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Tag: Corte Penale Internazionale

Dall’Aia a Kandahar: come il braccio della Corte penale internazionale ha raggiunto i Talebani

Abdulhaq Omari, Afghanistan International, 9 luglio 2026

La Seconda Camera preliminare della Corte penale internazionale ha emesso, nel luglio 2025, presso la sede dell’Aia nei Paesi Bassi, mandati di arresto nei confronti di Hibatullah Akhundzada, leader dei Talebani, e di Abdul Hakim Haqqani, presidente della Corte Suprema del regime talebano.

Dietro l’emissione di questi mandati vi è un lungo procedimento giuridico fondato sull’esame delle testimonianze dei testimoni, dei racconti delle vittime, dei rapporti delle organizzazioni per i diritti umani, della documentazione raccolta dai media, nonché dei decreti e degli ordini ufficiali emanati dai Talebani.

Crimini contro l’umanità

Nella sua decisione, la Corte penale internazionale ha dichiarato che esistono motivi ragionevoli per ritenere che Hibatullah Akhundzada e Abdul Hakim Haqqani, dal 15 agosto 2021 in poi, abbiano avuto un ruolo nella commissione del reato di persecuzione sistematica basata sul genere nei confronti delle donne, delle ragazze e delle persone che si sono opposte alle politiche di genere dei Talebani, attraverso decreti, decisioni e politiche ufficiali. La Corte ha qualificato tali atti come “crimini contro l’umanità”.

Secondo la Corte, in Afghanistan donne e ragazze sono state private dei loro diritti fondamentali, tra cui il diritto all’istruzione, al lavoro, alla libertà di movimento, alla vita privata, alla libertà di espressione, di pensiero e di coscienza.

Sono inoltre state prese di mira le persone che hanno difeso i diritti delle donne e delle ragazze o che hanno manifestato opposizione alle politiche dei Talebani.

Nonostante l’emissione dei mandati di arresto, la Corte penale internazionale non dispone di una propria forza esecutiva per arrestare gli imputati. Gli Stati parte dello Statuto di Roma sono tenuti a dare esecuzione ai mandati qualora tali persone entrino nel loro territorio.

Dopo la pubblicazione dei mandati, il portavoce dei Talebani ha dichiarato che il movimento non riconosce la Corte penale internazionale e ha definito la decisione contraria alla «sharia islamica».

Di contro, importanti personalità impegnate nella difesa dei diritti umani, tra cui Richard Bennett, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan, Heather Barr*, responsabile della divisione diritti delle donne di Human Rights Watch, Malala Yousafzai, premio Nobel per la pace, insieme a numerosi esponenti politici e della società civile afghana, hanno accolto favorevolmente la decisione, definendola un passo importante verso la giustizia e la responsabilità.

Il dossier Afghanistan resta aperto

Il caso relativo all’Afghanistan rimane aperto presso la Corte penale internazionale. I procuratori continuano a raccogliere prove e documenti riguardanti altri esponenti talebani, affinché, ove necessario, possano essere completati e presentati alla Corte procedimenti analoghi nei loro confronti.

Come si svolge un procedimento davanti alla Corte penale internazionale?

Il procedimento dinanzi alla Corte penale internazionale prende avvio con la ricezione di una denuncia, di un rapporto o di informazioni relative alla commissione di un reato.

Queste informazioni possono essere trasmesse da uno Stato parte dello Statuto di Roma, deferite alla Corte dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite oppure essere oggetto di un’indagine avviata d’ufficio dal Procuratore sulla base di informazioni e prove attendibili.

Successivamente, il Procuratore effettua una valutazione preliminare.

Egli verifica se i fatti denunciati rientrino nella competenza della Corte, ossia se possano configurare crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio o crimine di aggressione.

Valuta inoltre se i tribunali dello Stato interessato siano effettivamente in grado e disposti a perseguire e giudicare tali fatti.

Qualora ritenga che sussistano elementi sufficienti per avviare un’indagine formale, in alcuni casi il Procuratore richiede l’autorizzazione della Camera preliminare. Dopo il consenso dei giudici, le indagini ufficiali hanno inizio.

Nel corso dell’indagine, il Procuratore e il suo team raccolgono prove, ascoltano testimoni e vittime, esaminano documenti, fotografie, filmati e altri elementi probatori e cercano di individuare i principali responsabili dei crimini.

Se il materiale raccolto dimostra l’esistenza di motivi ragionevoli per attribuire il reato a una o più persone, il Procuratore chiede ai giudici di emettere un mandato di arresto o una citazione a comparire.

Dopo l’emissione del mandato di arresto, la sua esecuzione non compete alla Corte.

Questa responsabilità ricade sugli Stati parte dello Statuto di Roma. Se l’imputato viene arrestato e trasferito all’Aia, ha inizio il procedimento giudiziario.

Nella prima udienza, i giudici verificano se le prove siano sufficienti per aprire il processo.

Se le prove sono ritenute adeguate, si apre il dibattimento. Durante il processo il Procuratore presenta le proprie prove, gli avvocati della difesa rappresentano l’imputato, i testimoni rendono testimonianza e i giudici ascoltano le argomentazioni di entrambe le parti.

Al termine del procedimento, i giudici pronunciano la sentenza. Se le accuse risultano provate, l’imputato viene dichiarato colpevole e condannato; in caso contrario viene assolto.

L’ultima fase è quella dell’appello.

Sia il Procuratore sia la difesa possono impugnare la decisione. I giudici della Camera d’appello riesaminano il caso e pronunciano la decisione definitiva.

 Il pesante dossier dei Talebani sul tavolo dei procuratori della Corte

La Seconda Camera preliminare della Corte penale internazionale esamina il dossier afghano in più fasi.

In una prima fase, i giudici valutano se sussistano i presupposti giuridici per l’apertura di un’indagine formale, verificando i criteri di diritto, l’affidabilità delle prove e la competenza della Corte.

Nella fase successiva, il procedimento va oltre il semplice esame dei documenti. Procuratori e investigatori ascoltano direttamente testimoni, vittime e persone lese, tra cui cittadini afghani che hanno subito detenzione, restrizioni, discriminazioni o violenze. Le loro dichiarazioni vengono registrate, analizzate e inserite nel fascicolo processuale.

Uno degli aspetti più importanti di questo procedimento è la protezione dei testimoni. A causa dei rischi cui sono esposti, l’identità di molti di essi rimane riservata. La Corte cerca di garantire sia la raccolta delle testimonianze sia la sicurezza dei testimoni. Per questo motivo alcune audizioni si svolgono in forma riservata o sotto speciali misure di protezione.

In alcuni casi, gli investigatori individuano persone torturate nelle carceri o danneggiate dalle restrizioni imposte dai Talebani e le invitano a testimoniare. Se esse non possono recarsi all’Aia, i procuratori si spostano negli Stati parte in cui tali persone risiedono.

I gruppi investigativi registrano con precisione le testimonianze, pongono domande integrative e verificano la coerenza o le eventuali contraddizioni delle dichiarazioni sotto il profilo fattuale e giuridico. Con i testimoni vengono inoltre sottoscritti accordi affinché condividano le loro esperienze, pubblicamente o in forma riservata, con la massima sincerità.

