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Tag: Öcalan

GIORNATA MONDIALE D’AZIONE: Siamo tutte YPJ – 31 maggio 2026

Women Defend Rojava, 13 maggio 2026
Le conquiste del movimento delle donne nella Siria del Nord e dell’Est sono sotto attacco: le difenderemo con una giornata mondiale d’azione il 31 maggio 2026!

Il 29 gennaio è stato raggiunto un accordo tra il governo di transizione siriano e l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell’Est e da allora gli attacchi militari contro le conquiste del movimento femminista sono cessati, almeno per il momento. Gli attacchi a livello politico e sociale tuttavia continuano. Nei negoziati in corso con il governo di transizione, la società – e in particolare le donne – continua a difendere le conquiste della rivoluzione – i diritti delle donne, la loro partecipazione politica e sociale, nonché la diversità sociale – contro la posizione islamista e misogina del governo di transizione.

Le unità autonome di autodifesa YPJ incarnano questi risultati già solo con la loro esistenza e le loro azioni. Per questo motivo, il governo di transizione siriano si oppone alla loro ulteriore esistenza e alla loro integrazione nell’esercito siriano.

Negli ultimi dieci anni, le YPJ hanno dimostrato, attraverso le loro lotte, i loro sacrifici e le loro vittorie, che le donne hanno il potere di difendere se stesse e la propria società. Hanno combattuto con successo contro le forze jihadiste come l’ISIS e la loro ideologia misogina. Hanno sensibilizzato l’opinione pubblica e rafforzato la fiducia all’interno della propria società, dimostrando che le donne sono la forza più potente in ambito militare, politico e sociale quando si tratta di costruire strutture democratiche. In tempo di guerra non solo hanno rispettato principi etici e morali ma hanno anche stabilito dei modelli di riferimento in materia di etica e giustizia nella loro società.

In questo modo sono state un modello per molte donne in Kurdistan e in Medio Oriente, ispirandole a lottare con tenacia per la liberazione delle donne, confidando nella propria forza, nella propria consapevolezza, nella propria istruzione e nella propria organizzazione. Le YPJ dimostrano che le donne di tutto il mondo hanno la capacità e il diritto di difendersi insieme, proteggendo così il proprio Paese, il proprio popolo e la propria società.

Le YPJ hanno ribadito il loro impegno a garantire il futuro di una Siria democratica e libera, nonché a proteggere le donne. Dichiariamo di essere al fianco delle YPJ nella loro lotta e nelle loro rivendicazioni. In occasione della nostra giornata mondiale di mobilitazione del 31 maggio, faremo in modo che queste rivendicazioni trovino eco in tutto il mondo: le YPJ devono essere integrate nell’esercito siriano come unità a tutela delle donne e dei valori democratici!

Partecipate alla nostra giornata di mobilitazione mondiale del 31 maggio con azioni di protesta creative e diverse tra loro! Diffondete le conquiste, la lotta e le rivendicazioni delle YPJ! Invitate altre organizzazioni e compagn* ad aderire alla campagna e alla giornata di mobilitazione mondiale!

Viva le YPJ, simbolo di dignità e lotta! Siamo tutte YPJ! L’autodifesa è un nostro diritto naturale!

La campagna «Siamo tutte YPJ! L’autodifesa è un diritto naturale» è stata lanciata da una Piattaforma Comune dei Movimenti e delle Organizzazioni delle Donne del Rojava e della Siria, tra cui Kongra Star. Maggiori informazioni sulla campagna e materiale sulle conquiste e sulle lotte delle YPJ sono disponibili sul sito web di Kongra Star e qui.

Abdullah Öcalan: È nelle nostre mani trasformare quest’anno in un anno di vera libertà per tutti i popoli

uikionlus.org 21 marzo 2026

In occasione del Newroz, il capodanno curdo, il leader curdo Abdullah Öcalan ha inviato un messaggio ai festeggiamenti ad Amed (Diyarbakır). Il messaggio, letto da Veysi Aktaş, ex prigioniero politico sull’isola di İmralı, recita quanto segue: “L’epopea del Newroz è stata celebrata per millenni dai popoli del Medio Oriente come festa di resurrezione, resistenza e primavera. Il Newroz ha ravvivato lo spirito di resistenza e ispirato la rinascita dei nostri popoli.”
I simboli e le figure del Newroz riflettono lo spirito di questa regione. Dehaq è il simbolo di un sistema statale. I serpenti sulle sue spalle, che divorano il cervello di due giovani ogni giorno, incarnano la brutalità dello stato assiro, mentre Kawa il fabbro rappresenta la resistenza contro l’oppressione.

Le guerre religiose, settarie e culturali che da mille anni infuriano in Medio Oriente rappresentano il colpo più duro inferto alla cultura della convivenza tra i suoi popoli. Ogni identità e ogni credo, nel tentativo di affermarsi, si chiude in se stessa e demonizza le altre, non fa che approfondire la frattura tra i nostri popoli. I nostri valori e la nostra cultura condivisi vengono ignorati e le nostre differenze trasformate in pretesto di guerra.

L’odierna insistenza nel perpetuare politiche obsolete nella regione ha portato al disastro. Le divisioni create da politiche di repressione, negazione e ostilità, soprattutto in Medio Oriente, vengono utilizzate come pretesti per interventi imperialisti. Mentre in Europa tre secoli di guerre religiose e settarie si sono conclusi con la Pace di Vestfalia del 1648, in Medio Oriente il protrarsi di questi conflitti ha causato profonde tragedie per i nostri popoli.

Ma possiamo permettere che culture e credenze coesistano di nuovo. È in nostro potere trasformare la guerra e il caos che si stanno creando in Medio Oriente in una fonte di libertà per i popoli. Possiamo invertire la rotta delle tragedie che ci stanno colpendo e creare un clima di libertà. Oggi, le pagine nascoste della storia vengono alla luce e cresce la possibilità di pace tra i popoli e di costruzione di nazioni democratiche. Superando le tradizioni statali sunnite e sciite, nonché quelle nazionaliste, la libera convivenza tra i popoli diventa realtà.

Oggi si apre un nuovo capitolo. Si è spalancata la strada affinché i popoli di questa regione possano convivere liberamente. Il processo che abbiamo avviato il 27 febbraio 2025 mira a ravvivare i fondamenti dell’unità nel rispetto dello spirito di Newroz.

Affinché ciò accada, dobbiamo credere che culture e credenze possano coesistere, che possiamo trascendere le ristrette ideologie nazionaliste e unirci sulla base dell’integrazione democratica, e che possiamo esistere insieme. Come nella nostra storia, dobbiamo comprendere che, oggi, possiamo superare ogni forma di guerra, povertà e barbarie. Il Newroz 2026 rappresenta l’aggiornamento di questa storia in tutto il suo splendore. La storia si dispiega nel presente, offrendo l’opportunità di raggiungere una consapevolezza basata su una vera identità culturale. Il significato e la forza del Newroz stanno emergendo come una forza determinante del momento presente. Le celebrazioni del Newroz di quest’anno, e quelle degli anni a venire, rivestono un’importanza storica.

Il Newroz del 2026 rinasce dalle proprie radici. Si afferma nel presente e compie un passo decisivo verso l’integrazione democratica: diventa il Newroz stesso. Come già accaduto in passato, il Newroz sta vivendo una rinascita affermando la propria influenza nel cuore del Medio Oriente. Torna a svolgere un ruolo di simbolo di integrazione democratica in tutta la regione. Questo processo di rinascita è già in atto e continuerà a svilupparsi.

Finora il Newroz è stato celebrato con valori simbolici. Oggi il Newroz non rappresenta un sogno o un’utopia, ma una vita comunitaria reale e in via di sviluppo. Newroz è il giorno in cui realizziamo noi stessi, sia mentalmente che fisicamente. Al Newroz, purifichiamoci dalle relazioni e dai significati inadeguati che ci affliggono costantemente e abbracciamo la vita attraverso relazioni autentiche, una profonda consapevolezza, una nuova etica della libertà e una nuova estetica della comprensione.

Mettiamo in pratica la filosofia di “Jin, Jîyan, Azadî” in tutte le nostre relazioni e raggiungiamo una vita libera. Comprendiamo che Newroz non è più semplicemente un momento di speranze, sogni o teorie, ma un momento di realizzazione. Rispondiamo a questo momento di realizzazione con piena comprensione e profonda consapevolezza.

In occasione del Newroz, è nelle nostre mani trasformare quest’anno in un anno di vera libertà per tutti i popoli del Medio Oriente e consolidare la tradizione di amicizia e solidarietà tra i popoli. Ciò si può realizzare ponendo fine alle divisioni etniche e religiose e ai conflitti fratricidi, e garantendo l’unità di tutte le culture e credenze religiose sulla base della libertà e della fratellanza.

In risposta al massiccio collasso sociale ed ecologico creato dalla modernità capitalista, abbiamo sviluppato la soluzione della modernità democratica, basata sulla politica democratica, sui principi ecologici e sulla liberazione delle donne, il tutto radicato nello spirito della libertà del Newroz.

Non permettiamo che il Medio Oriente, culla di diverse culture, si trasformi in un campo di battaglia per mano di potenze egemoniche. Oggi, come in passato, possiamo superare insieme gli ostacoli che impediscono a questa grande cultura di esprimersi liberamente e di integrarsi sulla base della sua vera identità. Non c’è ostacolo che non possiamo superare se ci lasciamo alle spalle le malattie del nazionalismo e del settarismo e abbracciamo invece la millenaria cultura di solidarietà tra i nostri popoli.

Con un tale spirito di unità, è possibile realizzare una politica democratica. Se vogliamo coronare la millenaria lotta degli oppressi, il luogo in cui farlo non è l’ambiente capitalista dell’Oriente o dell’Occidente, ma l’ambiente autenticamente libero del Medio Oriente. In queste terre, possiamo rinnovare l’integrazione democratica attraverso un autentico incontro e sulle fondamenta di una nuova umanità, fratellanza, solidarietà e amicizia.

Porgo i miei migliori auguri al nostro popolo per l’Eid al-Fitr, e spero che sia un’occasione di pace e fratellanza.Il Newroz del 2026 viene celebrato, per la prima volta, dai nostri popoli con lo spirito di un processo continuo di integrazione democratica, nonché di pace e fratellanza. Abbraccio con tutto il cuore questo spirito e la volontà che esso racchiude. Spero che il Newroz, che quest’anno è diventato veramente degno di essere celebrato come un “Nuovo Giorno”, apra la strada a una marcia gloriosa negli anni a venire. Auguro la pace a tutti i nostri popoli. Vi saluto tutti con amore.

Abdullah ÖCALAN carcere di Imrali 21 marzo 2026

 

Öcalan invia una lettera al movimento delle donne curde: il soggetto fondatore della società è la donna

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Uiki Onlus, 8 marzo 2026

In occasione della Giornata internazionale della donna, l’8 marzo, il leader curdo incarcerato Abdullah Öcalan ha rivolto un messaggio dettagliato al movimento femminile curdo. Nella dichiarazione, pubblicata dal coordinamento del Partito delle donne libere del Kurdistan (Partiya Azadiya Jinên Kurdistanê, PAJK), ha sottolineato il ruolo storico delle donne come soggetto fondante della società e ha chiesto una più forte organizzazione politica all’interno del movimento femminile.

La lettera di Öcalan recita quanto segue:

Ognuno ha una visione soggettiva delle donne, una passione, una maledizione. O una cecità. Se dobbiamo parlare di qualcosa di divino in questo mondo, mi sembra più corretto, persino necessario, che sia di origine femminile. Ciò che mi stupisce è che l’uomo abbia sconsideratamente utilizzato il suo intero monopolio di conoscenza e potere per schiavizzare le donne.

