
SALTO, 21 marzo 2026, di Simonetta Nardin
In Afghanistan alle ragazze, dopo i 12 anni, è vietato studiare. La resistenza femminile passa attraverso scuole segrete e progetti di indipendenza economica. Il racconto di una giovane donna e le sue speranze in una generazione che non si arrende.
In Afghanistan alle ragazze, dopo i 12 anni, è vietato studiare. Ma esistono forme di resistenza, come ad esempio quella delle donne di RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan), che dal 1977 lottano per i diritti delle donne, la pace e la democrazia e che oggi, anche attraverso una rete di scuole segrete, continuano a sfidare l’apartheid di genere imposto dal regime fondamentalista dei Talebani.
In occasione della Giornata internazionale dei diritti della donna, la Fondazione Casa Costa, il Centro Antiviolenza GEA e l’ONG di Belluno “Insieme si può…” hanno presentato a Bolzano persone e progetti che testimoniano questa resistenza. Oggi riportiamo qui il racconto fatto in quella occasione da Jeena, una giovane donna afghana, che da alcuni anni vive in Italia e che ha offerto anche un briciolo di speranza perché “un regime basato sull’ignoranza non può controllare all’infinito un’intera popolazione”.
Introducendo l’evento, l’albergatore Michil Costa ha ricordato che il suo impegno e quello della Fondazione Casa Costa a favore della parità di genere nascono innanzitutto dalla consapevolezza e dall’assunzione di responsabilità. Il primo passo è riconoscere che le donne, anche nella nostra società , continuano a vivere discriminazioni quotidiane. “Per questo spetta a noi uomini fare la nostra parte: non si tratta di una colpa di esser nati maschi, ma di come scegliamo di esistere come tali”.
“Possiamo diventare esseri umani migliori solo se diventiamo uomini migliori”.
Il passo successivo, ha detto, è tradurre questa consapevolezza in azioni concrete: nel linguaggio, nei luoghi di lavoro, nell’educazione dei figli, nella condivisione del lavoro domestico, nel non restare in silenzio di fronte a discriminazioni e violenze. È con questo stesso approccio che la Fondazione, creata nel 2007, sostiene progetti concreti a favore delle donne in Afghanistan, in particolare a fianco di RAWA. “Possiamo diventare esseri umani migliori solo se diventiamo uomini migliori, se scegliamo ogni giorno di essere parte attiva del cambiamento. Perché sotto lo stesso cielo, tutti siamo responsabili,” ha concluso.
“Gli stessi strumenti che mettono in atto le donne in situazioni di violenza in tutto il mondo”.
“Se ognuna e ognuno nel suo ambito di competenze fa un piccolo passo, allora insieme si possono fare nascere cose meravigliose,” ha detto Christine Clignon, presidente di GEA, che ha avviato il dialogo con J. ricordando la profondità della crisi afghana: “È uno scenario difficilmente immaginabile per chi nasce in un contesto privilegiato come il nostro. Sono le donne a pagare il prezzo più alto in Afghanistan: non possono più decidere del proprio futuro né del proprio corpo. Eppure mettono in campo una forza straordinaria per sopravvivere”. Clignon ha richiamato un elemento di continuità tra contesti così diversi: “Per sopravvivere mettono in atto una forza grandissima, una resilienza inimmaginabile. Sono gli stessi strumenti che mettono in atto le donne in situazioni di violenza in tutto il mondo. Ecco quindi il nome del nostro evento: Voci di Forza”. Ed ecco la voce di Jeena.
Il racconto di Jeena
Ogni volta che parlo del mio Paese porto con me un peso difficile da spiegare. Ma oggi, nonostante tutto, esiste ancora speranza. La situazione non è più quella del 1996: oggi i giovani sono molti di più, e sono consapevoli. Questo, per noi, significa che qualcosa potrà cambiare.
A volte diciamo, anche per sdrammatizzare, che se le grandi potenze smettessero di sostenere i talebani, l’Afghanistan potrebbe liberarsi in pochi giorni. È una battuta, certo, ma contiene una verità: i talebani non sono invincibili. Sono un gruppo armato, ma non rappresentano davvero la forza di un popolo di oltre trenta milioni di persone, in gran parte giovani.
E sono proprio i giovani, oggi, uno dei segnali più forti di speranza. Nonostante tutto, continuano a organizzarsi, a pensare, a immaginare un futuro diverso. Alcuni studenti universitari hanno creato un’organizzazione dedicata alla crisi climatica: hanno tutti meno di 25 anni e lavorano nelle loro comunità per ridurre l’inquinamento e sensibilizzare le persone. In un Paese devastato da guerre e crisi umanitarie, scegliere di occuparsi anche dell’ambiente è un atto politico, è un segno di visione.
In una delle città più conservatrici dell’est, Jalalabad, alle studentesse era stato inizialmente permesso di sostenere gli esami universitari. Ma quando questo diritto è stato nuovamente limitato, i loro colleghi maschi hanno deciso di scioperare: hanno dichiarato che non avrebbero frequentato né sostenuto esami senza le loro compagne. Questo gesto ha avuto un effetto a catena: altri studenti, a Kabul, Herat e Mazar-e-Sharif, hanno fatto lo stesso. E durante alcune proteste guidate da donne, come a Herat, anche uomini sono scesi in piazza in solidarietà.
