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Dall’Aia a Kandahar: come il braccio della Corte penale internazionale ha raggiunto i Talebani

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Abdulhaq Omari, Afghanistan International, 9 luglio 2026

La Seconda Camera preliminare della Corte penale internazionale ha emesso, nel luglio 2025, presso la sede dell’Aia nei Paesi Bassi, mandati di arresto nei confronti di Hibatullah Akhundzada, leader dei Talebani, e di Abdul Hakim Haqqani, presidente della Corte Suprema del regime talebano.

Dietro l’emissione di questi mandati vi è un lungo procedimento giuridico fondato sull’esame delle testimonianze dei testimoni, dei racconti delle vittime, dei rapporti delle organizzazioni per i diritti umani, della documentazione raccolta dai media, nonché dei decreti e degli ordini ufficiali emanati dai Talebani.

Crimini contro l’umanità

Nella sua decisione, la Corte penale internazionale ha dichiarato che esistono motivi ragionevoli per ritenere che Hibatullah Akhundzada e Abdul Hakim Haqqani, dal 15 agosto 2021 in poi, abbiano avuto un ruolo nella commissione del reato di persecuzione sistematica basata sul genere nei confronti delle donne, delle ragazze e delle persone che si sono opposte alle politiche di genere dei Talebani, attraverso decreti, decisioni e politiche ufficiali. La Corte ha qualificato tali atti come “crimini contro l’umanità”.

Secondo la Corte, in Afghanistan donne e ragazze sono state private dei loro diritti fondamentali, tra cui il diritto all’istruzione, al lavoro, alla libertà di movimento, alla vita privata, alla libertà di espressione, di pensiero e di coscienza.

Sono inoltre state prese di mira le persone che hanno difeso i diritti delle donne e delle ragazze o che hanno manifestato opposizione alle politiche dei Talebani.

Nonostante l’emissione dei mandati di arresto, la Corte penale internazionale non dispone di una propria forza esecutiva per arrestare gli imputati. Gli Stati parte dello Statuto di Roma sono tenuti a dare esecuzione ai mandati qualora tali persone entrino nel loro territorio.

Dopo la pubblicazione dei mandati, il portavoce dei Talebani ha dichiarato che il movimento non riconosce la Corte penale internazionale e ha definito la decisione contraria alla «sharia islamica».

Di contro, importanti personalità impegnate nella difesa dei diritti umani, tra cui Richard Bennett, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan, Heather Barr*, responsabile della divisione diritti delle donne di Human Rights Watch, Malala Yousafzai, premio Nobel per la pace, insieme a numerosi esponenti politici e della società civile afghana, hanno accolto favorevolmente la decisione, definendola un passo importante verso la giustizia e la responsabilità.

Il dossier Afghanistan resta aperto

Il caso relativo all’Afghanistan rimane aperto presso la Corte penale internazionale. I procuratori continuano a raccogliere prove e documenti riguardanti altri esponenti talebani, affinché, ove necessario, possano essere completati e presentati alla Corte procedimenti analoghi nei loro confronti.

Come si svolge un procedimento davanti alla Corte penale internazionale?

Il procedimento dinanzi alla Corte penale internazionale prende avvio con la ricezione di una denuncia, di un rapporto o di informazioni relative alla commissione di un reato.

Queste informazioni possono essere trasmesse da uno Stato parte dello Statuto di Roma, deferite alla Corte dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite oppure essere oggetto di un’indagine avviata d’ufficio dal Procuratore sulla base di informazioni e prove attendibili.

Successivamente, il Procuratore effettua una valutazione preliminare.

Egli verifica se i fatti denunciati rientrino nella competenza della Corte, ossia se possano configurare crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio o crimine di aggressione.

Valuta inoltre se i tribunali dello Stato interessato siano effettivamente in grado e disposti a perseguire e giudicare tali fatti.

Qualora ritenga che sussistano elementi sufficienti per avviare un’indagine formale, in alcuni casi il Procuratore richiede l’autorizzazione della Camera preliminare. Dopo il consenso dei giudici, le indagini ufficiali hanno inizio.

Nel corso dell’indagine, il Procuratore e il suo team raccolgono prove, ascoltano testimoni e vittime, esaminano documenti, fotografie, filmati e altri elementi probatori e cercano di individuare i principali responsabili dei crimini.

Se il materiale raccolto dimostra l’esistenza di motivi ragionevoli per attribuire il reato a una o più persone, il Procuratore chiede ai giudici di emettere un mandato di arresto o una citazione a comparire.

Dopo l’emissione del mandato di arresto, la sua esecuzione non compete alla Corte.

Questa responsabilità ricade sugli Stati parte dello Statuto di Roma. Se l’imputato viene arrestato e trasferito all’Aia, ha inizio il procedimento giudiziario.

Nella prima udienza, i giudici verificano se le prove siano sufficienti per aprire il processo.

Se le prove sono ritenute adeguate, si apre il dibattimento. Durante il processo il Procuratore presenta le proprie prove, gli avvocati della difesa rappresentano l’imputato, i testimoni rendono testimonianza e i giudici ascoltano le argomentazioni di entrambe le parti.

