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Tag: Fondamentalismo

La settimana delle donne all’ONU: divisioni, allarmi e agghiaccianti testimonianze

Stefano Vaccara, VNY, 9 marzo 2026

Al Palazzo di Vetro, la settimana più importante dell’anno per i diritti delle donne, lunedì si è aperta in un clima che riflette perfettamente il momento storico: grandi parole, grandi allarmi, ma anche profonde spaccature politiche e morali.

Da una parte, nell’aula dell’Assemblea Generale, la 70ª sessione della Commissione sullo Status delle Donne ha rilanciato il tema dell’accesso alla giustizia per donne e ragazze in tutto il mondo. Dall’altra, nelle sale laterali e al Consiglio di Sicurezza, sono esplose con forza le crisi che oggi rendono quel diritto sempre più fragile: l’Afghanistan dei talebani, l’Iran in guerra, il Medio Oriente in fiamme, la regressione globale dei diritti femminili.

In sala, ad affiancare leader politici e funzionarie ONU, c’era Anne Hathaway, goodwill ambassador di UN Women, con un intervento che ha dato un tono più emotivo ma non meno politico alla giornata. “È difficile sopportare la consapevolezza che la distanza tra la promessa dell’uguaglianza e l’esperienza concreta di essa sia ancora così grande per così tante persone”, ha detto l’attrice americana dal podio verde dell’Assemblea Generale. Hathaway ha reso omaggio “al coraggio e alla forza delle donne che non hanno accettato di vedersi negare giustizia, perché hanno scelto di agire in un mondo che si aspetta il silenzio”, chiudendo con una frase che è sembrata parlare anche alla tensione dell’intera settimana: “La nostra celebrazione oggi afferma la nostra determinazione a resistere più a lungo dell’ingiustizia”.

In Afghanistan c’è l’apartheid di genere

Un intervento particolarmente forte è arrivato dalla premio Nobel per la pace Malala Yousafzai, che ha denunciato con durezza la situazione delle donne e delle ragazze in Afghanistan sotto il regime talebano. “Oggi sono qui con il cuore spezzato”, ha detto, ricordando anche la sofferenza delle famiglie colpite dalla violenza in diverse parti del mondo, tra cui Iran e Gaza. Malala ha definito il sistema imposto dai talebani una vera e propria “gender apartheid”, sottolineando che alle ragazze è vietato frequentare la scuola secondaria e l’università e alle donne è impedito lavorare e partecipare alla vita pubblica. “Questo non è cultura. Non è religione. È un sistema di segregazione e dominio”, ha dichiarato, invitando la comunità internazionale a riconoscere formalmente questa realtà nel diritto internazionale. Nel finale del suo intervento ha lanciato un appello diretto ai governi affinché passino dalle parole ai fatti: “I discorsi non proteggono le ragazze. Ma le leggi, la responsabilità e il coraggio politico sì”.

Il segretario generale António Guterres, nel suo intervento di apertura, ha scelto parole nette: “Viviamo in un mondo e in una cultura dominati dagli uomini. L’uguaglianza di genere è, ed è sempre stata, una questione di potere”. E ancora: “Neanche un passo avanti nei diritti delle donne è mai stato regalato. È stato conquistato”. Per Guterres, il tema scelto quest’anno, l’accesso alla giustizia, “va al cuore stesso della lotta per l’uguaglianza”, in un mondo in cui le donne godono in media solo del 64 per cento dei diritti legali degli uomini. Il capo dell’ONU ha insistito sul fatto che la reazione contro i diritti femminili non è casuale ma strutturale: “Il backlash è ciò che il potere consolidato fa quando sente allentarsi la propria presa”. Ha parlato di protezioni legali erose, di difensore dei diritti delle donne sotto attacco, di diritti sessuali e riproduttivi indeboliti. E ha indicato nell’Afghanistan il caso più estremo: “Le donne vengono sistematicamente cancellate dalla vita pubblica – e ora persino impedite di entrare nei compound dell’ONU. Questa è ingiustizia nella pratica”.

Su questo punto è tornata con forza anche Annalena Baerbock, presidente dell’Assemblea Generale, che ha parlato senza giri di parole di “gender apartheid” in Afghanistan. “Qualsiasi normalizzazione di questo regime sarebbe una scelta attiva di tollerare la più grave violazione dei diritti delle donne”, ha detto. Baerbock ha poi allargato il discorso al sistema ONU stesso, ricordando che in 80 anni non c’è mai stata una donna segretario generale: “La domanda non è perché una donna dovrebbe diventare segretario generale. La domanda è: perché no?”

La disuguaglianza aggravata dalla guerra

Sulla stessa linea la direttrice esecutiva di UN Women, Sima Bahous, che ha ricordato come “in quasi il 70 per cento dei Paesi esaminati le donne affrontano maggiori ostacoli alla giustizia rispetto agli uomini”, mentre nel 54 per cento degli Stati lo stupro non è ancora definito sulla base del consenso. “L’uguaglianza di genere oggi è aggravata dai mali della guerra e del conflitto, dall’Afghanistan a Haiti, dall’Iran al Myanmar, dalla Palestina al Sudan, dalla Siria all’Ucraina”, ha detto, strappando applausi quando ha aggiunto che UN Women sarebbe “orgogliosa di servire una futura Madame Secretary-General”.

Eppure, proprio mentre nell’aula si parlava di giustizia, la politica internazionale ha mostrato tutta la sua frattura. Le Agreed Conclusions, il documento finale della Commissione, sono state adottate non per consenso ma con voto formale: 37 favorevoli, 1 contrario, gli Stati Uniti, e 6 astensioni. È un fatto raro e politicamente pesante. Washington ha rifiutato il testo denunciando il riferimento a quella che definisce “gender ideology”, il linguaggio sulla salute sessuale e riproduttiva, e qualsiasi apertura a una regolazione dell’intelligenza artificiale in chiave di diritti. Il rappresentante americano ha attaccato anche UN Women, accusandola di promuovere aborto e ideologia di genere.

Il risultato è che la più importante piattaforma globale sui diritti delle donne si apre quest’anno non nel segno dell’unità, ma della frattura.

Nel frattempo, poche ore dopo, il Consiglio di Sicurezza ha affrontato il dossier Afghanistan, con un tono durissimo verso i talebani. Gli Stati Uniti hanno denunciato quelle che l’ambasciatore Mike Waltz, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza, ha definito restrizioni “inaccettabili e francamente disgustose” contro i diritti delle donne. Ma a fotografare meglio la crisi è stata Georgette Gagnon, numero uno ad interim della missione ONU in Afghanistan, che ha parlato di una crisi umanitaria in peggioramento, di economia fragile, di ritorni forzati dai Paesi vicini, e del fatto che l’esclusione delle donne dal lavoro e dalla vita pubblica sta prosciugando il capitale umano del Paese. Il tutto mentre la guerra in Medio Oriente rende incerta anche la rotta commerciale via Iran e la frontiera con il Pakistan resta instabile.

Testimonianze dall’Iran

Se l’Afghanistan è diventato all’ONU il simbolo più esplicito della segregazione di genere, l’Iran è entrato nella settimana delle donne attraverso due porte diverse e complementari: da un lato nei discorsi ufficiali, dall’altro nelle testimonianze dirette.

La relatrice speciale Reem Alsalem ha denunciato “livelli nauseanti di impunità” parlando anche del caso Epstein, ma ha collegato il discorso alla violenza sulle donne nei conflitti, citando l’Iran e il Libano come esempi recenti di come l’impunità e la guerra colpiscano prima di tutto donne e ragazze.

E poi c’è stato un momento politicamente potentissimo: il side event organizzato dalla missione israeliana all’ONU, guidata dall’ambasciatore Danny Danon, con donne iraniane chiamate a denunciare le violenze e la repressione del regime. Il fatto che l’evento si sia tenuto proprio nel giorno inaugurale della conferenza sullo stato delle donne ha dato alla scena un significato particolare: la battaglia per i diritti femminili si intreccia ormai apertamente con la guerra, con la propaganda e con la diplomazia.

Tra le testimonianze, quella della calciatrice iraniana Shiva Amini è stata una delle più forti. “Sono qui per testimoniare contro questo regime di assassini”, ha detto. Ha raccontato arresti, minacce di stupro, frustate, carcere, la proibizione di giocare senza hijab, il divieto di competere contro atleti israeliani, e una vita sportiva ridotta a strumento di propaganda politica. “Nel mio Paese i campioni nazionali vengono premiati con i proiettili, non con le medaglie”, ha detto, rivolgendosi poi direttamente in italiano al presidente della FIFA Gianni Infantino per chiedere l’esclusione dell’Iran dalle competizioni internazionali.

