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Tag: diritto allo studio

Talebani: dal pulpito alla scuola

Come i mullah dei talebani promuovono misoginia e ostilità all’istruzione
Amin Kaveh, 8AM Media, 14 aprile 2026
Numerosi video diffusi sui social media mostrano che alcuni mullah affiliati ai talebani, nelle scuole e nelle moschee, promuovono apertamente misoginia e opposizione all’istruzione. Alcuni di questi religiosi, nei loro sermoni e discorsi, deridono le richieste e le rivendicazioni per il diritto all’istruzione delle donne, affermando che il posto della donna è “prima in casa e poi nel cimitero”.

Alcuni di loro dichiarano inoltre di odiare l’istruzione scolastica per natura e non permettono nemmeno ai propri figli di andare a scuola. Uno di questi mullah ha difeso il divieto dell’istruzione femminile, sostenendo che un medico uomo può persino “esaminare le parti intime di una donna”.

Dopo la presa del potere da parte dei talebani, oltre alle restrizioni imposte contro donne e ragazze, molti mullah nelle scuole religiose e nei pulpiti insultano apertamente le donne e umiliano gli studenti. I video pubblicati sui social mostrano che alcuni di questi sermoni vengono pronunciati davanti a centinaia di persone, senza che nessuno esprima critiche. In questo rapporto sono stati analizzati solo tre casi, nei quali le offese contro donne e studenti risultano particolarmente gravi.

Per le donne niente istruzione, solo ubbidienza al marito

Uno di questi mullah, i cui video sono diventati virali, afferma che per le donne la conoscenza è importante solo nella misura in cui consente loro di rispettare il marito e conoscere le tradizioni del profeta dell’Islam.
Egli dice: “La donna deve avere conoscenza solo quanto basta per sapere rispettare il marito e conoscere la tradizione del Profeta, e niente di più. Oltre a questo, l’istruzione non è lecita per le donne. La donna è l’ornamento della casa, non della scuola. Per le donne, il primo luogo sicuro è la casa e il secondo è il cimitero.”

Un altro video mostra Khalifa Din Mohammad, capo del Consiglio degli ulema talebani a Kabul, che in risposta alle critiche sulla violazione dei diritti delle donne afferma: “Dicono che i diritti delle donne siano stati violati. I diritti della donna sono questi: tenerla in casa, darle da mangiare, vestirla e avere rapporti coniugali con lei.”

Misoginia e ostilità verso l’istruzione

Questo mentre, in precedenza, erano circolati video che lo mostravano mentre negoziava il compenso per una cerimonia di matrimonio. Fonti riferiscono che attualmente risiede nel palazzo Darul Aman e che Sirajuddin Haqqani, ministro dell’Interno talebano, è tra i suoi seguaci.

Mufti Mohammad Bilal Taheri, insegnante in una scuola religiosa a Nangarhar, afferma: “Se le donne ricevono istruzione, inizieranno a scriversi lettere tra loro; questo è indicato nella sura An-Nur. Non è necessario che le donne studino tanto da diventare insegnanti o medici. E alcuni mullah, deboli in questo campo, dicono: quando una donna è malata la porti da un medico; ma non è meglio portarla da una dottoressa? Guardate gli insegnamenti religiosi: un medico uomo può vedere anche le parti intime della paziente.”

Lo stesso mullah afferma di odiare la scuola fin dalle basi e insulta i diplomati, definendoli “simboli di maleducazione”.
Dice: “Non mi è mai piaciuta la scuola. Non mando i miei figli a scuola.”
Aggiunge poi che permette a suo figlio di frequentare solo un corso per apprendere titoli e nozioni superficiali.

Prosegue: “Non mi piace la scuola per questo. Guardate i risultati: tremila studenti escono da qui e sono simboli di maleducazione. Tutti quelli che frequentano la scuola vengono indirizzati verso la mancanza di rispetto.”
Chiede poi: “In quale scuola si insegna il Corano anche solo per mezz’ora? Tutto il Paese parla di ‘leggi, leggi’, ma quando gli studenti si diplomano non comprendono né la traduzione né gli hadith.”

Questi tre esempi sono solo una parte delle numerose prediche dei mullah affiliati ai talebani che hanno suscitato reazioni sui social. Fonti affermano che questo fenomeno è purtroppo diffuso in tutto l’Afghanistan e che alcuni di questi religiosi stanno attivamente promuovendo misoginia e ostilità verso l’istruzione. Secondo tali fonti, la continuazione di questa situazione potrebbe trasformare questi atteggiamenti nella cultura dominante della società.

In precedenza, il giornale “8 AM Media” aveva ottenuto una registrazione audio di un discorso di Hibatullah Akhundzada, leader dei talebani, che mostrava come avesse ordinato la chiusura di tutte le scuole in Afghanistan, comprese quelle per ragazze e ragazzi. Nel discorso, egli confronta scuola e madrasa, sostenendo che la scuola corrompe la morale e cambia la mentalità delle persone, e quindi deve essere chiusa.

Akhundzada afferma che la scuola è stata creata in opposizione alla madrasa e che i talebani dovrebbero costruire madrase al suo posto e mandarvi i propri figli. Definisce inoltre l’istruzione scolastica come “scienza dello stomaco”, dichiarando di non volerla.
Dice: “Questo popolo è senza dignità. Sono questi mercenari a distruggere l’Islam. Ne escono medici e ingegneri che, con il denaro, uccidono l’anima delle persone. Questa è tutta scienza dello stomaco, e noi non la vogliamo.”

I talebani hanno inoltre pubblicato, su ordine di Akhundzada, una legge sulla promozione della virtù e la prevenzione del vizio, secondo la quale la voce delle donne è considerata ‘awrah’ (parte da coprire). Le donne possono uscire solo in caso di necessità, con il volto coperto e senza alzare la voce. Anche ascoltare la voce di una donna dall’interno di una casa è proibito, e il trasporto di donne senza un accompagnatore maschile è vietato.

D’altra parte, il codice penale dei tribunali talebani, firmato lo scorso anno dal leader del gruppo, stabilisce un nuovo quadro del sistema giudiziario e legittima ampiamente la violenza contro donne e bambini. Secondo questo regolamento, i mariti possono picchiare le mogli purché non causino ferite gravi o fratture, e le punizioni per tali atti sono molto limitate.

