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Tag: Persecuzione di genere

Il riconoscimento giuridico dell’apartheid di genere: resistenza epistemica e responsabilità

Tahmina Sabet, AWSA, s.d.

In questo articolo, l’autrice esamina la crescente richiesta di riconoscimento e criminalizzazione dell’«apartheid di genere» nel contesto delle lotte delle donne afghane. Pur riconoscendo il potenziale del concetto di apartheid di genere nel dare un nome alla natura strutturale e sistematica dell’oppressione delle donne e nel rafforzare la responsabilità internazionale, l’articolo sottolinea la necessità di valutare più attentamente questo quadro concettuale da una prospettiva femminista, transnazionale e anticoloniale.

Tra i principali temi affrontati figurano il rischio che questa rivendicazione venga ridotta a uno slogan simbolico e propagandistico; le sfide giuridiche e pratiche legate al riconoscimento e all’applicazione del concetto; la possibilità che esso venga utilizzato in modo selettivo e strumentale nelle relazioni internazionali; e le potenziali conseguenze di politiche quali l’isolamento e le sanzioni per le donne che vivono in Afghanistan.

In conclusione, l’articolo sostiene che questa rivendicazione debba essere perseguita nell’ambito di un approccio globale, capace di affrontare anche le strutture che producono e riproducono l’oppressione di genere.

Alla fine del 2022, Tamana Zaryab Paryani, una «donna che protesta»[1] afghana in esilio, ha iniziato uno sciopero della fame chiedendo alla comunità internazionale di riconoscere formalmente l’apartheid di genere[2] come crimine contro l’umanità. Questo atto di protesta e resistenza incarna una lotta persistente contro il governo dei talebani, che esclude sistematicamente le donne dalla vita pubblica.

La sua iniziativa, insieme alle altre proteste civili in Afghanistan e nella diaspora, rappresenta la continuazione di un’eredità di resistenza fondata da altre correnti e organizzazioni di donne afghane negli anni Novanta, durante il primo periodo di governo dei talebani. Questa resistenza non si limita a contrastare la repressione fisica e politica, ma costituisce anche una forma fondamentale di resistenza epistemica[3]: da un lato, mette in discussione le narrazioni e i sistemi dominanti di produzione del sapere attraverso cui le donne afghane vengono definite dall’esterno, le loro esperienze vengono marginalizzate e la validità delle loro conoscenze viene ignorata; dall’altro, consente loro di riconquistare la propria autorità nel raccontare le proprie storie, esprimere i propri punti di vista e definire la complessità della propria realtà, producendo conoscenze alternative radicate nelle esperienze vissute.

Nonostante l’ipervisibilità[4] delle donne afghane nei discorsi politici e nei media mainstream nel 2001 — quando l’intervento militare degli Stati Uniti in Afghanistan veniva giustificato come una missione per «liberare e salvare» le donne afghane —, le loro esperienze, richieste e prospettive non sono state prese seriamente in considerazione durante i negoziati di pace del 2019 tra gli Stati Uniti e i talebani. Dopo il ritorno al potere dei talebani nel 2021, la loro voce e la loro capacità di agire politicamente sono state ulteriormente marginalizzate.

Storicamente, nei progetti imperialisti di «modernizzazione», i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere sono stati spesso ridotti a manifestazioni simboliche di sviluppo. Allo stesso tempo, le voci e le narrazioni delle donne afghane sono state messe al servizio di interessi geopolitici più ampi. Di conseguenza, privare le donne afghane della loro autorità epistemica[5] — vale a dire escluderle dai processi di produzione e controllo della conoscenza riguardante le loro vite e negare legittimità alle loro narrazioni ed esperienze — continua a rappresentare una delle forme più evidenti di ingiustizia epistemica[6].

Ciononostante, diversi gruppi di donne afghane continuano a riconquistare la propria autorità, soprattutto quella epistemica, attraverso varie forme di disobbedienza e resistenza civile, anche sotto il dominio repressivo dei talebani. Esse elaborano inoltre quadri alternativi in opposizione alla tendenza imperialista a promuovere la guerra. Una delle manifestazioni più significative di questo processo è la richiesta di riconoscere e criminalizzare l’apartheid di genere come crimine contro l’umanità nel diritto internazionale.

Affrontare la natura strutturale e sistematica dell’«apartheid di genere» richiede una risposta globale e articolata, capace di mettere in discussione le molteplici eredità dell’imperialismo, le relazioni di potere diseguali e l’espansione della logica e delle strutture militari nella sfera politica, intervenendo sui fattori che continuano a produrre e riprodurre questa oppressione.

Questo articolo propone un ripensamento radicale delle strategie di rivendicazione della giustizia e dei quadri giuridici, affinché sia i talebani sia le potenze internazionali siano chiamati a rispondere del proprio ruolo nella formazione e nella perpetuazione delle strutture che continuano a plasmare e condizionare la vita delle donne afghane.

L’articolo sottolinea inoltre la necessità di condurre ricerche rigorose e critiche per chiarire fino a che punto, e attraverso quali modalità concrete, il concetto di «apartheid di genere» possa contribuire ad affrontare le cause profonde dell’oppressione delle donne in Afghanistan.

In assenza di un’analisi critica di questo tipo, rischiamo di ripetere lo stesso ciclo di approcci riduzionisti alla condizione delle donne afghane: approcci che ignorano la complessità delle loro esperienze e delle loro condizioni storiche e che, ripetutamente, non sono riusciti a realizzare la giustizia né a produrre cambiamenti significativi nelle loro vite.

L’eredità dell’emancipazione e l’emergere dell’apartheid di genere: un nuovo quadro giuridico

Quello che viene definito il «successo» dei programmi di «emancipazione»[7] delle donne in Afghanistan[8] è stato spesso valutato sulla base di una serie di criteri superficiali e formali e presentato, nell’ambito delle agende neoliberiste, come un indicatore di sviluppo.

Femministe e studiose come Lila Abu-Lughod[9] hanno criticato questo approccio, mostrando come i discorsi occidentali impongano alle donne non occidentali un modello unico e imperialista di «modernità», ignorando la pluralità, le differenze e i complessi processi storici, sociali, politici e culturali che caratterizzano le loro vite.

Questa prospettiva ridimensiona la capacità d’azione delle donne afghane, poiché riduce le loro lotte, presentate attraverso le categorie dell’inclusione e della partecipazione, a una serie di indicatori astratti e formali. Più che trasformare realmente i rapporti di potere, tali indicatori vengono utilizzati per completare i rapporti di progetto e offrire una rappresentazione superficiale della presenza e della partecipazione femminile.

Nel frattempo, con l’espansione delle politiche repressive dei talebani — tra cui l’approvazione della «legge sulla promozione della virtù e la prevenzione del vizio», che vieta persino alle donne di far sentire la propria voce in pubblico —, la violazione estesa e sistematica dei diritti delle donne ha raggiunto una fase critica.

Di conseguenza, il concetto di «apartheid di genere» è tornato a occupare una posizione centrale tra le attiviste e nelle manifestazioni di protesta in Afghanistan e nelle comunità della diaspora. È diventato un quadro importante per dare un nome a questo sistema organizzato di oppressione, comprenderlo e contestarlo.

Il concetto di «apartheid di genere» affonda le proprie radici nel quadro concettuale e giuridico dell’apartheid razziale. La sua denominazione e il suo riconoscimento giuridico hanno svolto un ruolo determinante nella lotta per smantellare il sistema istituzionalizzato di oppressione razziale in Sudafrica.

Analogamente, l’apartheid di genere potrebbe offrire un potente quadro giuridico per identificare e contrastare l’oppressione organizzata di individui e gruppi sociali a causa della loro identità di genere.

Sebbene i meccanismi giuridici esistenti, tra cui lo Statuto di Roma, forniscano una base per perseguire penalmente la «persecuzione fondata sul genere»[10], la loro applicazione è spesso lenta e il loro potenziale non viene sfruttato adeguatamente.

Il concetto di apartheid di genere, al contrario, rappresenta più accuratamente la natura strutturale e persistente della discriminazione basata sul genere: non la considera una serie di atti isolati e frammentari, ma parte di un regime organizzato di oppressione che soddisfa i criteri giuridici necessari per essere riconosciuto come apartheid.

La richiesta di riconoscere e criminalizzare giuridicamente l’apartheid di genere ha ricevuto un sostegno considerevole da parte di esperti delle Nazioni Unite, organizzazioni internazionali e Parlamento europeo. La crescita di questo sostegno segnala un progresso storico verso il riconoscimento giuridico di tale sistema di oppressione, proponendo un’alternativa al ricorso alla guerra imperialista.

In linea teorica, il riconoscimento e la criminalizzazione dell’apartheid di genere potrebbero creare obblighi giuridici più stringenti per gli Stati e fornire loro strumenti concreti per adempiere agli impegni internazionali nella lotta contro la discriminazione di genere.

Questo riconoscimento giuridico chiamerebbe inoltre la comunità internazionale a una maggiore responsabilità. Nei confronti dell’Afghanistan, infatti, essa ha di fatto adottato un atteggiamento di inazione, mentre il governo dei talebani continua a compromettere e limitare sistematicamente i diritti umani, in particolare quelli delle donne.

Come dimostra anche la sua applicazione nella lotta contro l’apartheid razziale in Sudafrica, il concetto di apartheid possiede una notevole forza simbolica e politica.

Nel diritto internazionale, il divieto di apartheid è riconosciuto come una norma imperativa (jus cogens)[11], ossia un principio fondamentale dal quale non è consentito derogare in alcuna circostanza.

Il riconoscimento e la criminalizzazione dell’apartheid di genere potrebbero fornire alla comunità internazionale un potente strumento di «politica della stigmatizzazione», esercitando pressioni sugli Stati affinché reagiscano alle molteplici e persistenti violazioni dei diritti delle donne.

In queste circostanze, paesi come Iran, Russia, Pakistan, Cina e altri che mantengono relazioni con i talebani si troverebbero ad affrontare pressioni crescenti per allineare le proprie politiche estere agli standard dei diritti umani ed evitare di essere considerati complici di un regime fondato sull’apartheid.