L’attività della Corte non si limita alle testimonianze individuali. Per verificare le informazioni, giudici e procuratori utilizzano anche altre fonti, tra cui rapporti giornalistici, indagini indipendenti e documentazione prodotta dalla società civile. Dopo essere state verificate, tali fonti vengono inserite nel fascicolo.

In alcuni casi vengono richiesti ai giornalisti e agli organi di informazione documenti riguardanti la privazione del diritto all’istruzione delle ragazze, le restrizioni nel settore educativo o le violazioni delle libertà civili. Una volta verificati, questi documenti entrano a far parte degli atti del procedimento.

Con il passare del tempo le testimonianze vengono nuovamente valutate e alcuni testimoni vengono ascoltati una seconda volta per fornire chiarimenti, così da garantire l’accuratezza e l’affidabilità giuridica delle informazioni.

La Corte non si basa soltanto sui racconti individuali, ma esamina anche leggi, decreti e documenti ufficiali dei Talebani per stabilire quali politiche, ordini, norme e decisioni governative siano incompatibili con i diritti umani e il diritto internazionale.

Sulla base di questo vasto insieme di prove, i giudici decidono se sussistano i presupposti giuridici per emettere un mandato di arresto.

È proprio attraverso questo procedimento che sono stati emessi i mandati di arresto nei confronti di Hibatullah Akhundzada e Abdul Hakim Haqqani.

Sebbene la Corte penale internazionale non disponga di poteri esecutivi per procedere direttamente agli arresti, gli Stati parte dello Statuto di Roma hanno l’obbligo di eseguire tali mandati qualora gli imputati entrino nel loro territorio.

Saranno emessi mandati anche contro altri dirigenti talebani?

Per questo motivo il dossier Afghanistan resta aperto e le indagini su altri funzionari talebani proseguono.

Secondo le informazioni disponibili, dopo l’emissione dei mandati nei confronti di Hibatullah Akhundzada e Abdul Hakim Haqqani, i procuratori stanno continuando a raccogliere prove e documentazione riguardanti altri esponenti del regime.

Tra le persone il cui nome compare nei rapporti come oggetto di indagine figurano Sirajuddin Haqqani, ministro dell’Interno dei Talebani; Neda Mohammad Nadim, ministro dell’Istruzione superiore; Habibullah Agha, ministro dell’Istruzione; Abdul Hakim Sharai, ministro della Giustizia; Khalid Hanafi, ministro per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio; Abdul Haq Wasiq, capo dell’intelligence talebana; il suo vice Taj Mir Jawad e Khalil Hamraz, responsabile della Direzione n. 08 dei servizi di intelligence talebani.

Secondo quanto riferito, queste persone sarebbero al centro delle indagini per il loro presunto ruolo nella privazione del diritto all’istruzione e al lavoro di donne e ragazze, nella violazione delle libertà individuali e sociali, nonché nella commissione di episodi di tortura e di altre gravi violazioni dei diritti umani.

 

Lo stupro come politica di Stato

La lettre d’Afghanistan, 16 giugno 2026

C’è una frase che Zabihullah Mujahid ripete con la regolarità di un metronomo: «Nelle nostre prigioni non esiste alcuna forma di tortura. Atti di questo genere sono assolutamente proibiti. Dall’arresto fino al rilascio non viene praticata alcuna tortura». È una dichiarazione netta, ufficiale, ripetuta ogni volta che un nuovo rapporto denuncia gli abusi del regime o che una sopravvissuta trova il coraggio di raccontare la propria esperienza. Eppure, alla luce della documentazione disponibile, si tratta di una menzogna di Stato di rara brutalità.

Le prove, infatti, continuano ad accumularsi. Dal ritorno dei talebani al potere, nell’agosto 2021, i rapporti della Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA), di Amnesty International, di Human Rights Watch e delle organizzazioni afghane per i diritti umani descrivono un sistema repressivo fondato sulla violenza, sull’impunità e sull’intimidazione. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha confermato che funzionari e combattenti talebani hanno commesso violenze sessuali contro donne e ragazze. Nel 2025 l’UNAMA ha documentato ventuno casi: quindici donne e sei ragazze. Alcune vittime sono state sottoposte a stupri individuali e di gruppo, altre costrette a matrimoni forzati. Donne arrestate semplicemente per aver partecipato a una manifestazione sono state torturate, maltrattate e sottoposte a violenze sessuali durante la detenzione.

Ventuno casi documentati. Ventuno casi che gli investigatori sono riusciti a ricostruire nonostante il sistematico isolamento imposto dalle autorità talebane, il divieto rivolto al Relatore speciale delle Nazioni Unite di entrare nel Paese e la paura che continua a chiudere la bocca alle vittime. Quel numero non rappresenta l’estensione del fenomeno, ma soltanto la parte che è stato possibile portare alla luce.

Rompere il silenzio

Tra coloro che hanno deciso di rompere il silenzio c’è Julia Parsee, attivista afghana per i diritti delle donne ed ex prigioniera dei talebani. In una recente dichiarazione pubblicata dall’agenzia di stampa ROJ ha raccontato che le detenute sono sottoposte a torture fisiche e psicologiche sistematiche e che le continue minacce rivolte ai loro familiari costituiscono una delle forme più crudeli di violenza esercitate nelle carceri del regime.

Ma la sua testimonianza va oltre. Parsee racconta la storia di una giovane donna della provincia di Kandahar, arrestata non per ciò che aveva fatto o detto, ma per il semplice fatto di appartenere a una determinata famiglia. Il suo unico “reato” era essere parente del generale Abdul Raziq, ex capo della polizia di Kandahar, assassinato nel 2018. Dopo la presa del potere da parte dei talebani, gli uomini e le donne ritenuti vicini a Raziq — in gran parte membri della tribù Achakzai — sono stati vittime di omicidi, sparizioni forzate, torture e detenzioni arbitrarie. Alcuni testimoni sostengono che si possa essere uccisi persino per aver conservato una fotografia del generale. Secondo Parsee, quella giovane donna è stata violentata ripetutamente durante tutta la sua detenzione.

Si potrebbe obiettare che si tratta di una testimonianza indiretta, fondata su un’unica fonte. È vero. Ma è proprio questo il punto. La violenza sessuale esercitata nelle carceri talebane è circondata da un tale livello di stigma sociale che pochissime sopravvissute riescono a raccontare ciò che hanno subito. Molte, una volta liberate, si nascondono. Altre non riescono a sopportare il peso delle conseguenze sociali della detenzione. I casi di suicidio segnalati sono numerosi. Per chi riesce a uscire dal carcere, il ritorno alla libertà coincide spesso con un nuovo isolamento.

Il silenzio, in questo contesto, non è una prova d’innocenza del regime. È una delle conseguenze più evidenti del crimine stesso.

L’onore come strumento politico

Le ragioni di questo silenzio sono profonde e radicate. La società afghana è strutturata, nei suoi livelli più profondi, attorno al concetto di onore. La violenza sessuale non rappresenta soltanto una ferita inflitta al corpo di una donna: viene utilizzata come un’arma contro la sua famiglia, il suo clan e la sua comunità. I talebani conoscono perfettamente questo meccanismo e lo sfruttano con precisione calcolata.

