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Tag: Iran

Manifestazione contro i talebani in tutto il mondo

Afghanistan International, 14 giugno 2026

La polizia di Amburgo ha confermato ad Afghanistan International che alla manifestazione di sabato contro i talebani nella città hanno partecipato centinaia di persone. La polizia ha stimato la presenza di circa 600 partecipanti. I manifestanti, tuttavia, sostengono che il numero reale fosse superiore a 3.000.

Questo raduno fa parte di una vasta ondata di proteste organizzate dagli afghani in diverse città del mondo, dall’Asia all’Europa fino al Canada, in sostegno delle donne e degli uomini che hanno manifestato a Herat.

Ad Amburgo si è svolta una delle più grandi manifestazioni della giornata. I partecipanti hanno scandito lo slogan «Istruzione, lavoro, libertà», esprimendo il loro sostegno alle proteste di Herat. Nello stesso tempo si sono tenute manifestazioni simili anche a Berlino, Norimberga (Baviera) e Stoccarda.

Proteste «per l’essere umano e le sue sofferenze»

Farhad Darya, noto artista afghano, ha dichiarato durante il raduno di Amburgo che questo incontro dimostra che le donne afghane non sono sole. Secondo lui, queste proteste riguardano «l’essere umano e le sue sofferenze»: madri che non conoscono il destino dei propri figli e ragazze il cui unico desiderio è poter camminare liberamente per strada.

Lo slogan «Istruzione, lavoro, libertà» è stato ripetuto anche a Stoccarda. Nello stesso giorno si sono svolte manifestazioni a sostegno delle donne afghane in Iran, Toronto e in varie città europee.

Richiesta di interrompere i rapporti con i talebani

A Stoccarda i manifestanti hanno chiesto al governo tedesco di interrompere ogni rapporto diplomatico con i talebani. Secondo loro, l’interazione dei Paesi europei con il regime talebano ha incoraggiato ulteriormente la repressione delle donne.

I critici hanno inoltre richiamato l’attenzione sulla situazione delle rappresentanze afghane in Germania, sostenendo che alcune di esse sarebbero sotto l’influenza o il controllo di diplomatici vicini ai talebani, contribuendo così alla normalizzazione dell’attuale situazione in Afghanistan.

«Le donne portano le bare sulle spalle, il mondo resta in silenzio»

A Parigi i manifestanti hanno gridato: «Le donne portano le bare sulle spalle, il mondo resta in silenzio», denunciando quella che considerano l’indifferenza della comunità internazionale verso la condizione delle donne afghane.

Anche a Madrid una donna afghana ha criticato duramente la situazione dei diritti umani in Afghanistan, affermando che, mentre donne e uomini vengono arrestati nelle loro case, la comunità internazionale non dovrebbe rimanere in silenzio.

A Helsinki cittadini afghani e attivisti si sono riuniti davanti al Parlamento finlandese chiedendo un’azione concreta della comunità internazionale a difesa dei diritti delle donne afghane.

A Toronto i manifestanti hanno scandito «No ai talebani» e «Istruzione, lavoro, libertà», chiedendo al governo canadese di sostenere la criminalizzazione dell’«apartheid di genere» in Afghanistan. Alla manifestazione hanno partecipato anche alcuni cittadini iraniani e canadesi.

In Iran, infine, continuano le proteste degli afghani a Teheran e Mashhad. Negli ultimi giorni i manifestanti si sono radunati davanti all’ambasciata e al consolato afghano controllati dai talebani. A Mashhad, tuttavia, la polizia ha impedito una delle manifestazioni. I promotori affermano di aver richiesto regolarmente l’autorizzazione, senza però ottenerla.

 

Ieri oltre 5.000 persone sono rientrate in Afghanistan.

AmuTV, 18 maggio 2026

I talebani hanno annunciato che ieri 1.033 famiglie, per un totale di 5.363 persone, sono state rimpatriate forzatamente in Afghanistan.

Hamdullah Fitrat, vice portavoce dei talebani, ha dichiarato in un comunicato stampa diffuso lunedì 18 maggio che solo attraverso il valico di Torkham sono entrate nel Paese 839 famiglie per un totale di 4.469 persone.

Secondo quanto riportato nel comunicato, 110 famiglie sono state rimpatriate attraverso il valico di Spin Boldak a Kandahar, 54 famiglie attraverso il valico di Nimruz e 30 famiglie attraverso il valico di Islam Qala a Herat.

Nel frattempo, negli ultimi mesi, il processo di rimpatrio dei migranti afghani si è intensificato, aumentando la pressione sociale ed economica sulle famiglie vulnerabili e sulle comunità ospitanti.

Negli ultimi giorni, le organizzazioni umanitarie internazionali hanno espresso preoccupazione per le deportazioni su larga scala di migranti afghani provenienti da Iran e Pakistan.

Come ricostruire la narrativa del potere

Khaled Mohammadi, Etilaat Roz, 28 marzo 2026

I talebani, oltre a disporre di attentatori suicidi umani, hanno ora acquisito anche droni suicidi; uno strumento che non ha solo una dimensione militare, ma è diventato anche un importante mezzo di propaganda e guerra psicologica. Questo gruppo ha rivelato per la prima volta questa capacità durante le recenti tensioni con il Pakistan, utilizzandola sul campo: una dimostrazione che rappresenta non solo un’azione operativa, ma anche l’ingresso dei talebani nel mondo della guerra moderna.

In condizioni in cui il governo talebano non possiede una forza aerea classica né caccia avanzati, i droni suicidi rappresentano un’alternativa economica ma efficace per colmare questo vuoto. Dopo gli attacchi aerei del Pakistan contro l’Afghanistan, inclusi Kabul e Kandahar, i talebani hanno utilizzato questi droni per colpire parti del territorio pakistano, tra cui Islamabad. Il fatto che questi droni siano riusciti a oltrepassare i sistemi di difesa e radar pakistani, anche senza colpire con successo, ha trasmesso un messaggio importante: la vulnerabilità dello spazio aereo pakistano.

Sebbene il Pakistan affermi di aver intercettato e abbattuto questi droni, il loro ingresso nello spazio aereo protetto del paese rappresenta comunque una sfida significativa per l’apparato militare pakistano, evidenziando soprattutto le difficoltà nel contrastare guerre asimmetriche.

Questo sviluppo riflette una realtà più ampia: la superiorità del Pakistan nella guerra convenzionale non implica necessariamente superiorità nella guerra asimmetrica. Il paese dispone di una delle forze aeree più potenti della regione e lo ha dimostrato anche nel conflitto con l’India, ma queste capacità sono progettate per minacce tradizionali. Al contrario, droni piccoli, economici e diffusi — soprattutto in forma suicida — creano sfide diverse, difficili da gestire con sistemi difensivi convenzionali. La situazione è ulteriormente complicata dal fatto che anche gruppi interni al Pakistan, come il Tehrik-e-Taliban Pakistan, utilizzano droni commerciali per attaccare obiettivi militari. In questo modo, il drone diventa una “tecnologia ribelle” accessibile anche ad attori non statali.

I droni nei cieli del Pakistan

Circa 10 giorni fa, il sito “Al-Mersad”, affiliato all’intelligence talebana, ha dichiarato che, in risposta agli attacchi aerei pakistani, “droni martiri” hanno colpito obiettivi sensibili nel paese. L’uso del termine “martire” rappresenta un tentativo di collegare la tradizione degli attentati suicidi con la nuova tecnologia dei droni.

Secondo il rapporto, si tratta della prima volta che i talebani utilizzano droni suicidi contro basi pakistane. Il ministero della Difesa talebano ha confermato alcuni attacchi, ma senza usare questa terminologia ideologica.

Dal canto suo, l’esercito pakistano ha dichiarato di aver intercettato e abbattuto i droni a Islamabad, Quetta e Kohat. Tuttavia, il fatto che siano arrivati fino alla capitale suggerisce comunque una certa capacità di penetrazione. Anche i talebani sostengono di aver abbattuto droni pakistani, in una guerra di narrazioni tra le due parti.

Catena di approvvigionamento: ambiguità e competizione regionale

A livello regionale, l’origine di questi droni resta incerta. I talebani hanno recuperato resti di droni statunitensi, NATO e iraniani e potrebbero averli copiati, ma non è chiaro quanto abbiano sviluppato una produzione autonoma o ricevuto supporto esterno. I rapporti con Russia, Cina e Iran alimentano speculazioni, ma senza prove definitive.

Dal punto di vista tecnico, i talebani usano due tipi di droni: quadricotteri e droni ad ala fissa. Questi ultimi, più adatti a lunghe distanze, funzionano come piccoli aerei e possono restare in volo più a lungo. Sebbene molti componenti siano disponibili sul mercato civile, il loro uso militare richiede competenze avanzate.

I primi segnali dell’uso di droni risalgono all’anno scorso, ma ora fanno parte della strategia ufficiale. Mullah Abdul Ghani Baradar aveva dichiarato che gli attacchi suicidi tradizionali non sono più efficaci e che bisogna puntare su tecnologie come droni e missili.

Avvertimento di Mullah Yaqoob

Dopo i bombardamenti pakistani su Kabul, circa 20 giorni fa il ministro della Difesa talebano ha avvertito che, se Kabul diventa insicura, anche Islamabad subirà lo stesso destino. Dopo questo avvertimento, i talebani hanno pubblicato video dei loro droni e rivendicato attacchi contro il Pakistan.

In risposta, jet pakistani hanno colpito obiettivi a Kandahar, inclusi siti legati alla sicurezza del leader talebano Hibatullah Akhundzada, e anche una struttura a Kabul.

Una “insicurezza su commissione”

Durante il precedente governo afghano, l’uso dei droni era limitato e sotto supervisione degli Stati Uniti. Dopo il ritiro americano nell’agosto 2021 e la caduta di Kabul, molte attrezzature militari sono state disattivate, spingendo i talebani verso soluzioni più economiche come i droni.

Paesi come Iran e Russia hanno sviluppato capacità avanzate in questo campo, mentre la Cina sembra meno coinvolta. La Russia, che ha riconosciuto il governo talebano, teme l’instabilità in Asia centrale.

L’ex capo dell’intelligence afghana Rahmatullah Nabil ha ipotizzato che i talebani possano essere stati equipaggiati con droni non identificati e ha parlato di strategie regionali basate sull’uso di gruppi armati come strumenti di pressione geopolitica.

Migranti afghani: i primi al mondo per numero di vittime

Siyar Sirat, AMU Tv, 31 marzo 2026

Almeno 1.492 cittadini afghani sono morti o risultano dispersi durante viaggi migratori in tutto il mondo nel 2025, secondo quanto dichiarato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), sottolineando i persistenti pericoli affrontati dai migranti provenienti dall’Afghanistan.

Questa cifra rende gli afghani il gruppo più numeroso tra i 2.722 migranti dell’Asia e del Pacifico morti o scomparsi lo scorso anno, secondo il progetto Missing Migrants dell’agenzia.

I risultati, basati sulla panoramica regionale annuale dell’organizzazione, collocano l’Afghanistan davanti al Myanmar, i cui cittadini rappresentano il secondo numero più alto di vittime, molte delle quali rifugiati Rohingya.

La maggior parte dei decessi che coinvolgono migranti afghani si è verificata lungo le rotte terrestri tra Afghanistan e Iran — un importante corridoio di transito per chi cerca di raggiungere la Turchia e, infine, l’Europa. Il rapporto afferma che almeno 1.323 morti afghani sono stati registrati lungo questa sola rotta.

