Louis Perez racconta il “diario” di Denise Bilgin sulla resistenza a Kobanê (*)
labottegadelbarbieri.org 24 maggio 2026

«Per molti anni la città ebbe due nomi diversi. Nella lingua parlata da chi viveva lì è Kobanê… nei documenti ufficiali è Ayn al Arab, l’occhio degli arabi». Uno dei luoghi in cui più si è combattuto durante l’assedio di Kobanê è il cartello di benvenuto in città, finalmente scritto in curdo. Quando l’Isis prevalse il cartello fu portato in salvo, come un simbolo, da una postazione all’altra: «a volte nel fango di una trincea, altre in una casa distrutta o sulle spalle di un combattente». Dopo la liberazione tornò al suo posto. Potenza dei simboli.
Si combatte a Kobanê fra le macerie dal 14 settembre 2014 fino al 26 gennaio 2015 quando gli uomini senza colori (dello Stato Islamico) vengono cacciati. Per ognuno di quei giorni in guerra, casa per casa, Denise Bilgin racconta una storia.
La resistenza non fu solo dei curdi, finalmente uniti dopo che il loro Paese era stato spezzato in 4 parti. C’erano le altre minoranze (etniche e religiose) di quelle zone. E poi vennero da ogni parte del mondo – pochi ma decisi – a sostenere il loro sogno. A combattere l’Isis, la Turchia che l’armava e le superpotenze mondiali che restavano in silenzio, fingendosi neutrali. Così «tutto il mondo fu costretto a vedere Kobanê».
Avevano armi migliori gli uomini vestiti in nero eppure non vincevano. Ed erano terrorizzati dalle combattenti: se li avesse uccisi una donna non sarebbero potuti andare «in quel paradiso per cui avevano trasformato la terra in un inferno». E poi «lo zilgit li faceva diventare pazzi». Zilgit in turco o tilîlî in curdo: l’urlo fatto dalle donne muovendo la lingua velocemente in alto e in basso. «Un grido di battaglia, di vittoria e di felicità», insopportabile per i soldati dello Stato Islamico.
In mezzo a quella resistenza non ci sono eroi tutti di un pezzo. Eppure combattono fino all’ultimo. Ha finito i proiettili Revana ma si ricorda di una strana pioggia di nuvole e allora il suo corpo piove sui nemici..
C’é anche Karim, venuto dall’Italia. C’è Maria, dall’Argentina che cura i feriti. Chiseke dallo Zambia gioca con i bambini di Kobanê. Altri, in tutto il mondo, raccontano quello che accade. «Uno per uno, insieme hanno creato un mito». Una città magica rasformò in realtà i sogni di molte persone. Buttando giù confini e tabù.
Siteyra seppellisce i morti cospargendoli di chicchi: «i semi non muoiono mai, rinascono a primavera. Anche l’essere umano è così. Cade nella terra per iniziare una nuova vita»
(*) questa recensione è uscita – al solito: parola più, parola meno – sul numero di maggio del mensile «Le Monde Diplomatique» che, come sempre, è in edicola con il quotidiano «il manifesto».


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