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Tag: Persecuzione di genere

La transizione tradita: la nuova Siria cancella le donne al potere

La transizione siriana si sta definendo attraverso l’esclusione: mentre il governo decide chi può partecipare alla ricostruzione del Paese, le donne che durante la guerra hanno impresso una visione alternativa del futuro del Paese,  sono costrette a difendere gli spazi conquistati, senza un reale riconoscimento istituzionale.

Gianmarco Fontana, Gariwo Mag, 29 giugno 2026

Un anno e mezzo dopo la caduta di Bashar al Assad, il processo di transizione siriano ha prodotto una risposta chiara alla domanda su quale ruolo le donne debbano avere nella costruzione del paese: un ruolo visibile, controllato, e politicamente ininfluente. Non un’esclusione dichiarata – quella sarebbe troppo facile da denunciare – ma qualcosa di più sottile e più difficile da contrastare: un’inclusione gestita, che usa la presenza delle donne come evidenza di progresso mentre ne limita sistematicamente la capacità di incidere sulle decisioni.

Il gabinetto e il parlamento

I dati parlano con sufficiente chiarezza. Nel gabinetto formato a marzo 2025, Hind Kabawat – accademica cristiana e storica figura dell’opposizione – è stata nominata ministra degli Affari Sociali e del Lavoro: unica donna su 23 ministri. Alla prima riunione di gabinetto aveva chiesto ad al-Sharaa perché non ci fossero altre donne. La risposta era stata che ne sarebbero arrivate. Il rimpasto di governo del 9 maggio 2026 ha sostituito quattro ministri e quattro governatori senza aggiungere nessuna donna. I portafogli sovrani – interni, esteri, giustizia, difesa – restano nelle mani di uomini provenienti dal cerchio interno di HTS.

Al parlamento va peggio. Delle 119 seggi assegnati nelle elezioni indirette dell’ottobre 2025, sei sono andati a donne – una percentuale inferiore a quella raggiunta sotto il regime di Assad. Il meccanismo elettorale stesso ha contribuito al risultato: i voti sono stati espressi da soli 6.000 grandi elettori, nominati attraverso un processo supervisionato dallo stesso al-Sharaa.

L’episodio della banca centrale ha reso visibile il meccanismo in modo quasi didascalico. Maysaa Sabrine era stata nominata governatrice in dicembre 2024, prima donna a guidare una banca centrale nel mondo arabo – un primato presentato come prova di apertura. Tre mesi dopo si è dimessa. Nomina storica, permanenza irrilevante: esattamente la traiettoria che le attiviste interpellate da Badil descrivono come “inclusione decorativa”.

Tra rappresentanza e influenza

La dinamica non è nuova per chi conosce la storia della partecipazione femminile nei processi di pace siriani. I meccanismi legati alla risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza ONU del 2015 e il Women’s Advisory Board istituito nel 2016 avevano già formalizzato l’idea che le donne dovessero avere un ruolo nelle negoziazioni – ma con funzione consultiva, senza autorità. Alle trattative di pace di Ginevra del 2019 le delegate del WAB erano state letteralmente costrette ad aspettare nell’atrio dell’hotel mentre i rappresentanti di vari gruppi – incluse milizie armate e il regime di Assad – negoziavano in sala. Come ha detto una delle attiviste intervistate da Badil, quei meccanismi sembravano “pezzi appesi al muro”.

La transizione attuale riproduce la stessa logica con attori diversi. Tra le poche donne in posizioni di governo, alcune hanno contribuito attivamente a restringere lo spazio per le altre. Aisha al-Dibs, a capo del neoistituito Ufficio per gli Affari delle Donne, ha dichiarato in un’intervista che costruirà un modello per le donne siriane fondato sulla Sharia islamica, che la responsabilità primaria delle donne è verso “famiglie e mariti”, e che non lascerà spazio a chi differisce da lei ideologicamente.

La società civile sotto pressione

Le donne che durante gli anni di guerra avevano costruito reti di advocacy, documentazione e organizzazione umanitaria si trovano oggi di fronte a un paradosso: la caduta di Assad ha reso le loro reti più visibili, e quella visibilità è diventata fonte di vulnerabilità. Le autorità hanno risposto con sistemi di licenze provvisorie, approvazioni preventive per eventi, supervisione delle organizzazioni che ricevono finanziamenti esteri.

Il caso più emblematico è quello di Hiba Ezzideen al-Hajji, responsabile di Equity and Empowerment, un’organizzazione per i diritti delle donne a Idlib. Nell’aprile 2025, dopo aver denunciato su Facebook i matrimoni forzati e chiesto un’indagine sui rapimenti di donne alawite, al-Hajji è diventata bersaglio di una campagna di odio online che la accusava di essere un’agente di Assad. Nel giro di quarantotto ore la polizia di Idlib aveva chiuso il centro della sua organizzazione e il governatore aveva chiesto al pubblico ministero di procedere contro di lei per “insulto all’hijab”. Le minacce online nei suoi confronti non sono mai state investigate.

Il 1° ottobre 2025, la stessa ministra Kabawat ha emanato una direttiva che invocava la legge sulle associazioni del 1958 – strumento baathista usato per decenni per sopprimere il lavoro civile indipendente – richiedendo alle ONG di ottenere l’approvazione governativa prima di ricevere finanziamenti esteri o aderire a organismi internazionali. Trentuno organizzazioni siriane, tra cui Women Now, Huquqyat e Badael, hanno firmato una dichiarazione congiunta di opposizione.

Il corpo come spazio politico

Parallelamente alle restrizioni formali, si è sviluppato un ecosistema di pressioni informali che il governo non ha mai codificato ma non ha contenuto. L’azienda di trasporti pubblici di Damasco ha introdotto autobus segregati per sesso a gennaio 2025. Un ospedale della capitale ha introdotto aree di lavoro segregate prima di fare marcia indietro sotto la pressione dell’opinione pubblica. Dipendenti del Ministero dell’Educazione a Damasco e di un tribunale a Homs sarebbero obbligate a indossare il velo. Reti ideologicamente allineate con HTS – ma formalmente esterne al governo – hanno condotto campagne di distribuzione di abiti salafisti a Damasco, Homs, Hama e Latakia: campagne documentate e promosse da chierici le cui organizzazioni operano, secondo quanto riportato dal fact-checker siriano Tahaqaq, sotto la supervisione del Ministero degli Affari Religiosi.

Il silenzio istituzionale sulle violenze

L’architettura dell’esclusione si rende più visibile nella risposta istituzionale alle violenze. Tra febbraio e giugno 2025, almeno 36 donne e ragazze alawite sono state rapite nelle province costiere, alcune costrette al matrimonio, alcune tenute in ostaggio. In quasi ogni caso, polizia e autorità di sicurezza hanno omesso di indagare, a volte incolpando le famiglie o deridendo chi cercava di fare denuncia. Un’inchiesta governativa avviata in novembre ha concluso che vi era stato un solo rapimento genuino, mentre negli altri casi si trattava di donne che avevano lasciato casa volontariamente. La conclusione è stata respinta da Amnesty International, dall’ONU e dalla società civile siriana.

In luglio, gruppi armati affiliati al governo hanno rapito almeno 105 donne e ragazze druse durante la violenza a Sweida. La giornalista Nour Suleiman è stata poi processata per commenti online sulle sparizioni, accusata di diffusione di notizie false. Il pattern è coerente: il governo non interviene a proteggere le donne vittime di violenza, ma interviene rapidamente contro le donne che la denunciano pubblicamente.

Il nordest curdo: un modello sotto smantellamento

L’unica esperienza in cui la partecipazione politica femminile è diventata strutturale – e non accessoria – è quella delle aree a gestione curda nel nordest della Siria. La Democratic Autonomous Administration of North and East Syria (DAANES) aveva formalizzato sistemi di co-presidenza, parità di genere obbligatoria, consigli delle donne e istituzioni autonome femminili. Le donne hanno partecipato a consigli locali, riforma giuridica e discussioni costituzionali. Le Unità di Protezione delle Donne (YPJ), istituite nel 2013, sono diventate riconoscibili a livello internazionale come simbolo di un modello in cui l’autorità femminile è stata esercitata pubblicamente e istituzionalmente.

