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Tag: Talebani

Le famiglie vengono “frustate” insieme ai condannati

Etilaat Roz, 18 luglio 2026

Mohammad Dawood (nome di fantasia), residente nella città di Kandahar, nel sud dell’Afghanistan, racconta che la punizione inflitta al figlio non si è limitata alle 39 frustate ricevute in pubblico, ma ha sconvolto la vita dell’intera famiglia. Dopo l’esecuzione della pena, spiega, i suoi familiari sono stati emarginati e stigmatizzati dalla comunità, mentre lui stesso è caduto in una profonda crisi psicologica, arrivando talvolta a pensare al suicidio.

Il figlio era stato arrestato con l’accusa di aver avuto una relazione sessuale con una ragazza. Ha trascorso circa sette mesi nelle carceri talebane, dopodiché un giudice del movimento ha ordinato che fosse frustato pubblicamente.

Il padre sostiene però che il giovane sia stato vittima di un’ingiustizia. Secondo il suo racconto, anche alcuni membri dei Talebani avrebbero avuto rapporti con la stessa ragazza, ma sarebbero rimasti impuniti grazie alle loro conoscenze all’interno del movimento.

“In un prato hanno inflitto a mio figlio 39 frustate. Lo accusavano di avere una relazione illecita con una ragazza, ma vi assicuro che lui non sapeva nemmeno di questa vicenda. Altri talebani avevano avuto rapporti con la stessa ragazza, ma grazie alle loro protezioni evitarono la punizione e al loro posto fu condannato mio figlio.”

Mohammad Dawood afferma di aver cercato giustizia arrivando perfino a rivolgersi all’ufficio del leader supremo dei Talebani, Hibatullah Akhundzada, senza però ottenere alcuna risposta.

Secondo lui, la fustigazione pubblica non rappresenta soltanto una punizione fisica, ma colpisce anche la dignità e la reputazione sociale dei condannati e delle loro famiglie, con conseguenze che possono durare anni. Se i Talebani insistono nell’applicare questa pena, aggiunge, almeno dovrebbero evitare di eseguirla davanti alla popolazione.

Assistere alle frustate

Seydullah, un altro residente di Kandahar, racconta di aver assistito una volta all’esecuzione pubblica delle frustate, ma dice di essersene profondamente pentito e di non voler più partecipare a simili eventi.

Spiega di essere stato convinto dalla propaganda talebana, secondo cui assistere alle punizioni avrebbe un valore educativo e religioso.

“Quando portarono i condannati per essere frustati, il mio cuore iniziò a battere fortissimo. Non riuscivo a credere a ciò che vedevo. Pensai persino di stare sognando. Vorrei non essere mai andato.”

Quel giorno erano previste 18 condanne alla fustigazione. Tre donne, pur comprese tra i condannati, non furono esposte pubblicamente. Gli altri, uomini tra i 18 e i 37 anni, ricevettero da 25 a 39 frustate.

Seydullah racconta anche che un suo amico, punito con 39 frustate per furto, gli confidò di non aver più sentito dolore dopo il ventesimo colpo, poiché il corpo era ormai completamente intorpidito.

Secondo il testimone, all’inizio dello spettacolo lo stadio era gremito, ma dopo le prime quattro esecuzioni molti spettatori se ne andarono.

I Talebani avevano inoltre vietato di scattare fotografie o registrare video, minacciando punizioni per chi avesse violato il divieto.

Ogni sentenza deve essere approvata dal leader dei Talebani

Una fonte interna al movimento talebano, citata dal quotidiano, afferma che dopo la decisione del tribunale il provvedimento viene trasmesso all’ufficio del leader supremo Hibatullah Akhundzada. Solo dopo la sua approvazione la pena viene eseguita pubblicamente entro dieci giorni.

Nei tre giorni precedenti l’esecuzione, il Dipartimento talebano per l’Informazione e la Cultura, insieme ai media vicini al movimento, diffonde l’annuncio dell’evento invitando la popolazione a partecipare.

Perfino un’ora prima dell’inizio della cerimonia, l’orario e il luogo vengono annunciati attraverso gli altoparlanti delle moschee.

La fonte descrive una procedura ormai standardizzata: prima della punizione, religiosi talebani tengono una predica di circa quaranta minuti per spiegare la legittimità della fustigazione secondo la loro interpretazione della legge islamica; seguono gli interventi del presidente del tribunale locale e di un rappresentante dell’amministrazione provinciale. Solo successivamente vengono portati i condannati, vestiti con abiti specifici, per l’esecuzione della pena.

All’ingresso dello stadio tutti gli spettatori vengono perquisiti e gli smartphone vengono sequestrati per impedire fotografie e riprese video.

Chi viene sorpreso a filmare rischia di essere arrestato e punito pubblicamente sul posto.

Meno persone assistono alle esecuzioni

Nonostante gli inviti delle autorità talebane, l’interesse della popolazione ad assistere alle fustigazioni pubbliche starebbe diminuendo.

Mahmood, un residente di Kandahar, afferma che oggi solo poche persone partecipano alle cerimonie.

“La consapevolezza della gente è aumentata. Chi va una volta allo stadio per assistere a queste punizioni, nella maggior parte dei casi non ci torna più.”

Secondo lui, circa l’80% delle persone che hanno assistito almeno una volta a una fustigazione non partecipa più ad altre esecuzioni.

Invita inoltre la popolazione a boicottare queste manifestazioni come forma di protesta contro il regime talebano.

Il ritorno delle pene corporali

Nel novembre 2022, il leader supremo dei Talebani Hibatullah Akhundzada ordinò ai giudici di applicare in tutto l’Afghanistan le pene previste dagli hudud e dal qisas, cioè le punizioni corporali e le pene retributive previste dalla loro interpretazione della legge islamica.

Da allora il governo talebano ha eseguito diverse esecuzioni pubbliche e centinaia di fustigazioni.

Queste pratiche sono state duramente condannate dalla comunità internazionale e dalle organizzazioni per i diritti umani, che ne chiedono la cessazione. I Talebani, attraverso il loro portavoce Zabihullah Mujahid, respingono tuttavia tali critiche sostenendo che si tratti di una questione interna dell’Afghanistan.

Una delle principali preoccupazioni espresse dalle organizzazioni per i diritti umani riguarda inoltre l’assenza di garanzie processuali: gli imputati, secondo numerosi osservatori, non avrebbero accesso a un processo equo né alla possibilità di difendersi adeguatamente.

Arrestata Khatera Jami, libraia online di Herat

Mohya Omid, Shafaq Hamrah, 17 luglio 2026

Fonti a Herat riferiscono che Khatera Jami, blogger e libraia online, è stata arrestata dai talebani la scorsa settimana. Secondo le fonti, non si hanno ancora informazioni sul luogo in cui è detenuta né sulle sue condizioni.