I talebani arrestano due attivisti a Herat per il loro sostegno all’istruzione femminile: lo rivelano alcune fonti.

amu.tv Setara Qudosi 28 marzo 2026

Secondo quanto riferito sabato da fonti locali, i talebani hanno arrestato due attivisti sociali nella provincia occidentale di Herat, dopo che questi avevano chiesto pubblicamente la riapertura di scuole e università per ragazze.

I due uomini, identificati come Qadoos Khatibi, docente universitario, e Fayaz Ghori, sono stati arrestati dopo aver pubblicato messaggi sui social media a sostegno dell’istruzione femminile, secondo quanto riferito dalle fonti.

Venerdì Khatibi ha pubblicato un video sulla sua pagina Facebook esortando i talebani a riaprire gli istituti scolastici alle ragazze. Facendo riferimento alla chiusura, durata quasi cinque anni, di scuole e università per le ragazze più grandi, ha affermato che il protrarsi del divieto ostacola lo sviluppo del Paese e che nessuna società può progredire senza istruzione.

Ha inoltre esortato i talebani a rispettare gli impegni presi e a consentire alle ragazze di tornare in classe.

In un altro post, Ghori ha scritto: “Speriamo che arrivi il giorno in cui le porte della conoscenza si apriranno anche alle ragazze di questa terra”.

I talebani non hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche in merito agli arresti segnalati.

Gli arresti si inseriscono nel contesto delle continue restrizioni all’istruzione femminile imposte dal ritorno al potere dei talebani nel 2021. Alle ragazze al di sopra della sesta elementare rimane vietato frequentare la scuola, e alle donne è proibito studiare all’università.

Con l’inizio del nuovo anno scolastico, le scuole hanno riaperto nelle regioni più fredde del Paese, inclusa Kabul, dopo un breve ritardo, ma solo i ragazzi e le ragazze fino alla sesta elementare sono autorizzati a frequentarle.

Secondo l’UNICEF, oltre 2,2 milioni di ragazze in Afghanistan non frequentano attualmente la scuola a causa delle restrizioni.

Gli attivisti per i diritti umani avvertono che limitazioni prolungate all’istruzione potrebbero avere conseguenze di vasta portata, tra cui un aumento dei matrimoni forzati e violazioni più ampie dei diritti delle donne.

Negli ultimi anni, i talebani hanno ripetutamente arrestato critici e attivisti della società civile, in particolare coloro che si sono espressi contro le loro politiche.

 

L’Afghanistan inizia il quinto anno scolastico senza ragazze al di sopra della sesta elementare.

amu.tv Parsa Katal 23 marzo 2026

Il nuovo anno scolastico in Afghanistan è iniziato lunedì, ma per il quinto anno consecutivo senza le ragazze al di sopra della sesta elementare, a causa del divieto imposto dai talebani sull’istruzione secondaria.

Molte studentesse hanno descritto gli ultimi quattro anni come “un incubo e una sfida”, affermando di aver trascorso ogni singolo minuto nella speranza che le scuole riaprissero per loro nel nuovo anno accademico. Ma questo desiderio è rimasto inappagato.

Hanno inoltre esortato la comunità internazionale ad aumentare la pressione per garantire l’accesso all’istruzione alle ragazze.

«Nessuno può immaginare cosa ci sia successo negli ultimi quattro anni. Vogliamo tornare a scuola», ha detto Arzoo, una studentessa di Kabul che frequentava l’ultimo anno di scuola quando è entrato in vigore il divieto.

“Sarei stata all’undicesimo anno di scuola se non ci fosse stata sospesa l’istruzione. Ho provato in molti modi a continuare ad acquisire conoscenze e a studiare, soprattutto attraverso programmi online, ma niente può sostituire le lezioni in presenza”, ha affermato Madina, residente a Kabul, che frequentava la sesta elementare quando le scuole sono state chiuse nel marzo 2022.

Un’altra studentessa, Sonam, ha detto di aver lasciato la scuola quattro anni fa e di aver iniziato a rinunciare al suo sogno di diventare medico.

“Avevo grandi progetti per il mio futuro. Volevo diventare medico. Avrei dovuto frequentare l’ultimo anno di scuola superiore in questo nuovo anno accademico che inizia oggi. Anche i miei genitori avevano grandi aspettative per me. Ora non c’è più speranza”, ha detto Sonam, anche lei residente a Kabul.

L’UNICEF ha stimato in precedenza che oltre 2,2 milioni di ragazze in Afghanistan si sono viste negare l’accesso all’istruzione a causa del divieto imposto dai talebani.

Richard Bennett, relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Afghanistan, ha affermato che l’inizio dell’anno scolastico in concomitanza con il mantenimento delle restrizioni è “inaccettabile” e ne ha chiesto l’immediata revoca.

“Constato che solo in Afghanistan il Nowruz segna l’inizio di un altro anno scolastico in cui alle ragazze oltre la sesta elementare non sarà permesso di continuare gli studi e alle donne non sarà consentito frequentare l’università. Inaccettabile e deve essere revocato”, ha scritto Bennett su X.

Gli attivisti per i diritti umani avvertono che limitazioni prolungate all’istruzione femminile potrebbero portare a violazioni più ampie dei diritti delle donne, tra cui un aumento del rischio di matrimoni forzati e danni a lungo termine allo sviluppo del Paese.

Il divieto risale al marzo 2022, quando i talebani inizialmente promisero di riaprire le scuole secondarie per ragazze, salvo poi ritirare la decisione pochi giorni dopo, affermando che le condizioni dovevano essere conformi alla loro interpretazione della legge islamica e della “cultura afghana”. I talebani hanno anche chiuso i centri di formazione per ragazze e alle studentesse non è consentito sostenere l’esame di abilitazione alla professione medica e frequentare gli istituti di formazione medica.

Da allora, alle ragazze al di sopra della sesta elementare è stato impedito l’accesso alle scuole e alle donne è stato vietato l’ingresso alle università, nonostante i ripetuti appelli internazionali rivolti ai talebani affinché revocassero tali politiche.