Con l’espansione dell’autorità centrale del governo di Damasco in queste aree, le attiviste curde intervistate descrivono uno smantellamento sistematico di quei meccanismi: centralizzazione delle licenze, nuove barriere amministrative per le organizzazioni che operavano attraverso i sistemi locali, esclusione delle YPJ dall’integrazione nelle strutture militari nazionali, pressioni verso norme di genere più conservative. La percezione condivisa è che le YPJ siano state escluse non per ragioni di sicurezza, ma come dichiarazione politica su quali forme di autorità femminile siano considerate accettabili.

Cosa dice di noi

Quello che sta accadendo in Siria non è una parentesi nel processo di transizione. È il processo di transizione. Un paese che esce da quattordici anni di guerra e determina chi ha diritto di partecipare alla sua costruzione sta compiendo scelte politiche precise: su chi conta come attore, su quale partecipazione è ammessa, su dove si collocano i confini del possibile.

Le donne che durante gli anni più violenti hanno costruito reti, documentato crimini, organizzato risposte umanitarie e sviluppato visioni per un paese diverso non si sono dissolte. Continuano a lavorare, spesso in condizioni di sicurezza precaria, bilanciando visibilità e rischio. Ma il contesto in cui operano si è ristretto: da costruzione di nuove strutture a difesa di quelle esistenti. Da espansione a sopravvivenza. La domanda su quanto a lungo quella resistenza possa reggere in assenza di riconoscimento istituzionale è aperta. E la risposta che il governo siriano sta dando, giorno per giorno, è sufficientemente chiara.

Gianmarco Fontana, Ricercatore esperto di Levante e Nord Africa

Lo stupro come politica di Stato

La lettre d’Afghanistan, 16 giugno 2026

C’è una frase che Zabihullah Mujahid ripete con la regolarità di un metronomo: «Nelle nostre prigioni non esiste alcuna forma di tortura. Atti di questo genere sono assolutamente proibiti. Dall’arresto fino al rilascio non viene praticata alcuna tortura». È una dichiarazione netta, ufficiale, ripetuta ogni volta che un nuovo rapporto denuncia gli abusi del regime o che una sopravvissuta trova il coraggio di raccontare la propria esperienza. Eppure, alla luce della documentazione disponibile, si tratta di una menzogna di Stato di rara brutalità.

Le prove, infatti, continuano ad accumularsi. Dal ritorno dei talebani al potere, nell’agosto 2021, i rapporti della Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA), di Amnesty International, di Human Rights Watch e delle organizzazioni afghane per i diritti umani descrivono un sistema repressivo fondato sulla violenza, sull’impunità e sull’intimidazione. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha confermato che funzionari e combattenti talebani hanno commesso violenze sessuali contro donne e ragazze. Nel 2025 l’UNAMA ha documentato ventuno casi: quindici donne e sei ragazze. Alcune vittime sono state sottoposte a stupri individuali e di gruppo, altre costrette a matrimoni forzati. Donne arrestate semplicemente per aver partecipato a una manifestazione sono state torturate, maltrattate e sottoposte a violenze sessuali durante la detenzione.

Ventuno casi documentati. Ventuno casi che gli investigatori sono riusciti a ricostruire nonostante il sistematico isolamento imposto dalle autorità talebane, il divieto rivolto al Relatore speciale delle Nazioni Unite di entrare nel Paese e la paura che continua a chiudere la bocca alle vittime. Quel numero non rappresenta l’estensione del fenomeno, ma soltanto la parte che è stato possibile portare alla luce.

Rompere il silenzio

Tra coloro che hanno deciso di rompere il silenzio c’è Julia Parsee, attivista afghana per i diritti delle donne ed ex prigioniera dei talebani. In una recente dichiarazione pubblicata dall’agenzia di stampa ROJ ha raccontato che le detenute sono sottoposte a torture fisiche e psicologiche sistematiche e che le continue minacce rivolte ai loro familiari costituiscono una delle forme più crudeli di violenza esercitate nelle carceri del regime.

Ma la sua testimonianza va oltre. Parsee racconta la storia di una giovane donna della provincia di Kandahar, arrestata non per ciò che aveva fatto o detto, ma per il semplice fatto di appartenere a una determinata famiglia. Il suo unico “reato” era essere parente del generale Abdul Raziq, ex capo della polizia di Kandahar, assassinato nel 2018. Dopo la presa del potere da parte dei talebani, gli uomini e le donne ritenuti vicini a Raziq — in gran parte membri della tribù Achakzai — sono stati vittime di omicidi, sparizioni forzate, torture e detenzioni arbitrarie. Alcuni testimoni sostengono che si possa essere uccisi persino per aver conservato una fotografia del generale. Secondo Parsee, quella giovane donna è stata violentata ripetutamente durante tutta la sua detenzione.

Si potrebbe obiettare che si tratta di una testimonianza indiretta, fondata su un’unica fonte. È vero. Ma è proprio questo il punto. La violenza sessuale esercitata nelle carceri talebane è circondata da un tale livello di stigma sociale che pochissime sopravvissute riescono a raccontare ciò che hanno subito. Molte, una volta liberate, si nascondono. Altre non riescono a sopportare il peso delle conseguenze sociali della detenzione. I casi di suicidio segnalati sono numerosi. Per chi riesce a uscire dal carcere, il ritorno alla libertà coincide spesso con un nuovo isolamento.

Il silenzio, in questo contesto, non è una prova d’innocenza del regime. È una delle conseguenze più evidenti del crimine stesso.

L’onore come strumento politico

Le ragioni di questo silenzio sono profonde e radicate. La società afghana è strutturata, nei suoi livelli più profondi, attorno al concetto di onore. La violenza sessuale non rappresenta soltanto una ferita inflitta al corpo di una donna: viene utilizzata come un’arma contro la sua famiglia, il suo clan e la sua comunità. I talebani conoscono perfettamente questo meccanismo e lo sfruttano con precisione calcolata.

Colpire una donna significa colpire una rete sociale più ampia. Violentarla significa intimidire tutti coloro che le sono vicini, perché denunciare quanto accaduto può esporre la famiglia alla vergogna e alla stigmatizzazione. In questo modo la violenza sessuale diventa uno strumento di controllo collettivo: non serve soltanto a punire una persona, ma a scoraggiare qualsiasi forma di opposizione.

Tra il gennaio 2022 e il luglio 2023, l’UNAMA ha documentato oltre 1.600 violazioni dei diritti umani commesse durante arresti e detenzioni, quasi la metà delle quali comprendeva torture o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Questo dato, raccolto nonostante le restrizioni imposte alle attività di monitoraggio, deve essere interpretato come una soglia minima, non come una misura completa della violenza esercitata.

Direzione 40

Zarifa Yaqobi, ex detenuta e attivista per i diritti delle donne, ha risposto direttamente alle smentite di Zabihullah Mujahid. Lei e le sue colleghe, ha raccontato, sono state detenute per quarantuno giorni nelle condizioni più dure: isolamento, interrogatori, torture e confessioni estorte presso la Direzione 40 dei servizi d’intelligence.

La Direzione 40. Un nome, un indirizzo. Non un simbolo né un’allegoria. Un edificio a Kabul dove donne sono state sistematicamente spezzate mentre il portavoce ufficiale del regime assicurava al mondo che nelle carceri talebane non accadeva nulla.

Ciò che avviene nelle prigioni afghane non può essere liquidato come l’abuso incontrollato di pochi individui. È una politica. Una politica che utilizza il corpo, l’onore e la paura come strumenti di governo.

Le donne arrestate per aver manifestato, per aver avuto rapporti con il precedente governo o semplicemente per aver occupato uno spazio nella vita pubblica sono bersagli selezionati. La loro detenzione non ha soltanto lo scopo di punirle. Serve a diffondere la paura, a colpire le loro famiglie, a paralizzare chi osserva e a trasmettere un messaggio chiaro: il prezzo della resistenza sarà pagato non solo dalla singola persona, ma dall’intera comunità che le sta intorno.

Impunità del regime talebano

L’impunità del regime talebano si fonda su diversi pilastri. Il primo è l’assenza di un sistema giudiziario indipendente in grado di indagare sulle violazioni commesse dalle autorità. Le autorità de facto hanno inoltre impedito al Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan di entrare nel Paese.

