Una generazione tra due culture: in che modo la migrazione sta trasformando l’identità dei giovani afghani?

Shafaq Hamrah, Facebook, 8 agosto 2026
La migrazione è uno dei più importanti fenomeni socioculturali contemporanei e modifica profondamente la struttura identitaria delle comunità migranti. Per gli afghani, la migrazione non rappresenta soltanto uno spostamento geografico, ma crea una profonda frattura nella narrazione collettiva, nella memoria culturale e nel senso di appartenenza.
La nuova generazione di afghani — cioè coloro che sono nati fuori dall’Afghanistan oppure emigrati durante l’infanzia o l’adolescenza — si trova ad affrontare interrogativi identitari complessi che né la generazione precedente né i loro coetanei rimasti in Afghanistan hanno sperimentato nello stesso modo.
Secondo il rapporto di Shafaqna Afghanistan, la domanda centrale è come la migrazione abbia ridefinito, frammentato o ricostruito l’identità multilivello della nuova generazione afghana, comprendente dimensioni nazionali, etniche, linguistiche, religiose e culturali. L’articolo cerca di rispondere a questa domanda attraverso un’analisi multidimensionale.
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ToggleLe origini storiche della migrazione afghana
Per comprendere la situazione identitaria della nuova generazione è necessario conoscere innanzitutto il contesto storico della migrazione afghana.
La prima grande ondata migratoria iniziò dopo l’invasione sovietica del 1979, quando milioni di afghani cercarono rifugio soprattutto in Pakistan e Iran.
Dopo il ritiro sovietico, le guerre civili del 1992-1996 produssero una seconda ondata. Con l’ascesa dei talebani nel 1996 si sviluppò una terza ondata, questa volta verso destinazioni che comprendevano anche Europa, Stati Uniti e Australia.
Dopo il 2001, l’insicurezza persistente e la povertà mantennero la migrazione come un fenomeno continuo e crescente. Infine, la caduta della Repubblica nell’agosto 2021 e il ritorno dei talebani al potere provocarono la più grande ondata migratoria afghana dell’epoca contemporanea.
Le stime indicano che entro il 2025 circa sei-sette milioni di afghani vivono fuori dal Paese. Più di tre milioni si trovano in Iran, una parte significativa dei quali senza documenti di soggiorno regolari. Circa un milione e mezzo-due milioni vivono in Pakistan, mentre centinaia di migliaia di altri risiedono in Turchia, Germania, Australia, Stati Uniti e Canada.
Un elemento particolarmente importante è che una parte consistente di questa popolazione ha meno di 25 anni: proprio la generazione sulla quale si concentra il rapporto.
Il punto analitico fondamentale è che, a differenza della prima generazione, la nuova generazione spesso non possiede un ricordo diretto dell’Afghanistan, oppure ne conserva ricordi limitati e mediati. Ciò trasforma l’Afghanistan da una realtà vissuta in una rappresentazione astratta, con conseguenze profonde sulla formazione dell’identità.
Le dimensioni dell’identità influenzate dalla migrazione
L’identità non è un fenomeno a una sola dimensione e la migrazione influenza diversi suoi livelli.
Il primo è l’identità nazionale. La prima generazione conosceva l’Afghanistan come una patria concreta, fatta di strade, odori, suoni e ricordi sensoriali. La nuova generazione, invece, conosce l’Afghanistan soprattutto attraverso i racconti orali della famiglia, i media e i social network.
Di conseguenza, il sentimento di appartenenza nazionale può diventare più debole e, in alcuni casi, essere sostituito da vergogna, indifferenza oppure da un idealismo estremo.
Il secondo livello è l’identità etnica. All’interno dell’Afghanistan, l’identità etnica era legata alla geografia, agli accenti locali e alle interazioni quotidiane. Nella diaspora questi confini possono attenuarsi, soprattutto nella seconda e terza generazione cresciuta in ambienti multiculturali.
Al contrario, possono anche essere riprodotti in maniera più radicale e ideologica, soprattutto online.
Si è così sviluppato quello che potrebbe essere definito «identità etnica scelta»: una persona, sulla base dei racconti familiari e senza un’esperienza diretta, sceglie una determinata identità etnica e talvolta la difende in maniera estremamente rigida.
Il terzo livello è l’identità linguistica, mentre il quarto è quello religioso.