Altre vittime sono state documentate lungo le rotte migratorie dall’Iran verso la Turchia, nonché durante i rientri da Iran e Pakistan, dove sono stati registrati almeno 102 decessi.

Il rapporto rileva che il 91% di tutte le morti di migranti dell’Asia-Pacifico è avvenuto all’interno della stessa regione, riflettendo i rischi associati alle rotte migratorie vicine piuttosto che ai viaggi a lunga distanza.

Al di fuori della regione, almeno 251 migranti provenienti da Paesi dell’Asia-Pacifico sono morti o scomparsi lungo rotte verso altre parti del mondo, per lo più durante viaggi verso o all’interno dell’Europa.

Le cause di morte

L’annegamento è stata la principale causa di morte a livello globale, con almeno 863 vittime, pari a circa un terzo del totale. Le malattie e la mancanza di accesso alle cure mediche durante il viaggio migratorio rappresentano la seconda causa principale, seguite da incidenti stradali e condizioni di trasporto pericolose.

I cittadini afghani rappresentano la maggioranza dei decessi legati a malattie e incidenti nei trasporti, con un totale combinato di oltre 900 vittime in queste categorie.

Il rapporto segnala inoltre un aumento delle morti legate a condizioni ambientali estreme, inclusa l’esposizione al freddo intenso, con almeno 117 decessi registrati nel 2025 — più del doppio rispetto all’anno precedente.

Difficile reperire i dati

I dati su età e genere restano incompleti, con circa il 40% dei casi registrati privi di tali informazioni. Le informazioni disponibili suggeriscono che la maggior parte delle vittime afghane erano uomini adulti, riflettendo modelli migratori in cui gli uomini sono più propensi a intraprendere viaggi terrestri pericolosi.

L’organizzazione avverte che il numero reale di morti è probabilmente significativamente più alto, a causa delle difficoltà nel monitorare la migrazione irregolare e nel raccogliere dati in zone di conflitto e aree remote.

Questi risultati segnano il secondo anno consecutivo in cui oltre 2.700 migranti dell’Asia-Pacifico sono morti o scomparsi a livello globale, evidenziando quelli che l’agenzia definisce “rischi persistenti” e la necessità urgente di protezioni più forti per le persone in movimento.

«Nonostante l’elevato numero di morti e scomparse registrate, i dati devono essere considerati una stima minima», afferma il rapporto, sottolineando che molti casi non vengono documentati.

L’organizzazione aggiunge che queste morti hanno avuto conseguenze profonde per le famiglie e le comunità rimaste indietro, chiedendo un miglioramento nella raccolta dei dati e la creazione di percorsi migratori più sicuri.

Kalkan (Pkk) contrario al conflitto in corso tra Iran, Usa e Israele: “I curdi non saranno soldati di nessuno”

Il Fatto Quotidiano, 20 marzo 2026, di Roberta Zunini

La figura di spicco del Partito dei Lavoratori del Kurdistan esclude che le milizie possano schierarsi contro i Pasdaran: “Si tratta di una guerra di egemonia allo scopo di ottenere maggiori profitti e maggiore influenza. Noi ci opponiamo come popolo”.

Duran Kalkan, figura di spicco del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK, fondato da Abdullah Ocalan) che ha dichiarato il proprio scioglimento lo scorso anno nel contesto del processo definito dalle autorità turche “Turchia senza terrore” – dunque non processo di pace come è stato definito in modo superficiale – in corso in Turchia, si è dichiarato contrario al conflitto in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran. Kalkan sostiene che questa contesa sia in atto da decenni senza apportare alcun beneficio ai popoli del Medio Oriente.

In un’intervista andata in onda su Medya Haber TV, Kalkan ha affermato che il conflitto in corso dovrebbe essere considerato parte di una lotta più ampia e prolungata che risale alla Guerra del Golfo. “Questa guerra non è iniziata dieci o undici giorni fa. Va avanti da 36 anni – ha dichiarato Kalkan – siamo realistici. Sappiamo bene dove e quando è iniziata. Gli Stati Uniti conducono attacchi in Medio Oriente non certo da adesso. Nell’autunno del 1990, hanno schierato 150.000 soldati nella regione in un solo mese, dall’Arabia Saudita al Kuwait. Hanno impiegato tutti i loro aerei e navi”. “Le forze che conducono questa guerra sono ciò che chiamiamo il sistema della modernità capitalista globale”, ha aggiunto. “Questa è la guerra di coloro che vogliono cambiare lo statalismo, su cui si basano molte delle nazioni contemporanee, per ottenere maggiori profitti dal capitale e annichilire coloro che difendono quello statalismo. Si tratta di una guerra di egemonia allo scopo di ottenere maggiori profitti e maggiore influenza. Noi siamo contro, come movimento, come popolo e, pertanto, ci opponiamo”.

Affrontando i possibili esiti del confronto, Kalkan si è chiesto se un’eventuale vittoria degli Stati Uniti, di Israele o dell’Iran porterebbe a una maggiore democrazia o libertà. “Supponiamo che le forze attaccanti, Stati Uniti e Israele, vincano. Cosa cambierà?” ha sottolineato. “L’egemonia israeliana e l’influenza statunitense sostituiranno la sovranità iraniana. Si avrà uno stato più democratico, più pacifico, più liberale? No. Lo stesso presidente degli Stati Uniti ha detto che la democrazia non significa nulla. Il loro inviato per il Medio Oriente, Steve Witkoff, ha affermato che la democrazia non si addice ai popoli mediorientali, che le monarchie sono migliori. Per questo motivo stanno preparando un nuovo Scià”.

Se invece il regime iraniano sopravviverà, secondo Kalkan, “si tornerà al passato, e noi sappiamo qual è quel passato. Alcuni si chiedono da che parte stiamo noi curdi del PKK e i nostri partiti affiliati in Siria e Iran. Schierarsi in questa guerra è molto problematico. Le parti non sono poi così diverse. Si scontrano mentalità simili”. Ha inoltre spiegato che il PKK si rifiuta di schierarsi sia con i “sistemi capitalistici globali” sia con i “difensori del nazionalismo dello Stato-nazione”.

“I curdi si conoscono. Provengono dalle profondità della storia. Hanno lottato per la libertà per un secolo”, ha affermato. “Non sono nella posizione di essere soldati di nessuno o strumenti degli interessi di nessuno. Non siamo dalla parte dell’aggressione del capitale globale transnazionale, né dalla parte dello statalismo dello Stato-nazione. Sosteniamo la repubblica democratica. Siamo a favore della risoluzione dei problemi attraverso il consenso democratico. Sosteniamo il percorso di integrazione democratica. Il nostro popolo nel Rojhilat (il nome in curdo del Kurdistan iraniano, dove il PKK ha un partito gemello, il PJAK) è un popolo che sta portando avanti da decenni una forma di resistenza, di consapevolezza, di patriottismo. Di fronte a possibili attacchi, dovrebbe organizzarsi, proteggersi e sviluppare una posizione difensiva. Ma non dovrebbe concentrarsi solo sul Rojhilat. Dovrebbe vedere la libertà dei curdi del Rojhilat come parte della democratizzazione dell’Iran. Dovrebbe costruire amicizie e alleanze per democratizzare l’Iran”.

Azeri (della omonima regione iraniana) e curdi convivono da secoli, ad esempio. I curdi hanno legami ancora più stretti con il popolo persiano. “Il vero pericolo è il nazionalismo dello Stato-nazione e lo sciovinismo razzista, che mettono questi popoli gli uni contro gli altri. I curdi devono tenersi alla larga da tutto ciò”. A detta di Kalkan, il conflitto dimostra l’importanza del processo di eradicazione della guerra a bassa intensità in corso per decenni in Turchia tra PKK e Ankara.

«La gente dice: “Abbiamo la NATO, i suoi missili ci proteggeranno”. Ma alcuni, che cercano di comprendere la verità più chiaramente, indicano una realtà più complessa. Dicono ancora: “La pace e il processo di costruzione di una società democratica garantiscono la sicurezza della Turchia. Il nostro leader Apo ( soprannome di Ocalan, all’ergastolo da 25 anni) la garantisce”.

Il membro dei direttivo del PKK spiega ancora: “Tutti in Turchia riconoscono la portata e l’urgenza delle minacce, ma rispetto al resto della regione vive in uno stato di relativa calma e fiducia”. Protetta dalla NATO e dal suo ruolo di mediatrice nella fitna (spaccatura) secolare tra musulmani sciiti e sunniti, l’autocrate Recep Tayyip Erdogan ha inviato il suo fedele ministro degli Esteri, Akan Fidan, nei paesi del Golfo. Durante una conferenza stampa in Qatar, Fidan ha accusato Israele di aver innescato e intensificato il conflitto, esortando al contempo gli altri attori alla moderazione e mettendo in guardia contro una sua più ampia estensione regionale. “Ankara ha comunque trasmesso messaggi all’Iran affinché eviti di estendere la guerra oltre il suo ambito attuale, sottolineando che un’ulteriore escalation metterebbe in pericolo l’intera regione”.

All’inizio di questa settimana, Fidan ha dichiarato che la Turchia avrebbe avviato una serie di consultazioni con gli attori regionali, volte a porre fine alle ostilità in corso. I funzionari turchi hanno posto sempre maggiore enfasi sul dialogo e sul coordinamento multilaterale, mentre le tensioni continuano ad aumentare. Nell’ambito della sua iniziativa diplomatica, Fidan oggi si è recato negli Emirati Arabi Uniti per colloqui incentrati sia sulle relazioni bilaterali che sugli sviluppi regionali.

La tappa negli Emirati Arabi Uniti si inserisce in un più ampio tour del massimo diplomatico turco, volto a esplorare le opzioni per fermare la guerra e prevenire un’ulteriore destabilizzazione in Medio Oriente. Prima della sua visita in Qatar, Fidan ha avuto colloqui con omologhi di diversi paesi a Riyadh per discutere dell’intensificarsi del conflitto e delle possibili risposte coordinate.

 

IRAN – Rapporto Hengaw sul Kurdistan durante la guerra

Nessuno tocchi Caino, 18 marzo 2026

Spazi civili in Kurdistan militarizzati a fronte dell’escalation delle misure di sicurezza
Secondo i rapporti sul campo raccolti dall’Organizzazione Hengaw per i diritti umani, a fronte dell’escalation delle tensioni militari nella regione, la Repubblica Islamica dell’Iran ha attuato una politica di utilizzo di spazi civili per scopi militari in diverse città del Kurdistan, tra cui Sardasht, Paveh, Ravansar, Kermanshah, Mahabad, Saqqez, Marivan e Baneh.
Queste misure non solo hanno sconvolto la vita quotidiana dei residenti, ma hanno anche esposto i civili a un rischio grave e diretto, rendendoli di fatto bersagli umani in caso di potenziali attacchi aerei.

Spazi pubblici ed educativi trasformati in basi militari
Le forze del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) sono state ampiamente dispiegate, insieme a pesanti mezzi militari, in località civili.
Centri educativi:
Hengaw ha appreso, attraverso interviste con i residenti, che numerose scuole e università a Saqqez, Sardasht, Sanandaj, Paveh, Ravansar, Kermanshah, Mahabad e nei villaggi circostanti sono state occupate e utilizzate dalle forze militari. Ciò sta avvenendo nonostante il fatto che, dallo scoppio della guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti, le istituzioni scolastiche in tutto il Paese siano state chiuse.
Strutture religiose e sportive:
Testimoni oculari riferiscono che le moschee in villaggi quali Boyuran-e Sofla (Sardasht), Gugjeh (Marivan) e nelle zone rurali di Paveh, così come le strutture sportive — tra cui la Jalili Khosroshahi Hall a Mahabad e la Hijab Sports Hall a Saqqez — sono state trasformate in basi per centinaia di forze armate e in depositi per armamenti pesanti e semipesanti.