 

Quando studiare è un atto di resistenza

SALTO, 21 marzo 2026, di Simonetta Nardin

In Afghanistan alle ragazze, dopo i 12 anni, è vietato studiare. La resistenza femminile passa attraverso scuole segrete e progetti di indipendenza economica. Il racconto di una giovane donna e le sue speranze in una generazione che non si arrende.

In Afghanistan alle ragazze, dopo i 12 anni, è vietato studiare. Ma esistono forme di resistenza, come ad esempio quella delle donne di RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan), che dal 1977 lottano per i diritti delle donne, la pace e la democrazia e che oggi, anche attraverso una rete di scuole segrete, continuano a sfidare l’apartheid di genere imposto dal regime fondamentalista dei Talebani.

In occasione della Giornata internazionale dei diritti della donna, la Fondazione Casa Costa, il Centro Antiviolenza GEA e l’ONG di Belluno “Insieme si può…” hanno presentato a Bolzano persone e progetti che testimoniano questa resistenza. Oggi riportiamo qui il racconto fatto in quella occasione da Jeena, una giovane donna afghana, che da alcuni anni vive in Italia e che ha offerto anche un briciolo di speranza perché “un regime basato sull’ignoranza non può controllare all’infinito un’intera popolazione”.

Introducendo l’evento, l’albergatore Michil Costa ha ricordato che il suo impegno e quello della Fondazione Casa Costa a favore della parità di genere nascono innanzitutto dalla consapevolezza e dall’assunzione di responsabilità. Il primo passo è riconoscere che le donne, anche nella nostra società , continuano a vivere discriminazioni quotidiane. “Per questo spetta a noi uomini fare la nostra parte: non si tratta di una colpa di esser nati maschi, ma di come scegliamo di esistere come tali”.

“Possiamo diventare esseri umani migliori solo se diventiamo uomini migliori”.

Il passo successivo, ha detto, è tradurre questa consapevolezza in azioni concrete: nel linguaggio, nei luoghi di lavoro, nell’educazione dei figli, nella condivisione del lavoro domestico, nel non restare in silenzio di fronte a discriminazioni e violenze. È con questo stesso approccio che la Fondazione, creata nel 2007, sostiene progetti concreti a favore delle donne in Afghanistan, in particolare a fianco di RAWA. “Possiamo diventare esseri umani migliori solo se diventiamo uomini migliori, se scegliamo ogni giorno di essere parte attiva del cambiamento. Perché sotto lo stesso cielo, tutti siamo responsabili,” ha concluso.

“Gli stessi strumenti che mettono in atto le donne in situazioni di violenza in tutto il mondo”.

“Se ognuna e ognuno nel suo ambito di competenze fa un piccolo passo, allora insieme si possono fare nascere cose meravigliose,” ha detto Christine Clignon, presidente di GEA, che ha avviato il dialogo con J. ricordando la profondità della crisi afghana: “È uno scenario difficilmente immaginabile per chi nasce in un contesto privilegiato come il nostro. Sono le donne a pagare il prezzo più alto in Afghanistan: non possono più decidere del proprio futuro né del proprio corpo. Eppure mettono in campo una forza straordinaria per sopravvivere”. Clignon ha richiamato un elemento di continuità tra contesti così diversi: “Per sopravvivere mettono in atto una forza grandissima, una resilienza inimmaginabile. Sono gli stessi strumenti che mettono in atto le donne in situazioni di violenza in tutto il mondo. Ecco quindi il nome del nostro evento: Voci di Forza”. Ed ecco la voce di Jeena.

Il racconto di Jeena

Ogni volta che parlo del mio Paese porto con me un peso difficile da spiegare. Ma oggi, nonostante tutto, esiste ancora speranza. La situazione non è più quella del 1996: oggi i giovani sono molti di più, e sono consapevoli. Questo, per noi, significa che qualcosa potrà cambiare.

A volte diciamo, anche per sdrammatizzare, che se le grandi potenze smettessero di sostenere i talebani, l’Afghanistan potrebbe liberarsi in pochi giorni. È una battuta, certo, ma contiene una verità: i talebani non sono invincibili. Sono un gruppo armato, ma non rappresentano davvero la forza di un popolo di oltre trenta milioni di persone, in gran parte giovani.

E sono proprio i giovani, oggi, uno dei segnali più forti di speranza. Nonostante tutto, continuano a organizzarsi, a pensare, a immaginare un futuro diverso. Alcuni studenti universitari hanno creato un’organizzazione dedicata alla crisi climatica: hanno tutti meno di 25 anni e lavorano nelle loro comunità per ridurre l’inquinamento e sensibilizzare le persone. In un Paese devastato da guerre e crisi umanitarie, scegliere di occuparsi anche dell’ambiente è un atto politico, è un segno di visione.

In una delle città più conservatrici dell’est, Jalalabad, alle studentesse era stato inizialmente permesso di sostenere gli esami universitari. Ma quando questo diritto è stato nuovamente limitato, i loro colleghi maschi hanno deciso di scioperare: hanno dichiarato che non avrebbero frequentato né sostenuto esami senza le loro compagne. Questo gesto ha avuto un effetto a catena: altri studenti, a Kabul, Herat e Mazar-e-Sharif, hanno fatto lo stesso. E durante alcune proteste guidate da donne, come a Herat, anche uomini sono scesi in piazza in solidarietà.

Nonostante tutto, i giovani continuano a organizzarsi, a pensare, a immaginare un futuro diverso.

Eppure, la realtà quotidiana resta durissima. Il Paese è precipitato in una crisi profonda. Ci sono fame, inflazione, disoccupazione ovunque. Le istituzioni sono collassate, l’economia è ferma, i beni sono congelati. La vita delle persone è diventata una lotta continua per sopravvivere.

Negli ultimi mesi è stato introdotto un nuovo codice penale. È difficile spiegare quanto questo abbia cambiato tutto. Non si tratta solo di leggi più severe, ma di un sistema che riconosce apertamente una gerarchia tra le persone. La stessa colpa può essere punita in modo diverso a seconda di chi la commette. Chi ha potere religioso viene spesso solo ammonito, mentre chi appartiene alle classi più deboli può essere incarcerato o punito fisicamente.

