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Tag: Jihad

Da Medusa Al Rojava: Lo Stato Che Teme I Capelli Intrecciati

jineoloji Esra Bilen (Jin Dergi) 11 febbraio 2026

“Non abbiamo forse abbastanza ragioni per avvolgerci in tutti i toni della rivolta, per intrecciarci e ancorarci nella resistenza ribelle?”
Camisha L. Jones

Negli ultimi giorni, è circolato un video che mostrava un uomo collegato ai gruppi jihadisti in Siria. Nel video, l’uomo esibisce sui social media i capelli tagliati di una combattente uccisa, come un trofeo di guerra. Con tono beffardo, mostra i capelli e suggerisce che “solo questo” rimane della donna. Dopo la diffusione di queste immagini, donne in varie parti del mondo hanno iniziato a pubblicare brevi video in cui intrecciano i propri capelli.

In un momento in cui si dibatte su un rinnovato riconoscimento dei curdi sulla base della cittadinanza paritaria, ci si sarebbe aspettati che la legge — invece di funzionare per 100 anni come randello contro i curdi — identificasse il responsabile del crimine di guerra secondo standard universali. Invece, sono state avviate indagini contro le donne che hanno condiviso i video in cui si intrecciavano i capelli. Sono seguiti arresti, perquisizioni domiciliari, obblighi giudiziari e sospensioni dei dipendenti del settore pubblico. Mentre non esiste alcuna conferma di procedimenti contro la persona che ha esibito i capelli intrecciati come bottino, rendendo pubblica questa umiliazione. La storia centenaria si ripete — chi degrada i curdi e i loro valori rimane invisibile. Le donne che hanno resistito con la disobbedienza civile vengono punite. Questa situazione non è un conflitto giuridico, ma una sentenza. Le donne vedono attraverso questa sentenza e continuano a far crescere la loro disobbedienza civile.

Nella mitologia, simboli come le corde, i nodi, gli intrecci e la tessitura sono considerati principi rituali dell’ordine che contrastano la disintegrazione del mondo. Di fronte al caos, alla disintegrazione o alla morte, non c’è la legge, ma il rituale. Il rituale non comanda, si ripete — e in questo rituale il mondo esiste solo finché è connesso. Che i capelli intrecciati di una combattente vengano tagliati e presentati come trofeo non è quindi una crudeltà arbitraria. È, in senso mitologico, un atto di distruzione dell’ordine; la dichiarazione che il legame della donna con il mondo è stato reciso. L’intreccio dei capelli tra donne può essere inteso come un contro-rituale — significa ripristinare il legame violentemente reciso dal taglio dei capelli. L’intreccio dei capelli può essere usato come prova di un crimine? La risposta breve è, no. La risposta lunga è, non solo è completamente insensato collegare l’intreccio dei capelli — uno dei rituali più antichi dell’umanità — a un’“organizzazione terroristica”, ma non esiste nemmeno una spiegazione legale per l’affermazione secondo cui tale azione innesca sentimenti di odio nelle persone che potrebbero portare alla violenza.

Al contrario, queste azioni sono una forma pacifica di protesta contro l’aggressione mostrata dai gruppi jihadisti verso le donne curde. Pertanto, è fuori discussione che intrecciare i capelli costituisca un crimine e rientri nel diritto alla libertà di espressione. Per accusare le donne che intrecciano i capelli di propaganda per un’“organizzazione terroristica”, la loro forma di espressione dovrebbe suscitare un odio cieco che inciti le persone alla violenza. Ma va notato che gli atti di bande violente che gettano i corpi di combattenti femminili da edifici incompiuti, o strappano i cuori di giovani curdi imprigionati, non sono considerati crimini — mentre l’intreccio dei capelli delle donne sì. Che lo Stato tenti di definire questa pratica come “propaganda” non deriva da una disposizione giuridica, ma da una paura storica innescata dall’intreccio simbolico dei capelli. Questa paura non è un riflesso protettivo temporaneo. È un ricordo traumatico che si è radicato nel pensiero dello Stato dominato dagli uomini, e trasmesso di generazione in generazione.