Colpire una donna significa colpire una rete sociale più ampia. Violentarla significa intimidire tutti coloro che le sono vicini, perché denunciare quanto accaduto può esporre la famiglia alla vergogna e alla stigmatizzazione. In questo modo la violenza sessuale diventa uno strumento di controllo collettivo: non serve soltanto a punire una persona, ma a scoraggiare qualsiasi forma di opposizione.

Tra il gennaio 2022 e il luglio 2023, l’UNAMA ha documentato oltre 1.600 violazioni dei diritti umani commesse durante arresti e detenzioni, quasi la metà delle quali comprendeva torture o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Questo dato, raccolto nonostante le restrizioni imposte alle attività di monitoraggio, deve essere interpretato come una soglia minima, non come una misura completa della violenza esercitata.

Direzione 40

Zarifa Yaqobi, ex detenuta e attivista per i diritti delle donne, ha risposto direttamente alle smentite di Zabihullah Mujahid. Lei e le sue colleghe, ha raccontato, sono state detenute per quarantuno giorni nelle condizioni più dure: isolamento, interrogatori, torture e confessioni estorte presso la Direzione 40 dei servizi d’intelligence.

La Direzione 40. Un nome, un indirizzo. Non un simbolo né un’allegoria. Un edificio a Kabul dove donne sono state sistematicamente spezzate mentre il portavoce ufficiale del regime assicurava al mondo che nelle carceri talebane non accadeva nulla.

Ciò che avviene nelle prigioni afghane non può essere liquidato come l’abuso incontrollato di pochi individui. È una politica. Una politica che utilizza il corpo, l’onore e la paura come strumenti di governo.

Le donne arrestate per aver manifestato, per aver avuto rapporti con il precedente governo o semplicemente per aver occupato uno spazio nella vita pubblica sono bersagli selezionati. La loro detenzione non ha soltanto lo scopo di punirle. Serve a diffondere la paura, a colpire le loro famiglie, a paralizzare chi osserva e a trasmettere un messaggio chiaro: il prezzo della resistenza sarà pagato non solo dalla singola persona, ma dall’intera comunità che le sta intorno.

Impunità del regime talebano

L’impunità del regime talebano si fonda su diversi pilastri. Il primo è l’assenza di un sistema giudiziario indipendente in grado di indagare sulle violazioni commesse dalle autorità. Le autorità de facto hanno inoltre impedito al Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan di entrare nel Paese.

Nel frattempo, la comunità internazionale continua a utilizzare il linguaggio dell’«impegno» e del «dialogo», una formula che spesso appare più orientata alla gestione delle relazioni con il regime che alla richiesta di giustizia per le vittime. Si negoziano accordi di rimpatrio. Si invitano rappresentanti talebani a incontri e conferenze internazionali. Si cerca una forma di gestione politica della situazione.

Ma intanto, a Kandahar, a Kabul e nei luoghi di detenzione controllati dai servizi di sicurezza talebani, donne e ragazze continuano a pagare con il proprio corpo il prezzo del silenzio del mondo.

Julia Parsee ha parlato. Zarifa Yaqobi ha parlato. Tamana Paryani ha parlato. Queste donne hanno corso rischi enormi affinché le loro testimonianze potessero superare i confini dell’Afghanistan e raggiungere il resto del mondo.

La risposta minima che il mondo deve loro è ascoltarle. Non relegarle in una generica categoria di «diritti umani» tra due paragrafi di analisi geopolitica. Ascoltarle significa riconoscere la natura della violenza che denunciano e chiamarla con il suo nome.

Secondo numerose organizzazioni per i diritti umani, le pratiche documentate contro donne e oppositori in Afghanistan possono configurare gravi violazioni del diritto internazionale. La repressione sistematica, la persecuzione di genere e l’uso della violenza sessuale come strumento di intimidazione richiedono un esame alla luce degli standard sui crimini internazionali.

Lo stupro nelle carceri dell’Emirato islamico non è un effetto collaterale della repressione. È uno strumento di governo.

 

Chi sono i talebani incriminati dal Tribunale popolare per l’Afghanistan?

Ewelina U. Ochab , Forbes,  12 ottobre 2025

Dall’8 al 10 ottobre 2025, il Tribunale Popolare per le Donne dell’Afghanistan, parte del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP), un tribunale internazionale d’opinione competente a pronunciarsi su qualsiasi crimine grave commesso a danno di popoli e comunità, ha tenuto udienze pubbliche a Madrid. Il Tribunale è un’iniziativa volta ad ampliare i percorsi esistenti per chiamare i Talebani a rispondere dei loro crimini e chiedere giustizia, lanciare l’allarme sulla normalizzazione dell’oppressione talebana delle donne e dare a donne e ragazze la possibilità di essere ascoltate in tutto il mondo.

Le udienze hanno offerto una piattaforma alle donne afghane che hanno coraggiosamente raccontato le loro esperienze e spiegato l’impatto delle restrizioni imposte dai talebani sulle loro vite. Hanno parlato, tra le altre cose, delle restrizioni imposte a donne e ragazze nel loro accesso all’istruzione e al lavoro. Una testimone ha dichiarato al Tribunale: “Prima del 2021, avevo un lavoro e potevo uscire. Ora non ho un lavoro, non posso uscire. Il mio spirito è a pezzi. Tutto nella mia vita si è moltiplicato per zero. Dio non ha mai detto di confinare le persone nelle loro case. Perché mettete le donne in isolamento?”. Le testimoni hanno descritto come i talebani stessero reprimendo violentemente le proteste delle donne. Tra queste, colpivano le manifestanti con il retro degli AK-47, usavano spray al peperoncino e picchiavano coloro che erano presenti per filmare le proteste. Le donne venivano spesso detenute in centri di detenzione non ufficiali, senza mandato. Durante la custodia, hanno subito brutali percosse, torture e sono state interrogate fino a quando non hanno accettato di confessare estorcendole. Un testimone liberato dalla custodia dei talebani ha dichiarato: “Sono stato liberato dalla cella della prigione dei talebani, ma sono stato confinato in un’altra cella: quella di casa mia”.

Chi sono?

I Talebani non erano presenti al Tribunale né rappresentati davanti ad esso, nonostante i tentativi di garantire che fossero informati delle udienze. Chi sono i Talebani incriminati dal Tribunale?

L’ atto d’accusa emesso dal Tribunale ha identificato dieci individui che si dice rappresentino il nucleo dell’attuale gerarchia di potere dei talebani.

1. Hibatullah Akhundzada , Guida Suprema, è considerato il massimo decisore, detiene la massima autorità religiosa e politica in Afghanistan ed emette editti vincolanti (fatwa). Solo pochi mesi fa, la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso un mandato di arresto nei suoi confronti per il suo coinvolgimento in crimini contro l’umanità e persecuzione di genere.

2. Sirajuddin Haqqani , Ministro dell’Interno, sovrintende alla sicurezza interna, alle attività di polizia e all’intelligence, e controlla potenti forze militari e paramilitari. È anche a capo della Rete Haqqani, una fazione semi-autonoma nota per gli attacchi suicidi e i legami con al-Qaeda.

