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Tag: Talebani

ONU e Afghanistan: “coinvolgimento senza riconoscimento”

Nessun riconoscimento formale, ma sempre più dialogo. È questa la linea che emerge dall’ultima Risoluzione del Consiglio di Sicurezza sull’Afghanistan: mentre i diritti umani continuano a deteriorarsi sotto il regime talebano, la comunità internazionale punta a mantenere aperti i canali con Kabul, privilegiando stabilità e sicurezza rispetto alla difesa dei diritti delle donne.

Beatrice Biliato, CISDA, 6 luglio 2026

Mentre in Afghanistan libertà e diritti continuano a sprofondare e una popolazione ormai esasperata tenta di opporsi alle imposizioni che riguardano perfino i centimetri delle barbe e dell’hijab, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito a giugno per decidere il futuro dell’UNAMA e del sostegno internazionale all’Emirato talebano.

Mettere d’accordo tutti non è stato semplice. È servita la paziente mediazione della Cina – che nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha assunto il ruolo di Stato guida nella conduzione dei negoziati e nella predisposizione dei progetti di risoluzione relativi al dossier afghano – per arrivare a un testo condiviso.

Cambiare il nome senza cambiare la sostanza

Il primo terreno di scontro è stato il nome con cui definire il governo dei talebani. Tutti, almeno formalmente, continuano a rifiutarne il riconoscimento — con l’eccezione della Russia, che lo ha già concesso. Ma proprio la scelta delle parole rivela l’ambiguità della politica internazionale: da un lato si condannano le sistematiche violazioni dei diritti umani, soprattutto nei confronti delle donne; dall’altro si costruiscono strumenti sempre più stabili di interlocuzione con le stesse autorità che quelle violazioni continuano a imporre.

L’ONU continua così a muoversi su un doppio binario: rifiuta formalmente il governo talebano, ma allo stesso tempo lavora per mantenerne aperti i canali diplomatici che lo mantengano in piedi, convinta che non esista oggi un’alternativa politica praticabile.

Non sembra infatti ritenere credibile né interessante l’alternativa della diaspora afghana, composta da ex governanti, parlamentari, politici della precedente Repubblica, sebbene le sue esponenti vengono spesso valorizzate nelle conferenze internazionali come simboli della difesa dei diritti delle donne, usate come trofei ma raramente considerate protagoniste di un’alternativa politica credibile.

Quindi si cambia il linguaggio. La definizione di “governo de facto” utilizzata finora, considerata dagli Usa potenzialmente idonea a implicare un riconoscimento, viene sostituita dalla formula più neutra di “autorità competenti”. Apparentemente un irrigidimento. In realtà, più che modificare la sostanza dei rapporti, cambia semplicemente la terminologia con cui li si descrive.

Lo sdoganamento dei fondi congelati

Se sul piano simbolico il linguaggio diventa più prudente, sul piano concreto la Risoluzione va nella direzione opposta. Accoglie infatti la richiesta, sostenuta soprattutto dalla Cina, di riaprire l’utilizzo delle riserve della banca centrale afghana congelate all’estero.

Formalmente la Risoluzione non dispone lo sblocco dei fondi a favore del governo talebano, né affida a loro la gestione. Parla di risorse destinate al popolo afghano. Ma evita accuratamente di chiarire chi dovrà amministrarle, con quali controlli e attraverso quali garanzie.

E se il controllo continuerà a essere affidato all’UNAMA, che fino a questo momento si è limitata a osservare le intromissioni e l’accaparramento del governo dei talebani nella distribuzione degli aiuti umanitari, senza poter, o voler, intervenire, è facile prevedere che il condizionamento esercitato dai talebani sarà pesante.

È proprio questa ambiguità deliberata che ha permesso ai membri del Consiglio di Sicurezza di trovare un consenso quasi unanime sulla Risoluzione finale.

UNAMA prorogata: cambia il contesto, non la missione

Alla vigilia della riunione molti osservatori ritenevano che forse sarebbe stato rimesso realmente in discussione il ruolo dell’UNAMA in questo vertice. È accaduto l’opposto. La missione è stata prorogata per un altro anno, confermando quella che appare ormai la sua funzione principale: mantenere il sostegno internazionale all’Afghanistan dei talebani.

Prima finanziava e sosteneva la Repubblica afghana; dal 2021 garantisce, attraverso gli aiuti umanitari, la sopravvivenza economica di un governo che continua a dichiarare di non considerare lo sviluppo economico e il benessere della popolazione una propria priorità politica.

Il paradosso dell’ONU: dialogo senza condizioni

È proprio qui che emerge la principale contraddizione della strategia ONU. Da un lato ribadisce che ogni futura legittimazione internazionale dipende dal rispetto dei diritti umani; dall’altro continua a sostenere un Processo di Doha che, per volontà dei talebani, ha escluso sistematicamente proprio quei diritti dal tavolo negoziale.

Per non interrompere il dialogo, la questione dei diritti delle donne è stata progressivamente accantonata. Si è parlato di terrorismo, assistenza umanitaria e stabilità regionale, ma non delle libertà fondamentali. Il dialogo è diventato un fine in sé, non più uno strumento per ottenere cambiamenti.

La Risoluzione 2626 non riconosce il governo talebano, ma non lo isola nemmeno. Conferma invece la linea del “coinvolgimento senza riconoscimento”.

È una formula che permette all’ONU di continuare a finanziare l’assistenza umanitaria indispensabile alla popolazione afghana, ma che, inevitabilmente, contribuisce anche alla sopravvivenza politica dell’Emirato.

Come si posizionano gli Stati nei confronti dei talebani

Esaurite le dichiarazioni di principio sui diritti umani, il vero confronto con Kabul viene ormai lasciato alle iniziative dei singoli Stati. E’ a questo livello che, sempre più chiaramente, si sta decidendo il futuro delle relazioni internazionali con l’Afghanistan talebano.

Russia: il primo riconoscimento ufficiale

Mosca è il primo e finora unico Paese ad aver riconosciuto formalmente l’Emirato islamico, rimuovendo anche i talebani dalla lista delle organizzazioni terroristiche. Punta a consolidare una partnership strategica con Kabul attraverso cooperazione economica e militare, pur senza imporre condizioni legate ai diritti umani.

Cina: sicurezza, miniere e leadership diplomatica

Pechino mantiene un approccio pragmatico, concentrato su sicurezza, stabilità regionale e interessi economici. Le priorità sono il controllo del corridoio del Wakhan, la tutela dello Xinjiang, lo sfruttamento delle risorse minerarie e l’integrazione dell’Afghanistan nella Belt and Road Initiative. In sede ONU, la Cina ha assunto un ruolo diplomatico sempre più centrale, sostenendo con la Russia il dialogo con Kabul e lo sblocco delle riserve afghane.

India: dialogo per contenere il Pakistan

Pur senza riconoscere il governo talebano, Nuova Delhi ha rafforzato i rapporti con Kabul per contenere l’influenza pakistana. Ha intensificato la cooperazione politica ed economica e sostiene una revisione del regime sanzionatorio internazionale.

Pakistan: un rapporto sempre più difficile

I rapporti con i talebani si sono deteriorati rispetto al 2021 a causa delle tensioni di confine e delle accuse reciproche di sostegno a gruppi armati. Islamabad continua a sostenere il dialogo, ma chiede ai talebani di impedire al TTP di utilizzare il territorio afghano per colpire il Pakistan.

Turchia: cooperazione senza riconoscimento

Ankara mantiene una presenza diplomatica e una cooperazione attiva nei settori della sicurezza, del commercio e dei trasporti, senza procedere al riconoscimento formale. Continua a sostenere i diritti delle donne, ma non li pone come condizione per il dialogo.

Stati Uniti: sicurezza prima di tutto

Washington concentra la propria politica su antiterrorismo, sicurezza e liberazione dei cittadini americani detenuti in Afghanistan. Accusa i talebani di utilizzare gli ostaggi come leva negoziale e chiede una revisione del mandato della missione ONU UNAMA in chiave più orientata alla stabilizzazione. Nell’ultimo anno ha ridotto fortemente i finanziamenti destinati all’Afghanistan, mantenendo solo gli aiuti salvavita e chiedendo controlli più rigorosi sulla destinazione dei fondi.

Unione Europea: pragmatismo sotto pressione

L’UE ribadisce il mancato riconoscimento del governo talebano e il sostegno ai diritti delle donne, ma ha avviato forme di cooperazione tecnica con Kabul su migrazione, assistenza consolare e documentazione. Una linea pragmatica contestata da parte del Parlamento europeo e delle organizzazioni per i diritti umani.

Iran: dialogo obbligato e tensioni aperte

Teheran considera inevitabile il dialogo con i talebani per garantire sicurezza, commercio e gestione dei rifugiati. Restano tuttavia aperte tensioni su risorse idriche, tutela delle comunità sciite e questioni migratorie.

Asia centrale: stabilità e interessi economici

I Paesi della regione privilegiano stabilità e sicurezza, puntando a contrastare estremismo, traffici illeciti e ISIS-K e a sviluppare collegamenti commerciali. L’Uzbekistan guida il riavvicinamento economico, mentre il Tagikistan incarna l’approccio più prudente.