La mitologia rivela questo ricordo fin dall’inizio. Il racconto di Medusa è uno degli esempi più chiari. La storia di Medusa non è una semplice favola di mostri successivamente inserita nel pantheon greco. Si può anche leggere la storia di Medusa come un tentativo di sopprimere una “donna delle montagne” (con radici che risalgono ai Medi e ai Persiani). In questa lettura, Medusa non è una Gorgone, ma una principessa con radici medo-persiane, una donna delle montagne. Quando l’ordine divino maschile non riesce a gestire questa figura, viene prima esclusa dal centro, poi imprigionata nel tempio, e infine punita attraverso il suo corpo. Cioè, Medusa viene tenuta prigioniera nel tempio dell’ordine sacro dominato dagli uomini, e lì viene attaccata dal dio. Sebbene l’attacco sia diretto contro di lei, la giustizia viene capovolta e il corpo di Medusa viene punito con le trecce che si trasformano in serpenti. La maledizione si manifesta quindi nei suoi capelli.

La treccia è un’espressione del legame delle donne con il mondo, con la loro memoria e la loro permanenza, e proprio per questo motivo l’intreccio è codificato come una minaccia. L’antico legame con la vita, con la terra e con l’oltretomba, viene marchiato come “mostruoso”.

 

“Il potere patriarcale non riesce a gestire la donna disobbediente, e cerca di denigrarla e demonizzarla per rimuoverla dalla circolazione. Che Medusa, dopo l’assalto di un dio, incontri non giustizia ma dannazione, rivela il trauma fondante della supremazia maschile — il patriarcato può governare il corpo e la volontà femminile, che non riesce a controllare a livello mentale, ma solo attraverso la demonizzazione.”

La criminalizzazione odierna delle trecce è un’espressione contemporanea di questa antica paura dello Stato dominato dagli uomini. Lo Stato qui non sta combattendo un crimine, ma sta cercando di rendere di nuovo invisibile qualcosa con cui non è mai riuscito a fare i conti storicamente, perché la reazione delle donne di intrecciare i capelli è un movimento che rovescia la maledizione di Medusa. Il rifiuto dell’attribuzione di mostruosità significa continuare a creare significato da ciò che dovrebbe ispirare paura. Pertanto, gli eventi odierni non sono repressione temporanea, ma segni di una rottura più grande.

Mentre lo Stato sacro combatte contro i capelli intrecciati, e per dimostrare il suo “potere” arresta donne che intrecciano i capelli, le donne continuano semplicemente con questa azione. Lo fanno perché stanno rivendicando il diritto di creare significato. Ciò non riflette la società dello spettacolo, né è una politica di simboli. La pratica di non accettare questa umiliazione è l’insistenza nel mantenere vivo il ricordo. Quando la legge viene utilizzata per sopprimere questa decisione, la legge si indebolisce; il rituale diventa più forte. Tutte le donne che oggi vengono punite lo sanno. Questa azione continua a crescere. Perché, nonostante nel corso della storia si sia cercato di vietare e punire le azioni fisiche e rituali delle donne, queste non sono scomparse, ma si sono diffuse in ambiti in cui il potere non può intervenire. Prendere di mira la treccia non è quindi una questione di sicurezza, ma una manifestazione di una crisi di legittimità. Qui lo Stato non sta prevedendo un crimine, sta ammettendo di aver perso il controllo del significato. È interessante notare che perfino le bande sanguinarie non spaventano lo Stato Sacro tanto quanto milioni di donne. La logica sembra essere: “Loro possono essere i nostri vicini, ma non lasciamo che nessuna donna intrecci i capelli nelle nostre vicinanze”.

Questo riflesso e questa paura non sono una reazione storica estranea alle donne. Nella caccia alle streghe il crimine non veniva giudicato in base all’atto in sé, ma in base alla persona. Oggi funziona una logica simile: il vero problema non è cosa sia l’intrecciare i capelli, ma il fatto che altre possano farlo. La ripetibilità è sempre stata una minaccia per il potere. Ma la storia mostra che la lotta delle donne non scompare quando viene repressa, ma si diffonde in ambiti più ampi. Con questo rituale, migliaia di donne continuano a tessere il significato e la vita della combattente i cui capelli sono stati tagliati, e continueranno a farlo.