Implicazioni giuridiche ai sensi del diritto internazionale
Ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra, la distinzione tra obiettivi militari e beni civili è un principio fondamentale del diritto internazionale umanitario. Lo schieramento di forze militari all’interno di aree residenziali e civili, così come l’obbligo imposto ai residenti di evacuare le abitazioni vicine, può costituire una grave violazione, poiché mette deliberatamente a rischio la vita dei civili in caso di potenziali attacchi.

Resistenza civile e minacce alle frontiere
Nonostante il clima di paura prevalente, Hengaw ha ricevuto segnalazioni di resistenza civile collettiva contro la militarizzazione degli spazi pubblici. I residenti del villaggio di Gugjeh a Marivan, ad esempio, hanno costretto le forze armate a ritirarsi dalle moschee e dalle scuole locali. Resistenze simili sono state segnalate a Marivan e Saqqez, in particolare in risposta all’uso di impianti sportivi per scopi militari.
Precedenti rapporti di Hengaw hanno inoltre documentato che alle forze armate iraniane è stato ordinato di aprire il fuoco diretto sui civili che si spostano nelle zone di confine, rappresentando una grave minaccia per migliaia di residenti.
Nei giorni scorsi, Farzin Sasani è rimasto gravemente ferito dopo essere stato colpito dalle forze governative nei pressi del confine di Marivan.
Inoltre, Arman Khaleghpanah, un uomo curdo di Saqqez, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco nei pressi di Baneh mentre era alla guida del proprio veicolo.
Inoltre, le comunità tribali nomadi nelle zone di confine, tra cui Qasr-e Shirin, Khosravi, Naft Shahr e Sumar, sono state costrette ad abbandonare i propri luoghi di residenza a seguito di ultimatum e pressioni da parte delle forze militari. Hengaw aveva precedentemente riferito che tali evacuazioni erano state effettuate per facilitare lo schieramento delle unità corazzate e di artiglieria del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC).
Le misure in corso in tutto il Kurdistan — tra cui la militarizzazione di moschee e scuole, l’istituzione di numerosi posti di blocco e le minacce di ricorso alla forza letale nelle zone di confine — indicano una violazione sistematica dei diritti umani fondamentali.

(Fonte: Hengaw)

La settimana delle donne all’ONU: divisioni, allarmi e agghiaccianti testimonianze

Stefano Vaccara, VNY, 9 marzo 2026

Al Palazzo di Vetro, la settimana più importante dell’anno per i diritti delle donne, lunedì si è aperta in un clima che riflette perfettamente il momento storico: grandi parole, grandi allarmi, ma anche profonde spaccature politiche e morali.

Da una parte, nell’aula dell’Assemblea Generale, la 70ª sessione della Commissione sullo Status delle Donne ha rilanciato il tema dell’accesso alla giustizia per donne e ragazze in tutto il mondo. Dall’altra, nelle sale laterali e al Consiglio di Sicurezza, sono esplose con forza le crisi che oggi rendono quel diritto sempre più fragile: l’Afghanistan dei talebani, l’Iran in guerra, il Medio Oriente in fiamme, la regressione globale dei diritti femminili.

In sala, ad affiancare leader politici e funzionarie ONU, c’era Anne Hathaway, goodwill ambassador di UN Women, con un intervento che ha dato un tono più emotivo ma non meno politico alla giornata. “È difficile sopportare la consapevolezza che la distanza tra la promessa dell’uguaglianza e l’esperienza concreta di essa sia ancora così grande per così tante persone”, ha detto l’attrice americana dal podio verde dell’Assemblea Generale. Hathaway ha reso omaggio “al coraggio e alla forza delle donne che non hanno accettato di vedersi negare giustizia, perché hanno scelto di agire in un mondo che si aspetta il silenzio”, chiudendo con una frase che è sembrata parlare anche alla tensione dell’intera settimana: “La nostra celebrazione oggi afferma la nostra determinazione a resistere più a lungo dell’ingiustizia”.

In Afghanistan c’è l’apartheid di genere

Un intervento particolarmente forte è arrivato dalla premio Nobel per la pace Malala Yousafzai, che ha denunciato con durezza la situazione delle donne e delle ragazze in Afghanistan sotto il regime talebano. “Oggi sono qui con il cuore spezzato”, ha detto, ricordando anche la sofferenza delle famiglie colpite dalla violenza in diverse parti del mondo, tra cui Iran e Gaza. Malala ha definito il sistema imposto dai talebani una vera e propria “gender apartheid”, sottolineando che alle ragazze è vietato frequentare la scuola secondaria e l’università e alle donne è impedito lavorare e partecipare alla vita pubblica. “Questo non è cultura. Non è religione. È un sistema di segregazione e dominio”, ha dichiarato, invitando la comunità internazionale a riconoscere formalmente questa realtà nel diritto internazionale. Nel finale del suo intervento ha lanciato un appello diretto ai governi affinché passino dalle parole ai fatti: “I discorsi non proteggono le ragazze. Ma le leggi, la responsabilità e il coraggio politico sì”.

Il segretario generale António Guterres, nel suo intervento di apertura, ha scelto parole nette: “Viviamo in un mondo e in una cultura dominati dagli uomini. L’uguaglianza di genere è, ed è sempre stata, una questione di potere”. E ancora: “Neanche un passo avanti nei diritti delle donne è mai stato regalato. È stato conquistato”. Per Guterres, il tema scelto quest’anno, l’accesso alla giustizia, “va al cuore stesso della lotta per l’uguaglianza”, in un mondo in cui le donne godono in media solo del 64 per cento dei diritti legali degli uomini. Il capo dell’ONU ha insistito sul fatto che la reazione contro i diritti femminili non è casuale ma strutturale: “Il backlash è ciò che il potere consolidato fa quando sente allentarsi la propria presa”. Ha parlato di protezioni legali erose, di difensore dei diritti delle donne sotto attacco, di diritti sessuali e riproduttivi indeboliti. E ha indicato nell’Afghanistan il caso più estremo: “Le donne vengono sistematicamente cancellate dalla vita pubblica – e ora persino impedite di entrare nei compound dell’ONU. Questa è ingiustizia nella pratica”.

Su questo punto è tornata con forza anche Annalena Baerbock, presidente dell’Assemblea Generale, che ha parlato senza giri di parole di “gender apartheid” in Afghanistan. “Qualsiasi normalizzazione di questo regime sarebbe una scelta attiva di tollerare la più grave violazione dei diritti delle donne”, ha detto. Baerbock ha poi allargato il discorso al sistema ONU stesso, ricordando che in 80 anni non c’è mai stata una donna segretario generale: “La domanda non è perché una donna dovrebbe diventare segretario generale. La domanda è: perché no?”

La disuguaglianza aggravata dalla guerra

Sulla stessa linea la direttrice esecutiva di UN Women, Sima Bahous, che ha ricordato come “in quasi il 70 per cento dei Paesi esaminati le donne affrontano maggiori ostacoli alla giustizia rispetto agli uomini”, mentre nel 54 per cento degli Stati lo stupro non è ancora definito sulla base del consenso. “L’uguaglianza di genere oggi è aggravata dai mali della guerra e del conflitto, dall’Afghanistan a Haiti, dall’Iran al Myanmar, dalla Palestina al Sudan, dalla Siria all’Ucraina”, ha detto, strappando applausi quando ha aggiunto che UN Women sarebbe “orgogliosa di servire una futura Madame Secretary-General”.

Eppure, proprio mentre nell’aula si parlava di giustizia, la politica internazionale ha mostrato tutta la sua frattura. Le Agreed Conclusions, il documento finale della Commissione, sono state adottate non per consenso ma con voto formale: 37 favorevoli, 1 contrario, gli Stati Uniti, e 6 astensioni. È un fatto raro e politicamente pesante. Washington ha rifiutato il testo denunciando il riferimento a quella che definisce “gender ideology”, il linguaggio sulla salute sessuale e riproduttiva, e qualsiasi apertura a una regolazione dell’intelligenza artificiale in chiave di diritti. Il rappresentante americano ha attaccato anche UN Women, accusandola di promuovere aborto e ideologia di genere.

Il risultato è che la più importante piattaforma globale sui diritti delle donne si apre quest’anno non nel segno dell’unità, ma della frattura.

Nel frattempo, poche ore dopo, il Consiglio di Sicurezza ha affrontato il dossier Afghanistan, con un tono durissimo verso i talebani. Gli Stati Uniti hanno denunciato quelle che l’ambasciatore Mike Waltz, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza, ha definito restrizioni “inaccettabili e francamente disgustose” contro i diritti delle donne. Ma a fotografare meglio la crisi è stata Georgette Gagnon, numero uno ad interim della missione ONU in Afghanistan, che ha parlato di una crisi umanitaria in peggioramento, di economia fragile, di ritorni forzati dai Paesi vicini, e del fatto che l’esclusione delle donne dal lavoro e dalla vita pubblica sta prosciugando il capitale umano del Paese. Il tutto mentre la guerra in Medio Oriente rende incerta anche la rotta commerciale via Iran e la frontiera con il Pakistan resta instabile.

Testimonianze dall’Iran

Se l’Afghanistan è diventato all’ONU il simbolo più esplicito della segregazione di genere, l’Iran è entrato nella settimana delle donne attraverso due porte diverse e complementari: da un lato nei discorsi ufficiali, dall’altro nelle testimonianze dirette.

La relatrice speciale Reem Alsalem ha denunciato “livelli nauseanti di impunità” parlando anche del caso Epstein, ma ha collegato il discorso alla violenza sulle donne nei conflitti, citando l’Iran e il Libano come esempi recenti di come l’impunità e la guerra colpiscano prima di tutto donne e ragazze.

E poi c’è stato un momento politicamente potentissimo: il side event organizzato dalla missione israeliana all’ONU, guidata dall’ambasciatore Danny Danon, con donne iraniane chiamate a denunciare le violenze e la repressione del regime. Il fatto che l’evento si sia tenuto proprio nel giorno inaugurale della conferenza sullo stato delle donne ha dato alla scena un significato particolare: la battaglia per i diritti femminili si intreccia ormai apertamente con la guerra, con la propaganda e con la diplomazia.

Tra le testimonianze, quella della calciatrice iraniana Shiva Amini è stata una delle più forti. “Sono qui per testimoniare contro questo regime di assassini”, ha detto. Ha raccontato arresti, minacce di stupro, frustate, carcere, la proibizione di giocare senza hijab, il divieto di competere contro atleti israeliani, e una vita sportiva ridotta a strumento di propaganda politica. “Nel mio Paese i campioni nazionali vengono premiati con i proiettili, non con le medaglie”, ha detto, rivolgendosi poi direttamente in italiano al presidente della FIFA Gianni Infantino per chiedere l’esclusione dell’Iran dalle competizioni internazionali.

Così, in un giorno, l’ONU ha offerto un’immagine brutale del presente: nella grande sala dell’Assemblea si approvano documenti sul diritto alla giustizia; nel Consiglio di Sicurezza si denuncia un sistema, quello talebano, che cancella le donne dalla società; nelle sale laterali, donne iraniane raccontano come uno Stato possa perseguitare perfino chi gioca a calcio. L’impressione è che questa CSW70 abbia messo a nudo ancora una volta che la questione dei diritti delle donne non è più un capitolo separato dell’agenda internazionale. È ormai il punto in cui si incontrano – e si scontrano – potere, guerra, ideologia, religione, democrazia e autoritarismo. E forse è proprio per questo che oggi divide così tanto.