Nel frattempo, la comunità internazionale continua a utilizzare il linguaggio dell’«impegno» e del «dialogo», una formula che spesso appare più orientata alla gestione delle relazioni con il regime che alla richiesta di giustizia per le vittime. Si negoziano accordi di rimpatrio. Si invitano rappresentanti talebani a incontri e conferenze internazionali. Si cerca una forma di gestione politica della situazione.

Ma intanto, a Kandahar, a Kabul e nei luoghi di detenzione controllati dai servizi di sicurezza talebani, donne e ragazze continuano a pagare con il proprio corpo il prezzo del silenzio del mondo.

Julia Parsee ha parlato. Zarifa Yaqobi ha parlato. Tamana Paryani ha parlato. Queste donne hanno corso rischi enormi affinché le loro testimonianze potessero superare i confini dell’Afghanistan e raggiungere il resto del mondo.

La risposta minima che il mondo deve loro è ascoltarle. Non relegarle in una generica categoria di «diritti umani» tra due paragrafi di analisi geopolitica. Ascoltarle significa riconoscere la natura della violenza che denunciano e chiamarla con il suo nome.

Secondo numerose organizzazioni per i diritti umani, le pratiche documentate contro donne e oppositori in Afghanistan possono configurare gravi violazioni del diritto internazionale. La repressione sistematica, la persecuzione di genere e l’uso della violenza sessuale come strumento di intimidazione richiedono un esame alla luce degli standard sui crimini internazionali.

Lo stupro nelle carceri dell’Emirato islamico non è un effetto collaterale della repressione. È uno strumento di governo.

 

Segnalati ulteriori arresti di donne a Herat e Farah

Parsa Katal, AMU Tv, 24 giugno 2026

Residenti e fonti locali dell’Afghanistan occidentale affermano che i talebani hanno arrestato diverse donne nelle province di Herat e Farah negli ultimi giorni, in quella che rappresenta l’ultima serie di arresti segnalati dopo un’ondata di detenzioni avvenuta a Herat all’inizio di questo mese.

Secondo fonti locali, lunedì quattro donne sono state arrestate a Farah e due a Herat. I residenti riferiscono che le donne sono state accusate di viaggiare senza un tutore maschile, noto come *mahram*, oppure di non aver rispettato il codice di abbigliamento imposto dai talebani.

Le fonti sostengono inoltre che alcune delle detenute abbiano subito maltrattamenti durante l’arresto.

Troppa paura per uscire di casa

Una residente di Herat ha dichiarato che la paura di essere arrestate è diventata così diffusa che molte donne ormai evitano di uscire di casa se non strettamente necessario.

«Nessuno vuole più uscire di casa. Persino madri e nonne escono solo quando non hanno altra scelta. Lasciano la casa con paura», ha affermato la residente.

Secondo i residenti locali, diverse donne arrestate a Herat negli ultimi giorni sono state successivamente rilasciate dopo che i loro familiari hanno fornito garanzie per loro. Le fonti riferiscono che alle donne liberate è stato intimato di non parlare pubblicamente delle circostanze della loro detenzione.

Un’altra residente ha affermato che le donne fermate durante precedenti ondate di arresti hanno raccontato esperienze simili dopo essere state prese in custodia dagli agenti talebani incaricati della moralità pubblica.

«La scorsa settimana sono state arrestate 41 donne. Quelle che sono tornate raccontano tutte le stesse cose su ciò che è accaduto loro», ha dichiarato la residente.

Le segnalazioni arrivano in un contesto di crescente preoccupazione per l’applicazione delle norme morali da parte dei talebani, soprattutto dopo l’entrata in vigore della loro Legge per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, che ha ampliato le restrizioni sull’aspetto delle donne e sulla loro presenza negli spazi pubblici.

Un familiare di una donna precedentemente arrestata a Herat ha affermato che la donna avrebbe tentato di darsi fuoco dopo aver subito pressioni dalla propria famiglia una volta rilasciata.

«Dopo il suo arresto, la famiglia le ha fatto pressione dicendole che avrebbe dovuto indossare il burqa. Si è data fuoco», ha raccontato il parente. «Gran parte del suo corpo è rimasta ustionata e attualmente si trova in ospedale.»

Le attiviste per i diritti delle donne affermano che gli arresti hanno accresciuto il clima di paura tra donne e ragazze, che già vivono sotto pesanti restrizioni imposte dal regime talebano.

Gli arresti segnalati seguono una più ampia campagna condotta dagli ispettori della moralità talebani a Herat, che ha suscitato critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani e attivisti afghani.

All’inizio di questo mese, la missione delle United Nations Assistance Mission in Afghanistan (UNAMA) ha confermato che quasi 30 donne e ragazze sono state arrestate a Herat dagli agenti talebani incaricati della moralità pubblica con accuse legate alla violazione del codice di abbigliamento. L’UNAMA ha inoltre riferito che le proteste contro gli arresti sono state disperse dalle forze talebane, causando almeno una vittima.

I talebani hanno difeso l’applicazione delle norme sull’abbigliamento islamico e sul comportamento pubblico, sostenendo che tali misure riflettono i valori religiosi e culturali dell’Afghanistan.

Le organizzazioni per i diritti umani, tuttavia, affermano che questi arresti fanno parte di un più ampio schema di restrizioni che, dal ritorno al potere dei talebani nell’agosto 2021, ha progressivamente limitato la libertà di movimento delle donne, il loro accesso al lavoro e la partecipazione alla vita pubblica.

I talebani non hanno rilasciato commenti pubblici sugli ultimi arresti segnalati a Herat e Farah.

 

16 politiche dei talebani violano il Trattato internazionale sui diritti delle donne, CEDAW

Kabul Now, 3 aprile 2026

Una analisi giuridica delle Nazioni Unite ha concluso che 16 provvedimenti imposti dai talebani dall’agosto 2021 costituiscono una discriminazione sistemica nei confronti di donne e ragazze, violando gli obblighi dell’Afghanistan ai sensi della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW).

Il rapporto di 52 pagine, pubblicato congiuntamente dall’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) e da UN Women, esamina ogni direttiva e legge talebana alla luce di specifici articoli del trattato. L’Afghanistan ha ratificato la CEDAW nel 2003 e rimane vincolato da essa indipendentemente dal governo in carica.

Tutti i divieti

La revisione esamina le politiche emanate tra il 2021 e il 2025, tra cui i divieti di istruzione secondaria e superiore per le ragazze, le restrizioni alla partecipazione delle donne agli istituti di formazione medica, i limiti al rientro al lavoro delle dipendenti pubbliche e i divieti di lavoro per le donne presso ONG o le Nazioni Unite.

Il provvedimento riguarda anche la chiusura dei saloni di bellezza femminili, l’obbligo di avere un accompagnatore maschile durante i viaggi, le norme sull’hijab che prevedono anche la copertura del viso, e la Legge del 2024 sulla promozione della virtù e la prevenzione del vizio, che impone codici di abbigliamento, l’obbligo di parlare a voce alta e restrizioni sull’uso dei mezzi pubblici da parte delle donne.

Il rapporto evidenzia i divieti di accesso all’istruzione come violazioni particolarmente gravi, descrivendo l’istruzione come un “diritto fondamentale” la cui negazione comporta danni più ampi in termini di occupazione, indipendenza economica, accesso all’assistenza sanitaria e partecipazione alla vita pubblica.

Inoltre evidenzia il divieto di accesso per donne e ragazze agli istituti medici, evidenziandone il potenziale impatto a lungo termine sulla salute pubblica e avvertendo che la conseguente carenza di professioniste sanitarie potrebbe limitare l’accesso delle donne alle cure, in particolare ai servizi di salute riproduttiva e materna, e aumentare rischi come la mortalità materna, in violazione dell’articolo 12 della CEDAW.

Le restrizioni alla libertà di movimento, all’occupazione e alla partecipazione pubblica, comprese le direttive sull’hijab, sul silenzio e sull’obbligo di accompagnamento maschile, sono descritte come violazioni della libertà di movimento, della libertà di espressione e dell’obbligo di eliminare costumi e stereotipi discriminatori.