Tratto dalla poesia “My Hair Starts the Revolution” di Camisha L. Jones.

L’articolo è apparso originariamente in turco, vedi:
https://jindergi.com/yazi/medusadan-rojavaya-sac-orgusunden-korkan-devlet/

Il rischio della ricomparsa di ISIS è reale? Cosa dà forza alla gente del Rojava per resistere contro di esso?

retejin.com 24 gennaio 2026

Resistere ad ISIS
Abbiamo visto le immagini della bandiera dell’ISIS di nuovo sventolare sulla città di Raqqa. Ma quanto è reale il rischio che l’ISIS ritorni, dopo gli attacchi alla rivoluzione del Rojava? Che le donne vengano di nuovo vendute per strada e brutalizzate secondo una visione distorta dell’Islam? Avverranno di nuovo attacchi come quelli al Bataclan, a Nizzao a Bruxelles?
Per capirlo è necessario vedere chi sono gli attori in gioco: tra di essi, chi è Ahmed al-Sharaa, attuale capo del governo provvisorio di Damasco?
Ahmed al-Sharaa, nom de guerre al-Jolani
Nato nel 1982, in una famiglia laica borghese, abbraccia il fondamentalismo islamico intorno all’anno 2000. Nel 2003 combatte come membro di al-Qaeda in Iraq; nel 2006 viene arrestato e detenuto in diverse prigioni in Iraq, incluse Abu Ghraib e Camp Bucca. Quest’ultima è talvolta definita “accademia della jihad”, perché in essa si sono formati molti dei leader dell’ISIS. Nel 2011 viene rilasciato e incaricato da al-Qaeda di costruire il ramo siriano dell’organizzazione: nasce così nel 2012 al-Nusra, di cui diventa emiro generale con il nome di battaglia
al-Jolani. Negli anni immediatamente successivi una delle forze con cui si scontra è quella delle YPG-YPJ; particolarmente feroce è stata la battaglia di Serekaniye del 2012-2013.
Nel 2015 al-Jolani rifiuta di unirsi all’ISIS, rimanendo fedele alla linea di al-Qaeda. Nel 2017 fonda HTS che, oltre ad al-Nusra, include altri gruppi jihadisti; ne diventa leader e occupa la provincia di Idlib, nel nord-ovest della Siria, dove stabilisce il Governo della salvezza, braccio governativo di HTS. Qui l’autoritarismo è pervasivo: arresti arbitrari, prigioni segrete, esecuzioni pubbliche, discriminazione religiosa (in particolare contro drusi e cristiani) e soppressione dei diritti delle donne. Viene applicata la Sharia in modo selettivo, mentre si costruisce una facciata di moderazione attraverso attività di sensibilizzazione pubblica, apparizioni sui media e dichiarazioni di non ostilità verso l’Occidente. Nell’ottobre 2022 HTS si espande nell’area di Afrin, convivendo con il suo alleato Esercito Nazionale Siriano (SNA), già presente sul territorio. Durante tutto questo periodo la Turchia ha continuato a intrattenere rapporti commerciali con HTS e a consentirne i movimenti in diverse zone. Il 27 novembre 2024 HTS ha avviato una campagna militare che lo ha portato a prendere il controllo di Damasco l’8 dicembre 2024.
Molti elementi del nuovo governo avevano avuto incarichi in al-Nusra o nel cosiddetto Governo della salvezza, si erano macchiati di crimini di guerra o avevano compiuto femminicidi. Nella costituzione approvata, la Sharia costituisce la base dell’ordinamento ed è utilizzata come pretesto per applicare norme contrarie ai diritti delle donne. Le leggi sul matrimonio rimangono sotto l’autorità religiosa e non laica; non esiste alcuna norma che garantisca la presenza delle donne nei ruoli decisionali. La denominazione “Repubblica araba siriana” resta in vigore, l’arabo è l’unica lingua ufficiale e solo un musulmano può essere capo dello Stato. Al-Jolani ha indossato giacca e cravatta, ma resta lo stesso jihadista misogino.
Una volta al governo, non ha mancato di usare violenza contro gruppi di diversa fede. A marzo, gruppi jihadisti guidati da HTS e fazioni sostenute dalla Turchia hanno colpito la comunità alawita nella regione costiera, causando oltre 1.600 morti civili, incendi di villaggi, sfollamenti di massa e rapimenti di donne, con chiari moventi di intolleranza religiosa. Da fine aprile hanno attaccato anche la comunità drusa nelle aree di Damasco rurale e di As-Suwayda, con bombardamenti, saccheggi, distruzione di luoghi sacri e oltre 130 vittime.