La possibile caduta del regime clericale: un Iran democratico e l’isolamento dei talebani

Florance Kohistani, 8AM Media, 4 marzo 2026

Gli sviluppi in Iran si trovano oggi in una fase estremamente sensibile e decisiva: una fase che non solo determinerà il futuro di oltre 80 milioni di iraniani, ma che potrebbe anche ridefinire la mappa geopolitica del Medio Oriente e dell’Asia centrale. Considerando l’intervento e gli attacchi militari congiunti degli Stati Uniti e di Israele contro le infrastrutture militari e strategiche della Repubblica Islamica, molti analisti ritengono che il processo di cambiamento di regime abbia ormai superato il livello della pressione politica ed economica ed sia entrato in una fase operativa. Se questo intervento dovesse portare al collasso o alla rimozione dell’attuale struttura di potere, le conseguenze non sarebbero solo interne: l’Afghanistan, e in particolare i Talebani, sarebbero tra i primi a subirne l’impatto.

Una trasformazione dai potenti effetti

Per comprendere la portata di questo cambiamento, bisogna tornare alle radici ideologiche della Repubblica Islamica. Con la vittoria della rivoluzione del 1979 guidata da Ruhollah Khomeini, emerse nella regione un nuovo concetto di governo religioso: un sistema che non traeva la propria legittimità politica dal libero voto popolare, ma da una specifica interpretazione del principio della velayat-e faqih (il governo del giurista islamico). Questo cambiamento, nel contesto della Guerra Fredda e delle crisi regionali, ispirò molti movimenti islamisti. La rivoluzione iraniana dimostrò che un movimento religioso poteva rovesciare un potente regime secolare e costruire una nuova struttura di potere.

Nell’Afghanistan della fine degli anni ’70 e dell’inizio degli anni ’80, questa trasformazione non rimase senza effetti. Sebbene i mujaheddin afghani si fossero organizzati principalmente nel quadro della lotta contro il governo comunista di Kabul e la presenza militare sovietica, la vittoria della rivoluzione iraniana offrì loro un esempio concreto di “trionfo dell’Islam politico”. Per alcuni leader jihadisti, la rivoluzione del 1979 dimostrò che la mobilitazione religiosa poteva rovesciare un sistema esistente e conquistare il potere politico. Nonostante le differenze religiose tra sciiti e sunniti e le rivalità regionali impedissero una piena convergenza, sul piano psicologico e ideologico la rivoluzione iraniana contribuì a rafforzare il discorso del jihad e a legittimare l’idea di un governo religioso in Afghanistan.

Molti religiosi e attivisti politici afghani che viaggiavano in Iran furono influenzati dal clima rivoluzionario del paese e presentarono il concetto di “governo islamico” come una seria alternativa ai sistemi secolari. Questa influenza indiretta contribuì successivamente alla formazione della mentalità politica di parte delle forze jihadiste e persino al contesto sociale che rese possibile l’emergere dei Talebani.

Negli anni successivi, la Repubblica Islamica cercò di consolidare la propria influenza tra i gruppi sciiti afghani e allo stesso tempo di giocare un ruolo nelle grandi dinamiche politiche del paese. L’emergere dei Talebani negli anni ’90 rappresentò una seria sfida per Teheran. Con la loro interpretazione rigida e anti-sciita dell’Islam, i Talebani erano percepiti come una minaccia ideologica e di sicurezza per l’Iran. L’incidente di Mazar-i-Sharif nel 1998, con l’uccisione di diplomatici iraniani da parte dei Talebani, portò Iran e Talebani sull’orlo di uno scontro militare. Tuttavia, dopo l’attacco degli Stati Uniti all’Afghanistan nel 2001, la situazione divenne più complessa.

La massiccia presenza militare statunitense a est dell’Iran creò un dilemma strategico per Teheran. Da un lato, i Talebani erano nemici storici della Repubblica Islamica; dall’altro, la presenza prolungata di Washington nel paese vicino era percepita come una minaccia diretta. Di conseguenza, emerse una politica ambivalente: cooperazione limitata con il nuovo governo afghano e allo stesso tempo creazione di canali tattici di comunicazione con i Talebani per contenere l’influenza americana. Questa politica dimostrava che le considerazioni geopolitiche potevano persino prevalere sulle ostilità ideologiche.

Ora, con l’intervento militare diretto degli Stati Uniti e di Israele contro la Repubblica Islamica, la situazione è entrata in una nuova fase. Se questa pressione militare dovesse portare alla caduta della struttura del velayat-e faqih, la regione potrebbe trovarsi di fronte a un vuoto di potere in un paese che ha svolto un ruolo chiave nelle dinamiche di sicurezza regionali. La domanda fondamentale è se questo cambiamento avverrà in modo gestito e con una transizione ordinata del potere, oppure se sarà accompagnato dal collasso istituzionale e da una diffusa instabilità.

Gli effetti sull’Afghanistan

Per l’Afghanistan, il primo scenario – la nascita di uno stato democratico e stabile in Iran – potrebbe avere conseguenze profonde e persino decisive. Un nuovo Iran probabilmente baserebbe la propria politica estera su interessi nazionali chiari, su un’interazione costruttiva con la comunità internazionale e sul rispetto dei principi dei diritti umani. Un simile approccio potrebbe portare a un sostegno aperto a una struttura politica inclusiva in Afghanistan, nella quale tutte le etnie e religioni abbiano una parte e il potere non rimanga monopolizzato da un solo gruppo.

In questo quadro, un Iran democratico non solo potrebbe isolare i Talebani sul piano politico e diplomatico, ma anche – in coordinamento con altri attori regionali e globali – creare le condizioni per una pressione multilaterale su questo gruppo. Se la nuova leadership iraniana ottenesse la propria legittimità dal voto popolare e aderisse ai valori democratici, avrebbe la posizione morale e politica per sfidare la narrativa ideologica dei Talebani. Un tale sviluppo potrebbe costringere i Talebani a cambiare comportamento e, qualora rifiutassero riforme fondamentali, l’isolamento regionale e la riduzione dei sostegni taciti potrebbero portare al loro graduale indebolimento e persino alla loro uscita dal potere.

Il secondo scenario, tuttavia, è più preoccupante. Se il cambiamento di regime in Iran fosse accompagnato dal collasso delle strutture di sicurezza e amministrative, i lunghi confini tra Iran e Afghanistan potrebbero diventare un’area di instabilità. Il traffico di armi e droga, i movimenti di gruppi estremisti e la competizione tra potenze straniere potrebbero spingere la regione in una nuova fase di caos. In tale contesto, gruppi come l’ISIS potrebbero tentare di sfruttare il vuoto di potere per espandere la propria influenza.

Per i Talebani questa situazione sarebbe ambivalente. Da un lato, l’indebolimento dell’Iran eliminerebbe un rivale storico; dall’altro, l’espansione dell’estremismo transnazionale potrebbe minacciare il loro fragile controllo del potere. I Talebani, che stanno cercando di consolidare il proprio potere interno, non possono ignorare il rischio dell’ingresso di gruppi ancora più radicali. In particolare, se fazioni sunnite più estreme con slogan anti-sciiti diventassero attive lungo i confini iraniani, l’intera regione potrebbe entrare in una nuova fase di tensioni settarie con pesanti conseguenze anche per l’Afghanistan.
Anche l’impatto sociale e culturale di un cambiamento in Iran sarebbe significativo per l’Afghanistan. I legami linguistici, culturali ed economici tra le due società sono profondi. Se in Iran emergesse un sistema basato su elezioni libere, libertà dei media e separazione tra religione e stato, questo modello potrebbe offrire ai giovani afghani una visione diversa del governo in un paese musulmano. Un simile modello non solo indebolirebbe la legittimità ideologica dei Talebani, ma potrebbe anche incoraggiare le forze politiche e civili afghane a chiedere cambiamenti strutturali.

Sul piano economico, la ricostruzione e l’integrazione dell’Iran nell’economia globale potrebbero trasformare le rotte commerciali dell’Afghanistan. L’Iran potrebbe diventare un corridoio di transito vitale per l’Afghanistan e ridurre la dipendenza del paese da rotte limitate. Lo sviluppo del commercio ufficiale e degli investimenti congiunti potrebbe favorire la crescita economica e ridurre l’economia sommersa – un fattore che, a lungo termine, influenzerebbe anche la struttura del potere in Afghanistan limitando le fonti di finanziamento opache da cui alcuni gruppi traggono vantaggio.

Anche la questione dell’acqua del fiume Helmand è importante. Le tensioni periodiche tra Teheran e i Talebani sui diritti idrici hanno dimostrato che le risorse naturali possono trasformarsi in una crisi di sicurezza. Un governo democratico in Iran probabilmente affronterebbe questa questione attraverso meccanismi legali e accordi internazionali trasparenti. Un tale approccio potrebbe ridurre le tensioni e creare un quadro stabile per la gestione delle risorse condivise, evitando che diventino uno strumento di pressione politica.

Destini incrociati

In definitiva, il futuro della regione dipende dalle decisioni prese a Teheran e a Washington. Se l’intervento militare degli Stati Uniti e di Israele porterà a una transizione ordinata e alla creazione di una struttura politica responsabile in Iran, potrebbe emergere un nuovo ordine regionale – un ordine in cui l’estremismo venga indebolito e la cooperazione in materia di sicurezza rafforzata. In tale contesto, i Talebani si troverebbero di fronte a un ambiente regionale completamente diverso: uno in cui il sostegno implicito diminuisce, la pressione diplomatica aumenta e un modello alternativo di governo si sviluppa nel paese vicino.

Iran e Afghanistan hanno destini intrecciati. La caduta della Repubblica Islamica potrebbe segnare la fine di un’epoca ideologica nella regione, ma anche l’inizio di una nuova fase il cui successo o fallimento dipenderà dal modo in cui verrà gestita la transizione. Un Iran democratico, se riuscirà a stabilizzarsi, potrà isolare i Talebani a livello regionale e persino, in coordinamento con altre potenze, creare le condizioni per la loro graduale uscita dal potere. Ciò che sta accadendo oggi in Iran non è solo un cambiamento interno, ma una trasformazione storica che potrebbe modificare profondamente il percorso dell’estremismo, della stabilità e del futuro politico dell’Afghanistan negli anni a venire.

Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni

Roja, Connessioni Precarie, 9 gennaio 2026

Pubblichiamo la traduzione di un lungo articolo redatto da Roja, collettivo femminista e anticapitalista iraniano, curdo e afghano, con sede a Parigi, nato nel settembre 2022 sulla spinta dell’insurrezione esplosa in Iran al grido “Jin, Jiyan, Azadi” dopo l’omicidio di Jina (Mahsa) Amini da parte del governo patriarcale e teocratico della Repubblica islamica. Come racconta CrimethInc, che ha pubblicato il testo, il collettivo è animato da attiviste “provenienti da diverse nazionalità e geografie politiche interne all’Iran”, legate non solo ai movimenti sociali in Medio Oriente ma anche alle lotte sociali in Francia e a quelle internazionali a sostegno della Palestina. Il quadro delle insurrezioni iraniane restituito dalla loro analisi è quello di una crisi della riproduzione sociale e di un movimento di rivolta di lungo periodo, diffuso in maniera capillare sul territorio, nel quale si intrecciano lotte contro l’impoverimento dei salari, contro il dominio maschile e teocratico, contro l’oppressione razzista esercitata dal regime sulle minoranze curde e beluci.

