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Tag: Iran

Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni

Roja, Connessioni Precarie, 9 gennaio 2026

Pubblichiamo la traduzione di un lungo articolo redatto da Roja, collettivo femminista e anticapitalista iraniano, curdo e afghano, con sede a Parigi, nato nel settembre 2022 sulla spinta dell’insurrezione esplosa in Iran al grido “Jin, Jiyan, Azadi” dopo l’omicidio di Jina (Mahsa) Amini da parte del governo patriarcale e teocratico della Repubblica islamica. Come racconta CrimethInc, che ha pubblicato il testo, il collettivo è animato da attiviste “provenienti da diverse nazionalità e geografie politiche interne all’Iran”, legate non solo ai movimenti sociali in Medio Oriente ma anche alle lotte sociali in Francia e a quelle internazionali a sostegno della Palestina. Il quadro delle insurrezioni iraniane restituito dalla loro analisi è quello di una crisi della riproduzione sociale e di un movimento di rivolta di lungo periodo, diffuso in maniera capillare sul territorio, nel quale si intrecciano lotte contro l’impoverimento dei salari, contro il dominio maschile e teocratico, contro l’oppressione razzista esercitata dal regime sulle minoranze curde e beluci.

Sono queste lotte che oggi sono minacciate dall’annuncio di Trump di un intervento militare “a sostegno dei manifestanti”. Come già le sanzioni internazionali comminate all’Iran sono state la leva per rafforzare l’oligarchia al potere e garantirle un vantaggio nella lotta di classe interna al paese, la nuova pulsione “imperialista” inaugurata dal governo statunitense in Venezuela è destinata a rafforzare la parte reazionaria e filo-monarchica dell’opposizione al regime, sostenuta anche da Arabia Saudita e Israele, a scapito di un movimento sociale le cui istanze di liberazione vanno al di là dei confini dell’Iran.

D’altra parte, secondo Roja, l’anti-imperialismo non basta se precipita nell’ottuso campismo che abbraccia la Repubblica Islamica come l’amico da sostenere contro il nemico americano, anche al prezzo di mettere a tacere l’insurrezione in corso per le strade dell’Iran o bollarla come “piccolo-borghese”. Per questo riteniamo importante questo contributo: non soltanto per rompere il silenzio a volte imbarazzato sull’Iran che circola anche in ambienti di movimento, ma anche per affermare chiaramente la nostra parte all’interno dello scontro in atto.

Se la logica della guerra e il suo linguaggio geopolitico finiscono per soffocare il movimento sociale, il “doppio assedio” che lo minaccia non lo sta, tuttavia, paralizzando. Mentre pubblichiamo questo testo, milioni di donne e uomini iraniani stanno sfidando la brutale repressione del governo e il suo tentativo di chiudere ogni comunicazione interna ed esterna con blackout mirati. Schierarsi con chi sta insorgendo è parte di quella politica internazionalista che Roja reclama: non l’internazionalismo degli Stati e dei governi, ma di un movimento sociale transnazionale che si oppone alla guerra contro il lavoro vivo che dilaga nel mondo. Un movimento che, come questo pezzo chiarisce, deve saper affrontare il nodo dell’organizzazione per rovesciare la pressione mortifera della logica di guerra in una politica di pace e libertà contro ogni forma di oppressione.

I. La quinta insurrezione dal 2017

Dal 28 dicembre 2025 l’Iran è nuovamente attraversato da una febbre di proteste diffuse. Gli slogan “Morte al dittatore” e “Morte a Khamenei” risuonano nelle strade in almeno 222 località, distribuite in 78 città e 26 province. Non si tratta solo di proteste contro la povertà, l’aumento vertiginoso dei prezzi, l’inflazione e l’espropriazione, ma di un’insurrezione contro un intero sistema politico marcio fino al midollo. La vita è diventata insostenibile per la maggioranza della popolazione — in particolare per la classe operaia, le donne, le persone queer e le minoranze etniche non persiane. Ciò dipende non solo dal crollo della valuta iraniana dopo la guerra dei dodici giorni, ma anche dal collasso dei servizi sociali di base, dai continui blackout, dall’aggravarsi della crisi ambientale (inquinamento atmosferico, siccità, deforestazione e cattiva gestione delle risorse idriche) e dalle esecuzioni di massa (almeno 2.063 nel 2025). Tutti questi fattori hanno contribuito a un peggioramento drastico delle condizioni di vita. La crisi della riproduzione sociale costituisce il fulcro delle proteste attuali, e il loro orizzonte ultimo è rivendicare migliori condizioni di vita.

Questa insurrezione rappresenta la quinta ondata di una catena di proteste iniziata nel dicembre 2017 con la cosiddetta “rivolta del pane”, proseguita con la sanguinosa insurrezione del novembre 2019 contro l’aumento del prezzo del carburante e l’ingiustizia sociale. Nel 2021 è stato il turno della rivolta degli “assetati”, iniziata e guidata dalle minoranze arabe. Questa ondata ha raggiunto un picco con l’insurrezione “Donna, Vita, Libertà” del 2022, che ha posto al centro le lotte per la liberazione delle donne e quelle anticoloniali delle nazionalità oppresse, come curdi e beluci, aprendo nuovi orizzonti. L’insurrezione attuale torna a mettere al centro la crisi della riproduzione sociale, questa volta su un terreno postbellico più radicale. Si tratta di proteste che nascono da rivendicazioni materiali che colpiscono, con sorprendente rapidità, le strutture del potere e l’oligarchia corrotta al governo.

II. Un’insurrezione assediata da minacce interne ed esterne

Le proteste in corso in Iran sono assediate da ogni lato, da minacce sia esterne sia interne. Il giorno prima dell’attacco imperialista statunitense al Venezuela, Donald Trump — sfoggiando un linguaggio di “sostegno ai manifestanti” — ha lanciato un avvertimento: se il governo iraniano “ucciderà manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d’America verranno in loro soccorso. Siamo pronti e armati”. È il copione più antico dell’imperialismo: usare la retorica del “salvare vite” per legittimare la guerra, come in Iraq o in Libia. Gli Stati Uniti continuano a seguire questo schema: solo nel 2025 hanno lanciato attacchi militari diretti contro sette Paesi.

Il governo genocida di Israele, che al grido di “Donna, Vita, Libertà”, aveva già attaccato l’Iran nella guerra dei dodici giorni, ora scrive in persiano sui social: “Siamo al vostro fianco, manifestanti”. I monarchici, braccio locale del sionismo — che si sono macchiati dell’infamia di sostenere Israele durante la guerra dei dodici giorni — cercano oggi di presentarsi ai loro padrini occidentali come l’unica alternativa possibile. Lo fanno attraverso una rappresentazione selettiva e una manipolazione della realtà, lanciando una campagna informatica volta ad appropriarsi delle proteste, falsificando e alterando gli slogan di strada a sostegno della causa monarchica. Questo rivela la loro natura ingannevole, le ambizioni monopolistiche, il loro potere mediatico e, soprattutto, la loro debolezza interna, dovuta all’assenza di una reale forza materiale nel paese. Con lo slogan “Make Iran Great Again”, questo gruppo ha accolto con favore l’operazione imperialista di Trump in Venezuela e ora attende il rapimento dei dirigenti della Repubblica Islamica da parte di sicari statunitensi e israeliani.

Ci sono poi i campisti pseudo-di-sinistra, autoproclamatisi “anti-imperialisti”, che assolvono la dittatura della Repubblica Islamica proiettando su di essa una maschera antimperialista. Mettono in dubbio la legittimità delle proteste sostenendo che “un’insurrezione in queste condizioni non è altro che un gioco sul terreno dell’imperialismo”, poiché leggono l’Iran esclusivamente attraverso la lente del conflitto geopolitico, come se ogni rivolta fosse un progetto orchestrato da Stati Uniti e Israele. Così facendo negano la soggettività politica del popolo iraniano e concedono alla Repubblica islamica un’immunità discorsiva e politica mentre continua a massacrare e reprimere la propria popolazione.

“Arrabbiati contro l’imperialismo” ma “spaventati dalla rivoluzione” – per riprendere la formulazione di Amir Parviz Puyan – la loro postura è una forma di anti-reazionismo reazionario. Arrivano persino a sostenere che non si dovrebbe scrivere delle recenti proteste, uccisioni e repressioni in Iran in nessuna lingua diversa dal persiano negli spazi internazionali, per non offrire un “pretesto” agli imperialisti. Come se, al di là dei persiani, non esistessero altri popoli capaci di destini condivisi, esperienze comuni, connessioni e solidarietà di lotta. Per i campisti non esiste alcun soggetto al di fuori dei governi occidentali, né alcuna realtà sociale al di fuori della geopolitica.

Contro tutti questi nemici, rivendichiamo la legittimità delle proteste, l’intersezione delle oppressioni e la condivisione delle lotte. La corrente monarchica reazionaria si espande nell’estrema destra dell’opposizione iraniana, e la minaccia imperialista contro il popolo iraniano — incluso il pericolo di un intervento straniero — è reale. Ma altrettanto reale è la rabbia popolare, forgiata in oltre quattro decenni di brutale repressione, sfruttamento e “colonialismo interno” dello Stato contro le comunità non persiane.

Non abbiamo altra scelta che affrontare queste contraddizioni per quello che sono. Ciò che vediamo oggi è una forza insorgente che emerge dall’inferno sociale iraniano: persone che rischiano la vita per sopravvivere affrontando frontalmente l’apparato repressivo.

Non abbiamo il diritto di usare il pretesto della minaccia esterna per negare la violenza inflitta a milioni di persone in Iran — né per negare il diritto di sollevarsi contro di essa.

Chi scende in strada è stanco di analisi astratte, semplicistiche e paternalistiche. Chi scende in strada combatte all’interno delle contraddizioni: vive sotto le sanzioni e allo stesso tempo subisce il saccheggio di un’oligarchia interna; teme la guerra e teme la dittatura interna. Ma non si paralizza. Rivendica di essere soggetto attivo del proprio destino — e il suo orizzonte, almeno dal dicembre 2017, non è più la riforma, bensì la caduta della Repubblica islamica.

III. La diffusione della rivolta

Le proteste sono state innescate dal crollo verticale del rial — esplodendo inizialmente tra i commercianti della capitale, in particolare i rivenditori di telefoni cellulari e di computer — ma si sono rapidamente trasformate in un’insurrezione ampia ed eterogenea, che ha coinvolto lavoratori salariati, venditori ambulanti, facchini e lavoratori dei servizi dell’economia di Teheran. La rivolta si è poi spostata rapidamente dalle strade della capitale alle università e ad altre città, in particolare quelle più piccole, che sono diventate l’epicentro di questa ondata di proteste.

Fin dall’inizio, gli slogan hanno preso di mira l’intera Repubblica islamica. Oggi la rivolta è portata avanti soprattutto dai poveri e dagli espropriati: giovani, disoccupati, lavoratori e lavoratrici precarie e studenti.

Alcuni hanno liquidato le proteste sostenendo che esse sono nate nel Bazar (l’economia mercantile di Teheran), spesso percepito come alleato del regime e simbolo del capitalismo commerciale. Le hanno etichettate come “piccolo-borghesi” o “legate al regime”. Questa reazione ricorda le prime risposte al movimento dei Gilet Gialli in Francia nel 2018: poiché la rivolta era emersa al di fuori della “tradizionale” classe operaia e delle reti riconosciute della sinistra, e poiché veicolava slogan contraddittori, molti si affrettarono a liquidarla come reazionaria.

Ma il punto di partenza di un’insurrezione non ne determina l’esito. L’origine non predetermina la traiettoria. Le proteste attuali in Iran avrebbero potuto riaccendersi a partire da qualsiasi scintilla, non solo dal Bazar. Anche qui, ciò che è iniziato nel Bazar si è rapidamente diffuso nei quartieri poveri urbani in tutto il Paese.

IV. La geografia della rivolta

Se nel 2022 il cuore pulsante di “Jin, Jiyan, Azadi” batteva nelle regioni marginalizzate – Kurdistan e Belucistan – oggi le città più piccole dell’ovest e del sud-ovest sono diventate nodi centrali del malcontento: Hamedan, Lorestan, Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, Kermanshah e Ilam. Le minoranze lor, bakhtiari e lak di queste regioni sono doppiamente schiacciate dal peso delle crisi interne alla Repubblica Islamica: da un lato la pressione delle sanzioni e l’ombra della guerra, dall’altro la repressione etnica e lo sfruttamento, la distruzione ecologica che minaccia le loro vite, in particolare lungo la catena degli Zagros. È la stessa regione in cui Mojahid Korkor – un manifestante lor – è stato giustiziato dalla Repubblica Islamica durante l’insurrezione per Jina/Mahsa Amini, il giorno prima dell’attacco israeliano, e in cui Kian Pirfalak, un bambino di nove anni, è stato ucciso dalle forze di sicurezza durante l’insurrezione del 2022.

