Pakistan e talebani: la strumentalizzazione delle narrazioni sul confine

Ajmal Sohail, AMU Tv, 2 luglio 2026
I recenti attacchi aerei del Pakistan hanno causato la morte di decine di civili afghani, tra cui donne e bambini, nei villaggi lungo il confine. Islamabad sostiene che i raid fossero diretti contro i rifugi del Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP). I Talebani, invece, accusano il Pakistan di aver deliberatamente colpito abitazioni civili. Questo scontro di narrazioni non riguarda semplicemente la verità, ma anche la legittimità, la percezione e la propaganda.
La versione pakistana degli eventi è costruita attraverso la lente della lotta al terrorismo. Le autorità descrivono i raid come operazioni di precisione contro santuari terroristici. Questa narrazione rassicura l’opinione pubblica interna, soprattutto dopo i devastanti attentati suicidi avvenuti a Karachi e nel Khyber Pakhtunkhwa, trasmettendo l’immagine di un esercito proattivo e impegnato nella protezione della popolazione. Sul piano internazionale, essa inserisce il Pakistan nel più ampio discorso globale sul contrasto al terrorismo, presentandolo come una vittima che agisce per legittima difesa. Dal punto di vista strategico, esercita inoltre pressione su Kabul affinché intervenga contro le basi del TTP, spostando oltre confine la responsabilità della minaccia. Attraverso il richiamo al linguaggio dell’antiterrorismo, Islamabad cerca di legittimare le proprie azioni alla luce del diritto internazionale, attenuando al contempo l’attenzione sulle vittime civili.
I Talebani rispondono a questa narrazione enfatizzando le morti tra i civili. La loro propaganda mette in risalto funerali, abitazioni distrutte e famiglie in lutto per alimentare il nazionalismo afghano. Sul piano interno, ciò consente al regime talebano di presentarsi come difensore della sovranità nazionale. Sebbene il governo talebano sia spesso accusato di mostrare scarso riguardo per la vita dei civili nelle proprie politiche, esso sfrutta politicamente le vittime civili causate dai raid pakistani per rafforzare la propria legittimità. A livello internazionale, utilizza tali perdite come strumento per attirare l’attenzione delle organizzazioni umanitarie e dell’opinione pubblica globale. Sul piano strategico, questa narrativa permette inoltre di distogliere l’attenzione dalle accuse di offrire rifugio ai combattenti del TTP, consolidando al tempo stesso il consenso nazionalista interno. Attraverso la strumentalizzazione della sofferenza dei civili, i Talebani mirano quindi a rafforzare la propria posizione politica.
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Rapporti indipendenti, tra cui quelli della Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA), confermano che le vittime civili sono una realtà. Allo stesso tempo, è probabile che alcuni obiettivi militanti siano stati effettivamente colpiti. Entrambe le parti tendono tuttavia a esagerare o a selezionare i fatti in funzione dei propri obiettivi politici. È proprio in questa zona grigia che prospera la propaganda: il Pakistan insiste di stare combattendo il terrorismo, mentre i Talebani sostengono che Islamabad stia commettendo crimini di guerra. Nel mezzo rimangono i civili, principali vittime di narrazioni contrapposte.
La battaglia propagandistica tra Pakistan e Talebani non riguarda tanto chi abbia ragione, quanto chi riesca a controllare la narrazione. Il Pakistan utilizza la retorica dell’antiterrorismo per giustificare i propri attacchi, mentre i Talebani sfruttano il racconto delle vittime civili per controbilanciare la posizione di Islamabad. Entrambe le parti cercano di influenzare la percezione pubblica, ma il prezzo di questa competizione ricade sui comuni cittadini afghani. Finché non saranno applicati efficaci meccanismi di accertamento delle responsabilità, la verità continuerà a essere oggetto di contesa e la propaganda continuerà a plasmare il conflitto di confine più dei fatti sul terreno.
Tra apparato militare e leadership politica
All’ombra dell’aspro confine occidentale del Pakistan si svolge una competizione silenziosa, combattuta non soltanto con proiettili e droni, ma soprattutto attraverso le narrazioni e il potere. Dietro ogni presunto “successo nella lotta al terrorismo” si cela uno scontro più profondo tra le ambizioni strategiche dell’apparato militare e la ricerca di autonomia della leadership politica. Questo articolo va oltre le dichiarazioni ufficiali per mostrare come le operazioni nel Khyber Pakhtunkhwa, nel Belucistan e nelle province orientali dell’Afghanistan siano divenute strumenti di influenza regionale, di gestione delle guerre per procura e di teatro geopolitico.
Dagli allineamenti informali con i Talebani alla delicata diplomazia con cui Islamabad cerca di bilanciare i rapporti con l’Iran, gli Stati Uniti e gli Stati del Golfo, il calcolo strategico del Pakistan rivela una pericolosa dualità: successi tattici che nascondono vulnerabilità strategiche. In questo quadro, il terrorismo transfrontaliero, le milizie, le rivalità regionali e la competizione tra le grandi potenze convergono in un’unica equazione altamente instabile, capace di ridefinire sia la coesione interna del Pakistan sia il suo ruolo nell’assetto geopolitico della regione.
Ajmal Sohail si è laureato in studi sul terrorismo e l’estremismo presso l’Università di Leiden, nei Paesi Bassi, e l’Università del Maryland, negli Stati Uniti. Attualmente lavora come analista dell’intelligence ed esperto di antiterrorismo. È cofondatore e copresidente della Counter Narco-Terrorism Alliance Germany, dove dirige i settori dell’intelligence e dell’antiterrorismo.
Questo articolo riflette le opinioni dell’autore.


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