Così, in un giorno, l’ONU ha offerto un’immagine brutale del presente: nella grande sala dell’Assemblea si approvano documenti sul diritto alla giustizia; nel Consiglio di Sicurezza si denuncia un sistema, quello talebano, che cancella le donne dalla società; nelle sale laterali, donne iraniane raccontano come uno Stato possa perseguitare perfino chi gioca a calcio. L’impressione è che questa CSW70 abbia messo a nudo ancora una volta che la questione dei diritti delle donne non è più un capitolo separato dell’agenda internazionale. È ormai il punto in cui si incontrano – e si scontrano – potere, guerra, ideologia, religione, democrazia e autoritarismo. E forse è proprio per questo che oggi divide così tanto.

8 marzo: Una rosa rossa per le figlie della mia terra

Un’altra voce di donna afghana nella Giornata internazionale per la donna, mentre alcune fonti dicono che i talebani hanno arrestato a Kabul Zuhal Fazel, un’attivista per i diritti delle donne. Sono entrati in casa e l’hanno portata via. Non è chiaro dove sia stata condotta né quali accuse, se ce ne sono, le siano state mosse.

Baran Mohammadi, AMU Tv, 8 marzo 2026

Ero davvero esausta. Così esausta che a volte mi dispiaceva persino essere una donna. Mi dicevo che forse avrei dovuto accettare che tutto è esattamente come dicono: che per noi non dovrebbe esserci scuola, né lavoro, né presenza fuori casa, né posto nella società. Forse tutto questo è ciò che Dio Onnipotente ha scritto per noi, e nella storia della creazione questo è il ruolo che ci è stato assegnato.

Allora perché non dovremmo interpretare il nostro ruolo esattamente come è scritto? Un attore su un palcoscenico teatrale o in un film ha il diritto di dire o fare qualcosa di contrario a quanto scritto nel copione? Un attore deve dire esattamente ciò che è scritto e fare esattamente ciò che gli viene assegnato.

Forse il mondo stesso è il palcoscenico del Dio Onnipotente. Egli ha scritto una storia e assegnato un ruolo a ogni essere. Il ruolo deve quindi essere interpretato esattamente come scritto nel copione: niente di più, niente di meno, senza ombra di dubbio.

Me lo ero detto, in preda alla rabbia e alla stanchezza: forse questa narrazione dell’essere donna è corretta. Forse è destino, e bisogna accettarlo.

Avevo detto che da quel momento in poi avrei abbassato la testa e avrei recitato la mia parte. Senza fare domande, senza protestare, come un’attrice che sa di non aver scritto lei la sceneggiatura e non ha altra scelta che recitarla.

“Mi piace il fatto di essere donna”

Ma da ieri sera, quando ho visto su Amu TV che si parlava dell’8 marzo, qualcosa mi ha improvvisamente percorso la pelle. Ho sentito come se una vena rimasta in silenzio per un po’ di tempo avesse ricominciato a pulsare. Qualcosa si è mosso nella mia mente: un’irrequietezza mentale, proprio come ha scritto lo scrittore turco Orhan Pamuk. Un’irrequietezza che sveglia improvvisamente una persona dal sonno.

All’improvviso mi accorsi che le convinzioni che mi ero costretta ad accettare negli ultimi mesi si erano trasformate in fumo e svanite nell’aria. Era come se non mi fossero mai appartenute. Mi piaceva di nuovo la sensazione di essere una donna: mi piaceva il fatto di essere una donna, che qualcosa dentro di me fosse ancora vivo.

Mia madre, che negli ultimi mesi aveva iniziato ad avere paura del mio silenzio e della mia obbedienza – una paura che potevo leggere inespressa nei suoi occhi – oggi mi guardava in modo diverso. Vidi i suoi occhi brillare per l’energia e l’entusiasmo che vedeva in me. C’era una domanda nel suo sguardo, come se volesse chiedermi: Cosa è successo, figlia mia? Sei tornata la persona di prima? Sei tornata la persona che eri prima in questi ultimi mesi?

Una ragazza vivace, rumorosa e vivace, curiosa, una lettrice, polemica; una ragazza che non aveva mai paura di discutere e discutere su niente e nessuno.

Guardare direttamente negli occhi gli uomini

Oggi ho deciso di uscire. Di guardare direttamente negli occhi gli uomini – attraverso i due occhi che spuntano sotto la mascherina sul mio viso – e di osservarli. Non per ostilità, ma per ricordare che ho ancora il diritto di camminare in questa città, di guardare e di essere vista.

Ho deciso di andare a cercare fiori, rose rosse. E di regalare una rosa rossa a ogni ragazza che vedo, a ogni donna che vedo per le strade e i vicoli della mia città. Alle figlie della mia città, alle figlie della mia terra.

Forse è un gesto piccolo. Forse nessuno se ne accorgerà. Ma per me, per il mio cuore, è un segno che qualcosa in me è ancora vivo, qualcosa che non vuole limitarsi a recitare la parte che è stata scritta per lei.

Forse il mondo è davvero un palcoscenico. Ma oggi ho capito che a volte anche l’attore può scrivere un nuovo copione nel suo cuore.

Baran Mohammadi è una donna che vive in Afghanistan e ha chiesto che venga utilizzato solo il suo nome.

La possibile caduta del regime clericale: un Iran democratico e l’isolamento dei talebani

Florance Kohistani, 8AM Media, 4 marzo 2026

Gli sviluppi in Iran si trovano oggi in una fase estremamente sensibile e decisiva: una fase che non solo determinerà il futuro di oltre 80 milioni di iraniani, ma che potrebbe anche ridefinire la mappa geopolitica del Medio Oriente e dell’Asia centrale. Considerando l’intervento e gli attacchi militari congiunti degli Stati Uniti e di Israele contro le infrastrutture militari e strategiche della Repubblica Islamica, molti analisti ritengono che il processo di cambiamento di regime abbia ormai superato il livello della pressione politica ed economica ed sia entrato in una fase operativa. Se questo intervento dovesse portare al collasso o alla rimozione dell’attuale struttura di potere, le conseguenze non sarebbero solo interne: l’Afghanistan, e in particolare i Talebani, sarebbero tra i primi a subirne l’impatto.

Una trasformazione dai potenti effetti

Per comprendere la portata di questo cambiamento, bisogna tornare alle radici ideologiche della Repubblica Islamica. Con la vittoria della rivoluzione del 1979 guidata da Ruhollah Khomeini, emerse nella regione un nuovo concetto di governo religioso: un sistema che non traeva la propria legittimità politica dal libero voto popolare, ma da una specifica interpretazione del principio della velayat-e faqih (il governo del giurista islamico). Questo cambiamento, nel contesto della Guerra Fredda e delle crisi regionali, ispirò molti movimenti islamisti. La rivoluzione iraniana dimostrò che un movimento religioso poteva rovesciare un potente regime secolare e costruire una nuova struttura di potere.

Nell’Afghanistan della fine degli anni ’70 e dell’inizio degli anni ’80, questa trasformazione non rimase senza effetti. Sebbene i mujaheddin afghani si fossero organizzati principalmente nel quadro della lotta contro il governo comunista di Kabul e la presenza militare sovietica, la vittoria della rivoluzione iraniana offrì loro un esempio concreto di “trionfo dell’Islam politico”. Per alcuni leader jihadisti, la rivoluzione del 1979 dimostrò che la mobilitazione religiosa poteva rovesciare un sistema esistente e conquistare il potere politico. Nonostante le differenze religiose tra sciiti e sunniti e le rivalità regionali impedissero una piena convergenza, sul piano psicologico e ideologico la rivoluzione iraniana contribuì a rafforzare il discorso del jihad e a legittimare l’idea di un governo religioso in Afghanistan.

Molti religiosi e attivisti politici afghani che viaggiavano in Iran furono influenzati dal clima rivoluzionario del paese e presentarono il concetto di “governo islamico” come una seria alternativa ai sistemi secolari. Questa influenza indiretta contribuì successivamente alla formazione della mentalità politica di parte delle forze jihadiste e persino al contesto sociale che rese possibile l’emergere dei Talebani.