In questo modo, il riconoscimento dell’apartheid di genere potrebbe contribuire alla formazione di un movimento sociale globale che, aumentando l’isolamento di regimi come quello talebano, impedisca la normalizzazione della repressione sistematica di genere.

Considerazioni critiche sulla criminalizzazione dell’apartheid di genere

Sebbene il riconoscimento dell’apartheid di genere possa offrire un quadro decisivo per contrastare l’oppressione sistematica, le sue conseguenze pratiche devono essere esaminate attentamente.

L’ampio consenso intorno a questo concetto non dovrebbe quindi impedire una valutazione critica dei suoi limiti e dei suoi possibili effetti, che vengono analizzati di seguito.

1. L’apartheid di genere come «termine di grande risonanza»[12]

La criminalizzazione dell’apartheid di genere rischia di ridursi a un gesto puramente simbolico nei discorsi giuridici e umanitari internazionali.

Le studiose femministe hanno più volte criticato la mercificazione delle lotte delle donne nell’ambito dei modelli neoliberisti di sviluppo. Si tratta di un processo attraverso il quale la sofferenza e le lotte delle donne nelle società non occidentali vengono trasformate in narrazioni e progetti economici e politici capaci di attirare attenzione, ottenere riconoscimento e assicurare finanziamenti.

In questi contesti, concetti come «emancipazione» e «uguaglianza di genere» vengono spesso svuotati del loro significato e della loro effettiva forza politica, finendo per essere appropriati e messi al servizio delle agende imperialiste.

Uno degli esempi più evidenti di questo processo è il discorso sulla «salvezza delle donne musulmane». Storicamente, soprattutto dopo la Guerra fredda, tale discorso è stato utilizzato per giustificare interventi militari e politici presentandoli come iniziative benevole finalizzate alla liberazione delle donne.

Questo modo di inquadrare la questione, tuttavia, spesso esprime e riproduce visioni coloniali, rappresentando le donne musulmane attraverso una prospettiva orientalista[13], come un gruppo omogeneo, passivo e bisognoso di essere salvato.

In questo contesto, esiste il rischio che anche l’«apartheid di genere» si trasformi in un termine alla moda, utilizzato a fini propagandistici: un’etichetta impiegata per attirare l’attenzione e ottenere capitale politico senza un’adeguata elaborazione concettuale né il necessario impegno politico, e senza mettere in discussione le strutture profonde che perpetuano l’oppressione delle donne afghane.

Questa possibilità riflette una critica femminista più ampia alla trasformazione delle lotte delle donne in progetti istituzionali. In questo processo, le lotte spontanee e continuative dei diversi gruppi di donne vengono convertite, allo scopo di attirare l’attenzione internazionale, in narrazioni semplicistiche e facilmente consumabili, nonché in progetti presentabili alle istituzioni di sviluppo.

Tali narrazioni e progetti, pur servendo gli interessi neoliberisti, si allontanano dalle esperienze vissute proprio dalle donne che dichiarano di voler sostenere.

Il movimento[14] a favore del riconoscimento e della criminalizzazione dell’apartheid di genere non dovrebbe quindi ridurre semplicisticamente la complessa condizione delle donne afghane a quadri concettuali e terminologici coloniali.

Al contrario, dovrebbe esaminare con spirito autocritico il modo in cui il linguaggio e le cornici interpretative utilizzati per promuovere e sviluppare questo concetto rischiano di riprodurre le stesse relazioni di potere che il movimento intende contestare.

Il movimento dovrebbe inoltre chiarire le proprie richieste e i risultati che si aspetta dal processo di riconoscimento e criminalizzazione, assicurandosi che il concetto rimanga radicato nelle realtà concrete della vita dei diversi gruppi di donne in Afghanistan.

Il suo utilizzo dovrebbe essere accompagnato da un impegno duraturo e da una prospettiva di lungo periodo volta ad affrontare le condizioni strutturali che generano e perpetuano l’oppressione delle donne afghane.

2. Le sfide pratiche e giuridiche dell’attuazione

Il tentativo di ottenere il riconoscimento e la criminalizzazione dell’apartheid di genere potrebbe incontrare la resistenza degli Stati che non desiderano ampliare la portata del diritto internazionale dei diritti umani né assumere nuovi obblighi.

Sul piano pratico, si tratta inoltre di un processo lungo e privo di una tempistica definita. Trasformare questa rivendicazione in una norma riconosciuta del diritto internazionale richiede infatti una definizione precisa del crimine, l’individuazione dei suoi elementi giuridici, ampi negoziati e, soprattutto, la costruzione di un consenso tra gli Stati.

Per questo motivo, il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan sottolinea che non si dovrebbe rinviare la ricerca della giustizia e l’accertamento delle responsabilità fino alla conclusione di questo processo.

Al contrario, occorre utilizzare tutte le possibilità e i meccanismi giuridici già disponibili per chiamare la comunità internazionale e i talebani a rispondere delle proprie responsabilità. Il relatore definisce questo approccio l’impiego di «tutti gli strumenti disponibili».

Anche qualora l’apartheid di genere venisse riconosciuto con successo entro un periodo ragionevole e successivamente criminalizzato, la sua applicazione efficace continuerebbe a incontrare importanti ostacoli giuridici e pratici.

Uno di questi riguarda i limiti della Corte penale internazionale (CPI)[15]. In quanto istituzione incaricata di giudicare tali crimini, la Corte è stata criticata per la portata limitata della propria giurisdizione e per la sua efficacia.

Alcuni studiosi di diritto hanno sottolineato che la concentrazione della Corte sul perseguimento penale degli individui, anziché sulle strutture che generano la violenza sistematica, limita la sua capacità di produrre trasformazioni strutturali.

Poiché la «politica della stigmatizzazione»[16] costituisce uno degli strumenti principali della risposta internazionale al crimine di apartheid, è necessario valutare attentamente quali risultati aggiuntivi potrebbe produrre un’intensificazione della condanna e della stigmatizzazione del governo talebano, già ampiamente isolato sul piano internazionale.

L’esperienza storica dimostra che la stigmatizzazione è una strategia a doppio taglio. Da un lato, può aumentare la pressione per il cambiamento rendendo visibili le violazioni dei diritti umani; dall’altro, può irrigidire e radicare ulteriormente le posizioni e le convinzioni ideologiche di chi detiene il potere.

I talebani, per esempio, legano la legittimità del proprio governo alla loro interpretazione radicale delle «tradizioni islamiche». Sebbene questa pretesa possa essere considerata una copertura per mantenere il potere e il controllo, essa può anche rafforzare la narrazione e l’interpretazione ideologica dei talebani e persino accrescerne il sostegno in alcuni settori della società.

Di conseguenza, un aumento delle pressioni esterne potrebbe non condurre alle riforme significative e durature auspicabili, ma spingere i talebani a irrigidire ulteriormente le proprie posizioni.

I talebani potrebbero inoltre trasformare le condanne internazionali in uno strumento per mobilitare i propri sostenitori e consolidare ulteriormente le convinzioni ideologiche tra i propri «seguaci».

Questa situazione mette in luce la complessità della stigmatizzazione come strategia politica e solleva seri interrogativi sulla sua efficacia pratica nei confronti di un governo capace di utilizzare le proprie posizioni ideologiche per resistere a qualsiasi cambiamento sociale.

Queste difficoltà sono aggravate dai limiti dei quadri giuridici internazionali nell’affrontare le condizioni strutturali che rendono possibile una repressione di genere complessa.

Affinché la criminalizzazione dell’apartheid di genere produca effetti significativi, il quadro giuridico e i relativi meccanismi di attuazione devono andare oltre procedimenti penali meramente simbolici e contrastare efficacemente i più ampi sistemi di disuguaglianza che perpetuano l’oppressione basata sul genere.

Una possibile soluzione consiste nel concentrare le attività di rivendicazione della giustizia del movimento su un approccio più globale, sottolineando chiaramente che gli interventi giuridici internazionali devono essere accompagnati da politiche dirette ad affrontare le cause profonde dell’apartheid di genere, tra cui l’imperialismo, il capitalismo, le disuguaglianze di classe ed economiche, l’espansione della logica della guerra e delle strutture militari, nonché le norme patriarcali.

3. La strumentalizzazione dell’apartheid di genere nel diritto internazionale

La criminalizzazione dell’apartheid di genere potrebbe essere utilizzata strumentalmente nell’ordinamento giuridico internazionale per promuovere obiettivi specifici.

Il diritto internazionale non è uno strumento neutrale: si è formato all’interno di relazioni storiche di potere e può riprodurre e rafforzare le gerarchie e le disuguaglianze esistenti.

Esiste pertanto il rischio che, anziché realizzare la giustizia, il diritto internazionale venga posto al servizio degli obiettivi politici e geopolitici delle grandi potenze mondiali.

Questa critica è al centro delle preoccupazioni femministe riguardo agli interventi giuridici internazionali, che spesso promuovono interessi geopolitici anziché affrontare le cause profonde dell’oppressione di genere.

Gli studiosi di diritto hanno criticato il modo in cui gli Stati più potenti utilizzano il diritto internazionale non come uno strumento per realizzare la giustizia nei confronti dei gruppi marginalizzati, ma come un mezzo per perseguire i propri interessi politici ed economici.

Secondo queste critiche, i quadri giuridici internazionali — compresi quelli elaborati con l’obiettivo di proteggere i diritti delle donne — vengono spesso utilizzati dalle potenze dominanti per legittimare interventi militari, sanzioni economiche o pressioni politiche, generalmente giustificati sulla base di presunti obiettivi umanitari.

La sfida principale consiste nel fatto che, in assenza di rigorosi meccanismi di tutela e controllo, anche l’enfasi sul riconoscimento dell’apartheid di genere nel diritto internazionale potrebbe essere utilizzata selettivamente, in linea con le priorità degli Stati più potenti, allo scopo di esercitare pressioni politiche, mentre altri casi di oppressione sistematica di genere verrebbero ignorati.

Le reazioni internazionali alle violazioni dei diritti umani in paesi come l’Arabia Saudita e l’Iran dimostrano che, nell’affrontare le violazioni dei diritti delle donne, spesso non esistono criteri uniformi e coerenti. La natura e l’intensità delle reazioni dipendono invece dalla posizione geopolitica e dall’importanza strategica del paese interessato.

