Scuole talebane: formare una generazione estremista e cancellare l’identità di un popolo

Adela Ayub Hakimi, Shafaqna Afghanistan (شفقنا افغانستان), 9 febbraio 2026
Nel XXI secolo, mentre le società globali avanzano lungo il cammino del progresso fondato su ragione, conoscenza e dignità umana, i cittadini dell’Afghanistan assistono a un ritorno inquietante alle forme più oscure di dominio e violenza organizzata. Il regime talebano, nel silenzio pesante e preoccupante della comunità internazionale, sta portando avanti con rapidità calcolata un progetto pericoloso: l’ingegnerizzazione ideologica di un’intera generazione attraverso una vasta rete di scuole religiose estremiste.
Queste istituzioni, apparentemente centri educativi, sono in realtà strumenti di controllo mentale, repressione identitaria e riproduzione della violenza. L’obiettivo non è l’istruzione, ma il lavaggio del cervello dei bambini, il taglio dei legami con cultura, scienza e pensiero critico, e la formazione di una generazione obbediente, aggressiva e incapace di interrogarsi. Ciò che avviene in queste scuole non è soltanto una crisi educativa: è un crimine sistematico contro i diritti umani, le cui conseguenze minacciano non solo l’Afghanistan, ma anche la sicurezza regionale e globale.
Abusi sistematici sui minori
I talebani hanno trasformato l’educazione in uno strumento di consolidamento del proprio potere esclusivo. Mentre milioni di afghani lottano contro povertà, fame e collasso economico, ingenti risorse vengono investite nell’espansione delle scuole religiose. In questi centri, al posto di scienze, competenze di vita e educazione civica, bambini e adolescenti vengono nutriti con ideologia estremista, sacralizzazione della violenza e obbedienza cieca. Concetti come jihad radicale, odio verso “l’altro” e negazione della dignità umana vengono inculcati sistematicamente.
Le ragazze, fin dall’inizio, ricevono il messaggio dell’esclusione, del silenzio e dell’obbedienza assoluta; i ragazzi crescono con insegnamenti che presentano la donna come inferiore, pericolosa o oggetto di possesso. Questo sistema educativo riproduce e radica un apartheid di genere a un livello più profondo e duraturo.
Accanto a questa tragedia, uno degli aspetti più oscuri e meno documentati riguarda le aggressioni sessuali e gli abusi sistematici sui minori — un crimine che colpisce sia ragazze che ragazzi, in particolare i più piccoli. Rapporti provenienti dall’interno dell’Afghanistan indicano molteplici casi di violenza sessuale in ambienti scolastici religiosi, dove non esistono meccanismi indipendenti di supervisione, né canali sicuri di denuncia, né percorsi di giustizia. I bambini, soprattutto le bambine, sono lasciati completamente indifesi in una struttura chiusa, armata e ideologizzata.
Si tratta di una violazione evidente della Convenzione sui diritti dell’infanzia, della Convenzione contro la tortura e dei principi fondamentali dei diritti umani.
Una rete organizzata di violenza sessuale
Ancora più allarmanti sono le segnalazioni documentate sulla distribuzione di sostanze stupefacenti e di pillole note come “K” tra alcune studentesse, utilizzate per stordirle, renderle dipendenti e facilitare abusi sessuali. Questo rappresenta un grave campanello d’allarme per la comunità internazionale. Drogare le ragazze non solo distrugge la loro salute fisica e mentale, ma le trasforma in vittime silenziose di una rete organizzata di violenza sessuale. Ignorare tali rapporti equivale a chiudere gli occhi su una delle forme più atroci di sfruttamento sessuale minorile nel mondo contemporaneo.
La violenza sessuale non si limita alle scuole. Rapporti credibili denunciano stupri, torture e abusi sessuali contro donne detenute nelle carceri talebane. Donne arrestate per attività civiche, proteste o accuse infondate subiscono umiliazioni, minacce e violenze sistematiche durante la detenzione. Questi atti costituiscono un chiaro crimine contro l’umanità e comportano responsabilità giuridiche e morali dirette non solo per i responsabili, ma anche per le istituzioni internazionali che restano in silenzio.
Il progetto talebano non è soltanto religioso; ha una natura profondamente ostile alla cultura e centrata su un’etnia dominante. L’eliminazione della lingua e della letteratura persiana dal sistema educativo, la distorsione della storia, l’indebolimento dell’identità culturale delle etnie non pashtun e la pressione sistematica sulle minoranze etniche e religiose fanno parte di una pianificata operazione di cancellazione identitaria. Scienze, arti, filosofia, pensiero critico ed educazione civica vengono rimossi per costruire una società silenziosa, sradicata e obbediente. Il risultato è una generazione priva delle competenze necessarie nel mondo contemporaneo, ma vulnerabile all’estremismo, alla violenza e all’instabilità.
Di fronte a questa catastrofe, la risposta della comunità internazionale si è limitata in gran parte a dichiarazioni inefficaci e generiche espressioni di “preoccupazione”. Questo silenzio e questa inattività non sono semplice indifferenza; rappresentano una forma di complicità indiretta con crimini commessi contro donne, bambini e il futuro di un’intera nazione.
Perché non vengono esercitate pressioni reali e mirate? Perché gli architetti di questo sistema educativo e repressivo non vengono perseguiti a livello internazionale per crimini organizzati contro i diritti umani?
Come donna e difensora dei diritti umani in Afghanistan, considero questo silenzio un tradimento evidente dei valori universali di giustizia, dignità umana e diritti fondamentali.
E’ necessario un intervento urgante
Avverto che le conseguenze di questa irresponsabilità non resteranno confinate entro i confini afghani. L’estremismo coltivato oggi nelle scuole e nelle carceri diventerà domani una minaccia transnazionale per la regione e per il mondo. Se la comunità internazionale non si opporrà ora alle violazioni sistematiche dei diritti di donne e bambini in Afghanistan, domani pagherà un prezzo molto più alto.
Il tempo delle dichiarazioni è finito. È necessario un intervento urgente, deciso e coordinato: indagini internazionali indipendenti sulle violenze sessuali in scuole e carceri; responsabilità penale per i responsabili; sanzioni complete contro le strutture coinvolte; sostegno concreto a un’istruzione sicura e indipendente; e percorsi immediati di protezione e salvezza per donne e bambini a rischio.
Il popolo afghano, in particolare le donne, è in prima linea nella difesa dell’umanità. Restare in silenzio davanti alla loro sofferenza è una scelta consapevole — una scelta che influenzerà anche il futuro del mondo.
20 Dalwa 1404 — Hasht-e Sobh