Medio Oriente: mediazione e relazioni operative

Prevale una politica di dialogo senza riconoscimento formale. Il Qatar resta il principale mediatore tra Kabul e l’Occidente; Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita mantengono rapporti operativi e programmi umanitari, mentre il Kuwait ha recentemente accettato diplomatici nominati dai talebani.

Nel complesso, l’orientamento internazionale si sta spostando dall’isolamento a un dialogo sempre più strutturato con i talebani: il riconoscimento diplomatico resta limitato, ma un numero crescente di Stati considera ormai necessario mantenere relazioni operative con Kabul per ragioni di sicurezza, stabilità e interesse strategico.

La lotta delle donne di Herat per la libertà

«A Herat le donne escono di casa con molta più cautela. Si è instaurato un clima di paura e di preoccupazione e alcune cercano, almeno per il momento, di uscire il meno possibile. Oppure, se escono, indossano il chador che copre interamente il corpo e il volto.»

Maryam Foumani, aasoo.org, 24 giugno 2026

Questa è la descrizione che Shahrzad Akbar, ex presidente della Commissione indipendente afghana per i diritti umani, offre dell’atmosfera che domina a Herat dopo i recenti arresti di donne.

La vicenda è iniziata quando i Talebani, venerdì 15 giugno, hanno annunciato che da quel momento in poi sarebbero state arrestate le donne prive di un «hijab completo». Per «hijab completo» si intende che, oltre ai lunghi mantelli (manteau) e agli ampi foulard portati sul capo, le donne debbano indossare anche un chador che copra interamente il corpo e il volto. Anche mostrare i piedi senza calze o lasciare intravedere il trucco sotto la mascherina viene considerato un caso di «mancanza di hijab».

Oltre ad annunciare questa restrizione durante il sermone della preghiera del venerdì e nelle moschee, i rappresentanti locali hanno inviato messaggi alle famiglie affinché non permettessero alle proprie figlie, mogli e madri di uscire di casa con un abbigliamento diverso da quello stabilito dai Talebani.

Sabato 6 giugno, dopo questi avvertimenti pronunciati durante la preghiera del venerdì, quando le donne di Herat sono uscite per strada indossando gli stessi lunghi mantelli, gli ampi foulard che avevano sempre portato e, in alcuni casi, una mascherina sul volto, gli agenti talebani ne hanno arrestate molte.

In seguito a questi arresti, martedì 9 giugno, le donne di Herat, accompagnate da un certo numero di uomini, sono scese in strada. Decine di manifestanti sono stati arrestati, una donna e un bambino sono stati uccisi, nei giorni successivi altri manifestanti sono stati identificati e arrestati e la protesta è stata repressa con estrema durezza. Tuttavia, ancora una volta, le donne afghane hanno fatto sentire la propria voce con lo slogan: «Lavoro, istruzione, libertà».

La preoccupazione dei Talebani per la disobbedienza delle donne di Herat

Come spiega Shahrzad Akbar, il rimpatrio forzato di migliaia di migranti dal Pakistan e dall’Iran verso l’Afghanistan è uno degli elementi che hanno influito sulla recente controversia riguardante l’abbigliamento femminile.

«Queste donne rimpatriate avevano un modo di vestirsi diverso da quello oggi prevalente tra le donne che vivono in Afghanistan. Ad esempio, quelle provenienti dall’Iran indossano mantello e foulard, ma i Talebani non accettano questo tipo di abbigliamento e vogliono che anche il volto delle donne sia coperto con un chador o con una mascherina, in modo che siano visibili soltanto gli occhi.»

Secondo Akbar: «Le donne rientrate dall’Iran e dal Pakistan, in particolare quelle che hanno vissuto per un certo periodo in Iran, hanno sperimentato un grado maggiore di libertà sociale e ritengono un loro diritto fondamentale poter partecipare alla vita pubblica con quel tipo di abbigliamento. Questo è in netto contrasto con la visione dei Talebani.»

Le recenti dichiarazioni di Nur Ahmad Eslamjar, governatore talebano di Herat, confermano il timore dei Talebani nei confronti della presenza più disinvolta di queste donne appena rientrate.

Secondo quanto riportato dalla BBC, il governatore ha definito queste donne «influenzate da culture straniere» e ha affermato che esse intendono «modificare il volto religioso, culturale e storico di Herat, un volto fondato sull’onore, sulla tutela della dignità familiare e sul prestigio».

Manifestando la propria preoccupazione per il fatto che «l’hijab delle donne diventava ogni giorno meno rigoroso», ha definito le donne di Herat che non rispettano gli standard di abbigliamento imposti dai Talebani persone affette da una «malattia mentale e religiosa».

Tuttavia, la questione non riguarda soltanto le donne recentemente tornate a Herat.

Anche le residenti storiche della città si sono sempre distinte dagli stereotipi e dalle aspettative dei Talebani.

Come osserva Shahrzad Akbar: «Pur essendo Herat una città fortemente patriarcale, le donne hanno sempre avuto una posizione diversa rispetto ad altre zone del Paese. Lavorano nell’industria dello zafferano, praticano sport, hanno i loro circoli di lettura e da sempre è in corso una sorta di gioco del gatto e del topo tra le donne di Herat e i Talebani.

Le mie amiche di Herat mi raccontano che a volte si riuniscono a casa di una di loro per fare ginnastica. Alcune volte si accorgono di essere seguite e allora sospendono gli allenamenti per una settimana; quella successiva ricominciano. Da alcuni anni le donne di Herat organizzano queste attività. Con questi arresti, i Talebani vogliono inviare loro un messaggio: sappiamo che ci state disobbedendo e vogliamo reprimervi.»

Arresti che hanno portato anche gli uomini in strada

Non è la prima volta che i Talebani arrestano donne afghane.

Nel «Tribunale popolare per le donne dell’Afghanistan», svoltosi a Madrid nell’autunno dell’anno scorso, sono stati presentati numerosi documenti e testimonianze riguardanti questi arresti e alcune donne hanno deposto davanti al tribunale.

Ciò che però ha provocato una reazione di protesta più ampia, andata oltre la cerchia delle attiviste per i diritti delle donne e che ha portato perfino gli uomini a scendere in piazza, è stato il diverso modo in cui sono stati effettuati gli arresti più recenti.

Molte delle donne arrestate in gruppo per le strade di Herat, diversamente da quanto avveniva abitualmente negli arresti operati dai Talebani, non erano attiviste politiche o civili né dipendenti del precedente governo. Erano donne che stavano semplicemente vivendo la loro vita quotidiana: erano dirette a fare la spesa, dal medico, a casa di parenti oppure al lavoro quando, con il pretesto della «mancanza di hijab», sono state arrestate.

Secondo Shahrzad Akbar, una parte degli uomini che sono scesi in strada per protestare erano proprio familiari di queste donne.

«Erano uomini che dicevano: le nostre donne non erano nemmeno uscite per manifestare, perché avrebbero dovuto essere arrestate? In quel momento il livello dell’ingiustizia è apparso in tutta la sua evidenza. I Talebani non potevano più raccontare, come fanno di solito, che queste donne erano occidentali, che avevano un’agenda politica o che volevano ottenere asilo all’estero. Questa volta il pericolo si è avvicinato anche alla gente comune e una parte della presa di coscienza nasce proprio da questa percezione del rischio.»

Le ragioni della protesta maschile

Tarannom Seydi, presidente della Rete per la partecipazione politica delle donne afghane, afferma che durante tutti questi cinque anni le donne non hanno mai smesso di protestare.

«La realtà è che la maggior parte della popolazione o condivideva le idee dei Talebani oppure desiderava semplicemente una vita tranquilla, e per questo è rimasta in silenzio. All’inizio molti uomini pensavano che i Talebani parlassero nel loro interesse e fossero venuti per instaurare un buon governo islamico. Ma ora vedono che i Talebani non hanno alcuna pietà né per la vita, né per i beni, né per l’esistenza delle persone; arrivano perfino a portare via le loro donne e a dire che, se non pagheranno una determinata somma di denaro, non le rilasceranno.»

Shahrzad Akbar ritiene che una parte della protesta maschile contro i recenti arresti delle donne derivi anche da una concezione patriarcale.

Secondo lei, molti uomini interpretano il comportamento dei Talebani nei confronti delle donne come un’offesa al proprio «onore familiare» (nâmus).

Nei giorni successivi agli arresti, molti degli uomini che hanno alzato la voce contro i Talebani hanno più volte insistito proprio su questo aspetto, parlando di un’aggressione al loro onore.

Akbar ritiene tuttavia che vi sia anche un’altra ragione che ha spinto gli uomini ad affiancare le donne: la popolazione è ormai esasperata dalla situazione economica, dalle discriminazioni etniche e religiose e dal modo in cui il Paese viene governato.

Secondo lei, perfino alcuni sostenitori dei Talebani sono irritati dal modo in cui viene applicata la politica della «promozione della virtù e prevenzione del vizio».

La religione nella vita delle persone

«La religione costituisce una parte fondamentale dell’identità del popolo afghano. Uno degli atteggiamenti dei Talebani che la gente trova particolarmente difficile da sopportare e profondamente offensivo è il fatto che essi accusino continuamente le persone di non rispettare la religione, imponendo punizioni e restrizioni.