Al termine del procedimento, i giudici pronunciano la sentenza. Se le accuse risultano provate, l’imputato viene dichiarato colpevole e condannato; in caso contrario viene assolto.

L’ultima fase è quella dell’appello.

Sia il Procuratore sia la difesa possono impugnare la decisione. I giudici della Camera d’appello riesaminano il caso e pronunciano la decisione definitiva.

 Il pesante dossier dei Talebani sul tavolo dei procuratori della Corte

La Seconda Camera preliminare della Corte penale internazionale esamina il dossier afghano in più fasi.

In una prima fase, i giudici valutano se sussistano i presupposti giuridici per l’apertura di un’indagine formale, verificando i criteri di diritto, l’affidabilità delle prove e la competenza della Corte.

Nella fase successiva, il procedimento va oltre il semplice esame dei documenti. Procuratori e investigatori ascoltano direttamente testimoni, vittime e persone lese, tra cui cittadini afghani che hanno subito detenzione, restrizioni, discriminazioni o violenze. Le loro dichiarazioni vengono registrate, analizzate e inserite nel fascicolo processuale.

Uno degli aspetti più importanti di questo procedimento è la protezione dei testimoni. A causa dei rischi cui sono esposti, l’identità di molti di essi rimane riservata. La Corte cerca di garantire sia la raccolta delle testimonianze sia la sicurezza dei testimoni. Per questo motivo alcune audizioni si svolgono in forma riservata o sotto speciali misure di protezione.

In alcuni casi, gli investigatori individuano persone torturate nelle carceri o danneggiate dalle restrizioni imposte dai Talebani e le invitano a testimoniare. Se esse non possono recarsi all’Aia, i procuratori si spostano negli Stati parte in cui tali persone risiedono.

I gruppi investigativi registrano con precisione le testimonianze, pongono domande integrative e verificano la coerenza o le eventuali contraddizioni delle dichiarazioni sotto il profilo fattuale e giuridico. Con i testimoni vengono inoltre sottoscritti accordi affinché condividano le loro esperienze, pubblicamente o in forma riservata, con la massima sincerità.

L’attività della Corte non si limita alle testimonianze individuali. Per verificare le informazioni, giudici e procuratori utilizzano anche altre fonti, tra cui rapporti giornalistici, indagini indipendenti e documentazione prodotta dalla società civile. Dopo essere state verificate, tali fonti vengono inserite nel fascicolo.

In alcuni casi vengono richiesti ai giornalisti e agli organi di informazione documenti riguardanti la privazione del diritto all’istruzione delle ragazze, le restrizioni nel settore educativo o le violazioni delle libertà civili. Una volta verificati, questi documenti entrano a far parte degli atti del procedimento.

Con il passare del tempo le testimonianze vengono nuovamente valutate e alcuni testimoni vengono ascoltati una seconda volta per fornire chiarimenti, così da garantire l’accuratezza e l’affidabilità giuridica delle informazioni.

La Corte non si basa soltanto sui racconti individuali, ma esamina anche leggi, decreti e documenti ufficiali dei Talebani per stabilire quali politiche, ordini, norme e decisioni governative siano incompatibili con i diritti umani e il diritto internazionale.

Sulla base di questo vasto insieme di prove, i giudici decidono se sussistano i presupposti giuridici per emettere un mandato di arresto.

È proprio attraverso questo procedimento che sono stati emessi i mandati di arresto nei confronti di Hibatullah Akhundzada e Abdul Hakim Haqqani.

Sebbene la Corte penale internazionale non disponga di poteri esecutivi per procedere direttamente agli arresti, gli Stati parte dello Statuto di Roma hanno l’obbligo di eseguire tali mandati qualora gli imputati entrino nel loro territorio.

Saranno emessi mandati anche contro altri dirigenti talebani?

Per questo motivo il dossier Afghanistan resta aperto e le indagini su altri funzionari talebani proseguono.

Secondo le informazioni disponibili, dopo l’emissione dei mandati nei confronti di Hibatullah Akhundzada e Abdul Hakim Haqqani, i procuratori stanno continuando a raccogliere prove e documentazione riguardanti altri esponenti del regime.

Tra le persone il cui nome compare nei rapporti come oggetto di indagine figurano Sirajuddin Haqqani, ministro dell’Interno dei Talebani; Neda Mohammad Nadim, ministro dell’Istruzione superiore; Habibullah Agha, ministro dell’Istruzione; Abdul Hakim Sharai, ministro della Giustizia; Khalid Hanafi, ministro per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio; Abdul Haq Wasiq, capo dell’intelligence talebana; il suo vice Taj Mir Jawad e Khalil Hamraz, responsabile della Direzione n. 08 dei servizi di intelligence talebani.

Secondo quanto riferito, queste persone sarebbero al centro delle indagini per il loro presunto ruolo nella privazione del diritto all’istruzione e al lavoro di donne e ragazze, nella violazione delle libertà individuali e sociali, nonché nella commissione di episodi di tortura e di altre gravi violazioni dei diritti umani.

 

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