Per prevenire questo tipo di sfruttamento politico e strumentalizzazione, gli sforzi giuridici internazionali devono fondarsi su una solidarietà autentica con i diversi gruppi e settori delle donne afghane.

Ciò richiede la partecipazione attiva e sostanziale delle diverse componenti del movimento delle donne alla formulazione, all’interpretazione e all’attuazione degli strumenti giuridici relativi all’apartheid di genere.

Inoltre, la costruzione di alleanze e la convergenza con i movimenti femministi e con i movimenti di resistenza attivi possono generare una forza collettiva più efficace, capace di opporsi all’uso politico e strumentale dei diritti delle donne.

L’analisi dei sistemi patriarcali dovrebbe inoltre trarre beneficio dagli apporti del femminismo transnazionale[17] e del femminismo postcoloniale e decoloniale[18]: approcci che mostrano come l’imperialismo non soltanto plasmi le relazioni geopolitiche, ma riproduca e consolidi anche le gerarchie di genere.

Le solidarietà transnazionali devono mettere simultaneamente in discussione le strutture patriarcali e i sistemi imperialisti che le sostengono, affinché gli interventi giuridici siano al servizio della giustizia sociale e non delle strategie geopolitiche delle grandi potenze.

Infine, la creazione di meccanismi efficaci di responsabilizzazione e controllo sull’attuazione del diritto internazionale potrebbe prevenire gli abusi e aumentare la trasparenza dei processi applicativi.

4. Una nuova era nelle lotte delle donne afghane

Le lotte dei diversi gruppi di donne all’interno dei confini politici dell’Afghanistan e nelle comunità della diaspora devono andare oltre la semplice rivendicazione del riconoscimento e della criminalizzazione dell’apartheid di genere, sviluppando una critica più ampia che mostri come le potenze imperialiste continuino a contribuire alla riproduzione e alla perpetuazione della crisi afghana, nonostante i numerosi principi e obblighi sanciti dal diritto internazionale.

Sebbene il movimento delle donne afghane sia riuscito ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica occidentale sulla richiesta di criminalizzazione dell’apartheid di genere, questa attenzione[19] è spesso rimasta confinata a manifestazioni simboliche di solidarietà, senza tradursi in una trasformazione fondamentale delle strategie geopolitiche, che, per esempio, possono rendere possibili o facilitare cambiamenti e instabilità politiche funzionali a interessi più ampi.

Per questo motivo, il movimento dovrebbe esaminare criticamente il discorso sui diritti umani e politico sviluppatosi intorno all’apartheid di genere, spiegare chiaramente le proprie richieste e i risultati attesi da questo processo e contestare le forme superficiali e simboliche di sostegno e solidarietà che ignorano le conseguenze più profonde e le complessità geopolitiche.

Se la richiesta di criminalizzare l’apartheid di genere dovesse portare a un ulteriore isolamento del regime talebano, all’interruzione degli aiuti umanitari internazionali o all’imposizione di sanzioni generalizzate, le conseguenze di tali misure sulla vita delle donne che si trovano in Afghanistan dovrebbero essere valutate in modo critico e prudente.

È probabile che queste misure aggravino le sofferenze che le donne sperimentano quotidianamente e in modo continuativo sotto il governo repressivo dei talebani.

L’esperienza storica mostra che, nella maggior parte dei casi, i gruppi al potere riescono a sopravvivere all’isolamento e alle sanzioni economiche generalizzate, come dimostra il caso dell’Iran, mentre la popolazione — soprattutto le donne e i gruppi sociali vulnerabili — sopporta i costi umani ed economici di queste politiche.

Il regime di apartheid sudafricano, spesso citato come modello d’ispirazione, rappresenta più un’eccezione che una regola.

Sebbene le sanzioni internazionali abbiano svolto un ruolo fondamentale nello smantellamento di quel sistema, il loro successo è stato il risultato di una combinazione specifica di fattori.

A differenza della struttura di potere dei talebani, meno dipendente dai mercati dell’economia internazionale formale, l’economia sudafricana era profondamente integrata nel sistema del commercio mondiale e risultava quindi particolarmente vulnerabile alle sanzioni.

Inoltre, il movimento di resistenza interno sudafricano — dalle potenti organizzazioni sindacali ai movimenti civili e alle organizzazioni popolari ben strutturate — ha svolto un ruolo centrale nel mantenere e alimentare la pressione sul regime di apartheid dall’interno del paese.

Un livello di resistenza interna organizzata che manca in molti governi sottoposti a isolamento internazionale.

Il regime di apartheid sudafricano, inoltre, non disponeva dello stesso tipo di sostegno strategico regionale e internazionale di cui godono i talebani.

Di conseguenza, i talebani potrebbero rimanere in larga misura al riparo dagli effetti diretti delle sanzioni e continuare a esercitare il proprio dominio, mentre la popolazione afghana sopporterebbe il peso maggiore delle restrizioni, delle difficoltà e delle privazioni economiche che ne deriverebbero.

Il movimento dovrebbe quindi valutare le sfumature e le complessità storiche e geopolitiche di entrambi i contesti politici, interrogandosi sulla reale coerenza di queste strategie con i propri obiettivi.

Superare lo status quo in Afghanistan richiede la creazione di spazi partecipativi di dialogo e collaborazione, fondati sulla presenza e sulla centralità dei diversi gruppi di donne, sia all’interno sia al di fuori dei confini politici del paese.

In questi spazi, le diverse componenti del movimento delle donne dovrebbero poter esprimere e formulare le proprie rivendicazioni utilizzando il linguaggio, i concetti e le modalità che preferiscono, senza subire pressioni affinché adattino sé stesse e le proprie richieste alle aspettative, al linguaggio e ai quadri interpretativi coloniali.

In definitiva, la sfida principale consiste nel costruire un discorso che non si limiti a riprodurre le interpretazioni riduzioniste di alcune correnti del femminismo occidentale e dicotomie quali «arretrato/progressista»[20] e «secolare/religioso»[21], ma favorisca un ripensamento radicale del significato, delle possibilità e delle forme della rivendicazione della giustizia e della solidarietà.

È pertanto essenziale che il movimento delle donne afghane integri strategicamente il quadro dell’apartheid di genere in un approccio più ampio e multidimensionale alle proprie rivendicazioni.

Un simile approccio potrebbe accrescere la flessibilità del movimento e la sua capacità di rispondere a condizioni mutevoli, aiutandolo a mantenere la propria efficacia nel perseguimento di cambiamenti significativi e duraturi.

Note

[1] «Donna che protesta»

Nota di OSA: questa espressione è stata utilizzata, dopo il 2021, da alcune donne attive nei gruppi civili e contrarie alle politiche dei talebani all’interno dell’Afghanistan, come denominazione volta a consolidare la propria identità.

[2] Gender Apartheid — Apartheid di genere

Nota di OSA: il termine «apartheid di genere» non è ancora espressamente previsto come crimine nello Statuto di Roma. L’articolo 7 dello Statuto include tra i crimini contro l’umanità l’«apartheid razziale» e la «persecuzione fondata sul genere» (gender persecution).

La campagna per il riconoscimento e la criminalizzazione dell’apartheid di genere mira a definire più esplicitamente, nel diritto internazionale, la repressione sistematica e istituzionalizzata basata sul genere, rendendola perseguibile penalmente.

[3] Resistenza epistemica (Epistemic Resistance)

Con «resistenza epistemica» si fa riferimento ad azioni individuali o collettive che mettono in discussione i sistemi dominanti di produzione, legittimazione e circolazione della conoscenza, soprattutto quando tali sistemi delegittimano o cancellano le esperienze e le interpretazioni dei gruppi marginalizzati.

Questa resistenza può assumere forme diverse: raccontare esperienze ignorate, elaborare concetti e terminologie alternativi oppure contestare i criteri con cui si stabilisce «chi viene riconosciuto come detentore di una conoscenza valida».

In questa ricerca, la resistenza epistemica si riferisce agli sforzi delle donne afghane per contestare le narrazioni e i criteri che marginalizzano le loro conoscenze e le loro esperienze vissute della guerra, della pace e della vita quotidiana.

Attraverso il racconto delle proprie esperienze, la produzione di analisi e la conservazione della memoria storica e collettiva, esse consolidano il proprio ruolo di produttrici di conoscenza e interpreti della realtà politica.

[4] Hypervisibility — Ipervisibilità

[5] Epistemic Authority — Autorità epistemica

[6] Epistemic Injustice — Ingiustizia epistemica

[7] Empowerment — Emancipazione e rafforzamento dell’autonomia

[8] Valutazione del «successo» dei programmi di emancipazione

Nota di OSA: per «definire come successo» si intende il processo attraverso il quale i risultati dei programmi di «emancipazione delle donne» vengono definiti e rappresentati come indicatori di sviluppo sulla base di criteri e indicatori quantitativi prestabiliti, come il numero di donne formate, la loro presenza nelle istituzioni o la loro partecipazione formale ai programmi.

La critica femminista a questo approccio riguarda la distanza tra questa rappresentazione misurabile del «successo» e i cambiamenti strutturali e materiali nei rapporti di potere e nelle condizioni materiali e sociali di vita delle donne.

[9] Lila Abu-Lughod

[10] Gender Persecution — Persecuzione fondata sul genere

[11] Norma imperativa (Jus cogens)

Nota di OSA: il termine jus cogens indica le norme imperative del diritto internazionale pubblico, riconosciute dalla comunità internazionale come norme inderogabili. Il divieto di apartheid razziale è generalmente considerato una di queste norme.

[12] Celebrity — Termine di grande risonanza

Nota di OSA: tenendo conto delle sfumature semantiche del termine celebrity nella versione inglese, il traduttore della versione persiana dell’articolo ha scelto l’espressione equivalente a «termine di grande risonanza», secondo la decisione editoriale.

[13] Orientalism — Orientalismo

[14] Il movimento

Nota di OSA: da questo punto in avanti, l’autrice utilizza il termine «movimento» per riferirsi alle lotte civili delle donne per il riconoscimento e la criminalizzazione dell’apartheid di genere.