Questo crea un senso di ingiustizia profondo, ma anche paura. Non esiste più un’idea di legge uguale per tutti. Esiste solo il controllo. Un altro aspetto molto pericoloso è l’imposizione di una sola interpretazione religiosa. Questo non solo esclude le minoranze, ma crea divisioni che possono sfociare in nuovi conflitti. L’Afghanistan ha già vissuto troppe guerre per motivi religiosi, e il rischio che la storia si ripeta è reale.

Esiste una guerra silenziosa fatta di fame, povertà, disoccupazione, ingiustizia e soffocamento

Nel frattempo, la vita delle persone si spezza. Ho visto famiglie distrutte dalla povertà. Persone costrette a vendere i propri figli, soprattutto le bambine, per poter sfamare gli altri. Uomini che vendono un rene per guadagnare qualche mese di sopravvivenza. E altri che non ce la fanno e scelgono di togliersi la vita.

Quando i Talebani parlano di sicurezza, io mi chiedo: che tipo di sicurezza è quella in cui si muore di fame? Manon dimentichiamoci dei crimini che gli Stati Uniti hanno commesso contro il nostro popolo, innanzitutto sostenendo un regime mafioso fondamentalista durante i vent’anni di occupazione militare. In base ad un accordo vergognoso hanno consegnato il paese ai Talebani e loro stessi sono fuggiti in meno di 24 ore. Ritenere esclusivamente i Talebani colpevoli per la situazione aiuta l’Occidente a lavarsi le mani delle sue responsabilità.

Forse oggi non ci sono più bombe e carri armati come in passato, ma esiste una guerra silenziosa: fatta di fame, povertà, disoccupazione, ingiustizia e soffocamento. Ma c’è un altro livello della crisi, ancora più doloroso: quello delle donne.

Oggi, essere donna in Afghanistan significa perdere quasi tutto. Le donne non possono lavorare, non possono studiare, non possono muoversi liberamente. Anche uscire di casa è diventato complicato, perché è necessario essere accompagnate da un uomo della famiglia.

Non possiamo più andare nei parchi, nelle palestre, nei luoghi pubblici. I saloni di bellezza sono stati chiusi. Il Ministero per gli affari femminili è stato sostituito da un organo che controlla ogni aspetto della vita privata: come ci vestiamo, come ci comportiamo, perfino come ridiamo.

La violenza è aumentata. E ciò che è ancora più grave è che viene normalizzata. Il nuovo codice penale, di fatto, rende la violenza domestica quasi invisibile. Le donne non hanno strumenti per difendersi. Se scappano, rischiano di essere punite loro.

Quando penso a mia sorella, penso a una forma di resistenza silenziosa ma potentissima.

Mia sorella lavora in un’organizzazione sanitaria. È uno dei pochi ambiti in cui le donne possono ancora operare, ma in condizioni estremamente difficili. Lei mi racconta che ogni giorno arrivano casi gravissimi: ragazze giovanissime, spesso minorenni, che hanno subito violenze fisiche, sessuali, psicologiche. Alcune non riescono nemmeno a parlare o a camminare. Molte hanno tra i 14 e i 16 anni e affrontano gravidanze ad alto rischio. Il sistema sanitario è al collasso, mancano medici, fondi, strutture.

Nel presente ho una speranza più semplice: che una donna possa uscire di casa senza paura.

Eppure, queste donne continuano a lavorare. Lo fanno spesso in clandestinità, senza contratti, usando nomi falsi per non essere identificate. I talebani fanno incursioni nei centri sanitari, minacciano, intimidiscono. Ma restano, perché sanno che, se smettono, altre donne resteranno completamente sole. Quando penso a mia sorella, penso a una forma di resistenza silenziosa ma potentissima.

Scuole segrete e una tisana allo zafferano
In Afghanistan la Fondazione Casa Costa sostiene RAWA anche attraverso la collaborazione con l’ONG bellunese Insieme si può…(ISP). A Bolzano, il direttore di ISP Daniele Giaffredo ha raccontato come, dopo il ritorno dei talebani nel 2021, RAWA ha subito riattivato la rete delle scuole segrete, creata sotto il primo regime dei talebani. Si tratta di classi clandestine ospitate in case private, frequentate da ragazze sopra i 12 anni e da donne di tutte le età. Un sistema ad altissimo rischio: insegnanti, famiglie e studentesse vivono sotto minaccia costante. Dal 2021 sono state attivate circa 50 classi, per un totale di oltre 600 beneficiarie ogni anno, in diverse province del Paese.

La Fondazione sostiene dal 2017 anche un progetto legato alla coltivazione dello zafferano, che garantisce un reddito alle donne coinvolte e promuove percorsi di alfabetizzazione. Il progetto è sostenuto anche attraverso la vendita de “Il Fiore di Herat”, una tisana allo zafferano nata dalla collaborazione con Pompadour (a Bolzano si trova presso Peter’s Teahouse ). “Grazie a questo progetto sono successe cose straordinarie – ha raccontato Giaffredo –. Le donne coinvolte hanno chiesto corsi di alfabetizzazione e hanno coinvolto altre donne della loro comunità.”

Un’altra forma di resistenza è quella delle scuole segrete. Oggi alle ragazze sopra i dodici anni è vietato studiare. Non possono frequentare la scuola né l’università. Questo significa negare il futuro a un’intera generazione.

Ma non tutte accettano questo destino. In molte città esistono scuole clandestine. Sono case private, dove le ragazze arrivano in piccoli gruppi, in orari diversi, per non dare nell’occhio. Tutte sanno cosa dire in caso di controlli. In alcuni casi, sembrano normali famiglie. In realtà sono scuole. Oltre alle materie tradizionali, si insegna anche a pensare, a capire la realtà, a sviluppare uno spirito critico.

Oltre alle materie tradizionali, si insegna anche a pensare, a capire la realtà, a sviluppare uno spirito critico.

Frequentarle è pericoloso. Le famiglie stesse, a volte, sono un ostacolo. E fuori casa c‘è il controllo costante. Una donna sola può essere fermata, minacciata, arrestata. Eppure, queste ragazze continuano. E spesso diventano insegnanti a loro volta. È così che nasce una nuova generazione di donne consapevoli.

La mia storia personale è legata a questa resistenza.