Nonostante tutto, i giovani continuano a organizzarsi, a pensare, a immaginare un futuro diverso.
Eppure, la realtà quotidiana resta durissima. Il Paese è precipitato in una crisi profonda. Ci sono fame, inflazione, disoccupazione ovunque. Le istituzioni sono collassate, l’economia è ferma, i beni sono congelati. La vita delle persone è diventata una lotta continua per sopravvivere.
Negli ultimi mesi è stato introdotto un nuovo codice penale. È difficile spiegare quanto questo abbia cambiato tutto. Non si tratta solo di leggi più severe, ma di un sistema che riconosce apertamente una gerarchia tra le persone. La stessa colpa può essere punita in modo diverso a seconda di chi la commette. Chi ha potere religioso viene spesso solo ammonito, mentre chi appartiene alle classi più deboli può essere incarcerato o punito fisicamente.
Questo crea un senso di ingiustizia profondo, ma anche paura. Non esiste più un’idea di legge uguale per tutti. Esiste solo il controllo. Un altro aspetto molto pericoloso è l’imposizione di una sola interpretazione religiosa. Questo non solo esclude le minoranze, ma crea divisioni che possono sfociare in nuovi conflitti. L’Afghanistan ha già vissuto troppe guerre per motivi religiosi, e il rischio che la storia si ripeta è reale.
Esiste una guerra silenziosa fatta di fame, povertà, disoccupazione, ingiustizia e soffocamento
Nel frattempo, la vita delle persone si spezza. Ho visto famiglie distrutte dalla povertà. Persone costrette a vendere i propri figli, soprattutto le bambine, per poter sfamare gli altri. Uomini che vendono un rene per guadagnare qualche mese di sopravvivenza. E altri che non ce la fanno e scelgono di togliersi la vita.
Quando i Talebani parlano di sicurezza, io mi chiedo: che tipo di sicurezza è quella in cui si muore di fame? Manon dimentichiamoci dei crimini che gli Stati Uniti hanno commesso contro il nostro popolo, innanzitutto sostenendo un regime mafioso fondamentalista durante i vent’anni di occupazione militare. In base ad un accordo vergognoso hanno consegnato il paese ai Talebani e loro stessi sono fuggiti in meno di 24 ore. Ritenere esclusivamente i Talebani colpevoli per la situazione aiuta l’Occidente a lavarsi le mani delle sue responsabilità.
Forse oggi non ci sono più bombe e carri armati come in passato, ma esiste una guerra silenziosa: fatta di fame, povertà, disoccupazione, ingiustizia e soffocamento. Ma c’è un altro livello della crisi, ancora più doloroso: quello delle donne.
Oggi, essere donna in Afghanistan significa perdere quasi tutto. Le donne non possono lavorare, non possono studiare, non possono muoversi liberamente. Anche uscire di casa è diventato complicato, perché è necessario essere accompagnate da un uomo della famiglia.
Non possiamo più andare nei parchi, nelle palestre, nei luoghi pubblici. I saloni di bellezza sono stati chiusi. Il Ministero per gli affari femminili è stato sostituito da un organo che controlla ogni aspetto della vita privata: come ci vestiamo, come ci comportiamo, perfino come ridiamo.
La violenza è aumentata. E ciò che è ancora più grave è che viene normalizzata. Il nuovo codice penale, di fatto, rende la violenza domestica quasi invisibile. Le donne non hanno strumenti per difendersi. Se scappano, rischiano di essere punite loro.
Quando penso a mia sorella, penso a una forma di resistenza silenziosa ma potentissima.
Mia sorella lavora in un’organizzazione sanitaria. È uno dei pochi ambiti in cui le donne possono ancora operare, ma in condizioni estremamente difficili. Lei mi racconta che ogni giorno arrivano casi gravissimi: ragazze giovanissime, spesso minorenni, che hanno subito violenze fisiche, sessuali, psicologiche. Alcune non riescono nemmeno a parlare o a camminare. Molte hanno tra i 14 e i 16 anni e affrontano gravidanze ad alto rischio. Il sistema sanitario è al collasso, mancano medici, fondi, strutture.
Nel presente ho una speranza più semplice: che una donna possa uscire di casa senza paura.
Eppure, queste donne continuano a lavorare. Lo fanno spesso in clandestinità, senza contratti, usando nomi falsi per non essere identificate. I talebani fanno incursioni nei centri sanitari, minacciano, intimidiscono. Ma restano, perché sanno che, se smettono, altre donne resteranno completamente sole. Quando penso a mia sorella, penso a una forma di resistenza silenziosa ma potentissima.