L’Islam, come identità culturale e religiosa, assume nella diaspora una funzione diversa. Per alcuni diventa un simbolo di distinzione rispetto alla società ospitante; per altri si sviluppa un processo di secolarizzazione o di allontanamento dalla religione.
Il quinto livello è l’identità culturale, comprendente tradizioni, musica, cucina e festività come il Nowruz.
Nella diaspora queste tradizioni possono essere conservate in forma simbolica e rituale oppure gradualmente scomparire. Si sviluppa così quello che l’articolo definisce una sorta di «cultura museale»: la cultura, invece di essere vissuta quotidianamente, viene esibita.
Il divario generazionale e la crisi dell’identità
Le diverse generazioni afghane nella diaspora hanno esperienze identitarie molto differenti.
La prima generazione, costituita dagli immigrati originari, possiede generalmente un’identità afghana forte e nostalgica. La sua principale difficoltà è l’adattamento alla società ospitante.
La generazione 1,5, cioè coloro che sono emigrati durante l’infanzia o l’adolescenza, possiede un’identità intermedia e duale e vive sotto la pressione costante di scegliere tra due mondi.
La seconda e terza generazione, nate fuori dall’Afghanistan, hanno invece un’identità composita o persino indefinita. La loro principale difficoltà può essere il senso di essere senza radici, riassunto nell’espressione: «Né di lì, né di qui.»
Questa condizione di vivere tra due mondi rappresenta una delle caratteristiche principali della nuova generazione afghana.
Questa generazione non è completamente integrata nella società ospitante, ma allo stesso tempo non appartiene all’Afghanistan reale. Ne deriva un senso di «assenza di casa» sul piano identitario.
Esiste inoltre un forte conflitto di valori. Valori comunitari tradizionali afghani, come il rispetto per gli anziani, l’importanza dell’onore e il concetto di ghayrat [protezione della famiglia, in questo contesto], entrano in contrasto con i valori individualisti delle società occidentali.
Anche le concezioni della libertà, dei rapporti familiari e dei ruoli di uomini e donne sono differenti.
La nuova generazione vive quindi una doppia pressione: da una parte la famiglia si aspetta che conservi le tradizioni; dall’altra la società ospitante esercita una pressione verso l’adattamento e l’omologazione.
Il ruolo della lingua nella conservazione o erosione dell’identità
La lingua è uno dei pilastri dell’identità e, nella diaspora, la situazione del dari e del pashto per la nuova generazione viene descritta come particolarmente preoccupante.
Nella seconda e terza generazione la padronanza linguistica diminuisce sensibilmente. Molti giovani afghani in Iran, Pakistan o Europa comprendono parzialmente la lingua materna: riescono ad ascoltarla e comprenderne il significato generale, ma non riescono a parlarla o scriverla bene.
In Iran, secondo l’articolo, la pressione verso l’uniformazione linguistica e l’assenza di un’istruzione formale in dari e pashto accelerano questo processo.
Le conseguenze sono molto più ampie di un semplice problema di comunicazione.
La lingua non è soltanto uno strumento per trasmettere informazioni: contiene una visione del mondo, proverbi, poesia, memoria collettiva e umorismo.
Con la perdita della lingua, la nuova generazione perde anche l’accesso alla letteratura classica e contemporanea, alla musica tradizionale, alle narrazioni orali e persino alle espressioni quotidiane della cultura.
Si rompe così il ponte linguistico tra le generazioni.
Nella diaspora emerge inoltre una «terza lingua», una combinazione di dari o pashto, persiano iraniano, inglese o lingua del Paese ospitante. Questa lingua ibrida diventa a sua volta un’espressione dell’identità composita della nuova generazione.
Identità religiosa e culturale nella diaspora
Nelle società occidentali, per alcuni giovani afghani l’essere musulmani può diventare l’elemento dominante della loro identità, mettendo in secondo piano l’essere afghani, l’etnia e la lingua.
L’articolo parla di una sorta di «Islam diasporico»: una forma di religiosità che non è completamente quella tradizionale afghana, ma neppure completamente moderna e razionalista. Può essere reattiva, ideologica oppure semplicemente simbolica.
In questo contesto, la religione può funzionare più come elemento di distinzione rispetto alla società ospitante che come esperienza spirituale personale.