Prima della chiusura delle università, Khatera Jami studiava sociologia presso l’Università di Herat. Dopo il divieto imposto alle donne di proseguire gli studi universitari, aveva creato una pagina dedicata alla vendita online di libri, che oggi conta circa 88.000 follower. Attraverso questa pagina cercava di garantire ai giovani, in particolare a donne e ragazze, l’accesso ai libri e al materiale di studio.

Jami aveva inoltre fondato un caffè-libreria riservato alle donne a Herat, che i talebani hanno chiuso nel novembre 2024.

Secondo fonti vicine a Khatera Jami, anche prima dell’ultimo arresto era stata convocata più volte dai talebani a causa delle sue attività online e della vendita di libri. Durante questi interrogatori avrebbe ricevuto avvertimenti riguardo alla sua attività sui social media.

L’esame della sua pagina Instagram mostra che, dopo il suo arresto, tutte le fotografie e i video personali sono stati rimossi. Non è ancora chiaro chi abbia effettuato queste modifiche.

Aveva creato un modo per accedere ai libri

Un attivista culturale di Herat, che ha chiesto di restare anonimo per ragioni di sicurezza, afferma che l’arresto di Khatera Jami ha aumentato la preoccupazione di molte donne e ragazze.

Ha dichiarato: «Per molte ragazze Khatera non era soltanto una libraia; aveva creato un modo per accedere ai libri. Non sappiamo più come vivere. Ogni giorno usciamo di casa con la paura che questa volta possa toccare a noi. Quando una persona viene arrestata per i libri e per le sue attività culturali, nessuno si sente più al sicuro.»

Diversi attivisti della società civile affermano che l’arresto di Khatera Jami aumenta le preoccupazioni per l’ulteriore limitazione delle attività delle donne. Secondo loro, in un contesto in cui molti spazi culturali per le donne sono già scomparsi, colpire chi opera nel settore del libro riduce ulteriormente le possibilità di accesso a libri e materiali di studio.

Questo avviene mentre, dal 6 giugno 2026, i talebani hanno iniziato ad arrestare donne e ragazze a Herat con l’accusa di non rispettare quello che definiscono il “codice di abbigliamento islamico” da loro imposto, una misura che ha suscitato reazioni da parte delle organizzazioni per i diritti umani e delle Nazioni Unite.

La paura di dover tacere

Maryam (nome di fantasia), 26 anni, residente a Herat, afferma che negli ultimi mesi gli arresti di donne sono diventati motivo di preoccupazione quotidiana per molte famiglie, ma che l’arresto di donne attive pubblicamente nei settori culturale e sociale ha aggravato ulteriormente la situazione.

Ha dichiarato: «Non si tratta soltanto dell’arresto di una donna; oggi qualsiasi donna può diventare un bersaglio. Ma quando viene arrestata una persona conosciuta che ha lavorato apertamente per anni, nasce la paura di dover tacere. È come se volessero dimostrare che ormai nessun ambito è più sicuro per le donne.»

A circa una settimana dall’arresto di Khatera Jami, non sono ancora state diffuse informazioni ufficiali sul suo stato o sul luogo di detenzione. Numerosi suoi sostenitori e attivisti della società civile hanno espresso preoccupazione e chiesto il suo rilascio immediato, oltre a chiarimenti sulla sua situazione.

Mohya Omid è redattrice di Afghanistan Women’s Voice ( صدای زنان افغانستان,  è un media online indipendente focalizzato quasi esclusivamente sulla condizione delle donne afghane sotto il regime talebano)

Per le ragazze afghane, matrimoni precoci e gravidanze ad alto rischio

Adriana Behzad, 8AM Media,  13 luglio 2026

Mentre i talebani continuano a chiudere le scuole femminili, diverse ragazze costrette a matrimoni precoci affermano che questi matrimoni hanno causato loro gravi problemi fisici e psicologici, oltre a complicazioni durante la gravidanza e il parto. Secondo loro, il ritorno dei talebani non solo ha distrutto i loro sogni di proseguire gli studi chiudendo le scuole, ma ha anche tolto loro il diritto di scegliere il proprio coniuge. Queste ragazze raccontano che le loro famiglie le hanno costrette a sposarsi prima dell’età appropriata, per timore che i talebani le avrebbero costrette a sposarsi forzatamente, rapite o violentate. Affermano con disperazione che, anche se le scuole riaprissero, non sarebbero più in grado di continuare gli studi e realizzare i propri sogni a causa delle pesanti responsabilità della vita, del matrimonio e della crescita dei figli.

Le scuole chiuse portano a matrimoni precoci

Sahar (nome di fantasia), una ragazza data in sposa dalla sua famiglia a soli 14 anni dopo la chiusura delle scuole, racconta che il suo primo figlio è nato prematuro a causa della sua giovane età ed è morto dopo una settimana. Secondo lei, anche il suo secondo figlio è nato prematuro e queste due esperienze le hanno causato gravi problemi psicologici.

Questa donna racconta: “Mi sono fidanzata a 14 anni. Mio marito ha 10 anni più di me, ma è una brava persona. A 15 anni mi sono sposata. Il mio primo figlio è nato prematuro. I medici dissero che il mio utero era piccolo e non c’era abbastanza spazio per il bambino. Visse una settimana e poi morì. L’anno successivo, nacque prematuro anche il mio secondo figlio. Sebbene sia sopravvissuto, io subii un grave trauma psicologico. In ogni momento pensavo che anche questo bambino potesse morire. Le mie condizioni peggiorarono a tal punto che i medici dissero che ero sotto shock e i mullah che ero posseduta. La mia cura durò quasi un anno”. Secondo lei, il ritorno dei talebani le inflisse due duri colpi: in primo luogo, i suoi sogni di continuare gli studi furono infranti dalla chiusura delle scuole e, in secondo luogo, le fu negato il diritto di scegliere il proprio coniuge.

Sahar racconta: “Quando arrivarono i talebani, frequentavo la sesta elementare. Sognavo di diventare medico. Studiavo bene e, dato che la mia famiglia affrontava gravi difficoltà economiche, volevo cambiare la mia vita studiando. Ma con l’arrivo dei talebani, ho subito due duri colpi: entrambi i miei sogni sono andati in frantumi quando i cancelli della scuola sono stati chiusi e mi è stato tolto il diritto di scegliere il mio futuro marito.”

“Quando le scuole chiusero, tutti dicevano che forse avrebbero riaperto l’anno successivo”, racconta. “Mio padre diceva che avrei dovuto sposarmi per evitare che i talebani mi rapissero, mi violentassero o mi costringessero al matrimonio. A quei tempi, circolavano molte voci secondo cui i talebani costringevano le ragazze al matrimonio con la forza o con il denaro. Alla fine, mio ​​padre disse che se le scuole non avessero riaperto l’anno successivo, avrei dovuto sposarmi.”

Mahtab (nome di fantasia), un’altra ragazza la cui chiusura delle scuole da parte dei talebani ha spianato la strada a un matrimonio precoce, racconta che suo padre insisteva sul fatto che non ci fossero più scuole e che quindi dovesse sposarsi. Afferma che il matrimonio infantile le ha causato tre aborti spontanei.