Le donne sono bersagli specifici: decine di alawite sono state rapite e fatte sparire, in uno schema che richiama le violenze sistematiche commesse dall’ISIS contro le donne yazide. Queste pratiche confermano una violenza settaria basata su un fondamentalismo religioso pseudo-islamico che, con gli ultimi attacchi, si è nuovamente riversato nei territori del NES.
ISIS dopo la sconfitta del califfato
Nel 2019 il territorio fisicamente sotto controllo dell’ISIS è stato liberato definitivamente dalle YPG-YPJ-SDF nella battaglia di Baghouz. Dopo questo, però, diverse cellule dell’ISIS hanno continuato a resistere nascoste; un’altra parte è confluita all’interno di HTS, guidato da Ahmed al-Sharaa, che all’epoca si stava rafforzando a Idlib, nel cosiddetto “governo della salvezza”. Altri ancora, alcune decine di migliaia, sono state arrestati dalle YPG-YPJ-SDF e, quando sono iniziati gli attacchi, si trovavano ancora nelle prigioni del Nord ed Est della Siria – NES. Nel 2025 si stimava che nelle prigioni del NES fossero detenuti circa 10.000 jihadisti, tra cui 2.000 stranieri. Poiché gli Stati di provenienza si rifiutavano di rimpatriarli, la loro gestione ha rappresentato per anni un peso enorme per l’amministrazione autonoma, non solo economico e logistico ma soprattutto in termini di sicurezza. Un esempio emblematico è la battaglia della prigione di Hasakah del 2022. Qui erano detenuti circa 4.000 jihadisti. La struttura fu attaccata da 100-300 membri di cellule dormienti dell’ISIS; nella difesa morirono 121 persone, tra civili, membri delle YPJ-SDF e personale carcerario. Si stima che alcune decine, forse centinaia, di detenuti riuscirono a fuggire.
Un discorso a parte meritano i campi di detenzione, come al-Hol e Roj. Nel campo di al-Hol nel 2025 si stimavano circa 27.000 persone, in gran parte donne che educavano i figli secondo l’ideologia del califfato. Nonostante le operazioni militari, l’ISIS continuava a organizzarsi all’interno del campo; periodicamente venivano liberate donne yazide ridotte in schiavitù e ancora nascoste tra le detenute. Il campo di Roj, più piccolo, ospitava circa 2.100 donne legate all’ISIS con i loro figli; tra questi vi sono oggi una cinquantina di giovani uomini tra i 18 e i 20 anni.
Impatto degli ultimi attacchi
Dal 6 di gennaio 2025 le bande jihadiste di nuovo stanno attaccando il nord e l’est della Siria, partendo da Aleppo e proseguendo nel loro massacro verso Kobane (che in questo momento si trova isolato e sotto assedio), Hassakeh e la zona est.
Diverse testimonianze riportano la presenza di combattenti dell’ISIS tra le bande che hanno attaccato Aleppo e il Nord ed Est della Siria. Combattenti feriti hanno dichiarato, al rientro: “stavamo combattendo contro l’ISIS”. Immagini mostrano insegne dell’ISIS tra i combattenti; in alcuni video i comandanti parlano di “seguire gli ordini dell’emiro”, utilizzando un linguaggio tipicamente jihadista più che militare-statale. Gli episodi di violenza misogina non sono mancati: il corpo di una combattente YPJ caduta è stato gettato dal terzo piano di un edificio, mentre la treccia mozzata di un’altra combattente è stata mostrata con sprezzante orgoglio da uno jihadista.
Negli anni 2014-2019 sappiamo che il supporto fornito dalla Turchia ad ISIS non è stato irrilevante: sostegno economico, logistico e cure ai feriti. Oggi dinamiche simili si ripetono: droni turchi bombardano per supportare le bande jihadiste, e immagini mostrano combattenti che innalzano la bandiera turca.
