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Tag: Fondamentalismo

La transizione tradita: la nuova Siria cancella le donne al potere

La transizione siriana si sta definendo attraverso l’esclusione: mentre il governo decide chi può partecipare alla ricostruzione del Paese, le donne che durante la guerra hanno impresso una visione alternativa del futuro del Paese,  sono costrette a difendere gli spazi conquistati, senza un reale riconoscimento istituzionale.

Gianmarco Fontana, Gariwo Mag, 29 giugno 2026

Un anno e mezzo dopo la caduta di Bashar al Assad, il processo di transizione siriano ha prodotto una risposta chiara alla domanda su quale ruolo le donne debbano avere nella costruzione del paese: un ruolo visibile, controllato, e politicamente ininfluente. Non un’esclusione dichiarata – quella sarebbe troppo facile da denunciare – ma qualcosa di più sottile e più difficile da contrastare: un’inclusione gestita, che usa la presenza delle donne come evidenza di progresso mentre ne limita sistematicamente la capacità di incidere sulle decisioni.

Il gabinetto e il parlamento

I dati parlano con sufficiente chiarezza. Nel gabinetto formato a marzo 2025, Hind Kabawat – accademica cristiana e storica figura dell’opposizione – è stata nominata ministra degli Affari Sociali e del Lavoro: unica donna su 23 ministri. Alla prima riunione di gabinetto aveva chiesto ad al-Sharaa perché non ci fossero altre donne. La risposta era stata che ne sarebbero arrivate. Il rimpasto di governo del 9 maggio 2026 ha sostituito quattro ministri e quattro governatori senza aggiungere nessuna donna. I portafogli sovrani – interni, esteri, giustizia, difesa – restano nelle mani di uomini provenienti dal cerchio interno di HTS.

Al parlamento va peggio. Delle 119 seggi assegnati nelle elezioni indirette dell’ottobre 2025, sei sono andati a donne – una percentuale inferiore a quella raggiunta sotto il regime di Assad. Il meccanismo elettorale stesso ha contribuito al risultato: i voti sono stati espressi da soli 6.000 grandi elettori, nominati attraverso un processo supervisionato dallo stesso al-Sharaa.

L’episodio della banca centrale ha reso visibile il meccanismo in modo quasi didascalico. Maysaa Sabrine era stata nominata governatrice in dicembre 2024, prima donna a guidare una banca centrale nel mondo arabo – un primato presentato come prova di apertura. Tre mesi dopo si è dimessa. Nomina storica, permanenza irrilevante: esattamente la traiettoria che le attiviste interpellate da Badil descrivono come “inclusione decorativa”.

Tra rappresentanza e influenza

La dinamica non è nuova per chi conosce la storia della partecipazione femminile nei processi di pace siriani. I meccanismi legati alla risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza ONU del 2015 e il Women’s Advisory Board istituito nel 2016 avevano già formalizzato l’idea che le donne dovessero avere un ruolo nelle negoziazioni – ma con funzione consultiva, senza autorità. Alle trattative di pace di Ginevra del 2019 le delegate del WAB erano state letteralmente costrette ad aspettare nell’atrio dell’hotel mentre i rappresentanti di vari gruppi – incluse milizie armate e il regime di Assad – negoziavano in sala. Come ha detto una delle attiviste intervistate da Badil, quei meccanismi sembravano “pezzi appesi al muro”.

La transizione attuale riproduce la stessa logica con attori diversi. Tra le poche donne in posizioni di governo, alcune hanno contribuito attivamente a restringere lo spazio per le altre. Aisha al-Dibs, a capo del neoistituito Ufficio per gli Affari delle Donne, ha dichiarato in un’intervista che costruirà un modello per le donne siriane fondato sulla Sharia islamica, che la responsabilità primaria delle donne è verso “famiglie e mariti”, e che non lascerà spazio a chi differisce da lei ideologicamente.

La società civile sotto pressione

Le donne che durante gli anni di guerra avevano costruito reti di advocacy, documentazione e organizzazione umanitaria si trovano oggi di fronte a un paradosso: la caduta di Assad ha reso le loro reti più visibili, e quella visibilità è diventata fonte di vulnerabilità. Le autorità hanno risposto con sistemi di licenze provvisorie, approvazioni preventive per eventi, supervisione delle organizzazioni che ricevono finanziamenti esteri.

Il caso più emblematico è quello di Hiba Ezzideen al-Hajji, responsabile di Equity and Empowerment, un’organizzazione per i diritti delle donne a Idlib. Nell’aprile 2025, dopo aver denunciato su Facebook i matrimoni forzati e chiesto un’indagine sui rapimenti di donne alawite, al-Hajji è diventata bersaglio di una campagna di odio online che la accusava di essere un’agente di Assad. Nel giro di quarantotto ore la polizia di Idlib aveva chiuso il centro della sua organizzazione e il governatore aveva chiesto al pubblico ministero di procedere contro di lei per “insulto all’hijab”. Le minacce online nei suoi confronti non sono mai state investigate.

Il 1° ottobre 2025, la stessa ministra Kabawat ha emanato una direttiva che invocava la legge sulle associazioni del 1958 – strumento baathista usato per decenni per sopprimere il lavoro civile indipendente – richiedendo alle ONG di ottenere l’approvazione governativa prima di ricevere finanziamenti esteri o aderire a organismi internazionali. Trentuno organizzazioni siriane, tra cui Women Now, Huquqyat e Badael, hanno firmato una dichiarazione congiunta di opposizione.

Il corpo come spazio politico

Parallelamente alle restrizioni formali, si è sviluppato un ecosistema di pressioni informali che il governo non ha mai codificato ma non ha contenuto. L’azienda di trasporti pubblici di Damasco ha introdotto autobus segregati per sesso a gennaio 2025. Un ospedale della capitale ha introdotto aree di lavoro segregate prima di fare marcia indietro sotto la pressione dell’opinione pubblica. Dipendenti del Ministero dell’Educazione a Damasco e di un tribunale a Homs sarebbero obbligate a indossare il velo. Reti ideologicamente allineate con HTS – ma formalmente esterne al governo – hanno condotto campagne di distribuzione di abiti salafisti a Damasco, Homs, Hama e Latakia: campagne documentate e promosse da chierici le cui organizzazioni operano, secondo quanto riportato dal fact-checker siriano Tahaqaq, sotto la supervisione del Ministero degli Affari Religiosi.

Il silenzio istituzionale sulle violenze

L’architettura dell’esclusione si rende più visibile nella risposta istituzionale alle violenze. Tra febbraio e giugno 2025, almeno 36 donne e ragazze alawite sono state rapite nelle province costiere, alcune costrette al matrimonio, alcune tenute in ostaggio. In quasi ogni caso, polizia e autorità di sicurezza hanno omesso di indagare, a volte incolpando le famiglie o deridendo chi cercava di fare denuncia. Un’inchiesta governativa avviata in novembre ha concluso che vi era stato un solo rapimento genuino, mentre negli altri casi si trattava di donne che avevano lasciato casa volontariamente. La conclusione è stata respinta da Amnesty International, dall’ONU e dalla società civile siriana.

In luglio, gruppi armati affiliati al governo hanno rapito almeno 105 donne e ragazze druse durante la violenza a Sweida. La giornalista Nour Suleiman è stata poi processata per commenti online sulle sparizioni, accusata di diffusione di notizie false. Il pattern è coerente: il governo non interviene a proteggere le donne vittime di violenza, ma interviene rapidamente contro le donne che la denunciano pubblicamente.

Il nordest curdo: un modello sotto smantellamento

L’unica esperienza in cui la partecipazione politica femminile è diventata strutturale – e non accessoria – è quella delle aree a gestione curda nel nordest della Siria. La Democratic Autonomous Administration of North and East Syria (DAANES) aveva formalizzato sistemi di co-presidenza, parità di genere obbligatoria, consigli delle donne e istituzioni autonome femminili. Le donne hanno partecipato a consigli locali, riforma giuridica e discussioni costituzionali. Le Unità di Protezione delle Donne (YPJ), istituite nel 2013, sono diventate riconoscibili a livello internazionale come simbolo di un modello in cui l’autorità femminile è stata esercitata pubblicamente e istituzionalmente.

Con l’espansione dell’autorità centrale del governo di Damasco in queste aree, le attiviste curde intervistate descrivono uno smantellamento sistematico di quei meccanismi: centralizzazione delle licenze, nuove barriere amministrative per le organizzazioni che operavano attraverso i sistemi locali, esclusione delle YPJ dall’integrazione nelle strutture militari nazionali, pressioni verso norme di genere più conservative. La percezione condivisa è che le YPJ siano state escluse non per ragioni di sicurezza, ma come dichiarazione politica su quali forme di autorità femminile siano considerate accettabili.

