le agenzie delle Nazioni Unite. Le autorità de facto hanno emanato oltre 100 decreti che limitano l’istruzione, il lavoro e la libertà di movimento, restrizioni ora aggravate dai drastici tagli agli aiuti sul campo.

Punti chiave

  • I talbani hanno emanato più di 100 decreti contro donne e ragazze, tra cui uno che ha escluso 2,4 milioni di ragazze dall’istruzione secondaria.
  • Restrizioni senza precedenti hanno scatenato una crisi di salute mentale
  • L’UNESCO, l’agenzia culturale delle Nazioni Unite, chiede il pieno ripristino del diritto all’istruzione.

Solo nell’ultimo anno, questa esclusione di donne e ragazze dall’istruzione, dal lavoro, dalla vita pubblica, dai sistemi giudiziari e dall’assistenza sanitaria non ha fatto che intensificarsi, consolidando quella che rimane la “crisi più grave al mondo per i diritti delle donne” , ha affermato UN Women , l’agenzia dell’organizzazione per la parità di genere .

Impatto “devastante”
“I risultati sono devastanti”, ha aggiunto l’agenzia, sottolineando che la minore aspettativa di vita, i maggiori rischi di mortalità materna, i matrimoni precoci e la violenza di genere, insieme alla perdita di istruzione, lavoro e libertà di movimento, hanno anche innescato una crisi di salute mentale .

Negli ultimi cinque anni, i decreti restrittivi che prendono di mira donne e ragazze hanno istituzionalizzato la discriminazione e le hanno private dei loro diritti fondamentali, con profonde conseguenze per le loro vite e le loro comunità, secondo i nuovi dati di UN Women.

Leggi il rapporto completo qui .

Chiuse in casa
Secondo UN Women, metà delle donne afghane intervistate esce di casa solo una o due volte al mese a causa delle severe restrizioni alla libertà di movimento e all’accesso agli spazi pubblici.

Inoltre, sempre più donne dichiarano di sentirsi insicure ad uscire di casa senza un tutore di sesso maschile.

“Questa crisi senza precedenti dei diritti delle donne e delle ragazze rischia di essere dimenticata dal mondo”, ha affermato l’agenzia.

Escludere
Nel 2026, si stimava che 2,4 milioni di ragazze fossero ancora escluse dall’istruzione secondaria, con restrizioni che annullavano i progressi compiuti negli ultimi vent’anni nell’ampliamento dell’accesso all’istruzione.

“L’Afghanistan è l’unico Paese al mondo a vietare formalmente l’accesso all’istruzione per ragazze e donne oltre il livello primario “, ha dichiarato l’UNESCO in un comunicato .

“La continua esclusione di ragazze e donne dall’istruzione costituisce una grave violazione del loro diritto umano fondamentale all’apprendimento e rischia di condannare l’Afghanistan a decenni di potenziale perduto, a un aggravamento della povertà e a danni irreversibili .”

‘Cancellate dalla vita pubblica’
Escluse dalle scuole secondarie e dalle università e dalla maggior parte dei lavori retribuiti, le donne si trovano inoltre ad affrontare ostacoli legali che ne impediscono la protezione da ogni forma di violenza, ha affermato l’UNESCO.

«Le donne sono state cancellate dalla vita pubblica», ha affermato l’agenzia delle Nazioni Unite. «Con una nuova generazione di ragazze che cresce senza istruzione, il loro futuro si fa sempre più oscuro».

L’UNESCO ha chiesto il pieno ripristino del diritto all’istruzione per le ragazze e le donne afghane, facendo eco agli appelli di numerose agenzie e leader delle Nazioni Unite per la protezione e la promozione dei loro diritti umani.

Drastici tagli ai finanziamenti
Le agenzie delle Nazioni Unite segnalano che la tendenza globale al taglio degli aiuti ha avuto ripercussioni sul campo in Afghanistan, con UN Women che afferma che quasi tre quarti delle organizzazioni guidate da donne intervistate in Afghanistan hanno subito tagli ai finanziamenti nel 2025 .

Bruno Lemarquis, coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per l’Afghanistan, ha affermato che la mancanza di finanziamenti potrebbe, tra le altre cose, costringere alla chiusura dei centri sanitari, “lasciando migliaia di madri e neonati vulnerabili a complicazioni e morte prevenibili”.

Nel frattempo, la scorsa settimana il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite ha avvertito che i drastici tagli ai finanziamenti avranno ripercussioni sulla distribuzione di cibo ai più affamati, in un momento in cui una crisi alimentare sta colpendo 14 milioni di afghani.