Il fatto che egli abbia consumato le donne spiritualmente e fisicamente a tal punto senza riconoscere alcuna regola etica o politica mi impone la necessità di comprenderlo come la questione filosofica più fondamentale. C’è una necessità più grande di quanto si creda di una filosofia, di una filosofia scientifica, e persino di un approfondimento dello studio della religione e della mitologia per far luce su questo tema. E con ciò, diventa necessario rivelare la vera etica ed estetica umana, la costruzione della sfera politica e quindi l’istituzionalizzazione della società democratica, rendendola l’oggetto fondamentale della sociologia e quindi della gineologia. Vorrei rispondere alla nota affermazione di Karl Marx: “Nulla di ciò che è umano mi è estraneo”, con le parole: “L’essere umano in quanto donna mi interessa ancora di più”.

Il fatto che il cosiddetto socialismo reale scientifico guardasse alle donne con tale cecità non è stata solo una delle ragioni più importanti del suo crollo, ma anche la prova di quanto profondamente si fosse radicato il concetto di schiavitù dell’uomo.

Mentre cercavamo modi per superare il socialismo reale, un criterio fondamentale divenne per me decisivo: essere socialisti può nascere solo dall’instaurazione di un autentico rapporto di libertà con le donne. Inoltre, diventare veramente umani e staccarsi dalla mera naturalità del regno animale è possibile solo sulla base di un rapporto con le donne fondato su uguaglianza, libertà e principi etici ed estetici.

Sistema di omicidio sociale basato sulle caste

Nel mio ultimo manifesto volevo esprimere che all’origine di quello che chiamo il sistema di omicidio sociale basato sulle caste c’è la distruzione dell’anima delle donne, mentre la modernità capitalista ha ridotto i loro corpi a una condizione peggiore di quella di un cadavere.

Sapete bene che le donne dicono spesso: “Mi avete portato via l’anima e il corpo”. Questa espressione ha un profondo significato storico ed è da tempo parte di un’espressione collettiva dell’esperienza. Un’altra conclusione centrale del mio manifesto riguarda la necessità di ridefinire la sociologia. A mio avviso, la sociologia non può essere definita una scienza della società in senso stretto. Questo perché la società, in quanto seconda natura, possiede una dimensione di significato derivante dalla sua infinita relazionalità che non può essere colta come oggetto di indagine scientifica.

Certi aspetti possono essere effettivamente esaminati scientificamente, come la base economica sottolineata da Karl Marx e Friedrich Engels, la struttura sociale nel senso descritto da Max Weber, o le strutture identitarie e normative analizzate da Émile Durkheim. Tuttavia l’ampio “mondo di significato” della natura sociale non può essere catturato appieno in questo modo. Anche se lo si affronta analiticamente, il risultato può piuttosto essere inteso come una pratica etico-estetica, come un’arte della convivenza politica e sociale. Con questo non mi riferisco certo alla presunta “arte” e gli anni a venire saranno densi di significato e vi condurranno a salpare verso l’amore e l’affetto. Con rispettosi saluti, prodotta dalla modernità capitalista all’interno della sua industria culturale, che in realtà assomiglia più a un mattatoio culturale.

Dal sistema sociale materno al patriarcato

In base alla tesi marxista secondo cui “la storia è una storia di lotte di classe”, sono giunto a un’altra definizione: tutta la storia, compreso il periodo precedente alla scrittura, può essere intesa come una tensione tra comune e stato emersa dalla divisione delle strutture originarie dei clan.

Il fenomeno della comunalizzazione, il cui esame e spiegazione approfonditi richiederebbero un’analisi approfondita, si sviluppò essenzialmente come una forma di società matriarcale. I reperti archeologici indicano che – favorito principalmente da fattori geografici e da una flora e una fauna adatte – si sviluppò lungo l’asse Zagros-Taurus e risale a circa 50.000-30.000 anni fa. Anche le scoperte di quel periodo, che includono numerose statuette femminili ma nessuna statua maschile, indicano questa realtà.

Fino al Neolitico, questa società materna accumulò un notevole sviluppo culturale e sociale, in particolare nei campi della lingua e delle culture vegetali e animali. Fino alle soglie della società sedentaria, l’ordine culturale dominante rimase chiaramente incentrato sulle donne. Un’indicazione di ciò si può trovare, ad esempio, nell’elemento femminile della radice di molte lingue e nella cultura Ma.

In una fase successiva, tuttavia, la “banda” maschile, che aveva acquisito sempre maggiore esperienza e potere nell’uccisione degli animali, ottenne l’accesso a questa ricchezza sociale.

Dalla caccia agli animali, alla fine si rivoltò contro il mondo femminile stesso. In primo luogo, uccise i parenti maschi – soprattutto zii e adolescenti maschi – che erano sotto la protezione delle donne, appropriandosi delle loro risorse sociali. In seguito, soggiogò e rese schiave le donne. In sostanza, ciò significò la distruzione dell’anima femminile.

In questo modo emerse il “dio maschile”. La religione originaria della dea naturale lasciò il posto alla religione celeste del dio maschile. Gli sviluppi successivi possono essere facilmente rintracciati nella mitologia sumera e nella storia successiva delle religioni monoteiste. Il conflitto mitologico tra Enki e Inanna, così come le narrazioni dell’Epopea di Gilgamesh, riflettono questa trasformazione. Da allora fino ai giorni nostri, letteratura, politica e sociologia hanno essenzialmente espresso questa forma mascolinizzata ed egemonica dell’uomo.

Il “progetto donna” e la sua attuazione pratica

Ciò che mi stupisce è il fatto che per tutta la storia della civiltà abbiamo mantenuto, e persino insistito, su una struttura di coscienza e sentimento così cieca di fronte a una verità che in realtà avrebbe dovuto essere relativamente facile da riconoscere e comprendere.

È quindi responsabilità dell’analisi sociale, in particolare della gineologia e della sociologia, ma anche di un nuovo socialismo (un socialismo dopo il socialismo reale) e dell’arte, rendere visibile questa realtà, concettualizzarla teoricamente e inserirla nei processi di rinnovata trasformazione sociale.

Care compagne, quando ho detto che il mio “progetto femminile” poteva considerarsi sostanzialmente concluso, intendevo proprio questa elaborazione concettuale. Ma ora mi attende un enorme compito pratico: l’attuazione e la realizzazione di questa prospettiva nella vita sociale. Il crescente interesse e le numerose domande da parte di compagne e amiche mi spingono chiaramente verso nuove ricerche e riflessioni. Allo stesso tempo, è chiaro che il mio posto e le mie attuali condizioni non sono sufficienti, in termini di comunicazione, per rispondere adeguatamente a tutte queste domande.

Storicamente il soggetto fondatore della società è la donna

Il processo che stiamo vivendo è un processo in cui le donne possono assumere un ruolo ancora più attivo. La ricostruzione dell’ordine sociale sarà plasmata sotto la guida delle donne. Anche storicamente, le donne sono il soggetto fondante della società.

La socializzazione si forma attorno alle donne e attraverso le loro azioni. Questa è una realtà sociologica. Le donne possiedono un potenziale – sia in termini di consapevolezza della libertà che di livello di organizzazione – che consente loro di assumere un ruolo di primo piano nel processo di ricostruzione sociale.

Pertanto gli sforzi volti ad approfondire, mobilitare e attivare concretamente questo potenziale, trasformandolo da semplice capacità in reale efficacia, dovrebbero diventare la preoccupazione centrale delle organizzazioni femminili. L’attuale processo offre condizioni favorevoli affinché le donne possano liberarsi, contribuendo al contempo alla liberazione della società.

Organizzazione politica ed etica delle relazioni

La forza fondamentale di questo processo sono le donne. Pertanto è necessario che le donne politicizzino ulteriormente la propria esistenza e si considerino come soggetti politici autonomi. Invece di approcci puramente emotivi, sta acquisendo importanza una forma di divenire-donna in cui la dimensione politica assume sempre più importanza. Senza realtà politica, non è nemmeno possibile respirare. Questo è di grande importanza e credo fermamente che sarete all’altezza di questo compito.

La nostra linea ideologica di liberazione femminile è ben nota. Le donne hanno già raggiunto un livello considerevole in termini di libertà e organizzazione. Tuttavia, ciò che ora è necessario è un salto di qualità: dall’ideologia della liberazione femminile a una pratica politica di liberazione femminile. In effetti, un tale sviluppo è già osservabile in molti luoghi. Sono convinto che tra voi emergeranno leader politici forti.

Sapete che non vi ho mai abbandonato. Sono convinto che proprio in questo risieda l’espressione più realistica di quello che chiamo amore platonico in senso sociale.

La comprensione dell’amore da parte di un socialista e il suo atteggiamento nei confronti delle relazioni tra donne e uomini ne rivelano la personalità. Deve essere chiaro che il sentimento commercializzato come “amore” dal sistema di sterminio sociale basato sulle caste è organizzato in modo tale da garantire la continuazione della schiavitù delle donne.

L’idealizzazione di ciò che non può essere realizzato

Anche il concetto di “amore platonico” che utilizzo non deve essere frainteso. L’amore platonico significa l’idealizzazione di ciò che non può essere realizzato nella pratica. L’idealismo dell’amore platonico è più prezioso del realismo dell’amore pratico. Potete dirigere la vostra attenzione verso questo. Non dovreste orientare la vostra mente e il vostro cuore verso la realizzazione dell’amore pratico. Dovremmo scegliere l’amore platonico, perché la realizzazione dell’amore pratico è piena di insidie.

Infine vorrei sottolineare che considero i vostri sviluppi significativi e li considero un’“epoca di eroismo femminile”. Mi congratulo con voi per questo. Il vostro stile di vita eroico è profondamente etico ed estetico; rappresenta la risposta più forte del nostro tempo al sistema di omicidio sociale basato sulle caste. La questione centrale riguarda come possa essere plasmata una nuova vita umana. Senza raggiungere i veri segreti della vita attraverso le donne, non sarà possibile comprendere il linguaggio dell’universo.

A tutti voi, in particolare a voi, ma anche a tutti gli amici che sollevano domande, auguro che l’anno prossimo e gli anni a venire siano ricchi di significato e vi conducano a salpare verso l’amore e l’affetto. Con i miei rispettosi saluti.

 

Rojava sotto assedio. Biji biji resistenza curda!


Carla Gagliardini, Patria Indipendente, 28 gennaio 29026

Le promesse del presidente Al-Sharaa per una Siria democratica e inclusiva sono già state smentite dai fatti: dopo alawiti, drusi e cristiani, ora a pagare sono i curdi. Kobane, città simbolo della lotta di liberazione dall’Isis, è circondata. All’offensiva militare si affianca lo scontro ideologico contro la proposta politica di Öcalan per il Medio Oriente, una visione che mette al centro le donne e un modello di società ecologica, in netto contrasto con gli interessi degli apparati di potere degli Stati e dei loro leader. Intanto cresce la solidarietà internazionale. Pubblichiamo un appello‑mozione dell’Unione delle donne italiane e kurde ai Parlamenti Ue e italiano, sottoscritto anche dal Coordinamento donne ANPI e aperto alle adesioni.