Cosa dice di noi

Quello che sta accadendo in Siria non è una parentesi nel processo di transizione. È il processo di transizione. Un paese che esce da quattordici anni di guerra e determina chi ha diritto di partecipare alla sua costruzione sta compiendo scelte politiche precise: su chi conta come attore, su quale partecipazione è ammessa, su dove si collocano i confini del possibile.

Le donne che durante gli anni più violenti hanno costruito reti, documentato crimini, organizzato risposte umanitarie e sviluppato visioni per un paese diverso non si sono dissolte. Continuano a lavorare, spesso in condizioni di sicurezza precaria, bilanciando visibilità e rischio. Ma il contesto in cui operano si è ristretto: da costruzione di nuove strutture a difesa di quelle esistenti. Da espansione a sopravvivenza. La domanda su quanto a lungo quella resistenza possa reggere in assenza di riconoscimento istituzionale è aperta. E la risposta che il governo siriano sta dando, giorno per giorno, è sufficientemente chiara.

Gianmarco Fontana, Ricercatore esperto di Levante e Nord Africa

Lo stupro come politica di Stato

La lettre d’Afghanistan, 16 giugno 2026

C’è una frase che Zabihullah Mujahid ripete con la regolarità di un metronomo: «Nelle nostre prigioni non esiste alcuna forma di tortura. Atti di questo genere sono assolutamente proibiti. Dall’arresto fino al rilascio non viene praticata alcuna tortura». È una dichiarazione netta, ufficiale, ripetuta ogni volta che un nuovo rapporto denuncia gli abusi del regime o che una sopravvissuta trova il coraggio di raccontare la propria esperienza. Eppure, alla luce della documentazione disponibile, si tratta di una menzogna di Stato di rara brutalità.

Le prove, infatti, continuano ad accumularsi. Dal ritorno dei talebani al potere, nell’agosto 2021, i rapporti della Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA), di Amnesty International, di Human Rights Watch e delle organizzazioni afghane per i diritti umani descrivono un sistema repressivo fondato sulla violenza, sull’impunità e sull’intimidazione. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha confermato che funzionari e combattenti talebani hanno commesso violenze sessuali contro donne e ragazze. Nel 2025 l’UNAMA ha documentato ventuno casi: quindici donne e sei ragazze. Alcune vittime sono state sottoposte a stupri individuali e di gruppo, altre costrette a matrimoni forzati. Donne arrestate semplicemente per aver partecipato a una manifestazione sono state torturate, maltrattate e sottoposte a violenze sessuali durante la detenzione.

Ventuno casi documentati. Ventuno casi che gli investigatori sono riusciti a ricostruire nonostante il sistematico isolamento imposto dalle autorità talebane, il divieto rivolto al Relatore speciale delle Nazioni Unite di entrare nel Paese e la paura che continua a chiudere la bocca alle vittime. Quel numero non rappresenta l’estensione del fenomeno, ma soltanto la parte che è stato possibile portare alla luce.

Rompere il silenzio

Tra coloro che hanno deciso di rompere il silenzio c’è Julia Parsee, attivista afghana per i diritti delle donne ed ex prigioniera dei talebani. In una recente dichiarazione pubblicata dall’agenzia di stampa ROJ ha raccontato che le detenute sono sottoposte a torture fisiche e psicologiche sistematiche e che le continue minacce rivolte ai loro familiari costituiscono una delle forme più crudeli di violenza esercitate nelle carceri del regime.

Ma la sua testimonianza va oltre. Parsee racconta la storia di una giovane donna della provincia di Kandahar, arrestata non per ciò che aveva fatto o detto, ma per il semplice fatto di appartenere a una determinata famiglia. Il suo unico “reato” era essere parente del generale Abdul Raziq, ex capo della polizia di Kandahar, assassinato nel 2018. Dopo la presa del potere da parte dei talebani, gli uomini e le donne ritenuti vicini a Raziq — in gran parte membri della tribù Achakzai — sono stati vittime di omicidi, sparizioni forzate, torture e detenzioni arbitrarie. Alcuni testimoni sostengono che si possa essere uccisi persino per aver conservato una fotografia del generale. Secondo Parsee, quella giovane donna è stata violentata ripetutamente durante tutta la sua detenzione.

Si potrebbe obiettare che si tratta di una testimonianza indiretta, fondata su un’unica fonte. È vero. Ma è proprio questo il punto. La violenza sessuale esercitata nelle carceri talebane è circondata da un tale livello di stigma sociale che pochissime sopravvissute riescono a raccontare ciò che hanno subito. Molte, una volta liberate, si nascondono. Altre non riescono a sopportare il peso delle conseguenze sociali della detenzione. I casi di suicidio segnalati sono numerosi. Per chi riesce a uscire dal carcere, il ritorno alla libertà coincide spesso con un nuovo isolamento.

Il silenzio, in questo contesto, non è una prova d’innocenza del regime. È una delle conseguenze più evidenti del crimine stesso.

L’onore come strumento politico

Le ragioni di questo silenzio sono profonde e radicate. La società afghana è strutturata, nei suoi livelli più profondi, attorno al concetto di onore. La violenza sessuale non rappresenta soltanto una ferita inflitta al corpo di una donna: viene utilizzata come un’arma contro la sua famiglia, il suo clan e la sua comunità. I talebani conoscono perfettamente questo meccanismo e lo sfruttano con precisione calcolata.

Colpire una donna significa colpire una rete sociale più ampia. Violentarla significa intimidire tutti coloro che le sono vicini, perché denunciare quanto accaduto può esporre la famiglia alla vergogna e alla stigmatizzazione. In questo modo la violenza sessuale diventa uno strumento di controllo collettivo: non serve soltanto a punire una persona, ma a scoraggiare qualsiasi forma di opposizione.

Tra il gennaio 2022 e il luglio 2023, l’UNAMA ha documentato oltre 1.600 violazioni dei diritti umani commesse durante arresti e detenzioni, quasi la metà delle quali comprendeva torture o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Questo dato, raccolto nonostante le restrizioni imposte alle attività di monitoraggio, deve essere interpretato come una soglia minima, non come una misura completa della violenza esercitata.

Direzione 40

Zarifa Yaqobi, ex detenuta e attivista per i diritti delle donne, ha risposto direttamente alle smentite di Zabihullah Mujahid. Lei e le sue colleghe, ha raccontato, sono state detenute per quarantuno giorni nelle condizioni più dure: isolamento, interrogatori, torture e confessioni estorte presso la Direzione 40 dei servizi d’intelligence.

La Direzione 40. Un nome, un indirizzo. Non un simbolo né un’allegoria. Un edificio a Kabul dove donne sono state sistematicamente spezzate mentre il portavoce ufficiale del regime assicurava al mondo che nelle carceri talebane non accadeva nulla.

Ciò che avviene nelle prigioni afghane non può essere liquidato come l’abuso incontrollato di pochi individui. È una politica. Una politica che utilizza il corpo, l’onore e la paura come strumenti di governo.

Le donne arrestate per aver manifestato, per aver avuto rapporti con il precedente governo o semplicemente per aver occupato uno spazio nella vita pubblica sono bersagli selezionati. La loro detenzione non ha soltanto lo scopo di punirle. Serve a diffondere la paura, a colpire le loro famiglie, a paralizzare chi osserva e a trasmettere un messaggio chiaro: il prezzo della resistenza sarà pagato non solo dalla singola persona, ma dall’intera comunità che le sta intorno.

Impunità del regime talebano

L’impunità del regime talebano si fonda su diversi pilastri. Il primo è l’assenza di un sistema giudiziario indipendente in grado di indagare sulle violazioni commesse dalle autorità. Le autorità de facto hanno inoltre impedito al Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan di entrare nel Paese.

Nel frattempo, la comunità internazionale continua a utilizzare il linguaggio dell’«impegno» e del «dialogo», una formula che spesso appare più orientata alla gestione delle relazioni con il regime che alla richiesta di giustizia per le vittime. Si negoziano accordi di rimpatrio. Si invitano rappresentanti talebani a incontri e conferenze internazionali. Si cerca una forma di gestione politica della situazione.

Ma intanto, a Kandahar, a Kabul e nei luoghi di detenzione controllati dai servizi di sicurezza talebani, donne e ragazze continuano a pagare con il proprio corpo il prezzo del silenzio del mondo.

Julia Parsee ha parlato. Zarifa Yaqobi ha parlato. Tamana Paryani ha parlato. Queste donne hanno corso rischi enormi affinché le loro testimonianze potessero superare i confini dell’Afghanistan e raggiungere il resto del mondo.

La risposta minima che il mondo deve loro è ascoltarle. Non relegarle in una generica categoria di «diritti umani» tra due paragrafi di analisi geopolitica. Ascoltarle significa riconoscere la natura della violenza che denunciano e chiamarla con il suo nome.

Secondo numerose organizzazioni per i diritti umani, le pratiche documentate contro donne e oppositori in Afghanistan possono configurare gravi violazioni del diritto internazionale. La repressione sistematica, la persecuzione di genere e l’uso della violenza sessuale come strumento di intimidazione richiedono un esame alla luce degli standard sui crimini internazionali.