La gente dice: siamo musulmani da molti secoli, l’Islam è una parte essenziale della nostra storia e abbiamo combattuto più volte in suo nome. Chi sei tu per dirci che cosa sia l’Islam e sostenere che il nostro comportamento non sia conforme alla fede musulmana?»

Secondo Akbar, molte delle donne arrestate e maltrattate dai Talebani pregano, visitano i luoghi santi e osservano tutti i doveri religiosi.

«Per questo motivo trovano profondamente offensivo che un talebano dica loro che non rispettano l’abbigliamento islamico.»

Come spiega Forouzan Amiri, scrittrice e ricercatrice afghana, questi arresti di massa hanno provocato un’indignazione collettiva che ha ridotto la paura della popolazione e ha incoraggiato le persone a scendere in piazza.

«I Talebani non immaginavano affatto che, dopo una repressione così dura esercitata fin dall’inizio del loro ritorno al potere, donne e uomini avrebbero infine trovato il coraggio di opporsi e iniziare a protestare.

La manifestazione di martedì a Herat ha rappresentato un duro colpo per i Talebani e ha incrinato la loro convinzione che la popolazione avrebbe continuato a tacere per sempre a causa del clima di paura e di terrore che avevano instaurato.»

Che cosa intendono le donne afghane per «libertà»?

«Lavoro, istruzione, libertà»: è lo slogan che le donne afghane hanno adottato fin dalle prime proteste seguite al ritorno al potere dei Talebani, ed è stato ancora una volta il principale slogan dei manifestanti.

Nei video diffusi delle proteste di Herat si sente anche il grido: «Donna, vita, libertà».

Alla domanda su che cosa significhi per le donne afghane la parola «libertà», Shahrzad Akbar risponde: «Le richieste delle donne afghane sono molteplici e diverse tra loro. Tuttavia, credo che quando scandiscono lo slogan “libertà”, al di là di tutte le differenze di opinione che possono esistere fra loro, intendano innanzitutto la libertà dalla repressione dei Talebani. Libertà da un regime che le ha private della scuola, dell’università, del lavoro, della possibilità di viaggiare e di partecipare alla vita politica.

Le donne afghane possono avere opinioni molto differenti su quali siano i limiti o il contenuto preciso di questa libertà. Ma in questo momento essa significa soprattutto libertà dal dominio dei Talebani.»

Akbar spiega inoltre che anche durante il periodo della Repubblica le donne non godevano di una reale uguaglianza, a causa della struttura tradizionale e patriarcale della società afghana.

Esisteva però almeno la possibilità di lottare per cambiare quella situazione e il quadro giuridico sosteneva tali sforzi.

«Quando lavoravo e vivevo in Afghanistan, soffrivo ogni giorno per il sessismo delle persone che mi circondavano e del sistema nel quale operavo.

Sebbene negli ultimi anni della Repubblica ricoprissi un incarico governativo di alto livello e fossi presidente della Commissione indipendente per i diritti umani, vedevo chiaramente che, nella struttura di quella società, soltanto per il fatto di essere una donna, talvolta mi trovavo in una posizione molto inferiore perfino rispetto all’uomo che faceva da mio autista ed ero molto più vulnerabile.

Perfino una posizione così elevata nello Stato non era sufficiente a proteggermi.»

Tutte le donne si sentono prigioniere

Forouzan Amiri, illustrando la complessità della società afghana, osserva:

«Alcuni uomini ritengono che sia giusto che le donne restino in casa e, se escono, rispettino quel tipo di hijab autentico e talebano.

Anche alcune donne non hanno particolari problemi con la situazione attuale. Si tratta per lo più di donne che non hanno mai avuto l’opportunità di studiare o di uscire di casa.

Sono donne completamente immerse in quella cultura, in quelle convinzioni e in quelle tradizioni estremiste; possono perfino rinunciare all’abbigliamento che preferirebbero soltanto perché la società, la tradizione, la cultura e la religione lo considerano inappropriato, senza mai concedersi il diritto di vestirsi come desiderano.»

Secondo lei esiste però un altro livello della società: «Sono le donne che, dopo il ritorno al potere dei Talebani, vivono la sensazione di essere prigioniere all’interno dell’Afghanistan.

Sono donne che accolgono con entusiasmo gesti come bruciare il chador, perché vi vedono la rappresentazione di quella stessa rabbia repressa che loro stesse non riescono a esprimere.

Accanto a loro vi sono anche gruppi laici e intellettuali che cercano di mostrare come la collera delle donne afghane, di fronte a tanta oppressione e repressione, sia ormai così intensa da non sentirsi più vincolata neppure ai principi religiosi, morali o tradizionali.

Lo spazio concesso alle donne è diventato talmente ristretto che, secondo loro, questi schemi devono necessariamente essere infranti.

Esiste però anche un altro gruppo, più moderato, convinto che simili azioni possano produrre l’effetto opposto all’interno della società tradizionale e conservatrice afghana.»

Libertà di scegliere

La scrittrice ritiene che ciò che unisce tutte queste donne, nonostante le differenti visioni, sia soprattutto la questione della libertà di scelta e della libertà di agire.

Secondo Amiri: «Per una donna che non condivide il tipo di hijab imposto dai Talebani, oggi la libertà può significare semplicemente poter scegliere di non indossare il chador e vestirsi come ritiene opportuno. Ma anche la donna velata che partecipa alle proteste, tiene in mano un cartello e parla ai media, chiede libertà. Vogliono che una donna sia libera e che, all’interno della stessa società, sia che scelga di indossare il velo, sia che rifiuti il velo imposto, nessuno le impedisca di vivere secondo la propria scelta.»

Forouzan Amiri aggiunge che il tema della libertà, per le donne afghane di oggi, non riguarda soltanto il velo.

«La sorveglianza e la privazione della libertà delle donne afghane si sono estese a ogni ambito della loro vita, perfino alle decisioni più intime e private. Per questo la libertà evocata da questi slogan ha un significato molto più ampio: comprende la libertà di decidere, la libertà di agire e la libertà di scegliere il proprio abbigliamento.

È proprio questo che oggi riunisce le donne afghane sotto un unico slogan. Vediamo donne velate manifestare accanto a donne che non sostengono il velo. Vediamo una donna con il foulard che grida slogan di protesta e, accanto a lei, un’altra che considera il velo uno strumento di oppressione e gli dà fuoco.»

Per spiegare questa situazione, Tarannom Seydi porta l’esempio della propria vita.

Indossando un leggero foulard che copre soltanto una parte dei capelli, lasciando scoperti il volto e il collo, racconta che ancora oggi, pur vivendo in Canada dove non esiste alcun obbligo, continua a vestirsi in questo modo perché è una sua scelta personale.

Secondo lei, è proprio questo ciò che desiderano gli afghani: avere la possibilità di scegliere liberamente il proprio comportamento, il proprio modo di parlare e il proprio abbigliamento.

«Durante i vent’anni della Repubblica, secondo la nostra Costituzione, l’hijab era una scelta personale. Se una donna teneva il capo scoperto, mostrava le gambe, indossava o non indossava il velo, nessuno aveva il diritto di chiederle perché lo facesse.

Molte donne non portavano alcun velo. Altre indossavano semplicemente un foulard sul capo o lasciato sulle spalle. Io stessa, allora, uscivo in Afghanistan indossando pantaloni e un cappello. Naturalmente c’erano anche molte donne che sceglievano di portare il chador. Oggi, invece, i Talebani impongono un determinato modo di vestirsi, e qualsiasi imposizione è amara.»

Una lotta che non è soltanto contro i Talebani

Questa imposizione, tuttavia, non proviene soltanto dai Talebani.

Molte donne afghane devono affrontare costrizioni anche all’interno delle proprie famiglie e nella società, e quando vengono arrestate subiscono un prezzo ancora più pesante anche dopo essere uscite di prigione.

Secondo Shahrzad Akbar, in Afghanistan l’esperienza del carcere comporta un grave costo sociale per una donna. Molte di loro, anche se trattenute soltanto per poche ore, incontrano enormi difficoltà nel tornare alla propria famiglia e vengono emarginate sia dai parenti sia dalla comunità.

«In altre parole, invece di ritenere responsabile chi opprime o aggredisce, la società tende ad accusare la donna che è stata vittima di quella violenza o di quella repressione.»

Anche Forouzan Amiri racconta: «I messaggi più dolorosi che negli ultimi tempi abbiamo ricevuto dalle giovani donne erano di questo tipo: quando vogliamo uscire di casa con questi stessi abiti e con il nostro lungo mantello, i nostri padri ci dicono: “Non uscire. Se ti arrestano, io non farò nulla. Saranno affari tuoi. Non ti proteggerò.”

Oppure sono le madri a dire loro: “Che cosa ti costa mettere anche il chador, così almeno non nasceranno problemi?”»

La resistenza nascosta continua

Secondo le notizie provenienti da Herat, oggi la città vive in un clima di sicurezza estremamente rigido e gli attivisti politici e civili nutrono poche speranze che, nel prossimo futuro, possano svilupparsi nuove grandi manifestazioni di piazza.