Violazioni sistematiche della CEDAW

La revisione conclude che le 16 politiche nel loro insieme costituiscono un “sistema di discriminazione istituzionalizzata“, in cui le restrizioni in un ambito ne rafforzano altre in ambito politico, economico, sociale e culturale. Tutte le misure sono considerate violazioni sistematiche dei principi fondamentali della CEDAW, tra cui la non discriminazione, l’uguaglianza davanti alla legge e l’obbligo degli Stati di eliminare le pratiche discriminatorie.

L’OHCHR e UN Women presentano la revisione come uno strumento giuridico neutrale a supporto della responsabilizzazione, senza tuttavia formulare raccomandazioni politiche.

Le autorità talebane non hanno commentato il rapporto. In precedenza, avevano difeso le proprie azioni sostenendo che fossero coerenti con la loro interpretazione della legge islamica e avevano accusato i critici internazionali di pregiudizi contro l’Islam.

Questi risultati giungono in un contesto di crescente preoccupazione internazionale per la progressiva riduzione delle opportunità per donne e ragazze in Afghanistan, dove l’accesso all’istruzione, all’occupazione e all’assistenza sanitaria rimane fortemente limitato sotto il regime talebano. Esperti delle Nazioni Unite e organizzazioni per i diritti umani avvertono che tali politiche minano decenni di progressi in materia di diritti delle donne e costituiscono “crimini contro l’umanità” ai sensi del diritto internazionale.

La settimana delle donne all’ONU: divisioni, allarmi e agghiaccianti testimonianze

Stefano Vaccara, VNY, 9 marzo 2026

Al Palazzo di Vetro, la settimana più importante dell’anno per i diritti delle donne, lunedì si è aperta in un clima che riflette perfettamente il momento storico: grandi parole, grandi allarmi, ma anche profonde spaccature politiche e morali.

Da una parte, nell’aula dell’Assemblea Generale, la 70ª sessione della Commissione sullo Status delle Donne ha rilanciato il tema dell’accesso alla giustizia per donne e ragazze in tutto il mondo. Dall’altra, nelle sale laterali e al Consiglio di Sicurezza, sono esplose con forza le crisi che oggi rendono quel diritto sempre più fragile: l’Afghanistan dei talebani, l’Iran in guerra, il Medio Oriente in fiamme, la regressione globale dei diritti femminili.

In sala, ad affiancare leader politici e funzionarie ONU, c’era Anne Hathaway, goodwill ambassador di UN Women, con un intervento che ha dato un tono più emotivo ma non meno politico alla giornata. “È difficile sopportare la consapevolezza che la distanza tra la promessa dell’uguaglianza e l’esperienza concreta di essa sia ancora così grande per così tante persone”, ha detto l’attrice americana dal podio verde dell’Assemblea Generale. Hathaway ha reso omaggio “al coraggio e alla forza delle donne che non hanno accettato di vedersi negare giustizia, perché hanno scelto di agire in un mondo che si aspetta il silenzio”, chiudendo con una frase che è sembrata parlare anche alla tensione dell’intera settimana: “La nostra celebrazione oggi afferma la nostra determinazione a resistere più a lungo dell’ingiustizia”.

In Afghanistan c’è l’apartheid di genere

Un intervento particolarmente forte è arrivato dalla premio Nobel per la pace Malala Yousafzai, che ha denunciato con durezza la situazione delle donne e delle ragazze in Afghanistan sotto il regime talebano. “Oggi sono qui con il cuore spezzato”, ha detto, ricordando anche la sofferenza delle famiglie colpite dalla violenza in diverse parti del mondo, tra cui Iran e Gaza. Malala ha definito il sistema imposto dai talebani una vera e propria “gender apartheid”, sottolineando che alle ragazze è vietato frequentare la scuola secondaria e l’università e alle donne è impedito lavorare e partecipare alla vita pubblica. “Questo non è cultura. Non è religione. È un sistema di segregazione e dominio”, ha dichiarato, invitando la comunità internazionale a riconoscere formalmente questa realtà nel diritto internazionale. Nel finale del suo intervento ha lanciato un appello diretto ai governi affinché passino dalle parole ai fatti: “I discorsi non proteggono le ragazze. Ma le leggi, la responsabilità e il coraggio politico sì”.

Il segretario generale António Guterres, nel suo intervento di apertura, ha scelto parole nette: “Viviamo in un mondo e in una cultura dominati dagli uomini. L’uguaglianza di genere è, ed è sempre stata, una questione di potere”. E ancora: “Neanche un passo avanti nei diritti delle donne è mai stato regalato. È stato conquistato”. Per Guterres, il tema scelto quest’anno, l’accesso alla giustizia, “va al cuore stesso della lotta per l’uguaglianza”, in un mondo in cui le donne godono in media solo del 64 per cento dei diritti legali degli uomini. Il capo dell’ONU ha insistito sul fatto che la reazione contro i diritti femminili non è casuale ma strutturale: “Il backlash è ciò che il potere consolidato fa quando sente allentarsi la propria presa”. Ha parlato di protezioni legali erose, di difensore dei diritti delle donne sotto attacco, di diritti sessuali e riproduttivi indeboliti. E ha indicato nell’Afghanistan il caso più estremo: “Le donne vengono sistematicamente cancellate dalla vita pubblica – e ora persino impedite di entrare nei compound dell’ONU. Questa è ingiustizia nella pratica”.

Su questo punto è tornata con forza anche Annalena Baerbock, presidente dell’Assemblea Generale, che ha parlato senza giri di parole di “gender apartheid” in Afghanistan. “Qualsiasi normalizzazione di questo regime sarebbe una scelta attiva di tollerare la più grave violazione dei diritti delle donne”, ha detto. Baerbock ha poi allargato il discorso al sistema ONU stesso, ricordando che in 80 anni non c’è mai stata una donna segretario generale: “La domanda non è perché una donna dovrebbe diventare segretario generale. La domanda è: perché no?”

La disuguaglianza aggravata dalla guerra

Sulla stessa linea la direttrice esecutiva di UN Women, Sima Bahous, che ha ricordato come “in quasi il 70 per cento dei Paesi esaminati le donne affrontano maggiori ostacoli alla giustizia rispetto agli uomini”, mentre nel 54 per cento degli Stati lo stupro non è ancora definito sulla base del consenso. “L’uguaglianza di genere oggi è aggravata dai mali della guerra e del conflitto, dall’Afghanistan a Haiti, dall’Iran al Myanmar, dalla Palestina al Sudan, dalla Siria all’Ucraina”, ha detto, strappando applausi quando ha aggiunto che UN Women sarebbe “orgogliosa di servire una futura Madame Secretary-General”.

Eppure, proprio mentre nell’aula si parlava di giustizia, la politica internazionale ha mostrato tutta la sua frattura. Le Agreed Conclusions, il documento finale della Commissione, sono state adottate non per consenso ma con voto formale: 37 favorevoli, 1 contrario, gli Stati Uniti, e 6 astensioni. È un fatto raro e politicamente pesante. Washington ha rifiutato il testo denunciando il riferimento a quella che definisce “gender ideology”, il linguaggio sulla salute sessuale e riproduttiva, e qualsiasi apertura a una regolazione dell’intelligenza artificiale in chiave di diritti. Il rappresentante americano ha attaccato anche UN Women, accusandola di promuovere aborto e ideologia di genere.

Il risultato è che la più importante piattaforma globale sui diritti delle donne si apre quest’anno non nel segno dell’unità, ma della frattura.

Nel frattempo, poche ore dopo, il Consiglio di Sicurezza ha affrontato il dossier Afghanistan, con un tono durissimo verso i talebani. Gli Stati Uniti hanno denunciato quelle che l’ambasciatore Mike Waltz, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza, ha definito restrizioni “inaccettabili e francamente disgustose” contro i diritti delle donne. Ma a fotografare meglio la crisi è stata Georgette Gagnon, numero uno ad interim della missione ONU in Afghanistan, che ha parlato di una crisi umanitaria in peggioramento, di economia fragile, di ritorni forzati dai Paesi vicini, e del fatto che l’esclusione delle donne dal lavoro e dalla vita pubblica sta prosciugando il capitale umano del Paese. Il tutto mentre la guerra in Medio Oriente rende incerta anche la rotta commerciale via Iran e la frontiera con il Pakistan resta instabile.