Sono queste lotte che oggi sono minacciate dall’annuncio di Trump di un intervento militare “a sostegno dei manifestanti”. Come già le sanzioni internazionali comminate all’Iran sono state la leva per rafforzare l’oligarchia al potere e garantirle un vantaggio nella lotta di classe interna al paese, la nuova pulsione “imperialista” inaugurata dal governo statunitense in Venezuela è destinata a rafforzare la parte reazionaria e filo-monarchica dell’opposizione al regime, sostenuta anche da Arabia Saudita e Israele, a scapito di un movimento sociale le cui istanze di liberazione vanno al di là dei confini dell’Iran.

D’altra parte, secondo Roja, l’anti-imperialismo non basta se precipita nell’ottuso campismo che abbraccia la Repubblica Islamica come l’amico da sostenere contro il nemico americano, anche al prezzo di mettere a tacere l’insurrezione in corso per le strade dell’Iran o bollarla come “piccolo-borghese”. Per questo riteniamo importante questo contributo: non soltanto per rompere il silenzio a volte imbarazzato sull’Iran che circola anche in ambienti di movimento, ma anche per affermare chiaramente la nostra parte all’interno dello scontro in atto.

Se la logica della guerra e il suo linguaggio geopolitico finiscono per soffocare il movimento sociale, il “doppio assedio” che lo minaccia non lo sta, tuttavia, paralizzando. Mentre pubblichiamo questo testo, milioni di donne e uomini iraniani stanno sfidando la brutale repressione del governo e il suo tentativo di chiudere ogni comunicazione interna ed esterna con blackout mirati. Schierarsi con chi sta insorgendo è parte di quella politica internazionalista che Roja reclama: non l’internazionalismo degli Stati e dei governi, ma di un movimento sociale transnazionale che si oppone alla guerra contro il lavoro vivo che dilaga nel mondo. Un movimento che, come questo pezzo chiarisce, deve saper affrontare il nodo dell’organizzazione per rovesciare la pressione mortifera della logica di guerra in una politica di pace e libertà contro ogni forma di oppressione.

I. La quinta insurrezione dal 2017

Dal 28 dicembre 2025 l’Iran è nuovamente attraversato da una febbre di proteste diffuse. Gli slogan “Morte al dittatore” e “Morte a Khamenei” risuonano nelle strade in almeno 222 località, distribuite in 78 città e 26 province. Non si tratta solo di proteste contro la povertà, l’aumento vertiginoso dei prezzi, l’inflazione e l’espropriazione, ma di un’insurrezione contro un intero sistema politico marcio fino al midollo. La vita è diventata insostenibile per la maggioranza della popolazione — in particolare per la classe operaia, le donne, le persone queer e le minoranze etniche non persiane. Ciò dipende non solo dal crollo della valuta iraniana dopo la guerra dei dodici giorni, ma anche dal collasso dei servizi sociali di base, dai continui blackout, dall’aggravarsi della crisi ambientale (inquinamento atmosferico, siccità, deforestazione e cattiva gestione delle risorse idriche) e dalle esecuzioni di massa (almeno 2.063 nel 2025). Tutti questi fattori hanno contribuito a un peggioramento drastico delle condizioni di vita. La crisi della riproduzione sociale costituisce il fulcro delle proteste attuali, e il loro orizzonte ultimo è rivendicare migliori condizioni di vita.

Questa insurrezione rappresenta la quinta ondata di una catena di proteste iniziata nel dicembre 2017 con la cosiddetta “rivolta del pane”, proseguita con la sanguinosa insurrezione del novembre 2019 contro l’aumento del prezzo del carburante e l’ingiustizia sociale. Nel 2021 è stato il turno della rivolta degli “assetati”, iniziata e guidata dalle minoranze arabe. Questa ondata ha raggiunto un picco con l’insurrezione “Donna, Vita, Libertà” del 2022, che ha posto al centro le lotte per la liberazione delle donne e quelle anticoloniali delle nazionalità oppresse, come curdi e beluci, aprendo nuovi orizzonti. L’insurrezione attuale torna a mettere al centro la crisi della riproduzione sociale, questa volta su un terreno postbellico più radicale. Si tratta di proteste che nascono da rivendicazioni materiali che colpiscono, con sorprendente rapidità, le strutture del potere e l’oligarchia corrotta al governo.

II. Un’insurrezione assediata da minacce interne ed esterne

Le proteste in corso in Iran sono assediate da ogni lato, da minacce sia esterne sia interne. Il giorno prima dell’attacco imperialista statunitense al Venezuela, Donald Trump — sfoggiando un linguaggio di “sostegno ai manifestanti” — ha lanciato un avvertimento: se il governo iraniano “ucciderà manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d’America verranno in loro soccorso. Siamo pronti e armati”. È il copione più antico dell’imperialismo: usare la retorica del “salvare vite” per legittimare la guerra, come in Iraq o in Libia. Gli Stati Uniti continuano a seguire questo schema: solo nel 2025 hanno lanciato attacchi militari diretti contro sette Paesi.

Il governo genocida di Israele, che al grido di “Donna, Vita, Libertà”, aveva già attaccato l’Iran nella guerra dei dodici giorni, ora scrive in persiano sui social: “Siamo al vostro fianco, manifestanti”. I monarchici, braccio locale del sionismo — che si sono macchiati dell’infamia di sostenere Israele durante la guerra dei dodici giorni — cercano oggi di presentarsi ai loro padrini occidentali come l’unica alternativa possibile. Lo fanno attraverso una rappresentazione selettiva e una manipolazione della realtà, lanciando una campagna informatica volta ad appropriarsi delle proteste, falsificando e alterando gli slogan di strada a sostegno della causa monarchica. Questo rivela la loro natura ingannevole, le ambizioni monopolistiche, il loro potere mediatico e, soprattutto, la loro debolezza interna, dovuta all’assenza di una reale forza materiale nel paese. Con lo slogan “Make Iran Great Again”, questo gruppo ha accolto con favore l’operazione imperialista di Trump in Venezuela e ora attende il rapimento dei dirigenti della Repubblica Islamica da parte di sicari statunitensi e israeliani.

Ci sono poi i campisti pseudo-di-sinistra, autoproclamatisi “anti-imperialisti”, che assolvono la dittatura della Repubblica Islamica proiettando su di essa una maschera antimperialista. Mettono in dubbio la legittimità delle proteste sostenendo che “un’insurrezione in queste condizioni non è altro che un gioco sul terreno dell’imperialismo”, poiché leggono l’Iran esclusivamente attraverso la lente del conflitto geopolitico, come se ogni rivolta fosse un progetto orchestrato da Stati Uniti e Israele. Così facendo negano la soggettività politica del popolo iraniano e concedono alla Repubblica islamica un’immunità discorsiva e politica mentre continua a massacrare e reprimere la propria popolazione.

“Arrabbiati contro l’imperialismo” ma “spaventati dalla rivoluzione” – per riprendere la formulazione di Amir Parviz Puyan – la loro postura è una forma di anti-reazionismo reazionario. Arrivano persino a sostenere che non si dovrebbe scrivere delle recenti proteste, uccisioni e repressioni in Iran in nessuna lingua diversa dal persiano negli spazi internazionali, per non offrire un “pretesto” agli imperialisti. Come se, al di là dei persiani, non esistessero altri popoli capaci di destini condivisi, esperienze comuni, connessioni e solidarietà di lotta. Per i campisti non esiste alcun soggetto al di fuori dei governi occidentali, né alcuna realtà sociale al di fuori della geopolitica.

Contro tutti questi nemici, rivendichiamo la legittimità delle proteste, l’intersezione delle oppressioni e la condivisione delle lotte. La corrente monarchica reazionaria si espande nell’estrema destra dell’opposizione iraniana, e la minaccia imperialista contro il popolo iraniano — incluso il pericolo di un intervento straniero — è reale. Ma altrettanto reale è la rabbia popolare, forgiata in oltre quattro decenni di brutale repressione, sfruttamento e “colonialismo interno” dello Stato contro le comunità non persiane.

Non abbiamo altra scelta che affrontare queste contraddizioni per quello che sono. Ciò che vediamo oggi è una forza insorgente che emerge dall’inferno sociale iraniano: persone che rischiano la vita per sopravvivere affrontando frontalmente l’apparato repressivo.

Non abbiamo il diritto di usare il pretesto della minaccia esterna per negare la violenza inflitta a milioni di persone in Iran — né per negare il diritto di sollevarsi contro di essa.

Chi scende in strada è stanco di analisi astratte, semplicistiche e paternalistiche. Chi scende in strada combatte all’interno delle contraddizioni: vive sotto le sanzioni e allo stesso tempo subisce il saccheggio di un’oligarchia interna; teme la guerra e teme la dittatura interna. Ma non si paralizza. Rivendica di essere soggetto attivo del proprio destino — e il suo orizzonte, almeno dal dicembre 2017, non è più la riforma, bensì la caduta della Repubblica islamica.

III. La diffusione della rivolta

Le proteste sono state innescate dal crollo verticale del rial — esplodendo inizialmente tra i commercianti della capitale, in particolare i rivenditori di telefoni cellulari e di computer — ma si sono rapidamente trasformate in un’insurrezione ampia ed eterogenea, che ha coinvolto lavoratori salariati, venditori ambulanti, facchini e lavoratori dei servizi dell’economia di Teheran. La rivolta si è poi spostata rapidamente dalle strade della capitale alle università e ad altre città, in particolare quelle più piccole, che sono diventate l’epicentro di questa ondata di proteste.

Fin dall’inizio, gli slogan hanno preso di mira l’intera Repubblica islamica. Oggi la rivolta è portata avanti soprattutto dai poveri e dagli espropriati: giovani, disoccupati, lavoratori e lavoratrici precarie e studenti.

Alcuni hanno liquidato le proteste sostenendo che esse sono nate nel Bazar (l’economia mercantile di Teheran), spesso percepito come alleato del regime e simbolo del capitalismo commerciale. Le hanno etichettate come “piccolo-borghesi” o “legate al regime”. Questa reazione ricorda le prime risposte al movimento dei Gilet Gialli in Francia nel 2018: poiché la rivolta era emersa al di fuori della “tradizionale” classe operaia e delle reti riconosciute della sinistra, e poiché veicolava slogan contraddittori, molti si affrettarono a liquidarla come reazionaria.

Ma il punto di partenza di un’insurrezione non ne determina l’esito. L’origine non predetermina la traiettoria. Le proteste attuali in Iran avrebbero potuto riaccendersi a partire da qualsiasi scintilla, non solo dal Bazar. Anche qui, ciò che è iniziato nel Bazar si è rapidamente diffuso nei quartieri poveri urbani in tutto il Paese.

IV. La geografia della rivolta

Se nel 2022 il cuore pulsante di “Jin, Jiyan, Azadi” batteva nelle regioni marginalizzate – Kurdistan e Belucistan – oggi le città più piccole dell’ovest e del sud-ovest sono diventate nodi centrali del malcontento: Hamedan, Lorestan, Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, Kermanshah e Ilam. Le minoranze lor, bakhtiari e lak di queste regioni sono doppiamente schiacciate dal peso delle crisi interne alla Repubblica Islamica: da un lato la pressione delle sanzioni e l’ombra della guerra, dall’altro la repressione etnica e lo sfruttamento, la distruzione ecologica che minaccia le loro vite, in particolare lungo la catena degli Zagros. È la stessa regione in cui Mojahid Korkor – un manifestante lor – è stato giustiziato dalla Repubblica Islamica durante l’insurrezione per Jina/Mahsa Amini, il giorno prima dell’attacco israeliano, e in cui Kian Pirfalak, un bambino di nove anni, è stato ucciso dalle forze di sicurezza durante l’insurrezione del 2022.