Negli anni successivi, la Repubblica Islamica cercò di consolidare la propria influenza tra i gruppi sciiti afghani e allo stesso tempo di giocare un ruolo nelle grandi dinamiche politiche del paese. L’emergere dei Talebani negli anni ’90 rappresentò una seria sfida per Teheran. Con la loro interpretazione rigida e anti-sciita dell’Islam, i Talebani erano percepiti come una minaccia ideologica e di sicurezza per l’Iran. L’incidente di Mazar-i-Sharif nel 1998, con l’uccisione di diplomatici iraniani da parte dei Talebani, portò Iran e Talebani sull’orlo di uno scontro militare. Tuttavia, dopo l’attacco degli Stati Uniti all’Afghanistan nel 2001, la situazione divenne più complessa.

La massiccia presenza militare statunitense a est dell’Iran creò un dilemma strategico per Teheran. Da un lato, i Talebani erano nemici storici della Repubblica Islamica; dall’altro, la presenza prolungata di Washington nel paese vicino era percepita come una minaccia diretta. Di conseguenza, emerse una politica ambivalente: cooperazione limitata con il nuovo governo afghano e allo stesso tempo creazione di canali tattici di comunicazione con i Talebani per contenere l’influenza americana. Questa politica dimostrava che le considerazioni geopolitiche potevano persino prevalere sulle ostilità ideologiche.

Ora, con l’intervento militare diretto degli Stati Uniti e di Israele contro la Repubblica Islamica, la situazione è entrata in una nuova fase. Se questa pressione militare dovesse portare alla caduta della struttura del velayat-e faqih, la regione potrebbe trovarsi di fronte a un vuoto di potere in un paese che ha svolto un ruolo chiave nelle dinamiche di sicurezza regionali. La domanda fondamentale è se questo cambiamento avverrà in modo gestito e con una transizione ordinata del potere, oppure se sarà accompagnato dal collasso istituzionale e da una diffusa instabilità.

Gli effetti sull’Afghanistan

Per l’Afghanistan, il primo scenario – la nascita di uno stato democratico e stabile in Iran – potrebbe avere conseguenze profonde e persino decisive. Un nuovo Iran probabilmente baserebbe la propria politica estera su interessi nazionali chiari, su un’interazione costruttiva con la comunità internazionale e sul rispetto dei principi dei diritti umani. Un simile approccio potrebbe portare a un sostegno aperto a una struttura politica inclusiva in Afghanistan, nella quale tutte le etnie e religioni abbiano una parte e il potere non rimanga monopolizzato da un solo gruppo.

In questo quadro, un Iran democratico non solo potrebbe isolare i Talebani sul piano politico e diplomatico, ma anche – in coordinamento con altri attori regionali e globali – creare le condizioni per una pressione multilaterale su questo gruppo. Se la nuova leadership iraniana ottenesse la propria legittimità dal voto popolare e aderisse ai valori democratici, avrebbe la posizione morale e politica per sfidare la narrativa ideologica dei Talebani. Un tale sviluppo potrebbe costringere i Talebani a cambiare comportamento e, qualora rifiutassero riforme fondamentali, l’isolamento regionale e la riduzione dei sostegni taciti potrebbero portare al loro graduale indebolimento e persino alla loro uscita dal potere.

Il secondo scenario, tuttavia, è più preoccupante. Se il cambiamento di regime in Iran fosse accompagnato dal collasso delle strutture di sicurezza e amministrative, i lunghi confini tra Iran e Afghanistan potrebbero diventare un’area di instabilità. Il traffico di armi e droga, i movimenti di gruppi estremisti e la competizione tra potenze straniere potrebbero spingere la regione in una nuova fase di caos. In tale contesto, gruppi come l’ISIS potrebbero tentare di sfruttare il vuoto di potere per espandere la propria influenza.

Per i Talebani questa situazione sarebbe ambivalente. Da un lato, l’indebolimento dell’Iran eliminerebbe un rivale storico; dall’altro, l’espansione dell’estremismo transnazionale potrebbe minacciare il loro fragile controllo del potere. I Talebani, che stanno cercando di consolidare il proprio potere interno, non possono ignorare il rischio dell’ingresso di gruppi ancora più radicali. In particolare, se fazioni sunnite più estreme con slogan anti-sciiti diventassero attive lungo i confini iraniani, l’intera regione potrebbe entrare in una nuova fase di tensioni settarie con pesanti conseguenze anche per l’Afghanistan.
Anche l’impatto sociale e culturale di un cambiamento in Iran sarebbe significativo per l’Afghanistan. I legami linguistici, culturali ed economici tra le due società sono profondi. Se in Iran emergesse un sistema basato su elezioni libere, libertà dei media e separazione tra religione e stato, questo modello potrebbe offrire ai giovani afghani una visione diversa del governo in un paese musulmano. Un simile modello non solo indebolirebbe la legittimità ideologica dei Talebani, ma potrebbe anche incoraggiare le forze politiche e civili afghane a chiedere cambiamenti strutturali.

Sul piano economico, la ricostruzione e l’integrazione dell’Iran nell’economia globale potrebbero trasformare le rotte commerciali dell’Afghanistan. L’Iran potrebbe diventare un corridoio di transito vitale per l’Afghanistan e ridurre la dipendenza del paese da rotte limitate. Lo sviluppo del commercio ufficiale e degli investimenti congiunti potrebbe favorire la crescita economica e ridurre l’economia sommersa – un fattore che, a lungo termine, influenzerebbe anche la struttura del potere in Afghanistan limitando le fonti di finanziamento opache da cui alcuni gruppi traggono vantaggio.

Anche la questione dell’acqua del fiume Helmand è importante. Le tensioni periodiche tra Teheran e i Talebani sui diritti idrici hanno dimostrato che le risorse naturali possono trasformarsi in una crisi di sicurezza. Un governo democratico in Iran probabilmente affronterebbe questa questione attraverso meccanismi legali e accordi internazionali trasparenti. Un tale approccio potrebbe ridurre le tensioni e creare un quadro stabile per la gestione delle risorse condivise, evitando che diventino uno strumento di pressione politica.

Destini incrociati

In definitiva, il futuro della regione dipende dalle decisioni prese a Teheran e a Washington. Se l’intervento militare degli Stati Uniti e di Israele porterà a una transizione ordinata e alla creazione di una struttura politica responsabile in Iran, potrebbe emergere un nuovo ordine regionale – un ordine in cui l’estremismo venga indebolito e la cooperazione in materia di sicurezza rafforzata. In tale contesto, i Talebani si troverebbero di fronte a un ambiente regionale completamente diverso: uno in cui il sostegno implicito diminuisce, la pressione diplomatica aumenta e un modello alternativo di governo si sviluppa nel paese vicino.

Iran e Afghanistan hanno destini intrecciati. La caduta della Repubblica Islamica potrebbe segnare la fine di un’epoca ideologica nella regione, ma anche l’inizio di una nuova fase il cui successo o fallimento dipenderà dal modo in cui verrà gestita la transizione. Un Iran democratico, se riuscirà a stabilizzarsi, potrà isolare i Talebani a livello regionale e persino, in coordinamento con altre potenze, creare le condizioni per la loro graduale uscita dal potere. Ciò che sta accadendo oggi in Iran non è solo un cambiamento interno, ma una trasformazione storica che potrebbe modificare profondamente il percorso dell’estremismo, della stabilità e del futuro politico dell’Afghanistan negli anni a venire.

8 marzo: “Come ho lasciato mio zio nelle mani dei talebani”

Humaira Qaderi, AMU Tv, 8 maggio 2026

Nel 1996, quando i talebani entrarono a Herat, la città cambiò rapidamente. Fino a pochi mesi prima si erano celebrate vittorie, e l’ufficio del governatore provinciale era illuminato da decorazioni. In molte sere donne e uomini festeggiavano nelle strade, mangiando cibo e dolci, raccontando storie e passeggiando in sicurezza.

Per Herat e per la sua gente, ogni celebrazione era legata alla danza e alla gioia. Era usanza organizzare feste per diverse occasioni e ripeterle l’anno successivo nello stesso giorno, finché non diventavano celebrazioni annuali.

Porte sbarrate a ogni gioia e incontro

Quando arrivarono i talebani, non chiusero soltanto scuole e università, ma sbarrarono anche le porte a ogni forma di gioia e di incontro tra le persone.

Per mio zio, Bashir Ahmad, che un tempo era stato un giovane allegro e pieno di vita, la vita nella Herat governata dai talebani divenne insopportabile.