3. Il mullah Mohammad Yaqoob , ministro della Difesa, comanda le forze militari dei talebani.

4. Abdul Ghani Baradar , vice primo ministro (politico), è considerato il co-fondatore dei talebani e ha guidato i negoziati di Doha.

5. Noor Mohammad Saqib , ministro dell’Hajj e degli affari religiosi, emana linee guida religiose e ha avuto un ruolo determinante nel definire le politiche dei talebani in materia di genere e moralità, tra cui il divieto di istruzione e occupazione per le donne.

6. Lo sceicco Mohammad Khalid Hanafi , ministro per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio, è a capo della polizia morale e fa rispettare le leggi morali dei talebani.

7. Lo sceicco Abdul Hakim Haqqani , Presidente della Corte Suprema, plasma l’interpretazione giuridica del sistema di diritto islamico dei talebani. Si dice che svolga un ruolo centrale nell’interpretazione della Sharia per la magistratura talebana, rafforzando le sentenze più severe, comprese quelle che limitano i diritti delle donne e istituiscono punizioni pubbliche. È la seconda persona a cui è stato emesso un mandato di arresto dalla CPI per il suo coinvolgimento in crimini contro l’umanità e persecuzione di genere.

8. Si dice che Neda Mohammad Nadeem , Ministro dell’Istruzione Superiore, sia responsabile del divieto imposto dai talebani alle donne nelle università e della promozione di un curriculum intransigente volto ad allinearlo alla rigida interpretazione dell’Islam da parte dei talebani.

9. Habibullah Agha , Ministro dell’Istruzione, sovrintende al sistema educativo generale. Si dice che abbia implementato e difeso i divieti all’istruzione secondaria femminile.

10. Abdul Haq Wasiq , Direttore della Direzione Generale dell’Intelligence, guida le operazioni di intelligence del Paese in tutto l’Afghanistan. Si dice che abbia guidato gli sforzi per consolidare il controllo attraverso un apparato di intelligence nazionale, che è diventato uno strumento chiave della repressione statale.

L’atto d’accusa afferma che le azioni dei talebani costituiscono una persecuzione di genere in quanto crimini contro l’umanità e chiede il riconoscimento, l’assunzione di responsabilità e una risposta internazionale a questo crimine.

Due degli incriminati, Haibatullah Akhundzada e Abdul Hakim Haqqani, sono già soggetti a mandati di arresto della CPI . Tuttavia, poiché i mandati di arresto non sono stati eseguiti, le probabilità di vedere i due uomini dinanzi alla CPI sono attualmente molto basse. Il Tribunale, esaminando il loro coinvolgimento in crimini contro l’umanità di persecuzione di genere, consente la valutazione e l’esame dei casi per garantire che il mondo rimanga informato sulla natura e l’entità dei crimini perpetrati contro donne e ragazze in Afghanistan. Il Tribunale non può sostituire la CPI o altri tribunali penali; tuttavia, contribuisce a garantire che le donne afghane siano ascoltate e viste dal mondo quando i talebani fanno di tutto per ridurle al silenzio e renderle invisibili, confinate nelle loro case.

Apartheid di genere al Consiglio di sicurezza delle NU

Nove membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite avvertono che la repressione delle donne da parte dei talebani potrebbe costituire un crimine contro l’umanità

Siyar Sirat, Amu TV, 18 settembre 2025

Mercoledì  17 settembre nove membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui avvertono che la continua repressione delle donne e delle ragazze da parte dei talebani potrebbe costituire persecuzione di genere, un crimine contro l’umanità ai sensi dello Statuto di Roma.

I rappresentanti di Danimarca, Francia, Grecia, Guyana, Panama, Repubblica di Corea, Sierra Leone, Slovenia e Regno Unito si sono detti “profondamente sconvolti” dall’inasprimento delle restrizioni imposte dai talebani, che hanno descritto come sistematiche e istituzionalizzate.

I Paesi hanno condannato i divieti imposti dai Talebani alle donne di lavorare per le ONG e le Nazioni Unite, affermando che tali misure negano ai gruppi vulnerabili, in particolare donne e ragazze, l’accesso ad assistenza salvavita. Hanno inoltre espresso preoccupazione per le segnalazioni di minacce e molestie nei confronti del personale della Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA).

La dichiarazione esorta i talebani a revocare immediatamente le restrizioni all’accesso delle donne ai servizi umanitari, in particolare in seguito al mortale terremoto nell’Afghanistan orientale di agosto, sottolineando che le donne e le ragazze devono essere incluse in tutti gli sforzi di soccorso e di emergenza.

“Chiediamo ai talebani di revocare immediatamente tutte le politiche e le pratiche che limitano i diritti umani e le libertà fondamentali delle donne e delle ragazze e di rispettare gli obblighi degli afghani ai sensi del diritto internazionale”, si legge nella dichiarazione, citando la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e le risoluzioni 2593 e 2681 del Consiglio di sicurezza.

I nove membri hanno inoltre espresso solidarietà alle donne e alle ragazze afghane che continuano a dimostrare resilienza nonostante le restrizioni quasi totali. “Nonostante le restrizioni quasi totali, sostengono le attività commerciali, prestano servizio come operatrici umanitarie e ostetriche e guidano le comunità”, si legge nella dichiarazione.

I paesi hanno espresso il loro sostegno agli sforzi per accertare le responsabilità, tra cui i mandati di arresto emessi dalla Corte penale internazionale contro alti dirigenti talebani per presunti crimini internazionali, tra cui crimini di genere.

Esortazioni ai talebani

La dichiarazione congiunta invita inoltre i talebani a:

Garantire il diritto delle ragazze afghane all‘istruzione oltre la scuola primaria, compresa la formazione medica.

Riaprire le possibilità di partecipazione economica delle donne, compreso il loro diritto al lavoro e alla partecipazione alla vita pubblica.

Porre fine alle persecuzioni nei confronti delle donne impegnate nella difesa dei diritti umani, delle rappresentanti della società civile e delle costruttrici di pace.

Hanno inoltre sottolineato che il processo di Doha guidato dalle Nazioni Unite “deve produrre progressi concreti nella tutela dei diritti delle donne” e garantire la partecipazione di diversi gruppi di donne afghane alla definizione del futuro politico del Paese.

In occasione del 30° anniversario della Dichiarazione e della Piattaforma d’azione di Pechino e del 25° anniversario della Risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza su donne, pace e sicurezza, i nove membri del Consiglio hanno affermato che la situazione in Afghanistan rappresenta una “prova decisiva della nostra determinazione e credibilità collettive”.

“Come membri del Consiglio di sicurezza, affermiamo il nostro fermo impegno a garantire la piena, equa, significativa e sicura partecipazione delle donne e delle ragazze in tutti gli aspetti della società afghana, nonché la loro protezione da ogni forma di violenza e discriminazione”, conclude la dichiarazione.