Tuttavia, a differenza dell’insurrezione per Jina – che fin dall’inizio si era espansa consapevolmente lungo fratture di sesso, genere ed etniche – nelle proteste recenti l’antagonismo di classe è stato più esplicito e, finora, la loro diffusione ha seguito una logica più marcatamente di massa.

Tra il 28 dicembre e il 4 gennaio 2025, almeno 17 persone sono state uccise dalle forze repressive della Repubblica Islamica con l’uso di munizioni vere e fucili a pallini — la maggior parte lor (in senso ampio, soprattutto in Lorestan e Chaharmahal e Bakhtiari) e curde (in particolare a Ilam e Kermanshah). Centinaia di persone sono state arrestate (almeno 580, di cui almeno 70 minorenni); decine sono rimaste ferite. Con l’avanzare delle proteste, la violenza della polizia è aumentata: il settimo giorno a Ilam, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nell’ospedale Imam Khomeini per arrestare i feriti; a Birjand, hanno attaccato un dormitorio universitario femminile. Il bilancio delle vittime continua a crescere man mano che l’insurrezione si approfondisce, e i numeri reali sono certamente superiori a quelli ufficiali.

La violenza però non è ugualmente distribuita: la repressione è più dura nelle città più piccole, soprattutto nelle comunità marginalizzate e minoritarie che vengono spinte ai margini. Le sanguinose uccisioni a Malekshahi (Ilam) e Jafarabad (Kermanshah) testimoniano questa disparità strutturale di oppressione e repressione.

Il quarto giorno di protesta, il governo — coordinandosi tra le varie istituzioni — ha annunciato chiusure diffuse in 23 province con il pretesto del “freddo” o della “carenza energetica”. In realtà si trattava di un tentativo di spezzare i circuiti attraverso cui la rivolta si sta diffondendo — Bazar, università e strade. Parallelamente, le università hanno spostato sempre più lezioni online per recidere i legami tra gli spazi di resistenza.

V. L’impatto della guerra dei dodici giorni

Dopo la guerra dei dodici giorni, il governo iraniano — nel tentativo di compensare il crollo della propria autorità — ha fatto ricorso in modo ancora più aperto alla violenza. Gli attacchi israeliani contro siti militari e civili iraniani hanno portato ad un’ulteriore militarizzazione e securitizzazione dello spazio politico e sociale, in particolare conducendo una campagna razzista di deportazione di massa degli immigrati afghani. E mentre lo Stato invoca incessantemente la “sicurezza nazionale”, continua ad essere il principale produttore di insicurezza: un’insicurezza che attacca la vita delle persone attraverso un’impennata senza precedenti delle esecuzioni, il maltrattamento sistemico di detenuti e detenute e l’intensificazione dell’insicurezza economica tramite la brutale riduzione dei mezzi di sussistenza.

La guerra dei dodici giorni — seguita dall’inasprimento delle sanzioni statunitensi ed europee e dall’attivazione del meccanismo di snapback del Consiglio di Sicurezza dell’ONU — ha aumentato la pressione sui proventi petroliferi, sul sistema bancario e sul settore finanziario, soffocando l’afflusso di valuta estera e aggravando la crisi di bilancio.

Dal 24 giugno 2025, data della fine della guerra, alla notte del 18 dicembre, quando sono esplose le prime proteste nel Bazar di Teheran, il rial ha perso circa il 40% del suo valore. Non si è trattato di una fluttuazione “naturale” del mercato, ma del risultato combinato dell’escalation delle sanzioni e dello sforzo deliberato della Repubblica islamica di scaricare dall’alto verso il basso gli effetti della crisi attraverso una svalutazione della moneta nazionale.

Le sanzioni devono essere condannate senza riserve. Nell’Iran di oggi, tuttavia, esse operano anche come strumento di potere di classe interno. La valuta estera è sempre più concentrata nelle mani di un’oligarchia militare-securitaria che trae profitto dall’elusione delle sanzioni e dall’intermediazione opaca del petrolio. I proventi delle esportazioni sono di fatto tenuti in ostaggio e immessi nell’economia formale solo in momenti specifici e a tassi manipolati. Anche quando le vendite di petrolio aumentano, i profitti circolano all’interno di istituzioni parastatali e di uno “Stato parallelo” (soprattutto il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica), invece di tradursi nella vita quotidiana delle persone.

Per coprire il deficit prodotto dal calo delle entrate e dai ritorni bloccati, lo Stato ricorre alla rimozione dei sussidi e all’austerità. In questo quadro, il crollo improvviso del rial diventa uno strumento fiscale: forza la valuta “ostaggio” a rientrare in circolazione secondo le condizioni volute dallo Stato e amplia rapidamente le risorse in rial del governo — dal momento che lo Stato stesso è uno dei maggiori detentori di dollari. Il risultato è un’estrazione diretta dai redditi delle classi popolari e medie e il trasferimento dei profitti derivanti dall’elusione delle sanzioni e dalla rendita valutaria a una ristretta minoranza, approfondendo così ulteriormente la divisione di classe, l’instabilità materiale e la rabbia sociale. In altre parole, i costi delle sanzioni sono pagati direttamente dalle classi inferiori e dai ceti medi.

Il collasso della valuta nazionale va dunque inteso come un saccheggio statale organizzato in un’economia segnata dalla guerra e strangolata dalle sanzioni: una manipolazione del tasso di cambio a favore delle reti di intermediazione legate all’oligarchia dominante, al servizio di uno Stato che ha elevato la liberalizzazione neoliberale dei prezzi a dottrina sacra.

I campisti pseudo-di-sinistra riducono la crisi alle sanzioni statunitensi e all’egemonia del dollaro, cancellando il ruolo della classe dominante della Repubblica Islamica come agente attivo di espropriazione e accumulazione finanziarizzata. I campisti di destra, generalmente allineati all’imperialismo occidentale, attribuiscono invece tutta la colpa alla Repubblica Islamica e trattano le sanzioni come irrilevanti. Queste posizioni si rispecchiano a vicenda — e ciascuna riflette interessi molto chiari. Contro entrambe, insistiamo sul riconoscimento dell’intreccio tra saccheggio ed espropriazione globali e locali. Sì, le sanzioni devastano la vita delle persone — attraverso la carenza di medicinali, le carenze all’interno di specifici segmenti industriali, la disoccupazione e i danni psicologici — ma il peso più grosso viene distribuito sulla popolazione, non sull’oligarchia militare-securitaria che accumula immense ricchezze controllando i circuiti informali della valuta e del petrolio.

VI. Le contraddizioni

Nelle strade si sentono slogan contraddittori, che vanno dalle invocazioni per il rovesciamento della Repubblica Islamica agli appelli filomonarchici. Allo stesso tempo, gli studenti scandiscono slogan contro il dispotismo della Repubblica Islamica e contro l’autocrazia monarchica. Gli slogan pro-Shah e pro-Pahlavi riflettono le contraddizioni reali in campo, ma sono anche amplificati e fabbricati attraverso distorsioni mediatiche di destra, inclusa la vergognosa sostituzione delle voci dei manifestanti con slogan monarchici. Il principale responsabile di questa manipolazione mediatica è Iran International, divenuto un megafono della propaganda sionista e monarchica. Il suo bilancio annuale si aggira, secondo quanto riportato, intorno ai 250 milioni di dollari, finanziati da individui e istituzioni legati ai governi di Arabia Saudita e Israele.

Nell’ultimo decennio, la geografia iraniana è diventata un campo di tensione tra due orizzonti socio-politici, mediati da due diversi modelli di organizzazione contro la Repubblica Islamica. Da un lato vi è un’organizzazione sociale concreta e radicata lungo le fratture di classe, genere, sesso ed etnia — visibile soprattutto nelle reti che sono nate durante l’insurrezione Jina del 2022, e che vanno dal carcere di Evin alla diaspora, producendo un’unità senza precedenti tra forze diverse, dalle donne alle minoranze etniche curde e beluci, che si oppongono alla dittatura e che riportano a orizzonti femministi e anticoloniali. Dall’altro lato vi è una mobilitazione populista che viene rappresentata nelle reti televisive satellitari come una sorta di “rivoluzione nazionale”, come una massa omogenea di individui atomizzati. Sostenuta da Israele e dall’Arabia Saudita, questa massa mira alla costruzione di un corpo unico il cui “capo” — il figlio dello Scià deposto — possa essere successivamente inserito dall’esterno, tramite un intervento straniero. Nell’ultimo decennio, i monarchici, armati di un enorme potere mediatico, hanno spinto l’opinione pubblica verso un nazionalismo estremista e razzista, approfondendo ulteriormente le fratture etniche e frammentando l’immaginazione politica dei popoli dell’Iran.

La crescita di questa corrente negli ultimi anni non è il segno di un’“arretratezza” politica delle persone, ma il risultato dell’assenza di una vasta organizzazione e di un potere mediatico di sinistra capaci di produrre un discorso contro-egemonico alternativo — un’assenza dovuta in parte alla repressione e al soffocamento, che ha però lasciato spazio a questo populismo reazionario. In mancanza di una narrazione forte da parte delle forze di sinistra, democratiche e non nazionaliste, anche slogan e ideali universali come libertà, giustizia e maggiori diritti per le donne possono essere facilmente appropriati dai monarchici e rivenduti alla popolazione in vesti apparentemente progressiste che nascondono però un nucleo autoritario. In alcuni casi vengono persino confezionate all’interno di un vocabolario socialista: è precisamente qui che l’estrema destra divora anche il terreno dell’economia politica.

Allo stesso tempo, con l’intensificarsi dell’antagonismo con la Repubblica Islamica, si sono accentuate anche le tensioni tra questi due orizzonti e modelli; oggi la frattura tra di essi è visibile nella distribuzione geografica degli slogan di protesta. Poiché il progetto del “ritorno dei Pahlavi” rappresenta un orizzonte patriarcale fondato su un etno-nazionalismo persiano e su un orientamento profondamente di destra, nei luoghi in cui sono emerse forme di organizzazione operaia e femminista dal basso — come le università e le regioni curde, arabe, beluci, turkmene e turche — gli slogan pro-monarchia sono in larga parte assenti e spesso suscitano reazioni negative. Questa situazione contraddittoria ha prodotto diverse incomprensioni sull’insurrezione recente.

VII. L’orizzonte

L’Iran si trova in un momento storico decisivo. La Repubblica Islamica è in una delle posizioni di maggiore debolezza della sua storia — sul piano internazionale, dopo il 7 ottobre 2023 e l’indebolimento del cosiddetto “Asse della Resistenza”, e sul piano interno, dopo anni di insurrezioni e sollevazioni ripetute. Il futuro di questa nuova ondata resta incerto, ma l’ampiezza della crisi e la profondità dell’insoddisfazione popolare garantiscono che una nuova esplosione di proteste può verificarsi in qualsiasi momento. Anche se l’insurrezione attuale dovesse essere repressa, essa ritornerà. In questa congiuntura, qualsiasi intervento militare o imperialista non può che indebolire la lotta dal basso e rafforzare la mano della Repubblica Islamica nella repressione.

Nell’ultimo decennio, la società iraniana ha reinventato l’azione politica collettiva dal basso. Dal Belucistan e dal Kurdistan durante l’insurrezione per Jina, alle città più piccole del Lorestan e di Isfahan nell’attuale ondata di proteste, l’azione politica — priva di qualsiasi rappresentanza ufficiale dall’alto — si è spostata nelle strade, nei comitati di sciopero e nelle reti locali informali. Nonostante la brutale repressione, queste capacità e connessioni restano vive nella società; la loro possibilità di riemergere e cristallizzarsi in potere politico persiste. Ma l’accumulazione della rabbia non è l’unico fattore che ne determinerà la continuità e la direzione. Decisiva sarà anche la possibilità di costruire un orizzonte politico indipendente e una reale alternativa.

