Le donne in Afganistan: l’apartheid sessuale che il mondo fa finta di non vedere. E che ci riguarda tutte e tutti.
monicalanfranco.substack.com 22 agosto 2026

Le voci arrivano chiare, ma spesso il collegamento cade: non si tratta di una call tra le tante: è la conferenza stampa, realizzata da Cisda (Collegamento Italiano Sostegno Donne Afgane) a pochi giorni dal 15 agosto, triste anniversario di quando i talebani ripresero, 5 anni fa, il controllo del paese.
Non è una data felice per Nihal, Bahin e le altre, che si alternano a rispondere, da diverse località afgane, rigorosamente senza video e con nomi di fantasia, perché non è sicuro per loro essere in collegamento con una trentina di giornaliste e attiviste italiane.
Sono le donne di Rawa (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan), la più antica organizzazione femminista e laica afghana, fondata a Kabul nel 1977 da Meena Keshwar Kamal.
Rawa lotta da allora per i diritti umani, per la scolarizzazione delle bambine e delle ragazze, la democrazia e la giustizia sociale, opponendosi a ogni forma di fondamentalismo e occupazione. Conobbi Rawa per la prima volta nel 2001, quando una delle sue attiviste, la allora giovane Orzala Ashraf Nemat, partecipò a Genova all’appuntamento femminista PuntoG-Genova, genere, globalizzazione a giugno 2001, un mese prima del G8. La ricordo, emozionata e timida, senza velo, sfilare da sola accanto ad una donna con indosso il burka. Una denuncia silenziosa e tangibile del carcere portato letteralmente addosso dalle donne nel suo paese. Nel corso di queste settimane quasi tutti i giornali, le radio e le tv hanno parlato dell’anniversario, ma pochi media hanno illuminato la condizione delle donne, citata sì perché non farlo è inevitabile, ma mettendo insieme la loro cancellazione con le condizioni economiche, la povertà, la fame e denutrizione dell’infanzia: insomma il fatto che metà della popolazione per motivi religiosi sia in condizione di schiavitù non sembra un problema. Un reportage come quello di Sarah Little su The economist che scrive “In Afghanistan, e in molti altri luoghi, le donne sono trattate in modo orribile. I talebani rappresentano l’estremo opposto di un continuum globale di restrizioni alla vita delle donne, che è davvero raro da trovare”. Viene il sospetto che, se si tratta di donne, sia meglio annacquare il brodo dell’indignazione se si toccano argomenti come il fondamentalismo religioso islamico, per evitare di incorrere in critiche che toccano presunte e varie sensibilità: una denuncia fatta da sinistra per tutta la vita da molte attiviste femministe, come la compianta Marieme Helie Lucas, morta ad agosto, sulla quale trovate informazioni qui
Cosa sono riuscite a dirci le attiviste collegate nell’ora e mezza di colloquio?
“Intanto, cinque anni dopo, i talebani non sono cambiati. L’unica cosa forse diversa è che sono diventati più spietati, – raccontano-. Ora hanno un forte supporto finanziario e accesso alla tecnologia ed è così che controllano la privacy delle persone, rendendo difficili e pericolosi i contatti con l’esterno. Ci sono molti esempi. Per ottenere una sim card dobbiamo mostrare la nostra carta d’identità elettronica, attraverso la quale è possibile ottenere tutte le informazioni, comprese quelle biometriche, che ci riguardano. Inoltre, soprattutto in alcune province lontane dal centro dell’Afghanistan, le donne non possono ottenere sim card a proprio nome. Ciò significa che i talebani ottengono informazioni sulle famiglie, sugli uomini della famiglia per controllarli. In alcune zone dell’Afghanistan la rete viene utilizzata per sapere quando due o tre persone parlano tra loro: il Ministero del Vizio e della Virtù utilizza la rete per questo. I funzionari ascoltano le voci di persone che parlano di questioni specifiche. In alcune province, come quella di Herat, hanno individuato chi ha partecipato alle manifestazioni di protesta tramite i numeri delle loro schede sim, rivolgendosi agli operatori delle telecomunicazioni e chiedendo loro di fornire le registrazioni vocali”.
I talebani, raccontano le attiviste, hanno anche ricevuto sostegno internazionale, da quel tremendo agosto, quando le immagini televisive ci rimandavano le disperate braccia tese di madri e padri che sollevavano in alto bambini e bambine oltre le reti, sperando che, dall’altra parte, ci fosse chi li avrebbe presi, ora che era chiaro che loro non ce l’avrebbero fatta a partire con i pochi aerei che stavano lasciando il suolo afgano.
“Da allora i talebani sono stati normalizzati- è l’accusa delle attiviste-. Ancora oggi alle ragazze è vietato l’accesso alle scuole secondarie e alle università. Siamo estromesse dal mondo del lavoro e dalla vita pubblica; i movimenti, l’abbigliamento, lo stare nello spazio pubblico, tutto è sottoposto ad un controllo rigidissimo. Non solo è vietato alle donne l’accesso agli uffici o il lavoro fuori casa, ma è vietato anche il lavoro da casa, e quindi è bandita qualsiasi attività produttiva. Non si tratta di qualche singola imposizione, ma di una segregazione sistematica. Per questo la chiamiamo apartheid sessuale: l’esclusione e il controllo sistematici delle donne, semplicemente perché sono donne”.