Tuttavia, come osserva Forouzan Amiri: «Anche in questo momento diversi gruppi, soprattutto di donne, continuano a riunirsi in spazi privati e nelle abitazioni per organizzare nuove proteste. Le scritte sui muri continuano ad apparire. Assistiamo perfino all’incendio delle immagini dei leader talebani nei vicoli di Herat, Kabul e Mazar-e Sharif, e i video di questi episodi vengono diffusi sui social network.

La popolazione cerca con ogni mezzo di far arrivare il proprio racconto, nonostante tutte le restrizioni: usando pseudonimi, alterando la voce nei podcast e ricorrendo a qualsiasi altro espediente. Tutti questi sono piccoli bagliori di speranza.

È possibile che questa protesta, se non nell’immediato, almeno in futuro, rappresenti l’inizio di una nuova forma di resistenza.»

 

L’ipocrisia dell’Unione europea

Beatrice Biliato, CISDA, 26 Giugno 2026
Mentre continua a proclamarsi campione mondiale dei diritti umani, l’Unione Europea ha appena compiuto uno dei passi più controversi e politicamente ambigui degli ultimi anni: accogliere una delegazione talebana nel cuore dell’Europa per discutere di rimpatri, migrazione e cooperazione consolare. Una scelta che segna un precedente pericoloso e che rischia di trasformare la realpolitik europea in una clamorosa resa alle richieste talebane.

Ed è proprio qui che emerge l’ipocrisia dell’Unione europea.

Per anni Bruxelles ha sostenuto che qualsiasi forma di riconoscimento del regime talebano sarebbe stata subordinata a condizioni precise: rispetto dei diritti umani, tutela delle donne, inclusività politica e garanzie fondamentali per la popolazione afghana – e l’ultima di queste dichiarazioni è avvenuta pochi giorni fa al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Nessuna di queste condizioni è stata soddisfatta. Al contrario.

Dal ritorno al potere nell’agosto 2021 i Talebani hanno cancellato l’istruzione femminile oltre il livello primario, escluso le donne da gran parte del lavoro pubblico, limitato drasticamente ogni loro libertà, instaurando un sistema che, sempre più diffusamente nell’opinione pubblica e nelle istituzioni internazionali, e dalla stessa Unine europea, viene descritta apertamente come apartheid di genere, messa in atto da un governo fondamentalista che non deve essere riconosciuto formalmente, né agevolato nei fatti. Eppure oggi le istituzioni europee hanno deciso di contraddire tutti i principi dichiarati.

Le voci contrarie

La parlamentare europea Hannah Neumann è stata tra le voci più dure contro questa decisione. Il suo messaggio è semplice e dirompente nella sua chiarezza: non esistono colloqui “tecnici” con i Talebani. Ogni invito, ogni visto, ogni incontro ufficiale costituisce un segnale politico. E il segnale inviato questa settimana è che i Talebani possono ottenere accesso alle istituzioni europee senza aver cambiato di una virgola le proprie politiche repressive.

La questione centrale è che i Talebani non cercano soltanto accordi amministrativi. Cercano legittimità internazionale.

Dopo quasi cinque anni di isolamento diplomatico, qualsiasi fotografia di gruppo a Bruxelles, qualsiasi comunicato che parli di incontri con funzionari europei, diventa propaganda preziosa per Kabul. Il messaggio che il regime può trasmettere alla propria popolazione e ai sostenitori internazionali è semplice: l’Europa ci riceve, l’Europa tratta con noi, l’Europa ci considera interlocutori.

Le organizzazioni per i diritti umani lo hanno capito perfettamente. Amnesty International ha definito “sconsiderata” l’idea di costruire accordi di deportazione con un regime che continua a violare sistematicamente i diritti fondamentali e ha chiesto di interrompere ogni cooperazione finalizzata ai rimpatri forzati verso l’Afghanistan.

Anche un gruppo di parlamentari europei, ex parlamentari afghani e attivisti ha denunciato il rischio di normalizzazione del regime talebano. In una lettera aperta alle istituzioni europee, i firmatari hanno ricordato che il movimento islamista non ha rispettato nessuno dei criteri fissati dall’UE per l’avvio di relazioni ufficiali. Hanno inoltre avvertito che la cooperazione sui rimpatri potrebbe trasformarsi in una sorta di ricatto politico: concessioni diplomatiche in cambio della collaborazione sul controllo migratorio.

L’Afghanistan non è un paese sicuro

Ma c’è un altro elemento che rende questa vicenda ancora più inquietante.

Mentre Bruxelles discute di deportazioni, le Nazioni Unite continuano a documentare arresti arbitrari, torture, sparizioni forzate e persecuzioni sotto il regime talebano. Lo stesso relatore speciale dell’ONU per i diritti umani in Afghanistan, Richard Bennett, ha ricordato che il principio di non-respingimento vieta il trasferimento di persone verso Paesi nei quali esiste un rischio concreto di persecuzione o tortura. Nessuna assicurazione fornita dalle autorità talebane è credibile e può annullare tale rischio.

E invece in questi giorni l’UE ha approvato in grande spolvero un nuovo regolamento sui rimpatri che facilita e rende più rapide e uniformi le procedure per espellere i migranti che non ci fanno comodo.

Come può l’Unione Europea sostenere contemporaneamente che l’Afghanistan sia troppo pericoloso per riconoscere il governo talebano ma sufficientemente sicuro per deportarvi migliaia di persone?

È una contraddizione che sta alla base dell’intera politica estera europea.

Da paria a interlocutori

Dietro questa contraddizione si intravede la crescente pressione interna sui governi. L’immigrazione è diventata uno dei temi più sensibili del dibattito politico europeo e molti esecutivi cercano strumenti per aumentare le espulsioni dei richiedenti asilo respinti. E’ in questa logica che i Talebani vengono trasformati da paria internazionali a interlocutori necessari.

Ma il rischio è che i principi vengano sacrificati alla politica securitaria.

Bruxelles insiste nel sostenere che questi incontri non equivalgono a un riconoscimento formale.

Tecnicamente è vero, politicamente no. Perché nella diplomazia internazionale i simboli contano quanto i documenti ufficiali. Perciò quando un regime accusato di repressione sistematica viene ricevuto nelle istituzioni europee, il messaggio che arriva al mondo è chiaro.

L’Europa può continuare a ripetere che non sta legittimando i Talebani. Ma ogni incontro, ogni visto e ogni tavolo negoziale raccontano una realtà diversa, di compromissione con il regime talebano, nella quale la difesa dei diritti umani rischia di diventare negoziabile quando entra in conflitto con le esigenze della politica migratoria.

Come ha affermato Bennett, l’incontro tra funzionari europei e rappresentanti talebani a Bruxelles rappresenta “un insulto alle donne afghane”. Questo è il punto: mentre milioni di donne e ragazze afghane sono private dell’istruzione, escluse dalla vita pubblica, dal lavoro e dalla partecipazione politica, i loro oppressori vengono ricevuti nelle capitali europee come interlocutori legittimi.

La presenza dei Talebani a Bruxelles non è un semplice incontro tecnico, ma il simbolo di una comunità internazionale che rischia di abituarsi all’apartheid di genere imposto dal regime e di considerarlo un fatto compiuto anziché una violazione da combattere.

 

 

Stendiamo un velo

L’Europa tratta di nascosto ma «de facto» con i talebani
Anna Maria Merlo, Il Manifesto, 25 giugno 2026

Una delegazione del regime di Kabul è stata ricevuta a Bruxelles per parlare di rimpatri

È stato «l’incontro della vergogna» per i numerosi manifestanti che si sono riuniti ieri in place du Trône, a Bruxelles, per protestare contro l’invito della Ue a 5 rappresentanti del regime dei talebani, passando oltre una risoluzione del Parlamento europeo di maggio, che ne chiedeva l’annullamento. Un regime non riconosciuto dalla Ue, che il Network of Afghan Diaspora Organisation in Europe ricorda essere messo al bando dall’Onu e che per le ong di difesa dei diritti umani impone un «apartheid di genere».

QUASI DI NASCOSTO, per «ragioni di sicurezza», la delegazione afghana (arrivata da Kabul con scalo in Turchia), guidata da Abdel Qahar Balkhi, capo della comunicazione al ministero degli Esteri, è stata ricevuta da rappresentanti della Commissione e di 15 paesi membri – la manovra è stata organizzata in cooperazione con la Svezia e il Belgio ha concesso 5 visti non Schengen di un giorno – per discutere sulle modalità di rinvio di esiliati afghani indesiderabili. Una riunione che la Commissione ha precisato essersi svolta solo «a livello tecnico», senza politici presenti. Sul tavolo: la deportazione delle «persone che rappresentano una minaccia per la sicurezza e ai criminali pericolosi che gli Stati membri desiderano rimpatriare».

L’invito si inserisce nel quadro dell’ultima svolta restrittiva nella politica di immigrazione della Ue: il 12 giugno è entrato in vigore il Patto asilo immigrazione. Il commissario agli Affari interni, Magnus Brunner, ha detto senza arrossire: «Non riconosciamo certo il regime talebano, ma penso che sia comunque importante parlare con loro». Gli afghani sono da anni la prima nazionalità a chiedere l’asilo in Europa. Le domande sono ancora più di un milione, ma meno della metà viene accettata. E ora una ventina di paesi Ue cerca la via per espellere migranti considerati «una minaccia alla sicurezza».

