ONU e Afghanistan: “coinvolgimento senza riconoscimento”

Nessun riconoscimento formale, ma sempre più dialogo. È questa la linea che emerge dall’ultima Risoluzione del Consiglio di Sicurezza sull’Afghanistan: mentre i diritti umani continuano a deteriorarsi sotto il regime talebano, la comunità internazionale punta a mantenere aperti i canali con Kabul, privilegiando stabilità e sicurezza rispetto alla difesa dei diritti delle donne.
Beatrice Biliato, CISDA, 6 luglio 2026
Mentre in Afghanistan libertà e diritti continuano a sprofondare e una popolazione ormai esasperata tenta di opporsi alle imposizioni che riguardano perfino i centimetri delle barbe e dell’hijab, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito a giugno per decidere il futuro dell’UNAMA e del sostegno internazionale all’Emirato talebano.
Mettere d’accordo tutti non è stato semplice. È servita la paziente mediazione della Cina – che nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha assunto il ruolo di Stato guida nella conduzione dei negoziati e nella predisposizione dei progetti di risoluzione relativi al dossier afghano – per arrivare a un testo condiviso.
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ToggleCambiare il nome senza cambiare la sostanza
Il primo terreno di scontro è stato il nome con cui definire il governo dei talebani. Tutti, almeno formalmente, continuano a rifiutarne il riconoscimento — con l’eccezione della Russia, che lo ha già concesso. Ma proprio la scelta delle parole rivela l’ambiguità della politica internazionale: da un lato si condannano le sistematiche violazioni dei diritti umani, soprattutto nei confronti delle donne; dall’altro si costruiscono strumenti sempre più stabili di interlocuzione con le stesse autorità che quelle violazioni continuano a imporre.
L’ONU continua così a muoversi su un doppio binario: rifiuta formalmente il governo talebano, ma allo stesso tempo lavora per mantenerne aperti i canali diplomatici che lo mantengano in piedi, convinta che non esista oggi un’alternativa politica praticabile.
Non sembra infatti ritenere credibile né interessante l’alternativa della diaspora afghana, composta da ex governanti, parlamentari, politici della precedente Repubblica, sebbene le sue esponenti vengono spesso valorizzate nelle conferenze internazionali come simboli della difesa dei diritti delle donne, usate come trofei ma raramente considerate protagoniste di un’alternativa politica credibile.
Quindi si cambia il linguaggio. La definizione di “governo de facto” utilizzata finora, considerata dagli Usa potenzialmente idonea a implicare un riconoscimento, viene sostituita dalla formula più neutra di “autorità competenti”. Apparentemente un irrigidimento. In realtà, più che modificare la sostanza dei rapporti, cambia semplicemente la terminologia con cui li si descrive.
Lo sdoganamento dei fondi congelati
Se sul piano simbolico il linguaggio diventa più prudente, sul piano concreto la Risoluzione va nella direzione opposta. Accoglie infatti la richiesta, sostenuta soprattutto dalla Cina, di riaprire l’utilizzo delle riserve della banca centrale afghana congelate all’estero.
Formalmente la Risoluzione non dispone lo sblocco dei fondi a favore del governo talebano, né affida a loro la gestione. Parla di risorse destinate al popolo afghano. Ma evita accuratamente di chiarire chi dovrà amministrarle, con quali controlli e attraverso quali garanzie.
E se il controllo continuerà a essere affidato all’UNAMA, che fino a questo momento si è limitata a osservare le intromissioni e l’accaparramento del governo dei talebani nella distribuzione degli aiuti umanitari, senza poter, o voler, intervenire, è facile prevedere che il condizionamento esercitato dai talebani sarà pesante.
È proprio questa ambiguità deliberata che ha permesso ai membri del Consiglio di Sicurezza di trovare un consenso quasi unanime sulla Risoluzione finale.
UNAMA prorogata: cambia il contesto, non la missione
Alla vigilia della riunione molti osservatori ritenevano che forse sarebbe stato rimesso realmente in discussione il ruolo dell’UNAMA in questo vertice. È accaduto l’opposto. La missione è stata prorogata per un altro anno, confermando quella che appare ormai la sua funzione principale: mantenere il sostegno internazionale all’Afghanistan dei talebani.
Prima finanziava e sosteneva la Repubblica afghana; dal 2021 garantisce, attraverso gli aiuti umanitari, la sopravvivenza economica di un governo che continua a dichiarare di non considerare lo sviluppo economico e il benessere della popolazione una propria priorità politica.
Il paradosso dell’ONU: dialogo senza condizioni
È proprio qui che emerge la principale contraddizione della strategia ONU. Da un lato ribadisce che ogni futura legittimazione internazionale dipende dal rispetto dei diritti umani; dall’altro continua a sostenere un Processo di Doha che, per volontà dei talebani, ha escluso sistematicamente proprio quei diritti dal tavolo negoziale.