Cosa sta facendo l’ONU?
Ecco una panoramica di come le agenzie stanno fornendo supporto agli afghani:

  • UN Women : Gli sforzi comprendono il rafforzamento dei mezzi di sussistenza, la salvaguardia dell’accesso a servizi salvavita e il sostegno a quasi 200 organizzazioni della società civile guidate da donne.
  • UNESCO : Le attività comprendono il miglioramento della qualità dell’istruzione e la fornitura di opportunità di formazione professionale e di sostentamento a livello comunitario.
  • L’Agenzia delle Nazioni Unite per la salute sessuale e riproduttiva, UNFPA : Sostegno a iniziative quali la formazione delle ostetriche e le Case della Salute Familiare , che salvano vite umane nelle aree difficili da raggiungere.
  • Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF): dalle vaccinazioni salvavita alla costruzione di scuole, gli sforzi supportano anche l’assistenza di emergenza, come la risposta alle recenti e mortali inondazioni improvvise.

Scopri di più sull’impegno delle Nazioni Unite in Afghanistan qui .

Secondo un’agenzia delle Nazioni Unite, metà delle donne afghane esce raramente di casa a causa dell’inasprimento delle restrizioni imposte dai talebani.

Internazionale,  13 agosto 2026, di Olivia Le Poidevin

GINEVRA, 12 agosto (Reuters) – Metà delle donne afghane ora esce di casa solo una o due volte al mese, poiché le restrizioni imposte dai talebani limitano la loro libertà di movimento e la partecipazione alla vita pubblica, secondo i dati pubblicati mercoledì da UN Women.

Mentre i talebani si preparano a celebrare questa settimana il quinto anniversario del loro ritorno al potere, l’Afghanistan rimane l’unico Paese al mondo a vietare alle ragazze l’istruzione secondaria e alle donne l’accesso all’università, ha affermato l’agenzia delle Nazioni Unite che promuove la parità di genere.

“A cinque anni dalla presa del potere da parte dei talebani nell’agosto del 2021, l’Afghanistan ha sistematicamente smantellato i diritti di metà della sua popolazione, diventando un caso anomalo a livello globale, senza eguali nel mondo moderno”, ha dichiarato UN Women in un comunicato.

Saif-ul-Islam Khyber, portavoce del Ministero per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, che si occupa di far rispettare molte delle norme governative relative alle donne, ha dichiarato a Reuters che le notizie secondo cui le donne non si sentirebbero sicure ad uscire di casa sono false e che le donne nel Paese godono di tutti i loro diritti.

“È la prima volta in circa 50 anni che tutti i cittadini afghani sentono di vivere in sicurezza”, ha affermato, aggiungendo che la situazione dei diritti delle donne nel paese si sta evolvendo in una “direzione positiva”.

Secondo quanto riportato martedì dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO), i talebani hanno impedito a circa 2,4 milioni di ragazze afghane di frequentare la scuola secondaria da quando hanno ripreso il potere in Afghanistan nel 2021.

Secondo UN Women, da quando hanno preso il potere, le autorità talebane hanno emanato oltre 100 decreti contro donne e ragazze, istituzionalizzando la discriminazione e aggravando quella che ha definito la più grave crisi dei diritti delle donne al mondo.

I talebani sostengono di rispettare i diritti delle donne in conformità con la loro interpretazione della legge islamica e della cultura afghana.

Oltre la metà delle donne intervistate dall’agenzia delle Nazioni Unite ha dichiarato di uscire di casa due volte al mese o meno, mentre quasi tre quarti hanno affermato di non sentirsi sicure ad uscire senza un tutore maschile, noto come mahram.

Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite, le restrizioni hanno anche alimentato un peggioramento della crisi della salute mentale. Sette donne su dieci hanno descritto la propria salute mentale come “cattiva” o “molto cattiva”, citando l’isolamento, la perdita di opportunità e l’accesso limitato alle reti di supporto.

L’agenzia ha avvertito che i recenti decreti hanno ulteriormente indebolito le tutele legali per le donne. Le misure introdotte quest’anno hanno abolito la parità giuridica tra uomini e donne di fronte alla legge, rafforzato l’autorità maschile all’interno del matrimonio e reso più difficile per le donne chiedere il divorzio, ha affermato.

Le donne restano inoltre ampiamente escluse dall’economia. Solo il 7% delle donne è occupato, rispetto all’84% degli uomini, secondo il rapporto di UN Women.

L’agenzia ha dichiarato che il suo rapporto si basa su un sondaggio porta a porta condotto su 2.190 persone tra febbraio e marzo 2025 e su sondaggi telefonici effettuati su 2.811 persone tra aprile e maggio 2026.

(Servizio di Olivia Le Poidevin; ulteriori contributi di Mohammad Yunus Yawar da Kabul. Revisione a cura di Keith Weir)