LA GERMANIA DAL 2024 ha organizzato charter verso Kabul, con scalo nel Qatar, per espellere delle persone con precedenti penali. A settembre, l’Austria ha ricevuto a Vienna una delegazione talebana. Ci sono già stati due viaggi a Kabul di responsabili Ue, l’ultimo a gennaio, per trovare soluzioni «diplomatiche» per le espulsioni. Secondo una stima del 2025, sono già 18mila gli afghani rifugiati in Europa che hanno ricevuto l’ordine di lasciare il territorio Ue.

Anche la riunione «tecnica» di ieri serviva allo stesso scopo: intavolare una discussione sulla cooperazione, l’identificazione e la consegna dei necessari documenti di viaggio per i cittadini afhani da rimpatriare. Una cooperazione che Amnesty International già a gennaio aveva accolto con «inquietudine». Ma per il Abdel Qahar Balkhi quella di ieri è stata una «visita storica», un’occasione per discutere della riapertura di molti servizi consolari afghani in Europa.

Nelle rappresentanze diplomatiche afghane in Europa, infatti, il personale è ancora quello di prima del 2021 e del ritorno al potere dei talebani seguito alla fuga degli statunitensi. Per il momento, solo la Germania ha accettato personale inviato dal nuovo regime.

ADESSO, I TALEBANI vogliono avere il lasciapassare per controllare i consolati e, di conseguenza, i loro cittadini (una pratica di tutte le dittature all’estero). È sempre Amnesty International a denunciare i rischi che incorrono queste persone, in caso di ritorno forzato: prigione, torture, desaparecidos.

L’ONG CHE SI OCCUPA della difesa dei diritti umani punta il dito sulla violazione del principio di obbligo di non respingimento/espulsione verso paesi a rischio umanitario. Senza dimenticare che il 23 gennaio 2025, la Corte penale internazionale ha chiesto il mandato di arresto contro la guida suprema dei talebani, Haibatullah Akhundzada, e contro il presidente della Corte Suprema di Kabul, Abdul Hakim Haqqani, per crimini contro l’umanità e di genere. Per Human Rights Watch, «i paesi Ue minano la loro credibilità, condannando da un lato i crimini dei talebani, esigendo che gli autori paghino, ma contemporaneamente cooperando con i talebani per i ritorni forzati».

Deportazioni Ue, Afghanistan posto sicuro

Giuliana Sgrena, Il Manifesto, 25 giugno 2026

L’ipocrisia dell’occidente nei confronti dei paesi dilaniati da guerre e da regimi e teocrazie dittatoriali non ha fine. Del resto, non erano stati proprio gli Stati uniti a riportare al potere i taleban a Kabul dopo averli cacciati vent’anni prima?

Sebbene l’emirato non sia stato riconosciuto a livello internazionale – salvo dalla Russia di Putin – il nuovo regolamento dell’Unione europea sui rimpatri offre l’escamotage per l’incontro in corso a Bruxelles. Una delegazione di cinque taleban – non si conoscono i nomi ma due sarebbero stati condannati per crimini dalla Corte penale internazionale – si trova a Bruxelles per incontri «tecnici» con la Commissione europea. Si tratta il rimpatrio di cittadini afghani ma il portavoce della Commissione europea per affari interni, Markus Lammert, si affretta a precisare che l’incontro non implica un riconoscimento dell’emirato, ma l’opportunità di ristabilire contatti sarà riservata agli stati membri che tratteranno direttamente i rimpatri. Secondo il portavoce del ministro degli esteri afghano, si tratterebbe anche la possibilità di aprire sedi consolari in Europa.

Il rimpatrio di cittadini anche se hanno commesso reati – ma pare basterà non aver ottenuto l’asilo – dovrebbe avvenire solo verso paesi sicuri che rispettino i diritti umani. L’Italia non si fa scrupoli quando si tratta di espellere migranti ma ritenere l’Afghanistan un paese sicuro certo romperebbe ogni argine alla violazione del diritto internazionale.

Comunque, già la presenza sul suolo europeo di barbuti condannati dalla Corte penale internazionale potrebbe esporre il Belgio a sanzioni per il mancato arresto, anche se è stato concesso un visto per un giorno solo. Tuttavia, le possibili coercizioni della Corte non hanno impedito al governo italiano di riportare in Libia al Masri e agli Usa di sanzionare addirittura i giudici della Corte che avevano emesso le condanne.

Quanti saranno gli afghani da rimpatriare? Si parla di centinaia, per aver commesso quali reati? Pare che non esista una data base europeo in grado di verificare reati e condanne, saranno i singoli governi a decidere, assumendosi la responsabilità di rimpatriare afghani in un paese dove potranno essere fucilati, torturati o rinchiusi in carceri inumane. Speriamo almeno che non ci siano donne perché in Afghanistan non hanno nessun diritto e vengono uccise anche solo perché invece del burqa portano il niqab (velo integrale con una fessura all’altezza degli occhi). Dall’Europa le deportazioni sono già partite dalla Polonia e dalla Germania, mentre oltre tre milioni di afghani sono stati espulsi dal Pakistan e dall’Iran.

Dal 2021, quando i taleban sono tornati al potere, l’Afghanistan vive in una sorte di limbo, dove, tuttavia, il mancato riconoscimento formale non impedisce rapporti economici con i paesi vicini.

È stata così superata quella situazione spaventosa che obbligava gli afghani senza mezzi di sostentamento, dopo aver venduto tutte le suppellettili di casa, a cedere le figlie in cambio di denaro.

Oltre alla Russia, è soprattutto la Cina a garantire investimenti e tecnologie – anche i taleban hanno ceduto alla modernizzazione – in cambio di materie prime.

Tra i grandi progetti è in corso di realizzazione il gasdotto che collegherà il Turkmenistan con il Pakistan e l’India passando per l’Afghanistan. La realizzazione di questo gasdotto pare avesse motivato l’appoggio degli Stati uniti ai taleban perché ritenevano che il loro arrivo al potere nel 1996 avrebbe garantito la pacificazione del paese, in guerra dal 1979. Così non era stato, ma ora altri attori sono entrati in scena con ingenti investimenti. L’Afghanistan è diventato per l’Iran la strada alternativa per esportare il petrolio in Cina attraverso il porto pachistano di Karachi. Finora lo scontro militare tra Afghanistan e Pakistan, riesploso nel febbraio di quest’anno, non sembra aver bloccato il transito del greggio.

Le immagini degli afghani appesi agli aerei in partenza da Kabul nell’agosto del 2021 per sfuggire ai taleban non sembrano turbare i governi europei, che, anzi, rimpatrieranno quei profughi che per scappare avevano dovuto cercare strade molto più pericolose.

Se la Ue scende a patti coi talebani: la libertà svenduta

Un atto di cinismo istituzionale: questo è stato il faccia a faccia di martedì in Belgio tra i rappresentanti della Commissione europea e di 15 Stati membri e cinque emissari dall’Afghanistan. Sul tavolo le procedure di espulsione degli afghani “indesiderati”

Antonella Mariani, Avvenire, 26 giugno 2026

Un atto di cinismo istituzionale: questo è stato secondo molti osservatori il faccia a faccia di martedì scorso in Belgio tra i rappresentanti della Commissione europea e di 15 Stati membri e cinque emissari dei mullah che dal 2021 tengono in scacco l’Afghanistan. Come è noto, sul tavolo delle trattative, in corso in via riservata da parecchi mesi, c’è la definizione delle procedure di rimpatrio di cittadini afghani che secondo i portavoce della Commissione hanno commesso «reati gravi» in Europa o che «rappresentano una minaccia per la sicurezza. Una definizione che lascia ampi margini di incertezza, anche perché la versione riportata da Euronews e da Reuters è assai diversa: secondo i due media, infatti, l’invito rivolto dalla Ue ai taleban fa riferimento tout court al rimpatrio di cittadini afghani senza diritto di soggiorno. Un milione di afghani ha chiesto protezione in Europa; statisticamente, a metà verrà negata. Ora ciascuno di loro si domanda con angoscia se dopo aver attraversato mari e montagne, conosciuto privazioni e difficoltà, dovrà tornare nel Paese che più di ogni altro al mondo nega libertà e diritti ai propri cittadini. A spingere per una intesa “tecnica” con i taleban è la Germania di Friedrich Merz, sensibile alla pressione dell’estrema destra, ma nemmeno Francia, Svezia, Paesi Bassi, Austria e gli altri Paesi in cui si concentra il maggior numero di esuli afghani disdegnano quello che è stato ribattezzato “il patto della vergogna”. Della vergogna: perché gli interessi particolari dei governi europei – lo spauracchio immigrazione! – sono stati anteposti alla rivendicazione e alla difesa dei diritti e alla libertà di un intero popolo.

Chi è il vero “nemico”?