Lo stupro nelle carceri dell’Emirato islamico non è un effetto collaterale della repressione. È uno strumento di governo.

 

La scena e il retrobottega di al‑Sharaa, nuova Siria vecchi fantasmi

Patria Indipendente, 1 luglio 2026, di Carla Gagliardini

Dietro la narrazione accomodante accolta anche in Occidente, la realtà racconta altro. Le minoranze alawite, druse e curde continuano a subire violenze e discriminazioni, mentre nuove norme delineano un progetto identitario sempre più rigido. L’apparato militare rinnovato, il rafforzamento delle autorità religiose, le riforme scolastiche, i codici di comportamento e le restrizioni sui diritti delle donne confermano una deriva fondamentalista mascherata da apertura. Sotto la promessa di inclusione avanza un sistema che marginalizza culture e fedi diverse e concentra potere e controllo sociale.

Al-Sharaa l’uomo della nuova Siria pluralista. Al-Sharaa l’uomo a cui stringere la mano. Al-Sharaa l’uomo con cui stipulare accordi. Al-Sharaa l’uomo convertito al moderatismo. Ci manca solo che qualcuno arrivi a dire al-Sharaa il democratico. Purtroppo è già successo perché una figura compromettente come la sua richiede un’operazione maquillage a tutto tondo che non può essere condotta solo da lui ma necessita il contributo di paesi importanti, come quelli occidentali, anche loro con l’impellente bisogno di rendere il nuovo Presidente siriano un politico presentabile all’opinione pubblica, così da legittimare alleanze economiche, commerciali e militari. Sono bastate delle semplici dichiarazioni a favore di una Siria inclusiva, che tenga conto di tutte le minoranze che animano il paese, da parte di al-Sharaa il leader, ruolo riconosciutogli da Donald Trump, per toglierlo dalla lista dei terroristi stilata dagli Stati Uniti, così come è stata rimossa la sua organizzazione Hay’at Tahrir al-Sham (Hts) da quella delle organizzazioni terroristiche.

Ma che cosa le sue affermazioni significhino in concreto, al-Sharaa l’ex-terrorista deve ancora spiegarlo al mondo. Si potrebbe però cominciare a chiederlo alle comunità alawite se si sentono integrate nella nuova Siria, dopo i massacri che hanno subito immediatamente dopo la conquista di Damasco da parte di Hts. Se però agli alawiti non si volesse dare credito perché, per il solo fatto di appartenere alla stessa minoranza religiosa sciita dell’ex Presidente Bashar al-Assad, sono da considerare tutti dei criminali come lui, allora si potrebbe domandare al popolo druso se abbia gradito il trattamento della nuova Siria quando alcune delle sue comunità hanno subito la violenza dell’esercito lanciatogli contro da Damasco. Ma se neppure ai drusi volessimo dare ascolto perché una parte di loro appoggia Israele, che continua a macchiarsi di crimini spaventosi contro il popolo palestinese e uccide impunemente anche i civili in Libano e in Iran, allora rivolgiamoci al popolo curdo.

Ce lo ricordiamo questo popolo?È quello che ha pagato il prezzo più alto in Siria nella lotta contro l’Isis. Ce le ricordiamo le donne curde, le combattenti delle Ypj che hanno sfidato l’Isis e hanno contribuito alla sua disfatta? Sono le stesse che a gennaio scorso hanno combattuto contro le forze armate di Damasco inviate nei territori dell’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria per porre fine a quell’esperienza democratica di autogoverno. Sono state prese di mira dall’esercito siriano nel tentativo, fallito, di umiliarle e ricacciarle nell’oscurità. I conti non tornano. I massacri della nuova Siria sono solo una parte del bilancio che si può fare di questo anno e mezzo in cui al-Sharaa l’alleato, Damasco infatti è entrata a far parte della Coalizione internazionale anti-Isis, può tristemente vantarsi.

Per capire se le promesse di democratizzazione fatte dal presidente siriano siano sincere, oltre a tenere a mente i già citati massacri vissuti da almeno tre minoranze, bisogna andare a scavare nelle leggi, nei regolamenti e nei provvedimenti ufficiali dello Stato e dell’amministrazione pubblica che fanno pensare a un processo graduale di islamizzazione del Paese. E non potrebbe che avvenire in modo progressivo e non istantaneo perché la Siria ha bisogno di vendere internazionalmente la sua immagine di partner democratico. Deve infatti garantirsi il supporto necessario per risollevare un’economia collassata prima che nasca il malcontento tra la popolazione e si esaurisca l’entusiasmo con cui una parte di essa, anche tra la diaspora, ha accolto il nuovo Presidente, principalmente perché aveva determinato la caduta di al-Assad.

A marzo dell’anno scorso è stata approvata la Costituzione provvisoria che prevede come unica religione ufficiale l’islam e come unica lingua ufficiale l’arabo. E il riconoscimento della moltitudine di altre culture e religioni che fine ha fatto? È rimasta nelle dichiarazioni di intenti. Nello stesso mese il Presidente ha costituito il Consiglio supremo della fatwa incaricato non solo di rispondere a domande di carattere religioso ma anche di correggere le decisioni prese da ministeri e da altre autorità che non rispecchino quanto sancito dalla shari’a, ossia la legge islamica.

Per quanto riguarda il settore strategico dell’istruzione, il curriculum scolastico è cambiato incrementando le ore di studio dedicate alla religione, in particolare per la memorizzazione dei versi del Corano, e riducendo quelle per l’apprendimento delle lingue straniere, della storia e della geografia. Alcune scuole hanno già iniziato ad adottare la segregazione di genere al loro interno, sebbene il Ministero abbia negato di averla imposta. Un dato importante da non sottovalutare è la diffusione della rete scolastica Dar al-Wahi al-Sharif (Dws), fondata nel 2017 a Idlib, nel nord-ovest della Siria, dove governava l’Hts che la sosteneva. Il piano di studi di Dws si basa sulla centralità della conoscenza del Corano che si riversa su ogni materia curricolare. Durante le lezioni vengono esaltati il jihad e i jihadisti. Dws promuove la segregazione di genere tra studenti e studentesse ma anche tra insegnanti.

Il decano della Facoltà di Belle Arti dell’Università di Damasco ha invece vietato ai laureandi di presentare progetti di laurea basati su modelli di nudi. La decisione ha suscitato un’ondata di proteste tra gli stessi studenti e studentesse ma anche degli artisti e delle artiste, mentre il decano si è difeso dicendo che il divieto era già stato imposto da Hafez al-Assad. Esattamente un anno fa, il Ministero del turismo ha pubblicato delle linee guida per la condotta da tenere sulle spiagge e nelle piscine. Sono stati introdotti dei codici di abbigliamento per uomini e donne, in particolare per le donne l’uso del burkini e di una veste lunga da indossare sopra di questo quando sono fuori dall’acqua. Anche gli abiti attillati sono stati presi di mira. Si registra inoltre un certo attivismo da parte di alcune moschee e istituzioni per favorire l’islamizzazione della nuova Siria. Certi predicatori richiamano all’uso della violenza contro i non-musulmani. Uno di loro ha postato delle foto che lo ritraggono insieme a degli adolescenti armati e una che mostra decine di bambini in uniforme militare.

Sempre sul piano locale, alcune amministrazioni hanno vietato la vendita di alcolici e applicano restrizioni sui diritti delle donne che lavorano nella pubblica amministrazione, come il divieto di presentarsi al lavoro truccate. Ci sono poi delle autorità locali che hanno imposto alle donne di coprirsi il capo con il velo, oppure hanno cancellato il viso delle donne dai cartelloni pubblicitari. In certe aree del paese la segregazione di genere è ormai un dato di fatto in alcuni luoghi pubblici, come nell’ospedale al-Muwasat di Damasco dove è stata ordinata la separazione tra dottoresse e dottori. Ma questa, in certe zone, è applicata anche sui mezzi di trasporto pubblici.

Infine, non potevano che essere coinvolte nel processo di islamizzazione anche le forze di polizia e quelle armate, indispensabili per il consolidamento e il mantenimento del nuovo regime. Con la salita al potere di al-Sharaa si è costituito il Nuovo esercito siriano che ha rimpiazzato quello che rispondeva a al-Assad. Ne fanno parte i comandanti e i foreign fighters che già appartenevano a Hts oppure erano suoi alleati. La coscrizione è stata abolita e l’arruolamento è aperto a tutti gli uomini su base volontaria. Il corso di addestramento, sia per la polizia che per le forze armate, prevede lo studio di alcuni contenuti della shari’a e della biografia del Profeta Maometto.