Uno degli obiettivi principali di questi gruppi sono le prigioni che detengono membri dell’ISIS. Dalla prigione di Shaddadi sono usciti circa 1.500 jihadisti; la prigione di Raqqa è ad alto rischio; quella di Hasakah è la più popolosa e la sua caduta comporterebbe la liberazione di migliaia di detenuti. Le recinzioni del campo di al-Hol sono state aperte e chi vi si trovava è uscito. Sono stati identificati almeno sei siti da cui combattenti dell’ISIS sono fuggiti, mentre online l’organizzazione inneggia alle evasioni. La prigione di Raqqa, al-Aqtan, con i suoi circa 2.000 membri dell’ISIS si trova ora nelle mani di HTS; un gruppo di YPJ-SDF ha resistito quasi una settimana senza cibo né acqua per difenderla, circondato dalle bande jihadiste. Se prima la comunità internazionale lasciava il NES solo nella gestione dei detenuti dell’ISIS, oggi chiude gli occhi mentre questi vengono liberati.
In questo momento Kobane è sotto assedio. Kobane, che segnò il momento in cui ISIS cominciò a cadere, oggi è di nuovo attaccata da forze che non sono poi così diverse da quelle del 2014. Nesrin Abdella, proprio a Kobane, ha dichiarato, parlando del nemico al fronte: “Posseggono tutti i tipi di armi pesanti e in particolare armi turche. (…) E questo è stato fatto con l’avanguardia di ISIS. Sono componenti di ISIS che, in maniera molto aperta, indossano la bandiera e i simboli di ISIS e come membri di ISIS attaccano.” La popolazione resiste a tutti i livelli; tutte e tutti prendono parte alla difesa.
Ma cosa c’è a Kobane, cosa c’è nel Rojava, che permette di resistere in questo modo? Cosa dà la forza alla popolazione, alle mamme, agli anziani, di prendere le armi e decidere di restare a difendere la propria terra? Perché, nella guerra di Aleppo se un comandante come Heval Ziyad dichiara di non andarsene per difendere la sua città e infine dona tutto quel che ha, inclusa la sua vita, per difendere quella terra, poi a centinaia decidono di fare lo stesso? Perché se il Rojava viene attaccato è tutto il Kurdistan che abbatte i muri e confini e accorre nella mobilitazione generale in solidarietà? Cosa fa sì che se uno jihadista si mostra con la treccia mozzata di una ragazza in mano, poi a migliaia di ragazze si intreccino i capelli?
Per cosa lottiamo
Quello che vediamo qui è uno scontro tra due idee, tra due modi di vivere, tra due sistemi di valori. Da una parte c’è quella visione della società violenta e frammentata, impregnata di sopraffazione e sottomissione, in cui le donne vengono vendute, vengono valutate in base a quanti figli possono fare nascere, vengono rese schiave come oggetti sessuali, umiliate, violentate, distrutte nell’intimo. Questo, in Siria, viene fatto in nome di una visione distorta dell’Islam, ma in altri luoghi del mondo prende i nomi e le forme più diverse. Quello che viene preso di mira dal sistema che mira a dividere, controllare e sottomettere la società è appunto questa società che attorno alla donna si è costruita, sono i valori e l’etica di cui essa è fonte, come la madre è fonte di vita per i propri figli e figlie. Il paradigma su cui si basa la Rivoluzione del Rojava è stato formulato da Abdullah Öcalan e mira a costruire una società democratica ed ecologica basata sulla liberazione delle donne.
Quando parliamo di una società democratica, intendiamo una società in grado di auto-amministrarsi (e quindi di soddisfare i propri bisogni materiali e spirituali) senza la necessità di uno Stato. Per fare ciò, crediamo che una società debba essere politica ed etica: una società politica è in grado di discutere i propri bisogni, prendere decisioni su come trovare soluzioni e mettere quelle decisioni in pratica; una società etica è quella che è in grado di vivere secondo i valori creati dalle precedenti decisioni politiche. In altre parole, l’etica è la memoria politica
della società. Una società ecologica è quella che è in grado di vedere le proprie radici nella natura, di sentire che la propria esistenza è intrecciata con la vita dell’ambiente circostante e di agire di conseguenza. Per creare questo tipo di società, crediamo che sia necessario basarla sulla libertà delle donne: crediamo che l’attuale sistema patriarcale-statale sia storicamente basato sulla schiavitù delle donne.