Questa donna racconta: “Quando ero molto giovane, mi sono sposata a causa dei talebani. Frequentavo la seconda media quando arrivarono i talebani e le scuole furono chiuse. Speravo che riaprissero col tempo, perché desideravo davvero studiare e diventare una giornalista famosa. Mi esercitavo sempre a leggere le notizie e mi filmavo.”

La speranza di emigrare

Mahtab aggiunge: “Mio padre insisteva sul fatto che non ci fossero più scuole e che dovessi sposarmi. Diceva che i talebani avevano chiuso le scuole durante il loro primo governo e che non erano state riaperte. Ora che non c’erano più scuole, cos’altro avrei dovuto fare? Dovevo sposarmi. Piangevo e dicevo che non mi sarei sposata perché ero troppo giovane e non capivo nulla di convivenza, di avere un marito e di crescere dei figli. D’altra parte, speravo ancora che le scuole riaprissero e che avrei potuto realizzare il mio sogno. Allo stesso tempo, un parente di mio padre mi ha fatto la proposta di matrimonio, dicendo che suo figlio aveva una pratica di immigrazione e che presto sarebbe andato all’estero, quindi il matrimonio avrebbe dovuto essere celebrato il prima possibile”. Secondo lei, anche la sua famiglia era d’accordo con il matrimonio e le disse: “Andrai all’estero, potrai continuare gli studi lì e avrai una bella vita”.

Mahtab racconta: “Ho accettato, sperando di poter andare all’estero e continuare gli studi; ma tutte quelle promesse erano bugie. Negli ultimi quattro anni non siamo andati all’estero e non ho potuto proseguire gli studi. Ora alla mia vita si è aggiunta la responsabilità di occuparmi della casa e crescere i figli. Ogni volta che ripenso ai miei sogni, mi sento scoraggiata e il mio umore peggiora per alcuni giorni. Mi dico che vorrei essere morta.”

Una gravidanza precoce comporta gravi rischi

Nel frattempo, la ginecologa e ostetrica Khadija Misbah afferma che una gravidanza in giovane età, soprattutto prima dei 18 anni, aumenta il rischio di anemia, ipertensione gestazionale, travaglio difficile, emorragia, parto prematuro e basso peso alla nascita. Avverte inoltre che il rischio di mortalità materna e infantile è più elevato a questa età rispetto alle donne adulte.

“Il corpo delle ragazze adolescenti non è ancora completamente sviluppato e il loro bacino e altri organi potrebbero non essere del tutto pronti per la gravidanza e il parto”, afferma il medico. “Inoltre, il corpo della ragazza ha bisogno di nutrienti per continuare a crescere e la gravidanza aumenta questo fabbisogno.”

Una gravidanza precoce, soprattutto nelle ragazze sotto i 15 anni o in situazioni in cui l’assistenza prenatale è inadeguata, può aumentare il rischio di morte materna o neonatale, ha affermato. Tuttavia, ricevere cure regolari e appropriate durante la gravidanza può ridurre notevolmente tale rischio.

Misbah aggiunge: “Il matrimonio e la gravidanza precoci possono avere conseguenze fisiche e psicologiche di vasta portata. Dal punto di vista fisico, aumentano il rischio di malnutrizione, anemia e complicazioni durante la gravidanza. Dal punto di vista psicologico, possono anche causare ansia, depressione, stress, riduzione dell’autostima, abbandono scolastico e limitate opportunità educative e sociali.”

Ciò avviene mentre il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) ha recentemente espresso preoccupazione per l’aumento dei problemi psicologici e dei matrimoni precoci tra le ragazze in Afghanistan, affermando che milioni di ragazze stanno subendo gli effetti devastanti delle restrizioni imposte dai talebani.

Anche il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA) ha annunciato che il parto rappresenta la principale causa di morte per le donne e che oltre 700 donne muoiono ogni giorno per diverse cause legate alla gravidanza e al parto.

L’organizzazione ha affermato che ogni due minuti una donna muore e tra le 20 e le 30 altre subiscono lesioni, infezioni o disabilità legate al parto.

Il Pakistan avvia una nuova stretta contro i migranti afghani

amu.tv Bais Hayat 10 luglio 2026

Venerdì il Pakistan ha iniziato ad applicare un nuovo provvedimento per identificare, arrestare ed espellere gli afghani sprovvisti di visto valido, mentre i migranti a Islamabad hanno segnalato un aumento dei posti di blocco della polizia e un’intensificazione dei controlli sui documenti.

L’operazione di controllo fa seguito a un ordine emesso più di 10 giorni fa dal Ministero dell’Interno pakistano ai governi provinciali, alle regioni amministrative speciali e alle autorità del Territorio della Capitale di Islamabad. La direttiva incaricava i funzionari locali di accelerare l’identificazione, la detenzione e l’espulsione degli afghani sprovvisti di visto valido.

Il provvedimento ha acuito l’ansia tra gli afghani residenti in Pakistan, compresi i rifugiati e i richiedenti asilo, i quali affermano di temere l’arresto e il rimpatrio forzato in Afghanistan.

Diversi afghani residenti a Islamabad hanno riferito ad Amu che venerdì i posti di blocco della polizia sono aumentati e che i documenti di identità e di immigrazione vengono controllati con maggiore frequenza.

La campagna di repressione arriva in un momento in cui i rimpatri dal Pakistan verso l’Afghanistan sono già in aumento. Secondo i dati della commissione talebana che sovrintende ai rimpatri, oltre 8.400 migranti sono stati espulsi negli ultimi tre giorni, di cui 2.940 solo giovedì 9 luglio. I migranti sono rientrati attraverso i valichi di Torkham e Spin Boldak.

Mohammad Khan Talibi Mohammadzai, attivista per i diritti dei migranti, ha avvertito che le deportazioni su larga scala condotte senza garanzie potrebbero aggravare le pressioni umanitarie e contribuire all’instabilità regionale.

“Le deportazioni di massa senza il rispetto degli standard giuridici internazionali e senza un’adeguata pianificazione potrebbero aggravare le crisi esistenti”, ha affermato.

Gli attivisti per i diritti umani hanno inoltre avvertito che donne e bambini corrono rischi particolari al loro ritorno in Afghanistan, dove i talebani hanno imposto restrizioni generalizzate a donne e ragazze, tra cui il divieto di istruzione secondaria e universitaria.

Muzhda Qasemi Stanekzai, attivista per i diritti umani, ha affermato che le famiglie che fanno ritorno potrebbero trovarsi ad affrontare povertà, senzatetto e un accesso inadeguato all’assistenza sanitaria e all’istruzione.

“Anche al loro ritorno, donne e ragazze si trovano ad affrontare gravi restrizioni all’istruzione e alle libertà sociali”, ha affermato.