I suoi amici lasciavano Herat uno dopo l’altro per andare all’estero, gli incontri del venerdì erano scomparsi e, giorno dopo giorno, lui perdeva interesse per la Facoltà di Agraria.

Capivo lo stato d’animo di mio zio. Così come noi ragazze ci sentivamo prigioniere in casa, i ragazzi sperimentavano solitudine e umiliazione nelle strade.

I talebani erano intervenuti nell’identità delle persone e, dalla casa alla strada, tutto era crollato.

La città, con tutta la sua gente, cadde in un isolamento tale che nemmeno negli anni di guerra aveva mai conosciuto qualcosa di simile.

Il freddo dell’inverno ci era entrato nelle ossa quando, una mattina, mio zio annunciò con voce soffocata che voleva andare illegalmente in Iran.

Si era avvolto nella sua coperta marrone, con la testa china sulle ginocchia; non sapevo se stesse fissando il pavimento o le dita dei piedi. Mio padre posò un pezzo di pane sulla tovaglia e disse: “Diventerai uno straniero in un altro paese!”

Io dissi: “E l’università?”

Mio zio mi guardò e disse: “Volevo avere una grande fattoria, andare a Shada e comprare molta terra.”

I suoi sogni erano stati sepolti nel passato, e io non me n’ero accorta.

“Una parte dello zio scompariva…”

Io, zia Aziza e zio Bashir Ahmad avevamo un bel rapporto. Durante l’Eid preparavamo insieme la tavola, e la sera parlavamo fino a tardi. Ogni volta che partiva la musica, le sue spalle cominciavano a muoversi. Diceva sempre che non era da meno di Amitabh Bachchan. Proprio l’inverno precedente avevamo rotto semi di anguria e di melone attorno al braciere e ci eravamo strappati l’ultima manciata. In quei giorni eravamo una famiglia; la città e le case non erano ancora state divise tra uomini e donne.

Due giorni dopo mio zio non era al tavolo della colazione. Mio padre pianse tutto il giorno premendo il fazzoletto all’angolo degli occhi, e io stavo alla finestra a guardare i passeri che beccavano la neve sui muri. Undici giorni dopo tornò, coperto di polvere. Il trafficante li aveva abbandonati al confine. Avevano resistito tre giorni tra le montagne e poi erano tornati tutti a piedi verso Herat.

Quell’anno e l’anno successivo mio zio ci provò altre due volte. Una volta attraversò il confine dopo quattro mesi, un’altra fu preso sotto il fuoco delle guardie di frontiera iraniane. Con ogni partenza e ogni ritorno, una parte dello zio che conoscevo scompariva. Non lo vedevamo più ballare, né sedersi con noi vicino al braciere a parlare.

Non c’erano più soldi per la tavola dell’Eid. Mio zio non era soltanto silenzioso, ma anche cupo. Sebbene gli mancasse solo un anno alla laurea, non tornò mai più alla Facoltà di Agraria. Era distrutto e rovinato quanto me e mia zia.

Forse era il 1999. Quando mi svegliai una mattina, sul muro di terra del salone — dove mio padre appoggiava il cuscino e ascoltava la radio della BBC — qualcuno aveva scritto con un gesso bianco, con una calligrafia ordinata e bellissima: “In verità, il migliore tra voi è il più pio.”

Un colore rosa era stato usato per ombreggiare la scritta bianca. Chi non riconosceva la splendida calligrafia di zio Bashir Ahmad?

Il giorno dopo si rivolse a me e a zia Aziza e disse: “Le vostre risate arrivano fino a ogni estraneo nel vicolo. Quando una donna della famiglia cammina, il suono delle sue scarpe non dovrebbe essere udito da nessuno. Quando parla con qualcuno, dovrebbe mettere un sassolino sotto la lingua, così che persino il tono della sua voce cambi.”

L’ideologia talebana lo uccise

Mio zio pregava cinque volte al giorno già prima dei talebani e partecipava alla preghiera del venerdì, ma non aveva mai trasformato la religione in una spada sopra le nostre teste. Era sopravvissuto alla guerra sovietica e alla guerra civile, ma l’ideologia talebana alla fine lo uccise.

Anch’io mi allontanai da lui. Una preghiera per i morti — e basta. Come se il Bashir Ahmad che era stato mio zio non esistesse più.

Ora, quando guardo indietro dopo ventisei anni, mi chiedo perché non abbia provato a riavvicinarmi a lui. Che cosa aveva vissuto in quegli anni solitari per le strade?

E che dire di quei tre giorni nelle montagne coperte di neve? Perché mi lasciò ai talebani? Perché io lasciai lui?

Anni dopo, durante il periodo della repubblica, il nostro rapporto migliorò. Era diventato padre di una figlia e di un figlio, e io ero diventata madre. Vivevamo entrambi per i nostri figli, e i ricordi del passato perduto si erano attenuati.

Ma il passato non ci ha lasciati. La figlia di mio zio Bashir Ahmad frequentava la nona classe quando i talebani sono tornati. Ormai dovrebbe essere al primo o al secondo anno di università.

Non molto tempo fa mio zio disse: “La ragazza è cresciuta. È meglio che si sposi piuttosto che piangere tutto il giorno per la scuola. È diventata pelle e ossa.”

Ieri sera ho chiesto a mia cugina: “Come sta lo zio?”. Lei ha risposto: «Non capisco perché, ma mio padre sembra più vecchio di settant’anni.»

Io so perché. Perché ancora una volta, nella crudele ripetizione della storia, ci siamo abbandonati l’un l’altro al dolore dei talebani —

un padre a sua figlia, una figlia a suo padre.

Humaira Qaderi è una docente universitaria e una nota scrittrice afghana, conosciuta per i romanzi “Eqlima” e “Silver Girl of the Kabul River”.

Scuole talebane: formare una generazione estremista e cancellare l’identità di un popolo

Adela Ayub Hakimi, Shafaqna Afghanistan (شفقنا افغانستان), 9 febbraio 2026

Nel XXI secolo, mentre le società globali avanzano lungo il cammino del progresso fondato su ragione, conoscenza e dignità umana, i cittadini dell’Afghanistan assistono a un ritorno inquietante alle forme più oscure di dominio e violenza organizzata. Il regime talebano, nel silenzio pesante e preoccupante della comunità internazionale, sta portando avanti con rapidità calcolata un progetto pericoloso: l’ingegnerizzazione ideologica di un’intera generazione attraverso una vasta rete di scuole religiose estremiste.

Queste istituzioni, apparentemente centri educativi, sono in realtà strumenti di controllo mentale, repressione identitaria e riproduzione della violenza. L’obiettivo non è l’istruzione, ma il lavaggio del cervello dei bambini, il taglio dei legami con cultura, scienza e pensiero critico, e la formazione di una generazione obbediente, aggressiva e incapace di interrogarsi. Ciò che avviene in queste scuole non è soltanto una crisi educativa: è un crimine sistematico contro i diritti umani, le cui conseguenze minacciano non solo l’Afghanistan, ma anche la sicurezza regionale e globale.

Abusi sistematici sui minori

I talebani hanno trasformato l’educazione in uno strumento di consolidamento del proprio potere esclusivo. Mentre milioni di afghani lottano contro povertà, fame e collasso economico, ingenti risorse vengono investite nell’espansione delle scuole religiose. In questi centri, al posto di scienze, competenze di vita e educazione civica, bambini e adolescenti vengono nutriti con ideologia estremista, sacralizzazione della violenza e obbedienza cieca. Concetti come jihad radicale, odio verso “l’altro” e negazione della dignità umana vengono inculcati sistematicamente.

Le ragazze, fin dall’inizio, ricevono il messaggio dell’esclusione, del silenzio e dell’obbedienza assoluta; i ragazzi crescono con insegnamenti che presentano la donna come inferiore, pericolosa o oggetto di possesso. Questo sistema educativo riproduce e radica un apartheid di genere a un livello più profondo e duraturo.

Accanto a questa tragedia, uno degli aspetti più oscuri e meno documentati riguarda le aggressioni sessuali e gli abusi sistematici sui minori — un crimine che colpisce sia ragazze che ragazzi, in particolare i più piccoli. Rapporti provenienti dall’interno dell’Afghanistan indicano molteplici casi di violenza sessuale in ambienti scolastici religiosi, dove non esistono meccanismi indipendenti di supervisione, né canali sicuri di denuncia, né percorsi di giustizia. I bambini, soprattutto le bambine, sono lasciati completamente indifesi in una struttura chiusa, armata e ideologizzata.

