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Tag: Jihad

Torna la morte dal cielo

Enrico Campofreda dal suo Blog 25 novembre 2025

La quiete dopo vent’anni di tempesta che aveva caratterizzato il primo biennio del secondo Emirato afghano, fino più o meno all’inverno 2023, ha definitivamente ceduto il passo a nuovi venti di guerra. Per chi abita sul confine orientale afghano e occidentale pakistano riappaiono tensione e morte. Stanotte, violando un cessate il fuoco stabilito nelle scorse settimane grazie alla mediazione di Qatar e Turchia, l’aviazione pakistana ha bombardato il distretto di Gurbuz, uccidendo nove bambini in un’abitazione di Khost. Squassate dal cielo anche altre abitazioni nelle province di Kunar e Paktika che registrano feriti. La risposta del portavoce talebano da Kabul è stata perentoria: dopo l’ennesima ostilità contro i civili le forze dell’Emirato reagiranno. Reagiranno come? In un’ottica militare la partita è improponibile. I talebani afghani non hanno né aviazione né un esercito degno di questo nome. Negli anni della resistenza anti Nato la loro forza s’è basata sulla guerriglia locale e urbana e sull’infiltrazione nell’esercito che gli Stati Uniti avevano predisposto durante i governi collaborazionisti di Karzai e Ghani. Opporsi a un gigante militare come il Pakistan risulta difficile anche alla ciclopica India, figurarsi cosa pensano le stellette d’Islamabad dei vicini in turbante. Poco meno che profughi, come i milioni ammassati nell’area di Peshawar. Però quei vicini, quegli ex mujaheddin risultano formidabili combattenti territoriali e in tutto il periodo della guerra civile afghana negli anni Novanta e del successivo ventennio di occupazione Nato, i governi e le Forze armate pakistane provavano a influenzare il disastrato territorio di confine senza riuscirci, al di là di qualche attentato magari organizzato dall’agenzia Inter Services Intelligence che tornava comodo agli stessi taliban.

In genere è accaduto il contrario: talune zone pakistane abitate da gruppi tribali che si rapportano ai talebani hanno rappresentato porti franchi e nascondigli per miliziani del jihad. Questa è l’accusa che apertamente da più d’un anno il governo guidato da Sharif in connubio col super generale Munir lancia all’Emirato: voi ospitate e proteggete quei nuclei fondamentalisti (Tehreek-i Taliban, Jamat-ul Ahrar) che seminano autobombe nelle metropoli pakistane. L’ultima esplosione è di tre settimane fa a Islamabad e voi siete corresponsabili. Un’accusa non accertata risponde Kabul, sebbene ciascuna parte sa che quando si parla dei confini citati non c’è limitazione che tenga, perché è la stessa popolazione frontaliera ad attraversarli in continuazione per i propri traffici mercantili. E’ stato provato che in varie circostanze i nuclei di attentatori camuffano le trasmigrazioni bombarole con sembianze mercantili. Per la politica interna di Islamabad, recentemente suffragata da una svolta ancora più favorevole alle Forze Armate attraverso una modifica costituzionale, è in gioco la credibilità del proprio potere. Visto che gli agguati dei TTP si ripetono con frequenza, fra domenica e lunedì è stata attaccata una caserma di polizia a Peshawar. Così avere un nemico esterno su cui convogliare l’adesione patriottica della propria gente è un salvagente per la leadership del partito di governo Lega Musulmana-N. Meno favorevole diventa la linea degli avversari diffusi e crearsene sui confini orientali (India) e occidentali (Afghanistan) come sta facendo Shahbaz Sharif diventa una tattica nient’affatto vantaggiosa. Gli stessi rappresentanti della riconciliazione locale sono preoccupati: l’afghano-statunitense Khalilzad che traghettò il passaggio all’attuale regime di Kabul ha dichiarato che non è possibile tornare a uccidere i civili in un territorio martoriato da cinquant’anni di conflitti.