Alcuni rifugiati e richiedenti asilo afghani in Pakistan si sono appellati al governo pakistano e alle organizzazioni internazionali per ottenere protezione, affermando di essere fuggiti dall’Afghanistan a causa delle minacce e delle restrizioni imposte dopo il ritorno al potere dei talebani nell’agosto del 2021. Guerrae conflitto

«Non siamo fuggiti dall’Afghanistan perché non amavamo il nostro Paese», ha dichiarato un richiedente asilo afghano in Pakistan. «Siamo stati costretti a lasciare le nostre case e il nostro Paese a causa della paura, delle restrizioni e delle condizioni che hanno gettato un’ombra sulla vita di milioni di afghani dopo la presa del potere da parte dei talebani».

Un altro richiedente asilo ha raccontato di aver lasciato l’Afghanistan con la sua famiglia dopo aver ricevuto minacce dai talebani e di aver trascorso quattro anni in Pakistan nell’incertezza e nel timore di essere deportato.

“Tornare in Afghanistan potrebbe esporci a gravi minacce alla nostra vita, alla nostra libertà e alla nostra sicurezza”, ha affermato.

Il Pakistan ha avviato un’ampia campagna per espellere gli afghani e altri cittadini stranieri privi di permesso di soggiorno. Islamabad ha difeso tale politica, definendola un’applicazione delle leggi sull’immigrazione e una misura necessaria per la sicurezza nazionale.

La campagna ha suscitato critiche da parte delle Nazioni Unite e delle organizzazioni per i diritti umani, che hanno avvertito che i rimpatri forzati potrebbero mettere a rischio gli afghani più vulnerabili e aggravare ulteriormente la già limitata capacità dell’Afghanistan di fornire alloggi, lavoro e servizi di base.

Secondo i dati citati dal Ministero dell’Interno pakistano e dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, oltre 1,1 milioni di afghani sono rientrati dal Pakistan dall’inizio del 2025. I dati delle Nazioni Unite mostrano inoltre che quasi 2,4 milioni di afghani sono rientrati dal Pakistan tra settembre 2023 e la fine di maggio 2026.

L’ultima operazione di controllo arriva mentre l’Afghanistan fatica ad assorbire un gran numero di rimpatriati provenienti sia dal Pakistan che dall’Iran. Le agenzie umanitarie hanno avvertito che il calo dei finanziamenti internazionali, la povertà diffusa e le limitate opportunità di lavoro stanno esercitando una pressione crescente sui rimpatriati e sulle comunità che li accolgono.

Per gli afghani ancora presenti in Pakistan senza visti validi, l’ordinanza di venerdì ha reso ancora più urgente una situazione già precaria, con i migranti nella capitale che segnalano controlli più severi e crescenti timori che l’arresto possa portare all’espulsione immediata.

Recensione di “Afghanistan, dove tutto cambia per non cambiare mai” di Giorgia Pietropaoli

CISDA 10 luglio 2026

Afghanistan. Dove tutto cambia per non cambiare mai” di Giorgia Pietropaoli, Infinito Edizioni, 2026”

 

È un saggio-reportage che racconta l’Afghanistan dopo il ritorno al potere dei talebani nell’agosto 2021, ripercorre la storia recente del Paese, mostrando come il ritiro delle forze internazionali abbia riportato l’Afghanistan sotto un regime fondamentalista che ha cancellato gran parte delle libertà conquistate nei vent’anni precedenti.

Racconta cosa è successo in Afghanistan dopo il ritorno al potere dei talebani nel 2021. Attraverso fatti, testimonianze e spiegazioni storiche, l’autrice aiuta il lettore a capire perché il Paese continua a vivere una crisi profonda, fatta di violenza, povertà e perdita dei diritti.. Il libro dedica particolare attenzione alla condizione delle donne e delle ragazze, che oggi non possono più studiare, lavorare liberamente o partecipare alla vita pubblica. Ma racconta anche le difficoltà di tutta la popolazione, alle prese con una grave crisi economica e umanitaria. Il titolo riassume bene il senso del libro: in Afghanistan cambiano i governi e gli equilibri politici, ma per milioni di persone la sofferenza e la mancanza di libertà sembrano non cambiare mai.

Questo libro è una lettura coinvolgente e molto utile per capire cosa sta accadendo davvero in Afghanistan. scritto con uno stile semplice e chiaro, senza usare un linguaggio troppo tecnico, riuscendo a spiegare anche i temi più complessi. Il suo punto di forza è quello di dare spazio alle persone, alle loro storie e alle loro speranze, invece di fermarsi solo alla politica o alla cronaca. In particolare, emerge con forza la situazione delle donne afghane, che oggi vivono una delle più gravi violazioni dei diritti umani nel mondo.

È un libro che invita a non dimenticare l’Afghanistan e a guardare oltre le notizie che compaiono solo nei momenti di emergenza. Al termine della lettura rimane una maggiore consapevolezza di ciò che sta vivendo il popolo afghano e dell’importanza di continuare a parlarne.

È un libro consigliato a tutti e potrebbe essere utile per gli studenti ma può servire anche  a chi conosce già l’Afghanistan, e a chi vuole avvicinarsi per la prima volta alla sua storia e capire perché il futuro di questo Paese riguarda, in fondo, anche noi.

“Prova ufficiale di apartheid di genere”

Le attiviste denunciano il Kankor senza ragazze come un “documento ufficiale di apartheid di genere”

Afghanistan International, 7 luglio 2026

Dopo l’annuncio dei risultati del “Kankor 2026, la Rete del Movimento delle Donne ha definito lo svolgimento dell’esame senza la partecipazione delle ragazze un «documento ufficiale di apartheid di genere e di esclusione sistematica delle donne dalla società afghana», affermando che la pubblicazione dei risultati «non rappresenta un giorno di vittoria, bensì il giorno in cui vengono sepolti la giustizia, l’uguaglianza e il futuro dell’Afghanistan».

Il gruppo di attiviste per i diritti delle donne ha diffuso una dichiarazione martedì 6 luglio  condannando il fatto che l’esame di ammissione all’università si sia svolto per il quarto anno consecutivo senza la presenza delle ragazze. Nella dichiarazione si legge: «Un Kankor senza ragazze è la prova del crollo della giustizia, dell’umanità e della coscienza del mondo».

Il comunicato ribadisce che la pubblicazione dei risultati del Kankor senza la partecipazione delle ragazze «non è un giorno di vittoria, ma il giorno in cui vengono sepolti la giustizia, l’uguaglianza e il futuro dell’Afghanistan».

Riferendosi all’esclusione dall’istruzione che colpisce milioni di ragazze, la Rete del Movimento delle Donne ha sottolineato che questa situazione non è soltanto il risultato delle politiche dei talebani, ma anche la conseguenza di anni di silenzio, inerzia e politiche fallimentari della comunità internazionale.

Adottare misure efficaci

Il movimento ha inoltre accusato i talebani di aver creato le condizioni per un sistema di apartheid di genere, limitando i diritti e le libertà fondamentali di donne e ragazze e mettendo seriamente a rischio il futuro delle giovani afghane.

Secondo la dichiarazione, il silenzio e l’indifferenza della comunità internazionale e delle organizzazioni per i diritti umani hanno incoraggiato i talebani a proseguire nell’emarginazione delle donne, trasformando questa pratica in una politica ormai normalizzata.