Chi calpesta tutti i giorni la dignità delle persone, e in particolare delle donne, cioè un nemico della civiltà, seppure lontano, è diventato un alleato contro chi viene percepito come un “nemico” più vicino, addirittura dentro casa, cioè gli afghani da allontanare dall’Europa. L’aspetto più discutibile è che ai cinque funzionari taleban, che, come la Commissione si è affrettata a precisare, erano autorizzati a stare in Belgio per non più di 24 ore, non solo non è stato chiesto conto della distruzione delle vite di generazioni di bambine, ragazze e donne cui è vietato studiare, lavorare, uscire di casa, ma addirittura è stata aperta la strada per riattivare le sedi consolari nelle capitali europee, finora presidiate da personale nominato prima della caduta della Repubblica nell’agosto 2021. Niente di ufficiale, s’intende, perché già solo la visita-lampo di martedì ha provocato una (inefficace) levata di scudi di parte del Parlamento europeo. Ma sta di fatto che la richiesta dei taleban è stata proprio questa e che a Berlino l’ambasciata afghana, nel silenzio generale, da marzo è diretta da un funzionario dell’Emirato.

Il “patto della vergogna”

«Non si tratta di un riconoscimento del governo de facto», ha messo le mani avanti la Commissione Ue per arginare la valanga di critiche. E di cosa si tratta, allora? Certamente all’Emirato è stato concesso un potere che prima non aveva. La possibilità di chiedere all’Europa qualcosa in cambio, senza concedere nulla in termini di libertà e diritti al popolo oppresso. Ma ci sono altre conseguenze nefaste del “patto della vergogna”. La prima è che esso rende del tutto retoriche e vuote le periodiche prese di posizione degli organismi internazionali e degli stessi governi occidentali contro la segregazione di genere e gli abusi in atto da cinque anni in Afghanistan.
Chi potrà prendere in seria considerazione condanne, pronunciamenti, persino gli ordini di arresto emanati dalla Corte penale internazionale contro i massimi esponenti dei taleban se vengono proclamati da quello stesso Occidente che ora cerca alleanze e compromessi con l’Emirato? La seconda conseguenza è che le donne e gli uomini che fuori dei confini dell’Afghanistan tengono accesa la mobilitazione e ancora più quelli che nel Paese rischiano ogni giorno la vita per affermare il proprio diritto a esistere, sono ancora più soli, scaricati perfino da quella Europa che nel Dopoguerra si è unita su una piattaforma di libertà e solidarietà.

“Iniziare e finire con i diritti delle donne”

Il tutto accade 15 giorni dopo un evento raro quanto significativo: la protesta ad Herat di decine di persone, tra cui moltissimi padri, figli e fratelli, contro gli arresti arbitrari di 30 donne, colpevoli di non indossare l’hijab o il burqa secondo le ultime, rigidissime, prescrizioni taleban. La manifestazione è stata repressa nel sangue e una donna e un ragazzo sono stati uccisi. Altre persone sono state portate in prigione. Dubitiamo che a Bruxelles i funzionari europei abbiano chiesto conto della loro sorte. O che abbiano preso in considerazione le parole che Malala Yousafzai, sopravvissuta a un attentato dei taleban pachistani nel 2012, premio Nobel per la pace due anni dopo e oggi attivista per l’istruzione, ha consegnato a X: «Qualsiasi impegno con i taleban deve iniziare e finire con i diritti delle donne e delle ragazze afghane».

La geometria della paura e la menzogna secondo cui non esiste un’alternativa ai Talebani

Arian Nasiri, 8AM Media, 17 giugno 2026

Nell’Afghanistan di oggi, i Talebani governano non solo attraverso le armi, ma anche attraverso la paura. Questa paura viene riprodotta da portavoce, religiosi, YouTuber, analisti, diplomatici e persino da alcuni afghani all’estero. Il messaggio centrale è semplice: i Talebani sono cattivi, ma non esiste alcuna alternativa. Questa non è un’analisi politica; è una forma di prigionia psicologica. Il suo scopo non è far amare i Talebani alla popolazione, ma farle temere perfino l’idea del cambiamento.

Questa narrazione si fonda su diversi pilastri: i Talebani stessi, la minaccia dell’ISIS, il fantasma della corrotta ex Repubblica, il conflitto dei Talebani con il Pakistan e la graduale normalizzazione internazionale del loro regime. Insieme, questi pilastri intrappolano le persone tra repressione, terrorismo, ricordi della corruzione, paura di un nemico esterno e delusione nei confronti della comunità internazionale.

Primo pilastro: il potere talebano e la sacralizzazione dell’autorità

Il primo pilastro sono gli stessi Talebani: un movimento che governa attraverso la forza, le minacce, le prigioni, l’esclusione delle donne, il silenziamento dei media e la repressione dei critici, nascondendo tutto ciò dietro la religione. Organizzazioni per i diritti umani e rapporti delle Nazioni Unite hanno documentato restrizioni sistematiche contro le donne, l’istruzione femminile, i media, la società civile e le libertà pubbliche dopo il ritorno al potere dei Talebani.

I Talebani si presentano non come una forza politica responsabile di fronte ai cittadini, ma come custodi di un ordine divino. Quando il potere politico pretende di parlare in nome di Dio, ogni domanda diventa un peccato, ogni critica diventa ostilità verso la religione e ogni opposizione diventa un crimine. In un sistema simile, le persone non sono cittadini: sono sudditi.

Secondo pilastro: la narrazione dell’ISIS come strumento di paura

Il secondo pilastro è la narrazione sull’ISIS. L’ISIS-K è esistito e ha compiuto attacchi mortali. Tuttavia, l’ISIS afghano non può essere compreso semplicemente attraverso il modello dell’Iraq e della Siria. Non ha mai sviluppato la stessa struttura territoriale, amministrativa e sociale. Diversi studi hanno mostrato che la comparsa iniziale del nome “ISIS” in Afghanistan fu circondata da ambiguità, propaganda, affermazioni contraddittorie e collegamenti poco chiari con gruppi scissionisti e reti locali.

Ciò che emerse sotto il nome di ISIS-K era spesso una miscela confusa di comandanti talebani scontenti, combattenti fuoriusciti, Talebani pakistani, salafiti locali, reti criminali, interessi legati al contrabbando, rivalità tra gruppi jihadisti e giochi d’intelligence.

Per questo motivo, il nome ISIS in Afghanistan non ha sempre indicato una struttura completamente separata e indipendente dai Talebani. In molti casi, è diventato un’etichetta pronta all’uso per spiegare atrocità, chiudere dossier, spostare la colpa dai fallimenti della sicurezza, nascondere il ruolo dei Talebani e generare paura nell’opinione pubblica.

Ciò non significa negare l’esistenza dell’ISIS-K. L’organizzazione è esistita, ha compiuto attentati e ha preso di mira soprattutto minoranze religiose, sciiti e hazara. Il punto centrale è che i confini tra ISIS, fazioni scissioniste dei Talebani, reti regionali, interessi criminali, rivalità jihadiste e operazioni d’intelligence sono stati spesso sfumati. Quando questa ambiguità viene ignorata, il nome ISIS si trasforma da realtà di sicurezza a strumento politico per diffondere paura e ripulire l’immagine dei Talebani.

Durante la Repubblica, soprattutto sotto la presidenza di Ashraf Ghani, molti attacchi contro moschee, studiosi religiosi, figure locali, civili, donne e bambini vennero rapidamente attribuiti all’ISIS, specialmente dopo il 2014. Talvolta, ancora prima che la catena delle responsabilità fosse chiarita, la risposta era già pronta: ISIS.

Il nome divenne una sorta di “scatola nera” in cui gettare ogni crimine, permettendo ai veri responsabili, alle reti di sicurezza, ai Talebani e alle strutture di potere corrotte di sottrarsi alle proprie responsabilità. La società chiedeva chi fosse dietro un attentato; la risposta era già pronta: ISIS. Il caso veniva chiuso e ogni responsabilità svaniva.

Terzo pilastro: il fantasma della Repubblica corrotta

Il terzo pilastro è il fantasma della Repubblica corrotta, in particolare il circolo di Ashraf Ghani, i sostenitori della Repubblica in esilio e parte della vecchia mafia jihadista, ricordata per corruzione, monopolio del potere, politica etnica, collasso e fuga.

I Talebani e i loro sostenitori sfruttano la rabbia popolare verso questo gruppo e affermano: “Se i Talebani se ne andranno, torneranno gli stessi corrotti di prima”. Ma la corruzione della Repubblica di Ghani non rende legittimo il dominio talebano. Gli afghani non dovrebbero essere costretti a scegliere tra Talebani e Ghani, tra la repressione di oggi e il tradimento di ieri.

Quarto pilastro: il conflitto con il Pakistan e il nazionalismo

Il quarto pilastro è il conflitto dei Talebani con il Pakistan. Questo conflitto non è necessariamente una messa in scena completa; produce sangue vero e danni reali. Tuttavia, serve anche a uno scopo politico per i Talebani. Crea un nemico esterno, alimenta il sentimento nazionalista, nasconde la crisi di legittimità del regime e permette a un movimento storicamente sostenuto da settori dell’apparato di sicurezza pakistano di presentarsi come difensore dell’indipendenza afghana.

La contraddizione è evidente: un movimento radicato nei progetti strategici del Pakistan utilizza oggi le tensioni con Islamabad per costruire una propria legittimità nazionale.