Siria ultimo sangue

Enrico Campofreda dal Blog 12 marzo 2025

Prevale la penna ma rispunta il fucile. L’ultima settimana della Siria di al-Sharaa è stata un intreccio di futuro e passato che ha portato il governo islamista di Damasco a proseguire la via dell’annunciata ricomposizione del Paese con la mano tesa e il pugno duro. Durissimo. L’accordo firmato direttamente dal presidente ad interim col responsabile delle milizie siriano-democratiche, il kurdo Mazlum Kobane e quello stipulato con la comunità drusa, tengono fede al passo promesso tre mesi fa dall’ex leader del gruppo Tahrir al-Sham quando entrava nei palazzi che furono degli Asad. Ricomporre una nazione che è multi etnica e multi confessionale per poterla rilanciare in un quadro di sicurezza e pacificazione interna. Questo quadro beato e fiducioso stride coi tre giorni di fuoco e sangue vissuti sulla costa occidentale fra Latakia e Tartus. I morti, anche civili, superano il migliaio, appartengono a famiglie alawite bersaglio dei reparti dell’attuale governo che avrebbe così vendicato l’assalto di giovedì scorso a un ‘nucleo di sicurezza’ da parte di presunti rivoltosi. Questi ribelli altro non sono che appartenenti al regime di Bashar che, come ha dichiarato in un’intervista a La Repubblica, il vicario apostolico di Aleppo Hanna Jallouf, rispondevano a un tentativo di colpo di mano di Maher Asad. Dall’Iraq l’intransigente fratello dirigeva un complotto di ciò che resta d’un esercito dissolto. Volponi come il generale Dallah sapevano cosa fare, questa è la tesi, creare un ‘Comitato per la liberazione della Siria’ nei luoghi dove risiede la comunità alawita fedele agli Asad. Vera o ipotetica questa panoramica ha avuto il tragico epilogo di tre giorni di repressione violenta abbattutasi su chi c’entrava e chi no. Accuse agli armati di al-Sharaa riferiscono di esecuzioni a sangue freddo di donne e minori, una carneficina. Ma come negli anni della “macelleria” ogni parte sottolinea quel che gli interessa. E dunque gli attuali ribelli (che fino a novembre erano lealisti) avevano sequestrato una pattuglia e sgozzato gli appartenenti cavandogli gli occhi.

Quindi la furia reattiva. A far stragi non c’erano solo i manipoli di al-Sharaa ma jihadisti uiguri tuttora presenti sul territorio. Nel parapiglia, fra le ronde sanguinarie son finiti anche cristiani ch’erano per via, un lago di sangue che non fa bene al presunto desiderio di riconciliazione. Come placare in quei luoghi l’odio plurimillenario fra sunniti e alawiti è un’incognita enorme. Il cambio di regime quasi senza colpo ferire del dicembre scorso aveva dell’irreale; certo tutto avveniva nel cimitero diffuso che in quattordici anni aveva sotterrato mezzo milione di cadaveri. E dopo tanta morte stupisce come l’istinto sanguinario persista. Ma c’è chi sostiene che questi giorni siano stati un colpo di coda proprio di quegli elementi del clan Asad che osservano il Paese solo con gli occhi assetati della guerra. Girano notizie che adesso anche Maher sia riparato in Russia. E sulla Siria che al-Sharaa, abbandonata a suo dire la jihad, vuole rasserenare riportando in patria la diaspora dei concittadini, cercando fondi per una vita normale arricchita di strade, case, scuole, ospedali per tutti, kurdi, drusi e alawiti compresi, pesa l’ombra di chi fomentava i conflitti. Pesi massimi e medi, globali e regionali. Perciò serviranno nuovi tavoli dove dibattere e concordare accordi. Se i buoni uffici verso i drusi del sud-ovest piacciono a Israele che s’era già elevato a loro paladino, avanzando oltremodo sulle alture del Golan occupato da decenni, l’autonomia del nord-est pattuita coi kurdi siriano-democratici può scontentare il governo turco. Ankara sui confini meridionali non vuole reparti armati, ora che con Öcalan si parla di addio alle armi, le misure dovranno essere diverse. Il rebus per un al-Sharaa in giacca e cravatta è assai più complicato dei giorni della mimetica che molti suoi fedelissimi non vogliono dismettere.