Un nuovo studio rivela che gli Hazara rischiano il genocidio sotto il regime dei talebani

Un nuovo rapporto conclude che vi è una “ragionevole base per credere” che gli attacchi dei talebani, dello Stato islamico della provincia di Khorasan (IS-KP) e dei Kuchi sostenuti dai talebani rispondano alla definizione di genocidio della Convenzione delle Nazioni Unite sul genocidio del 1948

Kabul Now, 1 settembre 2025

Il New Lines Institute for Strategy and Policy pubblicherà presto un rapporto che valuterà se la comunità Hazara dell’Afghanistan sia stata vittima di genocidio dal ritorno al potere dei Talebani nel 2021. Una copia esclusiva ottenuta da KabulNow conclude che vi è una “ragionevole base per credere” che i recenti e continui attacchi contro gli Hazara da parte dei Talebani, dello Stato Islamico-Provincia di Khorasan (IS-KP) e dei Kuchi sostenuti dai Talebani rientrino nella definizione di genocidio della Convenzione delle Nazioni Unite sul genocidio del 1948.

Intitolato “Il genocidio degli Hazara: un esame delle violazioni della Convenzione sul genocidio in Afghanistan dall’agosto 2021″ , il rapporto sostiene che le uccisioni, i bombardamenti, gli sfollamenti forzati e la privazione sistematica delle risorse di base inflitti agli Hazara costituiscono atti proibiti dalla Convenzione. Queste atrocità, intensificatesi dopo la presa del potere da parte dei talebani, includono l’uccisione di membri del gruppo, l’inflizione di gravi danni fisici e psicologici e l’imposizione di condizioni di vita volte a distruggere il gruppo.

Lo studio documenta come gli Hazara abbiano dovuto affrontare la distruzione dei mezzi di sussistenza, l’espulsione dalle terre ancestrali, la negazione di cibo e cure mediche e ripetuti attacchi alle strutture sanitarie, inclusi i reparti maternità, nonché a scuole, centri di apprendimento, luoghi di culto, trasporti, incontri sociali e ai loro quartieri. Anche gli aiuti umanitari sono stati sospesi o limitati nelle aree popolate dagli Hazara.

Gli autori sottolineano che l’intento è fondamentale per determinare il genocidio e affermano che l’intento di distruggere gli Hazara può essere visto attraverso dichiarazioni ufficiali, politiche, natura e modelli di attacchi, sfollamenti forzati e altri atti sistematici che li prendono di mira a causa della loro identità.

Gli Hazara, un gruppo etnico distinto e prevalentemente sciita, rimangono tra le comunità più vulnerabili dell’Afghanistan. Il rapporto sottolinea che rientrano nella categoria dei gruppi etnici protetti ai sensi dell’Articolo II della Convenzione sul Genocidio, in base alla loro cultura, lingua e religione comuni. In quanto musulmani sciiti, sono anche un gruppo religioso protetto in un Paese in cui l’Islam sunnita è la fede dominante.

Nonostante gli impegni del Paese nei confronti dei trattati internazionali sui diritti umani, la comunità ha dovuto affrontare una violenza incessante, con scarsa protezione e scarsa responsabilità.

Il rapporto accusa i Talebani, in quanto autorità de facto, di aver violato la loro responsabilità di prevenire le atrocità e sostiene che la complicità del gruppo – talvolta attraverso il coinvolgimento diretto negli attacchi – ne acuisce la colpevolezza. Avverte inoltre che, ai sensi del diritto internazionale, gli altri Stati parte della Convenzione sul Genocidio sono obbligati ad agire.

“Data la duratura realtà della violenza sistematica contro gli Hazara e la concomitante cultura dell’impunità in Afghanistan, è giunto il momento che la comunità internazionale prenda in considerazione l’obiettivo e lo scopo della Convenzione di ‘prevenire e punire’ gli atti di genocidio contro questo gruppo”, afferma lo studio.

Il rapporto colloca i continui attacchi contro gli Hazara in una più ampia storia di persecuzioni. Alla fine del XIX secolo, l’emiro Abdur Rahman Khan lanciò una campagna che uccise o sfollò deliberatamente la maggior parte della popolazione Hazara. Le sue forze compirono esecuzioni di massa, violenze sessuali, riduzione in schiavitù e matrimoni forzati. Decreti di jihad e promesse di bottino alimentarono la violenza, mentre torri di teschi esposti nei bazar simboleggiavano il terrore. Donne e ragazze furono costrette a sposarsi o ridotte in schiavitù, e decine di migliaia di Hazara furono comprati e venduti nei mercati degli schiavi, con lo stato afghano che traeva profitto dal commercio. Gli studiosi stimano che più della metà della popolazione maschile Hazara perì in quelle campagne.

“Tali atrocità passate che hanno preso di mira le comunità, soprattutto se affrontate impunemente, rappresentano un segnale di allarme precoce e un fattore di rischio per ulteriori atrocità in futuro”, si legge nel rapporto. “Dovrebbero essere utilizzate per identificare e prevedere il grave rischio di genocidio, che a sua volta dovrebbe innescare il dovere di prevenzione”.

Il rapporto sottolinea che le atrocità contro gli Hazara sono continuate per tutto il XX secolo, con la comunità sottoposta a persistenti discriminazioni e persecuzioni. Evidenzia episodi particolarmente brutali dopo il ritiro sovietico nel 1989 e durante il primo regime talebano negli anni ’90.

Inquadrando il caso Hazara direttamente all’interno della Convenzione sul genocidio, il rapporto fornisce uno degli argomenti più convincenti finora a favore di un’azione internazionale urgente.

Tra le sue raccomandazioni, il rapporto chiede la creazione di un meccanismo delle Nazioni Unite per documentare e preservare le prove dei crimini contro gli Hazara, deferendo il caso Hazara alla Corte penale internazionale, come già fatto nel caso della persecuzione di genere, e avviando un procedimento presso la Corte internazionale di giustizia per le violazioni della Convenzione sul genocidio da parte dei talebani.

A livello nazionale, il rapporto esorta i governi di tutto il mondo ad avviare indagini strutturali sulle atrocità commesse dagli Hazara, a perseguire penalmente i cittadini sotto la giurisdizione universale e a imporre sanzioni agli individui responsabili di crimini contro la comunità.

La pubblicazione del rapporto avviene in un momento in cui il regime al potere in Afghanistan è sottoposto a un rinnovato esame da parte degli organismi internazionali. A luglio di quest’anno, la Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto nei confronti di due alti dirigenti talebani per crimini contro l’umanità basati sul genere.

Tuttavia, il rapporto del New Lines Institute avverte che gli organismi internazionali sono rimasti in gran parte in silenzio sulla difficile situazione degli Hazara, nonostante migliaia di morti e feriti causati da attacchi mirati dal 2021. Gli autori sostengono che la CPI dovrebbe esaminare la persecuzione degli Hazara “in modo più ampio, e come crimini contro l’umanità, persecuzione religiosa ed etnica e crimine di genocidio”.

 

Tribunale popolare sui talebani: un’iniziativa della società civile per documentare l’apartheid di genere

Zan Times, 19 agosto 2025, di Azadah Raz Mohammad*

Il 31 luglio 2025, quattro organizzazioni della società civile afghana hanno avviato il Tribunale popolare per le donne afghane presso il Tribunale permanente del popolo (PPT) per affrontare le sistematiche violazioni dei diritti umani subite da donne e ragazze dal ritorno al potere dei talebani il 15 agosto 2021. Questo rappresenta uno dei primi passi concreti compiuti dalle organizzazioni della società civile afghana e dai gruppi per i diritti umani per ottenere giustizia e responsabilità.