[15] International Criminal Court (ICC) — Corte penale internazionale (CPI)

[16] Politics of Shaming — Politica della stigmatizzazione

Nota di OSA: nella letteratura sui diritti umani e sulle relazioni internazionali, la «politica della stigmatizzazione» indica una strategia che utilizza la denuncia pubblica, la condanna e altri costi politici per esercitare pressioni sugli Stati o su altri soggetti che violano le norme internazionali.

[17] Transnational Feminism — Femminismo transnazionale

[18] Post-colonial and Decolonial Feminism — Femminismo postcoloniale e decoloniale

[19] La campagna per il riconoscimento dell’apartheid di genere

Nota di OSA: al momento della pubblicazione della versione persiana di questo articolo, gli sforzi per ottenere il riconoscimento e la criminalizzazione dell’apartheid di genere erano ancora in corso.

[20] Backward vs. Progressive — Arretrato vs. progressista

[21] Secular vs. Religious — Secolare vs. religioso

Tahmina Sabet è Dottoranda in Studi sulle donne e di genere presso l’Università del Minnesota, negli Stati Uniti. I suoi principali ambiti di ricerca sono il femminismo transnazionale, la violenza epistemica e la politica della rappresentazione.

Dal 2021 è raddoppiata la quota di donne e ragazze tra i civili uccisi nei conflitti armati

La guerra sta diventando sempre più letale per donne e ragazze, che lo scorso anno rappresentavano un quarto degli oltre 37.000 civili uccisi nei conflitti armati – il doppio rispetto alla loro quota nel 2021 – secondo un importante rapporto delle Nazioni Unite pubblicato lunedì

Notizie ONU, 26 ottobre 2026

Secondo il rapporto annuale del Segretario generale delle Nazioni Unite su Donne, Pace e Sicurezza, almeno 25 donne e ragazze vengono uccise ogni giorno in contesti di conflitto . Mentre le vittime civili aumentano, la violenza sessuale è in forte crescita e le donne continuano a essere ampiamente escluse dai negoziati di pace.

Circa 750 milioni di donne e ragazze vivono oggi entro 50 chilometri da una zona di conflitto attiva, 40 milioni in più rispetto al 2024 e più che in qualsiasi altro momento dal 1990.

« La guerra sta diventando sempre più letale per le donne e le ragazze, e il mondo lo permette », ha dichiarato Nyaradzayi Gumbonzvanda, vicedirettrice esecutiva di UN Women, ai giornalisti presso la sede delle Nazioni Unite a New York, presentando il rapporto.

“Per loro, la guerra non è qualcosa che possono ignorare. La guerra è fuori dalla loro porta.”

Oltre le bombe

Per le donne e le ragazze coinvolte nella guerra, la minaccia va ben oltre il campo di battaglia.

Nel 2025, le Nazioni Unite hanno verificato 9.788 casi di violenza sessuale legata a conflitti, più del doppio rispetto all’anno precedente e quasi quattro volte di più rispetto al 2022 .

Ad Haiti, i casi denunciati di violenza sessuale sono aumentati del 163%.

Una donna che partorisce in un paese colpito da un conflitto ha una probabilità cinque volte maggiore di morire per cause legate alla maternità rispetto a una che partorisce in un paese stabile, ha affermato la signora Gumbonzvanda.

A Gaza, la distruzione di ospedali e strutture per la maternità e il collasso dell’accesso ai beni di prima necessità hanno contribuito a una diminuzione del 41% delle nascite e a un aumento del 300% degli aborti spontanei .

La guerra, inoltre, spinge le donne ancora più in profondità nella povertà. Circa 170 milioni di donne e ragazze vivono in zone di conflitto e in condizioni di estrema povertà, sopravvivendo con meno di 3 dollari al giorno, mentre nei paesi colpiti da conflitti dedicano cinque volte più ore al lavoro di cura non retribuito rispetto a uomini e ragazzi.

Il rapporto avverte che il crescente utilizzo di droni e armi a lungo raggio in aree popolate, compresi gli attacchi a scuole, mercati e ospedali, solleva ulteriori preoccupazioni in materia di sicurezza.

Escluse dalla pace

Eppure le donne restano in gran parte escluse dagli sforzi per porre fine ai combattimenti. Nel 2025, rappresentavano solo il cinque per cento dei negoziatori in 57 processi di pace, in calo del sette per cento rispetto all’anno precedente, e nessuno dei 13 accordi di cessate il fuoco proibiva esplicitamente la violenza sessuale legata al conflitto.

Allo stesso tempo, la spesa militare globale ha raggiunto la cifra record di 2.900 miliardi di dollari lo scorso anno , mentre il 40% delle organizzazioni femminili nelle aree colpite da crisi prevede di chiudere temporaneamente o definitivamente entro il prossimo anno a causa di gravi carenze di fondi.

“Il numero di donne e ragazze intrappolate nelle guerre è più alto che in qualsiasi altro momento degli ultimi decenni. Eppure la spesa militare continua ad aumentare, mentre gli aiuti allo sviluppo continuano a diminuire”, ha dichiarato Sima Bahous, direttrice esecutiva di UN Women.

UN Women chiede la protezione delle donne e delle ragazze, la loro partecipazione significativa alla pace e alla sicurezza, investimenti costanti nei progetti di costruzione della pace guidati dalle donne e la fine dell’impunità.

« La guerra è una scelta umana. Così come la pace », ha affermato la signora Gumbonzvanda.

 

Desecretati dalla CPI i quattro mandati di arresto per persecuzione di genere contro i talebani

Notizie ONU, 5 ottobre 2026

In una decisione emessa lunedì, i giudici hanno desecretato i mandati di arresto per il leader supremo dei talebani Haibatullah Akhundzada e per il presidente della Corte Suprema Abdul Hakim Haqqani, la cui esistenza era stata annunciata nel luglio 2025, e per altri due sospettati, Habibullah Agha e Neda Mohammad Nadim.

I quattro mandati sono stati emessi tra luglio e settembre 2025.La corte ha affermato che vi sono motivi ragionevoli per ritenere che tutti e quattro siano penalmente responsabili per aver ordinato, indotto o sollecitato la persecuzione, un crimine contro l’umanità ai sensi dell’articolo 7(1)(h) dello Statuto di Roma, il trattato istitutivo della CPI.

Puniti per motivi di genere

Si afferma che la persecuzione è stata perpetrata per motivi di genere contro ragazze, donne e altre persone che non si conformavano alla politica del governo talebano di fatto in materia di genere, identità di genere o espressione di genere. È stata inoltre perpetrata per motivi politici contro persone considerate “alleate di ragazze e donne”.

Secondo la corte, i crimini sono stati commessi in Afghanistan dal 15 agosto 2021, data in cui i talebani hanno preso il potere, almeno fino al 20 gennaio 2025.

Violazione dei diritti fondamentali

I giudici hanno stabilito che i talebani avevano messo in atto una politica che ha portato a gravi violazioni dei diritti e delle libertà fondamentali della popolazione civile, tra cui omicidi, incarcerazioni, torture, stupri e sparizioni forzate.
Sebbene alcune regole dei talebani si applicassero a tutti, la corte ha affermato che ragazze e donne erano prese di mira specificamente a causa del loro genere.

Attraverso decreti ed editti, furono gravemente privati ​​del diritto all’istruzione, alla privacy e alla vita familiare, nonché delle libertà di movimento, di espressione, di pensiero, di coscienza e di religione.

Altri afghani sono stati presi di mira perché certe espressioni di sessualità o identità di genere erano considerate in contrasto con la politica dei talebani.

I giudici hanno inoltre constatato che le persone considerate contrarie a queste politiche – anche passivamente o senza agire – venivano prese di mira come oppositori politici. Tra queste figuravano anche coloro che venivano descritti come “alleati delle ragazze e delle donne”.

Danno sistemico

Nei mandati, i giudici hanno affermato che la definizione di genere dello Statuto di Roma va oltre una concezione puramente biologica del sesso, in linea con gli attuali sviluppi del diritto internazionale.

Hanno affermato che, nella valutazione delle persecuzioni basate sul genere, è necessario riconoscere i ruoli, i comportamenti, le aspettative e le gerarchie socialmente costruiti e tradizionalmente associati alle persone in base al loro sesso – comunemente noti come norme di genere.

La corte ha aggiunto che tale persecuzione comprende non solo la violenza diretta, ma anche i danni sistemici e istituzionalizzati , inclusa l’imposizione di norme sociali discriminatorie.

Il procuratore della CPI ha richiesto i primi due mandati il ​​23 gennaio 2025, e i giudici li hanno emessi l’8 luglio dello stesso anno, inizialmente sotto sigillo per proteggere le vittime e i testimoni e salvaguardare il procedimento, sebbene la Corte ne avesse reso pubblica l’esistenza.

All’epoca, il procuratore della CPI dichiarò che sarebbero seguite ulteriori azioni legali contro altri membri di alto rango dei talebani.

Condannata dai giudici talebani per aver chiesto il divorzio

Ziba Balkhi, Rukhshana Media, 1° ottobre 2026

Quando Marhaba si è presentata in tribunale per chiedere il divorzio, sperava di mettere rapidamente fine a anni di violenze subite dal marito. Invece, il giudice ha disposto il suo arresto.

La donna, 26 anni, è detenuta da quattro mesi in una prigione sporca e sovraffollata nel nord dell’Afghanistan, insieme al suo neonato e al figlio di tre anni, secondo quanto riferito dal suo avvocato. Tutti e tre sono in cattive condizioni di salute, ma le richieste di scarcerazione sono rimaste senza risposta.

Da quando hanno ripreso il controllo del Paese cinque anni fa, i talebani hanno reso sempre più difficile per le donne ottenere il divorzio.

Le donne che cercano di porre fine a matrimoni violenti raccontano che i giudici spesso le ritengono responsabili della loro situazione e le invitano a tornare dai mariti e a sopportare le violenze. In alcuni casi vengono punite per «disobbedienza» nei confronti del coniuge.