All’altro estremo, una parte della nuova generazione, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, si allontana dalla religione o diventa completamente secolare.
Questo allontanamento può essere accompagnato da forti sensi di colpa e conflitti familiari, perché la famiglia considera la religiosità una componente inseparabile dell’identità afghana.
Per quanto riguarda tradizioni come Nowruz, Eid al-Fitr, Eid al-Adha e l’Ashura, queste celebrazioni continuano nella diaspora a svolgere una funzione di riproduzione dell’identità collettiva e rappresentano occasioni per riunire la comunità afghana.
Nelle generazioni successive, tuttavia, possono trasformarsi in eventi prevalentemente sociali, perdendo parte del loro significato originario.
Gli effetti psicologici
Uno degli aspetti più importanti e meno discussi della migrazione è il suo impatto psicologico sull’identità.
Il primo, e forse più profondo, è il trauma intergenerazionale.
La prima generazione porta con sé esperienze di guerra, esilio, violenza e perdita. Questo trauma viene trasmesso alla generazione successiva attraverso i racconti, comportamenti estremamente protettivi, ansia persistente e talvolta il silenzio assoluto.
La nuova generazione, pur non avendo vissuto direttamente la guerra, eredita parte del suo peso psicologico.
Un altro fenomeno è quello che la letteratura psicologica sulla migrazione definisce talvolta «sindrome del figlio dell’immigrato».
I figli degli immigrati possono sentirsi eccessivamente responsabili nei confronti della famiglia e subire una forte pressione per ottenere successo scolastico ed economico, quasi come se dovessero «ripagare» le sofferenze dei genitori.
La paura di fallire e di deludere la famiglia può diventare parte integrante della loro identità psicologica.
La crisi dell’appartenenza rappresenta un’altra importante difficoltà. La domanda «Chi sono?» può essere particolarmente complessa per la nuova generazione afghana.
Esperienze di discriminazione e razzismo contribuiscono ulteriormente al problema, sia in Iran e Pakistan sia nei Paesi occidentali.
Queste esperienze possono influenzare l’autostima e, in alcuni giovani, produrre il desiderio di nascondere la propria origine afghana, quello che l’articolo definisce «vergogna identitaria».
Il ruolo dei social media
I social network hanno un ruolo ambivalente.
Da una parte offrono opportunità senza precedenti. Instagram, TikTok, YouTube e piattaforme simili permettono di riscoprire e riprodurre l’identità afghana.
I contenuti culturali in dari e pashto sono in crescita e si è formata una comunità virtuale della diaspora afghana che supera le frontiere geografiche e crea un nuovo senso di appartenenza collettiva.
Dall’altra parte esistono rischi importanti.
I social possono diventare strumenti di polarizzazione etnica e politica. Forme di odio contro pashtun, hazara, tagiki e altri gruppi etnici possono diffondersi rapidamente.
Anche narrazioni distorte o ideologiche della storia afghana possono essere amplificate.
La nuova generazione costruisce inoltre una «identità digitale», attraverso la quale rappresenta e ridefinisce se stessa. L’identità online può però divergere da quella reale, perché sui social viene spesso mostrata una versione selezionata e idealizzata della propria cultura.
Identità di genere e trasformazione dei ruoli
La migrazione mette fortemente in discussione i ruoli tradizionali di genere.
Le ragazze e le donne afghane della nuova generazione nella diaspora hanno maggiore accesso all’istruzione, al lavoro e all’indipendenza. Questa nuova libertà può tuttavia entrare in forte conflitto con le aspettative familiari tradizionali.
L’articolo parla del fenomeno delle «due vite»: una vita moderna e indipendente fuori casa e una vita tradizionale e più limitata all’interno della famiglia.
Questa dualità può produrre una forte pressione psicologica e rendere più difficile lo sviluppo di un’identità coerente.
Anche i ragazzi e gli uomini della nuova generazione affrontano una crisi identitaria. La definizione della mascolinità si trova tra i modelli tradizionali afghani e quelli moderni occidentali.
La pressione economica e le aspettative familiari relative al sostentamento della famiglia rimangono molto forti e, in alcuni casi, possono portare a un attaccamento ancora più rigido ai modelli maschili tradizionali.
