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L’ipocrisia dell’Unione europea

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Beatrice Biliato, CISDA, 26 Giugno 2026
Mentre continua a proclamarsi campione mondiale dei diritti umani, l’Unione Europea ha appena compiuto uno dei passi più controversi e politicamente ambigui degli ultimi anni: accogliere una delegazione talebana nel cuore dell’Europa per discutere di rimpatri, migrazione e cooperazione consolare. Una scelta che segna un precedente pericoloso e che rischia di trasformare la realpolitik europea in una clamorosa resa alle richieste talebane.

Ed è proprio qui che emerge l’ipocrisia dell’Unione europea.

Per anni Bruxelles ha sostenuto che qualsiasi forma di riconoscimento del regime talebano sarebbe stata subordinata a condizioni precise: rispetto dei diritti umani, tutela delle donne, inclusività politica e garanzie fondamentali per la popolazione afghana – e l’ultima di queste dichiarazioni è avvenuta pochi giorni fa al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Nessuna di queste condizioni è stata soddisfatta. Al contrario.

Dal ritorno al potere nell’agosto 2021 i Talebani hanno cancellato l’istruzione femminile oltre il livello primario, escluso le donne da gran parte del lavoro pubblico, limitato drasticamente ogni loro libertà, instaurando un sistema che, sempre più diffusamente nell’opinione pubblica e nelle istituzioni internazionali, e dalla stessa Unine europea, viene descritta apertamente come apartheid di genere, messa in atto da un governo fondamentalista che non deve essere riconosciuto formalmente, né agevolato nei fatti. Eppure oggi le istituzioni europee hanno deciso di contraddire tutti i principi dichiarati.

Le voci contrarie

La parlamentare europea Hannah Neumann è stata tra le voci più dure contro questa decisione. Il suo messaggio è semplice e dirompente nella sua chiarezza: non esistono colloqui “tecnici” con i Talebani. Ogni invito, ogni visto, ogni incontro ufficiale costituisce un segnale politico. E il segnale inviato questa settimana è che i Talebani possono ottenere accesso alle istituzioni europee senza aver cambiato di una virgola le proprie politiche repressive.

La questione centrale è che i Talebani non cercano soltanto accordi amministrativi. Cercano legittimità internazionale.

Dopo quasi cinque anni di isolamento diplomatico, qualsiasi fotografia di gruppo a Bruxelles, qualsiasi comunicato che parli di incontri con funzionari europei, diventa propaganda preziosa per Kabul. Il messaggio che il regime può trasmettere alla propria popolazione e ai sostenitori internazionali è semplice: l’Europa ci riceve, l’Europa tratta con noi, l’Europa ci considera interlocutori.

Le organizzazioni per i diritti umani lo hanno capito perfettamente. Amnesty International ha definito “sconsiderata” l’idea di costruire accordi di deportazione con un regime che continua a violare sistematicamente i diritti fondamentali e ha chiesto di interrompere ogni cooperazione finalizzata ai rimpatri forzati verso l’Afghanistan.

Anche un gruppo di parlamentari europei, ex parlamentari afghani e attivisti ha denunciato il rischio di normalizzazione del regime talebano. In una lettera aperta alle istituzioni europee, i firmatari hanno ricordato che il movimento islamista non ha rispettato nessuno dei criteri fissati dall’UE per l’avvio di relazioni ufficiali. Hanno inoltre avvertito che la cooperazione sui rimpatri potrebbe trasformarsi in una sorta di ricatto politico: concessioni diplomatiche in cambio della collaborazione sul controllo migratorio.

L’Afghanistan non è un paese sicuro

Ma c’è un altro elemento che rende questa vicenda ancora più inquietante.

Mentre Bruxelles discute di deportazioni, le Nazioni Unite continuano a documentare arresti arbitrari, torture, sparizioni forzate e persecuzioni sotto il regime talebano. Lo stesso relatore speciale dell’ONU per i diritti umani in Afghanistan, Richard Bennett, ha ricordato che il principio di non-respingimento vieta il trasferimento di persone verso Paesi nei quali esiste un rischio concreto di persecuzione o tortura. Nessuna assicurazione fornita dalle autorità talebane è credibile e può annullare tale rischio.

E invece in questi giorni l’UE ha approvato in grande spolvero un nuovo regolamento sui rimpatri che facilita e rende più rapide e uniformi le procedure per espellere i migranti che non ci fanno comodo.

Come può l’Unione Europea sostenere contemporaneamente che l’Afghanistan sia troppo pericoloso per riconoscere il governo talebano ma sufficientemente sicuro per deportarvi migliaia di persone?

È una contraddizione che sta alla base dell’intera politica estera europea.

Da paria a interlocutori

Dietro questa contraddizione si intravede la crescente pressione interna sui governi. L’immigrazione è diventata uno dei temi più sensibili del dibattito politico europeo e molti esecutivi cercano strumenti per aumentare le espulsioni dei richiedenti asilo respinti. E’ in questa logica che i Talebani vengono trasformati da paria internazionali a interlocutori necessari.

Ma il rischio è che i principi vengano sacrificati alla politica securitaria.

Bruxelles insiste nel sostenere che questi incontri non equivalgono a un riconoscimento formale.

Tecnicamente è vero, politicamente no. Perché nella diplomazia internazionale i simboli contano quanto i documenti ufficiali. Perciò quando un regime accusato di repressione sistematica viene ricevuto nelle istituzioni europee, il messaggio che arriva al mondo è chiaro.

L’Europa può continuare a ripetere che non sta legittimando i Talebani. Ma ogni incontro, ogni visto e ogni tavolo negoziale raccontano una realtà diversa, di compromissione con il regime talebano, nella quale la difesa dei diritti umani rischia di diventare negoziabile quando entra in conflitto con le esigenze della politica migratoria.

Come ha affermato Bennett, l’incontro tra funzionari europei e rappresentanti talebani a Bruxelles rappresenta “un insulto alle donne afghane”. Questo è il punto: mentre milioni di donne e ragazze afghane sono private dell’istruzione, escluse dalla vita pubblica, dal lavoro e dalla partecipazione politica, i loro oppressori vengono ricevuti nelle capitali europee come interlocutori legittimi.

La presenza dei Talebani a Bruxelles non è un semplice incontro tecnico, ma il simbolo di una comunità internazionale che rischia di abituarsi all’apartheid di genere imposto dal regime e di considerarlo un fatto compiuto anziché una violazione da combattere.

 

 

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