Tuttavia, a differenza dell’insurrezione per Jina – che fin dall’inizio si era espansa consapevolmente lungo fratture di sesso, genere ed etniche – nelle proteste recenti l’antagonismo di classe è stato più esplicito e, finora, la loro diffusione ha seguito una logica più marcatamente di massa.

Tra il 28 dicembre e il 4 gennaio 2025, almeno 17 persone sono state uccise dalle forze repressive della Repubblica Islamica con l’uso di munizioni vere e fucili a pallini — la maggior parte lor (in senso ampio, soprattutto in Lorestan e Chaharmahal e Bakhtiari) e curde (in particolare a Ilam e Kermanshah). Centinaia di persone sono state arrestate (almeno 580, di cui almeno 70 minorenni); decine sono rimaste ferite. Con l’avanzare delle proteste, la violenza della polizia è aumentata: il settimo giorno a Ilam, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nell’ospedale Imam Khomeini per arrestare i feriti; a Birjand, hanno attaccato un dormitorio universitario femminile. Il bilancio delle vittime continua a crescere man mano che l’insurrezione si approfondisce, e i numeri reali sono certamente superiori a quelli ufficiali.

La violenza però non è ugualmente distribuita: la repressione è più dura nelle città più piccole, soprattutto nelle comunità marginalizzate e minoritarie che vengono spinte ai margini. Le sanguinose uccisioni a Malekshahi (Ilam) e Jafarabad (Kermanshah) testimoniano questa disparità strutturale di oppressione e repressione.

Il quarto giorno di protesta, il governo — coordinandosi tra le varie istituzioni — ha annunciato chiusure diffuse in 23 province con il pretesto del “freddo” o della “carenza energetica”. In realtà si trattava di un tentativo di spezzare i circuiti attraverso cui la rivolta si sta diffondendo — Bazar, università e strade. Parallelamente, le università hanno spostato sempre più lezioni online per recidere i legami tra gli spazi di resistenza.

V. L’impatto della guerra dei dodici giorni

Dopo la guerra dei dodici giorni, il governo iraniano — nel tentativo di compensare il crollo della propria autorità — ha fatto ricorso in modo ancora più aperto alla violenza. Gli attacchi israeliani contro siti militari e civili iraniani hanno portato ad un’ulteriore militarizzazione e securitizzazione dello spazio politico e sociale, in particolare conducendo una campagna razzista di deportazione di massa degli immigrati afghani. E mentre lo Stato invoca incessantemente la “sicurezza nazionale”, continua ad essere il principale produttore di insicurezza: un’insicurezza che attacca la vita delle persone attraverso un’impennata senza precedenti delle esecuzioni, il maltrattamento sistemico di detenuti e detenute e l’intensificazione dell’insicurezza economica tramite la brutale riduzione dei mezzi di sussistenza.

La guerra dei dodici giorni — seguita dall’inasprimento delle sanzioni statunitensi ed europee e dall’attivazione del meccanismo di snapback del Consiglio di Sicurezza dell’ONU — ha aumentato la pressione sui proventi petroliferi, sul sistema bancario e sul settore finanziario, soffocando l’afflusso di valuta estera e aggravando la crisi di bilancio.

Dal 24 giugno 2025, data della fine della guerra, alla notte del 18 dicembre, quando sono esplose le prime proteste nel Bazar di Teheran, il rial ha perso circa il 40% del suo valore. Non si è trattato di una fluttuazione “naturale” del mercato, ma del risultato combinato dell’escalation delle sanzioni e dello sforzo deliberato della Repubblica islamica di scaricare dall’alto verso il basso gli effetti della crisi attraverso una svalutazione della moneta nazionale.

Le sanzioni devono essere condannate senza riserve. Nell’Iran di oggi, tuttavia, esse operano anche come strumento di potere di classe interno. La valuta estera è sempre più concentrata nelle mani di un’oligarchia militare-securitaria che trae profitto dall’elusione delle sanzioni e dall’intermediazione opaca del petrolio. I proventi delle esportazioni sono di fatto tenuti in ostaggio e immessi nell’economia formale solo in momenti specifici e a tassi manipolati. Anche quando le vendite di petrolio aumentano, i profitti circolano all’interno di istituzioni parastatali e di uno “Stato parallelo” (soprattutto il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica), invece di tradursi nella vita quotidiana delle persone.

Per coprire il deficit prodotto dal calo delle entrate e dai ritorni bloccati, lo Stato ricorre alla rimozione dei sussidi e all’austerità. In questo quadro, il crollo improvviso del rial diventa uno strumento fiscale: forza la valuta “ostaggio” a rientrare in circolazione secondo le condizioni volute dallo Stato e amplia rapidamente le risorse in rial del governo — dal momento che lo Stato stesso è uno dei maggiori detentori di dollari. Il risultato è un’estrazione diretta dai redditi delle classi popolari e medie e il trasferimento dei profitti derivanti dall’elusione delle sanzioni e dalla rendita valutaria a una ristretta minoranza, approfondendo così ulteriormente la divisione di classe, l’instabilità materiale e la rabbia sociale. In altre parole, i costi delle sanzioni sono pagati direttamente dalle classi inferiori e dai ceti medi.

Il collasso della valuta nazionale va dunque inteso come un saccheggio statale organizzato in un’economia segnata dalla guerra e strangolata dalle sanzioni: una manipolazione del tasso di cambio a favore delle reti di intermediazione legate all’oligarchia dominante, al servizio di uno Stato che ha elevato la liberalizzazione neoliberale dei prezzi a dottrina sacra.

I campisti pseudo-di-sinistra riducono la crisi alle sanzioni statunitensi e all’egemonia del dollaro, cancellando il ruolo della classe dominante della Repubblica Islamica come agente attivo di espropriazione e accumulazione finanziarizzata. I campisti di destra, generalmente allineati all’imperialismo occidentale, attribuiscono invece tutta la colpa alla Repubblica Islamica e trattano le sanzioni come irrilevanti. Queste posizioni si rispecchiano a vicenda — e ciascuna riflette interessi molto chiari. Contro entrambe, insistiamo sul riconoscimento dell’intreccio tra saccheggio ed espropriazione globali e locali. Sì, le sanzioni devastano la vita delle persone — attraverso la carenza di medicinali, le carenze all’interno di specifici segmenti industriali, la disoccupazione e i danni psicologici — ma il peso più grosso viene distribuito sulla popolazione, non sull’oligarchia militare-securitaria che accumula immense ricchezze controllando i circuiti informali della valuta e del petrolio.

VI. Le contraddizioni

Nelle strade si sentono slogan contraddittori, che vanno dalle invocazioni per il rovesciamento della Repubblica Islamica agli appelli filomonarchici. Allo stesso tempo, gli studenti scandiscono slogan contro il dispotismo della Repubblica Islamica e contro l’autocrazia monarchica. Gli slogan pro-Shah e pro-Pahlavi riflettono le contraddizioni reali in campo, ma sono anche amplificati e fabbricati attraverso distorsioni mediatiche di destra, inclusa la vergognosa sostituzione delle voci dei manifestanti con slogan monarchici. Il principale responsabile di questa manipolazione mediatica è Iran International, divenuto un megafono della propaganda sionista e monarchica. Il suo bilancio annuale si aggira, secondo quanto riportato, intorno ai 250 milioni di dollari, finanziati da individui e istituzioni legati ai governi di Arabia Saudita e Israele.

Nell’ultimo decennio, la geografia iraniana è diventata un campo di tensione tra due orizzonti socio-politici, mediati da due diversi modelli di organizzazione contro la Repubblica Islamica. Da un lato vi è un’organizzazione sociale concreta e radicata lungo le fratture di classe, genere, sesso ed etnia — visibile soprattutto nelle reti che sono nate durante l’insurrezione Jina del 2022, e che vanno dal carcere di Evin alla diaspora, producendo un’unità senza precedenti tra forze diverse, dalle donne alle minoranze etniche curde e beluci, che si oppongono alla dittatura e che riportano a orizzonti femministi e anticoloniali. Dall’altro lato vi è una mobilitazione populista che viene rappresentata nelle reti televisive satellitari come una sorta di “rivoluzione nazionale”, come una massa omogenea di individui atomizzati. Sostenuta da Israele e dall’Arabia Saudita, questa massa mira alla costruzione di un corpo unico il cui “capo” — il figlio dello Scià deposto — possa essere successivamente inserito dall’esterno, tramite un intervento straniero. Nell’ultimo decennio, i monarchici, armati di un enorme potere mediatico, hanno spinto l’opinione pubblica verso un nazionalismo estremista e razzista, approfondendo ulteriormente le fratture etniche e frammentando l’immaginazione politica dei popoli dell’Iran.

La crescita di questa corrente negli ultimi anni non è il segno di un’“arretratezza” politica delle persone, ma il risultato dell’assenza di una vasta organizzazione e di un potere mediatico di sinistra capaci di produrre un discorso contro-egemonico alternativo — un’assenza dovuta in parte alla repressione e al soffocamento, che ha però lasciato spazio a questo populismo reazionario. In mancanza di una narrazione forte da parte delle forze di sinistra, democratiche e non nazionaliste, anche slogan e ideali universali come libertà, giustizia e maggiori diritti per le donne possono essere facilmente appropriati dai monarchici e rivenduti alla popolazione in vesti apparentemente progressiste che nascondono però un nucleo autoritario. In alcuni casi vengono persino confezionate all’interno di un vocabolario socialista: è precisamente qui che l’estrema destra divora anche il terreno dell’economia politica.

Allo stesso tempo, con l’intensificarsi dell’antagonismo con la Repubblica Islamica, si sono accentuate anche le tensioni tra questi due orizzonti e modelli; oggi la frattura tra di essi è visibile nella distribuzione geografica degli slogan di protesta. Poiché il progetto del “ritorno dei Pahlavi” rappresenta un orizzonte patriarcale fondato su un etno-nazionalismo persiano e su un orientamento profondamente di destra, nei luoghi in cui sono emerse forme di organizzazione operaia e femminista dal basso — come le università e le regioni curde, arabe, beluci, turkmene e turche — gli slogan pro-monarchia sono in larga parte assenti e spesso suscitano reazioni negative. Questa situazione contraddittoria ha prodotto diverse incomprensioni sull’insurrezione recente.

VII. L’orizzonte

L’Iran si trova in un momento storico decisivo. La Repubblica Islamica è in una delle posizioni di maggiore debolezza della sua storia — sul piano internazionale, dopo il 7 ottobre 2023 e l’indebolimento del cosiddetto “Asse della Resistenza”, e sul piano interno, dopo anni di insurrezioni e sollevazioni ripetute. Il futuro di questa nuova ondata resta incerto, ma l’ampiezza della crisi e la profondità dell’insoddisfazione popolare garantiscono che una nuova esplosione di proteste può verificarsi in qualsiasi momento. Anche se l’insurrezione attuale dovesse essere repressa, essa ritornerà. In questa congiuntura, qualsiasi intervento militare o imperialista non può che indebolire la lotta dal basso e rafforzare la mano della Repubblica Islamica nella repressione.

Nell’ultimo decennio, la società iraniana ha reinventato l’azione politica collettiva dal basso. Dal Belucistan e dal Kurdistan durante l’insurrezione per Jina, alle città più piccole del Lorestan e di Isfahan nell’attuale ondata di proteste, l’azione politica — priva di qualsiasi rappresentanza ufficiale dall’alto — si è spostata nelle strade, nei comitati di sciopero e nelle reti locali informali. Nonostante la brutale repressione, queste capacità e connessioni restano vive nella società; la loro possibilità di riemergere e cristallizzarsi in potere politico persiste. Ma l’accumulazione della rabbia non è l’unico fattore che ne determinerà la continuità e la direzione. Decisiva sarà anche la possibilità di costruire un orizzonte politico indipendente e una reale alternativa.