Scuole segrete e una tisana allo zafferano
In Afghanistan la Fondazione Casa Costa sostiene RAWA anche attraverso la collaborazione con l’ONG bellunese Insieme si può…(ISP). A Bolzano, il direttore di ISP Daniele Giaffredo ha raccontato come, dopo il ritorno dei talebani nel 2021, RAWA ha subito riattivato la rete delle scuole segrete, creata sotto il primo regime dei talebani. Si tratta di classi clandestine ospitate in case private, frequentate da ragazze sopra i 12 anni e da donne di tutte le età. Un sistema ad altissimo rischio: insegnanti, famiglie e studentesse vivono sotto minaccia costante. Dal 2021 sono state attivate circa 50 classi, per un totale di oltre 600 beneficiarie ogni anno, in diverse province del Paese.
La Fondazione sostiene dal 2017 anche un progetto legato alla coltivazione dello zafferano, che garantisce un reddito alle donne coinvolte e promuove percorsi di alfabetizzazione. Il progetto è sostenuto anche attraverso la vendita de “Il Fiore di Herat”, una tisana allo zafferano nata dalla collaborazione con Pompadour (a Bolzano si trova presso Peter’s Teahouse ). “Grazie a questo progetto sono successe cose straordinarie – ha raccontato Giaffredo –. Le donne coinvolte hanno chiesto corsi di alfabetizzazione e hanno coinvolto altre donne della loro comunità.”
Un’altra forma di resistenza è quella delle scuole segrete. Oggi alle ragazze sopra i dodici anni è vietato studiare. Non possono frequentare la scuola né l’università. Questo significa negare il futuro a un’intera generazione.
Ma non tutte accettano questo destino. In molte città esistono scuole clandestine. Sono case private, dove le ragazze arrivano in piccoli gruppi, in orari diversi, per non dare nell’occhio. Tutte sanno cosa dire in caso di controlli. In alcuni casi, sembrano normali famiglie. In realtà sono scuole. Oltre alle materie tradizionali, si insegna anche a pensare, a capire la realtà, a sviluppare uno spirito critico.
Oltre alle materie tradizionali, si insegna anche a pensare, a capire la realtà, a sviluppare uno spirito critico.
Frequentarle è pericoloso. Le famiglie stesse, a volte, sono un ostacolo. E fuori casa c‘è il controllo costante. Una donna sola può essere fermata, minacciata, arrestata. Eppure, queste ragazze continuano. E spesso diventano insegnanti a loro volta. È così che nasce una nuova generazione di donne consapevoli.
La mia storia personale è legata a questa resistenza.
Mia madre era un’attivista durante il primo regime talebano. Ancora oggi vive in clandestinità. Da bambina non capivo cosa facesse: sapevo solo che era spesso fuori casa, anche per molte ore. Poi ho scoperto che lavorava con organizzazioni che gestivano scuole segrete, portavano aiuti umanitari e documentavano i crimini. È stata picchiata due volte dai talebani. Una volta non riusciva a camminare per settimane.
Io vivevo spesso con mia nonna. Ricordo un episodio che non dimenticherò mai: al mercato un talebano, un ragazzino, le urlò di tornare a casa, ma lei non sentì e lui la colpì con una frusta sulla schiena. Mia nonna gli disse: “Vergognati, potrei essere tua nonna”. Quando tornammo a casa le curai la ferita, enorme, che le copriva tutta la schiena, e in quel momento ho capito cosa significa vivere senza dignità.
Per questo, nonostante tutto, continuiamo a raccontare: per tenere viva un’idea diversa dell’ Afghanistan
Ricordo anche un altro momento, molto forte: l’esecuzione di Zharmina, nel 1999, nello stadio di Kabul. Era una mamma, giustiziata dai Talebani, e il video venne girato di nascosto e portato fuori dal Paese. Io ero in Pakistan e quando lo guardammo, fu uno shock. Tutti erano in silenzio. Alcuni piangevano. Ma alla fine qualcuno disse: “Adesso il mondo vedrà”.
Quella frase mi è rimasta dentro. Per questo, nonostante tutto, continuiamo a raccontare. Organizzazioni come RAWA, che da anni lavorano per un cambiamento politico profondo e radicale, tengono viva un’idea diversa di Afghanistan.
Le mie speranze più grandi sono forse lontane: un Afghanistan libero, laico e democratico, e lo sradicamento del fondamentalismo. Oggi sembrano quasi utopie. Ma nel presente ho una speranza più semplice: che una donna possa uscire di casa senza paura. Senza dover controllare continuamente il proprio corpo, il proprio abbigliamento, il proprio volto. Senza rischiare di essere fermata o arrestata solo per aver camminato in un parco o per aver lavorato di nascosto per sfamare la propria famiglia.
Un regime basato sull’ignoranza non può controllare all’infinito un’intera popolazione.
Credo anche che viviamo in un tempo diverso. Con la tecnologia, con l’accesso alle informazioni, con nuove forme di comunicazione, questa situazione non potrà restare immutata per sempre. Un regime basato sull’ignoranza non può controllare all’infinito un’intera popolazione.
Soprattutto perché la maggior parte degli afghani è giovane. E questa generazione troverà modi nuovi, più intelligenti, per resistere e cambiare la realtà. Per questo continuo a credere che il cambiamento sia possibile. Come ha scritto Arundhati Roy: non può esserci vera pace senza giustizia, e senza resistenza non ci sarà mai giustizia.