Tutti i provvedimenti di natura giuridica e amministrativa che testimoniano l’impronta islamista che si vuole dare al Paese sono giustificati dai loro autori con il richiamo al rispetto della moralità, dei costumi, delle tradizioni, delle diversità sociali e religiose che costellano la Siria. Dietro a questo giro di parole, però, si nasconde una realtà diversa che non va nel senso dell’integrazione di tutte le culture e religioni ma semmai verso la prevaricazione di una sola cultura, quella musulmana, e di una sola religione, l’islam nella sua interpretazione fondamentalista data dalla corrente sunnita salafita, a cui appartiene al-Sharaa il jihadista, apertamente osteggiata dalla comunità musulmana sunnita moderata e da quella progressista.

Carla Gagliardini, vicepresidente ANPI provinciale di Alessandria e componente del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan odv

 

La lotta delle donne di Herat per la libertà

«A Herat le donne escono di casa con molta più cautela. Si è instaurato un clima di paura e di preoccupazione e alcune cercano, almeno per il momento, di uscire il meno possibile. Oppure, se escono, indossano il chador che copre interamente il corpo e il volto.»

Maryam Foumani, aasoo.org, 24 giugno 2026

Questa è la descrizione che Shahrzad Akbar, ex presidente della Commissione indipendente afghana per i diritti umani, offre dell’atmosfera che domina a Herat dopo i recenti arresti di donne.

La vicenda è iniziata quando i Talebani, venerdì 15 giugno, hanno annunciato che da quel momento in poi sarebbero state arrestate le donne prive di un «hijab completo». Per «hijab completo» si intende che, oltre ai lunghi mantelli (manteau) e agli ampi foulard portati sul capo, le donne debbano indossare anche un chador che copra interamente il corpo e il volto. Anche mostrare i piedi senza calze o lasciare intravedere il trucco sotto la mascherina viene considerato un caso di «mancanza di hijab».

Oltre ad annunciare questa restrizione durante il sermone della preghiera del venerdì e nelle moschee, i rappresentanti locali hanno inviato messaggi alle famiglie affinché non permettessero alle proprie figlie, mogli e madri di uscire di casa con un abbigliamento diverso da quello stabilito dai Talebani.

Sabato 6 giugno, dopo questi avvertimenti pronunciati durante la preghiera del venerdì, quando le donne di Herat sono uscite per strada indossando gli stessi lunghi mantelli, gli ampi foulard che avevano sempre portato e, in alcuni casi, una mascherina sul volto, gli agenti talebani ne hanno arrestate molte.

In seguito a questi arresti, martedì 9 giugno, le donne di Herat, accompagnate da un certo numero di uomini, sono scese in strada. Decine di manifestanti sono stati arrestati, una donna e un bambino sono stati uccisi, nei giorni successivi altri manifestanti sono stati identificati e arrestati e la protesta è stata repressa con estrema durezza. Tuttavia, ancora una volta, le donne afghane hanno fatto sentire la propria voce con lo slogan: «Lavoro, istruzione, libertà».

La preoccupazione dei Talebani per la disobbedienza delle donne di Herat

Come spiega Shahrzad Akbar, il rimpatrio forzato di migliaia di migranti dal Pakistan e dall’Iran verso l’Afghanistan è uno degli elementi che hanno influito sulla recente controversia riguardante l’abbigliamento femminile.

«Queste donne rimpatriate avevano un modo di vestirsi diverso da quello oggi prevalente tra le donne che vivono in Afghanistan. Ad esempio, quelle provenienti dall’Iran indossano mantello e foulard, ma i Talebani non accettano questo tipo di abbigliamento e vogliono che anche il volto delle donne sia coperto con un chador o con una mascherina, in modo che siano visibili soltanto gli occhi.»

Secondo Akbar: «Le donne rientrate dall’Iran e dal Pakistan, in particolare quelle che hanno vissuto per un certo periodo in Iran, hanno sperimentato un grado maggiore di libertà sociale e ritengono un loro diritto fondamentale poter partecipare alla vita pubblica con quel tipo di abbigliamento. Questo è in netto contrasto con la visione dei Talebani.»

Le recenti dichiarazioni di Nur Ahmad Eslamjar, governatore talebano di Herat, confermano il timore dei Talebani nei confronti della presenza più disinvolta di queste donne appena rientrate.

Secondo quanto riportato dalla BBC, il governatore ha definito queste donne «influenzate da culture straniere» e ha affermato che esse intendono «modificare il volto religioso, culturale e storico di Herat, un volto fondato sull’onore, sulla tutela della dignità familiare e sul prestigio».

Manifestando la propria preoccupazione per il fatto che «l’hijab delle donne diventava ogni giorno meno rigoroso», ha definito le donne di Herat che non rispettano gli standard di abbigliamento imposti dai Talebani persone affette da una «malattia mentale e religiosa».

Tuttavia, la questione non riguarda soltanto le donne recentemente tornate a Herat.

Anche le residenti storiche della città si sono sempre distinte dagli stereotipi e dalle aspettative dei Talebani.

Come osserva Shahrzad Akbar: «Pur essendo Herat una città fortemente patriarcale, le donne hanno sempre avuto una posizione diversa rispetto ad altre zone del Paese. Lavorano nell’industria dello zafferano, praticano sport, hanno i loro circoli di lettura e da sempre è in corso una sorta di gioco del gatto e del topo tra le donne di Herat e i Talebani.

Le mie amiche di Herat mi raccontano che a volte si riuniscono a casa di una di loro per fare ginnastica. Alcune volte si accorgono di essere seguite e allora sospendono gli allenamenti per una settimana; quella successiva ricominciano. Da alcuni anni le donne di Herat organizzano queste attività. Con questi arresti, i Talebani vogliono inviare loro un messaggio: sappiamo che ci state disobbedendo e vogliamo reprimervi.»

Arresti che hanno portato anche gli uomini in strada

Non è la prima volta che i Talebani arrestano donne afghane.

Nel «Tribunale popolare per le donne dell’Afghanistan», svoltosi a Madrid nell’autunno dell’anno scorso, sono stati presentati numerosi documenti e testimonianze riguardanti questi arresti e alcune donne hanno deposto davanti al tribunale.

Ciò che però ha provocato una reazione di protesta più ampia, andata oltre la cerchia delle attiviste per i diritti delle donne e che ha portato perfino gli uomini a scendere in piazza, è stato il diverso modo in cui sono stati effettuati gli arresti più recenti.

Molte delle donne arrestate in gruppo per le strade di Herat, diversamente da quanto avveniva abitualmente negli arresti operati dai Talebani, non erano attiviste politiche o civili né dipendenti del precedente governo. Erano donne che stavano semplicemente vivendo la loro vita quotidiana: erano dirette a fare la spesa, dal medico, a casa di parenti oppure al lavoro quando, con il pretesto della «mancanza di hijab», sono state arrestate.

Secondo Shahrzad Akbar, una parte degli uomini che sono scesi in strada per protestare erano proprio familiari di queste donne.

«Erano uomini che dicevano: le nostre donne non erano nemmeno uscite per manifestare, perché avrebbero dovuto essere arrestate? In quel momento il livello dell’ingiustizia è apparso in tutta la sua evidenza. I Talebani non potevano più raccontare, come fanno di solito, che queste donne erano occidentali, che avevano un’agenda politica o che volevano ottenere asilo all’estero. Questa volta il pericolo si è avvicinato anche alla gente comune e una parte della presa di coscienza nasce proprio da questa percezione del rischio.»

Le ragioni della protesta maschile

Tarannom Seydi, presidente della Rete per la partecipazione politica delle donne afghane, afferma che durante tutti questi cinque anni le donne non hanno mai smesso di protestare.

«La realtà è che la maggior parte della popolazione o condivideva le idee dei Talebani oppure desiderava semplicemente una vita tranquilla, e per questo è rimasta in silenzio. All’inizio molti uomini pensavano che i Talebani parlassero nel loro interesse e fossero venuti per instaurare un buon governo islamico. Ma ora vedono che i Talebani non hanno alcuna pietà né per la vita, né per i beni, né per l’esistenza delle persone; arrivano perfino a portare via le loro donne e a dire che, se non pagheranno una determinata somma di denaro, non le rilasceranno.»

Shahrzad Akbar ritiene che una parte della protesta maschile contro i recenti arresti delle donne derivi anche da una concezione patriarcale.

Secondo lei, molti uomini interpretano il comportamento dei Talebani nei confronti delle donne come un’offesa al proprio «onore familiare» (nâmus).

Nei giorni successivi agli arresti, molti degli uomini che hanno alzato la voce contro i Talebani hanno più volte insistito proprio su questo aspetto, parlando di un’aggressione al loro onore.

Akbar ritiene tuttavia che vi sia anche un’altra ragione che ha spinto gli uomini ad affiancare le donne: la popolazione è ormai esasperata dalla situazione economica, dalle discriminazioni etniche e religiose e dal modo in cui il Paese viene governato.

Secondo lei, perfino alcuni sostenitori dei Talebani sono irritati dal modo in cui viene applicata la politica della «promozione della virtù e prevenzione del vizio».