La Rete del Movimento delle Donne ha esortato la comunità internazionale ad andare oltre le semplici espressioni di preoccupazione e le promesse ripetute, adottando misure efficaci e decisive per porre fine all’apartheid di genere, chiamare i talebani a rispondere delle proprie azioni e fornire un sostegno concreto alle donne e alle ragazze afghane.

L’Amministrazione nazionale degli esami dei talebani ha annunciato lunedì 7 luglio 2026 i risultati del concorso nazionale di ammissione all’università (Kankor) per l’anno accademico2026/2027. L’esame si è svolto per il quarto anno consecutivo senza la partecipazione delle ragazze.

I talebani avevano consentito alle ragazze di sostenere il Kankor nel 2022, ma dopo la pubblicazione dei risultati hanno vietato loro l’accesso alle università. Da allora, tutti gli esami di ammissione si sono svolti senza la partecipazione femminile.

 

Dall’Aia a Kandahar: come il braccio della Corte penale internazionale ha raggiunto i Talebani

Abdulhaq Omari, Afghanistan International, 9 luglio 2026

La Seconda Camera preliminare della Corte penale internazionale ha emesso, nel luglio 2025, presso la sede dell’Aia nei Paesi Bassi, mandati di arresto nei confronti di Hibatullah Akhundzada, leader dei Talebani, e di Abdul Hakim Haqqani, presidente della Corte Suprema del regime talebano.

Dietro l’emissione di questi mandati vi è un lungo procedimento giuridico fondato sull’esame delle testimonianze dei testimoni, dei racconti delle vittime, dei rapporti delle organizzazioni per i diritti umani, della documentazione raccolta dai media, nonché dei decreti e degli ordini ufficiali emanati dai Talebani.

Crimini contro l’umanità

Nella sua decisione, la Corte penale internazionale ha dichiarato che esistono motivi ragionevoli per ritenere che Hibatullah Akhundzada e Abdul Hakim Haqqani, dal 15 agosto 2021 in poi, abbiano avuto un ruolo nella commissione del reato di persecuzione sistematica basata sul genere nei confronti delle donne, delle ragazze e delle persone che si sono opposte alle politiche di genere dei Talebani, attraverso decreti, decisioni e politiche ufficiali. La Corte ha qualificato tali atti come “crimini contro l’umanità”.

Secondo la Corte, in Afghanistan donne e ragazze sono state private dei loro diritti fondamentali, tra cui il diritto all’istruzione, al lavoro, alla libertà di movimento, alla vita privata, alla libertà di espressione, di pensiero e di coscienza.

Sono inoltre state prese di mira le persone che hanno difeso i diritti delle donne e delle ragazze o che hanno manifestato opposizione alle politiche dei Talebani.

Nonostante l’emissione dei mandati di arresto, la Corte penale internazionale non dispone di una propria forza esecutiva per arrestare gli imputati. Gli Stati parte dello Statuto di Roma sono tenuti a dare esecuzione ai mandati qualora tali persone entrino nel loro territorio.

Dopo la pubblicazione dei mandati, il portavoce dei Talebani ha dichiarato che il movimento non riconosce la Corte penale internazionale e ha definito la decisione contraria alla «sharia islamica».

Di contro, importanti personalità impegnate nella difesa dei diritti umani, tra cui Richard Bennett, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan, Heather Barr*, responsabile della divisione diritti delle donne di Human Rights Watch, Malala Yousafzai, premio Nobel per la pace, insieme a numerosi esponenti politici e della società civile afghana, hanno accolto favorevolmente la decisione, definendola un passo importante verso la giustizia e la responsabilità.

Il dossier Afghanistan resta aperto

Il caso relativo all’Afghanistan rimane aperto presso la Corte penale internazionale. I procuratori continuano a raccogliere prove e documenti riguardanti altri esponenti talebani, affinché, ove necessario, possano essere completati e presentati alla Corte procedimenti analoghi nei loro confronti.

Come si svolge un procedimento davanti alla Corte penale internazionale?

Il procedimento dinanzi alla Corte penale internazionale prende avvio con la ricezione di una denuncia, di un rapporto o di informazioni relative alla commissione di un reato.

Queste informazioni possono essere trasmesse da uno Stato parte dello Statuto di Roma, deferite alla Corte dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite oppure essere oggetto di un’indagine avviata d’ufficio dal Procuratore sulla base di informazioni e prove attendibili.

Successivamente, il Procuratore effettua una valutazione preliminare.

Egli verifica se i fatti denunciati rientrino nella competenza della Corte, ossia se possano configurare crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio o crimine di aggressione.

Valuta inoltre se i tribunali dello Stato interessato siano effettivamente in grado e disposti a perseguire e giudicare tali fatti.

Qualora ritenga che sussistano elementi sufficienti per avviare un’indagine formale, in alcuni casi il Procuratore richiede l’autorizzazione della Camera preliminare. Dopo il consenso dei giudici, le indagini ufficiali hanno inizio.

Nel corso dell’indagine, il Procuratore e il suo team raccolgono prove, ascoltano testimoni e vittime, esaminano documenti, fotografie, filmati e altri elementi probatori e cercano di individuare i principali responsabili dei crimini.

Se il materiale raccolto dimostra l’esistenza di motivi ragionevoli per attribuire il reato a una o più persone, il Procuratore chiede ai giudici di emettere un mandato di arresto o una citazione a comparire.

Dopo l’emissione del mandato di arresto, la sua esecuzione non compete alla Corte.

Questa responsabilità ricade sugli Stati parte dello Statuto di Roma. Se l’imputato viene arrestato e trasferito all’Aia, ha inizio il procedimento giudiziario.

Nella prima udienza, i giudici verificano se le prove siano sufficienti per aprire il processo.

Se le prove sono ritenute adeguate, si apre il dibattimento. Durante il processo il Procuratore presenta le proprie prove, gli avvocati della difesa rappresentano l’imputato, i testimoni rendono testimonianza e i giudici ascoltano le argomentazioni di entrambe le parti.

Al termine del procedimento, i giudici pronunciano la sentenza. Se le accuse risultano provate, l’imputato viene dichiarato colpevole e condannato; in caso contrario viene assolto.

L’ultima fase è quella dell’appello.

Sia il Procuratore sia la difesa possono impugnare la decisione. I giudici della Camera d’appello riesaminano il caso e pronunciano la decisione definitiva.

 Il pesante dossier dei Talebani sul tavolo dei procuratori della Corte

La Seconda Camera preliminare della Corte penale internazionale esamina il dossier afghano in più fasi.

In una prima fase, i giudici valutano se sussistano i presupposti giuridici per l’apertura di un’indagine formale, verificando i criteri di diritto, l’affidabilità delle prove e la competenza della Corte.

Nella fase successiva, il procedimento va oltre il semplice esame dei documenti. Procuratori e investigatori ascoltano direttamente testimoni, vittime e persone lese, tra cui cittadini afghani che hanno subito detenzione, restrizioni, discriminazioni o violenze. Le loro dichiarazioni vengono registrate, analizzate e inserite nel fascicolo processuale.