«Una donna senza vergogna»

La sorella di Marhaba ha raccontato a Rukhshana Media che il marito, 39 anni, era tossicodipendente, non era in grado di provvedere alla famiglia e aveva una relazione con un’altra donna. Secondo la sorella, Marhaba ha subito per quattro anni violenze fisiche e verbali.

L’avvocato della donna ha riferito che il giudice ha respinto la richiesta di divorzio, definendo Marhaba una «donna senza vergogna» per essersi rivolta al tribunale a causa di «uno o due pugni e calci».

Il giudice avrebbe inoltre respinto le accuse di infedeltà rivolte al marito, sostenendo che ogni uomo ha il diritto di avere quattro mogli.

Quando Marhaba ha detto di non riuscire più a sopportare le violenze e di essere pronta a togliersi la vita se il divorzio non fosse stato concesso, il giudice ha ordinato il suo trasferimento in carcere «per farla rinsavire», secondo quanto riferito dal suo avvocato.

Il suicidio è considerato un peccato nell’Islam.

Non è chiaro per quanto tempo Marhaba resterà detenuta: il giudice non ha infatti stabilito una durata precisa della pena.

In passato, i talebani hanno incarcerato altre donne per aver chiesto il divorzio o essersi rifiutate di contrarre matrimoni forzati.

«Il giudice ha detto: “Fa bene a picchiarla”»

Un parente che aveva accompagnato Marhaba in tribunale ha raccontato che il giudice le ha parlato con grande durezza.

«Non ha nemmeno considerato quanto questa povera donna avesse sofferto», ha detto il parente, che ha chiesto di mantenere l’anonimato.

«Quando lei ha detto: “Mio marito mi picchia”, il giudice si è schierato con il marito e ha risposto: “Fa bene a farlo”.»

Rukhshana Media non è riuscita a ottenere un commento dal tribunale talebano né dal marito di Marhaba.

Le leggi cambiate dai talebani

Dopo essere tornati al potere nel 2021, i talebani hanno abolito le leggi che tutelavano le donne e smantellato i tribunali specializzati che si occupavano di controversie familiari e divorzi.

Un codice penale introdotto quest’anno consente agli uomini di picchiare le proprie mogli purché le percosse non provochino lesioni gravi. Una legge sulla separazione coniugale stabilisce inoltre che un giudice non può concedere il divorzio a una donna semplicemente perché il marito è crudele.

La sorella di Marhaba ha raccontato che, all’inizio di quest’anno, il marito aveva picchiato la donna così violentemente da farla sanguinare dal naso e dalla bocca. L’uomo avrebbe inoltre colpito anche il loro figlio.

«Picchiava mia sorella davanti ai suoi bambini», ha raccontato. «I poveri bambini urlavano e piangevano per la paura. Si arrabbiava e picchiava anche il figlio di tre anni.»

«La prigione è inadatta ai bambini»

Secondo la sorella, durante la detenzione Marhaba è diventata molto pallida e magra, mentre i bambini si ammalano continuamente.

Il suo avvocato ha definito la prigione un ambiente del tutto inadatto ai bambini e ha spiegato che non esiste più una sistemazione separata per le madri che allattano, come avveniva in passato.

«All’interno della prigione avvengono ogni genere di violenze davanti ai bambini», ha dichiarato. «C’è una grande quantità di sporcizia e rifiuti e il fetore è diventato insopportabile.»

Marhaba è uno pseudonimo. Alcuni dettagli sono stati omessi per proteggere ulteriormente la sua identità.

 

 

La transizione tradita: la nuova Siria cancella le donne al potere

La transizione siriana si sta definendo attraverso l’esclusione: mentre il governo decide chi può partecipare alla ricostruzione del Paese, le donne che durante la guerra hanno impresso una visione alternativa del futuro del Paese,  sono costrette a difendere gli spazi conquistati, senza un reale riconoscimento istituzionale.

Gianmarco Fontana, Gariwo Mag, 29 giugno 2026

Un anno e mezzo dopo la caduta di Bashar al Assad, il processo di transizione siriano ha prodotto una risposta chiara alla domanda su quale ruolo le donne debbano avere nella costruzione del paese: un ruolo visibile, controllato, e politicamente ininfluente. Non un’esclusione dichiarata – quella sarebbe troppo facile da denunciare – ma qualcosa di più sottile e più difficile da contrastare: un’inclusione gestita, che usa la presenza delle donne come evidenza di progresso mentre ne limita sistematicamente la capacità di incidere sulle decisioni.

Il gabinetto e il parlamento

I dati parlano con sufficiente chiarezza. Nel gabinetto formato a marzo 2025, Hind Kabawat – accademica cristiana e storica figura dell’opposizione – è stata nominata ministra degli Affari Sociali e del Lavoro: unica donna su 23 ministri. Alla prima riunione di gabinetto aveva chiesto ad al-Sharaa perché non ci fossero altre donne. La risposta era stata che ne sarebbero arrivate. Il rimpasto di governo del 9 maggio 2026 ha sostituito quattro ministri e quattro governatori senza aggiungere nessuna donna. I portafogli sovrani – interni, esteri, giustizia, difesa – restano nelle mani di uomini provenienti dal cerchio interno di HTS.

Al parlamento va peggio. Delle 119 seggi assegnati nelle elezioni indirette dell’ottobre 2025, sei sono andati a donne – una percentuale inferiore a quella raggiunta sotto il regime di Assad. Il meccanismo elettorale stesso ha contribuito al risultato: i voti sono stati espressi da soli 6.000 grandi elettori, nominati attraverso un processo supervisionato dallo stesso al-Sharaa.

L’episodio della banca centrale ha reso visibile il meccanismo in modo quasi didascalico. Maysaa Sabrine era stata nominata governatrice in dicembre 2024, prima donna a guidare una banca centrale nel mondo arabo – un primato presentato come prova di apertura. Tre mesi dopo si è dimessa. Nomina storica, permanenza irrilevante: esattamente la traiettoria che le attiviste interpellate da Badil descrivono come “inclusione decorativa”.

Tra rappresentanza e influenza

La dinamica non è nuova per chi conosce la storia della partecipazione femminile nei processi di pace siriani. I meccanismi legati alla risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza ONU del 2015 e il Women’s Advisory Board istituito nel 2016 avevano già formalizzato l’idea che le donne dovessero avere un ruolo nelle negoziazioni – ma con funzione consultiva, senza autorità. Alle trattative di pace di Ginevra del 2019 le delegate del WAB erano state letteralmente costrette ad aspettare nell’atrio dell’hotel mentre i rappresentanti di vari gruppi – incluse milizie armate e il regime di Assad – negoziavano in sala. Come ha detto una delle attiviste intervistate da Badil, quei meccanismi sembravano “pezzi appesi al muro”.

La transizione attuale riproduce la stessa logica con attori diversi. Tra le poche donne in posizioni di governo, alcune hanno contribuito attivamente a restringere lo spazio per le altre. Aisha al-Dibs, a capo del neoistituito Ufficio per gli Affari delle Donne, ha dichiarato in un’intervista che costruirà un modello per le donne siriane fondato sulla Sharia islamica, che la responsabilità primaria delle donne è verso “famiglie e mariti”, e che non lascerà spazio a chi differisce da lei ideologicamente.

La società civile sotto pressione

Le donne che durante gli anni di guerra avevano costruito reti di advocacy, documentazione e organizzazione umanitaria si trovano oggi di fronte a un paradosso: la caduta di Assad ha reso le loro reti più visibili, e quella visibilità è diventata fonte di vulnerabilità. Le autorità hanno risposto con sistemi di licenze provvisorie, approvazioni preventive per eventi, supervisione delle organizzazioni che ricevono finanziamenti esteri.

Il caso più emblematico è quello di Hiba Ezzideen al-Hajji, responsabile di Equity and Empowerment, un’organizzazione per i diritti delle donne a Idlib. Nell’aprile 2025, dopo aver denunciato su Facebook i matrimoni forzati e chiesto un’indagine sui rapimenti di donne alawite, al-Hajji è diventata bersaglio di una campagna di odio online che la accusava di essere un’agente di Assad. Nel giro di quarantotto ore la polizia di Idlib aveva chiuso il centro della sua organizzazione e il governatore aveva chiesto al pubblico ministero di procedere contro di lei per “insulto all’hijab”. Le minacce online nei suoi confronti non sono mai state investigate.

Il 1° ottobre 2025, la stessa ministra Kabawat ha emanato una direttiva che invocava la legge sulle associazioni del 1958 – strumento baathista usato per decenni per sopprimere il lavoro civile indipendente – richiedendo alle ONG di ottenere l’approvazione governativa prima di ricevere finanziamenti esteri o aderire a organismi internazionali. Trentuno organizzazioni siriane, tra cui Women Now, Huquqyat e Badael, hanno firmato una dichiarazione congiunta di opposizione.

Il corpo come spazio politico

Parallelamente alle restrizioni formali, si è sviluppato un ecosistema di pressioni informali che il governo non ha mai codificato ma non ha contenuto. L’azienda di trasporti pubblici di Damasco ha introdotto autobus segregati per sesso a gennaio 2025. Un ospedale della capitale ha introdotto aree di lavoro segregate prima di fare marcia indietro sotto la pressione dell’opinione pubblica. Dipendenti del Ministero dell’Educazione a Damasco e di un tribunale a Homs sarebbero obbligate a indossare il velo. Reti ideologicamente allineate con HTS – ma formalmente esterne al governo – hanno condotto campagne di distribuzione di abiti salafisti a Damasco, Homs, Hama e Latakia: campagne documentate e promosse da chierici le cui organizzazioni operano, secondo quanto riportato dal fact-checker siriano Tahaqaq, sotto la supervisione del Ministero degli Affari Religiosi.

Il silenzio istituzionale sulle violenze

L’architettura dell’esclusione si rende più visibile nella risposta istituzionale alle violenze. Tra febbraio e giugno 2025, almeno 36 donne e ragazze alawite sono state rapite nelle province costiere, alcune costrette al matrimonio, alcune tenute in ostaggio. In quasi ogni caso, polizia e autorità di sicurezza hanno omesso di indagare, a volte incolpando le famiglie o deridendo chi cercava di fare denuncia. Un’inchiesta governativa avviata in novembre ha concluso che vi era stato un solo rapimento genuino, mentre negli altri casi si trattava di donne che avevano lasciato casa volontariamente. La conclusione è stata respinta da Amnesty International, dall’ONU e dalla società civile siriana.