Vogliamo spiegare meglio quest’ultimo concetto. La storia può essere compresa come la coesistenza di due sistemi paralleli. Il primo era basato sulla raccolta in armonia con la natura, sulla cura e sulla costruzione della comunità necessaria per crescere i figli. Il secondo si basava sulla caccia, l’inganno, la violenza, e alla fine ha portato allo Stato. Semplificando e senza entrare nei dettagli, identifichiamo il primo sistema e i suoi valori con il femminile e la madre-dea, e il secondo con il maschile e lo stato-dio. Per affermarsi, il sistema patriarcale-statale ha dovuto sopprimere il sistema della madre-dea e trasformare le donne in proprietà — fisicamente, socialmente e psicologicamente. L’oppressione delle donne, della natura e della società da parte delle élite dominanti sono intrinsecamente legate. Ridurre le donne in schiavitù o trasformarle in merci è stata una condizione per la consolidazione del patriarcato. Sono state create caste e classi per dividere ciò che le donne un tempo univano intorno a sé. Pertanto, liberare le donne significa anche liberare la società e permettere all’umanità di superare il sistema patriarcale di oppressione. Per questa ragione, al centro del sistema nel nord e nell’est della Siria troviamo l’organizzazione autonoma delle donne. In tutti i campi, a tutti i livelli, le donne sono organizzate autonomamente, con la possibilità di veto sulle istituzioni miste.
Il modo in cui la popolazione è organizzata in Rojava si basa sui principi della nazione democratica. La nazione democratica è definita da Öcalan come: “Un modello di nazione che può derivare dalla nazione culturale, ma che tiene a freno ed esclude sfruttamento e oppressione, è di sicuro riconduibile alla nazione democratica. Una nazione democratica è la più vicina ai concetti libertà e uguaglianza. In accordo con questa definizione, possiamo affermare che si tratta del modello di nazione ideale per le comunità che lottano al fine di ottenere libertà e uguaglianza.” Una nazione democratica è il modo in cui una nazione si organizza senza diventare uno Stato. La base fondamentale su cui si fonda questa organizzazione sono le comuni, composte da alcune centinaia di famiglie di vicini, che risolvono i propri bisogni. Nelle comuni ci sono diverse commissioni, come economia, salute, autodifesa, arte e cultura, educazione, riconciliazione (per risolvere i conflitti nella società) e così via. Due persone, un uomo e una donna, sono responsabili della comune: questo sistema è chiamato sistema di co-presidenza, e la copresidente donna rappresenta la volontà delle donne organizzate. Da 10 a 20 comuni vengono poi organizzate in consigli di quartiere, assemblee cittadine, provinciali, di cantone e della Siria del nord e dell’est (NES). Tutti i comitati delle comune sono organizzati nello stesso modo, con delegati che vanno al livello successivo. Naturalmente, parallelo a questo sistema, esiste il sistema autonomo delle donne. Nella nazione democratica, tutti i componenti del tessuto sociale possono trovare il loro posto, vivendo liberamente la loro cultura, lingua e tradizioni (quando non vanno contro l’etica, per esempio quando tali tradizioni non opprimono le donne).
È contro questo che al-Jolani, ISIS e la Turchia stanno combattendo, è di questo che hanno paura: la libertà delle donne e la democrazia che essa porta sono ciò che loro non sopportano. Ed è anche questa democrazia che stiamo difendendo nel lottare contro il sistema che rende la società schiava, nel lottare contro la misoginia e il patriarcato. Questa lotta è importante da un lato perché la diffusione di ISIS, HTS e delle bande jihadiste renderebbe tutto il mondo (non solo il Rojava) un posto peggiore in cui vivere, ma anche perché le idee e le pratiche del Rojava stesso renderebbero questo mondo invece un posto migliore in cui vivere.