Henry Kissinger diceva che “gli Stati Uniti non hanno amici
o nemici permanenti ma solo interessi permanenti”.
I curdi invece dicono che “non hanno amici se non le montagne”

In queste due citazioni si racchiude molta della verità e della realtà che osserviamo da tempo in Rojava, dove governa l’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (Daanes), in modo più marcato da quando Ahmed al-Shara, nome di battaglia al-Jolani, ha conquistato manu militari il potere in Siria nel dicembre del 2024, mettendo in fuga Bashar al-Assad. Su Ahmed al-Shara, fino a poco tempo fa, pendeva una taglia made in the Usa perché guidava l’organizzazione terroristica Hts (Hayat Tahrir al-Sham).

Oggi il nemico degli Stati Uniti è diventato un amico perché ha promesso lauti investimenti in Siria, unico linguaggio che mette d’accordo gli interessi dell’Occidente, in modo particolare quelli statunitensi, e delle petromonarchie del Golfo. In sottofondo, ma non troppo, suona il ritornello degli Accordi di Abramo che mirano a pacificare le relazioni tra Israele e i Paesi arabi. E poi c’è la necessità di infliggere una sconfitta ancora più dolente e permanente all’Iran in chiave anti-russa e soprattutto anti-cinese. Il controllo della Siria è fondamentale. Così sul suolo siriano e sulla pelle degli abitanti di quella zona si sta giocando una partita importantissima. Al-Sharaa è la nuova pedina da muovere sullo scacchiere mediorientale. C’è da pensare che lui lo sappia bene e quindi occorrerà capire quale sia la sua strategia per comprendere la traiettoria che prenderà la Siria trascinando con sé, nel bene o nel male, le sue tante realtà culturali, etniche e religiose.

Per il momento le promesse del neo-presidente Aḥmad Ḥusayn al-Shara per una Siria democratica e inclusiva sono state platealmente disattese e a farne le spese sono state la comunità alawita, quella druza e persino quella cristiana. Oggi è il turno dei curdi. E allora quel detto curdo citato, se visto unicamente volgendo lo sguardo agli Stati, intesi nella loro dimensione di apparati e non di popoli, si inserisce perfettamente nello scenario attuale perché sembra vero che i curdi abbiano come soli amici le montagne. La loro storia fatta di tradimenti, persecuzioni e genocidi subiti lo insegna. Quando poco più di dieci anni fa lo Stato Islamico, più conosciuto come Isis, rappresentava una drammatica minaccia per il mondo, il sangue dei curdi e delle curde è servito. Sono loro che sono caduti e cadute sul campo di battaglia contro un nemico che scaricava la sua ferocia su coloro che considerava infedeli. Quella ferocia ha colpito in modo particolare le donne e il popolo ezida lo sa bene con le sue donne, ragazze e bambine rapite per essere vendute come schiave.

Il 26 gennaio scorso è stato l’undicesimo anniversario della fine dell’assedio di Kobane da parte dello Stato Islamico. Sono i curdi e le curde delle Ypg e delle Ypj che hanno difeso la città con una resistenza impressionante che ha fatto il giro del mondo. Oggi Kobane, città simbolo della lotta di liberazione dall’Isis, è nuovamente circondata. Questa volta è l’esercito siriano che risponde al presidente al-Sharaa, un “ex” jihadista, a volere la sua resa. Kobane ha un valore estremamente importante per entrambe le parti. Per Damasco la sua caduta significa infliggere una sconfitta che trascende l’aspetto militare e strategico perché colpirebbe nel profondo i sentimenti e il morale dei curdi e delle curde. Per la Daanes un’altra storica vittoria sarebbe invece un’ulteriore lezione impartita al mondo sulla forza della resistenza di un popolo che, in evidente posizione di svantaggio e sostanzialmente in solitudine, lotta per la libertà. In realtà, se la Daanes dovesse cadere le curde e i curdi ci avrebbero comunque insegnato qualcosa di importante: il senso profondo della loro rivoluzione che liberandosi dalle catene del nazionalismo e del patriarcato ha disegnato una società libera e democratica.

Dal 6 gennaio l’esercito siriano ha lanciato un’offensiva in Rojava. Da quando a Damasco governa al-Sharaa è stato immediatamente chiaro che l’esperienza della Daanes fosse a rischio. Il presidente siriano infatti vuole uno Stato centrale forte e nessun riconoscimento di autonomia alle varie realtà culturali, etniche e religiose del Paese. Su questo punto è sempre stato irremovibile.

Gli accordi del marzo 2025 siglati con le Sdf (Forze Democratiche Siriane all’interno delle quali si trovano le Ypg e le Ypj) che difendono la Daanes, non sono stati implementati entro la scadenza del 31 dicembre. Questi prevedevano l’inserimento delle Sdf all’interno dell’esercito siriano. La discussione era aperta sul “come” integrarle, perché Damasco vuole l’adesione individuale dei combattenti mentre le Sdf insistono per un inserimento come corpo unico, includendo anche le donne.

La fase di stallo in cui erano precipitati gli accordi è stato il pretesto per Damasco per attaccare la Daanes e conquistare circa il 90% del territorio che prima era sotto il suo controllo. I curdi e le curde sono stati abbandonati dagli alleati statunitensi che sono rimasti a guardare e hanno saputo solo suggerire il loro suicidio, sollecitandoli a accettare le condizioni di Damasco che prevedono la fine della loro autonomia, cioè la fine di tutto ciò per cui hanno lottato e che hanno saputo costruire in oltre dieci anni di amministrazione autonoma. Le aree perse dalla Daanes sono importanti per le loro risorse ma anche per i corridoi strategici. Le Sdf denunciano la complicità della Turchia che ha interesse a smantellare la Daanes e le Sdf, considerate espressione del Pkk e quindi nemici da abbattere.Il processo di pace in corso in Turchia, proprio tra lo stato turco e il fondatore del Pkk, Abdullah Öcalan, non ha né arrestato né frenato le mire distruttive del presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, nei confronti del modello politico applicato in Rojava e teorizzato dal leader curdo, ossia il confederalismo democratico. Questo paradigma non è in linea con la struttura delle società capitaliste e dello stato-nazione, disegnando all’opposto una società basata sulle comuni rette da un’organizzazione di tipo socialista.

In Rojava, oltre a una guerra di conquista, è in atto anche uno scontro ideologico sul tipo di società da realizzare. La proposta politica di Öcalan per il Medio Oriente è dirompente se si pensa al ruolo centrale della donna ma anche all’idea della società ecologica, che stride con gli appetiti degli Stati e dei loro governanti, i quali spesso hanno interessi personali che finiscono per dettare l’agenda dello Stato. Al-Sharaa in questo momento è la pedina che viene mossa dalla Turchia, che aspira a ripristinare una sorta di Impero Ottomano, e dagli Stati Uniti, che hanno un debito pubblico pericolosamente alto e una forte crisi strutturale interna su più piani, sociale, economico e finanziario, la quale richiede politiche imperialiste per l’accaparramento di ingenti risorse. Nella nuova Siria molti interessi stranieri reclamano una fetta del Paese mentre la popolazione locale, soprattutto le minoranze, viene estromessa dal progetto politico di ricostruzione della società siriana dopo lunghi anni di guerra. Non basta il riconoscimento della cittadinanza e dei diritti culturali dei curdi fatto in fretta e furia con decreto presidenziale negli ultimi giorni, tra un cessate il fuoco e l’altro, per liquidare la questione curda. La scelta di al-Sharaa sembra dettata dalla necessità di sottrarre ai curdi parte della materia del contendere e quindi svuotare la loro azione politica, legittimando così, agli occhi del mondo, la guerra scatenata contro di loro se dovessero scegliere di non piegarsi al volere di Damasco.

È difficile prevedere cosa accadrà quando il nuovo cessate il fuoco scadrà perché l’incognita di peso è rappresentata dagli Stati Uniti, i quali hanno dichiarato attraverso l’Ambasciatore in Turchia nonché inviato speciale per la Siria Tom Barrack, che le Sdf appartengono al passato e che al-Sharaa è il presente. Tuttavia non è facile credere che possano fidarsi ciecamente di colui che fino a poco più di un anno fa veniva presentato come un pericoloso terrorista e nemico di Washington. Il trasferimento nelle prigioni irachene di circa settemila jihadisti rinchiusi nelle carceri che, fino a pochi giorni fa, erano sotto il controllo delle Sdf potrebbe essere un segnale di sfiducia.

Dal canto suo Al-Sharaa indossa con disinvoltura tante maschere per ricoprire il suo passato di jihadista e il progetto che ha in mente di assimilazione delle minoranze. Ricorre a un linguaggio rassicurante, poco conta se smentito dai fatti, e questo basta per soddisfare i nuovi alleati della Siria post-Assad. Se la Daanes venisse espropriata dell’autonomia nei territori curdi che continua a controllare, come vorrebbero Erdogan e al-Sharaa, la Siria difficilmente conoscerà una stagione di pace. È facile pensare che i curdi non rinunceranno alla libertà che hanno conquistato e potranno essere di ispirazione per le altre minoranze, le quali hanno già assaggiato la violenza di questo governo e reclamano a loro volta forme di autonomia. Le donne curde saranno in prima linea perché non è pensabile per loro assistere alla cancellazione di quei diritti che hanno ottenuto combattendo tanto con le armi quanto attraverso un processo culturale e politico che ha cambiato in senso rivoluzionario il loro modo di concepirsi all’interno della società.

I curdi ci insegnano che la Resistenza è vita (Berxwedan jiyan e!), che la donna è al centro del progetto politico di una società libera, democratica e di pace (Jin jiyan azadi!) e che l’esperienza democratica del Rojava deve essere salvata. Per tutte queste ragioni la resistenza in Rojava va sostenuta. Biji biji Rojava!

Carla Gagliardini è vicepresidente ANPI provinciale di Alessandria e componente del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan odv

 

Appello-mozione di UDIK, Unione delle donne italiane e kurde, al Parlamento Ue e al Parlamento italiano

Salzano-Ve, 27/01/2026

Spettabili Deputati e Senatori del Parlamento Italiano

Appello/Mozione concernente la situazione nel Nord-Est della Siria e la difesa dell’Amministrazione Autonoma di Rojava

Noi, donne italiane e curde, unite da un legame di sorellanza, da una storia comune di resistenza e dalla lotta contro il fascismo, esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per quanto sta accadendo nel Nord-Est della Siria.

Chiediamo al Parlamento italiano e al Parlamento europeo di intervenire con urgenza per fermare gli attacchi di annientamento contro il popolo curdo e contro il suo modello di democrazia, autogoverno e convivenza pacifica.

Sollecitiamo l’Italia e l’Unione Europea a impegnarsi attivamente nella ricerca di una soluzione politica e di pace, nel pieno rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale e del principio di autodeterminazione dei popoli. Il rispetto dei diritti umani non può essere selettivo né subordinato a interessi geopolitici.

Premesso che:

– nel Nord-Est della Siria opera l’Amministrazione Autonoma di Rojava, un’esperienza politica fondata sui principi di democrazia partecipativa, autogoverno, confederalismo democratico, convivenza pacifica tra le diverse etnie e religioni e sulla piena parità di genere;
– tale modello rappresenta un esempio concreto di stabilità, inclusione sociale e rispetto dei diritti umani in un’area segnata da conflitti, autoritarismi e fondamentalismi religiosi;
– le Forze Democratiche Siriane, composte da donne e uomini, hanno svolto un ruolo decisivo nella sconfitta militare dell’organizzazione terroristica ISIS, contribuendo in modo determinante alla sicurezza regionale e internazionale, inclusa quella dell’Europa, duramente colpita da attentati terroristici negli anni passati;
– il contributo delle donne curde nella lotta contro il terrorismo e nella costruzione di un modello sociale basato sull’uguaglianza di genere è stato riconosciuto a livello internazionale come elemento centrale di tale esperienza.