Questo orizzonte affronta due minacce parallele. Da un lato, può essere appropriato o marginalizzato da forze di destra che hanno base all’estero, che strumentalizzano la sofferenza delle persone per giustificare sanzioni, guerra o interventi militari. Dall’altro lato, da segmenti della classe dominante — sia appartenenti alle fazioni militari-securitarie sia agli attuali riformisti — che lavorano dietro le quinte per presentarsi all’Occidente come un’opzione “più razionale”, “meno costosa”, “più affidabile”: un’alternativa interna alla Repubblica Islamica, non per rompere davvero con l’ordine del dominio esistente, ma per riconfigurarlo sotto un altro volto. (Donald Trump punta a fare qualcosa di simile in Venezuela, piegando elementi del governo al proprio volere anziché provocare un vero cambiamento di regime). È un freddo calcolo interno alla gestione della crisi: contenere la rabbia sociale, ricalibrare le tensioni con le potenze globali e riprodurre un ordine in cui ai popoli è negata l’autodeterminazione.

Contro entrambe queste correnti, la rinascita di una politica internazionalista di liberazione è più necessaria che mai. Non si tratta di una “terza via” astratta, ma dell’impegno a porre le lotte delle persone al centro dell’analisi e dell’azione: organizzazione dal basso invece di copioni scritti dall’alto da leader auto-proclamati, o di false opposizioni costruite dall’esterno. Oggi l’internazionalismo significa tenere insieme il diritto dei popoli all’autodeterminazione e l’obbligo di combattere tutte le forme di dominio — interne ed esterne. Un vero blocco internazionalista deve essere costruito a partire dall’esperienza vissuta, da solidarietà concrete e da capacità indipendenti.

Ciò richiede la partecipazione attiva di forze della sinistra, femministe, anticoloniali, ecologiste e democratiche nella costruzione di un’ampia organizzazione di classe all’interno dell’ondata di proteste — sia per riappropriarsi della vita sia per aprire orizzonti alternativi di riproduzione sociale. Al tempo stesso, questa organizzazione deve collocarsi in continuità con l’orizzonte di liberazione delle lotte precedenti, in particolare con il movimento “Jin, Jiyan, Azadi”, la cui energia conserva ancora il potenziale di destabilizzare simultaneamente i discorsi della Repubblica Islamica, dei monarchici, del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e di quegli ex riformisti che oggi sognano una transizione controllata e una reintegrazione nei cicli di accumulazione statunitensi e israeliani nella regione.

Questo è anche un momento decisivo per la diaspora iraniana: essa può contribuire a ridefinire una politica di liberazione, oppure può riprodurre l’esausto binarismo tra “dispotismo interno” e “intervento straniero”, prolungando così l’impasse politica. In questo contesto, è necessario che le forze della diaspora compiano passi verso la formazione di un vero blocco politico internazionalista — capace di tracciare linee nette contro il dispotismo interno e contro il dominio imperialista. Questa posizione lega l’opposizione all’intervento imperialista a una rottura esplicita con la Repubblica Islamica, rifiutando qualsiasi giustificazione della repressione in nome della lotta contro un nemico esterno.

I vicini dell’Afghanistan in stato di massima allerta per le crescenti minacce transfrontaliere

Kabul Now, 27 dicembre 2025

In seguito al crollo del governo della Repubblica Islamica e al ritorno al potere dei Talebani in Afghanistan, le dinamiche di sicurezza regionale hanno subito una trasformazione fondamentale. Sebbene i Talebani, fin dai primi giorni del loro rinnovato governo, abbiano cercato di alleviare le preoccupazioni attraverso slogan come “garantire la sicurezza nazionale” e “non rappresentare una minaccia per gli altri paesi”, gli sviluppi successivi al 2021 suggeriscono che il loro governo non ha ripristinato la stabilità e ha aumentato significativamente i costi della sicurezza per gli stati confinanti e regionali. Oggi, l’Afghanistan controllato dai Talebani è diventato la principale fonte di ansia per la sicurezza nell’Asia meridionale e centrale.

L’ascesa al potere dei Talebani ha avuto ripercussioni a più livelli in Afghanistan e nell’ambiente circostante. A livello nazionale, la disintegrazione delle istituzioni di sicurezza professionale, lo smantellamento delle strutture di controllo delle frontiere e la trasformazione dell’Afghanistan in un rifugio sicuro per gruppi estremisti hanno gettato le basi per una rinnovata insicurezza. A livello regionale, i Paesi confinanti, pur avendo instaurato legami politici ed economici minimi con i Talebani, hanno ripetutamente espresso profonda preoccupazione per la proliferazione dell’estremismo, del terrorismo transfrontaliero e del traffico di stupefacenti. Questa dualità – impegno economico da un lato e trepidazione per la sicurezza dall’altro – sottolinea l’incapacità dei Talebani di guadagnarsi la fiducia nella sicurezza regionale.

Questa situazione è in netto contrasto con gli impegni assunti dai Talebani nell’ambito dell’Accordo di Doha , in cui il gruppo si è impegnato a non utilizzare il suolo afghano contro la sicurezza di altri Paesi e a non fornire alcun sostegno alle organizzazioni terroristiche. Ciononostante, numerosi rapporti e analisi documentano la presenza e le operazioni di gruppi come Al-Qaeda, la branca dell’ISIS-Khorasan (ISIS-K), il Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP), il Movimento Islamico del Turkestan Orientale, Jaish al-Adl, il Movimento Islamico dell’Uzbekistan, l’Alleanza IMU, il Battaglione Imam Bukhari, il Gruppo Hafiz Gul Bahadur, Ansarullah Tajikistan (noto come Talebani del Tagikistan), l’Esercito di Liberazione del Belucistan (designato come gruppo terroristico da alcuni Stati) e altre reti estremiste con precedenti di attività terroristiche, sollevando seri interrogativi su tali impegni. La conseguenza diretta di questa dinamica è stata un’escalation dei costi militari, di sicurezza e di intelligence per i paesi vicini, che sono stati costretti a rafforzare le difese dei confini tramite dispiegamenti di truppe, costruzione di avamposti di sicurezza e fortificazioni complete, dirottando al contempo ingenti risorse finanziarie per contrastare le minacce provenienti dall’Afghanistan.

I talebani negano regolarmente di aver fornito supporto a gruppi militanti stranieri e insistono di aver sventato le minacce provenienti dal territorio afghano. I governi confinanti, tuttavia, affermano che le reti sopra elencate sono rimaste attive o si sono espanse dal 2021.

In questa analisi, il mio obiettivo è esaminare i fattori alla base dell’aumento dei costi per la sicurezza degli stati regionali dopo la presa del potere da parte dei talebani, sottolineando al contempo come i talebani abbiano utilizzato le relazioni con i gruppi militanti alleati come leva in tutta la regione.

A: Pakistan

Il Pakistan è stato il primo Paese ad accogliere apertamente il ritorno dei Talebani, con alti funzionari, tra cui il generale Faiz Hameed, capo dell’Inter-Services Intelligence del Pakistan (7 giugno 2019 – 19 novembre 2021), che si sono recati a Kabul nei primi giorni della presa del potere da parte dei Talebani, brindando con il suo caratteristico bicchiere da caffè, nella speranza che il governo del gruppo avrebbe mitigato l’insicurezza lungo i suoi confini occidentali. Contrariamente alle aspettative, tuttavia, le attività del Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP) sono aumentate senza precedenti a seguito del predominio dei Talebani in Afghanistan. I sanguinosi attacchi nel Khyber Pakhtunkhwa e nel Belucistan hanno costretto Islamabad ad aumentare le spese militari, intensificare le operazioni di confine e persino ricorrere a raid aerei intermittenti all’interno del territorio afghano, incluso il Paktika e altre province orientali. I funzionari pakistani sostengono che i talebani afghani non hanno ostacolato il TTP e hanno sfruttato il gruppo come strumento di pressione politica contro il Pakistan, una pressione che ha generato costi sostanziali per la sicurezza e instabilità interna per Islamabad.

Numerosi rapporti e analisi indicano che i membri del TTP, operando con la tolleranza dei talebani, secondo i funzionari pakistani, hanno ottenuto accesso ad armamenti abbondanti e hanno riconvertito l’Afghanistan in una base strategica per la logistica, il comando e la leadership. Il governo pakistano ha ripetutamente presentato reclami su questo fronte, esortando i talebani a limitare i gruppi anti-pakistani che operano dal suolo afghano, una richiesta costantemente respinta e respinta dai talebani.

Per migliorare la propria sicurezza, il governo pakistano ha finora sostenuto enormi costi militari e politici. Ciò ha ulteriormente messo a dura prova la fragile economia del Paese e ha obbligato politicamente il governo a corteggiare le fazioni etniche nelle aree tribali e i seminari religiosi per ottenere sostegno.

Inoltre, l’avvio di vaste operazioni militari a livello nazionale, in particolare nel Khyber Pakhtunkhwa e nel Belucistan, ha costretto il Pakistan a rafforzare i propri avamposti di sicurezza e difesa con aumenti di truppe, installazioni di barriere, acquisizioni di veicoli blindati antiproiettile, giubbotti anti-frammentazione, disturbatori di segnale per mine a detonazione remota e sistemi anti-drone; ciascuna misura ha comportato costi milionari per lo Stato pakistano. Contemporaneamente, per realizzare progetti economici in queste zone, sono state potenziate le forze di protezione e le attrezzature di sicurezza, estendendo le spese per la sicurezza al settore economico.

B: Iran

Il governo iraniano, pur mantenendo relazioni caute con i Talebani, ha assistito a un forte aggravamento delle sue preoccupazioni in materia di sicurezza. La presenza dell’ISIS nelle province orientali dell’Afghanistan, il dilagante traffico di stupefacenti, l’insicurezza di confine e le crisi migratorie hanno reso necessario un ingente stanziamento di risorse per proteggere il lungo confine tra Iran e Afghanistan. Scontri sparsi tra le forze talebane e le guardie di frontiera iraniane sottolineano la fragilità del panorama della sicurezza. Inoltre, l’impiego di gruppi estremisti da parte dei Talebani come strumenti di pressione indiretta ha posto l’Iran in uno stato di perenne allerta.

Le statistiche disponibili, tratte da rapporti attendibili , indicano che negli ultimi quattro anni, numerosi membri del personale iraniano addetto alle frontiere e alla sicurezza, in particolare nelle province del Sistan e del Baluchistan, sono stati presi di mira da gruppi apertamente stanziati in territorio afghano e supportati dai talebani, sia strutturalmente che operativamente. Entità terroristiche come Jaish al-Adl, insieme a organizzazioni criminali coinvolte nel traffico di stupefacenti e migranti (con basi arretrate sicure all’interno dell’Afghanistan), si scontrano con le forze di sicurezza iraniane quasi ogni pochi giorni, causando gravi perdite e danni.

Dopo la presa del potere da parte dei talebani, l’Iran – per la prima volta nella storia delle relazioni bilaterali di vicinato – ha deciso di costruire un muro lungo l’intero confine orientale di 921 chilometri con l’Afghanistan, a un costo enorme. I rapporti ufficiali iraniani stimano che questo muro di confine ammonterà ad almeno 3 miliardi di dollari. L’Iran propose per la prima volta un muro di sicurezza nel Sistan e nel Baluchistan nel 2000, durante il regime iniziale dei talebani; il piano fu accantonato dopo la loro cacciata e la formazione del nuovo governo. Con la rinascita dei talebani, il progetto si estese all’intera frontiera orientale, con un’attuazione accelerata.

Dal 2022, l’Iran ha costruito nuovi avamposti di sicurezza lungo il suo confine orientale e ha moltiplicato le pattuglie di frontiera. Queste misure derivano interamente dalle persistenti preoccupazioni in materia di sicurezza nei confronti dell’Afghanistan controllato dai talebani, apprensioni che, nell’arco di quattro anni, hanno profondamente alterato le dinamiche di sicurezza bilaterali , generando un persistente disagio iraniano.

Oltre all’aumento delle spese per la sicurezza, il governo dei Talebani impone costi politici all’Iran. Il gruppo ha drasticamente ridotto due strumenti fondamentali della politica estera iraniana (la lingua persiana e la fede sciita), privando Teheran di qualsiasi leva per manovre politiche all’interno dell’Afghanistan volte a promuovere o mantenere i legami. L’Afghanistan, a lungo considerato la culla della lingua persiana e patria di luminari come Rumi, Sanai e Rabia Balkhi, fungendo da ponte culturale e di collegamento fondamentale tra i due stati, è degenerato al punto che alti funzionari talebani, durante le visite in Iran, richiedono l’ intervento di traduttori per comunicare con le autorità iraniane.