La religione nella vita delle persone

«La religione costituisce una parte fondamentale dell’identità del popolo afghano. Uno degli atteggiamenti dei Talebani che la gente trova particolarmente difficile da sopportare e profondamente offensivo è il fatto che essi accusino continuamente le persone di non rispettare la religione, imponendo punizioni e restrizioni.

La gente dice: siamo musulmani da molti secoli, l’Islam è una parte essenziale della nostra storia e abbiamo combattuto più volte in suo nome. Chi sei tu per dirci che cosa sia l’Islam e sostenere che il nostro comportamento non sia conforme alla fede musulmana?»

Secondo Akbar, molte delle donne arrestate e maltrattate dai Talebani pregano, visitano i luoghi santi e osservano tutti i doveri religiosi.

«Per questo motivo trovano profondamente offensivo che un talebano dica loro che non rispettano l’abbigliamento islamico.»

Come spiega Forouzan Amiri, scrittrice e ricercatrice afghana, questi arresti di massa hanno provocato un’indignazione collettiva che ha ridotto la paura della popolazione e ha incoraggiato le persone a scendere in piazza.

«I Talebani non immaginavano affatto che, dopo una repressione così dura esercitata fin dall’inizio del loro ritorno al potere, donne e uomini avrebbero infine trovato il coraggio di opporsi e iniziare a protestare.

La manifestazione di martedì a Herat ha rappresentato un duro colpo per i Talebani e ha incrinato la loro convinzione che la popolazione avrebbe continuato a tacere per sempre a causa del clima di paura e di terrore che avevano instaurato.»

Che cosa intendono le donne afghane per «libertà»?

«Lavoro, istruzione, libertà»: è lo slogan che le donne afghane hanno adottato fin dalle prime proteste seguite al ritorno al potere dei Talebani, ed è stato ancora una volta il principale slogan dei manifestanti.

Nei video diffusi delle proteste di Herat si sente anche il grido: «Donna, vita, libertà».

Alla domanda su che cosa significhi per le donne afghane la parola «libertà», Shahrzad Akbar risponde: «Le richieste delle donne afghane sono molteplici e diverse tra loro. Tuttavia, credo che quando scandiscono lo slogan “libertà”, al di là di tutte le differenze di opinione che possono esistere fra loro, intendano innanzitutto la libertà dalla repressione dei Talebani. Libertà da un regime che le ha private della scuola, dell’università, del lavoro, della possibilità di viaggiare e di partecipare alla vita politica.

Le donne afghane possono avere opinioni molto differenti su quali siano i limiti o il contenuto preciso di questa libertà. Ma in questo momento essa significa soprattutto libertà dal dominio dei Talebani.»

Akbar spiega inoltre che anche durante il periodo della Repubblica le donne non godevano di una reale uguaglianza, a causa della struttura tradizionale e patriarcale della società afghana.

Esisteva però almeno la possibilità di lottare per cambiare quella situazione e il quadro giuridico sosteneva tali sforzi.

«Quando lavoravo e vivevo in Afghanistan, soffrivo ogni giorno per il sessismo delle persone che mi circondavano e del sistema nel quale operavo.

Sebbene negli ultimi anni della Repubblica ricoprissi un incarico governativo di alto livello e fossi presidente della Commissione indipendente per i diritti umani, vedevo chiaramente che, nella struttura di quella società, soltanto per il fatto di essere una donna, talvolta mi trovavo in una posizione molto inferiore perfino rispetto all’uomo che faceva da mio autista ed ero molto più vulnerabile.

Perfino una posizione così elevata nello Stato non era sufficiente a proteggermi.»

Tutte le donne si sentono prigioniere

Forouzan Amiri, illustrando la complessità della società afghana, osserva:

«Alcuni uomini ritengono che sia giusto che le donne restino in casa e, se escono, rispettino quel tipo di hijab autentico e talebano.

Anche alcune donne non hanno particolari problemi con la situazione attuale. Si tratta per lo più di donne che non hanno mai avuto l’opportunità di studiare o di uscire di casa.

Sono donne completamente immerse in quella cultura, in quelle convinzioni e in quelle tradizioni estremiste; possono perfino rinunciare all’abbigliamento che preferirebbero soltanto perché la società, la tradizione, la cultura e la religione lo considerano inappropriato, senza mai concedersi il diritto di vestirsi come desiderano.»

Secondo lei esiste però un altro livello della società: «Sono le donne che, dopo il ritorno al potere dei Talebani, vivono la sensazione di essere prigioniere all’interno dell’Afghanistan.

Sono donne che accolgono con entusiasmo gesti come bruciare il chador, perché vi vedono la rappresentazione di quella stessa rabbia repressa che loro stesse non riescono a esprimere.

Accanto a loro vi sono anche gruppi laici e intellettuali che cercano di mostrare come la collera delle donne afghane, di fronte a tanta oppressione e repressione, sia ormai così intensa da non sentirsi più vincolata neppure ai principi religiosi, morali o tradizionali.

Lo spazio concesso alle donne è diventato talmente ristretto che, secondo loro, questi schemi devono necessariamente essere infranti.

Esiste però anche un altro gruppo, più moderato, convinto che simili azioni possano produrre l’effetto opposto all’interno della società tradizionale e conservatrice afghana.»

Libertà di scegliere

La scrittrice ritiene che ciò che unisce tutte queste donne, nonostante le differenti visioni, sia soprattutto la questione della libertà di scelta e della libertà di agire.

Secondo Amiri: «Per una donna che non condivide il tipo di hijab imposto dai Talebani, oggi la libertà può significare semplicemente poter scegliere di non indossare il chador e vestirsi come ritiene opportuno. Ma anche la donna velata che partecipa alle proteste, tiene in mano un cartello e parla ai media, chiede libertà. Vogliono che una donna sia libera e che, all’interno della stessa società, sia che scelga di indossare il velo, sia che rifiuti il velo imposto, nessuno le impedisca di vivere secondo la propria scelta.»

Forouzan Amiri aggiunge che il tema della libertà, per le donne afghane di oggi, non riguarda soltanto il velo.

«La sorveglianza e la privazione della libertà delle donne afghane si sono estese a ogni ambito della loro vita, perfino alle decisioni più intime e private. Per questo la libertà evocata da questi slogan ha un significato molto più ampio: comprende la libertà di decidere, la libertà di agire e la libertà di scegliere il proprio abbigliamento.

È proprio questo che oggi riunisce le donne afghane sotto un unico slogan. Vediamo donne velate manifestare accanto a donne che non sostengono il velo. Vediamo una donna con il foulard che grida slogan di protesta e, accanto a lei, un’altra che considera il velo uno strumento di oppressione e gli dà fuoco.»

Per spiegare questa situazione, Tarannom Seydi porta l’esempio della propria vita.

Indossando un leggero foulard che copre soltanto una parte dei capelli, lasciando scoperti il volto e il collo, racconta che ancora oggi, pur vivendo in Canada dove non esiste alcun obbligo, continua a vestirsi in questo modo perché è una sua scelta personale.

Secondo lei, è proprio questo ciò che desiderano gli afghani: avere la possibilità di scegliere liberamente il proprio comportamento, il proprio modo di parlare e il proprio abbigliamento.

«Durante i vent’anni della Repubblica, secondo la nostra Costituzione, l’hijab era una scelta personale. Se una donna teneva il capo scoperto, mostrava le gambe, indossava o non indossava il velo, nessuno aveva il diritto di chiederle perché lo facesse.

Molte donne non portavano alcun velo. Altre indossavano semplicemente un foulard sul capo o lasciato sulle spalle. Io stessa, allora, uscivo in Afghanistan indossando pantaloni e un cappello. Naturalmente c’erano anche molte donne che sceglievano di portare il chador. Oggi, invece, i Talebani impongono un determinato modo di vestirsi, e qualsiasi imposizione è amara.»

Una lotta che non è soltanto contro i Talebani

Questa imposizione, tuttavia, non proviene soltanto dai Talebani.

Molte donne afghane devono affrontare costrizioni anche all’interno delle proprie famiglie e nella società, e quando vengono arrestate subiscono un prezzo ancora più pesante anche dopo essere uscite di prigione.

Secondo Shahrzad Akbar, in Afghanistan l’esperienza del carcere comporta un grave costo sociale per una donna. Molte di loro, anche se trattenute soltanto per poche ore, incontrano enormi difficoltà nel tornare alla propria famiglia e vengono emarginate sia dai parenti sia dalla comunità.

«In altre parole, invece di ritenere responsabile chi opprime o aggredisce, la società tende ad accusare la donna che è stata vittima di quella violenza o di quella repressione.»

Anche Forouzan Amiri racconta: «I messaggi più dolorosi che negli ultimi tempi abbiamo ricevuto dalle giovani donne erano di questo tipo: quando vogliamo uscire di casa con questi stessi abiti e con il nostro lungo mantello, i nostri padri ci dicono: “Non uscire. Se ti arrestano, io non farò nulla. Saranno affari tuoi. Non ti proteggerò.”