A tal fine avanziamo la proposta di approvazione della seguente mozione:

Considerato che:
– l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria è attualmente oggetto di attacchi armati da parte di gruppi jihadisti legati al regime di Jolani e da milizie riconducibili ai residui dell’ISIS, con il sostegno diretto o indiretto della Turchia;
– il regime siriano non ha rispettato gli accordi sottoscritti nel mese di aprile con le Forze Democratiche Siriane, accordi che prevedevano misure volte alla de-escalation del conflitto;
– nonostante il ritiro da alcune aree da parte delle Forze Democratiche Siriane (HSD), finalizzato a evitare nuove ostilità, le milizie jihadiste hanno proseguito l’offensiva, chiedendo la deposizione delle armi e la sottomissione a un sistema politico autoritario e teocratico;
– il regime siriano si dimostra incapace di garantire una soluzione politica inclusiva e agisce sotto l’influenza di interessi geopolitici ed economici di potenze esterne.

Ritenuto che:

– la distruzione dell’Amministrazione Autonoma di Rojava rappresenterebbe un grave arretramento per la tutela dei diritti umani, per la parità di genere e per la convivenza pacifica tra i popoli della regione;
– l’abbandono di tale esperienza democratica costituirebbe un tradimento dei valori di libertà, giustizia e autodeterminazione che l’Unione Europea e la Repubblica Italiana affermano di difendere;
– il silenzio e l’inazione della comunità internazionale rischiano di favorire il ritorno del terrorismo jihadista e di compromettere ulteriormente la stabilità regionale.

Chiediamo l’impegno del Governo:

1) a condannare ufficialmente gli attacchi contro l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria e contro le Forze Democratiche Siriane;
2) a promuovere, in sede europea e internazionale, il riconoscimento politico e istituzionale dell’Amministrazione Autonoma di Rojava come interlocutore legittimo per una soluzione democratica del conflitto siriano;
3) ad attivarsi, attraverso iniziative diplomatiche urgenti, per la cessazione delle ostilità e il rispetto degli accordi precedentemente sottoscritti;
4) a sostenere la tutela dei diritti delle donne, delle minoranze etniche e religiose nel Nord Est della Siria, riconoscendo il valore del modello di autogoverno basato sull’uguaglianza di genere;
5) a vigilare affinché le politiche europee e internazionali non favoriscano, direttamente o indirettamente, forze jihadiste o regimi autoritari contrari ai principi democratici e ai diritti umani.

Firmatarie:

– UDIK Unione Donne Italiane e Kurde
– Coordinamento Nazionale Donne ANPI
– Politiche di Genere CGIL Nazionale
– UDI Unione Donne in Italia
– Casa Internazionale delle Donne
– La Biblioteca delle donne e centro di consulenza legale udipalermo
– Avv. Angela Bitonti- avvocato per i diritti umani

Per aderire: udik.unionedonne@gmail.com

Difendere la vita e comprendere la realtà della guerra


Istituto Andrea Wolf, Accademia di Jineolojî, 26 gennaio 2026

Viviamo in un’epoca di lotta, in cui le stelle resistono alle tenebre che vogliono inghiottire la loro luce. Viviamo una lotta in cui la vita viene soffocata, ma al contempo reclama vibrante la propria libertà. Viviamo nel mezzo della Terza Guerra Mondiale, in cui imperialismo, nazionalismo e fondamentalismo religioso minacciano e attaccano la vita ovunque. Il periodo storico attuale è caratterizzato da una guerra contro le donne, che cerca di tenere in ostaggio le nostre vite e si alimenta delle relazioni di potere globali.

Un nodo di questa guerra si trova in Medio Oriente, con epicentro nelle montagne e nelle pianure del Kurdistan. Fin dall’inizio di quest’anno, con gli attacchi aggressivi in corso contro la Rivoluzione di Rojava e le regioni autogestite del Nord/Est della Siria, questa guerra contro la vita e la libertà ha assunto una nuova forma ed espressione.

Chi alimenta la guerra?

La guerra che stiamo vivendo non è una guerra nuova. È una guerra che viene combattuta sin dall’apparizione del patriarcato. Innanzitutto, si tratta di una guerra della mentalità tra le forze democratiche, la società centrata sulle donne, che difende la linea della libertà, e lo stato patriarcale, volto alla distruzione. DAESH può essere compreso come una concentrazione della mentalità violenta dello stato. L’obiettivo di creare una sola bandiera, un solo colore, un solo modo di essere, è un richiamo alla distruzione violenta della vita. È la stessa mentalità delle forze egemoni degli stati nazionali, che subordinano tutte le identità ad un’unica forma. La guerra che sta avvenendo ora in Rojava, non è solo una coalizione di jihadisti, ma di forze egemoni globali: non è una guerra civile, ma un’estensione brutale della Terza Guerra Mondiale.

Il 20 gennaio 2026, Tom Barrack, inviato speciale degli USA per la Siria, ha dichiarato apertamente che lo scopo dell’alleanza con le Forze Democratiche Siriane (SDF) è scaduto. Mentre le forze HTS si uniscono alle milizie turche e liberano attivamente prigionieri dell’ISIS, Tom Barrack espone in modo aperto e contraddittorio i motivi opportunistici degli USA: «La Siria ora ha un governo centrale riconosciuto che si è unito alla Coalizione Globale per sconfiggere l’ISIS, segnalando un riavvicinamento verso occidente e una cooperazione con gli USA nella lotta al terrorismo. Questo cambia la ragione dell’alleanza USA-SDF: lo scopo originario delle SDF come principale forza anti-ISIS sul campo è in gran parte scaduto, poiché Damasco è ora disposta e in grado di assumersi le responsabilità di sicurezza, incluso il controllo dei centri di detenzione e dei campi dell’ISIS».

Il giorno successivo, è stato diffuso un video su internet: un uomo sventola una bandiera dell’ISIS in cima all’ingresso della città di Raqqa. L’ex capitale del califfato è di nuovo avvolta da violenza, distruzione e morte. Mentre il presidente francese Macron, che fa parte anche lui della coalizione antiterrorismo, e il segretario generale della NATO Mark Rutte hanno dichiarato di allinearsi agli USA riguardo alla Siria, le forze del Governo Siriano di Transizione sono riuscite ad aprire le prigioni nell’area dell’Autogoverno, che contenevano prigionieri dell’ISIS sin dalla liberazione del territorio nel 2017.

Il Governo Siriano di Transizione fa parte del progetto di riorganizzazione del Medio Oriente, guidato dagli USA e dalle forze occidentali, mentre Gran Bretagna, Turchia e UE continuano la linea di massacri che il popolo del Nord-Est della Siria sta vivendo. Pochi giorni dopo l’inizio dei massacri ad Aleppo, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, si è inchinata e ha promesso la cifra esorbitante di 620 milioni di dollari al Governo Siriano di Transizione. Non è una coincidenza. Genocidio e guerra non sono eccezioni nel modo in cui gli stati nazionali agiscono, ma sono invece una tradizione intrinseca e integrata. Dobbiamo continuare a comprendere la situazione attuale a livello geopolitico, ma è richiesta anche chiarezza ideologica e comprensione su ciò che viene attaccato ora, poiché la nostra difesa si basa proprio su questo.

Chi alimenta il mondo?

Dalla rivoluzione in Rojava e nel Nord-Est della Siria, è in corso un processo di ricostruzione della fiducia nell’umanità. Il popolo ha riconquistato la propria dignità, pesantemente attaccata dal regime Ba’ath e da altre forze terroristiche, come l’ISIS. È un processo di costruzione di ponti tra i popoli, che si sono dati un modello di autogoverno – diverso da quello degli stati – e stanno diventando una società unita. Seguendo il paradigma della modernità democratica, la proposta di una nazione democratica è diventata realtà materiale. Questa realtà formula un modo di governare basato sull’unità nelle differenze, sulla solidarietà e sulla difesa della società comunale dagli attacchi della modernità capitalistica, dello Stato e della sua mentalità.

È stato implementato un nuovo modo di organizzare la vita e si è sviluppata una mentalità libera. Sono state create cooperative agricole, sviluppati metodi comunitari ed ecologici per gestire energia, acqua e risorse, sono state create nuove istituzioni democratiche per la giustizia riparativa e sono stati avviati molti centri di ricerca e studio per la storia e le lingue. In particolare, attraverso iniziative femminili, sono stati sviluppati metodi educativi focalizzati sulla liberazione e nuove scienze come la Jineolojî sono diventate fondamentali per la comprensione di sé stesse. Con profondo significato ideologico, questa guerra sta attaccando un approccio rivoluzionario alla vita, una cultura e un’intera mentalità.

Dal 6 gennaio, quando gruppi mercenari del Governo Siriano di Transizione e dello stato turco hanno attaccato i quartieri autogestiti di Aleppo, Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, le istituzioni democratiche e in particolare quelle delle donne sono state fortemente attaccate. La biblioteca delle donne di Aleppo, dedicata a Ş. Nagihan Akarsel, è stata protetta per giorni dai nostri amici di Jineolojî, fino a quando sono stati costretti a fuggire e la biblioteca è stata data alle fiamme dal nemico. La comunalità delle donne di Aleppo, che aveva preso una posizione di principio e assunto un ruolo di avanguardia nella resistenza, è stata pesantemente attaccata. Nelle città prevalentemente arabe di Raqqa e Tabqa, le donne, negli ultimi dieci anni dalla liberazione dall’ISIS, si sono organizzate, lottando per la propria liberazione in comuni e consigli, e hanno formato l’assemblea femminile “Zenobia”.

Come Istituto Andrea Wolf, abbiamo incontrato le donne di Zenobia negli ultimi mesi, per dare significato alla loro memoria e imparare dalla loro esperienza collettiva. La nostra conversazione, sotto forma di intervista, è ora disponibile per essere letta. Ci hanno raccontato come organizzarsi come donne significhi lottare contro tutte le norme e tradizioni rimaste profondamente radicate nella società dopo l’occupazione dell’ISIS. Migliaia di rivoluzioni sono avvenute ogni giorno, mentre le donne hanno scoperto la propria forza, il proprio pensiero e la propria volontà. Questo ha portato a migliaia di rivoluzioni ogni giorno nella società, mentre affrontavano il significato di vivere.

Da quando Raqqa è stata attaccata e presa dal Governo Siriano di Transizione negli ultimi giorni, le donne attive nelle istituzioni della liberazione femminile, come Zenobia, nonché donne in posizioni di co-presidenza o che lavorano nei consigli e associazioni, nelle scuole o nei lavori culturali, sono sotto grave minaccia. Mentre scriviamo questo, non siamo sicure che tutte siano al sicuro. Come ad Aleppo, i centri della liberazione femminile sono stati dati alle fiamme, mentre queste bande scatenano un’ondata di sangue e distruzione. Non è la prima volta che i centri di Zenobia vengono attaccati: lo scorso anno, durante la campagna globale delle donne con lo slogan “Con l’unità delle donne costruiamo una Siria libera, democratica e decentralizzata”, il centro di Zenobia ad Abu Hammam vicino a Deir ez Zor è stato dato alle fiamme da una banda fascista. Mentre l’esclusione delle donne dai processi decisionali è una delle manifestazioni più profonde della crisi in questa regione, il maggiore sforzo per cambiarlo proviene da tutte le strutture femminili, che aprono le porte delle case delle donne e mostrano loro che c’è un posto per loro.