Mia madre era un’attivista durante il primo regime talebano. Ancora oggi vive in clandestinità. Da bambina non capivo cosa facesse: sapevo solo che era spesso fuori casa, anche per molte ore. Poi ho scoperto che lavorava con organizzazioni che gestivano scuole segrete, portavano aiuti umanitari e documentavano i crimini. È stata picchiata due volte dai talebani. Una volta non riusciva a camminare per settimane.

Io vivevo spesso con mia nonna. Ricordo un episodio che non dimenticherò mai: al mercato un talebano, un ragazzino, le urlò di tornare a casa, ma lei non sentì e lui la colpì con una frusta sulla schiena. Mia nonna gli disse: “Vergognati, potrei essere tua nonna”. Quando tornammo a casa le curai la ferita, enorme, che le copriva tutta la schiena, e in quel momento ho capito cosa significa vivere senza dignità.

Per questo, nonostante tutto, continuiamo a raccontare: per tenere viva un’idea diversa dell’ Afghanistan

Ricordo anche un altro momento, molto forte: l’esecuzione di Zharmina, nel 1999, nello stadio di Kabul. Era una mamma, giustiziata dai Talebani, e il video venne girato di nascosto e portato fuori dal Paese. Io ero in Pakistan e quando lo guardammo, fu uno shock. Tutti erano in silenzio. Alcuni piangevano. Ma alla fine qualcuno disse: “Adesso il mondo vedrà”.

Quella frase mi è rimasta dentro. Per questo, nonostante tutto, continuiamo a raccontare. Organizzazioni come RAWA, che da anni lavorano per un cambiamento politico profondo e radicale, tengono viva un’idea diversa di Afghanistan.

Le mie speranze più grandi sono forse lontane: un Afghanistan libero, laico e democratico, e lo sradicamento del fondamentalismo. Oggi sembrano quasi utopie. Ma nel presente ho una speranza più semplice: che una donna possa uscire di casa senza paura. Senza dover controllare continuamente il proprio corpo, il proprio abbigliamento, il proprio volto. Senza rischiare di essere fermata o arrestata solo per aver camminato in un parco o per aver lavorato di nascosto per sfamare la propria famiglia.

Un regime basato sull’ignoranza non può controllare all’infinito un’intera popolazione.

Credo anche che viviamo in un tempo diverso. Con la tecnologia, con l’accesso alle informazioni, con nuove forme di comunicazione, questa situazione non potrà restare immutata per sempre. Un regime basato sull’ignoranza non può controllare all’infinito un’intera popolazione.

Soprattutto perché la maggior parte degli afghani è giovane. E questa generazione troverà modi nuovi, più intelligenti, per resistere e cambiare la realtà. Per questo continuo a credere che il cambiamento sia possibile. Come ha scritto Arundhati Roy: non può esserci vera pace senza giustizia, e senza resistenza non ci sarà mai giustizia.

Scuole talebane: formare una generazione estremista e cancellare l’identità di un popolo

Adela Ayub Hakimi, Shafaqna Afghanistan (شفقنا افغانستان), 9 febbraio 2026

Nel XXI secolo, mentre le società globali avanzano lungo il cammino del progresso fondato su ragione, conoscenza e dignità umana, i cittadini dell’Afghanistan assistono a un ritorno inquietante alle forme più oscure di dominio e violenza organizzata. Il regime talebano, nel silenzio pesante e preoccupante della comunità internazionale, sta portando avanti con rapidità calcolata un progetto pericoloso: l’ingegnerizzazione ideologica di un’intera generazione attraverso una vasta rete di scuole religiose estremiste.

Queste istituzioni, apparentemente centri educativi, sono in realtà strumenti di controllo mentale, repressione identitaria e riproduzione della violenza. L’obiettivo non è l’istruzione, ma il lavaggio del cervello dei bambini, il taglio dei legami con cultura, scienza e pensiero critico, e la formazione di una generazione obbediente, aggressiva e incapace di interrogarsi. Ciò che avviene in queste scuole non è soltanto una crisi educativa: è un crimine sistematico contro i diritti umani, le cui conseguenze minacciano non solo l’Afghanistan, ma anche la sicurezza regionale e globale.

Abusi sistematici sui minori

I talebani hanno trasformato l’educazione in uno strumento di consolidamento del proprio potere esclusivo. Mentre milioni di afghani lottano contro povertà, fame e collasso economico, ingenti risorse vengono investite nell’espansione delle scuole religiose. In questi centri, al posto di scienze, competenze di vita e educazione civica, bambini e adolescenti vengono nutriti con ideologia estremista, sacralizzazione della violenza e obbedienza cieca. Concetti come jihad radicale, odio verso “l’altro” e negazione della dignità umana vengono inculcati sistematicamente.

Le ragazze, fin dall’inizio, ricevono il messaggio dell’esclusione, del silenzio e dell’obbedienza assoluta; i ragazzi crescono con insegnamenti che presentano la donna come inferiore, pericolosa o oggetto di possesso. Questo sistema educativo riproduce e radica un apartheid di genere a un livello più profondo e duraturo.

Accanto a questa tragedia, uno degli aspetti più oscuri e meno documentati riguarda le aggressioni sessuali e gli abusi sistematici sui minori — un crimine che colpisce sia ragazze che ragazzi, in particolare i più piccoli. Rapporti provenienti dall’interno dell’Afghanistan indicano molteplici casi di violenza sessuale in ambienti scolastici religiosi, dove non esistono meccanismi indipendenti di supervisione, né canali sicuri di denuncia, né percorsi di giustizia. I bambini, soprattutto le bambine, sono lasciati completamente indifesi in una struttura chiusa, armata e ideologizzata.

Si tratta di una violazione evidente della Convenzione sui diritti dell’infanzia, della Convenzione contro la tortura e dei principi fondamentali dei diritti umani.

Una rete organizzata di violenza sessuale

Ancora più allarmanti sono le segnalazioni documentate sulla distribuzione di sostanze stupefacenti e di pillole note come “K” tra alcune studentesse, utilizzate per stordirle, renderle dipendenti e facilitare abusi sessuali. Questo rappresenta un grave campanello d’allarme per la comunità internazionale. Drogare le ragazze non solo distrugge la loro salute fisica e mentale, ma le trasforma in vittime silenziose di una rete organizzata di violenza sessuale. Ignorare tali rapporti equivale a chiudere gli occhi su una delle forme più atroci di sfruttamento sessuale minorile nel mondo contemporaneo.