Uno degli aspetti più importanti di questo procedimento è la protezione dei testimoni. A causa dei rischi cui sono esposti, l’identità di molti di essi rimane riservata. La Corte cerca di garantire sia la raccolta delle testimonianze sia la sicurezza dei testimoni. Per questo motivo alcune audizioni si svolgono in forma riservata o sotto speciali misure di protezione.

In alcuni casi, gli investigatori individuano persone torturate nelle carceri o danneggiate dalle restrizioni imposte dai Talebani e le invitano a testimoniare. Se esse non possono recarsi all’Aia, i procuratori si spostano negli Stati parte in cui tali persone risiedono.

I gruppi investigativi registrano con precisione le testimonianze, pongono domande integrative e verificano la coerenza o le eventuali contraddizioni delle dichiarazioni sotto il profilo fattuale e giuridico. Con i testimoni vengono inoltre sottoscritti accordi affinché condividano le loro esperienze, pubblicamente o in forma riservata, con la massima sincerità.

L’attività della Corte non si limita alle testimonianze individuali. Per verificare le informazioni, giudici e procuratori utilizzano anche altre fonti, tra cui rapporti giornalistici, indagini indipendenti e documentazione prodotta dalla società civile. Dopo essere state verificate, tali fonti vengono inserite nel fascicolo.

In alcuni casi vengono richiesti ai giornalisti e agli organi di informazione documenti riguardanti la privazione del diritto all’istruzione delle ragazze, le restrizioni nel settore educativo o le violazioni delle libertà civili. Una volta verificati, questi documenti entrano a far parte degli atti del procedimento.

Con il passare del tempo le testimonianze vengono nuovamente valutate e alcuni testimoni vengono ascoltati una seconda volta per fornire chiarimenti, così da garantire l’accuratezza e l’affidabilità giuridica delle informazioni.

La Corte non si basa soltanto sui racconti individuali, ma esamina anche leggi, decreti e documenti ufficiali dei Talebani per stabilire quali politiche, ordini, norme e decisioni governative siano incompatibili con i diritti umani e il diritto internazionale.

Sulla base di questo vasto insieme di prove, i giudici decidono se sussistano i presupposti giuridici per emettere un mandato di arresto.

È proprio attraverso questo procedimento che sono stati emessi i mandati di arresto nei confronti di Hibatullah Akhundzada e Abdul Hakim Haqqani.

Sebbene la Corte penale internazionale non disponga di poteri esecutivi per procedere direttamente agli arresti, gli Stati parte dello Statuto di Roma hanno l’obbligo di eseguire tali mandati qualora gli imputati entrino nel loro territorio.

Saranno emessi mandati anche contro altri dirigenti talebani?

Per questo motivo il dossier Afghanistan resta aperto e le indagini su altri funzionari talebani proseguono.

Secondo le informazioni disponibili, dopo l’emissione dei mandati nei confronti di Hibatullah Akhundzada e Abdul Hakim Haqqani, i procuratori stanno continuando a raccogliere prove e documentazione riguardanti altri esponenti del regime.

Tra le persone il cui nome compare nei rapporti come oggetto di indagine figurano Sirajuddin Haqqani, ministro dell’Interno dei Talebani; Neda Mohammad Nadim, ministro dell’Istruzione superiore; Habibullah Agha, ministro dell’Istruzione; Abdul Hakim Sharai, ministro della Giustizia; Khalid Hanafi, ministro per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio; Abdul Haq Wasiq, capo dell’intelligence talebana; il suo vice Taj Mir Jawad e Khalil Hamraz, responsabile della Direzione n. 08 dei servizi di intelligence talebani.

Secondo quanto riferito, queste persone sarebbero al centro delle indagini per il loro presunto ruolo nella privazione del diritto all’istruzione e al lavoro di donne e ragazze, nella violazione delle libertà individuali e sociali, nonché nella commissione di episodi di tortura e di altre gravi violazioni dei diritti umani.

 

I talebani spingono alla chiusura Women for Women International dopo 25 anni di attività

“Women for Women International” ha annunciato la cessazione delle proprie attività in Afghanistan dopo 25 anni, attribuendo la decisione alle pressioni, alle incursioni negli uffici e alle restrizioni imposte dalle autorità talebane. La chiusura si inserisce in un contesto più ampio di progressivo smantellamento dello spazio operativo per le organizzazioni impegnate a favore delle donne afghane

Afghanistan International, 12 luglio 2026

L’organizzazione internazionale «Women for Women International» ha confermato ad “Afghanistan International” di aver posto fine alle proprie attività in Afghanistan dopo 25 anni a causa delle restrizioni imposte dai talebani. L’organizzazione afferma che le ripetute incursioni dei talebani nei suoi uffici, l’arresto dei membri del personale e la sospensione dei suoi programmi hanno reso impossibile proseguire le attività.

In risposta a un’e-mail di “Afghanistan International”, l’organizzazione internazionale «Women for Women International» ha dichiarato che, dal ritorno dei talebani al potere, gli agenti del gruppo hanno fatto irruzione due volte nel suo ufficio di Kabul.

L’organizzazione ha dichiarato che, in seguito all’inasprimento delle restrizioni e delle pressioni da parte dei talebani, all’inizio di quest’anno ha concluso che non era più possibile garantire la sicurezza del proprio personale e che continuare le attività in Afghanistan era diventato estremamente rischioso.

Restrizioni crescenti

Secondo l’organizzazione, gli agenti talebani hanno effettuato la prima incursione nel suo ufficio di Kabul tra luglio e agosto  2021, confiscando beni e attrezzature. L’organizzazione ha inoltre confermato che gli agenti talebani sono nuovamente entrati nei suoi uffici a Kabul tra gennaio e febbraio 2025, trattenendo per alcune ore più di 20 membri del suo staff.

Secondo quanto riferito dall’organizzazione, all’inizio di quest’anno i talebani hanno inoltre sospeso i suoi programmi di sostegno ai mezzi di sussistenza destinati alle donne afghane e alle loro famiglie.

“Women for Women International”  opera in Afghanistan dal 2002 nei settori dell’istruzione, dell’emancipazione economica e del sostegno alle donne e alle ragazze afghane. Nel corso di oltre due decenni di attività nel Paese, l’organizzazione ha fornito servizi a più di 140.000 donne e ragazze in diverse province.

Zoe Gallagher, consulente per le comunicazioni con i media dell’organizzazione “Women for Women International”, ha dichiarato ad “Afghanistan International” che la sede centrale dell’organizzazione non ha alcun rapporto con i talebani. Ha inoltre chiesto alla comunità internazionale di restare al fianco delle donne afghane e delle loro famiglie e di rispondere ai loro bisogni.

Sebbene i talebani non abbiano finora rilasciato dichiarazioni sulle incursioni negli uffici dell’organizzazione e sull’imposizione delle restrizioni, negli ultimi circa cinque anni il gruppo ha introdotto severe limitazioni nei confronti delle donne e delle organizzazioni che le sostengono.