Il lavoro della comunalità femminile inizia dove si creano connessioni e relazioni tra donne e le donne scoprono se stesse, i propri sogni, la propria volontà e la propria forza. Il pensiero femminile è stato soppresso e svalutato per secoli, il che influisce sulla possibilità di sviluppare una mentalità che rifiuti la gerarchia padrone-schiavo del patriarcato, dello Stato e del capitalismo. Senza pensiero libero, creare una vita libera rimane impossibile, poiché il modo in cui pensiamo cambia e crea il mondo in cui viviamo.

Una società in cui le donne sono consapevoli di sé, fidano nel proprio genere e trovano una base organizzata nell’unità in forma democratica e comunale, è una società sana. E una società sana, come un organismo sano in natura, significa avere una forte autodifesa comunale e la capacità di creare e godere “l’arte della libertà”: la politica democratica.

Come le amiche di Zenobia hanno scritto lo scorso anno dopo l’attacco: «Possono distruggere i nostri spazi, ma non la nostra volontà. Tali attacchi non spezzeranno mai la determinazione delle donne che lottano per la libertà e una società democratica».

Questa volta, l’attacco non è un caso isolato, ma parte di una guerra violenta, condotta dalle forze di una mentalità che si oppone alla linea della comunità e delle donne, che si oppone alla linea della vita. Questa guerra, questi attacchi, questa violenza – non riguardano petrolio o terra – riguardano la sottomissione delle donne contro la loro liberazione. È questo che intendiamo quando diciamo che è una guerra ideologica, una guerra su ciò che significa vivere, una guerra condotta da un nemico che ha migliaia di anni e contro cui stiamo resistendo e combattendo da migliaia di anni.

Questo nemico ora si sta nuovamente diffondendo e imponendo veli neri tra le donne di Raqqa, per imporre la propria verità e distruggere la possibilità di una vita libera. Non si tratta solo di una minaccia che mette in pericolo la vita della società, ma di una tortura e di un tentativo di uccidere la società. Come può una società, che vive sotto la bandiera di una verità imposta e che non è libera di sviluppare la propria etica e cultura – una società in cui le donne sono oscurate e imprigionate – essere accettata? E anche se provassimo a pensare nei termini usati dalle potenze egemoni, parlando di un piano di riorganizzazione del Medio Oriente, come può essere costruita la pace, o discusso un accordo, se è basato sulla degradazione del valore della vita e costruito su una memoria assassinata? Questo non può essere accettato.

Quando la città di Raqqa fu liberata dall’ISIS nel 2017, le donne gettarono via e bruciarono i veli neri imposti loro, abbracciarono e baciarono le combattenti YPJ e insieme piansero le loro figlie e fratelli, uccisi durante la lunga occupazione. «Dedichiamo la liberazione di Raqqa a tutte le donne del mondo.» scrissero le YPJ nel loro annuncio. E dopo una lunga notte buia, il sole sorse luminoso. A Tabqa, una città nella stessa area dell’Eufrate, le donne costruirono una statua all’ingresso della città e vi danzarono intorno, celebrando il nuovo simbolo di libertà e la liberazione dall’ISIS. Il volto della statua è simbolicamente quello di Ş. Rojbin Arab, una giovane donna araba nata in Libano che si unì alla lotta di liberazione del Movimento di Liberazione Curdo e vi diede la vita. I vestiti che indossa sono quelli delle YPJ, simbolo della liberazione femminile, della difesa e dell’unità delle donne nella lotta contro la mentalità del patriarcato, degli stati nazionali e di tutti i poteri oppressivi.

Il 18 gennaio di quest’anno, quella statua è stata abbattuta da una dozzina di uomini che alzavano le dita nel segno dell’organizzazione fascista turca “Lupi Grigi”, orgogliosi della violenza di cui sono capaci, anche a livello simbolico. Per dominare nuovamente le donne, devono estirpare le prove e la memoria collettiva delle donne arabe che lottano fianco a fianco con le donne curde. Ancora una volta, tocchiamo la memoria della società e parliamo di cultura. La cultura è, in effetti, il mondo del significato, l’espressione della mentalità della società nell’arte e nella scienza e la sua capacità di produrre nuovi atti sociali e creativi. È attraverso la cultura che la società vive, recupera i valori delle proprie tradizioni, ne crea di nuovi e li fa radicare, passandoli di mano in mano tra le generazioni. Questo nemico, con una lunga esistenza storica come mentalità dominante patriarcale della casta assassina, può bruciare le comunità femminili, distruggere le nostre statue, torturarci e persino tagliare le trecce delle nostre combattenti e presentarle come trofei di guerra, ma queste atrocità non saranno sufficienti a distruggere la linea storica delle donne e della comunità, che esiste fin dall’inizio dell’umanità, né a fermare la volontà rivoluzionaria di libertà.

La linea dello Stato e la linea della comunalità

In una società che autogoverna la propria vita, il significato è centrale ed è la base della vita comunale. Se manca il significato, non può esserci etica, e senza etica, quale vita può esserci? Rebertî, Abdullah Öcalan, ci ricorda che la domanda da porre per incoraggiare le rivoluzioni non è più “Cosa fare?”, ma “Come vivere?”. Se manca il significato sociale della vita, questa domanda rimarrà senza soluzione. La rivoluzione in Rojava è una rivoluzione di significato. Con una linea etica molto forte, la politica diventa l’arte della libertà e non un modo per manipolare la società. Reber Apo ha detto, nel suo primo messaggio video da Imrali nel luglio 2025, «la politica non conosce il vuoto», il che significa che ogni mancanza di significato è una porta aperta per il nemico, per far penetrare la sfiducia nel morale delle persone e per dare un motivo alla perdita dell’unità.

La società è una realtà comunalista basata sulle comunalità. Tutti i tentativi di governare la società con politiche che si muovono verso la distruzione della comunalità sono semplicemente un tentativo di uccidere la società: questo non è politica, è guerra. Non è un caso che proprio ora il leader del Movimento per la libertà, dopo lunghi anni di totale isolamento, parli al suo popolo e al suo Movimento insistendo sulla linea della nazione democratica e della comunalità, ora che tutte le grandi potenze internazionali ed egemoni stanno lavorando per dissolverla. Quello che sta accadendo ora è un attacco alla nazione democratica, la cui essenza è il comunalismo e la cui unità fondamentale è la comunalità delle donne.

Se proviamo a guardare oltre questi massacri, possiamo vedere che queste forze seguono la vecchia e ben nota linea dello Stato, della casta assassina, che si riproduce come un parassita, rubando e uccidendo la vita della società. A livello ideologico, le forze egemoni stanno spingendo la linea nazionalistica – anche per il popolo curdo: stanno cercando di manipolare la volontà della società, proponendo una falsa possibilità di una falsa libertà. Questo avviene spingendo la divisione su base etnica, dividendo i curdi dagli arabi e i “curdi normali e buoni” – quelli che vogliono uno Stato-nazione – dai “curdi terroristi e pericolosi” – quelli che si organizzano autonomamente e seguono la via della lotta contro lo Stato e la mentalità patriarcale.

Coerentemente, le forze nazionalistiche curde, come il KDP, vengono ora promosse, per convertire l’autogoverno, l’autodifesa e l’autorganizzazione della società nella mentalità e nella struttura di uno Stato basato su divisioni etniche e culturali. La proposta fatta da Al-Jolani al comandante generale delle SDF Mazloum Abdi il 18 gennaio, di “riconoscere i diritti culturali e linguistici dei curdi, risolvere le questioni civili e restituire la proprietà”, mentre conducono attacchi genocidi, può essere vista esattamente in questa linea. Può una società che grida “Yek yek yek gelê kurd yek e” (uno uno uno il popolo curdo è uno) – mentre attraversa il confine tra Siria e Turchia e abbassa la bandiera turca dal palo – essere ingannata in questo modo? No. Non c’è vuoto che possano riempire in questo modo. La vecchia strategia di “dividi et impera” è ciò che tutte le potenze dominanti hanno usato fin dall’inizio del primo sistema oppressivo – il patriarcato. Ora stanno usando HTS, così come l’ISIS, come strumenti per mettere in pratica questa strategia.

Gli USA fingono di svolgere un ruolo di mediatore quando la situazione tocca i suoi massimi livelli. Lasciare che gli USA medino tra forze democratiche, socialiste e jihadiste, fondamentaliste, significa non solo essere pronti ad accettare una pace sporca e muoversi sul piano della diplomazia, ma anche che tutto ciò che verrà raggiunto sarà usato anche per loro. Una comandante delle YPJ, Nesrin Abdallah, dichiara, mentre difende la città di Kobane ancora una volta dall’ISIS: «Crediamo che anche la pace più sporca sia meglio della guerra. La nostra è una rivoluzione che vuole pace, un accordo che garantisca diritti e stabilità. Ma tutto questo può essere raggiunto solo attraverso la resistenza.»

Organizzare il Medio Oriente su una base comunale e confederale regionale non è solo una proposta, ma una necessità chiara. Dopo più di 10 anni di vita in un sistema democratico, socialista e rivoluzionario, una cultura rivoluzionaria – una mentalità rivoluzionaria – è viva e si trasmette di generazione in generazione e non vedrà fine.

«Siamo i figli di persone che hanno pagato un prezzo pesante per anni; arrendersi di fronte a quei sacrifici è impossibile. Per questo la fiducia del nostro popolo in noi è sempre stata incondizionata, e saremo degni della posizione e della resistenza del nostro popolo. (…) Portiamo avanti l’eredità di decine di compagni caduti come martiri a causa del tradimento delle potenze internazionali nelle aree che abbiamo liberato. Questa è la nostra promessa al nostro popolo. Credete nei vostri figli, credete nei vostri combattenti. La vittoria appartiene al nostro popolo. Il nostro popolo vivrà con dignità tra i popoli del mondo. Non c’è altra opzione se non la vittoria.»(Messaggio dalle forze YPJ che resistono a Heseke, 20 gennaio 2026)

Come figli di coloro che hanno lottato prima di noi, continuiamo la lotta per vivere una vita libera e in questa lotta non può esserci che vittoria.

Scontri di Aleppo ignorati dai media italiani

Davide Grasso, Il Fatto Quotidiano, 9 gennaio 2026

Negli ultimi due giorni sono scoppiati violenti scontri nella città di Aleppo, in Siria, sostanzialmente ignorati dai media italiani. Le forze governative hanno lanciato un ultimatum e poi attaccato tre quartieri settentrionali – Şex Maxsud, Ashrafiye e Bani Zaid – che si trovano sotto il controllo delle Forze di sicurezza interne (Asaysh) e di Consigli popolari collegati all’Amministrazione democratica autonoma (Daa). Quest’ultima, collocata a est dell’Eufrate, resta dal 2012 fuori dal controllo dello stato, prima e dopo la caduta di Assad.

Il 10 marzo il comandante delle Forze siriane democratiche (Fsd) che proteggono la Daa, Mazlum Abdi, ha siglato un accordo con Ahmad Al-Shaara, presidente siriano, che prevede tra l’altro l’integrazione delle Fsd nell’esercito nazionale. Il dialogo non ha tuttavia fatto passi in avanti decisivi perché le Fsd vorrebbero essere integrate come divisioni (come garantito ad altri gruppi armati emersi dalla guerra) e mantenere una collocazione geografica analoga a quella attuale. Per il governo, in questo sostenuto dalla Turchia, dovrebbero invece sciogliersi, con i singoli effettivi ricollocati in altre divisioni e altri territori.