Nonostante queste preoccupazioni, l’Iran apparentemente non intravede alcuna alternativa praticabile, preferendo il governo dei talebani a un vicino che promuova lo stato di diritto, la democrazia e le libertà civili, temendo che la promozione dei valori occidentali possa incitare un cambio di regime iraniano o la penetrazione occidentale nelle sue vicinanze. Ciononostante, questo ottimismo si trasformerà sicuramente in un grave ostacolo per l’Iran in un futuro non troppo lontano.

C: Cina

La Cina, la prima ad aver elevato i legami politici con i Talebani al livello di ambasciatori, ha apparentemente ampliato l’impegno economico e politico, ma nutre forti preoccupazioni in materia di sicurezza. Pechino teme che l’Afghanistan si trasformi in una base per il Movimento Islamico del Turkestan Orientale, un pericolo diretto per lo Xinjiang (Turkestan Orientale), la sua provincia nord-occidentale a maggioranza musulmana. Di conseguenza, la Cina ha intensificato gli investimenti in sicurezza in Asia centrale, in particolare in Tagikistan, e le collaborazioni di intelligence regionali. Questi passi rivelano che la pretesa dei Talebani di “non minacciare gli altri” non è convincente per Pechino.

Nelle recenti ristrutturazioni dell’Esercito Popolare di Liberazione, la Cina ha dislocato un corpo chiave vicino al confine tra Afghanistan e Tagikistan nello Xinjiang, istituendo al contempo un centro militare congiunto all’interno del territorio del Tagikistan, a soli 12 chilometri dal corridoio del Wakhan in Afghanistan, per rafforzare le difese del confine.

La Cina non solo ha fortificato il suo confine afghano, il confine terrestre più corto con qualsiasi stato, circa 90 km nel corridoio del Wakhan, ma ha anche supportato il Tagikistan nella costruzione di numerosi nuovi avamposti per la sicurezza del confine.

Nonostante questi sforzi, almeno cinque cittadini cinesi sono stati recentemente presi di mira e uccisi in territorio afghano nelle zone di confine tagike, spingendo l’ambasciata cinese a sollecitare aziende e personale ad abbandonare la zona di frontiera tra Tagikistan e Afghanistan, una battuta d’arresto che ostacola i progetti minerari ed economici congiunti tra Cina e Tagikistan. Nel frattempo, contraddicendo le affermazioni dei talebani sulla sicurezza nazionale, si sono verificati ulteriori attacchi contro cittadini cinesi all’interno dell’Afghanistan.

Le interruzioni di importanti progetti di costruzione di strade e attività minerarie nel Tagikistan meridionale – il secondo programma economico prioritario della Cina dopo il Corridoio Economico Cina-Pakistan ( CPEC ) – hanno dovuto affrontare gravi sfide alla sicurezza riconducibili a minacce di origine afghana, facendo lievitare i costi di sicurezza del progetto. Per salvaguardare il personale del CPEC, la Cina ha donato veicoli blindati e giubbotti antiproiettile alla polizia di Khyber Pakhtunkhwa, con un ulteriore esborso economico. Tuttavia, il progetto rimane pericolosamente esposto in numerosi settori, ritardandone il completamento di anni.

D: Tagikistan

Il Tagikistan è tra i paesi della regione che più criticano i talebani. Dushanbe, allarmata dagli estremisti affiliati al Tagikistan – in particolare dal Jamaat Ansarullah (Talebani tagiki) – in Afghanistan e dai rischi di ricadute dell’insicurezza, ha militarizzato pesantemente i suoi confini, ampliando gli accordi di sicurezza con Cina, Russia e altri paesi selezionati. L’aumento delle esercitazioni militari e il dispiegamento di equipaggiamenti pesanti alla frontiera sono un esempio lampante del pesante tributo alla sicurezza imposto dalla presenza dei talebani.

I miei esami rivelano che il Tagikistan ha eretto almeno 172 avamposti di sicurezza di confine e basi di supporto lungo il confine afghano, molti dei quali dopo la presa del potere da parte dei talebani. Dato il territorio prevalentemente montuoso e impervio, l’accesso a questi siti e l’esecuzione dei pattugliamenti hanno richiesto chilometri di nuove strade, con conseguenti ingenti spese accessorie per la sicurezza di confine. (Questi conteggi si basano su immagini pubblicamente disponibili e devono essere interpretati come stime.)

Negli ultimi quattro anni, il Tagikistan ha condotto numerose esercitazioni militari indipendenti e congiunte con gli stati membri dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva ( CSTO ), nonché esercitazioni separate con Russia , Uzbekistan e Cina e Uzbekistan, lungo il confine con l’Afghanistan. Queste manovre hanno imposto notevoli oneri finanziari al governo tagiko.

Nello stesso periodo, molteplici attacchi armati e scontri di confine provenienti dal territorio afghano hanno preso di mira le forze tagike. Nelle ultime settimane, almeno due di questi incidenti – che hanno coinvolto attacchi con droni e fuoco diretto dall’Afghanistan – sono penetrati nel territorio tagiko, causando vittime tra cui la morte di cinque cittadini cinesi. Le forze di sicurezza tagike hanno inoltre segnalato ripetuti tentativi di contrabbando di stupefacenti dall’Afghanistan, incluso l’uso di droni per il traffico transfrontaliero.

In risposta a questi crescenti incidenti di sicurezza, il Tagikistan ha richiesto supporto militare e assistenza ai suoi alleati, in particolare agli stati membri della CSTO , per rafforzare la protezione del suo confine afghano.

E: Uzbekistan e altri stati dell’Asia centrale

Uzbekistan, Turkmenistan, Kazakistan e Kirghizistan hanno adottato una duplice posizione nei confronti dei talebani: impegno economico e interessi commerciali, insieme a fortificazioni di sicurezza. I timori di infiltrazioni estremiste, traffico di stupefacenti e instabilità regionale hanno spinto ad aumentare i budget per la sicurezza e ad ampliare le collaborazioni antiterrorismo.

L’Uzbekistan mantiene almeno 70 avamposti di confine e basi di supporto afghane, molti dei quali creati o rafforzati negli ultimi quattro anni in seguito a minacce, a costi enormi.

Dopo l’arrivo dei talebani, diversi attacchi di origine afghana, principalmente da parte dell’ISIS, hanno preso di mira l’Uzbekistan; le forze di sicurezza hanno spesso segnalato l’intercettazione di spedizioni di droga di provenienza afghana .

Le mie analisi degli incidenti di sicurezza in Uzbekistan nell’arco di tre anni documentano molteplici identificazioni e arresti di radicali affiliati all’ISIS-K, al Movimento Islamico dell’Uzbekistan, al Battaglione Imam Bukhari/Katibat e al Battaglione Tawhid wal Jihad. In uno dei casi più eclatanti, le autorità uzbeke hanno riferito di aver scoperto un vasto gruppo guidato da una donna di 19 anni che aveva giurato fedeltà all’ISIS-Khorasan e che stava presumibilmente pianificando atti di sabotaggio.

Nello stesso periodo, il governo uzbeko ha anche annunciato la scoperta di diverse scuole religiose clandestine che fornivano istruzione radicale a bambini e adolescenti, accusando i soggetti coinvolti di tentare di diffondere l’estremismo religioso.

Secondo i dati disponibili e una conversazione con un venditore del mercato congiunto afghano-uzbeko di Termez, la sicurezza uzbeka, nonostante il sostegno ufficiale al mercato, tratta tutti gli afghani con sospetto, sorvegliando i visitatori del mercato dall’ingresso all’uscita. “Perquisiscono i nostri negozi in qualsiasi momento, controllando ripetutamente i prodotti importati dall’Afghanistan”, ha osservato.

Dopo gli attacchi terroristici in Tagikistan, le preoccupazioni per la sicurezza in Asia centrale sono aumentate vertiginosamente. Il Kirghizistan, nonostante la distanza dall’Afghanistan, sta erigendo costosi muri di recinzione lungo i confini meridionali tra Uzbekistan e Tagikistan. Pochi giorni fa, il Capo della Sicurezza di Stato, il Maggiore Generale Kamchybek Tashiev, nonché Vice Primo Ministro, ha ispezionato le recinzioni. progressi, ordinando l’accelerazione della chiusura completa del confine meridionale entro il 2026, spinta dalle minacce regionali che comportano costi elevati per questo piccolo Stato.

Il Kirghizistan considera il crescente estremismo religioso una grave minaccia, e negli ultimi anni ha effettuato numerosi arresti per affiliazioni terroristiche ed estremismo. Come l’Uzbekistan, segnala periodicamente arresti di madrase radicali nascoste.

Ciononostante, il Kirghizistan sta cercando di stabilire relazioni economiche con i talebani per facilitare lo scambio di informazioni sulla sicurezza e attuare misure di sicurezza preventive.

Il Turkmenistan, altro vicino afghano dell’Asia centrale, apparentemente – a causa del suo opaco ecosistema informativo – mostra un allarme minimo riguardo agli sviluppi in Afghanistan. Le immagini satellitari, tuttavia, rivelano nuove strutture di sicurezza di frontiera; nei forum regionali, ha definito l’instabilità afghana una minaccia per la sicurezza collettiva.

In sintesi, il regime talebano, contrariamente agli impegni di Doha, non ha né garantito la stabilità del Paese né quella regionale, ma ha catalizzato l’aumento dei costi per la sicurezza. A causa dell’incapacità o della riluttanza a tenere a freno i terroristi, i talebani hanno trasformato l’Afghanistan in un’arma geopolitica per estorcere denaro ai suoi vicini, sia politicamente che economicamente. In assenza di cambiamenti, le loro garanzie di sicurezza regionale rimangono una vuota retorica, con i vicini che pagano il conto. Precedenti globali, tra cui la recinzione di confine del Pakistan, dimostrano l’inefficacia di tali misure contro l’infiltrazione dell’estremismo. Le barriere fisiche possono in qualche modo limitare l’ingresso di individui; tuttavia, l’esperienza del Pakistan attesta persino un fallimento in questo senso, con resoconti mediatici di terroristi armati che violano ripetutamente muri, recinzioni e filo spinato tra Afghanistan e Pakistan.

[Trad. automatica]

I rimpatri forzati nell’Afghanistan dei talebani devono cessare immediatamente!

Amnesty International, 19 dicembre 2025

Tutti i rimpatri forzati di rifugiati e richiedenti asilo in Afghanistan devono cessare immediatamente, ha affermato Amnesty International, poiché gli ultimi dati delle Nazioni Unite hanno rivelato che Iran e Pakistan, da soli, hanno espulso illegalmente oltre 2,6 milioni di persone nel Paese quest’anno. Circa il 60% di coloro che sono stati rimpatriati sono donne e bambini. Migliaia di altri sono stati espulsi dalla Turchia e dal Tagikistan.

Queste cifre emergono mentre i talebani intensificano i loro attacchi ai diritti umani, con effetti devastanti soprattutto su donne e ragazze, e il paese rimane in preda a una crisi umanitaria, ulteriormente aggravata dalla recente serie di disastri naturali.

L’aggravarsi della crisi umanitaria in Afghanistan aumenta il rischio reale di gravi danni per i rimpatriati e sottolinea gli obblighi vincolanti di non respingimento degli Stati ai sensi del diritto internazionale consuetudinario, che proibisce il rimpatrio forzato di chiunque in un luogo in cui corre un rischio reale di gravi violazioni dei diritti umani.

Quest’anno, anche gli stati europei hanno intensificato gli sforzi per rimpatriare forzatamente gli afghani; i media riportano che Germania , Austria e Unione Europea stanno negoziando con le autorità de facto talebane per facilitare i rimpatri forzati.

“Nonostante la ben documentata repressione dei diritti umani da parte dei talebani, molti stati, tra cui Iran, Pakistan, Turchia, Tagikistan, Germania e Austria chiedono a gran voce di deportare gli afghani in un paese in cui le violazioni, in particolare contro donne, ragazze e voci di dissenso, sono diffuse e sistematiche. Questo senza nemmeno menzionare la terribile e profonda crisi umanitaria, con oltre 22 milioni di persone – quasi metà della popolazione del paese – bisognose di assistenza”, ha dichiarato Smriti Singh, direttrice regionale di Amnesty International per l’Asia meridionale.