 

Torna la morte dal cielo

Enrico Campofreda dal suo Blog 25 novembre 2025

La quiete dopo vent’anni di tempesta che aveva caratterizzato il primo biennio del secondo Emirato afghano, fino più o meno all’inverno 2023, ha definitivamente ceduto il passo a nuovi venti di guerra. Per chi abita sul confine orientale afghano e occidentale pakistano riappaiono tensione e morte. Stanotte, violando un cessate il fuoco stabilito nelle scorse settimane grazie alla mediazione di Qatar e Turchia, l’aviazione pakistana ha bombardato il distretto di Gurbuz, uccidendo nove bambini in un’abitazione di Khost. Squassate dal cielo anche altre abitazioni nelle province di Kunar e Paktika che registrano feriti. La risposta del portavoce talebano da Kabul è stata perentoria: dopo l’ennesima ostilità contro i civili le forze dell’Emirato reagiranno. Reagiranno come? In un’ottica militare la partita è improponibile. I talebani afghani non hanno né aviazione né un esercito degno di questo nome. Negli anni della resistenza anti Nato la loro forza s’è basata sulla guerriglia locale e urbana e sull’infiltrazione nell’esercito che gli Stati Uniti avevano predisposto durante i governi collaborazionisti di Karzai e Ghani. Opporsi a un gigante militare come il Pakistan risulta difficile anche alla ciclopica India, figurarsi cosa pensano le stellette d’Islamabad dei vicini in turbante. Poco meno che profughi, come i milioni ammassati nell’area di Peshawar. Però quei vicini, quegli ex mujaheddin risultano formidabili combattenti territoriali e in tutto il periodo della guerra civile afghana negli anni Novanta e del successivo ventennio di occupazione Nato, i governi e le Forze armate pakistane provavano a influenzare il disastrato territorio di confine senza riuscirci, al di là di qualche attentato magari organizzato dall’agenzia Inter Services Intelligence che tornava comodo agli stessi taliban.

In genere è accaduto il contrario: talune zone pakistane abitate da gruppi tribali che si rapportano ai talebani hanno rappresentato porti franchi e nascondigli per miliziani del jihad. Questa è l’accusa che apertamente da più d’un anno il governo guidato da Sharif in connubio col super generale Munir lancia all’Emirato: voi ospitate e proteggete quei nuclei fondamentalisti (Tehreek-i Taliban, Jamat-ul Ahrar) che seminano autobombe nelle metropoli pakistane. L’ultima esplosione è di tre settimane fa a Islamabad e voi siete corresponsabili. Un’accusa non accertata risponde Kabul, sebbene ciascuna parte sa che quando si parla dei confini citati non c’è limitazione che tenga, perché è la stessa popolazione frontaliera ad attraversarli in continuazione per i propri traffici mercantili. E’ stato provato che in varie circostanze i nuclei di attentatori camuffano le trasmigrazioni bombarole con sembianze mercantili. Per la politica interna di Islamabad, recentemente suffragata da una svolta ancora più favorevole alle Forze Armate attraverso una modifica costituzionale, è in gioco la credibilità del proprio potere. Visto che gli agguati dei TTP si ripetono con frequenza, fra domenica e lunedì è stata attaccata una caserma di polizia a Peshawar. Così avere un nemico esterno su cui convogliare l’adesione patriottica della propria gente è un salvagente per la leadership del partito di governo Lega Musulmana-N. Meno favorevole diventa la linea degli avversari diffusi e crearsene sui confini orientali (India) e occidentali (Afghanistan) come sta facendo Shahbaz Sharif diventa una tattica nient’affatto vantaggiosa. Gli stessi rappresentanti della riconciliazione locale sono preoccupati: l’afghano-statunitense Khalilzad che traghettò il passaggio all’attuale regime di Kabul ha dichiarato che non è possibile tornare a uccidere i civili in un territorio martoriato da cinquant’anni di conflitti.