Si tratta di una violazione evidente della Convenzione sui diritti dell’infanzia, della Convenzione contro la tortura e dei principi fondamentali dei diritti umani.

Una rete organizzata di violenza sessuale

Ancora più allarmanti sono le segnalazioni documentate sulla distribuzione di sostanze stupefacenti e di pillole note come “K” tra alcune studentesse, utilizzate per stordirle, renderle dipendenti e facilitare abusi sessuali. Questo rappresenta un grave campanello d’allarme per la comunità internazionale. Drogare le ragazze non solo distrugge la loro salute fisica e mentale, ma le trasforma in vittime silenziose di una rete organizzata di violenza sessuale. Ignorare tali rapporti equivale a chiudere gli occhi su una delle forme più atroci di sfruttamento sessuale minorile nel mondo contemporaneo.

La violenza sessuale non si limita alle scuole. Rapporti credibili denunciano stupri, torture e abusi sessuali contro donne detenute nelle carceri talebane. Donne arrestate per attività civiche, proteste o accuse infondate subiscono umiliazioni, minacce e violenze sistematiche durante la detenzione. Questi atti costituiscono un chiaro crimine contro l’umanità e comportano responsabilità giuridiche e morali dirette non solo per i responsabili, ma anche per le istituzioni internazionali che restano in silenzio.

Il progetto talebano non è soltanto religioso; ha una natura profondamente ostile alla cultura e centrata su un’etnia dominante. L’eliminazione della lingua e della letteratura persiana dal sistema educativo, la distorsione della storia, l’indebolimento dell’identità culturale delle etnie non pashtun e la pressione sistematica sulle minoranze etniche e religiose fanno parte di una pianificata operazione di cancellazione identitaria. Scienze, arti, filosofia, pensiero critico ed educazione civica vengono rimossi per costruire una società silenziosa, sradicata e obbediente. Il risultato è una generazione priva delle competenze necessarie nel mondo contemporaneo, ma vulnerabile all’estremismo, alla violenza e all’instabilità.

Di fronte a questa catastrofe, la risposta della comunità internazionale si è limitata in gran parte a dichiarazioni inefficaci e generiche espressioni di “preoccupazione”. Questo silenzio e questa inattività non sono semplice indifferenza; rappresentano una forma di complicità indiretta con crimini commessi contro donne, bambini e il futuro di un’intera nazione.

Perché non vengono esercitate pressioni reali e mirate? Perché gli architetti di questo sistema educativo e repressivo non vengono perseguiti a livello internazionale per crimini organizzati contro i diritti umani?

Come donna e difensora dei diritti umani in Afghanistan, considero questo silenzio un tradimento evidente dei valori universali di giustizia, dignità umana e diritti fondamentali.

E’ necessario un intervento urgante

Avverto che le conseguenze di questa irresponsabilità non resteranno confinate entro i confini afghani. L’estremismo coltivato oggi nelle scuole e nelle carceri diventerà domani una minaccia transnazionale per la regione e per il mondo. Se la comunità internazionale non si opporrà ora alle violazioni sistematiche dei diritti di donne e bambini in Afghanistan, domani pagherà un prezzo molto più alto.

Il tempo delle dichiarazioni è finito. È necessario un intervento urgente, deciso e coordinato: indagini internazionali indipendenti sulle violenze sessuali in scuole e carceri; responsabilità penale per i responsabili; sanzioni complete contro le strutture coinvolte; sostegno concreto a un’istruzione sicura e indipendente; e percorsi immediati di protezione e salvezza per donne e bambini a rischio.

Il popolo afghano, in particolare le donne, è in prima linea nella difesa dell’umanità. Restare in silenzio davanti alla loro sofferenza è una scelta consapevole — una scelta che influenzerà anche il futuro del mondo.

20 Dalwa 1404 — Hasht-e Sobh

I talebani iniziano ad applicare il nuovo codice penale

Milad Sayar, Amu TV, 15 febbraio 2026

I talebani hanno iniziato ad applicare il loro nuovo codice penale, recentemente approvato, condannando un uomo nell’Afghanistan occidentale a un anno di carcere e a 39 frustate per aver presumibilmente insultato il loro leader supremo, secondo tre fonti locali e informate.

La sentenza, emessa da un tribunale talebano di primo grado nella provincia di Badghis, sembra essere la prima applicazione nota del nuovo codice da quando è stato formalmente approvato dal leader dei talebani. Nonostante le critiche interne e internazionali al documento, le autorità talebane hanno proceduto con la sua attuazione.

L’uomo, identificato come Abdulkhaliq, figlio di Abdul Qadoos, è residente nel villaggio di Jahandosti, nel distretto di Bala Murghab. Secondo le fonti, avrebbe fatto commenti sul leader talebano durante un raduno pubblico. Un membro dei talebani presente sul posto ha sporto denuncia e Abdulkhaliq è stato fermato sul momento.

Successivamente è stato processato ai sensi dell’Articolo 18 del codice penale talebano e condannato per oltraggio al leader. Il tribunale lo ha condannato a un anno di reclusione e a 39 frustate, hanno riferito le fonti. Non è  chiaro se la fustigazione sia stata eseguita.

Preoccupazioni di religiosi e attivisti per i diritti umani

L’applicazione segue la ratifica del codice penale da parte del leader talebano. Il documento è composto da 10 capitoli e 119 articoli. Diverse disposizioni hanno suscitato preoccupazione tra attivisti, studiosi religiosi e organizzazioni per i diritti umani, che denunciano un ampliamento della criminalizzazione del dissenso, la formalizzazione delle punizioni corporali e un’ulteriore concentrazione di potere nelle mani della leadership.

Dopo l’entrata in vigore del testo, i critici hanno avvertito che alcune norme potrebbero essere utilizzate per reprimere il dissenso e limitare le libertà fondamentali. Le autorità talebane non hanno risposto nel merito delle accuse, ma hanno avvertito che l’opposizione al codice potrebbe comportare conseguenze legali.

«Quando persino la critica a un leader diventa reato, si mette in discussione il diritto dei cittadini a esprimere opinioni e il principio dello stato di diritto», ha dichiarato l’attivista sociale Nargis Haidari. «Attribuire un ruolo intoccabile a un singolo individuo e punire ogni voce contraria contrasta con i principi di una società aperta e responsabile».

Il portavoce talebano Zabihullah Mujahid ha difeso il provvedimento, sostenendo che il codice si fonda sulla legge islamica. «Si tratta di un codice basato sulla Sharia. Chiediamo a chi lo contesta di fare riferimento prima alla Sharia», ha affermato.

Anche alcuni religiosi hanno espresso riserve su specifiche disposizioni. In un video diffuso sui social media, un chierico ha sostenuto che alcune pene previste non sarebbero coerenti con la giurisprudenza islamica e con la scuola hanafita, sottolineando che pene detentive prolungate potrebbero configurare un’ingiustizia con ripercussioni sull’intero nucleo familiare.

Le organizzazioni per i diritti umani segnalano inoltre che il nuovo impianto normativo prevede sanzioni severe per una vasta gamma di reati, attribuendo al contempo ampia discrezionalità alle autorità talebane. Secondo i critici, il rischio è quello di un’applicazione diseguale della legge e di una sostanziale impunità per i talebani e i loro sostenitori.

Finora i talebani non hanno diffuso una replica dettagliata alle accuse mosse da attivisti e osservatori internazionali.

 

Il divieto di controllo delle nascite ha effetti devastanti per le donne afghane

Sana Atef, Mahtab Safi, Mahsa Elham, Zan Times, 29 gennaio 2026

Parwana* non riconosce più i suoi figli. Un tempo nota nel suo villaggio di Kandahar per la sua bellezza, la trentaseienne ora siede sul pavimento della casa della madre, dondolandosi silenziosamente. Dopo nove gravidanze e sei aborti spontanei, molti dei quali causati dalle pressioni del marito e dei suoceri, Parwana è caduta in uno stato di confusione permanente.

“È persa”, dice sua madre Sharifa. “L’hanno distrutta con la paura, con le gravidanze, con la violenza”.