Finora questa ostilità non ha significato una rottura totale. Le ambasciate restano aperte, i canali di comunicazione continuano a esistere e, sebbene il commercio formale soffra, il contrabbando e le reti transfrontaliere continuano a operare. Questo danneggia la popolazione comune, ma avvantaggia i Talebani sul piano politico.

Ogni volta che le tensioni con il Pakistan aumentano, i Talebani cercano di apparire non come un regime repressivo, ma come difensori della nazione. In quei momenti, le domande sui diritti delle donne, sulla libertà dei media, sulla povertà, sugli sfollamenti forzati, sull’esclusione etnica e sulla legittimità politica vengono accantonate.

Quinto pilastro: la normalizzazione internazionale dei Talebani

Il quinto pilastro è la normalizzazione globale dei Talebani. Ogni incontro ufficiale, ogni fotografia diplomatica e ogni colloquio sotto il nome di “coinvolgimento pragmatico” non rappresentano soltanto un successo internazionale per i Talebani; diventano anche uno strumento di propaganda interna.

I Talebani utilizzano questi eventi per dire: “Il mondo ci ha accettati, quindi anche gli afghani devono accettarci”. Se il dialogo internazionale non è accompagnato da pressioni chiare sul rispetto dei diritti e sulla responsabilità politica, finisce involontariamente per rafforzare il mito secondo cui non esisterebbe alcuna alternativa.

Questa geometria della paura è una psicologia del potere attentamente costruita. Quando le persone credono che non esista una via d’uscita, smettono di provarci. Quando una società è convinta che ogni cambiamento porterà soltanto disastri, si riduce al silenzio. Quando le persone pensano che qualsiasi alternativa sia peggiore della situazione attuale, finiscono per tollerarla.

La geometria della paura

I Talebani e i loro sostenitori lavorano precisamente su questo esaurimento collettivo. Non hanno bisogno che la popolazione creda che siano giusti; hanno bisogno che creda di non avere altra scelta.

Secondo l’autore, il “ripulire” l’immagine dei Talebani inizia spesso con frasi apparentemente neutrali: “la corruzione è diminuita”, “ci sono meno furti”, “i Talebani sono cambiati”, “dobbiamo essere realistici”, “qual è l’alternativa?”.

Gli afghani che, secondo Nasiri, contribuiscono a normalizzare i Talebani parlano meno delle donne incarcerate, delle scuole femminili chiuse, dei media silenziati, della povertà, degli sfollamenti forzati e dell’esclusione etnica. Parlano soprattutto di sicurezza, come se la diminuzione delle esplosioni rendesse irrilevanti dignità, libertà, giustizia, pane, istruzione e diritto a vivere.

Anche gli attori stranieri che desiderano mantenere i Talebani al potere usano una strategia simile, ma con un linguaggio più diplomatico. Parlano meno dell’oppressione talebana e più di stabilità regionale, lotta al terrorismo, sicurezza delle frontiere, controllo delle migrazioni e dialogo.

In questo modo, sostiene l’autore, sia coloro che all’interno dell’Afghanistan minimizzano la natura del regime sia i pragmatici stranieri contribuiscono a normalizzarlo. Gli uni affermano che non esiste un’alternativa; gli altri sostengono che tutti debbano semplicemente adattarsi alla realtà.

La tesi secondo cui non esiste alcuna alternativa ai Talebani, conclude Nasiri, è una menzogna che deve essere smascherata. I Talebani non sono il destino dell’Afghanistan, non sono rappresentanti di Dio e non sono garanti della sicurezza. L’ISIS non dovrebbe essere usato per nascondere la verità e ripulire l’immagine dei Talebani. La corruzione di Ashraf Ghani e del suo entourage non dovrebbe costringere il popolo ad accettare la tirannia attuale. Il conflitto con il Pakistan non dovrebbe cancellare la storia di dipendenza dei Talebani. E il coinvolgimento internazionale non dovrebbe trasformarsi in un sigillo di approvazione della repressione.

Il risultato di questa “geometria della paura” è il sacrificio di quarantacinque milioni di afghani che, dopo l’accordo di Doha, sarebbero stati lasciati senza voce e senza potere sotto un ordine violento e privo di responsabilità. Finché questa geometria non verrà riconosciuta e smascherata, conclude, sarà la paura a governare al posto del popolo.

Note clandestine: la musica vietata in Afghanistan


Un incontro con Faisal. Al di là del silenzio imposto si cela la resistenza clandestina di un musicista
Giorgia Pietropaoli, Focus on Africa, 25 giugno 2026

Oggi, in Afghanistan, la musica è un atto di coraggio compiuto nell’ombra di stanze chiuse.

L’Afghanistan, una terra che ha nutrito la sua anima con millenni di poesia e melodia, sta attraversando il suo periodo più buio.

Dall’agosto del 2021, il ritorno dei talebani ha imposto un soffocante velo di silenzio, trasformando l’espressione artistica in un crimine. Tra le vittime di questa repressione ci sono le storie di centinaia di musicisti, costretti a nascondere i propri strumenti e a seppellire i propri sogni in una disperata lotta per la sopravvivenza.

La storia di Faisal – uno pseudonimo che protegge l’identità di un artista reale – è un simbolo straziante di questa silenziosa resistenza. La sua passione per la musica risale all’infanzia. Faisal racconta di una vera e propria epifania: un giorno, quasi per caso, fu rapito da una melodia proveniente da una stanza dove una donna suonava al pianoforte un’antica canzone afghana. Quel suono, che Faisal descrive come una profonda carezza – un conforto inaspettato in mezzo alle complessità della vita – ha segnato il suo futuro. Sotto la guida del maestro Haroon Halimi, Faisal ha coltivato quella scintilla fino a farla diventare un talento riconosciuto.

Durante gli anni della ricostruzione democratica, il suo pianoforte è diventato la sua voce. Collaborando con gruppi come Chakawak, Dawood Niga e West Youths, si è affermato come una figura di spicco della scena musicale afghana, credendo fermamente che le note potessero fungere da ponte verso la pace e l’armonia sociale.

Messaggi di terrore

La caduta di Kabul non si è limitata a cambiare il panorama politico del paese; ha sconvolto in un istante la vita di migliaia di artisti. La vivace scena culturale, che per vent’anni aveva prosperato fondendo tradizione e modernità, è stata brutalmente distrutta. Per Faisal, il pianoforte – un tempo fonte di sostentamento e sostegno per i suoi cari – è diventato un oggetto pericoloso, da custodire nel più assoluto segreto.

Negli ultimi anni, il regime talebano ha condotto una sistematica “pulizia morale” attraverso manifestazioni di violenza simbolica senza precedenti. In diverse province, le autorità hanno dato fuoco a strumenti musicali in pubblico. Armonium, tabla, rubab, chitarre e apparecchiature audio, sequestrati dagli agenti del Ministero per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio durante le perquisizioni in case e studi di registrazione, sono stati ammassati in grandi cumuli e bruciati sotto gli occhi della popolazione.

Queste scene non sono semplici segni di un fanatismo che considera la musica “immorale”; sono messaggi di terrore. Per un artista, vedere il legno di un rubab o la pelle di una tabla consumati dalle fiamme significa assistere alla cancellazione della propria identità. In alcuni casi, i musicisti sono stati costretti ad assistere alla distruzione dei propri strumenti: un atto di violenza concepito per incenerire non solo legno e corde, ma la dignità e la storia di un intero popolo.

L’arte come diritto inalienabile

A cinque anni dall’instaurazione di questo regime, la realtà di Faisal è fatta di attesa, terrore costante, clandestinità forzata e profondo dolore per una terra spogliata della sua bellezza: una terra alla quale continua a opporre una silenziosa resistenza, mantenendo intatta la propria dignità: “Il mio desiderio è un futuro migliore, dove la musica possa guarire le ferite, ispirare l’unità e permettere agli artisti di servire liberamente le proprie comunità”. Per lui, l’arte non è mai stata un capriccio, ma un diritto inalienabile. La sua storia non è solo una denuncia della censura, ma una testimonianza di resilienza: la storia di un uomo che, pur privato della libertà, si rifiuta di arrendersi al potere curativo della musica.

Oggi, in Afghanistan, la musica sopravvive solo in un circuito clandestino sotterraneo. Gli artisti afghani sono intrappolati, sospesi tra il desiderio di fuggire verso una vita sicura e l’amore per la loro patria. Di fronte a questa realtà, l’appello alla “solidarietà internazionale” appare sempre più come un mero esercizio di retorica vuota. Mentre le stanze del potere a Bruxelles e altrove scelgono di negoziare con il regime talebano per fini geopolitici, il destino di artisti come Faisal viene relegato alle note a piè di pagina delle agende diplomatiche.

Non si tratta più di “non voltare lo sguardo”, ma di smascherare l’ipocrisia di coloro che, mentre stringono accordi con i carnefici, ignorano il grido di chi viene annientato. Il trasferimento di artisti a rischio non dovrebbe essere un atto di carità, ma una necessaria resistenza contro chi cerca di cancellare una civiltà. Proteggere Faisal e i suoi colleghi è un atto di sfida contro un ordine internazionale che ha deciso di accettare il silenzio di Kabul come prezzo accettabile. Se la diplomazia ha scelto il compromesso, l’unica vera resistenza rimane quella di mantenere viva la memoria di un’identità che il regime talebano sta tentando, nota dopo nota, di incenerire.