Nel complesso, la migrazione ha modificato anche la struttura della famiglia afghana: sono cambiati i rapporti tra genitori e figli, è diminuita l’autorità tradizionale degli anziani e sono aumentati i conflitti familiari sui valori.
Identità politica e appartenenza nazionale
La nuova generazione afghana ha assistito al crollo delle istituzioni politiche del Paese.
La caduta della Repubblica nell’agosto 2021 e il ritorno dei talebani hanno rappresentato un duro colpo al senso di appartenenza nazionale e alla fiducia nel «progetto nazionale».
Per molti giovani afghani della diaspora, questa esperienza ha dimostrato che persino strutture costruite con il sostegno internazionale possono crollare in pochi giorni.
Questa sfiducia politica indebolisce ulteriormente l’identità nazionale.
Anche nella diaspora l’attivismo politico può talvolta riprodurre tensioni etniche e ideologiche. La nuova generazione può diventare fortemente politicizzata e radicalizzata oppure, al contrario, allontanarsi completamente dalla politica.
La domanda politica più importante rimane forse quella relativa al significato di «patria».
Per molti giovani della nuova generazione la patria è un concetto ambiguo e multilivello.
È l’Afghanistan che non hanno mai visto? È il Paese nel quale sono cresciuti? È la comunità afghana della diaspora nella quale si sentono appartenere?
Questa pluralità mette in discussione la concezione classica dell’identità nazionale e suggerisce la necessità di nuove definizioni di appartenenza e patria.
Strategie per conservare l’identità
A livello familiare, trasmettere attivamente ai figli la lingua materna, raccontare storie e trasmettere la memoria orale, oltre a conservare tradizioni e festività, sono indicate come strategie fondamentali.
La famiglia è il primo e più importante luogo di trasmissione dell’identità e, senza una volontà consapevole dei genitori, questa trasmissione può interrompersi facilmente.
A livello della società civile, la creazione di centri culturali ed educativi afghani nelle città con grandi comunità di migranti, l’insegnamento del dari e del pashto alle seconde e terze generazioni e l’organizzazione di festival culturali, musicali e artistici possono contribuire alla conservazione dell’identità.
A livello dei media e della tecnologia è necessario produrre contenuti culturali di qualità in dari e pashto, documentare la storia orale e le memorie della migrazione e creare piattaforme digitali che colleghino gli afghani della diaspora tra loro e con le proprie radici.
A livello politico, l’articolo suggerisce di chiedere ai governi dei Paesi ospitanti di riconoscere i diritti culturali dei migranti, sostenere l’istruzione bilingue e facilitare il rapporto della nuova generazione con l’Afghanistan attraverso programmi culturali e di scambio.
A livello individuale, forse la strategia più importante è accettare un’identità composita e multilivello, invece di pretendere un’identità pura e uniforme.
La nuova generazione dovrebbe poter costruire la propria narrazione identitaria: non completamente tradizionale e non completamente moderna, ma capace di riflettere la complessità della sua esperienza.
La memoria culturale può essere riattivata attraverso musica, letteratura, cucina e arte, creando un ponte tra le generazioni.
Conclusione
La migrazione non ha distrutto l’identità della nuova generazione afghana: l’ha trasformata e resa più complessa.
Questa generazione affronta una condizione che i suoi predecessori non avevano vissuto nello stesso modo: vivere in uno spazio intermedio, non completamente afghani e non completamente cittadini del Paese ospitante.
Ma questa situazione non costituisce necessariamente soltanto una crisi. Può anche diventare un’opportunità per ridefinire creativamente l’identità.
La nuova generazione afghana possiede la capacità di costruire un’identità multilivello, nella quale possano coesistere l’essere afghani, cittadini del mondo e membri della diaspora.
Un’identità scelta e non imposta, dinamica e non «museale», inclusiva e capace di superare i confini etnici e linguistici.
Il pericolo maggiore è l’indifferenza.
Non si tratta né di una completa assimilazione né della conservazione rigida di un’identità immutabile, ma del rischio di perdersi in un vuoto identitario.
Il bisogno più importante di questa generazione è quindi essere riconosciuta: non come «veri afghani», secondo criteri stabiliti da altri, e neppure come «stranieri» senza radici, ma come una nuova generazione che ha il diritto di costruire la propria narrazione dell’identità e di condividerla con il mondo.


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