Un problema politico

Sullo sfondo c’è un problema politico. Da un lato tanto i curdi delle unità Ypg (o le donne delle Ypj) quanto gli arabi delle brigate Sanadid o di Shams al-Shamal, parte delle Fsd, vorrebbero mantenere una prossimità con le proprie comunità di origine per proteggerle in caso di nuove violenze. Dopo tredici anni di guerra e un anno di massacri su base confessionale perpetrati dal nuovo governo (contro gli alawiti sulla costa e i drusi a Suwayda) sono in molti in Siria a temere per la propria vita, oltre che per la libertà appena riconquistata. Vale anche per gli assiri che vivono nella Daa, di religione cristiana, che partecipano alle Fsd attraverso il Consiglio militare siriaco e le forze di polizia Sotoro.

I quartieri di Ashrafiye e Shex Maxsud, di fatto un’enclave della Daa nelle zone del governo, sono per lo più musulmani sunniti, benché nella Siria del nord sia difficile trovare una singola strada che non sia multiconfessionale. L’influenza decisiva è in quei quartieri esercitata dal Partito di unione democratica ispirato alle idee del pensatore curdo Abdullah Ôcalan. Esso propugna una repubblica democratica in grado di concepire la nazione come intersezione di varie identità nazionali.

Questo implica forme di importante decentramento istituzionale e amministrativo, pur mantenendo (e, in quest’ottica, anzi rafforzando) l’unità politica del paese. La Daa ha visto inoltre svilupparsi migliaia di comuni popolari, alcune delle quali in grado di affermare dinamiche di autogoverno parziale della vita associata, e centinaia di cooperative che cercano di organizzarsi secondo principi egualitari. Come si vede, la questione non è etnica ma politica. Il problema principale, per il governo come tale, non è la lingua parlata dagli abitanti, ma l’influenza ideologica secolare e socialista, in totale contrasto con l’impostazione del nuovo presidente. Quest’ultimo non intende mettere in discussione l’impostazione centralizzata dello stato caratteristica dell’epoca di Assad allineandola, semplicemente, con interpretazioni del credo islamico che – minoritarie pure in seno al mondo sunnita – dovrebbero essere imposte a tutti i cittadini.

Nonostante l’intesa

Per questo i quartieri nord di Aleppo sono stati attaccati diverse volte in questi mesi, sebbene le due parti abbiano firmato un’intesa il 1° aprile cui hanno fatto seguito il ritiro delle Fsd e la permanenza di una polizia autonoma (gli Asaysh appunto, che hanno resistito agli attacchi nelle scorse ore). Il governo ritiene sia ormai giunto il momento di invadere quelle aree e prenderne il controllo. Questo precedente – usare un accordo per tentare un colpo di mano – non aiuta il processo negoziale in corso. Quanto sia diffuso il terrore rispetto all’ingresso delle forze governative, del resto, è dimostrato dalle decine di migliaia di persone che sono fuggite nel corso di poche ore nella giornata di giovedì. Se per molti soldati di Damasco i drusi o gli alawiti sono miscredenti perché non aderiscono alla giusta tradizione dell’Islam, gli abitanti di Aleppo nord sono addirittura atei (sebbene questo non sia vero nella maggior parte dei casi).

Un’altra accusa strisciante alla Daa è di essere segretamente allineata con Israele, sebbene non vi sia alcuna prova di un simile rapporto. È semmai degno di nota che questa operazione su vasta scala contro i quartieri nord di Aleppo sia iniziata poche ore dopo l’accordo siglato a Parigi tra Siria e Israele per tentare una gestione congiunta dei momenti di crisi nel paese. Il cessate il fuoco raggiunto venerdì non ha impedito che sul terreno restassero 21 persone, tra cui diversi civili, e gli ospedali (uno bombardato dal governo) accogliessero centinaia di feriti.

Non è chiaro se e quando gli scontri ricominceranno, né se e quando i residenti che sono fuggiti faranno ritorno. Quel che è certo è che è necessaria non soltanto un’attenzione maggiore su quanto avviene in Siria, ma anche un nuovo modo di analizzare e verbalizzare i fatti siriani, dove gli eventi non siano ridotti a un vocabolario etnico, ma siano prese in considerazione le faglie politiche e i modelli diversi di organizzazione della società.

 

Laura Quagliuolo: Abbiamo la responsabilità di spiegare le idee di Öcalan

english.anf-news.com Serkan Demirel 27 dicembre 2025

Laura Quagliuolo* ha affermato che Abdullah Öcalan deve essere liberato immediatamente e che è suo dovere condividere le sue idee con il mondo.

Continua a crescere il sostegno internazionale al Processo di Pace e Società Democratica, portato avanti sotto la guida di Abdullah Öcalan. Esperti provenienti da diversi paesi e contesti sociali sottolineano che il processo rappresenta un’opportunità storica per la risoluzione democratica della questione curda e per la democratizzazione della Turchia. Nelle loro valutazioni, sottolineano che lo Stato turco deve assumersi la responsabilità di rispondere ai passi compiuti dal Movimento di Liberazione Curdo, sottolineando al contempo il ruolo decisivo del paradigma elaborato da Öcalan.

In questo contesto, l’attivista italiana per i diritti delle donne e i diritti umani Laura Quagliuolo ha parlato ad ANF del processo in corso volto alla soluzione democratica della questione curda.

Lo Stato turco deve adottare misure concrete.

Come attivista per i diritti umani che segue da vicino il movimento di liberazione curdo da molti anni, come valuta il processo di pace attualmente in corso?

Non credo che il processo di pace in Turchia e in Kurdistan possa essere unilaterale. In risposta ai passi compiuti dalla parte curda, la Turchia deve dimostrare, in modo chiaro e serio, di essere disposta ad assumersi la responsabilità dell’attuazione della pace. Tuttavia, a mia conoscenza, la Turchia continua a minacciare la Siria settentrionale e orientale e a compiere attacchi in tutta la regione.

Nonostante i passi compiuti da Devlet Bahçeli verso il dialogo e nonostante la determinazione dimostrata dal Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) nel sostenere il processo, in particolare attraverso la cerimonia tenutasi l’11 luglio a Sulaymaniyah, la Turchia continua con i suoi attacchi mortali e le sue minacce. Spero sinceramente che tutto questo finisca e che la Turchia dimostri un reale impegno nel mettere in pratica la pace.

Öcalan deve essere liberato immediatamente

Il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan continua a essere tenuto in severo isolamento, nonostante svolga un ruolo chiave nel processo. A suo avviso, quanto è importante la sua libertà per l’avanzamento del processo di pace?

Abdullah Öcalan ha lanciato appelli unilaterali al cessate il fuoco nove volte negli ultimi 26 anni. Vorrei ricordare il 1993, il periodo successivo alla sua cattura nel 1999, 2004, 2009, 2013 e, più recentemente, nel febbraio 2015. Öcalan è un leader, anzi, più che un leader, è una guida e una bussola per il popolo curdo.

Questo punto deve essere affermato con estrema chiarezza. Tuttavia, per contribuire in modo significativo al processo di pace, deve essere una persona libera. La sua libertà sarebbe il segnale più importante, il passo più fondamentale che lo Stato turco potrebbe compiere per garantire la continuazione del processo di pace. Dimostrerebbe anche che le violazioni dei diritti umani contro Öcalan e tutti i prigionieri politici sono cessate.

Non bisogna dimenticare che Öcalan è un simbolo, eppure ci sono molti prigionieri politici in Turchia. Non conosco il numero esatto, ma è chiaramente molto alto. Se esiste una reale intenzione di costruire la pace e la riconciliazione tra i popoli, tutti devono essere liberati. Il rispetto di tutti i diritti umani è essenziale e, affinché il processo di pace proceda, Abdullah Öcalan deve riconquistare la sua libertà.

Öcalan cerca di costruire una nuova società attraverso questo processo.

La militarizzazione globale è in aumento, in particolare in Medio Oriente, eppure il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan ha assunto una posizione chiara a favore della pace. In che modo il paradigma sviluppato da Öcalan offre un’alternativa in termini di società democratica, coesistenza tra i popoli e assenza di conflitti? In questo senso, in cosa si discosta dai modelli di soluzione classici?

Un punto cruciale da sottolineare riguardo al paradigma di Abdullah Öcalan è il ruolo centrale che assegna alle donne. In particolare, nel suo ultimo appello, ha sottolineato che le donne devono assumere un ruolo guida nella ricostruzione della società.

Questo è un aspetto estremamente importante e merita particolare attenzione. Un’altra distinzione fondamentale tra questo modello e i classici processi di pace o approcci di risoluzione dei conflitti risiede nell’insistenza di Öcalan sul fatto che il processo debba partire dal basso. Non dovrebbe essere un processo imposto dall’alto da potenti leader globali, né plasmato da una mentalità che divide i territori in base al predominio e al controllo.

L’obiettivo è ricostruire la società e la vita stessa condivisa; ristabilire la coesistenza tra popoli e religioni e ripristinare il rispetto per le lingue e le tradizioni. In sostanza, questo processo mira alla costruzione di una società etica e politica.

Per questo motivo, il processo di pace deve essere al servizio del popolo, ovvero della società nel suo complesso. Questa costituisce una differenza fondamentale. Se si guarda alla Palestina, ad esempio, ciò che oggi viene descritto come pace non riflette la pace nella realtà.

Israele continua i bombardamenti e mantiene il controllo sulla regione, senza rispettare i diritti dei palestinesi. Una situazione del genere non può essere definita pacifica.

Dinamiche simili esistono da tempo in molte parti del mondo. Un autentico processo di pace deve essere uno sforzo a lungo termine incentrato sulla ricostruzione della società stessa. Per quanto ne so, l’appello di Abdullah Öcalan è proprio rivolto a questo obiettivo.

Le idee di Öcalan si basano sul cambiamento su scala globale.

Mentre i colloqui di pace proseguono oggi, come valuta i tentativi di impedire che le idee di Abdullah Öcalan raggiungano direttamente la gente, o di affrontarle in modo astratto o eccessivamente personalizzato?

Si può affermare con chiarezza che Öcalan è uno dei più importanti filosofi viventi oggi, anzi uno dei principali filosofi viventi al mondo. Questo ha un significato immenso. La sua proposta, la visione politica volta a ricostruire la nazione democratica, è fondamentale e di grande importanza per il mondo intero.

Questo non è rilevante solo per il Medio Oriente. Quando queste idee vengono private del loro contesto politico, vengono ridotte a qualcosa di quasi banale, trattate come se fossero una sorta di gioco intellettuale. Le idee di Öcalan non vengono affrontate seriamente da una prospettiva filosofica e storica.

La sua analisi è di fondamentale importanza. Un’analisi di questo tipo non può essere separata dal suo contesto politico, perché egli sta analizzando proprio quel contesto politico. Egli esamina non solo la situazione politica in Medio Oriente, ma la condizione politica globale nel suo complesso.

Per questo motivo, queste idee devono essere prese sul serio non solo in Medio Oriente, ma in tutto il mondo, se si vuole ottenere un cambiamento significativo. Questo potrebbe anche spiegare la paura della fazione avversa: c’è la preoccupazione che queste idee possano raggiungere e influenzare la mente delle persone. Ecco perché la marginalizzazione delle idee di Öcalan in questo modo è profondamente problematica.

Il paradigma di Öcalan è incentrato sulla libertà delle donne.

Un approccio che pone la libertà delle donne al centro è una dimensione chiave del paradigma di Öcalan. Secondo lei, cosa significa questo per la socializzazione della pace?