L’annuncio giunge in prossimità del quarto anniversario del violento regime talebano. L’obiettivo principale del tribunale è quello di dare potere e speranza al popolo afghano, in particolare alle donne, affinché esercitino la loro capacità di agire e di agire in difesa dei propri diritti. Allo stesso tempo, l’iniziativa mira a costruire relazioni, promuovere il dialogo e interagire con una giuria di giudici provenienti da tutto il mondo per garantire che le voci che chiedono responsabilità vengano ascoltate.

Questo storico tribunale, guidato dai cittadini, è un’iniziativa simile al Tribunale del Popolo sul Myanmar e all’attuale Tribunale di Gaza , in quanto funge da piattaforma semi-legale in grado di ascoltare testimonianze, raccogliere prove e fornire conclusioni relative alle presunte atrocità commesse dai Talebani. Inquadrando le azioni dei Talebani come crimini contro l’umanità e persecuzione di genere, persegue anche due obiettivi chiave: in primo luogo, attirare l’attenzione internazionale sull’oppressione di genere senza precedenti in atto sotto il regime talebano; e in secondo luogo, offrire alle donne afghane uno spazio in cui condividere le loro storie di persecuzione e resistenza.

Sebbene il tribunale non sia un organo giuridico formale, svolge un importante ruolo legale, politico e morale nel documentare gli abusi e nel richiamare l’attenzione sul crimine internazionale senza precedenti di persecuzione di genere perpetrato dai Talebani, nonché nel mantenere la pressione pubblica sulla comunità internazionale affinché tali abusi non vengano normalizzati. Pertanto, attraverso udienze pubbliche, testimonianze di vittime e sopravvissuti e analisi legali, il tribunale mira a costruire un resoconto completo della persecuzione di genere perpetrata dai Talebani, che altrimenti potrebbe rimanere ignorata o sottostimata.

Altrettanto importante, il Tribunale Popolare per le Donne dell’Afghanistan potrebbe svolgere un ruolo cruciale nel rafforzare la posizione della comunità internazionale di non riconoscimento dei Talebani, fornendo una documentazione credibile delle diffuse e sistematiche violazioni dei diritti umani, in particolare quelle che colpiscono donne e ragazze. Le sue conclusioni possono sottolineare l’incapacità dei Talebani di soddisfare gli standard fondamentali di una governance legittima secondo il diritto internazionale. Inoltre, le conclusioni del tribunale potrebbero rafforzare l’imperativo legale e morale per gli Stati di astenersi dal rimpatrio forzato dei rifugiati afghani, che corrono un rischio credibile di persecuzione sotto il regime talebano.

Il lavoro del tribunale ha un peso che va ben oltre il simbolismo. Le conclusioni del Tribunale potrebbero creare un resoconto credibile e accessibile degli abusi, che potrà orientare i futuri procedimenti legali presso la Corte penale internazionale (CPI) o le giurisdizioni nazionali, in base al principio della giurisdizione universale, e presso i tribunali afghani in un’era post-talebana. Allo stesso tempo, le conclusioni del Tribunale potrebbero orientare le risposte politiche al di là del mancato riconoscimento dei Talebani, includendo opzioni come sanzioni mirate.

Allo stesso modo, il Tribunale mira a fornire alle donne e alle ragazze dell’Afghanistan, un gruppo a lungo negato alla giustizia e le cui voci sono spesso messe a tacere, una piattaforma per chiedere giustizia e responsabilità, e denunciare gli abusi che hanno subito sotto il regime talebano. Alcune di queste violazioni includono il divieto per le ragazze di accedere all’istruzione secondaria e superiore, l’esclusione delle donne dal mondo del lavoro nella maggior parte dei settori pubblico e privato, gravi restrizioni alla libertà di movimento delle donne senza un tutore maschile e l’ arresto e la detenzione arbitrari di donne con vaghi pretesti morali. Tali pratiche non sono isolate o incidentali, ma fanno parte del deliberato quadro politico dei talebani volto a cancellare le donne dalla vita pubblica. Adottando un approccio incentrato sulle vittime, il Tribunale per le donne dell’Afghanistan offre uno spazio in cui le loro sofferenze vengono riconosciute e le loro richieste di giustizia e dignità vengono ascoltate a livello globale.

Pertanto, il tribunale è più di un atto di testimonianza; è una forma di resistenza, documentazione e difesa per le donne afghane. Riconquista uno spazio in cui possano parlare per sé stesse, per raccontare le loro storie di persecuzione e resistenza. Così facendo, non solo mette in luce la loro sofferenza, ma anche la loro protesta, resilienza, forza e leadership. Crea una contro-narrativa alla propaganda talebana e all’apatia globale che ha permesso ai crimini dei talebani di persistere in gran parte incontrollati.

Allo stesso tempo, mentre i meccanismi di responsabilità internazionale come la CPI si muovono intrinsecamente lentamente, il tribunale potrebbe integrare il loro lavoro raccogliendo prove e inquadrando le atrocità dei talebani tra i crimini contro l’umanità della persecuzione di genere e apportando chiarezza giuridica a concetti emergenti come l’apartheid di genere.

In definitiva, il Tribunale Popolare per le Donne dell’Afghanistan mira a fungere da strumento morale e legale per ricordare alla comunità internazionale di non distogliere lo sguardo dalle sofferenze delle donne e delle ragazze in Afghanistan. In un’epoca di stanchezza geopolitica e silenzio mediatico, il tribunale si rifiuta di lasciare che le atrocità dei talebani restino impunite, incontestate e non documentate.

In conclusione, il Tribunale Popolare per le Donne dell’Afghanistan è un’iniziativa importante che potrebbe contribuire a richiamare l’attenzione internazionale sulla persecuzione sistematica e istituzionalizzata basata sul genere da parte dei Talebani. Le conclusioni del tribunale creano una documentazione credibile delle atrocità commesse dai Talebani, che potrebbe orientare l’azione legale, plasmare la politica internazionale e sostenere futuri sforzi per la responsabilizzazione, testimoniando e chiedendo giustizia. L’iniziativa offre l’opportunità di essere una forza di verità, dignità e speranza per le donne dell’Afghanistan.

*Azadah Raz Mohammad è una giurista afghana e una dei procuratori del Tribunale popolare per le donne dell’Afghanistan.

[Trad. automatica]

Afghanistan. La Corte Penale internazionale dà la caccia ai leader taleban

Avvenire, 8 luglio 2025, di Angela Napoletano

Confermato l’ordine di arresto delle due massime autorità: il capo supremo Haibatullah Akhundzada e il ministro Abdul hakim Haqqani. L’accusa è di persecuzione contro le donne.

La Corte penale internazionale ha confermato, ieri, l’ordine di arresto delle due massime autorità dei taleban in Afghanistan emesso a gennaio dal procuratore capo Karim Khan. L’accusa che pende sulla testa dell’emiro Haibatullah Akhundzada, il leader supremo del regime islamico, e del ministro della Giustizia Abdul hakim Haqqani, è di «persecuzione contro le donne e le ragazze» e contro le persone «percepite come loro alleate». Reato che lo Statuto di Roma, fondativo della Corte dell’Aja, equipara a «crimine contro l’umanità».