In luglio, gruppi armati affiliati al governo hanno rapito almeno 105 donne e ragazze druse durante la violenza a Sweida. La giornalista Nour Suleiman è stata poi processata per commenti online sulle sparizioni, accusata di diffusione di notizie false. Il pattern è coerente: il governo non interviene a proteggere le donne vittime di violenza, ma interviene rapidamente contro le donne che la denunciano pubblicamente.

Il nordest curdo: un modello sotto smantellamento

L’unica esperienza in cui la partecipazione politica femminile è diventata strutturale – e non accessoria – è quella delle aree a gestione curda nel nordest della Siria. La Democratic Autonomous Administration of North and East Syria (DAANES) aveva formalizzato sistemi di co-presidenza, parità di genere obbligatoria, consigli delle donne e istituzioni autonome femminili. Le donne hanno partecipato a consigli locali, riforma giuridica e discussioni costituzionali. Le Unità di Protezione delle Donne (YPJ), istituite nel 2013, sono diventate riconoscibili a livello internazionale come simbolo di un modello in cui l’autorità femminile è stata esercitata pubblicamente e istituzionalmente.

Con l’espansione dell’autorità centrale del governo di Damasco in queste aree, le attiviste curde intervistate descrivono uno smantellamento sistematico di quei meccanismi: centralizzazione delle licenze, nuove barriere amministrative per le organizzazioni che operavano attraverso i sistemi locali, esclusione delle YPJ dall’integrazione nelle strutture militari nazionali, pressioni verso norme di genere più conservative. La percezione condivisa è che le YPJ siano state escluse non per ragioni di sicurezza, ma come dichiarazione politica su quali forme di autorità femminile siano considerate accettabili.

Cosa dice di noi

Quello che sta accadendo in Siria non è una parentesi nel processo di transizione. È il processo di transizione. Un paese che esce da quattordici anni di guerra e determina chi ha diritto di partecipare alla sua costruzione sta compiendo scelte politiche precise: su chi conta come attore, su quale partecipazione è ammessa, su dove si collocano i confini del possibile.

Le donne che durante gli anni più violenti hanno costruito reti, documentato crimini, organizzato risposte umanitarie e sviluppato visioni per un paese diverso non si sono dissolte. Continuano a lavorare, spesso in condizioni di sicurezza precaria, bilanciando visibilità e rischio. Ma il contesto in cui operano si è ristretto: da costruzione di nuove strutture a difesa di quelle esistenti. Da espansione a sopravvivenza. La domanda su quanto a lungo quella resistenza possa reggere in assenza di riconoscimento istituzionale è aperta. E la risposta che il governo siriano sta dando, giorno per giorno, è sufficientemente chiara.

Gianmarco Fontana, Ricercatore esperto di Levante e Nord Africa

Lo stupro come politica di Stato

La lettre d’Afghanistan, 16 giugno 2026

C’è una frase che Zabihullah Mujahid ripete con la regolarità di un metronomo: «Nelle nostre prigioni non esiste alcuna forma di tortura. Atti di questo genere sono assolutamente proibiti. Dall’arresto fino al rilascio non viene praticata alcuna tortura». È una dichiarazione netta, ufficiale, ripetuta ogni volta che un nuovo rapporto denuncia gli abusi del regime o che una sopravvissuta trova il coraggio di raccontare la propria esperienza. Eppure, alla luce della documentazione disponibile, si tratta di una menzogna di Stato di rara brutalità.

Le prove, infatti, continuano ad accumularsi. Dal ritorno dei talebani al potere, nell’agosto 2021, i rapporti della Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA), di Amnesty International, di Human Rights Watch e delle organizzazioni afghane per i diritti umani descrivono un sistema repressivo fondato sulla violenza, sull’impunità e sull’intimidazione. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha confermato che funzionari e combattenti talebani hanno commesso violenze sessuali contro donne e ragazze. Nel 2025 l’UNAMA ha documentato ventuno casi: quindici donne e sei ragazze. Alcune vittime sono state sottoposte a stupri individuali e di gruppo, altre costrette a matrimoni forzati. Donne arrestate semplicemente per aver partecipato a una manifestazione sono state torturate, maltrattate e sottoposte a violenze sessuali durante la detenzione.

Ventuno casi documentati. Ventuno casi che gli investigatori sono riusciti a ricostruire nonostante il sistematico isolamento imposto dalle autorità talebane, il divieto rivolto al Relatore speciale delle Nazioni Unite di entrare nel Paese e la paura che continua a chiudere la bocca alle vittime. Quel numero non rappresenta l’estensione del fenomeno, ma soltanto la parte che è stato possibile portare alla luce.

Rompere il silenzio

Tra coloro che hanno deciso di rompere il silenzio c’è Julia Parsee, attivista afghana per i diritti delle donne ed ex prigioniera dei talebani. In una recente dichiarazione pubblicata dall’agenzia di stampa ROJ ha raccontato che le detenute sono sottoposte a torture fisiche e psicologiche sistematiche e che le continue minacce rivolte ai loro familiari costituiscono una delle forme più crudeli di violenza esercitate nelle carceri del regime.

Ma la sua testimonianza va oltre. Parsee racconta la storia di una giovane donna della provincia di Kandahar, arrestata non per ciò che aveva fatto o detto, ma per il semplice fatto di appartenere a una determinata famiglia. Il suo unico “reato” era essere parente del generale Abdul Raziq, ex capo della polizia di Kandahar, assassinato nel 2018. Dopo la presa del potere da parte dei talebani, gli uomini e le donne ritenuti vicini a Raziq — in gran parte membri della tribù Achakzai — sono stati vittime di omicidi, sparizioni forzate, torture e detenzioni arbitrarie. Alcuni testimoni sostengono che si possa essere uccisi persino per aver conservato una fotografia del generale. Secondo Parsee, quella giovane donna è stata violentata ripetutamente durante tutta la sua detenzione.

Si potrebbe obiettare che si tratta di una testimonianza indiretta, fondata su un’unica fonte. È vero. Ma è proprio questo il punto. La violenza sessuale esercitata nelle carceri talebane è circondata da un tale livello di stigma sociale che pochissime sopravvissute riescono a raccontare ciò che hanno subito. Molte, una volta liberate, si nascondono. Altre non riescono a sopportare il peso delle conseguenze sociali della detenzione. I casi di suicidio segnalati sono numerosi. Per chi riesce a uscire dal carcere, il ritorno alla libertà coincide spesso con un nuovo isolamento.

Il silenzio, in questo contesto, non è una prova d’innocenza del regime. È una delle conseguenze più evidenti del crimine stesso.

L’onore come strumento politico

Le ragioni di questo silenzio sono profonde e radicate. La società afghana è strutturata, nei suoi livelli più profondi, attorno al concetto di onore. La violenza sessuale non rappresenta soltanto una ferita inflitta al corpo di una donna: viene utilizzata come un’arma contro la sua famiglia, il suo clan e la sua comunità. I talebani conoscono perfettamente questo meccanismo e lo sfruttano con precisione calcolata.

Colpire una donna significa colpire una rete sociale più ampia. Violentarla significa intimidire tutti coloro che le sono vicini, perché denunciare quanto accaduto può esporre la famiglia alla vergogna e alla stigmatizzazione. In questo modo la violenza sessuale diventa uno strumento di controllo collettivo: non serve soltanto a punire una persona, ma a scoraggiare qualsiasi forma di opposizione.

Tra il gennaio 2022 e il luglio 2023, l’UNAMA ha documentato oltre 1.600 violazioni dei diritti umani commesse durante arresti e detenzioni, quasi la metà delle quali comprendeva torture o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Questo dato, raccolto nonostante le restrizioni imposte alle attività di monitoraggio, deve essere interpretato come una soglia minima, non come una misura completa della violenza esercitata.

Direzione 40

Zarifa Yaqobi, ex detenuta e attivista per i diritti delle donne, ha risposto direttamente alle smentite di Zabihullah Mujahid. Lei e le sue colleghe, ha raccontato, sono state detenute per quarantuno giorni nelle condizioni più dure: isolamento, interrogatori, torture e confessioni estorte presso la Direzione 40 dei servizi d’intelligence.

La Direzione 40. Un nome, un indirizzo. Non un simbolo né un’allegoria. Un edificio a Kabul dove donne sono state sistematicamente spezzate mentre il portavoce ufficiale del regime assicurava al mondo che nelle carceri talebane non accadeva nulla.

Ciò che avviene nelle prigioni afghane non può essere liquidato come l’abuso incontrollato di pochi individui. È una politica. Una politica che utilizza il corpo, l’onore e la paura come strumenti di governo.

Le donne arrestate per aver manifestato, per aver avuto rapporti con il precedente governo o semplicemente per aver occupato uno spazio nella vita pubblica sono bersagli selezionati. La loro detenzione non ha soltanto lo scopo di punirle. Serve a diffondere la paura, a colpire le loro famiglie, a paralizzare chi osserva e a trasmettere un messaggio chiaro: il prezzo della resistenza sarà pagato non solo dalla singola persona, ma dall’intera comunità che le sta intorno.

Impunità del regime talebano

L’impunità del regime talebano si fonda su diversi pilastri. Il primo è l’assenza di un sistema giudiziario indipendente in grado di indagare sulle violazioni commesse dalle autorità. Le autorità de facto hanno inoltre impedito al Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan di entrare nel Paese.

Nel frattempo, la comunità internazionale continua a utilizzare il linguaggio dell’«impegno» e del «dialogo», una formula che spesso appare più orientata alla gestione delle relazioni con il regime che alla richiesta di giustizia per le vittime. Si negoziano accordi di rimpatrio. Si invitano rappresentanti talebani a incontri e conferenze internazionali. Si cerca una forma di gestione politica della situazione.

Ma intanto, a Kandahar, a Kabul e nei luoghi di detenzione controllati dai servizi di sicurezza talebani, donne e ragazze continuano a pagare con il proprio corpo il prezzo del silenzio del mondo.