Lo stupro come politica di Stato

La lettre d’Afghanistan, 16 giugno 2026

C’è una frase che Zabihullah Mujahid ripete con la regolarità di un metronomo: «Nelle nostre prigioni non esiste alcuna forma di tortura. Atti di questo genere sono assolutamente proibiti. Dall’arresto fino al rilascio non viene praticata alcuna tortura». È una dichiarazione netta, ufficiale, ripetuta ogni volta che un nuovo rapporto denuncia gli abusi del regime o che una sopravvissuta trova il coraggio di raccontare la propria esperienza. Eppure, alla luce della documentazione disponibile, si tratta di una menzogna di Stato di rara brutalità.

Le prove, infatti, continuano ad accumularsi. Dal ritorno dei talebani al potere, nell’agosto 2021, i rapporti della Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA), di Amnesty International, di Human Rights Watch e delle organizzazioni afghane per i diritti umani descrivono un sistema repressivo fondato sulla violenza, sull’impunità e sull’intimidazione. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha confermato che funzionari e combattenti talebani hanno commesso violenze sessuali contro donne e ragazze. Nel 2025 l’UNAMA ha documentato ventuno casi: quindici donne e sei ragazze. Alcune vittime sono state sottoposte a stupri individuali e di gruppo, altre costrette a matrimoni forzati. Donne arrestate semplicemente per aver partecipato a una manifestazione sono state torturate, maltrattate e sottoposte a violenze sessuali durante la detenzione.

Ventuno casi documentati. Ventuno casi che gli investigatori sono riusciti a ricostruire nonostante il sistematico isolamento imposto dalle autorità talebane, il divieto rivolto al Relatore speciale delle Nazioni Unite di entrare nel Paese e la paura che continua a chiudere la bocca alle vittime. Quel numero non rappresenta l’estensione del fenomeno, ma soltanto la parte che è stato possibile portare alla luce.

Rompere il silenzio

Tra coloro che hanno deciso di rompere il silenzio c’è Julia Parsee, attivista afghana per i diritti delle donne ed ex prigioniera dei talebani. In una recente dichiarazione pubblicata dall’agenzia di stampa ROJ ha raccontato che le detenute sono sottoposte a torture fisiche e psicologiche sistematiche e che le continue minacce rivolte ai loro familiari costituiscono una delle forme più crudeli di violenza esercitate nelle carceri del regime.

Ma la sua testimonianza va oltre. Parsee racconta la storia di una giovane donna della provincia di Kandahar, arrestata non per ciò che aveva fatto o detto, ma per il semplice fatto di appartenere a una determinata famiglia. Il suo unico “reato” era essere parente del generale Abdul Raziq, ex capo della polizia di Kandahar, assassinato nel 2018. Dopo la presa del potere da parte dei talebani, gli uomini e le donne ritenuti vicini a Raziq — in gran parte membri della tribù Achakzai — sono stati vittime di omicidi, sparizioni forzate, torture e detenzioni arbitrarie. Alcuni testimoni sostengono che si possa essere uccisi persino per aver conservato una fotografia del generale. Secondo Parsee, quella giovane donna è stata violentata ripetutamente durante tutta la sua detenzione.

Si potrebbe obiettare che si tratta di una testimonianza indiretta, fondata su un’unica fonte. È vero. Ma è proprio questo il punto. La violenza sessuale esercitata nelle carceri talebane è circondata da un tale livello di stigma sociale che pochissime sopravvissute riescono a raccontare ciò che hanno subito. Molte, una volta liberate, si nascondono. Altre non riescono a sopportare il peso delle conseguenze sociali della detenzione. I casi di suicidio segnalati sono numerosi. Per chi riesce a uscire dal carcere, il ritorno alla libertà coincide spesso con un nuovo isolamento.

Il silenzio, in questo contesto, non è una prova d’innocenza del regime. È una delle conseguenze più evidenti del crimine stesso.

L’onore come strumento politico

Le ragioni di questo silenzio sono profonde e radicate. La società afghana è strutturata, nei suoi livelli più profondi, attorno al concetto di onore. La violenza sessuale non rappresenta soltanto una ferita inflitta al corpo di una donna: viene utilizzata come un’arma contro la sua famiglia, il suo clan e la sua comunità. I talebani conoscono perfettamente questo meccanismo e lo sfruttano con precisione calcolata.

Colpire una donna significa colpire una rete sociale più ampia. Violentarla significa intimidire tutti coloro che le sono vicini, perché denunciare quanto accaduto può esporre la famiglia alla vergogna e alla stigmatizzazione. In questo modo la violenza sessuale diventa uno strumento di controllo collettivo: non serve soltanto a punire una persona, ma a scoraggiare qualsiasi forma di opposizione.

Tra il gennaio 2022 e il luglio 2023, l’UNAMA ha documentato oltre 1.600 violazioni dei diritti umani commesse durante arresti e detenzioni, quasi la metà delle quali comprendeva torture o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Questo dato, raccolto nonostante le restrizioni imposte alle attività di monitoraggio, deve essere interpretato come una soglia minima, non come una misura completa della violenza esercitata.

Direzione 40

Zarifa Yaqobi, ex detenuta e attivista per i diritti delle donne, ha risposto direttamente alle smentite di Zabihullah Mujahid. Lei e le sue colleghe, ha raccontato, sono state detenute per quarantuno giorni nelle condizioni più dure: isolamento, interrogatori, torture e confessioni estorte presso la Direzione 40 dei servizi d’intelligence.

La Direzione 40. Un nome, un indirizzo. Non un simbolo né un’allegoria. Un edificio a Kabul dove donne sono state sistematicamente spezzate mentre il portavoce ufficiale del regime assicurava al mondo che nelle carceri talebane non accadeva nulla.

Ciò che avviene nelle prigioni afghane non può essere liquidato come l’abuso incontrollato di pochi individui. È una politica. Una politica che utilizza il corpo, l’onore e la paura come strumenti di governo.

Le donne arrestate per aver manifestato, per aver avuto rapporti con il precedente governo o semplicemente per aver occupato uno spazio nella vita pubblica sono bersagli selezionati. La loro detenzione non ha soltanto lo scopo di punirle. Serve a diffondere la paura, a colpire le loro famiglie, a paralizzare chi osserva e a trasmettere un messaggio chiaro: il prezzo della resistenza sarà pagato non solo dalla singola persona, ma dall’intera comunità che le sta intorno.

Impunità del regime talebano

L’impunità del regime talebano si fonda su diversi pilastri. Il primo è l’assenza di un sistema giudiziario indipendente in grado di indagare sulle violazioni commesse dalle autorità. Le autorità de facto hanno inoltre impedito al Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan di entrare nel Paese.