La violenza sessuale non si limita alle scuole. Rapporti credibili denunciano stupri, torture e abusi sessuali contro donne detenute nelle carceri talebane. Donne arrestate per attività civiche, proteste o accuse infondate subiscono umiliazioni, minacce e violenze sistematiche durante la detenzione. Questi atti costituiscono un chiaro crimine contro l’umanità e comportano responsabilità giuridiche e morali dirette non solo per i responsabili, ma anche per le istituzioni internazionali che restano in silenzio.

Il progetto talebano non è soltanto religioso; ha una natura profondamente ostile alla cultura e centrata su un’etnia dominante. L’eliminazione della lingua e della letteratura persiana dal sistema educativo, la distorsione della storia, l’indebolimento dell’identità culturale delle etnie non pashtun e la pressione sistematica sulle minoranze etniche e religiose fanno parte di una pianificata operazione di cancellazione identitaria. Scienze, arti, filosofia, pensiero critico ed educazione civica vengono rimossi per costruire una società silenziosa, sradicata e obbediente. Il risultato è una generazione priva delle competenze necessarie nel mondo contemporaneo, ma vulnerabile all’estremismo, alla violenza e all’instabilità.

Di fronte a questa catastrofe, la risposta della comunità internazionale si è limitata in gran parte a dichiarazioni inefficaci e generiche espressioni di “preoccupazione”. Questo silenzio e questa inattività non sono semplice indifferenza; rappresentano una forma di complicità indiretta con crimini commessi contro donne, bambini e il futuro di un’intera nazione.

Perché non vengono esercitate pressioni reali e mirate? Perché gli architetti di questo sistema educativo e repressivo non vengono perseguiti a livello internazionale per crimini organizzati contro i diritti umani?

Come donna e difensora dei diritti umani in Afghanistan, considero questo silenzio un tradimento evidente dei valori universali di giustizia, dignità umana e diritti fondamentali.

E’ necessario un intervento urgante

Avverto che le conseguenze di questa irresponsabilità non resteranno confinate entro i confini afghani. L’estremismo coltivato oggi nelle scuole e nelle carceri diventerà domani una minaccia transnazionale per la regione e per il mondo. Se la comunità internazionale non si opporrà ora alle violazioni sistematiche dei diritti di donne e bambini in Afghanistan, domani pagherà un prezzo molto più alto.

Il tempo delle dichiarazioni è finito. È necessario un intervento urgente, deciso e coordinato: indagini internazionali indipendenti sulle violenze sessuali in scuole e carceri; responsabilità penale per i responsabili; sanzioni complete contro le strutture coinvolte; sostegno concreto a un’istruzione sicura e indipendente; e percorsi immediati di protezione e salvezza per donne e bambini a rischio.

Il popolo afghano, in particolare le donne, è in prima linea nella difesa dell’umanità. Restare in silenzio davanti alla loro sofferenza è una scelta consapevole — una scelta che influenzerà anche il futuro del mondo.

20 Dalwa 1404 — Hasht-e Sobh

Afghanistan: la scuola di Ishmurgh cresce, mattone dopo mattone

pressenza.com Associazione strade10 febbraio 2026

Ad agosto è nato un sogno concreto: la costruzione di una nuova scuola primaria per le bambine e i bambini di Ishmurgh, un villaggio nel nord-est dell’Afghanistan, nel remoto corridoio del Wakhan, una zona montuosa e isolata al confine con la Cina. A gennaio quel sogno sta prendendo forma e desideriamo condividere con voi i primi, importanti passi compiuti.

L’Afghanistan è un Paese che porta sulle spalle oltre quarant’anni di guerra, conflitti e instabilità. Anche se in alcune aree non si combatte attivamente, le conseguenze del conflitto sono ovunque: povertà diffusa, mancanza di servizi essenziali e forti limitazioni ai diritti fondamentali, soprattutto per donne e bambine, per le quali l’accesso all’istruzione è diventato sempre più difficile. In questo contesto, costruire una scuola non è solo un progetto educativo, ma un atto di resistenza civile, dignità e speranza.

La scuola di Ishmurgh, costruita con il coinvolgimento dell’intero villaggio, ospiterà circa 60 bambine e bambini e sarà composta da 6 aule. Nei mesi autunnali sono stati installati gli infissi alle finestre e le stufe, un passaggio fondamentale per garantire ambienti sicuri e riscaldati durante i rigidi inverni afghani.
La prima struttura, dedicata alla scuola primaria, è oggi quasi completata.

Con l’arrivo della primavera i lavori riprenderanno: oltre al completamento definitivo della scuola elementare, è già prevista la costruzione di una nuova struttura per la scuola media, nel vicino villaggio di Baba Tangi, che accoglierà 250 studentesse e studenti per continuare a garantire un futuro di istruzione anche alle ragazze e ai ragazzi più grandi.

Il Diritto all’Educazione è da sempre al centro del nostro impegno, in Italia e soprattutto in quelle parti del mondo dove andare a scuola non è scontato, ma un privilegio raro. In un contesto complesso come quello afghano, questa scuola rappresenta un punto di luce e di futuro, nato grazie alla fiducia e al sostegno di tante persone.

Un grazie di cuore va all’Associazione Le Case degli Angeli di Daniele Onlus, alle ragazze e ai ragazzi della Festa d’Inizio Estate di Nonantola e a tutte le persone che stanno contribuendo con generosità.

Un ringraziamento speciale a Marina e Greg, viaggiatori e fotografi per i diritti, che hanno incontrato questa comunità ai confini del mondo, raccontandone il coraggio e la determinazione nel costruire ogni giorno un futuro più giusto, nonostante tutto.

È possibile continuare a sostenere la costruzione della scuola e le strutture future attraverso:

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Ogni contributo, piccolo o grande, è un passo in più verso un futuro in cui l’istruzione possa essere davvero un diritto per tutte e tutti.