Le donne protestano, i Talebani sparano

Roberta Zunini, Il Fatto Quotidiano, 22 Giugno 3026

Dopo il fuoco incrociato dei mesi scorsi con il Pakistan, diventato in questi cinque anni nemico giurato del regime afghano dei Talebani che ospita, quando serve loro, i fratelli del Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), da settimane gli Studenti di Dio stanno conducendo una campagna omicida contro le donne. Il tutto dopo averle costrette a una vita di stenti disumani, private della possibilità di frequentare le scuole, se non le elementari, lavorare e uscire per strada da sole.

Lo scorso 1 giugno, un imprecisato numero di afghane è stato arrestato nella provincia di Herat e nella parte occidentale del Paese dalla polizia che risponde al famigerato Ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio per aver reagito all’arresto di una di loro che, sostengono le autorità, non si era coperta adeguatamente.
Durante le successive manifestazioni ne hanno arrestate un gran numero. Ma il giorno dopo la decisione di alcuni uomini, sempre nella provincia di Herat, di affiancare le proteste di madri, figlie, sorelle e mogli, i Talebani hanno aperto il fuoco sulla folla uccidendo e ferendo senza pietà.
Non essendoci media veramente indipendenti in Afghanistan è difficile fornire le cifre corrette, resta il fatto che si parla di almeno una decina di vittime.
Una settimana dopo, alcune ragazze che stavano camminando per strada sono state prelevate dalla polizia e di loro non si sa più nulla, almeno per ora.

Fuoco sulla resistenza di Herat

Ilfattoquotidiano.it ha chiesto a Zalmai Nishat, analista e ricercatore afghano presso la Sussex University, nonché fondatore dell’Associazione di beneficenza e think tank Mosaic Foundation, perché il ‘casus belli’ e le proteste hanno avuto luogo in questa provincia dell’Afghanistan.
“Perchè lì è dove i Talebani sono più ferocemente odiati e si registrano attacchi contro di loro da parte del Fronte di Resistenza Nazionale dell’Afghanistan”.
Secondo Nishat questo è il momento in cui i Talebani si sentono più deboli e in pericolo per le due ragioni già citate e pertanto stanno reagendo imponendo un’ulteriore quota di terrore alla società civile. Nel tentativo di tenere sotto scacco la popolazione hanno alzato al massimo la posta da quando sono tornati al potere nell’agosto del 2021 in seguito al vile ritiro degli americani, voluto da Donald Trump ed eseguito dal successore Joe Biden.
“A innervosire ulteriormente i Talebani concorre un’economia al suo punto più debole che rende la gente ancora più povera e costretta a vivere in condizioni miserabili fisicamente e psicologicamente. Anche per questo la popolarità dei Talebani sta crollando e loro lo sanno”, sottolinea Nishat.
Secondo le leggi firmate l’anno scorso, la donna che fa sentire la propria voce commette un peccato, addirittura un’offesa pubblica. L’Afghanistan dei Talebani è diventato una sorta ormai di Catch 22. È una situazione che si verifica quando la soluzione di un problema è resa impossibile da regole contrastanti: per fare una cosa ne serve un’altra, ma quest’ultima è subordinata alla prima.
“Un esempio eclatante, in questo senso, è il divieto di diventare mediche. Le donne non possono studiare medicina ma per essere curate devono rivolgersi solo a mediche. Però non ce ne sono quasi più non potendo frequentare la facoltà di medicina”.

“E’ l’Occidente che sostiene i talebani”

In merito alla domanda su chi sono, dal punto di vista geopolitico, gli alleati e i mentori di questo regime brutale, Nishat cita la sua analisi pubblicata da Newsweek tre anni fa.
“Ho sostenuto che l’Occidente stesse inviando circa 40 milioni di dollari in contanti al resuscitato regime afghano e che questi soldi venissero usati dai Talebani per consolidare il proprio potere a discapito della gente. In questo articolo ho denunciato che finché non si smetterà di inviare questi soldi, il regime afghano non cadrà e il popolo non potrà fare nulla contro di esso. Inoltre, l’Unione europea ha una delegazione propria a Kabul e sta collaborando con i Talebani. Per lavorare in alcune aree di prevenzione, ad esempio la migrazione verso l’Europa. E, come penso saprete, la delegazione dei Talebani è stata invitata a Bruxelles per discutere il ritorno dei rifugiati in Afghanistan. Non essendoci mezzi di sussistenza in Afghanistan, molte persone sono partite per il Pakistan e l’Iran, ma sono state rimpatriate in massa nell’ultimo anno. A detta di alcuni, circa 6-7 milioni di emigrati sono stati rimandati indietro dall’Iran e dal Pakistan. Questo è un indicatore del fatto che le persone stanno davvero soffocando in Afghanistan. L’unico Paese, in realtà, a non collaborare con i Talebani è, di fatto, il Pakistan. Questo impegno del governo mondiale, Europa compresa, con i Talebani porta alla loro normalizzazione. E questa è una vera tragedia per tutto il popolo afghano”.

Segnalati ulteriori arresti di donne a Herat e Farah

Parsa Katal, AMU Tv, 24 giugno 2026

Residenti e fonti locali dell’Afghanistan occidentale affermano che i talebani hanno arrestato diverse donne nelle province di Herat e Farah negli ultimi giorni, in quella che rappresenta l’ultima serie di arresti segnalati dopo un’ondata di detenzioni avvenuta a Herat all’inizio di questo mese.

Secondo fonti locali, lunedì quattro donne sono state arrestate a Farah e due a Herat. I residenti riferiscono che le donne sono state accusate di viaggiare senza un tutore maschile, noto come *mahram*, oppure di non aver rispettato il codice di abbigliamento imposto dai talebani.

Le fonti sostengono inoltre che alcune delle detenute abbiano subito maltrattamenti durante l’arresto.

Troppa paura per uscire di casa

Una residente di Herat ha dichiarato che la paura di essere arrestate è diventata così diffusa che molte donne ormai evitano di uscire di casa se non strettamente necessario.

«Nessuno vuole più uscire di casa. Persino madri e nonne escono solo quando non hanno altra scelta. Lasciano la casa con paura», ha affermato la residente.

Secondo i residenti locali, diverse donne arrestate a Herat negli ultimi giorni sono state successivamente rilasciate dopo che i loro familiari hanno fornito garanzie per loro. Le fonti riferiscono che alle donne liberate è stato intimato di non parlare pubblicamente delle circostanze della loro detenzione.

Un’altra residente ha affermato che le donne fermate durante precedenti ondate di arresti hanno raccontato esperienze simili dopo essere state prese in custodia dagli agenti talebani incaricati della moralità pubblica.

«La scorsa settimana sono state arrestate 41 donne. Quelle che sono tornate raccontano tutte le stesse cose su ciò che è accaduto loro», ha dichiarato la residente.

Le segnalazioni arrivano in un contesto di crescente preoccupazione per l’applicazione delle norme morali da parte dei talebani, soprattutto dopo l’entrata in vigore della loro Legge per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, che ha ampliato le restrizioni sull’aspetto delle donne e sulla loro presenza negli spazi pubblici.

Un familiare di una donna precedentemente arrestata a Herat ha affermato che la donna avrebbe tentato di darsi fuoco dopo aver subito pressioni dalla propria famiglia una volta rilasciata.

«Dopo il suo arresto, la famiglia le ha fatto pressione dicendole che avrebbe dovuto indossare il burqa. Si è data fuoco», ha raccontato il parente. «Gran parte del suo corpo è rimasta ustionata e attualmente si trova in ospedale.»

Le attiviste per i diritti delle donne affermano che gli arresti hanno accresciuto il clima di paura tra donne e ragazze, che già vivono sotto pesanti restrizioni imposte dal regime talebano.

Gli arresti segnalati seguono una più ampia campagna condotta dagli ispettori della moralità talebani a Herat, che ha suscitato critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani e attivisti afghani.

All’inizio di questo mese, la missione delle United Nations Assistance Mission in Afghanistan (UNAMA) ha confermato che quasi 30 donne e ragazze sono state arrestate a Herat dagli agenti talebani incaricati della moralità pubblica con accuse legate alla violazione del codice di abbigliamento. L’UNAMA ha inoltre riferito che le proteste contro gli arresti sono state disperse dalle forze talebane, causando almeno una vittima.

I talebani hanno difeso l’applicazione delle norme sull’abbigliamento islamico e sul comportamento pubblico, sostenendo che tali misure riflettono i valori religiosi e culturali dell’Afghanistan.

Le organizzazioni per i diritti umani, tuttavia, affermano che questi arresti fanno parte di un più ampio schema di restrizioni che, dal ritorno al potere dei talebani nell’agosto 2021, ha progressivamente limitato la libertà di movimento delle donne, il loro accesso al lavoro e la partecipazione alla vita pubblica.

I talebani non hanno rilasciato commenti pubblici sugli ultimi arresti segnalati a Herat e Farah.

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