Oppure sono le madri a dire loro: “Che cosa ti costa mettere anche il chador, così almeno non nasceranno problemi?”»

La resistenza nascosta continua

Secondo le notizie provenienti da Herat, oggi la città vive in un clima di sicurezza estremamente rigido e gli attivisti politici e civili nutrono poche speranze che, nel prossimo futuro, possano svilupparsi nuove grandi manifestazioni di piazza.

Tuttavia, come osserva Forouzan Amiri: «Anche in questo momento diversi gruppi, soprattutto di donne, continuano a riunirsi in spazi privati e nelle abitazioni per organizzare nuove proteste. Le scritte sui muri continuano ad apparire. Assistiamo perfino all’incendio delle immagini dei leader talebani nei vicoli di Herat, Kabul e Mazar-e Sharif, e i video di questi episodi vengono diffusi sui social network.

La popolazione cerca con ogni mezzo di far arrivare il proprio racconto, nonostante tutte le restrizioni: usando pseudonimi, alterando la voce nei podcast e ricorrendo a qualsiasi altro espediente. Tutti questi sono piccoli bagliori di speranza.

È possibile che questa protesta, se non nell’immediato, almeno in futuro, rappresenti l’inizio di una nuova forma di resistenza.»

 

Le donne protestano, i Talebani sparano

Roberta Zunini, Il Fatto Quotidiano, 22 Giugno 3026

Dopo il fuoco incrociato dei mesi scorsi con il Pakistan, diventato in questi cinque anni nemico giurato del regime afghano dei Talebani che ospita, quando serve loro, i fratelli del Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), da settimane gli Studenti di Dio stanno conducendo una campagna omicida contro le donne. Il tutto dopo averle costrette a una vita di stenti disumani, private della possibilità di frequentare le scuole, se non le elementari, lavorare e uscire per strada da sole.

Lo scorso 1 giugno, un imprecisato numero di afghane è stato arrestato nella provincia di Herat e nella parte occidentale del Paese dalla polizia che risponde al famigerato Ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio per aver reagito all’arresto di una di loro che, sostengono le autorità, non si era coperta adeguatamente.
Durante le successive manifestazioni ne hanno arrestate un gran numero. Ma il giorno dopo la decisione di alcuni uomini, sempre nella provincia di Herat, di affiancare le proteste di madri, figlie, sorelle e mogli, i Talebani hanno aperto il fuoco sulla folla uccidendo e ferendo senza pietà.
Non essendoci media veramente indipendenti in Afghanistan è difficile fornire le cifre corrette, resta il fatto che si parla di almeno una decina di vittime.
Una settimana dopo, alcune ragazze che stavano camminando per strada sono state prelevate dalla polizia e di loro non si sa più nulla, almeno per ora.

Fuoco sulla resistenza di Herat

Ilfattoquotidiano.it ha chiesto a Zalmai Nishat, analista e ricercatore afghano presso la Sussex University, nonché fondatore dell’Associazione di beneficenza e think tank Mosaic Foundation, perché il ‘casus belli’ e le proteste hanno avuto luogo in questa provincia dell’Afghanistan.
“Perchè lì è dove i Talebani sono più ferocemente odiati e si registrano attacchi contro di loro da parte del Fronte di Resistenza Nazionale dell’Afghanistan”.
Secondo Nishat questo è il momento in cui i Talebani si sentono più deboli e in pericolo per le due ragioni già citate e pertanto stanno reagendo imponendo un’ulteriore quota di terrore alla società civile. Nel tentativo di tenere sotto scacco la popolazione hanno alzato al massimo la posta da quando sono tornati al potere nell’agosto del 2021 in seguito al vile ritiro degli americani, voluto da Donald Trump ed eseguito dal successore Joe Biden.
“A innervosire ulteriormente i Talebani concorre un’economia al suo punto più debole che rende la gente ancora più povera e costretta a vivere in condizioni miserabili fisicamente e psicologicamente. Anche per questo la popolarità dei Talebani sta crollando e loro lo sanno”, sottolinea Nishat.
Secondo le leggi firmate l’anno scorso, la donna che fa sentire la propria voce commette un peccato, addirittura un’offesa pubblica. L’Afghanistan dei Talebani è diventato una sorta ormai di Catch 22. È una situazione che si verifica quando la soluzione di un problema è resa impossibile da regole contrastanti: per fare una cosa ne serve un’altra, ma quest’ultima è subordinata alla prima.
“Un esempio eclatante, in questo senso, è il divieto di diventare mediche. Le donne non possono studiare medicina ma per essere curate devono rivolgersi solo a mediche. Però non ce ne sono quasi più non potendo frequentare la facoltà di medicina”.

“E’ l’Occidente che sostiene i talebani”

In merito alla domanda su chi sono, dal punto di vista geopolitico, gli alleati e i mentori di questo regime brutale, Nishat cita la sua analisi pubblicata da Newsweek tre anni fa.
“Ho sostenuto che l’Occidente stesse inviando circa 40 milioni di dollari in contanti al resuscitato regime afghano e che questi soldi venissero usati dai Talebani per consolidare il proprio potere a discapito della gente. In questo articolo ho denunciato che finché non si smetterà di inviare questi soldi, il regime afghano non cadrà e il popolo non potrà fare nulla contro di esso. Inoltre, l’Unione europea ha una delegazione propria a Kabul e sta collaborando con i Talebani. Per lavorare in alcune aree di prevenzione, ad esempio la migrazione verso l’Europa. E, come penso saprete, la delegazione dei Talebani è stata invitata a Bruxelles per discutere il ritorno dei rifugiati in Afghanistan. Non essendoci mezzi di sussistenza in Afghanistan, molte persone sono partite per il Pakistan e l’Iran, ma sono state rimpatriate in massa nell’ultimo anno. A detta di alcuni, circa 6-7 milioni di emigrati sono stati rimandati indietro dall’Iran e dal Pakistan. Questo è un indicatore del fatto che le persone stanno davvero soffocando in Afghanistan. L’unico Paese, in realtà, a non collaborare con i Talebani è, di fatto, il Pakistan. Questo impegno del governo mondiale, Europa compresa, con i Talebani porta alla loro normalizzazione. E questa è una vera tragedia per tutto il popolo afghano”.

Segnalati ulteriori arresti di donne a Herat e Farah

Parsa Katal, AMU Tv, 24 giugno 2026

Residenti e fonti locali dell’Afghanistan occidentale affermano che i talebani hanno arrestato diverse donne nelle province di Herat e Farah negli ultimi giorni, in quella che rappresenta l’ultima serie di arresti segnalati dopo un’ondata di detenzioni avvenuta a Herat all’inizio di questo mese.

Secondo fonti locali, lunedì quattro donne sono state arrestate a Farah e due a Herat. I residenti riferiscono che le donne sono state accusate di viaggiare senza un tutore maschile, noto come *mahram*, oppure di non aver rispettato il codice di abbigliamento imposto dai talebani.

Le fonti sostengono inoltre che alcune delle detenute abbiano subito maltrattamenti durante l’arresto.

Troppa paura per uscire di casa

Una residente di Herat ha dichiarato che la paura di essere arrestate è diventata così diffusa che molte donne ormai evitano di uscire di casa se non strettamente necessario.

«Nessuno vuole più uscire di casa. Persino madri e nonne escono solo quando non hanno altra scelta. Lasciano la casa con paura», ha affermato la residente.

Secondo i residenti locali, diverse donne arrestate a Herat negli ultimi giorni sono state successivamente rilasciate dopo che i loro familiari hanno fornito garanzie per loro. Le fonti riferiscono che alle donne liberate è stato intimato di non parlare pubblicamente delle circostanze della loro detenzione.

Un’altra residente ha affermato che le donne fermate durante precedenti ondate di arresti hanno raccontato esperienze simili dopo essere state prese in custodia dagli agenti talebani incaricati della moralità pubblica.

«La scorsa settimana sono state arrestate 41 donne. Quelle che sono tornate raccontano tutte le stesse cose su ciò che è accaduto loro», ha dichiarato la residente.

Le segnalazioni arrivano in un contesto di crescente preoccupazione per l’applicazione delle norme morali da parte dei talebani, soprattutto dopo l’entrata in vigore della loro Legge per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, che ha ampliato le restrizioni sull’aspetto delle donne e sulla loro presenza negli spazi pubblici.

Un familiare di una donna precedentemente arrestata a Herat ha affermato che la donna avrebbe tentato di darsi fuoco dopo aver subito pressioni dalla propria famiglia una volta rilasciata.

«Dopo il suo arresto, la famiglia le ha fatto pressione dicendole che avrebbe dovuto indossare il burqa. Si è data fuoco», ha raccontato il parente. «Gran parte del suo corpo è rimasta ustionata e attualmente si trova in ospedale.»