In Afghanistan oggi, la sua storia non è un’anomalia. In tutto il paese, le donne parlano della stessa storia: gravidanze che non possono prevenire, aborti spontanei che non possono curare e violenze a cui non possono sfuggire. Da quando il divieto informale dei talebani sul controllo delle nascite ha iniziato a diffondersi silenziosamente nelle cliniche all’inizio del 2023, i contraccettivi sono scomparsi, le cliniche hanno chiuso e la fame è aumentata. Interviste da sette province rivelano un sistema di salute riproduttiva in caduta libera, dove gravidanze forzate, complicazioni non trattate e povertà implacabile ora definiscono la vita quotidiana. La storia di Parwana è solo un aspetto di una crisi nazionale.

Quando Shakiba*, 42 anni, crolla accanto al fuoco del tandoor mentre cuoce il pane, il suo bambino inizia a piangere. La madre di dodici figli di Kandahar non riesce ad alzarsi senza sentirsi mancare. I capelli le cadono a ciocche. Le ossa le fanno costantemente male. È di nuovo incinta.

La clinica locale non offre più contraccettivi. Suo marito le proibisce di cercarli altrove.


È una delle tante donne colpite dalla silenziosa repressione della pianificazione familiare da parte dei talebani. Il divieto non è mai stato annunciato formalmente, ma è stato riportato dai media nel febbraio 2023. Lentamente e provincia per provincia, i talebani stanno attuando questa politica. All’inizio del 2023, medici e ostetriche di diverse province hanno segnalato lo stesso schema: le forniture arrivavano in ritardo, poi in quantità minori, poi per niente. Tuttavia, questo non è il caso in tutte le province. A Balkh e Takhar, in alcuni distretti, il controllo delle nascite è ancora disponibile.

Nella zona rurale di Jawzjan, un medico che gestisce una clinica da tre decenni afferma che la scomparsa è stata rapida.

Contraccettivi vietati e spariti

“Dopo l’arrivo dei talebani, i contraccettivi hanno iniziato a ridursi. Nel giro di pochi mesi, erano spariti”, racconta. “Prima, almeno 30 donne su 70 che si rivolgevano alla clinica avevano bisogno di contraccettivi. Ora diciamo loro: non abbiamo più niente”.

A Badghis, i combattenti talebani sono arrivati ​​in una clinica privata e hanno ordinato al personale di distruggere tutti i contraccettivi. “Se vediamo che date di nuovo questo alle donne, chiuderemo la clinica”, hanno detto”, ricorda il medico. “Abbiamo smesso immediatamente”.

Due anni fa, dopo che un terremoto ha costretto Zarghona*, 29 anni, a vivere con la sua famiglia in una tenda, è rimasta per tre giorni senza accesso a un bagno e ha sviluppato un blocco intestinale potenzialmente letale. I chirurghi l’hanno operata e hanno avvertito chiaramente il marito: un’altra gravidanza avrebbe potuto ucciderla.

Un anno dopo l’intervento, senza contraccettivi disponibili e con un marito che insisteva di aver bisogno di “una figlia femmina”, Zarghona rimase di nuovo incinta. Trascorse nove mesi nella paura, cercò di interrompere la gravidanza con erbe e zafferano e riuscì a fare solo una visita prenatale. Quando iniziò il travaglio, i medici di Herat le dissero che sia il parto cesareo che quello naturale comportavano un’alta probabilità di morte. Sopravvisse, ma settimane dopo sanguina ancora, non riesce a dormire e vive con dolori costanti.

I medici dicono che non dovrà mai più rimanere incinta. Eppure non ci sono iniezioni, né contraccettivi nella sua zona. “Ho raggiunto la morte e sono tornata in vita”, dice. “Ma sono ancora terrorizzata. Non ho modo di proteggermi”.

Il divieto di contraccettivi si sta diffondendo in un sistema sanitario già sull’orlo del collasso. Secondo le Nazioni Unite e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, oltre 440 ospedali e cliniche hanno chiuso o ridotto i servizi dopo i tagli ai finanziamenti internazionali del 2025.

Per le donne delle province rurali, questo significa dover camminare per ore o partorire in casa, spesso da sole.

A Ghor, dove i villaggi sono isolati dalle montagne e dalle strade fangose, le ostetriche raccontano che le donne sanguinano per giorni prima di raggiungere una clinica. Alcune muoiono durante il tragitto.

La crisi riproduttiva è diventata inseparabile dal collasso economico. La malnutrizione ormai caratterizza ogni gravidanza. Un medico di Jawzjan stima che l’80% delle donne incinte e in allattamento che visita siano malnutrite.

“Soffrono di anemia, carenze vitaminiche, pressione bassa. I loro corpi sono troppo deboli per portare avanti una gravidanza in sicurezza.”

La violenza domestica emerge ripetutamente nelle testimonianze delle donne sia come causa di aborto spontaneo sia come metodo di controllo nelle famiglie in cui le donne non possono scappare, non possono cercare riparo e non possono accedere alla contraccezione.

A Kandahar, Reyhana* racconta di come sua sorella Sakina*, una giovane vedova, sia stata costretta dai suoceri a sposare il cognato. Quando si è opposta, l’hanno picchiata ripetutamente. “Ogni volta che la picchiavano, sanguinava”, racconta Reyhana. “Ha perso il suo bambino”.


L’ostetrica Hamida*, che lavora in un affollato reparto maternità di Kandahar, afferma che la violenza è una delle principali cause di aborto spontaneo che vede.

“Ogni 24 ore assistiamo a oltre 100 parti: fisiologici, prematuri, cesarei e aborti spontanei”, racconta. “Circa sei aborti spontanei si verificano ogni giorno. Molti sono dovuti a percosse. Molti sono causati da donne che trasportano carichi pesanti”.

A Herat, una donna racconta di aver avuto un aborto spontaneo dopo essere stata picchiata durante una lite familiare. In Badakhshan, Humaira*, 38 anni, ha preso la pillola abortiva quando ha scoperto di essere incinta di una bambina. “Mio marito voleva un figlio maschio”, racconta. “Se avessi dato alla luce un’altra figlia femmina, mi avrebbe picchiata o avrebbe divorziato. Così ho comprato le medicine di nascosto”.

Le pillole funzionavano, ma la lasciavano sterile, con sanguinamenti cronici e terrorizzata.

Aborti spontanei e violenza

La sua storia è condivisa dalle donne di Kandahar e Jawzjan che hanno descritto aborti spontanei forzati, autoindotti o dovuti ad abusi, dopo che le ecografie avevano mostrato che il feto era femmina.

A Ghor, una ragazza di 15 anni ha avuto un aborto spontaneo dopo aver trasportato due taniche piene su per una ripida collina.

“Mi vergognavo di dirlo a qualcuno”, racconta. “Quando mia madre mi ha vista, era troppo tardi.”

Nella remota Herat, Shamsia*, 38 anni, racconta di aver lavorato nell’edilizia e nella produzione di mattoni durante le sue gravidanze. “Mia suocera mi ha costretta ad allattare anche il suo bambino”, racconta. “Diventavo ogni giorno più debole”. Quando il medico le disse che aveva bisogno di una trasfusione di sangue, la sua famiglia si rifiutò, definendola “haram”.

Prima del divieto, le cliniche rurali tenevano regolarmente sessioni sulla distanziazione delle nascite. Ora quei programmi sono scomparsi.

“Non ha senso sensibilizzare l’opinione pubblica quando non ci sono medicine”, afferma un medico di Jawzjan. “I talebani non hanno dato ordini scritti, ma la paura è reale. Se parliamo apertamente, potrebbero bloccarci”.

Nelle famiglie già segnate da povertà e violenza, la perdita della contraccezione ha chiuso ogni via d’uscita per le donne. Non possono scegliere quando avere figli. Non possono riposare dopo il parto. Non possono sfuggire agli abusi. Non possono garantire la sicurezza delle loro figlie. E con la chiusura delle cliniche, non possono nemmeno chiedere aiuto.

*I nomi sono stati cambiati per motivi di sicurezza.

*Sana Atef, Mahsa Elham e Mahtab Safi sono pseudonimi di giornaliste afghane.

Freshta Ghani ha contribuito a questo rapporto.

Questo rapporto è stato pubblicato in collaborazione con il Guardian.

Ignoranza e fondamentalismo, eredità del colonialismo comune a ogni continente

شاید بارها با این سخن معروف دسموند توتو الهی‌دان افریقای جنوبی برخورده باشید: «وقتی مبلغین به افریقا آمدند، آنان کتاب مقدس را داشتند و ما زمین. گفتند: “بیایید دعا کنیم” ما چشمان‌مان را بستیم؛ وقتی چشم گشودیم، ما کتاب مقدس را داشتیم و آنان زمین را.»