“Questa corsa al rimpatrio forzato in Afghanistan ignora le ragioni per cui sono fuggiti e i gravi pericoli che corrono se vengono rimpatriati. Dimostra un chiaro disprezzo per gli obblighi internazionali degli Stati e viola il principio vincolante di non respingimento”.

Sotto il regime talebano, donne e ragazze vengono sistematicamente eliminate dalla vita pubblica. È loro vietato l’accesso all’istruzione oltre i 12 anni, viene negata loro la libertà di movimento e di espressione e non è consentito loro di lavorare con le Nazioni Unite, le ONG o negli affari di Stato, salvo casi eccezionali come la sicurezza aeroportuale, l’istruzione primaria e l’assistenza sanitaria. Anche coloro che lavoravano per il precedente governo – in particolare i membri delle Forze di Difesa e Sicurezza Nazionale afghane (ANDSF) – o coloro che criticano le politiche draconiane dei talebani, inclusi difensori dei diritti umani e giornalisti, subiscono continue e severe rappresaglie.

Amnesty International ha condotto 11 interviste a distanza: sette con persone costrette a tornare in Afghanistan dall’Iran e dal Pakistan e quattro con rifugiati e richiedenti asilo afghani a rischio di espulsione immediata dall’Iran e dal Pakistan, tra luglio e novembre 2025. Una delle quattro intervistate, temendo l’arresto da parte dei talebani, è riuscita a tornare nel Paese da cui era stata espulsa.

Attacchi contro ex dipendenti pubblici

A seguito dei recenti scontri transfrontalieri con i talebani, il Pakistan ha intensificato gli sforzi per espellere i rifugiati afghani. Nel frattempo, in Iran, almeno 2,6 milioni di afghani sono stati registrati nel 2022 per la protezione temporanea e l’accesso ai servizi di base, tra cui istruzione pubblica, permesso di lavoro e assistenza sanitaria statale, tramite un documento di “conta”.

Tuttavia, il 12 marzo 2025 il Centro iraniano per gli affari dei cittadini stranieri e dell’immigrazione, che dipende dal Ministero degli Interni, ha annunciato che i documenti di “conta” per gli afghani sarebbero scaduti automaticamente dall’inizio dell’anno 1404 del calendario iraniano (corrispondente al 21 marzo 2025) e che l’accesso ai servizi socioeconomici sarebbe stato interrotto.

Le espulsioni di massa da parte delle autorità iraniane sono aumentate in seguito all’escalation delle ostilità tra Israele e Iran nel giugno 2025 e, tra luglio e ottobre 2025, oltre 900.000 afghani sono stati espulsi illegalmente dall’Iran, su 1,6 milioni tra gennaio e ottobre 2025.

Shukufa* ha lavorato con l’ex governo afghano e presso un’organizzazione internazionale prima della presa del potere da parte dei talebani nell’agosto 2021. È fuggita in Iran all’inizio del 2022, ma è stata rimpatriata forzatamente pochi mesi dopo, alla scadenza del suo visto. Subito dopo il ritorno, è fuggita in Pakistan, dove è riuscita a registrarsi per l’asilo presso l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Ma nel giugno 2025, la polizia ha fatto irruzione nella sua casa ed è stata deportata in Afghanistan insieme ai suoi familiari.

Ha descritto la situazione sotto i talebani: “Non possiamo uscire liberamente di casa… non ci sono opportunità di lavoro. Le scuole femminili sono chiuse. Non ci sono opportunità di lavoro. Noi [come ex funzionari governativi e attiviste] non possiamo andare direttamente negli uffici gestiti dai talebani per paura di essere riconosciute”.

Diversi ex funzionari governativi, membri delle ex forze di sicurezza e attivisti che hanno parlato con Amnesty International hanno dichiarato di vivere nella paura e di non poter tornare nelle loro province o nelle loro precedenti residenze a causa del loro passato lavoro e attivismo. Nonostante l’annuncio di un’amnistia generale per coloro che hanno lavorato sotto il precedente governo, i talebani hanno costantemente preso di mira ex funzionari governativi e membri delle forze di sicurezza e di difesa con arresti arbitrari, torture, detenzioni illegali ed esecuzioni extragiudiziali.

Questi abusi sono continuati, anche nei confronti di individui rimpatriati forzatamente. La Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) ha documentato 21 casi di arresti arbitrari, torture e maltrattamenti, insieme all’uccisione di 14 ex membri del personale di sicurezza e difesa solo tra luglio e settembre 2025. Il 21 novembre, un organo di stampa afghano operante dall’estero ha riferito che i talebani avevano arrestato cinque ex membri del personale di sicurezza che erano stati deportati dall’Iran e si stavano dirigendo verso la loro provincia d’origine, il Panjshir.

Shukufa*, che ha lavorato con il precedente governo, ha dichiarato: “Non posso tornare nel posto in cui vivevo prima. C’è qualcun altro che vive nella stessa casa. Abbiamo affittato una casa in un’altra zona… Mio marito lavorava nelle agenzie di sicurezza. Anche lui teme per la sua sicurezza”.

Gull Agha*, che lavorava nelle agenzie di sicurezza e difesa prima dell’agosto 2021, è stato costretto a tornare dall’Iran nell’aprile 2025 dopo che il suo documento di “conta dei dipendenti” è stato dichiarato scaduto. Ha affermato che i funzionari iraniani avevano affermato che lui e altri cittadini afghani avrebbero potuto rientrare in Iran richiedendo visti di lavoro presso il consolato e l’ambasciata iraniani in Afghanistan, senza riconoscere i gravi rischi che Gull Agha e altri come lui avrebbero affrontato se fossero tornati in Afghanistan.

Ha affermato: “Sebbene ci abbiano detto che (in Afghanistan) possiamo rivolgerci al consolato iraniano per un visto di lavoro, poiché sono un ex agente di sicurezza, non posso andare a richiedere un passaporto [afghano] all’ufficio passaporti. Contiene tutti i miei dati biometrici”.

Ha anche affermato che a coloro che si erano rivolti al consolato iraniano era stato detto che non esisteva alcun programma di “visto di lavoro”.

Nell’agosto 2025, un’indagine dell’UNHCR ha rilevato che l’82% dei rimpatriati era indebitato a causa dello sfollamento, della mancanza di lavoro e dei prestiti contratti per soddisfare i bisogni primari al momento dell’arrivo in Afghanistan.

Persecuzione di donne e ragazze

Nonostante siano vittime di alcune delle peggiori discriminazioni di genere al mondo – che equivalgono al crimine contro l’umanità della persecuzione di genere – donne e ragazze vengono deportate in massa in Afghanistan. Secondo le stime delle Nazioni Unite, fino a giugno 2025, metà delle persone deportate dal Pakistan e il 30% delle persone deportate dall’Iran  erano donne e ragazze.

L’attivista per i diritti delle donne Sakina* è fuggita in Pakistan dopo la presa del potere da parte dei talebani nel 2021, ma è stata rimpatriata con la forza nel settembre 2025, nonostante fosse registrata presso l’UNHCR e inserita in un programma di reinsediamento umanitario degli Stati Uniti.

I talebani arrestarono e picchiarono due volte i membri della famiglia di Sakina per rivelare dove si trovasse. Al suo ritorno in Afghanistan, si trasferì in un’altra provincia prima di fuggire nuovamente dal Paese.

“Non sono uscita di casa durante il mio soggiorno in Afghanistan. Le donne hanno paura dei talebani. Ho sentito che [la speranza] era morta nelle persone a causa della paura dei talebani.”

Tutti gli Stati devono immediatamente porre fine ai rimpatri forzati e rispettare i propri obblighi di non respingimento previsti dal diritto internazionale. Non farlo significa ignorare i gravi pericoli che gli afghani affrontano e ignorare le proprie responsabilità legali e morali. Gli Stati devono inoltre ampliare e accelerare le rotte di reinsediamento e riconoscere i difensori dei diritti umani afghani, le donne e le ragazze, gli ex funzionari, i giornalisti e altre persone a rischio maggiore, come rifugiati prima facie”, ha affermato Smriti Singh.

* I nomi sono stati cambiati per proteggere l’identità

 

L’Iran emana nuove regole per i residenti afghani con libretti di residenza

amu.tv  22 novembre 2025

Il Ministero degli Interni iraniano ha emanato una direttiva che specifica le nuove condizioni in base alle quali i cittadini afghani in possesso di libretti di residenza possono accedere ai servizi, ha annunciato sabato il centro per le migrazioni del governo.

Secondo i media iraniani, la circolare delinea tre categorie distinte e impone a tutti gli uffici di sponsorizzazione di applicare le regole “immediatamente e senza discrezione”.

Nella prima categoria, i cittadini afghani a cui sono state rilevate le impronte digitali ma che non sono mai stati formalmente registrati possono ora ricevere un codice identificativo dedicato e certificati di istruzione. La seconda categoria si riferisce a coloro che non hanno precedenti di registrazione, che saranno identificati tramite un sistema speciale e a cui saranno poi concessi servizi di residenza. L’ultima categoria riguarda coloro che sono già stati registrati: solo gli individui inseriti nel sistema prima di metà settembre hanno diritto ai sussidi, mentre gli altri appartenenti a questo gruppo non possono ricevere ulteriori servizi.

Le autorità affermano che la direttiva è stata motivata dalle segnalazioni di un’applicazione incoerente delle normative negli uffici kafalat e di servizi negati ad alcuni richiedenti.

La nuova politica giunge in un momento di crescente pressione sulla popolazione migrante afghana in Iran, che continua a subire espulsioni e restrizioni su larga scala nonostante sia in possesso di documenti legali.

 

La fame all’ombra dell’inflazione e della negligenza dei talebani

Nima, 8AM Media, 22 novembre 2025

Diversi cittadini del Paese lamentano l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. Affermano che, dopo il blocco del commercio e del transito con il Pakistan, i prezzi del riso, del petrolio e di altri prodotti alimentari sono aumentati senza precedenti e, in una situazione di disoccupazione e povertà, le persone non sono in grado di acquistare i beni di prima necessità.

I ​​cittadini sottolineano che i talebani non prestano attenzione alla fame e all’impotenza della popolazione e sono tutti concentrati sul saccheggio delle miniere, sul traffico di droga e sull’estorsione di denaro, senza preoccuparsi di fornire opportunità di lavoro alla popolazione affamata perché possa soddisfare i propri bisogni primari. Secondo i dati forniti dalla popolazione, il prezzo della farina è aumentato di 100-150 afghani, il prezzo dell’ olio di 150-200 afghani e il prezzo di un sacco di riso di 350-400 afghani.

Dopo 40 giorni di chiusura dei valichi di frontiera e degli scambi commerciali con il Pakistan, diversi cittadini sono estremamente preoccupati per il perdurare della situazione, perché il prezzo dei  beni di prima necessità aumenta di giorno in giorno. Se continueranno a salire con questo ritmo, molte famiglie non saranno in grado di soddisfare i loro bisogni più elementari.

La chiusura delle frontiere fa aumentare i prezzi

Simin (pseudonimo), un residente di Kabul, preoccupato per l’aumento dei prezzi, afferma: “Quando sono andato al mercato qualche tempo fa, il riso Qush Tipa costava 2.500 afghani, ma oggi è arrivato a 3.000 afghani. Cinque litri di olio, che costavano 600 afghani, ora costano 800 afghani. Anche un cartone di pasta, che prima costava 750 afghani, è aumentato a 850-900 afghani”. Persino prodotti come gli scialli pakistani, che prima costavano 300 afghani, ora costano 550 afghani.

Aggiunge: “Quando si chiede ai negozianti il ​​motivo dell’aumento dei prezzi, rispondono che le strade sono chiuse e che stanno importando meno dall’Iran a causa delle elevate tasse doganali. Alcuni sostengono addirittura che i prezzi dei prodotti alimentari saliranno ulteriormente perché questi articoli non sono disponibili all’interno del Paese”.

Amrullah, un altro cittadino del paese, racconta: ” A volte i commercianti e i negozianti, quando sentono che le strade sono chiuse, se ne approfittano aumentando i prezzi dei beni acquistati due mesi prima. La maggior parte delle forniture alimentari viene importata dall’Asia centrale e dall’Iran, e anche la farina proviene dal Kazakistan. Qualche tempo fa, il prezzo della farina era di 1.400 afghani, ma due giorni fa, quando l’abbiamo comprata, è arrivato a 1.650 afghani. L’olio di semi di girasole, venduto in quattro bottiglie in un cartone, costava 2.700 afghani, ma ora è salito a 3.500 afghani”.