 

L’UE afferma che l’istruzione è un diritto fondamentale per tutti in Afghanistan

amu.tv  Siyar Sirat 24 gennaio 2026

Sabato l’Unione Europea ha celebrato la Giornata internazionale dell’istruzione ribadendo che l’accesso a un’istruzione di qualità per tutti gli afghani è un “diritto fondamentale”, ha affermato la delegazione dell’Unione a Kabul.

In una dichiarazione, l’UE ha affermato di aver investito in una serie di programmi educativi in ​​collaborazione con organizzazioni internazionali per garantire che nessun bambino venga privato delle opportunità di apprendimento.

L’UE ha dichiarato di aver stanziato 6 milioni di euro per migliorare l’accesso a un’istruzione sicura, attenta alle questioni di genere e di qualità, con particolare attenzione ai gruppi vulnerabili, tra cui i bambini che non vanno a scuola, le ragazze e i bambini con disabilità.

La dichiarazione afferma che ha inoltre impegnato 4,7 milioni di euro tramite l’UNESCO per fornire corsi di alfabetizzazione e formazione professionale a 7.500 giovani e adulti in cinque province.

“Integrando l’educazione dei genitori, sosteniamo lo sviluppo olistico della prossima generazione”, ha affermato la missione dell’UE.

Separatamente, l’UE ha dichiarato di aver speso 20 milioni di euro attraverso il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite per sostenere il programma di alimentazione scolastica, contribuendo a sostenere la frequenza scolastica sia delle ragazze che dei ragazzi, a migliorare l’alimentazione e ad alleviare la pressione sulle famiglie durante le difficoltà economiche.

Il blocco ha inoltre stanziato 25 milioni di euro tramite l’UNICEF per contribuire a garantire che le scuole pubbliche rimangano ambienti di apprendimento sicuri e di supporto.

La Giornata internazionale dell’istruzione si celebra in tutto il mondo il 24 gennaio, in seguito alla designazione da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite di sottolineare il ruolo dell’istruzione nella pace, nello sviluppo sostenibile e nella parità di accesso a un apprendimento di qualità.

 

I talebani affermano che in tutto l’Afghanistan operano più di 20.000 scuole religiose

amuTv, 14 gennaio 2026, di Qaseem Azizi

Il portavoce capo dei talebani, Zabihullah Mujahid, ha affermato che in tutto l’Afghanistan sono operative più di 20.000 scuole religiose, che forniscono istruzione islamica a più di due milioni di studenti in tutto il Paese.

Mujahid ha aggiunto che le scuole operano sotto la responsabilità del Ministero dell’Istruzione e ha fatto queste osservazioni durante un discorso tenuto in una scuola religiosa di Kandahar.

“Si tratta di un numero molto elevato”, ha detto Mujahid a un raduno di studenti delle madrasse a Kandahar, aggiungendo che le stime mostrano che più di due milioni di persone sono attualmente iscritte a programmi di educazione religiosa in tutto il Paese.

I talebani non hanno reso pubblici dati dettagliati sulle cosiddette scuole religiose jihadiste, ma il Ministero dell’Istruzione ha precedentemente affermato che in ogni provincia è stata istituita almeno una scuola di questo tipo, con una capienza di oltre 1.000 studenti.

L’espansione delle scuole religiose ha subito un’accelerazione da quando i talebani sono tornati al potere nell’agosto 2021, mentre le università e le scuole secondarie femminili rimangono chiuse e le restrizioni all’istruzione moderna sono aumentate.

Alcuni analisti e residenti hanno espresso preoccupazione per il crescente numero di scuole religiose, mettendo in guardia dalle potenziali implicazioni sociali e di sicurezza. I critici affermano che i talebani stanno dando priorità all’educazione religiosa rispetto a materie moderne come scienza, medicina e ingegneria, che a loro avviso sono essenziali per lo sviluppo a lungo termine del Paese.

I talebani affermano che le loro politiche educative sono in linea con i principi islamici e le tradizioni afghane, una posizione che ha suscitato continue critiche da parte di gruppi per i diritti umani e governi stranieri, in particolare per la continua esclusione di donne e ragazze dall’istruzione oltre la scuola primaria.

[Trad. automatica]

Come i talebani hanno trasformato una delle scuole femminili più iconiche dell’Afghanistan in un guscio vuoto

Zan Times, 7 gennaio 2026, di Khadija Haidary e Hura Omar

Farah* vive a Karte Char, un quartiere di Kabul non lontano dalla Rabia Balkhi High School, dove studiava. Era in seconda media quando i talebani, dopo il ritorno al potere nel 2021, chiusero le scuole secondarie e superiori a tutte le ragazze.

“Ogni volta che passo davanti alla scuola, mi sento soffocare”, dice. “Quando vedo il cancello nero, non riesco a respirare. Per quattro anni ci hanno privato della possibilità di andare a scuola”.

La strada intorno a Rabia Balkhi è silenziosa. I suoni un tempo costanti dell’eccitazione delle ragazze sono spariti.

L’ultima volta che Farah indossò la sua uniforme nera e il velo bianco e si diresse al cancello della scuola fu nel marzo 2022. Lei e le sue compagne di classe furono fermate all’ingresso.

“Ci hanno detto che non era permesso”, racconta in un’intervista telefonica con Zan Times. “Ci hanno detto: ‘Tornate a casa e aspettate fino a nuovo avviso'”.

Quattro anni dopo, lei sta ancora aspettando.

Fondata nel 1948 come Centro per l’Educazione Femminile Moderna, la Rabia Balkhi High School è stata per decenni una delle scuole femminili più importanti dell’Afghanistan. Offriva un’istruzione moderna a ragazze provenienti da famiglie di classe media e a basso reddito e fu infine ribattezzata in onore della celebre poetessa del X secolo Rabia Balkhi. La scuola era un simbolo della presenza intellettuale delle donne nella società.

Per oltre 70 anni, la scuola ha formato mediche, ingegnere, artiste, atlete, amministratrici e attiviste. Nel 1979, Naghma, una delle cantanti afghane più famose e iconiche, registrò la sua prima canzone mentre frequentava ancora il decimo anno di scuola.

Questa storia è in netto contrasto con la situazione attuale della scuola.