Nel frattempo, la comunità internazionale continua a utilizzare il linguaggio dell’«impegno» e del «dialogo», una formula che spesso appare più orientata alla gestione delle relazioni con il regime che alla richiesta di giustizia per le vittime. Si negoziano accordi di rimpatrio. Si invitano rappresentanti talebani a incontri e conferenze internazionali. Si cerca una forma di gestione politica della situazione.

Ma intanto, a Kandahar, a Kabul e nei luoghi di detenzione controllati dai servizi di sicurezza talebani, donne e ragazze continuano a pagare con il proprio corpo il prezzo del silenzio del mondo.

Julia Parsee ha parlato. Zarifa Yaqobi ha parlato. Tamana Paryani ha parlato. Queste donne hanno corso rischi enormi affinché le loro testimonianze potessero superare i confini dell’Afghanistan e raggiungere il resto del mondo.

La risposta minima che il mondo deve loro è ascoltarle. Non relegarle in una generica categoria di «diritti umani» tra due paragrafi di analisi geopolitica. Ascoltarle significa riconoscere la natura della violenza che denunciano e chiamarla con il suo nome.

Secondo numerose organizzazioni per i diritti umani, le pratiche documentate contro donne e oppositori in Afghanistan possono configurare gravi violazioni del diritto internazionale. La repressione sistematica, la persecuzione di genere e l’uso della violenza sessuale come strumento di intimidazione richiedono un esame alla luce degli standard sui crimini internazionali.

Lo stupro nelle carceri dell’Emirato islamico non è un effetto collaterale della repressione. È uno strumento di governo.

 

Pakistan e talebani: la strumentalizzazione delle narrazioni sul confine


Ajmal Sohail, AMU Tv, 2 luglio 2026

I recenti attacchi aerei del Pakistan hanno causato la morte di decine di civili afghani, tra cui donne e bambini, nei villaggi lungo il confine. Islamabad sostiene che i raid fossero diretti contro i rifugi del Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP). I Talebani, invece, accusano il Pakistan di aver deliberatamente colpito abitazioni civili. Questo scontro di narrazioni non riguarda semplicemente la verità, ma anche la legittimità, la percezione e la propaganda.

La versione pakistana degli eventi è costruita attraverso la lente della lotta al terrorismo. Le autorità descrivono i raid come operazioni di precisione contro santuari terroristici. Questa narrazione rassicura l’opinione pubblica interna, soprattutto dopo i devastanti attentati suicidi avvenuti a Karachi e nel Khyber Pakhtunkhwa, trasmettendo l’immagine di un esercito proattivo e impegnato nella protezione della popolazione. Sul piano internazionale, essa inserisce il Pakistan nel più ampio discorso globale sul contrasto al terrorismo, presentandolo come una vittima che agisce per legittima difesa. Dal punto di vista strategico, esercita inoltre pressione su Kabul affinché intervenga contro le basi del TTP, spostando oltre confine la responsabilità della minaccia. Attraverso il richiamo al linguaggio dell’antiterrorismo, Islamabad cerca di legittimare le proprie azioni alla luce del diritto internazionale, attenuando al contempo l’attenzione sulle vittime civili.

I Talebani rispondono a questa narrazione enfatizzando le morti tra i civili. La loro propaganda mette in risalto funerali, abitazioni distrutte e famiglie in lutto per alimentare il nazionalismo afghano. Sul piano interno, ciò consente al regime talebano di presentarsi come difensore della sovranità nazionale. Sebbene il governo talebano sia spesso accusato di mostrare scarso riguardo per la vita dei civili nelle proprie politiche, esso sfrutta politicamente le vittime civili causate dai raid pakistani per rafforzare la propria legittimità. A livello internazionale, utilizza tali perdite come strumento per attirare l’attenzione delle organizzazioni umanitarie e dell’opinione pubblica globale. Sul piano strategico, questa narrativa permette inoltre di distogliere l’attenzione dalle accuse di offrire rifugio ai combattenti del TTP, consolidando al tempo stesso il consenso nazionalista interno. Attraverso la strumentalizzazione della sofferenza dei civili, i Talebani mirano quindi a rafforzare la propria posizione politica.

Guerra di propaganda

Rapporti indipendenti, tra cui quelli della Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA), confermano che le vittime civili sono una realtà. Allo stesso tempo, è probabile che alcuni obiettivi militanti siano stati effettivamente colpiti. Entrambe le parti tendono tuttavia a esagerare o a selezionare i fatti in funzione dei propri obiettivi politici. È proprio in questa zona grigia che prospera la propaganda: il Pakistan insiste di stare combattendo il terrorismo, mentre i Talebani sostengono che Islamabad stia commettendo crimini di guerra. Nel mezzo rimangono i civili, principali vittime di narrazioni contrapposte.

La battaglia propagandistica tra Pakistan e Talebani non riguarda tanto chi abbia ragione, quanto chi riesca a controllare la narrazione. Il Pakistan utilizza la retorica dell’antiterrorismo per giustificare i propri attacchi, mentre i Talebani sfruttano il racconto delle vittime civili per controbilanciare la posizione di Islamabad. Entrambe le parti cercano di influenzare la percezione pubblica, ma il prezzo di questa competizione ricade sui comuni cittadini afghani. Finché non saranno applicati efficaci meccanismi di accertamento delle responsabilità, la verità continuerà a essere oggetto di contesa e la propaganda continuerà a plasmare il conflitto di confine più dei fatti sul terreno.

Tra apparato militare e leadership politica

All’ombra dell’aspro confine occidentale del Pakistan si svolge una competizione silenziosa, combattuta non soltanto con proiettili e droni, ma soprattutto attraverso le narrazioni e il potere. Dietro ogni presunto “successo nella lotta al terrorismo” si cela uno scontro più profondo tra le ambizioni strategiche dell’apparato militare e la ricerca di autonomia della leadership politica. Questo articolo va oltre le dichiarazioni ufficiali per mostrare come le operazioni nel Khyber Pakhtunkhwa, nel Belucistan e nelle province orientali dell’Afghanistan siano divenute strumenti di influenza regionale, di gestione delle guerre per procura e di teatro geopolitico.

Dagli allineamenti informali con i Talebani alla delicata diplomazia con cui Islamabad cerca di bilanciare i rapporti con l’Iran, gli Stati Uniti e gli Stati del Golfo, il calcolo strategico del Pakistan rivela una pericolosa dualità: successi tattici che nascondono vulnerabilità strategiche. In questo quadro, il terrorismo transfrontaliero, le milizie, le rivalità regionali e la competizione tra le grandi potenze convergono in un’unica equazione altamente instabile, capace di ridefinire sia la coesione interna del Pakistan sia il suo ruolo nell’assetto geopolitico della regione.

Ajmal Sohail si è laureato in studi sul terrorismo e l’estremismo presso l’Università di Leiden, nei Paesi Bassi, e l’Università del Maryland, negli Stati Uniti. Attualmente lavora come analista dell’intelligence ed esperto di antiterrorismo. È cofondatore e copresidente della Counter Narco-Terrorism Alliance Germany, dove dirige i settori dell’intelligence e dell’antiterrorismo.

Questo articolo riflette le opinioni dell’autore.