I giudici si sono espressi sulla base delle prove raccolte a documentare gli abusi subiti dalla popolazione femminile da quando i taleban, il 15 agosto 2021, sono tornati al potere a Kabul: omicidi, detenzione, tortura, stupro e sparizione forzata. Al vaglio dei magistrati della Cpi sono finiti anche gli editti emessi a privare le donne e le ragazze afghane dei diritti inalienabili come quello all’istruzione, alla privacy e alla vita familiare, e delle libertà fondamentali come quelle di movimento, espressione, pensiero, coscienza e religione. Servirà, ci si chiede, a contenere la discriminazione sistematica delle donne istituzionalizzata dal governo dell’Emirato islamico?

Per le associazioni a tutela dei diritti umani la mossa è importante per dare speranza alle afghane, fuori e dentro il Paese, a farle sentire meno sole. Anche se non è ancora esecutiva perché legata a un fase preliminare del percorso giudiziario. A questa seguirà un processo e, solo dopo, una sentenza. Il pronunciamento è arrivato quattro giorni dopo il primo riconoscimento ufficiale dei taleban all’estero: venerdì scorso, l’Afghanistan oscurantista è diventato interlocutore ufficiale della Russia di Vladimir Putin. Alla vigilia del quarto anniversario del ritorno al potere, l’emiro Akhundzada ha come “padrino” un Paese che siede in Consiglio di sicurezza Onu.

Bennett: serve un approccio “a tutto campo” per porre fine all’oppressione sistematica di genere in Afghanistan

OHCHR, Comunicato stampa, 18 giugno 2024

Il modello di violazioni sistematiche dei diritti fondamentali delle donne e delle ragazze da parte dei talebani si è intensificato, causando danni immensi che hanno interessato generazioni e tutti gli elementi della società in Afghanistan, ha affermato oggi un esperto delle Nazioni Unite.

“L’istituzionalizzazione da parte dei Talebani del loro sistema di oppressione di donne e ragazze, e i danni che continua a radicare, dovrebbero sconvolgere la coscienza dell’umanità”, ha affermato Richard Bennett, Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan, che ha presentato il suo ultimo rapporto al Consiglio per i Diritti Umani, parlando a fianco delle donne afghane. “Queste violazioni sono così gravi ed estese che sembrano costituire un attacco diffuso e sistematico contro la popolazione civile, che potrebbe costituire crimini contro l’umanità. Questo attacco non solo è in corso, ma si sta intensificando”.

Bennett ha chiesto ai talebani di adottare misure immediate per porre fine al loro sistema di oppressione di genere che priva le donne e le ragazze dei loro diritti fondamentali.

Il Relatore speciale ha inoltre sollecitato un approccio “a tutto campo” per sfidare e smantellare il sistema istituzionalizzato di oppressione di genere dei talebani e per chiamare a risponderne i responsabili.

Questo approccio include l’uso di meccanismi di responsabilità internazionali, quali la Corte penale internazionale e la Corte internazionale di giustizia, nonché il perseguimento dei casi a livello nazionale secondo il principio della giurisdizione universale.

Ha inoltre raccomandato agli Stati membri di adottare il concetto di apartheid di genere e di sostenerne la codificazione, dopo aver ascoltato le donne afghane affermare che questo termine descrive al meglio la loro situazione.

Bennett ha affermato che è fondamentale che la società civile afghana, comprese le donne impegnate nella difesa dei diritti umani, partecipi in modo significativo alla riunione degli inviati speciali delle Nazioni Unite per l’Afghanistan che si terrà a Doha alla fine di questo mese e che i diritti delle donne e delle ragazze siano affrontati sia direttamente sia nell’ambito di discussioni tematiche.

“Il miglioramento dei diritti umani è fondamentale per un Afghanistan in pace con se stesso e con i suoi vicini. Non discutere di questo tema comprometterebbe sia la credibilità che la sostenibilità del processo”, ha affermato l’esperto.

Bennett ha affermato che prima di procedere a qualsiasi normalizzazione o legittimazione delle autorità de facto in Afghanistan, dovrebbero essere introdotti miglioramenti concreti, misurabili e verificati in materia di diritti umani.

“Gli afghani, in particolare le donne e le ragazze afghane, hanno dimostrato un coraggio e una determinazione straordinari di fronte all’oppressione dei talebani. La comunità internazionale deve dare prova di protezione e solidarietà, anche con azioni decise e basate su principi, che mettano i diritti umani al centro di tutto”, ha affermato Bennett.

 

Il Sig. Richard Bennett è il Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan . Ha assunto ufficialmente l’incarico il 1° maggio 2022. Ha prestato servizio in Afghanistan in diverse occasioni ricoprendo diversi incarichi, tra cui quello di Capo del Servizio per i Diritti Umani della Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA).

I Relatori Speciali fanno parte delle cosiddette Procedure Speciali del Consiglio per i Diritti Umani. Procedure Speciali, il più grande organo di esperti indipendenti nel sistema delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, è il nome generico dei meccanismi indipendenti di inchiesta e monitoraggio del Consiglio che affrontano situazioni nazionali specifiche o questioni tematiche in tutto il mondo. Gli esperti delle Procedure Speciali lavorano su base volontaria; non fanno parte del personale delle Nazioni Unite e non percepiscono alcun compenso per il loro lavoro. Sono indipendenti da qualsiasi governo o organizzazione e svolgono il loro servizio a titolo individuale.

Crimini di genere in Afghanistan: la CPI contro i leader talebani

Il Caffè Geopolitico, 7 marzo 2025, di Federica Leone

In 3 sorsi – Lo scorso 23 gennaio la richiesta di mandato d’arresto alla Corte Penale Internazionale (CPI) contro i leader talebani per il trattamento riservato alle donne afghane ha rappresentato una pietra miliare nella tutela dei diritti umani. I talebani, all’indomani dell’ascesa al potere nel 2021, hanno imposto regole draconiane sulle donne, rendendole sempre più escluse dalle attività istituzionali, lavorative e pubbliche. Un’apartheid di genere che ha sollevato accuse di crimini contro l’umanità, inducendo la comunità internazionale a ricorrere ad azioni giudiziarie contro la leadership talebana.