Nell’agosto 2021, quando il governo repubblicano sostenuto dall’Occidente crollò, 3.870 ragazze erano iscritte. Oggi, rimangono solo 450 studentesse dalla prima alla sesta elementare, meno del 12% della capienza della scuola. La Rabia Balkhi High School è stata di fatto ridotta a una scuola primaria femminile. Somaya, un membro dello staff, afferma che delle 56 aule un tempo piene di studenti, solo 17 sono ora in uso. Le altre sono vuote.

Fino a poco tempo fa, Rabia Balkhi era un rifugio per donne politicamente consapevoli e socialmente attive. Il suo ruolo si estende oltre gli ultimi due decenni, estendendosi alla più ampia storia della vita politica femminile in Afghanistan.

Amilia Spartak, professoressa universitaria in pensione che ora vive in Germania, si è laureata presso la scuola nel 1970. “Ai nostri tempi”, dice, “Rabia Balkhi era conosciuta come la scuola delle ragazze militanti di Kabul”.

Ricorda le celebrazioni della Festa degli Insegnanti, in cui le ragazze cantavano e i ragazzi delle scuole vicine suonavano insieme. Era capitana della squadra di basket della scuola e, parallelamente agli studi, insegnava alfabetizzazione alle donne anziane e si impegnava per la sensibilizzazione e la partecipazione politica delle donne.

Najia Aziz Arsalaei, laureatasi nel 1983, racconta di aver partecipato alle proteste contro l’invasione sovietica quando era studentessa. “Nonostante la partecipazione delle studentesse alle manifestazioni”, afferma, “il regime dell’epoca non ha mai chiuso Rabia Balkhi”.

Ricorda una protesta in cui due studentesse della scuola, Nahid Sa’ed e Wajiha, furono uccise. Nahid Sa’ed divenne in seguito nota come Nahid la Martire, ricordata in poesie e scritti come simbolo di coraggio.

La Dott.ssa Zarghona Obaidi, laureatasi nel 1976 e ora residente in Europa, ricorda un’epoca in cui le donne potevano studiare e lavorare in sicurezza a Kabul. Gli insegnanti erano esperti e rispettosi, afferma, e creavano un ambiente di apprendimento sereno e stimolante.

“Immaginare una scuola senza la presenza delle ragazze è un incubo”, dice. “Una società monogenere è una società disperata”.

Mina*, laureatasi nel 2016, descrive Rabia Balkhi come un luogo di orgoglio ed eccellenza. “A volte le nostre classifiche differivano di mezzo punto”, racconta la trentenne. “Tutte abbiamo studiato duramente. Ci aspettavamo di avere successo”.

Oltre all’attività accademica, la scuola ospitava spazi in cui le ragazze imparavano a essere leader e ad avere fiducia in sé stesse, tra cui comitati attivi in ​​ambito letterario, culturale, scientifico, sportivo e artistico.

Quel mondo è finito con un decreto dei talebani che ha posto fine all’istruzione primaria femminile. Migliaia di studentesse sono state costrette a lasciare le loro scuole e a ritirarsi nelle loro case. Quelle che hanno frequentato Rabia Balkhi non hanno fatto eccezione.

Farah ha ora 17 anni.

“La mia uniforme nera è diventata troppo stretta”, dice. “Ma spero ancora che le scuole riaprano. E quando lo faranno, ci andrò la mattina presto il primo giorno.”

I nomi contrassegnati con * sono stati cambiati per proteggere l’identità degli intervistati. Khadija Haidary e Hura Omar (pseudonimo) sono giornalisti dello Zan Times. F. Amin ha contribuito al reportage.

Le ragazze affermano che il divieto all’istruzione da parte dei talebani aggrava l’isolamento e la tensione mentale

amu.tv 1 gennaio 2026

Studentesse delle secondarie e studentesse universitarie escluse dall’istruzione dai talebani affermano che le restrizioni prolungate le hanno spinte all’isolamento forzato e a un crescente disagio psicologico, mentre il 2026 inizia senza alcuna indicazione che i divieti saranno revocati.

Le scuole secondarie femminili sono state chiuse per 1.566 giorni e le università femminili per 1.107 giorni.

Le studentesse affermano che la continua esclusione ha trasformato la vita quotidiana in un ciclo di reclusione, ansia e incertezza. “Per noi, il tempo si è fermato”, ha detto un’ex studentessa, che ha chiesto di rimanere anonima per motivi di sicurezza. “Siamo preoccupate per il nostro futuro e ci sentiamo ignorate”.

Docenti universitari ed esperti di istruzione avvertono che i divieti stanno erodendo il capitale umano dell’Afghanistan e avranno conseguenze durature per la società.

“Quando le donne vengono escluse dalle università anno dopo anno, il Paese perde dottoresse, insegnanti e professioniste”, ha affermato Adela Zamani, docente universitaria. “Il divario nell’istruzione e nelle competenze tra le donne si sta ampliando e questo danno non sarà facile da invertire”.

I talebani hanno ripetutamente affermato che le loro politiche sono in linea con la loro interpretazione della legge islamica, ma non hanno fornito una tempistica o una tabella di marcia chiara per la riapertura di scuole e università alle ragazze.

Le restrizioni rimangono in vigore nonostante le continue pressioni delle famiglie afghane, degli studiosi religiosi all’estero e della comunità internazionale.

Le agenzie delle Nazioni Unite hanno avvertito che i divieti stanno contribuendo ad aggravare una crisi umanitaria e sociale. L’UNICEF afferma che oltre 2,2 milioni di ragazze afghane sono attualmente fuori dalla scuola, mentre il Paese si avvicina al quinto anno di restrizioni all’istruzione femminile.

L’agenzia ha avvertito che il prolungato diniego di istruzione sta minando il benessere mentale delle ragazze, limitando la loro capacità di prendere decisioni sulla propria vita e minacciando lo sviluppo a lungo termine dell’Afghanistan.

I gruppi per i diritti umani affermano che il divieto di istruzione fa parte di più ampie restrizioni alla partecipazione delle donne alla vita pubblica, tra cui limitazioni al lavoro, alla circolazione e all’accesso agli spazi pubblici, lasciando molte donne e ragazze sempre più isolate all’interno delle loro case.