Questo orizzonte affronta due minacce parallele. Da un lato, può essere appropriato o marginalizzato da forze di destra che hanno base all’estero, che strumentalizzano la sofferenza delle persone per giustificare sanzioni, guerra o interventi militari. Dall’altro lato, da segmenti della classe dominante — sia appartenenti alle fazioni militari-securitarie sia agli attuali riformisti — che lavorano dietro le quinte per presentarsi all’Occidente come un’opzione “più razionale”, “meno costosa”, “più affidabile”: un’alternativa interna alla Repubblica Islamica, non per rompere davvero con l’ordine del dominio esistente, ma per riconfigurarlo sotto un altro volto. (Donald Trump punta a fare qualcosa di simile in Venezuela, piegando elementi del governo al proprio volere anziché provocare un vero cambiamento di regime). È un freddo calcolo interno alla gestione della crisi: contenere la rabbia sociale, ricalibrare le tensioni con le potenze globali e riprodurre un ordine in cui ai popoli è negata l’autodeterminazione.

Contro entrambe queste correnti, la rinascita di una politica internazionalista di liberazione è più necessaria che mai. Non si tratta di una “terza via” astratta, ma dell’impegno a porre le lotte delle persone al centro dell’analisi e dell’azione: organizzazione dal basso invece di copioni scritti dall’alto da leader auto-proclamati, o di false opposizioni costruite dall’esterno. Oggi l’internazionalismo significa tenere insieme il diritto dei popoli all’autodeterminazione e l’obbligo di combattere tutte le forme di dominio — interne ed esterne. Un vero blocco internazionalista deve essere costruito a partire dall’esperienza vissuta, da solidarietà concrete e da capacità indipendenti.

Ciò richiede la partecipazione attiva di forze della sinistra, femministe, anticoloniali, ecologiste e democratiche nella costruzione di un’ampia organizzazione di classe all’interno dell’ondata di proteste — sia per riappropriarsi della vita sia per aprire orizzonti alternativi di riproduzione sociale. Al tempo stesso, questa organizzazione deve collocarsi in continuità con l’orizzonte di liberazione delle lotte precedenti, in particolare con il movimento “Jin, Jiyan, Azadi”, la cui energia conserva ancora il potenziale di destabilizzare simultaneamente i discorsi della Repubblica Islamica, dei monarchici, del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e di quegli ex riformisti che oggi sognano una transizione controllata e una reintegrazione nei cicli di accumulazione statunitensi e israeliani nella regione.

Questo è anche un momento decisivo per la diaspora iraniana: essa può contribuire a ridefinire una politica di liberazione, oppure può riprodurre l’esausto binarismo tra “dispotismo interno” e “intervento straniero”, prolungando così l’impasse politica. In questo contesto, è necessario che le forze della diaspora compiano passi verso la formazione di un vero blocco politico internazionalista — capace di tracciare linee nette contro il dispotismo interno e contro il dominio imperialista. Questa posizione lega l’opposizione all’intervento imperialista a una rottura esplicita con la Repubblica Islamica, rifiutando qualsiasi giustificazione della repressione in nome della lotta contro un nemico esterno.

I vicini dell’Afghanistan in stato di massima allerta per le crescenti minacce transfrontaliere

Kabul Now, 27 dicembre 2025

In seguito al crollo del governo della Repubblica Islamica e al ritorno al potere dei Talebani in Afghanistan, le dinamiche di sicurezza regionale hanno subito una trasformazione fondamentale. Sebbene i Talebani, fin dai primi giorni del loro rinnovato governo, abbiano cercato di alleviare le preoccupazioni attraverso slogan come “garantire la sicurezza nazionale” e “non rappresentare una minaccia per gli altri paesi”, gli sviluppi successivi al 2021 suggeriscono che il loro governo non ha ripristinato la stabilità e ha aumentato significativamente i costi della sicurezza per gli stati confinanti e regionali. Oggi, l’Afghanistan controllato dai Talebani è diventato la principale fonte di ansia per la sicurezza nell’Asia meridionale e centrale.

L’ascesa al potere dei Talebani ha avuto ripercussioni a più livelli in Afghanistan e nell’ambiente circostante. A livello nazionale, la disintegrazione delle istituzioni di sicurezza professionale, lo smantellamento delle strutture di controllo delle frontiere e la trasformazione dell’Afghanistan in un rifugio sicuro per gruppi estremisti hanno gettato le basi per una rinnovata insicurezza. A livello regionale, i Paesi confinanti, pur avendo instaurato legami politici ed economici minimi con i Talebani, hanno ripetutamente espresso profonda preoccupazione per la proliferazione dell’estremismo, del terrorismo transfrontaliero e del traffico di stupefacenti. Questa dualità – impegno economico da un lato e trepidazione per la sicurezza dall’altro – sottolinea l’incapacità dei Talebani di guadagnarsi la fiducia nella sicurezza regionale.

Questa situazione è in netto contrasto con gli impegni assunti dai Talebani nell’ambito dell’Accordo di Doha , in cui il gruppo si è impegnato a non utilizzare il suolo afghano contro la sicurezza di altri Paesi e a non fornire alcun sostegno alle organizzazioni terroristiche. Ciononostante, numerosi rapporti e analisi documentano la presenza e le operazioni di gruppi come Al-Qaeda, la branca dell’ISIS-Khorasan (ISIS-K), il Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP), il Movimento Islamico del Turkestan Orientale, Jaish al-Adl, il Movimento Islamico dell’Uzbekistan, l’Alleanza IMU, il Battaglione Imam Bukhari, il Gruppo Hafiz Gul Bahadur, Ansarullah Tajikistan (noto come Talebani del Tagikistan), l’Esercito di Liberazione del Belucistan (designato come gruppo terroristico da alcuni Stati) e altre reti estremiste con precedenti di attività terroristiche, sollevando seri interrogativi su tali impegni. La conseguenza diretta di questa dinamica è stata un’escalation dei costi militari, di sicurezza e di intelligence per i paesi vicini, che sono stati costretti a rafforzare le difese dei confini tramite dispiegamenti di truppe, costruzione di avamposti di sicurezza e fortificazioni complete, dirottando al contempo ingenti risorse finanziarie per contrastare le minacce provenienti dall’Afghanistan.

I talebani negano regolarmente di aver fornito supporto a gruppi militanti stranieri e insistono di aver sventato le minacce provenienti dal territorio afghano. I governi confinanti, tuttavia, affermano che le reti sopra elencate sono rimaste attive o si sono espanse dal 2021.

In questa analisi, il mio obiettivo è esaminare i fattori alla base dell’aumento dei costi per la sicurezza degli stati regionali dopo la presa del potere da parte dei talebani, sottolineando al contempo come i talebani abbiano utilizzato le relazioni con i gruppi militanti alleati come leva in tutta la regione.

A: Pakistan

Il Pakistan è stato il primo Paese ad accogliere apertamente il ritorno dei Talebani, con alti funzionari, tra cui il generale Faiz Hameed, capo dell’Inter-Services Intelligence del Pakistan (7 giugno 2019 – 19 novembre 2021), che si sono recati a Kabul nei primi giorni della presa del potere da parte dei Talebani, brindando con il suo caratteristico bicchiere da caffè, nella speranza che il governo del gruppo avrebbe mitigato l’insicurezza lungo i suoi confini occidentali. Contrariamente alle aspettative, tuttavia, le attività del Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP) sono aumentate senza precedenti a seguito del predominio dei Talebani in Afghanistan. I sanguinosi attacchi nel Khyber Pakhtunkhwa e nel Belucistan hanno costretto Islamabad ad aumentare le spese militari, intensificare le operazioni di confine e persino ricorrere a raid aerei intermittenti all’interno del territorio afghano, incluso il Paktika e altre province orientali. I funzionari pakistani sostengono che i talebani afghani non hanno ostacolato il TTP e hanno sfruttato il gruppo come strumento di pressione politica contro il Pakistan, una pressione che ha generato costi sostanziali per la sicurezza e instabilità interna per Islamabad.

Numerosi rapporti e analisi indicano che i membri del TTP, operando con la tolleranza dei talebani, secondo i funzionari pakistani, hanno ottenuto accesso ad armamenti abbondanti e hanno riconvertito l’Afghanistan in una base strategica per la logistica, il comando e la leadership. Il governo pakistano ha ripetutamente presentato reclami su questo fronte, esortando i talebani a limitare i gruppi anti-pakistani che operano dal suolo afghano, una richiesta costantemente respinta e respinta dai talebani.

Per migliorare la propria sicurezza, il governo pakistano ha finora sostenuto enormi costi militari e politici. Ciò ha ulteriormente messo a dura prova la fragile economia del Paese e ha obbligato politicamente il governo a corteggiare le fazioni etniche nelle aree tribali e i seminari religiosi per ottenere sostegno.

Inoltre, l’avvio di vaste operazioni militari a livello nazionale, in particolare nel Khyber Pakhtunkhwa e nel Belucistan, ha costretto il Pakistan a rafforzare i propri avamposti di sicurezza e difesa con aumenti di truppe, installazioni di barriere, acquisizioni di veicoli blindati antiproiettile, giubbotti anti-frammentazione, disturbatori di segnale per mine a detonazione remota e sistemi anti-drone; ciascuna misura ha comportato costi milionari per lo Stato pakistano. Contemporaneamente, per realizzare progetti economici in queste zone, sono state potenziate le forze di protezione e le attrezzature di sicurezza, estendendo le spese per la sicurezza al settore economico.

B: Iran

Il governo iraniano, pur mantenendo relazioni caute con i Talebani, ha assistito a un forte aggravamento delle sue preoccupazioni in materia di sicurezza. La presenza dell’ISIS nelle province orientali dell’Afghanistan, il dilagante traffico di stupefacenti, l’insicurezza di confine e le crisi migratorie hanno reso necessario un ingente stanziamento di risorse per proteggere il lungo confine tra Iran e Afghanistan. Scontri sparsi tra le forze talebane e le guardie di frontiera iraniane sottolineano la fragilità del panorama della sicurezza. Inoltre, l’impiego di gruppi estremisti da parte dei Talebani come strumenti di pressione indiretta ha posto l’Iran in uno stato di perenne allerta.

Le statistiche disponibili, tratte da rapporti attendibili , indicano che negli ultimi quattro anni, numerosi membri del personale iraniano addetto alle frontiere e alla sicurezza, in particolare nelle province del Sistan e del Baluchistan, sono stati presi di mira da gruppi apertamente stanziati in territorio afghano e supportati dai talebani, sia strutturalmente che operativamente. Entità terroristiche come Jaish al-Adl, insieme a organizzazioni criminali coinvolte nel traffico di stupefacenti e migranti (con basi arretrate sicure all’interno dell’Afghanistan), si scontrano con le forze di sicurezza iraniane quasi ogni pochi giorni, causando gravi perdite e danni.

Dopo la presa del potere da parte dei talebani, l’Iran – per la prima volta nella storia delle relazioni bilaterali di vicinato – ha deciso di costruire un muro lungo l’intero confine orientale di 921 chilometri con l’Afghanistan, a un costo enorme. I rapporti ufficiali iraniani stimano che questo muro di confine ammonterà ad almeno 3 miliardi di dollari. L’Iran propose per la prima volta un muro di sicurezza nel Sistan e nel Baluchistan nel 2000, durante il regime iniziale dei talebani; il piano fu accantonato dopo la loro cacciata e la formazione del nuovo governo. Con la rinascita dei talebani, il progetto si estese all’intera frontiera orientale, con un’attuazione accelerata.