1. L’AFGHANISTAN E IL SUO CONTESTO POLITICO
Cerniera diplomatica tra Pakistan, Uzbekistan, Iran, Turkmenistan e Cina, la natura geografica afghana ha influenzato e influenza ancor oggi la storia di questo Stato. L’Afghanistan ha da sempre rappresentato un crocevia strategico tra Asia Meridionale e mondo occidentale, divenendo teatro di conflitti e di innumerevoli invasioni. Da mosaico etnico frammentato, si consolidò in un’unica entità statale nel 1746, mantenendo per oltre due secoli una relativa stabilità sotto il potere monarchico, nonostante le tensioni tribali. Il 1973 segnò una svolta con il colpo di Stato di Mohammed Daoud, il quale tentò una politica di equilibrio tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Tuttavia, nel 1978 il partito comunista Khalq rovesciò il regime, instaurando un Governo sostenuto da Mosca e caratterizzato da profonde divisioni interne. L’occupazione sovietica trovò resistenza nei mujaheddin, ai quali si affiancarono i talebani, militanti formatisi nelle scuole coraniche sotto la guida del Mullah Omar. Con il supporto di Osama bin Laden e Al Qaeda, i talebani imposero un regime fondamentalista, dominando il Paese fino all’intervento internazionale del 2001. Tuttavia, il ritiro delle truppe americane nell’agosto 2021 ha segnato il ritorno dei talebani al potere, riportando il Paese sotto un regime autoritario. Nel novembre 2022, il Governo talebano ha promulgato il Codice Akhundzada, un corpus normativo composto da trentacinque articoli e sottoscritto dal “Comandante dei fedeli”, con l’obiettivo dichiarato di promuovere la virtù e reprimere il vizio. Tale documento ha introdotto un ulteriore irrigidimento delle restrizioni sui diritti delle donne e sulle libertà individuali. In particolare, le disposizioni colpiscono le donne, imponendo loro non soltanto l’obbligo di coprire interamente il corpo negli spazi pubblici, ma anche il dovere di osservare il silenzio, poiché la voce femminile è ritenuta un potenziale strumento di corruzione morale.

2. APARTHEID DI GENERE
Le misure adottate dai fondamentalisti afghani, nei confronti delle proprie donne, sono state profondamente criticate da diverse organizzazioni per i diritti umani. Queste ultime hanno denunciato le politiche estremistiche dei talebani come una forma di persecuzione di genere, un crimine contro l’umanità ai sensi dello Statuto di Roma, ratificato nel 2003 dall’Afghanistan. Una reale apartheid di genere che vede l’esclusione delle donne da quasi ogni aspetto della vita pubblica compresi l’accesso all’istruzione, al sistema giudiziario e alle cure mediche. Persino la Procura della Corte Penale Internazionale ha giudicato il comportamento del regime talebano come una repressione pianificata contro una parte specifica della popolazione, istituendo un vero e proprio regime discriminatorio e oppressivo nei riguardi delle donne.

3. PROVVEDIMENTO DELLA CORTE E IMPLICAZIONI INTERNAZIONALI
L’eventuale decisione della Corte Penale Internazionale di emettere un mandato di arresto nei riguardi dei leader talebani rappresenterebbe un punto di svolta nella dottrina in materia di diritti umani. Ciononostante, ai fini di ottenere la possibilità concreta di arrestare e processare il regime talebano, questi mandati richiedono una solida cooperazione tra gli Stati membri. A giocare un ruolo determinante è pertanto la risposta della comunità internazionale. In particolare, Cina, Russia e Pakistan potrebbero influenzare l’esito del procedimento, ponendo effettivamente ostacoli sull’applicazione delle misure della Corte. In ottica diplomatica, l’istanza in oggetto potrebbe richiedere maggiori pressioni su Governi e Istituzioni affinché adottino rigide sanzioni contro il regime
talebano. Certamente, l’impatto di tali provvedimenti dipenderà dall’impegno tangibile degli attori coinvolti. In definitiva, l’iniziativa della CPI segna un passo cruciale nella condanna delle discriminazioni di genere e, più precisamente, nella difesa dei diritti delle donne afghane. Sebbene il percorso rimanga complesso, la comunità internazionale potrebbe intensificare la pressione sul regime afghano, favorendo un miglioramento delle condizioni di vita delle donne del Paese. Un intervento che potrebbe rappresentare un primo passo verso una giustizia effettiva e duratura, in grado di poter rompere il silenzio delle innocenti vittime afghane.

I Talebani respingono la Corte Penale Internazionale

Anirudh Sharma, Jurist News, 22 febbraio 2025

I talebani rifiutano la giurisdizione della CPI e dichiarano nulla l’adesione allo Statuto di Roma del 2003

Giovedì i Talebani hanno annunciato che l’Afghanistan non riconoscerà più la giurisdizione della Corte penale internazionale (CPI), in quanto, a loro dire, l’adesione del Paese allo Statuto di Roma del 2003 sarebbe da considerarsi legalmente nulla, dopo che il mese scorso il procuratore della CPI, Karim Khan, ha richiesto mandati di arresto per il leader supremo dei Talebani, Hibatullah Akhundzada, e per il Presidente della Corte suprema afghana, Abdul Hakim Haqqani.

I Talebani hanno accusato la Corte penale internazionale di parzialità politica e di non aver ritenuto gli occupanti stranieri responsabili delle atrocità commesse durante la campagna militare condotta dagli Stati Uniti in Afghanistan dal 2001 al 2021. Il gruppo ha inoltre sottolineato che le principali potenze globali, tra cui gli Stati Uniti, non sono firmatarie dello Statuto di Roma, affermando che è “ingiustificato che una nazione come l’Afghanistan, che ha storicamente sopportato l’occupazione straniera e la sottomissione coloniale, sia vincolata dalla sua giurisdizione”.

L’Afghanistan ha firmato lo Statuto di Roma nel 2003 sotto un governo sostenuto dall’Occidente, consentendo così alla CPI di perseguire i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità che si verificano nel territorio afghano. Tuttavia, i talebani, che hanno estromesso il governo precedente e preso il potere nell’agosto 2021, hanno dichiarato che tale decisione è ora priva di qualsiasi sostegno legale. ” In quanto entità che sostiene i valori religiosi e nazionali del popolo afghano nel quadro della Sharia islamica, l’Emirato islamico dell’Afghanistan non riconosce alcun obbligo nei confronti dello Statuto di Roma o dell’istituzione denominata “Corte penale internazionale” “, hanno affermato i talebani.

“In numerosi Paesi, tra cui l’Afghanistan, milioni di civili innocenti, soprattutto donne e bambini, hanno subito oppressioni e atti di violenza. Tuttavia, questo ‘tribunale’ ha clamorosamente fallito nell’affrontare queste gravi ingiustizie”, ha dichiarato il vice portavoce dei Talebani, Hamdullah Fitrat.

Il procuratore della CPI Karim Khan ha citato l’azione penale contro le donne, le ragazze e le persone LGBTQ+ afghane come elemento centrale dei mandati di arresto emessi nei confronti dei principali esponenti talebani. La persecuzione basata sul genere viola l’articolo 7 (1) (h) dello Statuto di Roma ed è considerata un crimine contro l’umanità. Secondo quanto riportato dall’UNESCO nell’agosto 2022, almeno 1,4 milioni di ragazze afghane non hanno ricevuto l’istruzione secondaria sotto il governo talebano.

L’amministrazione talebana respinge queste affermazioni, sostenendo che il suo governo è in linea con gli insegnamenti radicati nei comandi divini. “Ogni decreto che emette è basato sulla consultazione con gli studiosi e deriva dal Corano e dagli Hadith [detti del profeta dell’Islam] e rappresenta i comandi di Allah”, ha dichiarato il portavoce del governo.

Sebbene il governo talebano abbia ritirato la sua adesione allo Statuto di Roma, la CPI mantiene la giurisdizione sui crimini commessi prima del ritiro, secondo quanto stabilito dall’articolo 127 dello Statuto di Roma.