Testimonianze dall’Iran

Se l’Afghanistan è diventato all’ONU il simbolo più esplicito della segregazione di genere, l’Iran è entrato nella settimana delle donne attraverso due porte diverse e complementari: da un lato nei discorsi ufficiali, dall’altro nelle testimonianze dirette.

La relatrice speciale Reem Alsalem ha denunciato “livelli nauseanti di impunità” parlando anche del caso Epstein, ma ha collegato il discorso alla violenza sulle donne nei conflitti, citando l’Iran e il Libano come esempi recenti di come l’impunità e la guerra colpiscano prima di tutto donne e ragazze.

E poi c’è stato un momento politicamente potentissimo: il side event organizzato dalla missione israeliana all’ONU, guidata dall’ambasciatore Danny Danon, con donne iraniane chiamate a denunciare le violenze e la repressione del regime. Il fatto che l’evento si sia tenuto proprio nel giorno inaugurale della conferenza sullo stato delle donne ha dato alla scena un significato particolare: la battaglia per i diritti femminili si intreccia ormai apertamente con la guerra, con la propaganda e con la diplomazia.

Tra le testimonianze, quella della calciatrice iraniana Shiva Amini è stata una delle più forti. “Sono qui per testimoniare contro questo regime di assassini”, ha detto. Ha raccontato arresti, minacce di stupro, frustate, carcere, la proibizione di giocare senza hijab, il divieto di competere contro atleti israeliani, e una vita sportiva ridotta a strumento di propaganda politica. “Nel mio Paese i campioni nazionali vengono premiati con i proiettili, non con le medaglie”, ha detto, rivolgendosi poi direttamente in italiano al presidente della FIFA Gianni Infantino per chiedere l’esclusione dell’Iran dalle competizioni internazionali.

Così, in un giorno, l’ONU ha offerto un’immagine brutale del presente: nella grande sala dell’Assemblea si approvano documenti sul diritto alla giustizia; nel Consiglio di Sicurezza si denuncia un sistema, quello talebano, che cancella le donne dalla società; nelle sale laterali, donne iraniane raccontano come uno Stato possa perseguitare perfino chi gioca a calcio. L’impressione è che questa CSW70 abbia messo a nudo ancora una volta che la questione dei diritti delle donne non è più un capitolo separato dell’agenda internazionale. È ormai il punto in cui si incontrano – e si scontrano – potere, guerra, ideologia, religione, democrazia e autoritarismo. E forse è proprio per questo che oggi divide così tanto.

Afghanistan dei talebani: donne schiave alla mercé di mariti e religiosi

Globalist, 15 Febbraio 2026

I talebani hanno pubblicato un nuovo codice penale che inserisce nella legislazione dell’Afghanistan alcune delle loro pratiche più arretrate, con le donne destinate in particolare a soffrire nelle aule di tribunale.

Firmato dal leader supremo del gruppo islamista radicale Hibatullah Akhundzada, il codice penale di 90 pagine include disposizioni anacronistiche che richiamano le scritture islamiche, come diversi livelli di punizione a seconda che l’autore del reato sia “libero” o “schiavo”.

Di fatto, crea un nuovo sistema di caste tra membri di rango superiore e inferiore della società afghana, consentendo ai leader religiosi o mullah al vertice una quasi totale immunità dalla persecuzione penale e prevedendo le punizioni più severe per le classi lavoratrici.

Forse l’aspetto più allarmante è che il codice sembra mettere le donne sullo stesso piano degli “schiavi”, con clausole che stabiliscono che i “padroni” o i mariti possano infliggere punizioni discrezionali, sotto forma di percosse, alle loro mogli o subordinati.

Una copia del codice penale, chiamato De Mahakumu Jazaai Osulnama, che è stato distribuito ai tribunali in Afghanistan.

Molte persone hanno paura di esprimersi contro il codice per timore di ritorsioni da parte dei talebani, anche in forma anonima. Dopo che segni di malcontento hanno iniziato a diffondersi online e tramite attivisti basati all’estero, i talebani hanno emesso una decisione separata secondo cui anche discutere del nuovo codice costituisce un reato, secondo gruppi per i diritti umani.

Il codice stabilisce che le punizioni corporali per i reati gravi saranno eseguite non dai servizi penitenziari, ma da religiosi islamici.

Incoraggia inoltre che le infrazioni meno gravi siano trattate tramite il “ta’zir” (punizione discrezionale) — in altre parole, nei casi in cui la “colpevole” sia una moglie, con una punizione inflitta dal marito.

Il codice prevede formalmente una via alla giustizia per le donne aggredite, ma esse devono dimostrare di aver subito gravi danni fisici mostrando le ferite al giudice, pur essendo obbligate a rimanere completamente coperte. Devono inoltre presentarsi in tribunale accompagnate dal marito o da un accompagnatore maschio (mehram), anche se nella maggior parte dei casi gli aggressori sono proprio i mariti.

Una consulente legale che lavora nella capitale afghana, parlando in forma anonima, ha dichiarato che per le donne ottenere giustizia per aggressioni secondo la legge talebana è un processo “estremamente lungo e difficile”.

Ha citato un caso recente in cui una donna è stata picchiata da una guardia talebana durante una visita al marito in prigione. Quando ha denunciato l’accaduto alle autorità, le è stato detto che la sua richiesta non sarebbe stata esaminata senza la presenza di un accompagnatore maschio — il marito che si trovava in carcere.

La consulente ha raccontato che la donna ha risposto che, se avesse avuto un accompagnatore, la guardia talebana non l’avrebbe aggredita. “Ha pianto e gridato in pubblico che la morte è meglio [del processo che sta affrontando]”, ha detto. “È impossibile per le donne ottenere giustizia per un’aggressione subita.”

Si tratta di un netto passo indietro rispetto ai progressi compiuti sotto la precedente amministrazione afghana sostenuta dalla Nato, che aveva introdotto misure severe contro i matrimoni forzati, lo stupro e altre forme di violenza di genere. La violenza domestica contro le donne era punita con pene da tre mesi a un anno.

Con il nuovo codice, anche se una donna riesce a superare tutti gli ostacoli legali e sociali e a dimostrare di essere stata vittima di una grave aggressione da parte del coniuge, il marito riceverà una pena massima di 15 giorni.

Secondo esperti di diritti umani, nel nuovo codice i talebani non hanno né condannato né esplicitamente proibito la violenza fisica, psicologica o sessuale contro le donne.

Uno dei pochi percorsi verso la giustizia per le donne gravemente picchiate è mostrare le ferite a un giudice, pur rimanendo completamente coperte.

Rawadari, un movimento per i diritti umani che monitora il regime islamista radicale in Afghanistan e opera in gran parte dall’esilio, ha dichiarato che un’altra parte del codice impedisce alle donne di trovare rifugio sicuro nella casa dei genitori.

“L’articolo 34 stabilisce che se una donna si reca ripetutamente a casa del padre o di altri parenti senza il permesso del marito e non torna a casa nonostante la richiesta del marito, la donna e qualsiasi membro della famiglia o parente che le abbia impedito di tornare dal marito sono considerati colpevoli di reato e saranno condannati a tre mesi di reclusione”, ha affermato l’organizzazione in un comunicato.

“Questa disposizione, in particolare nel caso delle donne che cercano rifugio nelle case dei genitori o dei parenti per sfuggire alla violenza e ai maltrattamenti dei mariti, le espone a ulteriori violenze domestiche e le priva della protezione familiare e comunitaria, l’unica rimasta in assenza di rimedi legali formali”, ha aggiunto Rawadari.

Shaharzad Akbar, direttrice esecutiva dell’organizzazione, ha dichiarato che il codice rende gli studiosi religiosi responsabili dell’applicazione di restrizioni sistematiche ai diritti di donne, ragazze e minoranze, mentre i mullah stessi ricevono un’ampia immunità legale.

Il nuovo sistema giuridico istituisce di fatto anche un sistema di caste in cui la punizione è determinata non dalla natura del crimine, ma dallo status sociale del colpevole. Al vertice della gerarchia ci sono gli studiosi religiosi, seguiti dalle élite, dalla “classe media” e, in fondo, dalla “classe inferiore”.