Julia Parsee ha parlato. Zarifa Yaqobi ha parlato. Tamana Paryani ha parlato. Queste donne hanno corso rischi enormi affinché le loro testimonianze potessero superare i confini dell’Afghanistan e raggiungere il resto del mondo.

La risposta minima che il mondo deve loro è ascoltarle. Non relegarle in una generica categoria di «diritti umani» tra due paragrafi di analisi geopolitica. Ascoltarle significa riconoscere la natura della violenza che denunciano e chiamarla con il suo nome.

Secondo numerose organizzazioni per i diritti umani, le pratiche documentate contro donne e oppositori in Afghanistan possono configurare gravi violazioni del diritto internazionale. La repressione sistematica, la persecuzione di genere e l’uso della violenza sessuale come strumento di intimidazione richiedono un esame alla luce degli standard sui crimini internazionali.

Lo stupro nelle carceri dell’Emirato islamico non è un effetto collaterale della repressione. È uno strumento di governo.

 

Segnalati ulteriori arresti di donne a Herat e Farah

Parsa Katal, AMU Tv, 24 giugno 2026

Residenti e fonti locali dell’Afghanistan occidentale affermano che i talebani hanno arrestato diverse donne nelle province di Herat e Farah negli ultimi giorni, in quella che rappresenta l’ultima serie di arresti segnalati dopo un’ondata di detenzioni avvenuta a Herat all’inizio di questo mese.

Secondo fonti locali, lunedì quattro donne sono state arrestate a Farah e due a Herat. I residenti riferiscono che le donne sono state accusate di viaggiare senza un tutore maschile, noto come *mahram*, oppure di non aver rispettato il codice di abbigliamento imposto dai talebani.

Le fonti sostengono inoltre che alcune delle detenute abbiano subito maltrattamenti durante l’arresto.

Troppa paura per uscire di casa

Una residente di Herat ha dichiarato che la paura di essere arrestate è diventata così diffusa che molte donne ormai evitano di uscire di casa se non strettamente necessario.

«Nessuno vuole più uscire di casa. Persino madri e nonne escono solo quando non hanno altra scelta. Lasciano la casa con paura», ha affermato la residente.

Secondo i residenti locali, diverse donne arrestate a Herat negli ultimi giorni sono state successivamente rilasciate dopo che i loro familiari hanno fornito garanzie per loro. Le fonti riferiscono che alle donne liberate è stato intimato di non parlare pubblicamente delle circostanze della loro detenzione.

Un’altra residente ha affermato che le donne fermate durante precedenti ondate di arresti hanno raccontato esperienze simili dopo essere state prese in custodia dagli agenti talebani incaricati della moralità pubblica.

«La scorsa settimana sono state arrestate 41 donne. Quelle che sono tornate raccontano tutte le stesse cose su ciò che è accaduto loro», ha dichiarato la residente.

Le segnalazioni arrivano in un contesto di crescente preoccupazione per l’applicazione delle norme morali da parte dei talebani, soprattutto dopo l’entrata in vigore della loro Legge per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, che ha ampliato le restrizioni sull’aspetto delle donne e sulla loro presenza negli spazi pubblici.

Un familiare di una donna precedentemente arrestata a Herat ha affermato che la donna avrebbe tentato di darsi fuoco dopo aver subito pressioni dalla propria famiglia una volta rilasciata.

«Dopo il suo arresto, la famiglia le ha fatto pressione dicendole che avrebbe dovuto indossare il burqa. Si è data fuoco», ha raccontato il parente. «Gran parte del suo corpo è rimasta ustionata e attualmente si trova in ospedale.»

Le attiviste per i diritti delle donne affermano che gli arresti hanno accresciuto il clima di paura tra donne e ragazze, che già vivono sotto pesanti restrizioni imposte dal regime talebano.

Gli arresti segnalati seguono una più ampia campagna condotta dagli ispettori della moralità talebani a Herat, che ha suscitato critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani e attivisti afghani.

All’inizio di questo mese, la missione delle United Nations Assistance Mission in Afghanistan (UNAMA) ha confermato che quasi 30 donne e ragazze sono state arrestate a Herat dagli agenti talebani incaricati della moralità pubblica con accuse legate alla violazione del codice di abbigliamento. L’UNAMA ha inoltre riferito che le proteste contro gli arresti sono state disperse dalle forze talebane, causando almeno una vittima.

I talebani hanno difeso l’applicazione delle norme sull’abbigliamento islamico e sul comportamento pubblico, sostenendo che tali misure riflettono i valori religiosi e culturali dell’Afghanistan.

Le organizzazioni per i diritti umani, tuttavia, affermano che questi arresti fanno parte di un più ampio schema di restrizioni che, dal ritorno al potere dei talebani nell’agosto 2021, ha progressivamente limitato la libertà di movimento delle donne, il loro accesso al lavoro e la partecipazione alla vita pubblica.

I talebani non hanno rilasciato commenti pubblici sugli ultimi arresti segnalati a Herat e Farah.

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16 politiche dei talebani violano il Trattato internazionale sui diritti delle donne, CEDAW

Kabul Now, 3 aprile 2026

Una analisi giuridica delle Nazioni Unite ha concluso che 16 provvedimenti imposti dai talebani dall’agosto 2021 costituiscono una discriminazione sistemica nei confronti di donne e ragazze, violando gli obblighi dell’Afghanistan ai sensi della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW).

Il rapporto di 52 pagine, pubblicato congiuntamente dall’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) e da UN Women, esamina ogni direttiva e legge talebana alla luce di specifici articoli del trattato. L’Afghanistan ha ratificato la CEDAW nel 2003 e rimane vincolato da essa indipendentemente dal governo in carica.

Tutti i divieti

La revisione esamina le politiche emanate tra il 2021 e il 2025, tra cui i divieti di istruzione secondaria e superiore per le ragazze, le restrizioni alla partecipazione delle donne agli istituti di formazione medica, i limiti al rientro al lavoro delle dipendenti pubbliche e i divieti di lavoro per le donne presso ONG o le Nazioni Unite.

Il provvedimento riguarda anche la chiusura dei saloni di bellezza femminili, l’obbligo di avere un accompagnatore maschile durante i viaggi, le norme sull’hijab che prevedono anche la copertura del viso, e la Legge del 2024 sulla promozione della virtù e la prevenzione del vizio, che impone codici di abbigliamento, l’obbligo di parlare a voce alta e restrizioni sull’uso dei mezzi pubblici da parte delle donne.

Il rapporto evidenzia i divieti di accesso all’istruzione come violazioni particolarmente gravi, descrivendo l’istruzione come un “diritto fondamentale” la cui negazione comporta danni più ampi in termini di occupazione, indipendenza economica, accesso all’assistenza sanitaria e partecipazione alla vita pubblica.

Inoltre evidenzia il divieto di accesso per donne e ragazze agli istituti medici, evidenziandone il potenziale impatto a lungo termine sulla salute pubblica e avvertendo che la conseguente carenza di professioniste sanitarie potrebbe limitare l’accesso delle donne alle cure, in particolare ai servizi di salute riproduttiva e materna, e aumentare rischi come la mortalità materna, in violazione dell’articolo 12 della CEDAW.

Le restrizioni alla libertà di movimento, all’occupazione e alla partecipazione pubblica, comprese le direttive sull’hijab, sul silenzio e sull’obbligo di accompagnamento maschile, sono descritte come violazioni della libertà di movimento, della libertà di espressione e dell’obbligo di eliminare costumi e stereotipi discriminatori.

Violazioni sistematiche della CEDAW

La revisione conclude che le 16 politiche nel loro insieme costituiscono un “sistema di discriminazione istituzionalizzata“, in cui le restrizioni in un ambito ne rafforzano altre in ambito politico, economico, sociale e culturale. Tutte le misure sono considerate violazioni sistematiche dei principi fondamentali della CEDAW, tra cui la non discriminazione, l’uguaglianza davanti alla legge e l’obbligo degli Stati di eliminare le pratiche discriminatorie.

L’OHCHR e UN Women presentano la revisione come uno strumento giuridico neutrale a supporto della responsabilizzazione, senza tuttavia formulare raccomandazioni politiche.

Le autorità talebane non hanno commentato il rapporto. In precedenza, avevano difeso le proprie azioni sostenendo che fossero coerenti con la loro interpretazione della legge islamica e avevano accusato i critici internazionali di pregiudizi contro l’Islam.

Questi risultati giungono in un contesto di crescente preoccupazione internazionale per la progressiva riduzione delle opportunità per donne e ragazze in Afghanistan, dove l’accesso all’istruzione, all’occupazione e all’assistenza sanitaria rimane fortemente limitato sotto il regime talebano. Esperti delle Nazioni Unite e organizzazioni per i diritti umani avvertono che tali politiche minano decenni di progressi in materia di diritti delle donne e costituiscono “crimini contro l’umanità” ai sensi del diritto internazionale.

La settimana delle donne all’ONU: divisioni, allarmi e agghiaccianti testimonianze

Stefano Vaccara, VNY, 9 marzo 2026

Al Palazzo di Vetro, la settimana più importante dell’anno per i diritti delle donne, lunedì si è aperta in un clima che riflette perfettamente il momento storico: grandi parole, grandi allarmi, ma anche profonde spaccature politiche e morali.

Da una parte, nell’aula dell’Assemblea Generale, la 70ª sessione della Commissione sullo Status delle Donne ha rilanciato il tema dell’accesso alla giustizia per donne e ragazze in tutto il mondo. Dall’altra, nelle sale laterali e al Consiglio di Sicurezza, sono esplose con forza le crisi che oggi rendono quel diritto sempre più fragile: l’Afghanistan dei talebani, l’Iran in guerra, il Medio Oriente in fiamme, la regressione globale dei diritti femminili.

In sala, ad affiancare leader politici e funzionarie ONU, c’era Anne Hathaway, goodwill ambassador di UN Women, con un intervento che ha dato un tono più emotivo ma non meno politico alla giornata. “È difficile sopportare la consapevolezza che la distanza tra la promessa dell’uguaglianza e l’esperienza concreta di essa sia ancora così grande per così tante persone”, ha detto l’attrice americana dal podio verde dell’Assemblea Generale. Hathaway ha reso omaggio “al coraggio e alla forza delle donne che non hanno accettato di vedersi negare giustizia, perché hanno scelto di agire in un mondo che si aspetta il silenzio”, chiudendo con una frase che è sembrata parlare anche alla tensione dell’intera settimana: “La nostra celebrazione oggi afferma la nostra determinazione a resistere più a lungo dell’ingiustizia”.