Tanin, un residente di Ghor, afferma: “I talebani non si preoccupano della fame e della morte del popolo afghano. Chi è diventato proprietario di case, terreni, automobili e servizi sociali, non capisce cosa stia passando la povera gente. A Ghor, nessuno può permettersi di comprare un barile di petrolio o un sacco di riso. I talebani non sono consapevoli di questi problemi; tutte le miniere sono al loro servizio e riscuotono con la forza varie tasse, zakat e ushr dalla popolazione. Ricevono anche denaro da paesi e istituzioni alleati, e la chiusura del confine e l’aumento dei prezzi non hanno alcun effetto su di loro”.

Manijeh (pseudonimo) afferma: “In questi giorni caratterizzati da politiche incerte e dal governo dei talebani, affrontiamo ogni giorno una nuova sfida e una nuova crisi: dalla disoccupazione alla povertà, all’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. Non è chiaro se Torkham sia chiuso o se il Pakistan abbia preso questa decisione per proteggere la sua popolazione; ma alla fine saranno i più poveri a essere colpiti più duramente”.

Perdite anche per i commercianti

Sono passati più di quaranta giorni dalla chiusura dei valichi di frontiera tra Afghanistan e Pakistan. La Camera di Commercio e Investimenti afghana aveva precedentemente avvertito che la chiusura avrebbe causato perdite fino a 200 milioni di dollari al mese per entrambe le parti. Il quotidiano Express Tribune riportava ieri che la continua chiusura del confine di Torkham ha creato una grave crisi finanziaria per i grossisti di Rawalpindi e Islamabad e decine di commercianti di grandi e medie dimensioni sono a rischio fallimento.

Secondo il rapporto, sono stati effettuati ingenti pagamenti anticipati ai fornitori afghani per spedizioni di frutta fresca, tra cui uva e melograni Kandahari, verdura e frutta secca come uvetta e albicocche. Il rapporto afferma che queste spedizioni sono rimaste bloccate per settimane sul lato afghano del confine di Torkham e che gran parte dei prodotti freschi si è deteriorata. Secondo l’organo di stampa, i commercianti afghani si sono rifiutati di rimborsare i pagamenti e insistono sul fatto di non essere responsabili del deterioramento delle merci dovuto alla chiusura del confine.

Secondo quanto riferito, la situazione ha causato perdite individuali tra i 40 e i 150 milioni di rupie pakistane. I commercianti hanno chiesto al governo pakistano di consentire eccezionalmente l’ingresso nel paese dei container e dei camion bloccati per risolvere la crisi e di avviare colloqui immediati con i funzionari talebani. Oltre a danneggiare gli importatori, questa situazione ha anche portato a un blocco delle esportazioni pakistane in Afghanistan, causando perdite economiche reciproche. Alcuni grossisti sono stati inoltre costretti a contrarre nuovi prestiti per continuare le loro attività e riprendere il loro limitato commercio locale.

Il fragile diritto all’apprendimento: come ai bambini afghani viene sistematicamente negata l’istruzione in Iran

Zan Times, 14 novembre 2025, di Homa Majid

Ho accompagnato una donna afghana di nome Maryam al Dipartimento dell’Istruzione del suo distretto e alla scuola che un tempo frequentava suo figlio dodicenne, Mohammad. Originaria di Mazar-e-Sharif, Maryam vive in Iran da 24 anni. Quest’anno, a suo figlio è stata negata l’iscrizione. Maryam sperava che avere un cittadino iraniano al suo fianco potesse facilitare la procedura.

Portava con sé una lettera di raccomandazione rilasciata dal Ministero dell’Interno, che suo marito aveva ottenuto dopo aver trascorso 10 estenuanti giorni in fila e suppliche presso l’ufficio responsabile del rilascio di questi certificati per i bambini afghani. Maryam consegnò la lettera al funzionario responsabile delle scuole primarie e chiese una raccomandazione scritta affinché Mohammad potesse essere iscritto alla sua ex scuola, la Be’sat Elementary.

Il funzionario ha chiesto i documenti della famiglia: quelli di Maryam, di suo marito e di Mohammad. Il marito aveva un passaporto, ma lei e suo figlio avevano solo le ricevute del censimento, che sono documenti di registrazione temporanei. Dopo aver esaminato tutti i documenti, il funzionario ha detto senza mezzi termini: “Le scuole non iscrivono persone con due tipi diversi di documenti”.

Maryam chiese: “Allora perché il Ministero degli Interni ci ha dato questa lettera di segnalazione?”

Il funzionario alzò le spalle. “Non so nemmeno perché vi lascino stare qui”, rispose. “In ogni caso, vostro figlio non verrà iscritto.”

Decenni di incertezza
Negli ultimi quattro decenni, l’istruzione dei bambini afghani in Iran è stata segnata da una costante incertezza. Nonostante l’adesione del governo iraniano alla Convenzione sui diritti dell’infanzia all’inizio del 1994, il diritto all’istruzione dei bambini rifugiati è stato ripetutamente minato dall’orientamento delle politiche statali verso i cittadini stranieri.

In alcuni anni, alle scuole è stato imposto di accettare tutti i bambini, indipendentemente dal fatto che avessero o meno documenti ufficiali. In altri, soprattutto di recente, le autorità hanno imposto severe restrizioni al diritto all’istruzione in base allo status di residenza delle famiglie. Anche la possibilità per i bambini afghani di studiare gratuitamente o di pagare tasse aggiuntive per “studenti stranieri” è variata arbitrariamente di anno in anno.

Dal 2006, il numero di studenti non iraniani nelle scuole iraniane è aumentato costantemente. Quest’anno, a seguito dell’espulsione di massa degli afghani dall’Iran, le iscrizioni degli studenti afghani sono diminuite di oltre il 50%. Il 4 novembre, il Ministero dell’Interno ha annunciato: “L’anno scorso, c’erano 700.000 studenti afghani nelle nostre scuole. Di questi, 280.000 hanno lasciato l’Iran e quest’anno solo circa 320.000 rimangono iscritti”.

Labirinto burocratico
A fine settembre, le autorità hanno modificato le regole di iscrizione all’istruzione per i bambini in possesso di cedolini del censimento. Se un genitore era in possesso di documenti di residenza validi, come una carta di rifugiato Amayesh, un passaporto familiare o un passaporto di residenza, poteva ottenere una lettera di segnalazione per il proprio figlio da un centro designato a Eslamshahr. La lettera di Mohammad era stata emessa in base a questa politica.

Confidando nella validità dell’annuncio di settembre, insistemmo, sostenendo che Mohammad aveva diritto all’iscrizione. Il funzionario ci disse di aspettare fuori mentre controllava la capienza della scuola. Trascorsero dieci minuti, poi venti, senza una parola. Finalmente, un uomo di grado superiore passò di lì, notò i nostri volti ansiosi e capì che l’impiegato ci stava deliberatamente ritardando. Prese la lettera di presentazione, firmò sul retro e scrisse:

“Al caro preside di [nome della scuola], la prego di iscrivere Mohammad … in sesta elementare.”

Il volto di Maryam si illuminò all’istante, cancellando la stanchezza che aveva provato fino a quel momento. Ci avviammo verso la scuola, speranzosi che questo lungo e umiliante processo potesse finalmente concludersi con successo.

Un certificato senza credibilità

Il preside non era a scuola, quindi siamo andati a trovare il segretario scolastico. Quando ha visto la lettera di presentazione e la nota scritta sul retro, ha chiesto i documenti di Maryam e poi ha ripetuto la stessa scusa che avevamo sentito in segreteria: “Non iscriviamo studenti con due tipi di documenti diversi”.

Maryam protestò: “Ci avevate detto che se avessimo portato una lettera di raccomandazione il problema sarebbe stato risolto”. L’impiegato rispose che la decisione spettava al preside. Chiedemmo quando sarebbe tornato. “Un’ora, due ore… forse non tornerà affatto”, fu la risposta.

Maryam e io ci siamo seduti sulle sedie nel corridoio e abbiamo iniziato a parlare. Le ho chiesto cosa le fosse successo durante gli ultimi mesi di turbolenze che i residenti afghani hanno sopportato in Iran. Lei ha risposto: “Eravamo terribilmente preoccupati di essere costretti a lasciare l’Iran. Ormai non ricordo quasi più l’Afghanistan. I miei figli sono nati qui e non l’hanno mai visto. Ogni volta che si presentava la possibilità di andarsene, Mohammad chiedeva se poteva andare a scuola lì. Gli abbiamo detto che la maggior parte delle scuole in Afghanistan sono religiose e che bisogna indossare un lungi e una camicia lunga. Lui diceva sempre che non voleva andarci”.

Suonò la campanella della ricreazione. Bambini bassi e irrequieti uscirono dalle aule e corsero in cortile a giocare. Tra loro notai due o tre bambini afghani. Dissi a Maryam che avevo notato quanto la scuola sembrasse vuota. Mi spiegò che era perché “quest’anno non hanno iscritto molti bambini afghani. Molti dei nostri connazionali vivono in questa zona di Teheran, quindi questa scuola aveva molti alunni afghani. Ma quest’anno non ne è stato iscritto quasi nessuno. Mohammad ha studiato in questa stessa scuola per cinque anni”.

Preoccupata per il probabile rifiuto del preside, Maryam si sentiva disperata: “Voglio dire loro che pulirò la vostra scuola gratis, accettate pure mio figlio”. Le dissi: “Non offrite niente del genere. Abbiamo una lettera ufficiale del Ministero degli Interni firmata da uno dei direttori dell’istruzione. Non dovete loro nulla. Pagheremo anche le tasse richieste”. Chiesi a Maryam di lasciarmi parlare se il preside fosse tornato a scuola.

Dopo un’ora o due di attesa, si è presentato il preside. Gli abbiamo mostrato la lettera di presentazione e i documenti e abbiamo sentito la stessa risposta data dal suo impiegato: “Non iscriviamo persone con documentazione mista. Mi dispiace”. Ho chiesto al preside: “Quindi la lettera del Ministero dell’Interno e la firma del signor X non hanno alcun significato?”

Lui rispose: “Rilasciano le loro autorizzazioni, ma poi un paio di giorni dopo vengono a fare delle ispezioni e mi criticano per aver iscritto un bambino con documenti incompleti o con una scheda del censimento; questo mi crea problemi. Solo lo scorso giugno, su 350 alunni afghani della mia scuola, a 330 è stata negata la pagella finale, nonostante fossero stati ufficialmente registrati”.

Ho detto: “Non si possono avere doppi standard. Il padre del ragazzo ha passato 10 giorni, dalle due del mattino alle due del pomeriggio, in fila a Eslamshahr per ottenere questo documento che ora dici non essere valido. Si è affidato a quello che hai detto. Per favore, permetti a Mohammad di completare il suo ultimo anno di scuola primaria nella stessa scuola dove ha già trascorso cinque anni. Perché è colpa del bambino se le diverse agenzie non riescono a concordare le proprie regole?”

[Trad. automatica]

Afghani deportati in Iran: non dimentichiamoli

Aiuti per gli afghani rimpatriati dall’Iran. Report della Missione Sanitaria Mobile

CISDA, Comunicato, 26 settembre 2025

Una delle associazioni afghane più accreditate nelle attività di soccorso umanitario, che CISDA sostiene da più di 20 anni, si è attivata per portare aiuto ai migranti afghani deportati forzatamente dall’Iran ed espulsi senza alcun giusto processo o considerazione umanitaria (vedi il nostro appello). Pubblichiamo una sintesi del Report della Missione Sanitaria Mobile che, per motivi di sicurezza, non può essere divulgato integralmente.

Il report evidenzia che la situazione al confine del Paese permane critica per il caldo estremo, la mancanza di acqua e riparo e l’assenza di servizi sanitari di base che creano alti rischi di epidemie di malattie infettive, malnutrizione e decessi.

Molti deportati erano originariamente fuggiti dall’Afghanistan a causa del crollo del precedente governo, del timore della persecuzione dei talebani o di gravi difficoltà economiche. Ora sono stati costretti a tornare senza nulla, spesso solo un cambio di vestiti e con il morale a pezzi.