Siria ultimo sangue

Enrico Campofreda dal Blog 12 marzo 2025

Prevale la penna ma rispunta il fucile. L’ultima settimana della Siria di al-Sharaa è stata un intreccio di futuro e passato che ha portato il governo islamista di Damasco a proseguire la via dell’annunciata ricomposizione del Paese con la mano tesa e il pugno duro. Durissimo. L’accordo firmato direttamente dal presidente ad interim col responsabile delle milizie siriano-democratiche, il kurdo Mazlum Kobane e quello stipulato con la comunità drusa, tengono fede al passo promesso tre mesi fa dall’ex leader del gruppo Tahrir al-Sham quando entrava nei palazzi che furono degli Asad. Ricomporre una nazione che è multi etnica e multi confessionale per poterla rilanciare in un quadro di sicurezza e pacificazione interna. Questo quadro beato e fiducioso stride coi tre giorni di fuoco e sangue vissuti sulla costa occidentale fra Latakia e Tartus. I morti, anche civili, superano il migliaio, appartengono a famiglie alawite bersaglio dei reparti dell’attuale governo che avrebbe così vendicato l’assalto di giovedì scorso a un ‘nucleo di sicurezza’ da parte di presunti rivoltosi. Questi ribelli altro non sono che appartenenti al regime di Bashar che, come ha dichiarato in un’intervista a La Repubblica, il vicario apostolico di Aleppo Hanna Jallouf, rispondevano a un tentativo di colpo di mano di Maher Asad. Dall’Iraq l’intransigente fratello dirigeva un complotto di ciò che resta d’un esercito dissolto. Volponi come il generale Dallah sapevano cosa fare, questa è la tesi, creare un ‘Comitato per la liberazione della Siria’ nei luoghi dove risiede la comunità alawita fedele agli Asad. Vera o ipotetica questa panoramica ha avuto il tragico epilogo di tre giorni di repressione violenta abbattutasi su chi c’entrava e chi no. Accuse agli armati di al-Sharaa riferiscono di esecuzioni a sangue freddo di donne e minori, una carneficina. Ma come negli anni della “macelleria” ogni parte sottolinea quel che gli interessa. E dunque gli attuali ribelli (che fino a novembre erano lealisti) avevano sequestrato una pattuglia e sgozzato gli appartenenti cavandogli gli occhi.

Quindi la furia reattiva. A far stragi non c’erano solo i manipoli di al-Sharaa ma jihadisti uiguri tuttora presenti sul territorio. Nel parapiglia, fra le ronde sanguinarie son finiti anche cristiani ch’erano per via, un lago di sangue che non fa bene al presunto desiderio di riconciliazione. Come placare in quei luoghi l’odio plurimillenario fra sunniti e alawiti è un’incognita enorme. Il cambio di regime quasi senza colpo ferire del dicembre scorso aveva dell’irreale; certo tutto avveniva nel cimitero diffuso che in quattordici anni aveva sotterrato mezzo milione di cadaveri. E dopo tanta morte stupisce come l’istinto sanguinario persista. Ma c’è chi sostiene che questi giorni siano stati un colpo di coda proprio di quegli elementi del clan Asad che osservano il Paese solo con gli occhi assetati della guerra. Girano notizie che adesso anche Maher sia riparato in Russia. E sulla Siria che al-Sharaa, abbandonata a suo dire la jihad, vuole rasserenare riportando in patria la diaspora dei concittadini, cercando fondi per una vita normale arricchita di strade, case, scuole, ospedali per tutti, kurdi, drusi e alawiti compresi, pesa l’ombra di chi fomentava i conflitti. Pesi massimi e medi, globali e regionali. Perciò serviranno nuovi tavoli dove dibattere e concordare accordi. Se i buoni uffici verso i drusi del sud-ovest piacciono a Israele che s’era già elevato a loro paladino, avanzando oltremodo sulle alture del Golan occupato da decenni, l’autonomia del nord-est pattuita coi kurdi siriano-democratici può scontentare il governo turco. Ankara sui confini meridionali non vuole reparti armati, ora che con Öcalan si parla di addio alle armi, le misure dovranno essere diverse. Il rebus per un al-Sharaa in giacca e cravatta è assai più complicato dei giorni della mimetica che molti suoi fedelissimi non vogliono dismettere.