Le attiviste per i diritti delle donne affermano che gli arresti hanno accresciuto il clima di paura tra donne e ragazze, che già vivono sotto pesanti restrizioni imposte dal regime talebano.

Gli arresti segnalati seguono una più ampia campagna condotta dagli ispettori della moralità talebani a Herat, che ha suscitato critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani e attivisti afghani.

All’inizio di questo mese, la missione delle United Nations Assistance Mission in Afghanistan (UNAMA) ha confermato che quasi 30 donne e ragazze sono state arrestate a Herat dagli agenti talebani incaricati della moralità pubblica con accuse legate alla violazione del codice di abbigliamento. L’UNAMA ha inoltre riferito che le proteste contro gli arresti sono state disperse dalle forze talebane, causando almeno una vittima.

I talebani hanno difeso l’applicazione delle norme sull’abbigliamento islamico e sul comportamento pubblico, sostenendo che tali misure riflettono i valori religiosi e culturali dell’Afghanistan.

Le organizzazioni per i diritti umani, tuttavia, affermano che questi arresti fanno parte di un più ampio schema di restrizioni che, dal ritorno al potere dei talebani nell’agosto 2021, ha progressivamente limitato la libertà di movimento delle donne, il loro accesso al lavoro e la partecipazione alla vita pubblica.

I talebani non hanno rilasciato commenti pubblici sugli ultimi arresti segnalati a Herat e Farah.

 

I talebani arrestano una dirigente scolastica a Daikundi

Habib Mohammadi, AMU Tv,  23 giugno 2026

Una donna, impiegata amministrativa in una scuola della provincia di Daikundi, nell’Afghanistan centrale, è stata arrestata dai talebani dopo essersi rifiutata di consegnare il suo smartphone durante una perquisizione in un istituto femminile, secondo quanto riferito martedì da fonti locali.

La donna, identificata come Tayyeba Hafezi, dirige una scuola superiore femminile nel capoluogo di provincia.

Secondo alcune fonti, i talebani l’hanno arrestata lunedì 22 giugno, dopo che si era rifiutata di consegnare il suo telefono cellulare durante un’ispezione nella scuola. Membri dei talebani sarebbero entrati nella scuola femminile e avrebbero iniziato a sequestrare gli smartphone alle insegnanti, nell’ambito di un’operazione volta a far rispettare il divieto recentemente imposto sull’utilizzo di tali dispositivi.

Hafezi è stata arrestata dopo essersi rifiutata di consegnare il suo telefono, secondo quanto riferito dalle fonti. È rimasta in stato di fermo fino a tarda sera.

Trattamenti duri

Anche diverse insegnanti e studentesse sono state oggetto di quelli che le fonti hanno descritto come trattamenti duri durante l’operazione.

Secondo le fonti, alcuni membri dei talebani avrebbero minacciato gli studenti più giovani e mostrato armi, chiedendo informazioni su dove gli insegnanti avessero nascosto i loro telefoni.

I talebani non hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche in merito al presunto arresto.

Sembra che questo episodio rappresenti uno dei primi casi documentati di una persona arrestata per essersi rifiutata di conformarsi alle restrizioni sull’uso degli smartphone imposte dai talebani.

Nelle ultime settimane, i talebani hanno cercato di dare attuazione a una direttiva verbale del loro leader Hibatullah Akhundzada, che vieta l’uso degli smartphone ai dipendenti pubblici.

Stretta sugli smartphone

Le restrizioni sono state implementate in un numero crescente di istituzioni governative e province. All’inizio di questo mese, i talebani nel Panjshir hanno annunciato un divieto totale degli smartphone negli uffici governativi, affermando che i dipendenti che violano il provvedimento potrebbero subire provvedimenti disciplinari.

I talebani hanno avvertito che i dipendenti pubblici trovati in possesso di smartphone potrebbero essere deferiti ai tribunali militari. Video diffusi sui social media mostrano inoltre membri dei talebani che confiscano e distruggono smartphone nell’ambito di questa campagna.

Queste misure hanno suscitato preoccupazioni tra insegnanti, funzionari pubblici e difensori dei diritti umani, i quali affermano che gli smartphone sono spesso essenziali per la comunicazione, l’accesso alle informazioni e il lavoro amministrativo in un Paese in cui i servizi digitali hanno assunto un’importanza sempre maggiore.

La notizia dell’arresto giunge in un contesto di restrizioni più ampie imposte dai talebani alla vita pubblica, all’istruzione e all’accesso all’informazione da quando sono tornati al potere nel 2021. Le organizzazioni per i diritti umani hanno ripetutamente avvertito che tali misure limitano ulteriormente le libertà personali e l’accesso alle tecnologie di comunicazione in Afghanistan.

 

Herat: donne e uomini resistono insieme

 

 

 

 

 

CISDA

Su quanto sta accadendo a Herat, riceviamo e pubblichiamo questo aggiornamento che ci arriva direttamente dalle nostre compagne e compagni di همبستگی Solidarity (Hambastagi)

“I talebani stanno diventando sempre più brutali. Picchiano, imprigionano e fanno sparire donne in tutto il paese con il pretesto di un “hijab non conforme”.

La popolazione di Herat si è ribellata a questo comportamento barbaro e ha condannato questi crimini, gridando a gran voce “Pane, lavoro, libertà!”.

I talebani hanno risposto sparando, uccidendo una donna e ferendone molte altre. Hanno sparato contro le donne che protestavano, uccidendo una donna e un bambino e ferendone molti altri.

Il popolo afghano crede che questa rivolta segnerà l’inizio della fine di questo regime disumano, reazionario e medievale, poiché il coraggio e la resistenza degli uomini e delle donne di Herat possono ispirare rivolte di liberazione in tutto il paese.”

 

Il racconto di RAWA

Già Rawa News aveva pubblicato un articolo su quanto è accaduto a Herat il 9 giugno in cui spiegava che è scoppiata nel quartiere di Jebrail, a Herat, una delle più significative proteste contro il regime talebano degli ultimi mesi, dove centinaia di persone sono scese in strada dopo l’arresto di diverse giovani donne da parte del Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, la cosiddetta polizia morale talebana.

Secondo fonti locali, almeno nove ragazze sarebbero state fermate il 7 giugno senza una motivazione chiara, nonostante rispettassero le rigide norme sull’abbigliamento imposte dalle autorità. I talebani non hanno fornito spiegazioni ufficiali né reso noto il luogo di detenzione delle donne.

La protesta si è rapidamente trasformata in una manifestazione contro le crescenti restrizioni imposte dal regime. I partecipanti hanno scandito slogan come «Istruzione, Lavoro, Libertà» e «Pane, Lavoro, Libertà», chiedendo il rilascio delle detenute e il rispetto dei diritti fondamentali.

La risposta delle autorità è stata immediata. Secondo numerosi testimoni, le forze talebane hanno aperto il fuoco contro la folla pochi minuti dopo l’inizio della manifestazione. Video diffusi sui social media mostrano uomini armati mentre sparano, colpiscono i manifestanti con bastoni e inseguono i civili. In uno dei filmati più condivisi si vedrebbe un combattente talebano sparare contro una donna che indossava l’hijab.

Le fonti locali riferiscono di almeno due morti e ventidue feriti. Tra questi figurerebbero anche due adolescenti di 14 e 16 anni colpiti da arma da fuoco. Diversi altri civili, compreso un bambino, sarebbero rimasti feriti. Più di dieci persone sarebbero inoltre state arrestate durante e dopo gli scontri, anche se il numero esatto non è stato confermato.

La repressione è proseguita nelle ore successive. Residenti della zona riferiscono di una vasta operazione di rastrellamento condotta dai talebani nel quartiere di Jebrail, con pattuglie impegnate a identificare i partecipanti alla protesta. Alcuni cittadini sospettati di aver filmato gli eventi sarebbero stati arrestati nelle proprie abitazioni. Secondo altre testimonianze, le forze di sicurezza avrebbero visitato gli ospedali della città per individuare e fermare i manifestanti feriti.

I talebani non hanno finora rilasciato dichiarazioni ufficiali sulle sparatorie, sulle vittime o sugli arresti che hanno dato origine alla protesta. Gli eventi di Herat rappresentano tuttavia un nuovo segnale del crescente malcontento che attraversa parte della società afghana, in particolare tra donne e giovani, colpiti dalle restrizioni imposte dal regime all’istruzione, al lavoro e alla partecipazione alla vita pubblica.

Herat, i talebani minacciano arresti per violazione del codice di abbigliamento femminile

Siyar Sirat, AMU Tv, 6 giugno 2026

Secondo fonti locali e un documento ottenuto da Amu TV, la Direzione talebana per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio a Herat ha avvertito le famiglie di assicurarsi che le donne rispettino il codice di abbigliamento imposto dai talebani, pena l’arresto.