Ripristinare dignità e speranza

Il Team Sanitario Mobile attivato era composto da 2 Medici (uomo e donna), 2 Infermieri (uomo e donna), 1 Ostetrica, 1 Consulente Nutrizionale e ha Fornito Servizi per 10 giorni a Islam Qala, e ha raggiunto 1.810 Persone: 685 Donne (≈%37,9), 675 Bambini (≈%37,3) e 450 Uomini (≈%24,9).

I servizi hanno incluso visite generali, trattamento di malattie comuni (diarrea, infezioni respiratorie, colpo di calore, problemi della pelle, ipertensione), consulenza per le donne (igiene mestruale, pianificazione familiare, anemia), visite pediatriche e sensibilizzazione nutrizionale. 17 pazienti (≈%0,9) sono state indirizzate all’Ospedale Pubblico Di Herat.

I generi di supporto sono stati così distribuiti:
• 298 donne hanno ricevuto kit igienici.
• 356 donne e bambini hanno ricevuto abiti (prodotti dai corsi di sartoria).
• 100 famiglie hanno ricevuto pacchi alimentari.

Questo intervento non solo ha ridotto malattie e sofferenze, ma ha anche contribuito a ripristinare dignità e speranza per le famiglie in crisi.

Le voci della sofferenza: alcune testimonianze

Shabnam – Una madre sull’orlo della disperazione
Shabnam, una madre di 25 anni, teneva in braccio il suo bambino febbricitante sotto il sole cocente. Ha detto: “Per due notti abbiamo dormito al confine. Niente medicine, niente dottori. Pensavo di perdere mio figlio.” Dopo aver ricevuto le cure, la febbre del bambino si è abbassata nel giro di poche ore. Con le lacrime agli occhi, Shabnam ha sussurrato: “Non dimenticherò mai che avete salvato la vita del mio bambino. Oggi, per la prima volta, sento di nuovo la speranza.”

Freshta – Una donna che lotta per la vita
Freshta, 30 anni, è entrata barcollando nella tenda, debole e pallida. Aveva avuto un aborto spontaneo e sanguinava copiosamente. Tremando ha detto:
“Pensavo che nessuno mi avrebbe aiutato qui. In Iran mi è stata negata l’assistenza ospedaliera. Temevo di morire.” La nostra ostetrica le ha immediatamente prestato le cure d’urgenza, ha stabilizzato le sue condizioni e l’ha indirizzata all’ospedale. Tenendo la mano dell’ostetrica, Freshta ha gridato: “Mi hai salvato. Mi hai trattato come un essere umano, non come un peso.”

Milad – Un bambino che voleva tornare a giocare
Milad, di dieci anni, è entrato con il braccio fasciato in modo rozzo. Suo padre ha spiegato:
“È caduto da un camion mentre tornava. Si è rotto il braccio, ma non avevamo soldi per un medico. Ha pianto tutta la notte per il dolore.” La nostra équipe ha stabilizzato il braccio di Milad e lo ha indirizzato a ulteriori cure. Mentre se ne andava, Milad ha sorriso e ha chiesto: “Ora non fa più così male. Pensi che possa tornare a giocare a calcio?” Quel piccolo sorriso è stata la più grande ricompensa per la nostra squadra.

Non dimentichiamoli

Le condizioni dei rifugiati deportati rimangono disastrose. I rifugiati sono entrati in Afghanistan con paura e spirito distrutto. Molti hanno riferito che i loro familiari sono stati arrestati dai talebani subito dopo l’arrivo e che i loro corpi sono stati successivamente restituiti privi di vita. Alcune famiglie non hanno informazioni sui loro cari.

Un tragico incidente stradale ha causato inoltre quasi 100 vittime accrescendo ulteriormente dolore e shock. Famiglie rimaste senza casa, senza reddito, costrette a lasciare l’Iran con nient’altro che un singolo cambio di vestiti.

L’Associazione conclude: “In mezzo a queste enormi difficoltà, con il supporto dei nostri fedeli partner – Frontline Women, CISDA e i sostenitori giapponesi – siamo riusciti ad alleviare in parte la sofferenza di molte persone e famiglie. Questo è stato incoraggiante e significativo per il team di assistenza.
Speriamo di mobilitare un maggiore supporto nel prossimo inverno e di garantire che queste famiglie non vengano dimenticate”.

CISDA ringrazia tutti coloro che hanno inviato e vogliono inviare fondi per sostenere le attività delle Associazioni in favore della popolazione afghana.

COORDINAMENTO ITALIANO SOSTEGNO DONNE AFGHANE ETS (C.I.S.D.A)
BANCA POPOLARE ETICA – Filiale di Milano
IBAN: IT74Y0501801600000011136660

sinistra ROJHILAT (Kurdistan “iraniano”): forse una nuova fase per il movimento Jin Jiyan Azadî

Brescia anticapitalista, 7 settembre 2025, di Gianni Sartori

Anche nel Kurdistan “iraniano” (Rojhilat) la questione curda rimane fondamentale per il Medio oriente. Tra condanne a morte e repressione, aspettative di nuove rivolte e politiche anti-sindacali

Sempre più intricato il groviglio medio-orientale e quello curdo in particolare.

Con lo smantellamento (preannunciato, effettivo, in corso…?) del PKK e la determinazione di FDS, YPG e YPJ nel nord est della Siria di NON consegnare le armi ai tagliagole di Damasco. Come ha detto chiaramente la esponente della Comunità delle Donne del Kurdistan (kjk) Çiğdem Doğu.
Spiegando come la Siria odierna si definisca “attraverso una molteplicità di etnie e religioni diverse” e sottolineando quanto sia “altrettanto distintivo il ruolo assunto dalle donne (…) con l’auto-organizzazione femminile”.

In riferimento poi a quanto avviene nelle regioni alawite e druse (“ripetuti massacri contro la popolazione e ripetute violenze sulle donne”) ha aggiunto che “solo pensare di imporre la resa delle armi alle forze democratiche siriane (Fds) significa semplicemente dire: venite a farvi sgozzare”. Non esiste infatti “alcuna garanzia di sopravvivenza”. Così come sarebbe “priva di senso l’idea dell’integrazione delle Fds nell’esercito siriano”. In quanto semplicemente “oggi non esiste un vero esercito siriano, ma soltanto varie gang. Gruppi sanguinari che conducono attacchi contro le diverse identità nazionali, etniche e religiose”.

Altro discorso (ma complementare) su quanto potrebbe avvenire in Rojhilat (Rojhilatê Kurdistanê, il Kurdistan orientale, sotto amministrazione iraniana).

Il Partito per la Vita Libera del Kurdistan (Partiya Jiyana Azad a Kurdistanê – Pjak; sorto nel 2004, attivo in Iran e allineato sui principi del Confederalismo democratico), ha diffuso un comunicato in cui si dichiara disponibile a sostenere l’apertura di una nuova fase della rivolta Jin Jiyan Azadî (Donna, Vita, Libertà) scoppiata nel 2022 dopo l’assassinio della ventiduenne curda Jina (Mahsa) Amini.

Precisando comunque che quella condotta da USA e Israele (in riferimento ai bombardamenti israeliani e statunitensi) è “una guerra di potere e interessi contrapposti, non una guerra di liberazione per i popoli e le nazioni”

“Solo una lotta popolare – proseguiva il comunicato del Pjak – può portare alla libertà in Iran: il popolo iraniano non deve essere costretto a scegliere tra la guerra e l’accettazione di un regime dittatoriale”.

Fermo restando che “la caduta della dittatura sarebbe motivo di celebrazione, in particolare per il popolo curdo. È anche un passo verso la partecipazione alla più ampia lotta contro la tirannia e per la costruzione di una società libera e democratica”.

In un contesto generale di inasprimento della repressione e dell’utilizzo di metodi brutali. Per l’Ong curda Hengaw già alla fine di luglio sarebbero state oltre 800 (ottocento !) le condanne a morte eseguite dall’inizio del 2025. Tra le vittime, oltre a una trentina di prigionieri politici, 22 donne e un minorenne. Colpendo soprattutto le minoranze (116 Curdi, 107 Lur, 92 Beluci, 82 Turchi, 46 Afgani).

Tra le condanne che potrebbero venir eseguite in qualsiasi momento, quella riconfermata in luglio di Sharifeh Mohammadi , femminista curda e militante di un sindacato legale. Nel luglio 2024 Condannata a morte per aver manifestato pubblicamente la sua opposizione alla tortura e all’uso sistematico delle esecuzioni capitali. Equiparandola prima a “propaganda contro lo Stato” e poi a “ribellione armata”.

In carcere dal 2023, ha subito maltrattamenti e torture (sia fisiche che psichiche per estorcerle confessioni), posta in isolamento per oltre tre mesi con la proibizione di visite e telefonate. Sulla drammatica vicenda in agosto è intervenuta l’Assemblea delle donne del partito filo-curdo Dem (Partito dell’uguaglianza e della democrazia del popolo) che ha definito Sharifeh Mohammadi “una militante che ha difeso i diritti delle donne e dei lavoratori”. Affermando di considerare “ogni attacco contro le donne, ovunque avvenga nel mondo, come un’attacco contro il nostro corpo”: Per cui “intensificheremo la nostra ribellione. Il regime fascista dei Mullà ha per l’ennesima volta commesso un crimine contro l’umanità e contro le donne per conservare il proprio potere dominato dagli uomini”.

Alla fine del mese scorso intanto giungevano altri dati allarmanti sulle condanne a morte eseguite nel Kurdistan “iraniano” (v. Rapporto mensile dell’organizzazione dei diritti umani del Kurdistan).

Sarebbero 28 (tra cui una donna) i curdi impiccati dal regime di Teheran in agosto. E almeno altrettanti venivano arrestati nel corso del mese.

Inoltre, stando al rapporto, le autorità giudiziarie iraniane avrebbero applicato pene arbitrarie condannando a 64 anni complessivi di carcere una dozzina di cittadini curdi per accuse “prive di fondamento giuridico”.

Mentre il capo del potere giudiziario iraniano, Hossein Mohseni Ejei, annunciava in conferenza stampa che oltre 2000 persone erano state arrestate nel corso del recente conflitto (durato una dozzina di giorni) tra Iran e Israele, la Rete dei diritti dell’uomo del Kurdistan, denunciava che dall’inizio dei bombardamenti israeliani le forze di sicurezza e i servizi segreti avevano arresto più di 335 militanti e cittadini curdi “senza mandato giudiziario”. In particolare nelle città di Ilam, Kermanshah (Kirmaşan), Urmia, Sanandaj (Sînê), Téhéran e Khorasan.

Sempre da un recente rapporto dell’ONG di difesa dei dei diritti umani Hengaw (del 30 agosto, Giornata internazionale delle vittime di sparizioni forzate) si ricava che “dal 1979 i prigionieri politici curdi sono diventati sistematicamente vittime di sparizioni forzate. Molti venivano fucilati per ordine di tribunali quantomeno improvvisati, spesso senza processo”.

Dall’arresto alla sepoltura in fosse comuni tenute poi segrete, i processi intentati diventavano di fatto propedeutici alla sparizione forzata.

Aggiungo – si parva licet – che nel Rojhilat anche le libertà sindacali e individuali rischiano di subire ulteriori restrizioni. Come viene confermato dalle sanzioni disciplinari imposte alla fine di agosto dal ministero dell’Educazione a 14 insegnanti (curdi e militanti sindacali).

Si tratta di Nasrin Karimi (in pensione forzata con retrocessione); Faysal Nouri (esilio per cinque anni – al confino – nella regione di Kermanshah); Majid Karimi (licenziamento con esclusione perenne dalla funzione pubblica); Ghiyas Nemati (licenziamento perenne dal Ministero dell’Educazione pubblica); Omid Shah-Mohammadi (licenziamento perenne dalla funzione pubblica); Salah Haji-Mirzaei (sospensione dall’insegnamento); Leyla Zarei (sollevata dal ruolo di vice-presidente della scuola e in pensione forzata con retrocessione); Shahram Karimi (sospensione di sei mesi); Loghman Allah-Moradi (sospensione di un anno); Soleyman Abdi (pensione forzata con retrocessione); Hiwa Ghoreishi, Parviz Ahsani e Kaveh Mohammadzadeh (licenziamento dal ministero dell’educazione).

Più un altro insegnante curdo – di cui per ragioni di sicurezza non viene fornita l’identità – ugualmente licenziato.

Vicenda forse minore nel contesto generale, ma comunque indicativa.