Questo è estremamente importante. Rappresenta uno dei contributi più innovativi offerti da Abdullah Öcalan per spiegare in cosa consiste il suo paradigma e per renderlo comprensibile.

La sua analisi dell’inizio dell’oppressione delle donne è particolarmente significativa. Oggi, nuove scoperte archeologiche come Göbeklitepe invitano a una riflessione più approfondita sull’epoca in cui è emerso il patriarcato. Tuttavia, è necessario affermarlo chiaramente: le donne sono state la prima colonia e devono ancora raggiungere la libertà che meritano.

Liberazione significa liberarsi dal patriarcato e dalle forme storiche di oppressione. Le donne hanno sempre pagato il prezzo più alto nelle guerre e nei sistemi di dominio sociale. Ecco perché la questione è così fondamentale.

Anche l’implementazione della gineologia riveste un’importanza cruciale. La gineologia offre un modo radicalmente diverso di comprendere e ripensare la storia, la scienza e la società. Rappresenta un altro tassello essenziale del puzzle che deve essere ricomposto.

Questo approccio è autenticamente innovativo, perché quasi in nessuna parte del mondo le donne sono trattate come una dimensione fondamentale di un intero paradigma. Anche coloro che si definiscono socialisti spesso non considerano la liberazione delle donne un passo fondamentale. L’argomentazione prevalente è solitamente: “Prima prendiamo il potere, poi risolveremo i problemi delle donne”. Questa non è la strada giusta.

Ciò che è corretto è questo: le donne devono organizzarsi, imparare, analizzare e articolare ciò di cui la società ha veramente bisogno, perché le donne sono sempre state quelle che tengono unita la società. Questo è esattamente ciò che rende il paradigma di Öcalan davvero eccezionale.

Dobbiamo spiegare Öcalan a tutti.

Pensi che l’insistenza del movimento di liberazione curdo sulla pace e la sua capacità di trasformazione siano adeguatamente comprese dall’opinione pubblica internazionale?

Non credo che questo sia ancora compreso a sufficienza dall’opinione pubblica internazionale. È richiesto un grande sforzo da parte di chiunque abbia iniziato a comprenderlo in qualche modo.

Comprendere le idee di Öcalan non è facile. Richiedono lettura, analisi, discussione e il proseguimento di tali discussioni, oltre a tradurre queste idee in pratica concreta. Questo è molto difficile. In Italia, ad esempio, le idee del passato dominano ancora le menti degli attivisti e persino dei giovani. Lo dico in modo autocritico. Sono più anziana, e avrebbero dovuto essere persone come noi a dare l’esempio, eppure non credo che lo abbiamo fatto adeguatamente.

Il lavoro deve iniziare dai giovani, e soprattutto dalle donne. Dobbiamo spiegare che un nuovo paradigma può essere applicato ovunque. Questa è una grande responsabilità e richiede un impegno a lungo termine. Richiede discussione, dialogo e il coinvolgimento dei movimenti nel processo.

Solo in questo modo il paradigma può essere compreso meglio ovunque. Al momento, non è ancora pienamente compreso da tutti, dai movimenti di sinistra, ai movimenti anarchici e altri. Abdullah Öcalan ci dice qualcosa di molto importante: il punto di partenza deve essere sempre noi stessi.

Questo è il compito più difficile di tutti: cambiare i propri atteggiamenti patriarcali e dominanti. Questo è il lavoro fondamentale che deve essere fatto per primo. Molte persone hanno già iniziato a muovere passi in questa direzione, ma la strada è ancora lunga. Dobbiamo comunque continuare nel miglior modo possibile e dare il nostro contributo.

Dobbiamo assumerci la responsabilità.

Quale tipo di responsabilità dovrebbero assumersi gli ambienti per i diritti umani e la società civile in Europa riguardo alle condizioni di detenzione di Abdullah Öcalan e al processo di pace in corso sulla questione curda?

Credo che la questione curda sia estremamente importante. Come ho già detto, questa questione non riguarda solo la regione, ma il mondo intero.

Per questo motivo, dobbiamo assumerci la responsabilità della libertà di Abdullah Öcalan e fare ogni passo possibile in questa direzione. Vivo a Genova da quasi un anno, ad esempio, e stiamo chiedendo al Comune di firmare una petizione che chieda la cittadinanza a Öcalan. Questo è un passo concreto. Un altro passo essenziale è diffondere il paradigma e farlo comprendere alle persone, perché questo paradigma ha origine da Öcalan.

Spiegare le sue idee è anche un modo per spiegare perché la libertà di Abdullah Öcalan sia così importante. Dobbiamo quindi assumerci la responsabilità non solo della sua libertà, ma anche della diffusione di questo paradigma. Questi sforzi devono procedere parallelamente. Ogni mezzo possibile deve essere perseguito per raggiungere questi obiettivi, sia per il Medio Oriente che per il mondo.

*Laura Quagliolo fa parte di CISDA e Retejin

Pkk: Ankara deve rilasciare Öcalan

The Epoch Times Italia, 3 dicembre 2025

Ankara esclude categoricamente la liberazione di Öcalan

La dirigenza del Partito dei Lavoratori del Kurdistan denuncia lo stallo nel processo di distensione con Ankara e l’intenzione della Turchia di tenere in carcere il suo capo, Abdullah Öcalan

Un comandante del movimento clandestino curdo Pkk (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), Amad Malazgirt, ha dichiarato all’agenzia di stampa francese Afp che il processo diplomatico con la Turchia ha raggiunto un punto di stallo. Parlando da un bunker tra le montagne Qandil, nel nord dell’Iraq, ha infatti dichiarato: «tutte le misure avviate dal capo Abdullah Öcalan sono state attuate. Non verranno intraprese ulteriori azioni. D’ora in avanti aspetteremo lo Stato turco».
Negli ultimi mesi, il popolo curdo aveva infatti iniziato ad attuare gli impegni presi per l’instaurazione della pace con la Turchia, incluso l’avvio di passi formali per il disarmo e il ritiro dei suoi combattenti. La scorsa settimana, una delegazione di legislatori turchi, istituita per promuovere il processo di pace, ha visitato Öcalan nella sua cella nel carcere dell’isola di Imrali.
Malazgirt ha posto alla Turchia due condizioni fondamentali per la continuazione dell’accordo: il rilascio di Öcalan e il riconoscimento costituzionale e ufficiale del popolo curdo da parte della Turchia. Anche il comandante Serda Mazlum Gabar ha ribadito ad Afp la richiesta di rilascio di Öcalan: «Finché il nostro capo sarà imprigionato, il popolo curdo non potrà essere libero».
Ma attualmente non esiste alcuna indicazione rispetto al rilascio di Öcalan. Al contrario, in recenti dichiarazioni ufficiali, la Turchia ha confermato l’intenzione di tenerlo in carcere. Nel maggio di quest’anno, dopo l’annuncio del Pkk sul disarmo, il ministro della Giustizia turco, Yılmaz Tunç, ha categoricamente escluso ogni possibilità di rilascio di Öcalan.
Inoltre, nel luglio 2025, la Turchia ha presentato al Consiglio d’Europa un documento ufficiale secondo cui i prigionieri condannati all’ergastolo, incluso Öcalan, non avranno diritto alla libertà vigilata, bloccando così legalmente la possibilità di un rilascio con la condizionale.

 

 

Il destino del popolo curdo tra il nuovo ordine mondiale e il processo di pace in Medio Oriente

patriaindipendente.it Carla Gagliardini* 26 novembre.it

Il rischio per i curdi è ora quello di rimanere schiacciati dalle manovre che Usa, Israele, Iran e Turchia portano avanti nell’area. Se ne è parlato a Bologna durante l’assemblea di Retekurdistan. Adem Uzun, dell’esecutivo Knk, nel segno del confederalismo democratico di Abdullah Öcalan, ha invitato a muoversi in modo unito e intelligente e sostenuto che la “nuova fase” potrebbe determinare anche la possibilità di un intervento davanti al Parlamento dello stesso leader del Pkk rinchiuso da quasi ventisette anni nel carcere di massima sicurezza sull’isola turca di Imrali. Sarebbe un grande fatto storico

Il processo di pace che deve guidare fuori dalle intemperie del conflitto armato sia lo Stato turco sia il Pkk, che continua ad avere al suo seguito milioni di curdi che da decenni subiscono discriminazioni e sono soggetti a una dura repressione da parte dello Stato, prosegue all’interno di un percorso complesso e difficile che alterna speranze e timori.

Tutto nasce nel tradimento siglato con gli accordi di Losanna del 1923 che con il benestare delle potenze europee ha affossato il sogno di uno Stato indipendente curdo. Quel sogno fa ormai parte della storia per il leader del Pkk, Abdullah Öcalan. Infatti già alla fine degli anni novanta Öcalan ha ripensato alla strategia del suo progetto politico e abbandonato l’idea della costruzione di uno Stato-Nazione indipendente. Perché? Negli Stati-Nazione il leader curdo vede chiaramente il proliferare di politiche nazionaliste volte a schiacciare e cancellare le minoranze nel nome di una sola cultura, di una sola religione e di una sola lingua. Il sistema capitalista, a cui gli Stati-Nazione sono asserviti, inasprisce drammaticamente lo scenario causando discriminazioni e guerre che sono insite nel sistema stesso.

La strategia di Öcalan si è pertanto trasformata e si è tradotta nell’abbattimento dello Stato-Nazione per lasciare lo spazio al confederalismo democratico, un progetto politico da costruire per fasi e il cui obiettivo finale è l’autodeterminazione dei popoli basata su comunità che si confederano per soddisfare in chiave socialista necessità comuni, nel rispetto dei tre pilastri imprescindibili per la sua piena realizzazione: una democrazia radicale e partecipata, la liberazione delle donne e la realizzazione della società ecologica.

La lunga battaglia combattuta dal Pkk, fondato nel 1978, ha portato, secondo Öcalan, al raggiungimento di risultati importanti, primo fra tutti il riconoscimento del popolo curdo nella sua dimensione culturale, sociale e politica. Tuttavia tale riconoscimento, per il momento, non ha ancora ottenuto le garanzie legislative necessarie per mettere in salvo queste conquiste.

È il “nuovo” processo di pace in corso, iniziato a ottobre 2024 con l’appello di Devlet Bahceli, leader del partito islamista estremista, Mhp, rivolto a Öcalan che dovrebbe condurre a questo risultato.

“Nuovo” perché in passato altre volte è stata percorsa questa via che tuttavia non ha portato ai risultati sperati. L’ultimo tentativo è finito drammaticamente nel 2015 in una repressione durissima da parte dello Stato turco nei confronti dei leader curdi del partito Hdp, considerato filo Pkk, e dei suoi sostenitori.

A Bologna presso il Centro sociale TPO si è tenuta, lo scorso 25 ottobre, l’assemblea di Retekurdistan, costituita da organizzazioni che sostengono la causa curda. Al centro della discussione non poteva che esserci il processo di pace in corso e la grave situazione mediorientale. Adem Uzun, esecutivo del Congresso Nazionale del Kurdistan (Knk), ha detto che è necessario “mettere la nostra agenda sul tavolo e perseguirla, dimostrando di avere il potere di portare avanti la nostra visione. Abbiamo bisogno di solidarietà e di alleanze. Ci vogliono dividere e farci ritrovare soli ma noi dobbiamo opporci”. Analizzando la situazione internazionale ha aggiunto: “Siamo in un periodo di transizione. Si tratta di un periodo di caos e noi dobbiamo avere il nostro disegno, il nostro obiettivo. Pensiamo che nel periodo di transizione sia necessaria della flessibilità senza però mai perdere l’obiettivo principale. La flessibilità può essere solo politica ma non ideologica”.