Kaveh Azm, Hambastagi, 12 dicembre 2025

Potreste aver sentito molte volte questa famosa citazione del teologo sudafricano Desmond Tutu: “Quando i missionari arrivarono in Africa, loro avevano la Bibbia e noi avevamo la terra. Dissero: ‘Preghiamo’. Noi chiudemmo gli occhi; quando li riaprimmo, noi avevamo la Bibbia e loro avevano la terra”.

Questa storia risale a un’epoca in cui il colonialismo belga, promuovendo il cristianesimo e costruendo scuole religiose, gettò il popolo congolese in un vortice di superstizione, così da poter saccheggiare liberamente le risorse naturali e i beni della nazione prigioniera. Dopo che il giornalista ed esploratore anglo-americano Henry Morton

Stanley scoprì le ricchezze naturali del territorio nel XIX secolo, Leopoldo II, il più famigerato e brutale re del Belgio, mantenne il Congo sotto il suo brutale dominio per molti anni, razziando e massacrando oltre dieci milioni di neri.

“Lodare solo i nostri eroi”

Per raggiungere questo obiettivo, Belgio e Inghilterra unirono le forze e fondarono scuole e università in ogni angolo dell’Africa per educare le giovani generazioni a un forte spirito religioso e instillare in loro il disinteresse per il saccheggio della patria, il colonialismo e l’oppressione. Fu sulla base di questa politica che furono fondati il ​​College “Forah Bay” in Sierra Leone e la Scuola “Basel” in Ghana. Leopoldo non si fermò a queste misure e nel 1883 in una lettera ordinò ai missionari di organizzare l’educazione cristiana in modo che fosse in armonia con gli obiettivi politici del suo governo:

“Il vostro compito principale è facilitare il lavoro dei dirigenti e degli industriali; vale a dire, dovete interpretare la Bibbia in modo tale da tutelare al meglio i loro interessi in quelle parti del mondo. A tal fine, dovete assicurarvi che i nativi rimangano indifferenti alle loro abbondanti ricchezze sotterranee.

“Create un sistema di confessioni per addestrare delle brave spie a denunciare qualsiasi persona di colore che abbia un’opinione diversa da quella di chi prende le decisioni. Insegnate ai neri a dimenticare i loro eroi e a lodare solo i nostri eroi.”

Insiste poi affinché vengano scelte come leader locali persone analfabete e senza istruzione, perchè eseguano gli ordini senza discutere. In questa lettera, Leopoldo, con una forte enfasi sull’educazione dei bambini, scrive:

“La vostra attività dovrebbe essere rivolta principalmente ai bambini e ai giovani, perché non ascoltano quando i consigli del sacerdote sono in conflitto con gli insegnamenti delle loro famiglie. I bambini dovrebbero imparare a obbedire ai sermoni del missionario, perché egli è il padre delle loro anime. Dovreste insistere seriamente sulla loro obbedienza e sottomissione incondizionate.”

Fu sulla base di questa politica che il Belgio e gli Stati Uniti rovesciarono il governo nazionale e progressista di Patrice Lumumba, arrivando persino a sciogliere il suo corpo nell’acido, per insediare il traditore e loro burattino di fiducia, Blaise Comparay, e continuare a proteggere questa colonia.

Dal Congo al colonialismo inglese in Afghanistan

Questa dolorosa situazione è molto simile alla storia del nostro paese, l’Afghanistan. Dopo la sconfitta dell’esercito britannico nel 1919 e la dichiarazione di indipendenza da parte di re Amanullah nella terza guerra anglo-afghana, la Gran Bretagna, sconfitta, non rimase con le mani in mano e cercò vendetta. Questa potenza coloniale cercò di rovesciare il governo progressista di Amanullah con cospirazioni e complotti e di mettere al potere i suoi mercenari. A tal fine, inviò in Afghanistan numerose spie sotto le mentite spoglie di missionari religiosi, per aizzare il popolo contro re Amanullah. Mir Ghulam Mohammad Ghobar (“Afghanistan sul cammino della storia”, Volume 1, Pagina 682) scrive:

“Gli inglesi… non esitarono a usare qualsiasi mezzo per indebolire il popolo e il governo dell’Afghanistan, in modo da annientare la resistenza contro gli inglesi… Dall’India britannica inondarono l’Afghanistan di libri, di trattati e mappe superstiziose, immergendo la giovane generazione del paese in illusioni, miti, divinazione e magia…”

L’aggressione britannica continuò, impiegando mullah traditori e soldati indipendenti per alimentare il caos. Allo stesso tempo, inviarono una spia di nome Abdul Karim nelle zone di confine dell’Afghanistan per ingannare la nazione e costringerla a combattere contro il governo di Amanullah. Ghobar continua:

“Il governo britannico iniziò un intervento diretto inviando a Paktia il figlio di Amir, che assunse la guida della rivolta, facendosi chiamare Amir Abdul Karim…

Anche un altro sceicco straniero, che si proclamò sceicco Abdul Qadir Jilani, entrò in Afghanistan.”

Il re Amanullah Khan, che voleva guidare l’Afghanistan verso il progresso e la prosperità nel più breve tempo possibile, fu invece costretto a concentrare la maggior parte dei suoi sforzi nella lotta contro gli agenti stranieri e nella repressione delle ribellioni fomentate e guidate dall’Inghilterra.

Con il suo rovesciamento, una nuova era di ignoranza, violenza e barbarie prese piede in Afghanistan, le cui conseguenze persistono ancora oggi.

L’Inghilterra riuscì a instillare questa idea nelle menti di numerosi religiosi e giovani afghani, che invece di sostenere i nazionalisti progressisti, difesero i loro “eroi” e affidarono l’esistenza del paese alle potenze coloniali e sostenitrici del terrorismo, che i leader traditori e autodistruttivi superarono immediatamente sul campo.

L’America ha continuato la stessa politica

Durante la guerra contro la Russia, l’America ha continuato la stessa politica di lunga data dell’Inghilterra e ha speso milioni di dollari nella stampa e nella pubblicazione di libri jihadisti, nel tentativo di avvelenare e fare il lavaggio del cervello a bambini e adolescenti, in modo che i semi dell’ignoranza, della reazione e dell’arretratezza mettessero radici ancora più profonde nelle menti dei “costruttori del futuro”. Il quotidiano Washington Post, il 23 marzo 2003, ha scritto in un articolo intitolato “Dall’America con l’alfabeto del Jihad” :

“Durante il culmine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti spesero milioni di dollari per fornire agli studenti afghani libri di testo pieni di immagini violente e dottrina militare islamica. Questo faceva parte di un’iniziativa segreta per costruire la resistenza all’occupazione sovietica.

“Questi libri introduttivi, pieni di parole di jihad e immagini di armi, proiettili, soldati e mine, hanno costituito il programma principale del sistema educativo afghano per decenni. Persino i talebani usavano questi libri di fabbricazione americana, sebbene coprissero i volti umani per garantire che agissero secondo rigorosi principi fondamentalisti.”

شاید بارها با این سخن معروف دسموند توتو الهی‌دان افریقای جنوبی برخورده باشید: «وقتی مبلغین به افریقا آمدند، آنان کتاب مقدس را داشتند و ما زمین. گفتند: “بیایید دعا کنیم” ما چشمان‌مان را بستیم؛ وقتی چشم گشودیم، ما کتاب مقدس را داشتیم و آنان زمین را.»

In questo contesto, il sito web inglese Al Jazeera, in un’intervista alla professoressa Dana Bird, autrice del libro “Scuole per il conflitto e la pace in Afghanistan” (6 ottobre 2014), rivela questi ulteriori dettagli:

“L’USAID ha finanziato la distribuzione di materiale didattico scritto dai gruppi mujaheddin sostenuti dall’ISI e dalla CIA nei campi profughi in Pakistan”.

La professoressa Bird sostiene che la logica dell’indottrinamento della guerra come dovere religioso si basava sul presupposto “dell’importanza di partire da zero”. Sebbene il programma statunitense si sia concluso con la caduta del governo comunista in Afghanistan, i loro scritti sono diventati il ​​seme per decine di altri libri ed edizioni riviste.