La Direzione per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio dei Talebani a Herat ha avvertito le famiglie che devono assicurarsi che le donne rispettino il codice di abbigliamento imposto dai Talebani, altrimenti rischiano la detenzione, secondo fonti locali e un documento ottenuto da Amu TV.

Campagna di controllo intensificata

La direttiva, una copia della quale è stata condivisa con Amu TV, invita i membri maschi della famiglia a impedire che le donne compaiano in pubblico senza quello che i Talebani definiscono un hijab appropriato.

Secondo il documento, le donne viste in pubblico senza un velo da preghiera, con il volto scoperto, con abiti aderenti o truccate potrebbero essere fermate dagli agenti talebani incaricati della moralità e trasferite in una struttura di detenzione femminile.

Il documento cita disposizioni della Legge talebana sulla Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, la cosiddetta “legge sulla moralità”, e afferma che i tutori maschi sono responsabili di garantire che le donne delle loro famiglie rispettino il codice di abbigliamento prescritto. Il testo avverte che le violazioni potrebbero comportare azioni legali e il trasferimento delle donne in strutture di detenzione.

La direttiva sottolinea sia l’applicazione delle norme talebane sull’abbigliamento sia la responsabilità dei parenti maschi per l’aspetto delle donne in pubblico, avvertendo che il mancato rispetto delle regole potrebbe portare alla detenzione e al deferimento alle autorità giudiziarie talebane.

L’ordine segnalato coincide con la diffusione di una registrazione audio a Herat che, secondo fonti locali, sarebbe collegata agli incaricati talebani della moralità. Nella registrazione, l’oratore afferma che la misura è stata adottata in seguito a una riunione delle autorità talebane locali e che entrerà in vigore sabato.

L’audio incarica inoltre i rappresentanti dei quartieri e gli imam delle moschee di informare i residenti sulle nuove misure.

Posti di blocco per controllare l’abbigliamento

I residenti affermano che negli ultimi mesi gli incaricati talebani della moralità hanno già intensificato il controllo sull’abbigliamento femminile a Herat attraverso posti di blocco nelle zone più trafficate della città.

Secondo fonti locali, sono stati istituiti posti di controllo in aree come Shahr-e-Naw, la rotatoria 29 Hoot, Bakrabad e la strada di Lailami, dove veicoli e taxi sono stati fermati e perquisiti.

I residenti hanno riferito che gli agenti della moralità hanno detto alle donne fermate ai posti di blocco che il loro abbigliamento non rispettava gli standard imposti dai Talebani.

Campagne di controllo simili erano già state segnalate in precedenza a Kabul e in altre parti dell’Afghanistan.

Da quando sono tornati al potere nell’agosto 2021, i Talebani hanno imposto ampie restrizioni alle donne e alle ragazze. Le organizzazioni per i diritti umani affermano che il gruppo ha emanato oltre 100 decreti che limitano l’accesso delle donne all’istruzione, al lavoro, agli spazi pubblici e ad altri aspetti della vita pubblica.

Tra queste restrizioni figurano il divieto per le ragazze di proseguire gli studi oltre la sesta classe, il divieto per le donne di frequentare l’università, limitazioni alla formazione medica e restrizioni al lavoro femminile presso organizzazioni non governative e agenzie delle Nazioni Unite.

I Talebani sostengono che le loro politiche siano coerenti con la loro interpretazione della legge islamica e dei valori culturali afghani, mentre le Nazioni Unite e le organizzazioni per i diritti umani hanno ripetutamente invitato i Talebani a revocare queste misure e a rispettare i diritti delle donne e delle ragazze.

Una nuova normativa talebana sui matrimoni di minori

Siyar Sirat, AMU Tv, 15 maggio 2026

I talebani hanno emanato una nuova normativa in materia di diritto di famiglia che riconosce la validità legale dei matrimoni che coinvolgono minori in determinate circostanze, consentendo tuttavia ai bambini di chiedere l’annullamento del matrimonio dopo aver raggiunto la pubertà solo tramite un’ordinanza del tribunale.
Il regolamento concede inoltre ai tribunali religiosi ampi poteri in materia di annullamenti e controversie matrimoniali.
Il regolamento di 31 articoli, intitolato “Principi di separazione tra coniugi”, è stato pubblicato nella gazzetta ufficiale dei talebani dopo essere stato approvato dal loro leader Hibatullah Akhundzada.

Le norme sullo scioglimento del matrimonio

Il documento delinea le norme che regolano lo scioglimento dei matrimoni in una vasta gamma di circostanze religiose e legali, tra cui matrimoni infantili, mariti irreperibili, apostasia, separazione forzata, rapporti di allattamento e accuse di adulterio.

Il principio del “khiyar al-bulugh”

Una delle sezioni più attentamente esaminate riguarda il “khiyar al-bulugh”, ovvero l'”opzione al raggiungimento della pubertà”, un concetto della giurisprudenza islamica che consente a un bambino sposato in giovane età di chiedere l’annullamento del matrimonio dopo aver raggiunto la pubertà.
L’articolo 5 stabilisce che se il matrimonio di un minore, maschio o femmina, viene combinato da parenti diversi dal padre o dal nonno, il contratto matrimoniale è considerato legalmente valido se i coniugi sono ritenuti socialmente compatibili e la dote adeguata. Il minore può successivamente chiedere l’annullamento dopo aver raggiunto la pubertà, ma solo tramite un’ordinanza del tribunale.
Un’altra disposizione stabilisce che i matrimoni che coinvolgono un coniuge “incompatibile” o una dote eccessivamente iniqua non sarebbero considerati validi.

Il ruolo di padri e nonni

Il regolamento concede inoltre a padri e nonni ampi poteri in materia di matrimoni infantili, pur prevedendo che i matrimoni possano essere invalidati qualora i tutori siano considerati violenti, mentalmente inadatti o moralmente corrotti.
Diverse disposizioni rafforzano le norme conservatrici in materia di tutela delle donne.

Consenso al matrimonio

L’articolo 7 stabilisce che il silenzio di una ragazza vergine dopo aver raggiunto la pubertà può essere interpretato come consenso al matrimonio, mentre il silenzio di un ragazzo o di una donna precedentemente sposata non costituisce automaticamente consenso.

I poteri dei giudici religiosi

Il regolamento conferisce inoltre ai giudici talebani il potere di intervenire nelle controversie matrimoniali sulla base di un’ampia gamma di categorie religiose, tra cui l’apostasia, l'”allontanamento dall’Islam”, la prolungata assenza del marito, le accuse di adulterio e lo “zihar”, un concetto islamico classico in cui il marito paragona la moglie a una parente di sesso femminile con cui il matrimonio sarebbe proibito.
Ai sensi della sezione relativa allo “zihar”, i giudici sono autorizzati a obbligare i mariti a rispettare le pene religiose o a concedere il divorzio. Il documento afferma che i giudici possono ricorrere alla reclusione e alle punizioni fisiche per imporre l’adempimento.

Matrimoni con non musulmani

Altre sezioni trattano i matrimoni che coinvolgono non musulmani. Il regolamento stabilisce che se un marito non musulmano si converte all’Islam mentre la moglie rimane tra la “Gente del Libro”, il matrimonio può continuare. Ma se una donna musulmana si converte e il marito si rifiuta di accettare l’Islam dopo essere stato invitato a farlo, un giudice può ordinare la separazione.
Il documento affronta anche la questione dei matrimoni tra “politeisti” o “adoratori del fuoco”, affermando che se un coniuge si converte all’Islam e l’altro si rifiuta, i tribunali possono ordinare la separazione.

“Fratelli di latte”

Un’altra sezione tratta dei matrimoni influenzati dal concetto di allattamento al seno, un principio del diritto islamico secondo il quale i figli allattati dalla stessa donna sono considerati fratelli religiosi e non possono sposarsi tra loro. La normativa stabilisce che, qualora si instauri un tale rapporto tra i coniugi, i giudici possono disporre la separazione.

Mariti scomparsi

Le norme stabiliscono anche procedure per le donne i cui mariti risultano irreperibili per periodi prolungati, consentendo ai tribunali di intervenire in determinate condizioni.

Le critiche delle organizzazioni per i diritti umani

pubblicazione del regolamento giunge mentre i talebani continuano a imporre severe restrizioni a donne e ragazze da quando sono tornati al potere nell’agosto del 2021.
Alle ragazze è stato impedito di proseguire gli studi oltre la sesta elementare, alle donne è stato vietato l’accesso all’università e sono state imposte severe restrizioni all’occupazione, alla libertà di movimento e alla partecipazione pubblica delle donne. Le Nazioni Unite hanno ripetutamente condannato tali restrizioni, definendole violazioni sistematiche dei diritti fondamentali.
Gli attivisti per i diritti umani hanno inoltre espresso preoccupazione per il fatto che i talebani stiano codificando sempre più interpretazioni intransigenti della giurisprudenza islamica nei regolamenti statali, istituzionalizzando ulteriormente le restrizioni di genere attraverso il sistema legale.