Lo scenario internazionale, con i mutamenti dovuti al formarsi di un nuovo ordine mondiale, interrogano anche il popolo curdo. Con uno sguardo rivolto al Medio Oriente, Uzun è entrato nel merito dicendo che “abbiamo di fronte una lotta tra poteri. Israele vuole ridisegnare il Medio Oriente e per questo crea nemici e porta avanti la campagna di genocidio verso il popolo palestinese. Deve indebolire i suoi nemici. La situazione ora si è calmata perché i governi hanno dovuto fare i conti con le manifestazioni di piazza ma il progetto genocidario va avanti. La Turchia, l’Iran e Israele hanno tutti in testa un simile progetto. Il prossimo scenario di destabilizzazione sarà in Iraq”.

Uzun infatti ritiene che le tensioni presenti oggi in Iraq e che coinvolgono la fazione sciita, maggioritaria nel Paese ma divisa al suo interno, favoriscano l’indebolimento dell’Iran. Le turbolenze irachene sono un’occasione che Stati Uniti e Israele non vogliono farsi sfuggire, interferendo con la politica interna del Paese e continuando nella strategia di riconfigurazione del Medio Oriente. Nella partita entrano inevitabilmente le risorse energetiche e i vari corridoi che devono passare dalla regione per unire l’Asia all’Europa.

La situazione dei curdi è molto delicata perché devono evitare di rimanere schiacciati dalle manovre che ciascuna potenza (Usa, Israele, Iran e Turchia) cerca di portare avanti nell’area in questo gioco egemonico. Uzun ha spiegato come Israele stia tentando di rafforzare i gruppi curdi nazionalisti e sciovinisti ai danni della Turchia e dell’Iran mentre questi due Paesi vogliono indebolirli per sottrarre a Israele questa carta. Per questo il movimento curdo deve essere capace di muoversi in modo unito e intelligente e “non deve diventare né vittima né complice del genocidio”. Secondo Uzun, ideologicamente sono due le strade percorribili: la modernità capitalista o la modernità democratica. Quest’ultima può concretizzarsi attraverso il confederalismo democratico il quale però “non può realizzarsi nei sistemi fascisti e dunque occorre prima fare dei passi verso la democratizzazione della società”. Il sistema capitalista invece si fonda sull’idea della guerra perpetua, in netto contrasto con la proposta curda che invece vuole fermarla, come si evince dalla ostinata volontà di Öcalan di portare a termine positivamente il processo di pace. Uzun ha sostenuto che il problema curdo non è stato creato dalla Turchia, dall’Iran o dagli Stati Uniti ma è il frutto del sistema capitalista, quindi da qui deve partire il cambiamento. Per raggiungere il risultato, duraturo e strutturale, non è sufficiente ottenere successi militari o nazionali, perché se il sistema non cambia “la vittoria rischia di trasformarsi in sconfitta, come è già successo in lotte di liberazione passate”.

Ha concluso il suo intervento soffermandosi sul processo di pace in corso, ammettendo che avanza troppo lentamente. Öcalan sta guidando il suo popolo attraverso questa fase delicata, chiedendogli anche sacrifici e sforzi. La sua autorevolezza ha consentito di ottenere risposte positive ad ogni sua chiamata, come la dichiarazione di scioglimento del Pkk, il gesto simbolico di distruzione delle armi da parte di trenta combattenti, quindici donne e quindici uomini, sulle montagne di Sulaimaniyah, e proprio il 25 ottobre (giorno dell’Assemblea di Retekurdistan) il ritiro dei e delle combattenti dal Bakur (Nord del Kurdistan, ossia la zona sud-orientale della Turchia), che si sono spostati nelle basi sui monti Qandil, in Bașur (Kurdistan meridionale, nel nord dell’Iraq).

Nell’assemblea è stato messo in risalto il ruolo delle donne nella costruzione del confederalismo democratico attraverso le parole di Zilan Diyar, appartenente al Confederalismo mondiale delle donne, che ha sottolineato la loro importanza nel processo di trasformazione del sistema. Si tratta di donne che studiano e si confrontano sui grandi temi sociali, di politica nazionale e internazionale, che cercano alleanze a livello mondiale con altri movimenti di liberazione delle donne. Al centro della loro attenzione c’è la crescita culturale e politica come strumento indispensabile per incidere consapevolmente e strategicamente sul cambiamento, il quale deve portare all’abbattimento delle società patriarcali.

Lo scorso agosto si è costituita in Turchia la Commissione parlamentare che ha il compito di trovare le soluzioni negoziate per il successo del processo di pace. I lavori procedono lentamente. Due sono gli obiettivi fondamentali: la modifica della legge antiterrorismo, che consenta anche ai combattenti del Pkk di fare ritorno ed essere integrati nella società, anche politicamente, e una nuova Costituzione che sia finalmente democratica. Il processo di pace in Turchia avrà delle ricadute sul Rojava ma anche nelle altre zone dove il confederalismo democratico è realtà, come nel campo profughi curdo di Makhmur e nel distretto di Shengal, entrambi in Iraq.

Il Kck si aspetta, come ha sottolineato Uzun, che sia in Turchia che in Siria ci siano, entro la fine dell’anno, dei cambiamenti legislativi che favoriscano il riconoscimento di una forma di autogoverno decentralizzata a beneficio non solo dei curdi ma di tutte le comunità che ne fossero interessate.

Intanto Erdogan ha rilasciato una dichiarazione il 5 novembre scorso con la quale ha detto che “sembra che siamo giunti a un nuovo bivio nel cammino verso una Turchia libera dal terrorismo. Tutti devono farsi avanti e fare la propria parte”. Questa “nuova fase”, come l’ha definita, potrebbe portare a un intervento davanti al parlamento di Abdullah Öcalan, rinchiuso da quasi ventisette anni nel carcere di massima sicurezza sull’isola turca di Imrali.

PIAZZA MONTECITORIO, SIT-IN DI PROTESTA PER CHIEDERE LA LIBERAZIONE DEL LEADER CURDO ABDULLAH OCALAN DETENUTO DAL 1999

Il 7 novembre è circolata sugli organi di informazione la notizia che entro la fine dell’anno potrebbe approdare nel Parlamento turco una proposta di legge per fare rientrare i combattenti del Pkk e le loro famiglie in Turchia. La storia dei processi di pace in Turchia insegna che bisogna non farsi illusioni ed essere cauti, ma un Öcalan che dovesse tenere un discorso in Parlamento, meglio ancora se da uomo libero, avrebbe un impatto anche mediatico straordinario e potrebbe dare maggiore speranza nel successo del processo di pace. Se invece le negoziazioni dovessero naufragare e portare a un nuovo fallimento, è facile immaginare che gli effetti non sarebbero indolore e un’altra fase di sanguinoso conflitto si aprirebbe.

*Carla Gagliardini, vicepresidente Anpi provinciale di Alessandria e componente del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan odv

 

 

 

Processo di pace a rischio, la Turchia ora chiede lo scioglimento delle Sdf

Il manifesto, 13 settembre 2025, di Tiziano Saccucci

Il governo turco ha annunciato lunedì una riunione di gabinetto convocata da Recep Tayyip Erdogan. Sul tavolo il futuro delle Forze democratiche siriane (Sdf), l’alleanza curdo-araba che ha guidato la resistenza contro l’Isis. Ankara continua a considerare le Sdf un’emanazione del Pkk, definito «organizzazione terroristica». Giovedì il portavoce del ministero della difesa turco, Zeki Aktürk, ha ribadito che il mancato disarmo delle Sdf «mina l’integrità siriana e la nostra sicurezza nazionale».

AL CENTRO dell’irritazione turca c’è l’accordo firmato a marzo tra Mazloum Abdi, comandante delle Sdf, e il presidente ad interim siriano Ahmed al-Sharaa: un primo passo verso l’integrazione delle istituzioni della Siria del nord-est nel nuovo assetto post-Assad. L’intesa è rimasta però lettera morta, bloccata dall’intransigenza di Damasco e le ingerenze di Ankara, che considera lo scioglimento delle forze curde come l’unico esito accettabile.

Il leader nazionalista Devlet Bahçeli, alleato imprescindibile di Erdogan, ha invocato un’azione militare diretta contro le Sdf se non accetteranno lo scioglimento. Un déjà vu: dal 2016 la Turchia ha condotto tre operazioni militari nel nord della Siria, costringendo centinaia di migliaia di civili curdi alla fuga. Intervistato su Hürriyet, Bahçeli ha chiesto esplicitamente ad Abdullah Öcalan di «fare un nuovo appello» che includa anche le forze curde in Siria e le associazioni curde in Europa: «In quanto fondatore del Pkk e unico promotore del suo scioglimento, sarebbe opportuno che Öcalan ricordasse che l’appello del 27 febbraio riguarda anche la branca siriana e quella europea».

Dietro l’appello di Bahçeli si intravede la consueta ossessione securitaria: liquidare l’esperienza dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord-est come minaccia esistenziale per la Turchia. «Non possiamo permettere che restino un problema di sicurezza» ha scandito, rimettendo il destino della regione «alla decisione del nostro presidente Erdogan».

LA REPLICA CURDA è arrivata con un’intervista a JinTV di Pervin Buldan, deputata del partito Dem, che negli ultimi mesi ha incontrato più volte Öcalan: «Un’operazione turca o la cancellazione delle conquiste dei curdi in Siria provocherebbe devastazione anche tra i curdi in Turchia. Nessuno lo accetterebbe, soprattutto Öcalan». Buldan ha rivelato che il leader curdo ha più volte definito la Siria del nord-est e il Rojava come una «linea rossa». «Con noi – ha spiegato Buldan – Öcalan ha parlato soprattutto di politica turca, ma con la delegazione statale ha discusso apertamente della Siria».

La strategia del governo ad interim di al-Shaara per uscire dal pantano sembra configurarsi ancora una volta come un tentativo di divisione del fronte curdo. L’Enks, coalizione vicina al Partito democratico del Kurdistan della famiglia Barzani, secondo diverse fonti avrebbe ricevuto un nuovo invito a Damasco: un tentativo di indicare nell’Enks l’interlocutore curdo privilegiato del governo. Il portavoce dell’Enks, Faysal Yusuf, pur senza confermare l’invito ha affermato che ogni loro azione sarà in linea con il principio di unità del fronte curdo.

Lo stesso Masoud Barzani, storico leader del Kdp, secondo un report di Rudaw avrebbe inviato un messaggio a diverse tribù siriane: in caso di aggressione al Rojava, «l’intera forza peshmerga del Kurdistan verrà a Qamishlo, e io stesso sarò tra loro». Resta difficile credere che, in caso di intervento turco, le Sdf possano contare sul sostegno della famiglia Barzani, legata a doppio filo, politicamente ed economicamente, ad Ankara.

«NON VOGLIAMO la divisione della Siria, ma una pace giusta», ha detto Salih Muslim, figura di spicco del Rojava, a margine di una conferenza con organizzazioni progressiste del mondo arabo, organizzata dall’Unione Patriottica del Kurdistan (Puk) a Sulaymaniyya. «Non accetteremo mai un ritorno a un sistema completamente centralizzato in Siria, né alle condizioni esistenti prima del 2011 – ha affermato Muslim – Se il nuovo governo siriano si rifiuta di riconoscere il decentramento, saremo costretti a chiedere l’indipendenza».