Per non interrompere il dialogo, la questione dei diritti delle donne è stata progressivamente accantonata. Si è parlato di terrorismo, assistenza umanitaria e stabilità regionale, ma non delle libertà fondamentali. Il dialogo è diventato un fine in sé, non più uno strumento per ottenere cambiamenti.
La Risoluzione 2626 non riconosce il governo talebano, ma non lo isola nemmeno. Conferma invece la linea del “coinvolgimento senza riconoscimento”.
È una formula che permette all’ONU di continuare a finanziare l’assistenza umanitaria indispensabile alla popolazione afghana, ma che, inevitabilmente, contribuisce anche alla sopravvivenza politica dell’Emirato.
Come si posizionano gli Stati nei confronti dei talebani
Esaurite le dichiarazioni di principio sui diritti umani, il vero confronto con Kabul viene ormai lasciato alle iniziative dei singoli Stati. E’ a questo livello che, sempre più chiaramente, si sta decidendo il futuro delle relazioni internazionali con l’Afghanistan talebano.
Russia: il primo riconoscimento ufficiale
Mosca è il primo e finora unico Paese ad aver riconosciuto formalmente l’Emirato islamico, rimuovendo anche i talebani dalla lista delle organizzazioni terroristiche. Punta a consolidare una partnership strategica con Kabul attraverso cooperazione economica e militare, pur senza imporre condizioni legate ai diritti umani.
Cina: sicurezza, miniere e leadership diplomatica
Pechino mantiene un approccio pragmatico, concentrato su sicurezza, stabilità regionale e interessi economici. Le priorità sono il controllo del corridoio del Wakhan, la tutela dello Xinjiang, lo sfruttamento delle risorse minerarie e l’integrazione dell’Afghanistan nella Belt and Road Initiative. In sede ONU, la Cina ha assunto un ruolo diplomatico sempre più centrale, sostenendo con la Russia il dialogo con Kabul e lo sblocco delle riserve afghane.
India: dialogo per contenere il Pakistan
Pur senza riconoscere il governo talebano, Nuova Delhi ha rafforzato i rapporti con Kabul per contenere l’influenza pakistana. Ha intensificato la cooperazione politica ed economica e sostiene una revisione del regime sanzionatorio internazionale.
Pakistan: un rapporto sempre più difficile
I rapporti con i talebani si sono deteriorati rispetto al 2021 a causa delle tensioni di confine e delle accuse reciproche di sostegno a gruppi armati. Islamabad continua a sostenere il dialogo, ma chiede ai talebani di impedire al TTP di utilizzare il territorio afghano per colpire il Pakistan.
Turchia: cooperazione senza riconoscimento
Ankara mantiene una presenza diplomatica e una cooperazione attiva nei settori della sicurezza, del commercio e dei trasporti, senza procedere al riconoscimento formale. Continua a sostenere i diritti delle donne, ma non li pone come condizione per il dialogo.
Stati Uniti: sicurezza prima di tutto
Washington concentra la propria politica su antiterrorismo, sicurezza e liberazione dei cittadini americani detenuti in Afghanistan. Accusa i talebani di utilizzare gli ostaggi come leva negoziale e chiede una revisione del mandato della missione ONU UNAMA in chiave più orientata alla stabilizzazione. Nell’ultimo anno ha ridotto fortemente i finanziamenti destinati all’Afghanistan, mantenendo solo gli aiuti salvavita e chiedendo controlli più rigorosi sulla destinazione dei fondi.
Unione Europea: pragmatismo sotto pressione
L’UE ribadisce il mancato riconoscimento del governo talebano e il sostegno ai diritti delle donne, ma ha avviato forme di cooperazione tecnica con Kabul su migrazione, assistenza consolare e documentazione. Una linea pragmatica contestata da parte del Parlamento europeo e delle organizzazioni per i diritti umani.
Iran: dialogo obbligato e tensioni aperte
Teheran considera inevitabile il dialogo con i talebani per garantire sicurezza, commercio e gestione dei rifugiati. Restano tuttavia aperte tensioni su risorse idriche, tutela delle comunità sciite e questioni migratorie.
Asia centrale: stabilità e interessi economici
I Paesi della regione privilegiano stabilità e sicurezza, puntando a contrastare estremismo, traffici illeciti e ISIS-K e a sviluppare collegamenti commerciali. L’Uzbekistan guida il riavvicinamento economico, mentre il Tagikistan incarna l’approccio più prudente.
Medio Oriente: mediazione e relazioni operative
Prevale una politica di dialogo senza riconoscimento formale. Il Qatar resta il principale mediatore tra Kabul e l’Occidente; Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita mantengono rapporti operativi e programmi umanitari, mentre il Kuwait ha recentemente accettato diplomatici nominati dai talebani.
Nel complesso, l’orientamento internazionale si sta spostando dall’isolamento a un dialogo sempre più strutturato con i talebani: il riconoscimento diplomatico resta limitato, ma un numero crescente di Stati considera ormai necessario mantenere relazioni operative con Kabul per ragioni di sicurezza, stabilità e interesse strategico.


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