Se uno studioso religioso commette un reato, riceverà “consigli” sul proprio comportamento. Un membro dell’élite sociale riceverà al massimo un richiamo e, se necessario, una convocazione in tribunale. Per la “classe media”, la pena massima è la detenzione, mentre per la “classe inferiore” è la detenzione combinata con punizioni corporali.

“Quindi ora il mullah è il re”, ha detto Akbar. “Il mullah decide tutto e ottiene privilegi che la gente comune non può avere, perché viene posto persino al di sopra delle élite.”

 

Luci abbaglianti, stomaci vuoti: la ricostruzione di facciata dei talebani

Wajed Rohani, Shafaqna Afghanistan (شفقنا افغانستان), 8 febbraio 2026

Alcune strade delle città afghane brillano di luci, vernici fresche e decorazioni scenografiche. Ma sotto quelle stesse luci, milioni di persone lottano contro povertà, fame e l’impossibilità di assicurarsi il pane quotidiano. Questo contrasto è diventato uno dei tratti più evidenti del governo talebano.

Nei giorni scorsi, Haji Zaid, portavoce del governatore talebano di Balkh, ha pubblicato diverse fotografie che mostrano l’illuminazione e l’abbellimento di Mazar-i-Sharif, capoluogo della provincia nel nord dell’Afghanistan. Le immagini mettono in evidenza strade specifiche, giochi di luce, colori vivaci e facciate rinnovate, nel tentativo di offrire un’immagine ordinata e decorosa della città sotto l’amministrazione talebana.

Tuttavia, queste iniziative limitate sembrano più orientate a trasmettere un messaggio politico che a rappresentare un piano organico di sviluppo urbano. L’obiettivo appare quello di dimostrare che il regime si dedica alla ricostruzione e al decoro delle città. Ma questa operazione di facciata contrasta apertamente con la realtà quotidiana della maggioranza della popolazione, per la quale povertà, disoccupazione e difficoltà nel soddisfare i bisogni primari — incluso l’acquisto di pane fresco — sono diventati parte integrante della vita di ogni giorno.

Fonti locali riferiscono che, su ordine di Haji Yousuf Wafa, governatore talebano di Balkh e figura vicina al leader del movimento talebano, è stato costruito un pennone alto 60 metri davanti alla sede del governo provinciale per issare la bandiera talebana. Il costo dell’opera non è stato reso noto. Per molti osservatori, tuttavia, questo gesto simbolico riflette chiaramente le priorità dell’attuale amministrazione: ostentazione del potere, simbolismo ideologico e cura dell’immagine, più che attenzione ai bisogni essenziali della popolazione.

Eppure, nella stessa provincia di Balkh, giornalisti locali avevano già segnalato che molte famiglie, a causa dell’aggravarsi della crisi economica, sono costrette a consumare pane secco e raffermo, non potendosi permettere quello fresco. Per numerosi cittadini, anche garantirsi il pane quotidiano è diventata una sfida. Le tavole si fanno sempre più povere, mentre le difficoltà aumentano.

Immagini propagandistiche

Nonostante questo scenario, le autorità talebane locali sembrano concentrarsi soprattutto su illuminazioni, tinteggiature e costruzioni simboliche in alcune zone selezionate di Mazar-i-Sharif. Si tratta di interventi funzionali alla produzione di un’immagine propagandistica, più che alla soluzione dei problemi strutturali che affliggono la popolazione.

Questo approccio non riguarda solo Mazar-i-Sharif. In altre province e grandi città — tra cui Kabul ed Herat — i talebani hanno promosso progetti simili di abbellimento urbano: decorazioni luminose, verniciature, interventi estetici. Nella capitale, in particolare, l’apertura di questi progetti viene accompagnata dall’invito ai media locali, a creatori di contenuti online e a youtuber, affinché ne diano ampia copertura.

Il risultato è la diffusione sui social network di un’immagine selettiva e abbellita delle città afghane. Alcuni visitatori stranieri e membri della diaspora afghana in Europa e negli Stati Uniti, condividendo fotografie e video di strade illuminate e spazi decorati, finiscono involontariamente per rafforzare la narrativa promozionale del regime, che tenta di nascondere dietro luci e colori la realtà di una crisi umanitaria profonda.

Il caso emblematico di Nuriya

Nel frattempo, mentre si spendono risorse per l’estetica urbana, una larga parte della popolazione affronta fame e indigenza. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), nel 2026 circa 21,9 milioni di persone — quasi il 45% della popolazione afghana — avranno bisogno di assistenza umanitaria.

Un caso emblematico delle conseguenze della povertà è quello di Nuriya, una giovane della provincia di Helmand, nel sud del Paese. Negli ultimi tre anni è stata costretta a vestirsi da uomo e a tagliarsi i capelli corti per poter lavorare in un caffè, dal momento che alle donne è vietato lavorare in gran parte dei settori pubblici e privati. La sua scelta non era un gesto di ribellione, ma un tentativo di sopravvivenza.

Le autorità talebane di Helmand l’hanno arrestata e hanno diffuso un video in cui la giovane spiega di aver agito per necessità, a causa della povertà e dell’assenza di un capofamiglia. Racconta di lavorare da tre anni nello stesso locale, percependo uno stipendio mensile di diecimila afghani, e di non avere altra alternativa. «Non lo faccio per capriccio», dice nel video. «Mio padre è morto, non ho nessuno.»

Da allora non si hanno più notizie di lei.

Il caso di Nuriya mostra come il divieto di lavoro imposto alle donne le spinga verso scelte forzate e rischiose. E mentre la leadership talebana continua a privilegiare una rigorosa interpretazione della sharia, senza aperture sui diritti e le libertà femminili, nei discorsi pubblici invita i cittadini benestanti ad aiutare i poveri e sollecita questi ultimi ad accettare la propria condizione senza lamentarsi.

Tali appelli, tuttavia, contrastano con la destinazione di gran parte delle risorse disponibili verso spese per la sicurezza, progetti simbolici, decorazioni urbane e opere di forte valore propagandistico. Investimenti che non affrontano le necessità fondamentali della popolazione, ma rafforzano l’immagine e il controllo del potere.

Le sanzioni australiane all’Afghanistan sottolineano la responsabilità


Saima Afzal, The Interpreter, 7 gennaio 2026
L’imposizione da parte dell’Australia di un nuovo quadro sanzionatorio autonomo per l’Afghanistan è un passo significativo che dimostra come le potenze medie possano reagire alle persistenti violazioni dei diritti umani quando i meccanismi multilaterali sono lenti o inefficaci. Il quadro autorizza Canberra ad applicare sanzioni finanziarie dirette e restrizioni di viaggio ai funzionari talebani coinvolti in un’oppressione sistematica, preservando al contempo lo spazio per l’impegno umanitario.

Le sanzioni garantiscono che gli artefici della repressione vengano identificati, registrati e limitati

Ciò dimostra che le sanzioni autonome non devono essere meramente simboliche, ma possono funzionare come uno strumento calibrato della diplomazia delle medie potenze, rafforzando la responsabilità senza interrompere i canali umanitari.

Il nuovo quadro normativo australiano, previsto dal Regolamento sulle sanzioni autonome del 2011, conferisce al ministro degli esteri il potere di designare gli individui coinvolti nell’oppressione di donne e ragazze, nella persecuzione di gruppi minoritari, nell’oppressione generale della popolazione e in azioni che compromettono il buon governo o lo stato di diritto in Afghanistan.

Le prime quattro persone elencate sono funzionari talebani di spicco: il Presidente della Corte Suprema e i ministri che sovrintendono al rispetto della moralità, all’istruzione superiore e alla giustizia. Ciò riflette un deliberato passaggio dalle sanzioni generalizzate a livello statale a una responsabilità individualizzata, concentrando la responsabilità su coloro che elaborano e applicano le politiche.

Il quadro introduce anche un embargo sulle armi e restrizioni sui servizi correlati, ponendo i talebani all’interno della stessa architettura di sanzioni autonome applicata a stati come Iran, Russia e Corea del Nord.

Da quando sono tornati al potere nell’agosto 2021, i talebani hanno vietato alle ragazze l’istruzione secondaria, hanno escluso le donne dall’università e dalla maggior parte delle forme di impiego e hanno imposto ampie restrizioni alla libertà di movimento delle donne e alla loro partecipazione alla vita civica e politica.