La signora Bird è riuscita a trovare diverse vecchie copie di questi libri in pashtu, così come un’edizione del 2011, in un mercato di Peshawar. Afferma che i talebani raccomandano di insegnare questi libri ai bambini. La maggior parte delle 41 lezioni contenute in questi libri glorifica la violenza in nome della religione.”

Il risultato di queste politiche colonialiste è che, nell’era della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, un gruppo di mercenari ignoranti e stranieri domina il destino della nostra patria e sta distruggendo ogni segno di progresso e sviluppo. In un’epoca in cui anche le questioni più elementari richiedono istruzione e competenza, questo gruppo selvaggio ha chiuso le porte delle scuole e delle università, soprattutto alle donne, e ha riempito le prigioni di manifestanti, intellettuali e professori universitari; dopo aver torturato e maltrattato le donne arrestate, le hanno costrette a confessare affinché, dopo il loro rilascio, non invocassero mai più la libertà; un gran numero di oppositori è anche misteriosamente scomparso.

La diffusione di violenza, barbarie e idee misogine in Afghanistan è il prodotto di politiche guerrafondaie e aggressive che da decenni portano al potere, uno dopo l’altro, gruppi estremisti, mercenari e criminali. Nonostante disponga di risorse naturali per un valore di tremila miliardi di dollari, l’Afghanistan è ancora impantanato in povertà estrema e miseria, come avviene in Africa, Asia e America Latina, mentre traditori nazionali, leader jihadisti e talebani si arricchiscono e sono diventati i padroni del nostro popolo.

Solo tagliando le mani dell’imperialismo americano, britannico, pakistano, iraniano, israeliano, ecc. dal nostro destino e perseguendo i jihadisti, i talebani, l’ISIS e altri traditori, le masse povere potranno sperimentare il vero sapore della libertà, del progresso e della prosperità.

I talebani demoliscono il cinema Ariana, per distruggere la memoria culturale condivisa

I talebani demoliscono il cinema Ariana, uno dei più antichi monumenti culturali dell’Afghanistan

Nazanin Mohseni1, Kabul Now, 17 dicembre 2025

Secondo quanto riportato dai lettori di KabulNow, le autorità talebane hanno demolito l’Ariana Cinema, uno dei cinema più antichi dell’Afghanistan, nella capitale Kabul.

Fonti riferiscono che il comune di Kabul, controllato dai talebani, ha iniziato a demolire lo storico edificio del cinema, con l’intenzione di costruire un mercato commerciale sul sito. I video che circolano sui social media mostrano macchinari pesanti che distruggono la struttura, mentre la rimozione dei detriti è in corso da due giorni. I lavori di demolizione, iniziati questa settimana, sono ancora in corso.

Una delle sale cinematografiche più antiche

Il Cinema Ariana, risalente a diversi decenni fa, era considerato una delle sale cinematografiche più antiche del Paese dopo il Cinema Behzad. L’edificio ha subito ripetuti danni durante gli anni del conflitto in Afghanistan ed è stato chiuso durante il primo periodo al potere dei talebani, alla fine degli anni ’90.

Dopo il loro ritorno al potere nell’agosto 2021, i talebani hanno inizialmente organizzato un festival cinematografico al Cinema Ariana, per poi chiuderlo completamente. La decisione di demolire l’edificio segna l’ultimo passo di quella che i critici descrivono come la sistematica cancellazione del patrimonio culturale afghano.

I talebani avevano precedentemente demolito il cinema Khair Khana, un altro cinema storico di Kabul, annunciando l’intenzione di sostituirlo con una moschea, strutture commerciali ed edifici residenziali. Il gruppo ha imposto il divieto di esposizione al pubblico di immagini e di esseri viventi, una restrizione che ha di fatto posto fine alla produzione cinematografica e cinematografica nel Paese.

Attualmente in Afghanistan non esiste un’industria cinematografica funzionante.

L’Ariana Cinema è il terzo cinema storico ad essere distrutto negli ultimi anni. Nel 2020, il Park Cinema è stato demolito per ordine dell’ex vicepresidente Amrullah Saleh. Questa decisione ha suscitato un’ampia reazione negativa da parte dell’opinione pubblica, con molti afghani che hanno descritto la demolizione come la distruzione di una memoria culturale condivisa.

Una gigantesca prigione chiamata Afghanistan

Huma Sadat, 8AM Media, 8 dicembre 2025

Oggi, le donne afghane vivono in una vasta prigione chiamata Afghanistan, un luogo in cui le autorità le hanno private dei loro diritti umani fondamentali. Se una donna non rispetta le regole dell’hijab obbligatorio, le può persino essere negata l’assistenza medica. “Le forze di sicurezza talebane hanno impedito alle donne che non indossavano il burqa o il chador di entrare in ospedale”. La BBC ha riportato questo il 13 novembre 2025, rivelando la realtà quotidiana delle donne di Herat. In un’epoca in cui il mondo celebra l’intelligenza artificiale e le scoperte scientifiche, le donne afghane devono ancora rispettare rigidi codici di abbigliamento solo per ricevere il più fondamentale dei diritti umani: l’assistenza sanitaria. Se si rifiutano, rischiano la morte.

A prima vista, questa frase citata sembra semplice, solo poche parole e una regola sull’hijab. Ma sotto la superficie, trasforma una donna vivente in un oggetto senza vita, senza alcun potere sul proprio corpo. Così come non può scegliere liberamente l’istruzione, il lavoro o la maternità, non ha nemmeno il diritto di decidere come vestirsi. Anche con questa singola frase, il mondo ha già violato il suo diritto più fondamentale: il diritto di scelta. Questa donna impotente deve indossare qualsiasi cosa le ordinino i leader talebani, non ciò che lei stessa sceglie in quanto essere umano libero.

Perché l’abbigliamento è importante

Perché l’abbigliamento volontario è così importante? Perché il diritto di scegliere il proprio abbigliamento nasce da due libertà essenziali: la libertà di scelta e la libertà di credo. Il secondo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani afferma chiaramente che ogni persona, senza eccezioni di genere, razza, religione o lingua, merita tutti i diritti e le libertà fondamentali.

La libertà di scelta è ciò che ci rende veramente umani. Tutti gli esseri viventi provano fame, bisogno di sopravvivere e desiderio di crescere. Ma solo gli esseri umani decidono quando assecondare questi desideri e quando controllarli. Quando una persona fa queste scelte liberamente, diventa un individuo riflessivo e responsabile, come i milioni di persone libere in tutto il mondo che aiutano le loro società a progredire.

Ma quando la libertà scompare, la mente umana inizia a collassare. Le persone non vivono più secondo le proprie decisioni. Si limitano a seguire ordini che altri hanno già scritto per loro. Non possono mettere in discussione, resistere o scegliere. Si limitano a obbedire.

Col tempo, questa paura si estende anche alle decisioni più piccole. Questa paura definisce un prigioniero. Un prigioniero non sceglie quando muoversi, cosa mangiare, con chi parlare o cosa pensare. Una guardia controlla tutto. Il prigioniero non plasma più la propria vita. Questa realtà mi costringe a chiedermi: c’è davvero qualcuno che esce dal carcere come un essere umano migliore?

Oggi, molte donne nella nostra società vivono come prigioniere. Sono costrette a indossare l’hijab. L’istruzione è vietata. I viaggi sono vietati. Il lavoro è vietato. Persino l’assistenza sanitaria ora dipende da come si vestono. Lentamente, questi limiti trasformano le donne in esseri isolati, silenziosi e spaventati, costretti a dipendere dagli uomini delle loro famiglie. A poco a poco, l’indipendenza e il pensiero critico svaniscono, fino a quando la libertà di scelta non viene più percepita come un diritto.

Allo stesso tempo, l’hijab obbligatorio attenta alla libertà di credo e all’identità culturale. L’abbigliamento esprime il gusto personale, la storia personale e la fede personale. Nessun governo ha il diritto di controllarlo. Quando una ragazza cammina per le strade di Kabul indossando un chador largo, un mantello al ginocchio e scarpe da ginnastica bianche, riflette lo stile condiviso da giovani donne nel corso di molti anni. Questo look non è nato da un giorno all’altro. È cresciuto nei mercati dell’abbigliamento della città, nelle tradizioni locali e nella cultura moderna, plasmato dalla società e da essa accettato. L’unico dovere di qualsiasi governo dovrebbe essere quello di proteggere il suo diritto ad apparire in pubblico con dignità, non di controllarne il corpo, la testa, i passi e gli abiti per soddisfare i propri desideri.