Molto delicata e purtroppo negativa la situazione delle relazioni con la comunità internazionale.
“I governi e le Nazioni Unite riconoscono indirettamente il governo talebano, e questo dà loro forza. Quando gli Stati Uniti o l’Onu danno ai talebani, ogni settimana, 40 milioni di dollari, direttamente o indirettamente, questa è una sorta di riconoscimento da parte di un altro paese. E poi c’è il fenomeno del ‘turismo’: quando alcune persone provenienti da fuori dell’Afghanistan, dicendosi visitatori o turisti, girano video in Afghanistan, ad esempio per le strade di Kabul e mostrano che non ci sono problemi di sicurezza, che va tutto bene, questo dice al mondo che in Afghanistan le cose sono normali. Ma le persone che vengono da quei paesi mostrano al mondo un’immagine idilliaca dell’Afghanistan e il mondo non vedrà i fatti reali. Anche questo è una sorta di riconoscimento. I video su YouTube sono visti da persone in tutto il mondo, ma in realtà sono dei falsi perché alcuni di questi YouTuber sono sostenuti dai talebani che li sostengono finanziariamente per i loro obiettivi. Parlano solo di cibo, di luoghi per picnic: ma nessuno parla di povertà, della situazione delle donne. Secondo noi anche questo fa parte del progetto che sta normalizzando i talebani. Normalizzano le diverse regole che vengono applicate quotidianamente contro le donne, contro i bambini, contro tutto il popolo afghano”.
In questa situazione sembra difficile pensare che ci siano uomini che sostengono l’azione di Rawa, che ora è diventata quasi impossibile visto che i progetti in ambito educativo sono vietati. Il governo non accetta questo tipo di attività se riguardano l’istruzione femminile. Ad esempio vengono accettati solo progetti che distribuiscono beni e servizi alle famiglie. Ad una organizzazione umanitaria che stava preparando una proposta per un progetto il governo ha cambiato la parola “donne” nel testo.
I talebani hanno detto loro di usare “famiglia” al posto di “donne”, perché la parola “donne” è vietata anche sui documenti firmati dal Ministero dell’Istruzione, dal Ministero dell’Economia, dal Ministero del Lavoro e da altri ministeri simili. Eppure qualche squarcio di luce arriva se si chiede alle attiviste se ci siano uomini che le supportano.
“Nella situazione attuale è anche grazie al supporto dei membri maschili della famiglia se riusciamo a esistere perché in alcune attività che svolgiamo l’aiuto degli uomini della famiglia è indispensabile. Ad esempio quando abbiamo squadre sanitarie in diverse province dell’Afghanistan, ci avvaliamo dell’aiuto degli uomini della famiglia durante gli spostamenti e abbiamo il loro supporto. Durante gli spostamenti, quando i talebani chiedono informazioni sul mahram [familiare maschio che deve accompagnare le donne ndr], quando chiedono “C’è un membro maschile della vostra famiglia?”, ad esempio un marito, un fratello o un padre, ci sono i nostri amici, i nostri familiari che ci aiutano a essere forti, a viaggiare da una provincia all’altra dell’Afghanistan. E questa lotta, queste attività, senza l’aiuto dei membri maschili della nostra famiglia sarebbero impossibili, perché le donne non possono uscire di casa senza uomini. Se a casa ci sono bambini o bambine gli uomini delle attiviste di Rawa aiutano le donne con le faccende domestiche, con la cura dei bambini. Sono cose molto semplici, ma di grande aiuto per le donne, perché le rendono forti, capaci di lavorare con una mente lucida e senza lo stress derivante dalle difficoltà domestiche, dai figli, dalle faccende di casa e anche dalle regole dei talebani”.
L’impotenza di fronte a questa situazione si fa angosciosamente strada mentre ascoltiamo le loro parole che vanno e vengono durante il collegamento e dunque viene spontaneo chiedere loro se e come possiamo aiutarle, di cosa c’è bisogno da qui, da noi, che calchiamo lo stesso pianeta eppure a qualche ora di aereo sappiamo che loro vivono in una dimensione che sembra un film distopico e terrorizzante.
“Ogni volta che vi diciamo che siete con noi e che siete la voce delle donne afghane è molto importante per noi. Il fatto che vi interessiate alla situazione in Afghanistan e che ne parliate ad altre donne, ad altre persone nel mondo, è una forma di sostegno che ci aiuta a crescere e a migliorare.
Inoltre, il fatto che informiate i popoli del mondo sulla situazione in Afghanistan è molto importante per noi e apprezziamo molto questo tipo di attività che svolgete per le donne afghane.
Potete sostenerci anche attraverso il vostro aiuto finanziario, attraverso i discorsi che fate su di noi, attraverso le opportunità che ci date di parlare, di essere la voce delle donne afghane. Questo è il tipo di sostegno che ci offrite e ve ne siamo molto grate”.


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