La transizione tradita: la nuova Siria cancella le donne al potere

La transizione siriana si sta definendo attraverso l’esclusione: mentre il governo decide chi può partecipare alla ricostruzione del Paese, le donne che durante la guerra hanno impresso una visione alternativa del futuro del Paese, sono costrette a difendere gli spazi conquistati, senza un reale riconoscimento istituzionale.
Gianmarco Fontana, Gariwo Mag, 29 giugno 2026
Un anno e mezzo dopo la caduta di Bashar al Assad, il processo di transizione siriano ha prodotto una risposta chiara alla domanda su quale ruolo le donne debbano avere nella costruzione del paese: un ruolo visibile, controllato, e politicamente ininfluente. Non un’esclusione dichiarata – quella sarebbe troppo facile da denunciare – ma qualcosa di più sottile e più difficile da contrastare: un’inclusione gestita, che usa la presenza delle donne come evidenza di progresso mentre ne limita sistematicamente la capacità di incidere sulle decisioni.
Il gabinetto e il parlamento
I dati parlano con sufficiente chiarezza. Nel gabinetto formato a marzo 2025, Hind Kabawat – accademica cristiana e storica figura dell’opposizione – è stata nominata ministra degli Affari Sociali e del Lavoro: unica donna su 23 ministri. Alla prima riunione di gabinetto aveva chiesto ad al-Sharaa perché non ci fossero altre donne. La risposta era stata che ne sarebbero arrivate. Il rimpasto di governo del 9 maggio 2026 ha sostituito quattro ministri e quattro governatori senza aggiungere nessuna donna. I portafogli sovrani – interni, esteri, giustizia, difesa – restano nelle mani di uomini provenienti dal cerchio interno di HTS.
Al parlamento va peggio. Delle 119 seggi assegnati nelle elezioni indirette dell’ottobre 2025, sei sono andati a donne – una percentuale inferiore a quella raggiunta sotto il regime di Assad. Il meccanismo elettorale stesso ha contribuito al risultato: i voti sono stati espressi da soli 6.000 grandi elettori, nominati attraverso un processo supervisionato dallo stesso al-Sharaa.
L’episodio della banca centrale ha reso visibile il meccanismo in modo quasi didascalico. Maysaa Sabrine era stata nominata governatrice in dicembre 2024, prima donna a guidare una banca centrale nel mondo arabo – un primato presentato come prova di apertura. Tre mesi dopo si è dimessa. Nomina storica, permanenza irrilevante: esattamente la traiettoria che le attiviste interpellate da Badil descrivono come “inclusione decorativa”.
Tra rappresentanza e influenza
La dinamica non è nuova per chi conosce la storia della partecipazione femminile nei processi di pace siriani. I meccanismi legati alla risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza ONU del 2015 e il Women’s Advisory Board istituito nel 2016 avevano già formalizzato l’idea che le donne dovessero avere un ruolo nelle negoziazioni – ma con funzione consultiva, senza autorità. Alle trattative di pace di Ginevra del 2019 le delegate del WAB erano state letteralmente costrette ad aspettare nell’atrio dell’hotel mentre i rappresentanti di vari gruppi – incluse milizie armate e il regime di Assad – negoziavano in sala. Come ha detto una delle attiviste intervistate da Badil, quei meccanismi sembravano “pezzi appesi al muro”.
La transizione attuale riproduce la stessa logica con attori diversi. Tra le poche donne in posizioni di governo, alcune hanno contribuito attivamente a restringere lo spazio per le altre. Aisha al-Dibs, a capo del neoistituito Ufficio per gli Affari delle Donne, ha dichiarato in un’intervista che costruirà un modello per le donne siriane fondato sulla Sharia islamica, che la responsabilità primaria delle donne è verso “famiglie e mariti”, e che non lascerà spazio a chi differisce da lei ideologicamente.
La società civile sotto pressione
Le donne che durante gli anni di guerra avevano costruito reti di advocacy, documentazione e organizzazione umanitaria si trovano oggi di fronte a un paradosso: la caduta di Assad ha reso le loro reti più visibili, e quella visibilità è diventata fonte di vulnerabilità. Le autorità hanno risposto con sistemi di licenze provvisorie, approvazioni preventive per eventi, supervisione delle organizzazioni che ricevono finanziamenti esteri.
Il caso più emblematico è quello di Hiba Ezzideen al-Hajji, responsabile di Equity and Empowerment, un’organizzazione per i diritti delle donne a Idlib. Nell’aprile 2025, dopo aver denunciato su Facebook i matrimoni forzati e chiesto un’indagine sui rapimenti di donne alawite, al-Hajji è diventata bersaglio di una campagna di odio online che la accusava di essere un’agente di Assad. Nel giro di quarantotto ore la polizia di Idlib aveva chiuso il centro della sua organizzazione e il governatore aveva chiesto al pubblico ministero di procedere contro di lei per “insulto all’hijab”. Le minacce online nei suoi confronti non sono mai state investigate.