Iran, il grande esodo dei rifugiati afghani

L’Iran espelle milioni di rifugiati verso un Paese in ginocchio, senza risorse e aiuti. Intersos: arrivano in un Paese che non conoscono più, un trauma anche culturale

Francesca Mannocchi, La Stampa, 1 settembre 2025

A.R. è il primo a scendere dal camioncino che ha trasportato la sua famiglia da Islam Qala, sul confine tra Afghanistan e Iran, a Herat. È il primo a scendere e il più anziano, viaggia con la moglie, tre dei suoi quattro figli e i nipoti. Uno dei figli è rimasto in un centro medico di confine con la moglie che stava per partorire e non avrebbe potuto affrontare altre ore di viaggio. Si erano tutti trasferiti in Iran quattro anni fa, dopo la caduta di Kabul. Hanno cercato un lavoro, un alloggio, e ricominciato una vita lontani da casa. Una vita da esuli.

Una vita faticosa e piena di restrizioni, ma tollerabile. Almeno fino a giugno, quando è scoppiata la guerra tra Israele e Iran. Da allora, dice A.R., i pericoli e i divieti, la paura e gli abusi, sono diventati intollerabili. Non potevano camminare liberamente, non riuscivano a trovare un pezzo di pane per i bambini. Non riuscivano a trovare un ospedale dove far partorire le donne.

Un giorno degli uomini hanno bussato alla sua porta, lo hanno bendato e portato in una caserma, non saprebbe dire dove né se la base militare fosse ufficiale o meno, quello che sa è che le persone che lo hanno prelevato lo hanno accusato di essere una spia del Mossad, i servizi segreti israeliani, e che gli hanno detto di pagare o andare via, perché per gli afgani nel Paese non c’era più posto. Lui ha negato, dopo tre giorni è riuscito a tornare dalla sua famiglia e ha detto loro che era arrivato il momento di tornare in Afghanistan.

E così hanno lasciato tutto e sono partiti di nuovo, percorrendo la strada in direzione inversa a quattro anni fa. A.R. sa che la sua famiglia in Afghanistan non ha futuro. Se ne avessero avuto uno, dice, quattro anni fa non sarebbero fuggiti.

Oggi hanno un terreno a Laghman ma non hanno una casa, hanno braccia per lavorare ma non hanno lavoro, hanno bocche da sfamare ma non hanno cibo.

Due milioni di ritorno dall’Iran

Al valico di frontiera di Islam Qala oggi arrivano dalle cinque alle seimila persone al giorno, a giugno ne arrivavano anche trentamila. Le organizzazioni umanitarie stimano che con le nuove limitazioni e le nuove scadenze imposte dall’Iran, nei prossimi mesi altre cinquecentomila persone potrebbero riversarsi qui. La sabbia e la polvere coprono tutto, le persone e i carretti che trascinano. Arrivano donne, uomini, bambini, in uno spazio troppo affollato per le esigenze sanitarie a cui deve far fronte. Gli operatori umanitari di Intersos dicono che i sistemi sanitari locali non sono attrezzati per gestire situazione e che è necessario un intervento strutturale per far fronte alla crisi dei fondi per gli aiuti destinati all’Afghanistan.

Il governo talebano de facto, riconosciuto solo dalla Russia come governo legittimo dell’Afghanistan, è alle prese con il collasso economico e una crisi umanitaria aggravata dalle sanzioni occidentali e dai tagli draconiani agli aiuti decisi dall’amministrazione Trump a febbraio di quest’anno.

«Assistiamo a una vera e propria emergenza, con milioni di persone che arrivano bisognose di cure sanitarie, sia fisiche che psicologiche, e di supporto economico per poter accedere a beni essenziali come cibo, acqua e alloggio – dice una operatrice umanitaria di Intersos – Molti di loro tornano in un Paese che non conoscono e oltre all’impatto della fuga e degli sfollamenti devono far fronte a uno choc culturale. È fondamentale intervenire tempestivamente, offrendo anche supporto per il recupero della documentazione e per l’accesso a servizi vitali».

Secondo i dati delle Nazioni Unite, quasi due milioni di afgani sono scappati o sono stati deportati dall’Iran da gennaio, dopo la stretta del governo sui rifugiati ritenuti irregolari. Mezzo milione di persone ha attraversato il confine soltanto a giugno, in concomitanza con la guerra tra Israele e Iran. Numeri giganteschi, che rendono quella in corso al confine di Islam-Qala una delle peggiori crisi di sfollati dell’ultimo decennio.

La presenza di afgani in Iran è antica, per quarant’anni il Paese ha offerto riparo a milioni di persone che scappavano dalle continue guerre e dalla povertà, tanto che la diaspora afgana ha raggiunto numeri impressionanti. Secondo le istituzioni iraniane, il Paese ospita dai 4 ai 6 milioni di persone, la stragrande maggioranza dei quali proviene dall’Afghanistan. Numeri che rendono l’Iran il paese che ospita il maggior numero di rifugiati al mondo.

Dopo l’occupazione sovietica dell’Afghanistan nel 1979, l’Iran aveva accolto milioni di afghani, concedendo loro lo status di rifugiato e dando quindi l’accesso ai servizi.

Ma dagli anni Novanta le politiche sono cambiate e la solidarietà si è trasformata in contenimento. Le frontiere che erano aperte sono state chiuse e i servizi limitati.

Limitati i luoghi in cui potevano vivere (10 province su 31) e anche i lavori che potevano fare, solo quelli pesanti e poco qualificati, gli afgani da decenni hanno difficoltà a acquistare una tessera telefonica o ottenere documenti per regolarizzare la loro posizione nel Paese, il che rende quasi impossibile l’accesso all’istruzione o all’assistenza sanitaria.

Già a marzo il governo di Teheran aveva annunciato una stretta sui rifugiati, fissando per l’estate la scadenza per le “partenze volontarie”, ma dopo la guerra di giugno la repressione si è rafforzata, sono aumentati i posti di blocco, gli arresti, le espulsioni.

L’Iran si giustifica sostenendo che le nuove politiche siano una risposta alla crisi economica, acuita dalla guerra, e siccome nell’effetto domino delle crisi c’è sempre qualcuno a cui va attribuita la colpa, il capro espiatorio in questo caso sono stati i rifugiati afgani, accusati di approfittare degli aiuti, rubare il lavoro e in ogni caso non più benvenuti. Nelle due settimane successive al conflitto con Israele, sono state circa 700 le persone arrestate perché accusate di essere spie e sabotatori al soldo di Tel Aviv, proprio come A.R.

Oggi tornano in un Paese piegato dalla crisi economica, in cui non c’è lavoro, non ci sono case per tutti, non c’è assistenza sanitaria, in cui metà dei quaranta milioni di abitanti ha bisogno di sostegno economico e aiuti umanitari per sopravvivere. Un Paese uscito dai radar dell’attenzione globale e in cui gli appelli delle organizzazioni umanitarie per gli aiuti sono largamente sottofinanziati: quest’anno solo un quinto delle necessità umanitarie è stato finanziato.

Il transito verso un futuro incerto

S.R. ha 27 anni, è appena arrivato al centro di transito di Herat con sua moglie e il loro bambino. Ha 14 giorni. Quando hanno ricevuto il foglio di espulsione S.R. ha chiesto di poter aspettare che sua moglie partorisse, che passasse almeno un po’ di tempo dopo la nascita del bambino. Ma le istituzioni iraniane non ne hanno voluto sapere, così una settimana dopo la nascita di suo figlio i tre si sono messi in viaggio da Teheran, e sono arrivati prima al confine e poi a Herat.

Erano andati via non tanto per il ritorno dei talebani al potere, ma perché non avevano da mangiare, non avevano niente.

S.R. dice che era scappato perché troppe sere andava a dormire senza aver messo in bocca nemmeno un pezzo di pane, e che oggi tornano, non hanno cibo, ma hanno una bocca in più. Dice così «non ci interessano le regole che dovremo seguire, abbiamo tre stomaci vuoti e non abbiamo pane».

Quando arrivano al punto di transito, a Herat, i volti sono diversi, il viaggio dal confine a Herat ha reso tutti più consapevoli, tutti più preoccupati.

Passata la furia dell’attraversamento, le ore sotto i tendoni, le file per i primi documenti, il successivo punto di approdo è un centro di smistamento a Herat. La struttura può ospitare solo 700 persone al giorno, sono divise in tende, spazi per famiglie, o stanze con letti di ferro. Salvo casi eccezionali, gli afgani che arrivano qui possono restare una notte, il tempo di riposare, ricaricare i telefoni, ricevere una piccola somma di denaro che possa garantire loro lo spostamento dal centro e un eventuale ritorno nelle zone d’origine. Il resto è una storia che comincia da zero una volta varcata la soglia del cancello. Una volta tornati, molti si ritrovano in province prive anche dei servizi più basilari, costringendo migliaia di persone a trasferirsi in tendopoli improvvisate o insediamenti informali. Molti arrivano senza più documenti d’identità, rendendo ancora più difficile l’accesso agli aiuti.

È dopo che i rifugiati hanno varcato la soglia del centro di transito che si sente di più la carenza di assistenza, lì che serve più aiuto, è che Intersos, supportata dai finanziamenti dell’Unione Europea, opera con le cliniche mobili fornendo assistenza sanitaria, sia per la malnutrizione che per le donne incinte, sia come supporto per la protezione umanitaria che per quello psicologico.

Molte delle bambine e giovani donne che arrivano al valico di frontiera non hanno mai messo piede in Afghanistan, figlie di rifugiati delle guerre di decenni fa, nate in Iran, oggi tornano in un Paese che non conoscono, e che non hanno mai visto.

Indossano scarpe da ginnastica, i jeans stretti, le camicie alla moda.

Le bambine hanno ciocche di capelli colorate, i brillantini sulle magliette, le madri insegnano loro a indossare l’hijab, le bambine ridono, scherzano, ballano trascinando i veli, ancora inconsapevoli delle regole che dovranno rispettare.

A.R. è originario di Mazar-i-Sharif, ha lasciato l’Afghanistan con i suoi genitori quando era bambino. Prima Mashdad, poi Teheran. Ha iniziato a studiare lì, poi ha lasciato la scuola perché i suoi genitori avevano bisogno che lavorasse e ha cominciato a lavorare come carpentiere.

A Teharan ha conosciuto sua moglie S., anche la sua famiglia è di origine afgana ma lei del Paese non ha praticamente ricordi. S. ha una lunga treccia che le cade sulla spalla, e che il velo copre a malapena, una camicia chiara le copre il ventre e le gambe su cui è seduto il loro bambino di un anno e mezzo. In Iran aveva molta libertà, camminava da sola, lavorava come sarta per aiutare A.R. a pagare l’affitto della stanza in cui vivevano.

Oggi ad attenderla ci sono le regole dell’Emirato Islamico. Non potrà più passeggiare sola, né lavorare. A.R. dice che nessuno dei due aveva scelta, e che questo rientro rappresenta la fine della vita, sia per lui che per sua moglie, che è pronto a rinunciare al suo futuro, perché non aveva alternative, ma che non può rassegnarsi al fatto che i suoi figli non lo abbiano i suoi figli.

In Afghanistan almeno 79 persone sono morte nello scontro tra un camion e un autobus che trasportava afghani espulsi dall’Iran

il Post, 20 agosto 2025

Nella provincia di Herat, nell’ovest dell’Afghanistan, un autobus, che trasportava persone afghane che di recente erano state espulse dall’Iran, si è scontrato con un camion, causando la morte di almeno 79 persone, tra cui 17 bambini. Nell’incidente l’autobus si è incendiato perché il camion trasportava carburante, ed è stato coinvolto anche un terzo veicolo (una moto). Gli incidenti automobilistici in Afghanistan sono frequenti anche per via delle cattive condizioni delle strade dopo i vent’anni di guerra tra il regime talebano e gli Stati Uniti, conclusa nel 2021 col ritiro statunitense e il ritorno al potere dei talebani.

Dall’inizio dell’anno l’Iran ha espulso circa un milione e mezzo di persone afghane che vivevano nel paese. Le espulsioni sono diventate più frequenti, massicce e aggressive dopo la guerra fra Israele e Iran di giugno: il regime iraniano infatti sostiene che fra le persone afghane ci siano spie pagate dai servizi segreti israeliani. L’obiettivo iraniano è raggiungere i due milioni di espulsioni entro la fine dell’anno. Sono numeri enormi, che si aggiungono agli oltre 800mila cittadini afghani spinti o costretti a lasciare il Pakistan dall’ottobre del 2023.