Dal 2022, l’Iran ha costruito nuovi avamposti di sicurezza lungo il suo confine orientale e ha moltiplicato le pattuglie di frontiera. Queste misure derivano interamente dalle persistenti preoccupazioni in materia di sicurezza nei confronti dell’Afghanistan controllato dai talebani, apprensioni che, nell’arco di quattro anni, hanno profondamente alterato le dinamiche di sicurezza bilaterali , generando un persistente disagio iraniano.

Oltre all’aumento delle spese per la sicurezza, il governo dei Talebani impone costi politici all’Iran. Il gruppo ha drasticamente ridotto due strumenti fondamentali della politica estera iraniana (la lingua persiana e la fede sciita), privando Teheran di qualsiasi leva per manovre politiche all’interno dell’Afghanistan volte a promuovere o mantenere i legami. L’Afghanistan, a lungo considerato la culla della lingua persiana e patria di luminari come Rumi, Sanai e Rabia Balkhi, fungendo da ponte culturale e di collegamento fondamentale tra i due stati, è degenerato al punto che alti funzionari talebani, durante le visite in Iran, richiedono l’ intervento di traduttori per comunicare con le autorità iraniane.

Nonostante queste preoccupazioni, l’Iran apparentemente non intravede alcuna alternativa praticabile, preferendo il governo dei talebani a un vicino che promuova lo stato di diritto, la democrazia e le libertà civili, temendo che la promozione dei valori occidentali possa incitare un cambio di regime iraniano o la penetrazione occidentale nelle sue vicinanze. Ciononostante, questo ottimismo si trasformerà sicuramente in un grave ostacolo per l’Iran in un futuro non troppo lontano.

C: Cina

La Cina, la prima ad aver elevato i legami politici con i Talebani al livello di ambasciatori, ha apparentemente ampliato l’impegno economico e politico, ma nutre forti preoccupazioni in materia di sicurezza. Pechino teme che l’Afghanistan si trasformi in una base per il Movimento Islamico del Turkestan Orientale, un pericolo diretto per lo Xinjiang (Turkestan Orientale), la sua provincia nord-occidentale a maggioranza musulmana. Di conseguenza, la Cina ha intensificato gli investimenti in sicurezza in Asia centrale, in particolare in Tagikistan, e le collaborazioni di intelligence regionali. Questi passi rivelano che la pretesa dei Talebani di “non minacciare gli altri” non è convincente per Pechino.

Nelle recenti ristrutturazioni dell’Esercito Popolare di Liberazione, la Cina ha dislocato un corpo chiave vicino al confine tra Afghanistan e Tagikistan nello Xinjiang, istituendo al contempo un centro militare congiunto all’interno del territorio del Tagikistan, a soli 12 chilometri dal corridoio del Wakhan in Afghanistan, per rafforzare le difese del confine.

La Cina non solo ha fortificato il suo confine afghano, il confine terrestre più corto con qualsiasi stato, circa 90 km nel corridoio del Wakhan, ma ha anche supportato il Tagikistan nella costruzione di numerosi nuovi avamposti per la sicurezza del confine.

Nonostante questi sforzi, almeno cinque cittadini cinesi sono stati recentemente presi di mira e uccisi in territorio afghano nelle zone di confine tagike, spingendo l’ambasciata cinese a sollecitare aziende e personale ad abbandonare la zona di frontiera tra Tagikistan e Afghanistan, una battuta d’arresto che ostacola i progetti minerari ed economici congiunti tra Cina e Tagikistan. Nel frattempo, contraddicendo le affermazioni dei talebani sulla sicurezza nazionale, si sono verificati ulteriori attacchi contro cittadini cinesi all’interno dell’Afghanistan.

Le interruzioni di importanti progetti di costruzione di strade e attività minerarie nel Tagikistan meridionale – il secondo programma economico prioritario della Cina dopo il Corridoio Economico Cina-Pakistan ( CPEC ) – hanno dovuto affrontare gravi sfide alla sicurezza riconducibili a minacce di origine afghana, facendo lievitare i costi di sicurezza del progetto. Per salvaguardare il personale del CPEC, la Cina ha donato veicoli blindati e giubbotti antiproiettile alla polizia di Khyber Pakhtunkhwa, con un ulteriore esborso economico. Tuttavia, il progetto rimane pericolosamente esposto in numerosi settori, ritardandone il completamento di anni.

D: Tagikistan

Il Tagikistan è tra i paesi della regione che più criticano i talebani. Dushanbe, allarmata dagli estremisti affiliati al Tagikistan – in particolare dal Jamaat Ansarullah (Talebani tagiki) – in Afghanistan e dai rischi di ricadute dell’insicurezza, ha militarizzato pesantemente i suoi confini, ampliando gli accordi di sicurezza con Cina, Russia e altri paesi selezionati. L’aumento delle esercitazioni militari e il dispiegamento di equipaggiamenti pesanti alla frontiera sono un esempio lampante del pesante tributo alla sicurezza imposto dalla presenza dei talebani.

I miei esami rivelano che il Tagikistan ha eretto almeno 172 avamposti di sicurezza di confine e basi di supporto lungo il confine afghano, molti dei quali dopo la presa del potere da parte dei talebani. Dato il territorio prevalentemente montuoso e impervio, l’accesso a questi siti e l’esecuzione dei pattugliamenti hanno richiesto chilometri di nuove strade, con conseguenti ingenti spese accessorie per la sicurezza di confine. (Questi conteggi si basano su immagini pubblicamente disponibili e devono essere interpretati come stime.)

Negli ultimi quattro anni, il Tagikistan ha condotto numerose esercitazioni militari indipendenti e congiunte con gli stati membri dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva ( CSTO ), nonché esercitazioni separate con Russia , Uzbekistan e Cina e Uzbekistan, lungo il confine con l’Afghanistan. Queste manovre hanno imposto notevoli oneri finanziari al governo tagiko.

Nello stesso periodo, molteplici attacchi armati e scontri di confine provenienti dal territorio afghano hanno preso di mira le forze tagike. Nelle ultime settimane, almeno due di questi incidenti – che hanno coinvolto attacchi con droni e fuoco diretto dall’Afghanistan – sono penetrati nel territorio tagiko, causando vittime tra cui la morte di cinque cittadini cinesi. Le forze di sicurezza tagike hanno inoltre segnalato ripetuti tentativi di contrabbando di stupefacenti dall’Afghanistan, incluso l’uso di droni per il traffico transfrontaliero.

In risposta a questi crescenti incidenti di sicurezza, il Tagikistan ha richiesto supporto militare e assistenza ai suoi alleati, in particolare agli stati membri della CSTO , per rafforzare la protezione del suo confine afghano.

E: Uzbekistan e altri stati dell’Asia centrale

Uzbekistan, Turkmenistan, Kazakistan e Kirghizistan hanno adottato una duplice posizione nei confronti dei talebani: impegno economico e interessi commerciali, insieme a fortificazioni di sicurezza. I timori di infiltrazioni estremiste, traffico di stupefacenti e instabilità regionale hanno spinto ad aumentare i budget per la sicurezza e ad ampliare le collaborazioni antiterrorismo.

L’Uzbekistan mantiene almeno 70 avamposti di confine e basi di supporto afghane, molti dei quali creati o rafforzati negli ultimi quattro anni in seguito a minacce, a costi enormi.

Dopo l’arrivo dei talebani, diversi attacchi di origine afghana, principalmente da parte dell’ISIS, hanno preso di mira l’Uzbekistan; le forze di sicurezza hanno spesso segnalato l’intercettazione di spedizioni di droga di provenienza afghana .

Le mie analisi degli incidenti di sicurezza in Uzbekistan nell’arco di tre anni documentano molteplici identificazioni e arresti di radicali affiliati all’ISIS-K, al Movimento Islamico dell’Uzbekistan, al Battaglione Imam Bukhari/Katibat e al Battaglione Tawhid wal Jihad. In uno dei casi più eclatanti, le autorità uzbeke hanno riferito di aver scoperto un vasto gruppo guidato da una donna di 19 anni che aveva giurato fedeltà all’ISIS-Khorasan e che stava presumibilmente pianificando atti di sabotaggio.

Nello stesso periodo, il governo uzbeko ha anche annunciato la scoperta di diverse scuole religiose clandestine che fornivano istruzione radicale a bambini e adolescenti, accusando i soggetti coinvolti di tentare di diffondere l’estremismo religioso.

Secondo i dati disponibili e una conversazione con un venditore del mercato congiunto afghano-uzbeko di Termez, la sicurezza uzbeka, nonostante il sostegno ufficiale al mercato, tratta tutti gli afghani con sospetto, sorvegliando i visitatori del mercato dall’ingresso all’uscita. “Perquisiscono i nostri negozi in qualsiasi momento, controllando ripetutamente i prodotti importati dall’Afghanistan”, ha osservato.

Dopo gli attacchi terroristici in Tagikistan, le preoccupazioni per la sicurezza in Asia centrale sono aumentate vertiginosamente. Il Kirghizistan, nonostante la distanza dall’Afghanistan, sta erigendo costosi muri di recinzione lungo i confini meridionali tra Uzbekistan e Tagikistan. Pochi giorni fa, il Capo della Sicurezza di Stato, il Maggiore Generale Kamchybek Tashiev, nonché Vice Primo Ministro, ha ispezionato le recinzioni. progressi, ordinando l’accelerazione della chiusura completa del confine meridionale entro il 2026, spinta dalle minacce regionali che comportano costi elevati per questo piccolo Stato.

Il Kirghizistan considera il crescente estremismo religioso una grave minaccia, e negli ultimi anni ha effettuato numerosi arresti per affiliazioni terroristiche ed estremismo. Come l’Uzbekistan, segnala periodicamente arresti di madrase radicali nascoste.

Ciononostante, il Kirghizistan sta cercando di stabilire relazioni economiche con i talebani per facilitare lo scambio di informazioni sulla sicurezza e attuare misure di sicurezza preventive.

Il Turkmenistan, altro vicino afghano dell’Asia centrale, apparentemente – a causa del suo opaco ecosistema informativo – mostra un allarme minimo riguardo agli sviluppi in Afghanistan. Le immagini satellitari, tuttavia, rivelano nuove strutture di sicurezza di frontiera; nei forum regionali, ha definito l’instabilità afghana una minaccia per la sicurezza collettiva.

In sintesi, il regime talebano, contrariamente agli impegni di Doha, non ha né garantito la stabilità del Paese né quella regionale, ma ha catalizzato l’aumento dei costi per la sicurezza. A causa dell’incapacità o della riluttanza a tenere a freno i terroristi, i talebani hanno trasformato l’Afghanistan in un’arma geopolitica per estorcere denaro ai suoi vicini, sia politicamente che economicamente. In assenza di cambiamenti, le loro garanzie di sicurezza regionale rimangono una vuota retorica, con i vicini che pagano il conto. Precedenti globali, tra cui la recinzione di confine del Pakistan, dimostrano l’inefficacia di tali misure contro l’infiltrazione dell’estremismo. Le barriere fisiche possono in qualche modo limitare l’ingresso di individui; tuttavia, l’esperienza del Pakistan attesta persino un fallimento in questo senso, con resoconti mediatici di terroristi armati che violano ripetutamente muri, recinzioni e filo spinato tra Afghanistan e Pakistan.

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