Il 1° ottobre 2025, la stessa ministra Kabawat ha emanato una direttiva che invocava la legge sulle associazioni del 1958 – strumento baathista usato per decenni per sopprimere il lavoro civile indipendente – richiedendo alle ONG di ottenere l’approvazione governativa prima di ricevere finanziamenti esteri o aderire a organismi internazionali. Trentuno organizzazioni siriane, tra cui Women Now, Huquqyat e Badael, hanno firmato una dichiarazione congiunta di opposizione.
Il corpo come spazio politico
Parallelamente alle restrizioni formali, si è sviluppato un ecosistema di pressioni informali che il governo non ha mai codificato ma non ha contenuto. L’azienda di trasporti pubblici di Damasco ha introdotto autobus segregati per sesso a gennaio 2025. Un ospedale della capitale ha introdotto aree di lavoro segregate prima di fare marcia indietro sotto la pressione dell’opinione pubblica. Dipendenti del Ministero dell’Educazione a Damasco e di un tribunale a Homs sarebbero obbligate a indossare il velo. Reti ideologicamente allineate con HTS – ma formalmente esterne al governo – hanno condotto campagne di distribuzione di abiti salafisti a Damasco, Homs, Hama e Latakia: campagne documentate e promosse da chierici le cui organizzazioni operano, secondo quanto riportato dal fact-checker siriano Tahaqaq, sotto la supervisione del Ministero degli Affari Religiosi.
Il silenzio istituzionale sulle violenze
L’architettura dell’esclusione si rende più visibile nella risposta istituzionale alle violenze. Tra febbraio e giugno 2025, almeno 36 donne e ragazze alawite sono state rapite nelle province costiere, alcune costrette al matrimonio, alcune tenute in ostaggio. In quasi ogni caso, polizia e autorità di sicurezza hanno omesso di indagare, a volte incolpando le famiglie o deridendo chi cercava di fare denuncia. Un’inchiesta governativa avviata in novembre ha concluso che vi era stato un solo rapimento genuino, mentre negli altri casi si trattava di donne che avevano lasciato casa volontariamente. La conclusione è stata respinta da Amnesty International, dall’ONU e dalla società civile siriana.
In luglio, gruppi armati affiliati al governo hanno rapito almeno 105 donne e ragazze druse durante la violenza a Sweida. La giornalista Nour Suleiman è stata poi processata per commenti online sulle sparizioni, accusata di diffusione di notizie false. Il pattern è coerente: il governo non interviene a proteggere le donne vittime di violenza, ma interviene rapidamente contro le donne che la denunciano pubblicamente.
Il nordest curdo: un modello sotto smantellamento
L’unica esperienza in cui la partecipazione politica femminile è diventata strutturale – e non accessoria – è quella delle aree a gestione curda nel nordest della Siria. La Democratic Autonomous Administration of North and East Syria (DAANES) aveva formalizzato sistemi di co-presidenza, parità di genere obbligatoria, consigli delle donne e istituzioni autonome femminili. Le donne hanno partecipato a consigli locali, riforma giuridica e discussioni costituzionali. Le Unità di Protezione delle Donne (YPJ), istituite nel 2013, sono diventate riconoscibili a livello internazionale come simbolo di un modello in cui l’autorità femminile è stata esercitata pubblicamente e istituzionalmente.
Con l’espansione dell’autorità centrale del governo di Damasco in queste aree, le attiviste curde intervistate descrivono uno smantellamento sistematico di quei meccanismi: centralizzazione delle licenze, nuove barriere amministrative per le organizzazioni che operavano attraverso i sistemi locali, esclusione delle YPJ dall’integrazione nelle strutture militari nazionali, pressioni verso norme di genere più conservative. La percezione condivisa è che le YPJ siano state escluse non per ragioni di sicurezza, ma come dichiarazione politica su quali forme di autorità femminile siano considerate accettabili.
Cosa dice di noi
Quello che sta accadendo in Siria non è una parentesi nel processo di transizione. È il processo di transizione. Un paese che esce da quattordici anni di guerra e determina chi ha diritto di partecipare alla sua costruzione sta compiendo scelte politiche precise: su chi conta come attore, su quale partecipazione è ammessa, su dove si collocano i confini del possibile.
Le donne che durante gli anni più violenti hanno costruito reti, documentato crimini, organizzato risposte umanitarie e sviluppato visioni per un paese diverso non si sono dissolte. Continuano a lavorare, spesso in condizioni di sicurezza precaria, bilanciando visibilità e rischio. Ma il contesto in cui operano si è ristretto: da costruzione di nuove strutture a difesa di quelle esistenti. Da espansione a sopravvivenza. La domanda su quanto a lungo quella resistenza possa reggere in assenza di riconoscimento istituzionale è aperta. E la risposta che il governo siriano sta dando, giorno per giorno, è sufficientemente chiara.
Gianmarco Fontana, Ricercatore esperto di Levante e Nord Africa



