Le agenzie delle Nazioni Unite stimano che almeno 1,4 milioni di ragazze – circa l’80% delle ragazze in età scolare – siano state deliberatamente private dell’istruzione . Le politiche dei talebani sono istituzionalizzate attraverso ministeri, tribunali e organi di controllo, integrando la discriminazione nei meccanismi di governo.

I Talebani continuano a presentare queste restrizioni come imposte dalla religione, un’affermazione sempre più contestata dagli studiosi islamici di tutto il mondo. Diversi rapporti indicano che alcuni alti dirigenti talebani istruiscono segretamente le proprie figlie all’estero o tramite accordi privati, negando al contempo queste opportunità al pubblico. Questa incoerenza rivela che le restrizioni sono strumenti di dominio politico piuttosto che un obbligo religioso.

L’Afghanistan rischia di trasformarsi in una tragedia pianificata

Le azioni dell’Australia sono in linea con il crescente slancio nei consessi legali internazionali. Nel luglio 2025, la Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto per il leader supremo dei talebani, Haibatullah Akhundzada, e per il Presidente della Corte Suprema Abdul Hakim Haqqani, per violazioni dei diritti umani basate sul genere. Diversi Stati, tra cui l’Australia, hanno partecipato al procedimento presso la Corte internazionale di giustizia, sostenendo che i talebani hanno violato la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne.

Identificando i singoli responsabili anziché sanzionare l’Afghanistan nel suo complesso, Canberra rafforza l’architettura probatoria e diplomatica in materia di responsabilità. In questo contesto, le sanzioni funzionano meno come una punizione economica diretta e più come strumenti di segnalazione legale, rafforzando il principio secondo cui la persecuzione di genere costituisce una grave violazione delle norme internazionali.

Alcuni analisti sostengono che è improbabile che le sanzioni modifichino il comportamento dei talebani. Tuttavia, sanzioni mirate contribuiscono a danneggiare la reputazione, a limitare la legalità e a creare un duraturo senso di responsabilità. I ​​rappresentanti dei talebani hanno liquidato le misure come irrilevanti, citando il limitato impegno dell’Afghanistan nei confronti dell’Australia. Tuttavia, le sanzioni non mirano a una rapida modifica del comportamento. La loro utilità risiede nel graduale isolamento e nel continuo supporto delle norme internazionali.

Una delle critiche più persistenti ai regimi sanzionatori riguarda il loro costo umanitario. L’Australia ha cercato di affrontare questa preoccupazione integrando nel quadro normativo un permesso umanitario basato su classi. Dal 2021, l’Australia ha impegnato oltre 310 milioni di dollari australiani in aiuti umanitari all’Afghanistan. Questa politica a doppio binario, che consiste nel mantenere la pressione sui governanti e nel proteggere la popolazione, mira a prevenire punizioni collettive.

Con il moltiplicarsi delle crisi geopolitiche, l’Afghanistan rischia di trasformarsi in una tragedia gestita. Il sistema di sanzioni autonomo dell’Australia contrasta questa tendenza. Ma altri stati seguiranno l’esempio? Se replicato da nazioni con idee simili in Europa e Nord America, l’approccio australiano potrebbe contribuire a standardizzare la responsabilità per la persecuzione di genere come reato sanzionabile, piuttosto che come mera questione retorica.

Per le donne e le ragazze afghane, le sanzioni non riapriranno le scuole né ripristineranno le libertà dall’oggi al domani. Ma hanno un effetto più discreto e duraturo. Garantiscono che gli artefici della repressione siano identificati, registrati e puniti. In un sistema internazionale spesso accusato di dimenticare i propri impegni morali, questo da solo ha un peso strategico e morale.

Femminismo, non razzismo!

شفق همراه, Razm Ara Hawash, 3 ottobre 2025

In un paese come l’Afghanistan dove le strutture sociali, politiche e intellettuali sono fortemente maschili ed etniche, il femminismo non è solo un approccio alla parità di genere ma un modo per criticare il potere, il dominio e la discriminazione in tutte le sue forme.

Ma con il tempo assistiamo all’emergere di una sorta di “femminismo dimostrativo” che invece di criticare le strutture di oppressione, è diventato il braccio pubblicitario delle forze politiche, etniche e religiose. Questa tendenza deviata, che può essere chiamata “femminismo etnico” o “femminismo nazionale”, contraddice di fatto lo spirito liberatorio del femminismo.

Cos’è il femminismo?

Il femminismo è fondamentalmente una lotta per porre fine all’oppressione di genere, alla disuguaglianza strutturale e all’esclusione sistematica delle donne dal processo decisionale e dalla vita sociale. Il movimento femminista non si limita a lottare per il diritto delle donne all’istruzione, al lavoro e alla partecipazione politica, ma cerca anche di combattere le radici della discriminazione di genere, nella cultura, nella religione, nella politica e nel potere.

Il vero femminismo critica il potere oppressivo comunque si manifesti, sia in nome della religione, dell’etnia, della politica o della tradizione; anche se quel potere deriva dalla “propria comunità”, anche se appare sotto forma di “capo popolare” o di “eroe nazionale”.

Cos’è il femminismo etnico?

Il femminismo nazionalista è quando le donne sostengono gli uomini invece di opporsi alle strutture di potere maschile, diventano strumento dei leader etnici o religiosi; non solo non criticano la struttura maschile all’interno della propria razza o religione, ma la giustificano, la nascondono e persino l’abbelliscono.

Nel femminismo etnico, la questione dell’oppressione contro le donne non viene vista da una prospettiva generale e strutturale, ma solo da una prospettiva etnica. Cioè, una donna oppressa è riconosciuta come vittima solo quando è di un’altra tribù. Ma quando sono gli uomini della propria tribù a violare i diritti delle donne, si fa silenzio, si giustificano o si tollerano.

Quando le donne difendono i guerrieri

Esempi di femminismo razzista si possono vedere nelle narrazioni che fanno dei leader e signori della guerra che si dichiarano a favore delle donne ma il loro comportamento è pieno di crimini, stupri, repressione e rimozione delle donne dagli spazi pubblici. Queste donne, con narrazioni e ricordi personali o argomenti non documentati, cercano di giustificare il volto duro, misogino e oppressivo dei loro leader etnici.

Questo modo di vedere non solo diventa il centro del femminile, ma è profondamente al servizio della riproduzione del potere maschile. In tali narrazioni le donne vengono sminuite a esseri passivi che devono ricorrere ai leader maschi per accedere ai loro diritti; come se l’istruzione, il lavoro o la libertà fossero doni che solo gli uomini possono concedere, non diritti intrinseci delle donne.

Questo genere di femminismo, invece di essere la voce degli oppressi, è diventato la voce del potere etnico. Non parla di donne fatte a pezzi sotto i razzi dei leader jihadisti, né di corpi stuprati nei campi di guerra, né di ragazze private di istruzione, presenza sociale e partecipazione.

Invece di criticare la violenza, il femminismo etnico la giustifica con termini come “eroismo”, “leadership”, o “difesa della religione e della nazione”. Queste donne, a volte consapevolmente e a volte per ignoranza politica, diventano gli strumenti per ripulire l’immagine dei criminali etnici.

Il pericolo di distorcere la lotta delle donne

Uno dei danni più grandi che il femminismo etnico porta alla lotta delle donne è la distorsione dell’essenza di questa lotta, che diventa non più costruttiva e critica nei confronti del potere maschile ma invece sottomessa e dipendente dagli uomini potenti. Nelle loro narrazioni, una donna valida è una donna che sostiene la nazione, fedele ai leader maschi e silenziosa circa la violenza domestica.

L’istruzione delle donne, in questo discorso, è dovuto alla “gentilezza” dei leader maschi, non un diritto umano. La libertà è un “dono”, non un principio fondamentale. E il silenzio contro i crimini del proprio popolo è segno di lealtà, non tradimento della verità.

Il vero femminismo è nemico della mitologia

Il vero femminismo è nemico di tutti i miti che si sono costruiti sui concetti di eliminazione, soppressione e sangue, per cui molti leader non sono considerati eroi ma parte di un sistema di oppressione e violenza. In questo femminismo, etnia, religione o storia politica di un leader non possono essere una giustificazione per ignorare la violenza sulle donne.

Il femminismo, che non può difendere le donne vittime di guerre civili, le donne vittime di abusi sistematici, le donne rimosse dagli spazi pubblici, non è femminismo: è complice del sistema maschile, sebbene parli alle donne.

O con le donne, o con il potere degli uomini

In definitiva, il femminismo richiede una scelta chiara: o stare dalla parte delle donne e delle vittime di ingiustizie strutturali, o stare con le strutture di potere che le hanno rese vittime.
Non è possibile difendere i diritti delle donne e contemporaneamente elogiare le figure che sono alla base dell’esclusione della donna dalla vita sociale e politica.

Il femminismo non è uno strumento di potere etnico, né una copertura della violenza, ma invece è la voce delle donne che vogliono decidere, vivere e fare la storia senza mediazione maschile, senza alcun potere esterno.

Quindi è ora di essere chiare: diciamo “no” al femminismo etnico

Un Tribunale popolare per le donne dell’Afghanistan

Redazione CISDA, 7 ottobre 2025

Nei giorni 8, 9 e 10 ottobre 2025 a Madrid avrà luogo la sessione del Tribunale Popolare per le Donne dell’Afghanistan presso il Tribunale Permanente dei Popoli (TPP), un’iniziativa volta ad affrontare l’impunità legata alla persecuzione di genere in Afghanistan.
Nei giorni scorsi è stata definita la composizione del collegio di giudici che presiederà le udienze [scarica il programma e segui la diretta streaming a questo link].

Il Tribunale ascolterà le dichiarazioni dei pubblici ministeri, insieme alle testimonianze delle donne afghane sopravvissute e alle prove degli esperti, per esaminare il sistema di persecuzione di genere dei Talebani e valutarlo alla luce del diritto internazionale.

Guidata da organizzazioni della società civile afghana – Rawadari, AHRDO (Afghanistan Human Rights and Democracy Organization), DROPS (Organization for Policy Research & Development Studies) e HRD+ (Human Rights Defenders Plus) – questa iniziativa fornisce una piattaforma fondamentale per documentare le violazioni, amplificare le voci delle sopravvissute e sollecitare l’assunzione di responsabilità.

La giuria riunisce eminenti giuristi, accademici e avvocati provenienti da tutto il mondo. Tra loro figurano giuristi costituzionalisti, professori di diritto internazionale, esperti di diritti umani, studiosi islamici e giornalisti che hanno dedicato la loro carriera alla promozione della giustizia di genere, alla difesa dei diritti umani e al dare voce a coloro che sono stati messi a tacere da conflitti e repressione. Le loro competenze combinate coprono la giustizia di transizione, il diritto penale internazionale, i diritti delle minoranze, la libertà di stampa e i diritti delle donne a livello nazionale e globale.

Amplificare le voci delle donne afghane

Come hanno spiegato le quattro associazioni per i diritti umani che hanno richiesto l’avvio di questa procedura, data la devastante situazione dei diritti umani di donne e ragazze in Afghanistan e le crescenti restrizioni, vi è un’urgente necessità di risarcimento per la società civile afghana.

Oltre ai processi giudiziari formali, è stato fondamentale coinvolgere un meccanismo complementare e di base per amplificare le voci delle donne afghane e chiamare i talebani a rispondere delle proprie azioni.

Perciò nel dicembre 2024 hanno presentato una richiesta al Tribunale permanente dei popoli (PPT) con sede a Roma, in Italia, per istituire un Tribunale popolare che ascolti e affronti i crimini internazionali, i crimini contro l’umanità e le gravi violazioni dei diritti umani contro le donne e le ragazze in Afghanistan.

Riconoscendo la grave situazione dei diritti umani e la sistematica sofferenza delle donne e delle ragazze afghane, il Tribunale permanente dei popoli ha approvato la richiesta nel febbraio 2025, concordando di tenere un’udienza nell’ottobre 2025 per esaminare le violazioni dei diritti umani commesse dai talebani. E in questi giorni il processo avrà luogo.

Il Tribunale Permanente dei Popoli è stato scelto in quanto organismo internazionale stimato e permanente, dotato di notevole autorevolezza. E’ stato istituito sulla base della Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli, adottata ad Algeri nel 1976. È riconosciuto a livello mondiale come un’autorità importante e credibile, grazie ai suoi illustri esperti internazionali, che riflettono il più alto livello professionale e la più elevata competenza nell’attirare l’attenzione globale sui diritti delle persone e sul sostegno alle vittime.
Alla luce di questi fattori, le decisioni emesse da questo tribunale svolgeranno un ruolo significativo nell’attirare l’attenzione pubblica globale sulle diffuse e gravi violazioni dei diritti delle donne e delle ragazze in Afghanistan. Forniranno inoltre le necessarie raccomandazioni e consulenze, portando a misure efficaci per l’accertamento delle responsabilità e il raggiungimento della giustizia in Afghanistan

Contro il crimine di persecuzione di genere

Il tribunale si concentrerà sui crimini internazionali contro l’umanità di persecuzione di genere, che i Talebani avrebbero commesso contro donne e ragazze in Afghanistan. Inoltre, esaminerà le violazioni da parte dell’Afghanistan degli obblighi internazionali previsti dai trattati relativi ai diritti delle donne e delle ragazze, che i Talebani hanno ignorato e violato, e le implicazioni globali. Infine, il tribunale indagherà a fondo sulle violazioni dei diritti delle donne e delle ragazze afghane dal punto di vista degli insegnamenti islamici. Questa indagine coprirà il periodo dal 15 agosto 2021 a oggi.

Queste questioni sono state individuate per essere sottoposte all’esame del Tribunale a causa della continua e crescente commissione di crimini e violazioni dei diritti umani contro donne e ragazze in Afghanistan e dell’urgente necessità di accertare le responsabilità di queste diffuse violazioni che hanno avuto effetti profondi, duraturi e irreparabili su donne e ragazze e, di conseguenza, sull’Afghanistan stesso. L’unica soluzione è porre fine a questa situazione assicurando i responsabili alle loro responsabilità.

Condurre queste udienze e acquisire esperienza pratica nella progettazione e nell’attuazione dei tribunali popolari offrirà inoltre alle organizzazioni della società civile afghana l’opportunità di organizzare futuri tribunali popolari su altre violazioni dei diritti umani, passate o in corso.

Innescare trasformazioni

Inoltre, fornendo le necessarie raccomandazioni, il Tribunale può promuovere azioni efficaci per l’assunzione di responsabilità e il raggiungimento della giustizia nel Paese. Sebbene le sue decisioni non siano giuridicamente vincolanti o esecutive, possono innescare trasformazioni e cambiamenti fondamentali in Afghanistan, portando ad avere:

• un quadro documentato e credibile della situazione dei diritti umani delle donne e delle ragazze in Afghanistan, garantendo che le voci e le richieste delle vittime non vengano dimenticate.

• una pressione diplomatica sui decisori di vari Paesi e organizzazioni internazionali affinché adottino misure efficaci e decisive contro i Talebani, includendo il condizionare l’impegno diplomatico e politico alla loro adesione ai principi fondamentali dei diritti umani, in particolare ai diritti e alle libertà delle donne e delle ragazze afghane.

• attraverso le prove e la documentazione raccolte in questo tribunale, una base credibile per avviare o sostenere le indagini in corso da parte di organi giudiziari ufficiali, come la Corte penale internazionale (CPI) e la Corte internazionale di giustizia (CIG), e per dare seguito alle denunce delle vittime nei Paesi terzi.

• un rafforzamento e un’accelerazione dei processi internazionali esistenti per la giustizia e per l’accertamento delle responsabilità per le violazioni del diritto internazionale da parte dei Talebani; inoltre, l’istituzione di nuovi meccanismi per affrontare i crimini contro l’umanità e le violazioni sistematiche dei diritti umani contro le donne e le ragazze afghane che non sono ancora stati attivati.

• un rafforzamento delle capacità delle organizzazioni della società civile nella documentazione sui diritti umani, nell’avvio di altre forme di advocacy e nel garantire l’accertamento delle responsabilità e la giustizia.

Tutto ciò per rafforzare la speranza del popolo afghano, in particolare delle donne e delle ragazze pioniere del nostro Paese, nella lotta civile per porre fine alle sofferenze e alle disuguaglianze esistenti.