In Afghanistan c’è l’apartheid di genere

Un intervento particolarmente forte è arrivato dalla premio Nobel per la pace Malala Yousafzai, che ha denunciato con durezza la situazione delle donne e delle ragazze in Afghanistan sotto il regime talebano. “Oggi sono qui con il cuore spezzato”, ha detto, ricordando anche la sofferenza delle famiglie colpite dalla violenza in diverse parti del mondo, tra cui Iran e Gaza. Malala ha definito il sistema imposto dai talebani una vera e propria “gender apartheid”, sottolineando che alle ragazze è vietato frequentare la scuola secondaria e l’università e alle donne è impedito lavorare e partecipare alla vita pubblica. “Questo non è cultura. Non è religione. È un sistema di segregazione e dominio”, ha dichiarato, invitando la comunità internazionale a riconoscere formalmente questa realtà nel diritto internazionale. Nel finale del suo intervento ha lanciato un appello diretto ai governi affinché passino dalle parole ai fatti: “I discorsi non proteggono le ragazze. Ma le leggi, la responsabilità e il coraggio politico sì”.

Il segretario generale António Guterres, nel suo intervento di apertura, ha scelto parole nette: “Viviamo in un mondo e in una cultura dominati dagli uomini. L’uguaglianza di genere è, ed è sempre stata, una questione di potere”. E ancora: “Neanche un passo avanti nei diritti delle donne è mai stato regalato. È stato conquistato”. Per Guterres, il tema scelto quest’anno, l’accesso alla giustizia, “va al cuore stesso della lotta per l’uguaglianza”, in un mondo in cui le donne godono in media solo del 64 per cento dei diritti legali degli uomini. Il capo dell’ONU ha insistito sul fatto che la reazione contro i diritti femminili non è casuale ma strutturale: “Il backlash è ciò che il potere consolidato fa quando sente allentarsi la propria presa”. Ha parlato di protezioni legali erose, di difensore dei diritti delle donne sotto attacco, di diritti sessuali e riproduttivi indeboliti. E ha indicato nell’Afghanistan il caso più estremo: “Le donne vengono sistematicamente cancellate dalla vita pubblica – e ora persino impedite di entrare nei compound dell’ONU. Questa è ingiustizia nella pratica”.

Su questo punto è tornata con forza anche Annalena Baerbock, presidente dell’Assemblea Generale, che ha parlato senza giri di parole di “gender apartheid” in Afghanistan. “Qualsiasi normalizzazione di questo regime sarebbe una scelta attiva di tollerare la più grave violazione dei diritti delle donne”, ha detto. Baerbock ha poi allargato il discorso al sistema ONU stesso, ricordando che in 80 anni non c’è mai stata una donna segretario generale: “La domanda non è perché una donna dovrebbe diventare segretario generale. La domanda è: perché no?”

La disuguaglianza aggravata dalla guerra

Sulla stessa linea la direttrice esecutiva di UN Women, Sima Bahous, che ha ricordato come “in quasi il 70 per cento dei Paesi esaminati le donne affrontano maggiori ostacoli alla giustizia rispetto agli uomini”, mentre nel 54 per cento degli Stati lo stupro non è ancora definito sulla base del consenso. “L’uguaglianza di genere oggi è aggravata dai mali della guerra e del conflitto, dall’Afghanistan a Haiti, dall’Iran al Myanmar, dalla Palestina al Sudan, dalla Siria all’Ucraina”, ha detto, strappando applausi quando ha aggiunto che UN Women sarebbe “orgogliosa di servire una futura Madame Secretary-General”.

Eppure, proprio mentre nell’aula si parlava di giustizia, la politica internazionale ha mostrato tutta la sua frattura. Le Agreed Conclusions, il documento finale della Commissione, sono state adottate non per consenso ma con voto formale: 37 favorevoli, 1 contrario, gli Stati Uniti, e 6 astensioni. È un fatto raro e politicamente pesante. Washington ha rifiutato il testo denunciando il riferimento a quella che definisce “gender ideology”, il linguaggio sulla salute sessuale e riproduttiva, e qualsiasi apertura a una regolazione dell’intelligenza artificiale in chiave di diritti. Il rappresentante americano ha attaccato anche UN Women, accusandola di promuovere aborto e ideologia di genere.

Il risultato è che la più importante piattaforma globale sui diritti delle donne si apre quest’anno non nel segno dell’unità, ma della frattura.

Nel frattempo, poche ore dopo, il Consiglio di Sicurezza ha affrontato il dossier Afghanistan, con un tono durissimo verso i talebani. Gli Stati Uniti hanno denunciato quelle che l’ambasciatore Mike Waltz, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza, ha definito restrizioni “inaccettabili e francamente disgustose” contro i diritti delle donne. Ma a fotografare meglio la crisi è stata Georgette Gagnon, numero uno ad interim della missione ONU in Afghanistan, che ha parlato di una crisi umanitaria in peggioramento, di economia fragile, di ritorni forzati dai Paesi vicini, e del fatto che l’esclusione delle donne dal lavoro e dalla vita pubblica sta prosciugando il capitale umano del Paese. Il tutto mentre la guerra in Medio Oriente rende incerta anche la rotta commerciale via Iran e la frontiera con il Pakistan resta instabile.

Testimonianze dall’Iran

Se l’Afghanistan è diventato all’ONU il simbolo più esplicito della segregazione di genere, l’Iran è entrato nella settimana delle donne attraverso due porte diverse e complementari: da un lato nei discorsi ufficiali, dall’altro nelle testimonianze dirette.

La relatrice speciale Reem Alsalem ha denunciato “livelli nauseanti di impunità” parlando anche del caso Epstein, ma ha collegato il discorso alla violenza sulle donne nei conflitti, citando l’Iran e il Libano come esempi recenti di come l’impunità e la guerra colpiscano prima di tutto donne e ragazze.

E poi c’è stato un momento politicamente potentissimo: il side event organizzato dalla missione israeliana all’ONU, guidata dall’ambasciatore Danny Danon, con donne iraniane chiamate a denunciare le violenze e la repressione del regime. Il fatto che l’evento si sia tenuto proprio nel giorno inaugurale della conferenza sullo stato delle donne ha dato alla scena un significato particolare: la battaglia per i diritti femminili si intreccia ormai apertamente con la guerra, con la propaganda e con la diplomazia.

Tra le testimonianze, quella della calciatrice iraniana Shiva Amini è stata una delle più forti. “Sono qui per testimoniare contro questo regime di assassini”, ha detto. Ha raccontato arresti, minacce di stupro, frustate, carcere, la proibizione di giocare senza hijab, il divieto di competere contro atleti israeliani, e una vita sportiva ridotta a strumento di propaganda politica. “Nel mio Paese i campioni nazionali vengono premiati con i proiettili, non con le medaglie”, ha detto, rivolgendosi poi direttamente in italiano al presidente della FIFA Gianni Infantino per chiedere l’esclusione dell’Iran dalle competizioni internazionali.

Così, in un giorno, l’ONU ha offerto un’immagine brutale del presente: nella grande sala dell’Assemblea si approvano documenti sul diritto alla giustizia; nel Consiglio di Sicurezza si denuncia un sistema, quello talebano, che cancella le donne dalla società; nelle sale laterali, donne iraniane raccontano come uno Stato possa perseguitare perfino chi gioca a calcio. L’impressione è che questa CSW70 abbia messo a nudo ancora una volta che la questione dei diritti delle donne non è più un capitolo separato dell’agenda internazionale. È ormai il punto in cui si incontrano – e si scontrano – potere, guerra, ideologia, religione, democrazia e autoritarismo. E forse è proprio per questo che oggi divide così tanto.

Afghanistan dei talebani: donne schiave alla mercé di mariti e religiosi

Globalist, 15 Febbraio 2026

I talebani hanno pubblicato un nuovo codice penale che inserisce nella legislazione dell’Afghanistan alcune delle loro pratiche più arretrate, con le donne destinate in particolare a soffrire nelle aule di tribunale.

Firmato dal leader supremo del gruppo islamista radicale Hibatullah Akhundzada, il codice penale di 90 pagine include disposizioni anacronistiche che richiamano le scritture islamiche, come diversi livelli di punizione a seconda che l’autore del reato sia “libero” o “schiavo”.

Di fatto, crea un nuovo sistema di caste tra membri di rango superiore e inferiore della società afghana, consentendo ai leader religiosi o mullah al vertice una quasi totale immunità dalla persecuzione penale e prevedendo le punizioni più severe per le classi lavoratrici.

Forse l’aspetto più allarmante è che il codice sembra mettere le donne sullo stesso piano degli “schiavi”, con clausole che stabiliscono che i “padroni” o i mariti possano infliggere punizioni discrezionali, sotto forma di percosse, alle loro mogli o subordinati.

Una copia del codice penale, chiamato De Mahakumu Jazaai Osulnama, che è stato distribuito ai tribunali in Afghanistan.

Molte persone hanno paura di esprimersi contro il codice per timore di ritorsioni da parte dei talebani, anche in forma anonima. Dopo che segni di malcontento hanno iniziato a diffondersi online e tramite attivisti basati all’estero, i talebani hanno emesso una decisione separata secondo cui anche discutere del nuovo codice costituisce un reato, secondo gruppi per i diritti umani.

Il codice stabilisce che le punizioni corporali per i reati gravi saranno eseguite non dai servizi penitenziari, ma da religiosi islamici.

Incoraggia inoltre che le infrazioni meno gravi siano trattate tramite il “ta’zir” (punizione discrezionale) — in altre parole, nei casi in cui la “colpevole” sia una moglie, con una punizione inflitta dal marito.

Il codice prevede formalmente una via alla giustizia per le donne aggredite, ma esse devono dimostrare di aver subito gravi danni fisici mostrando le ferite al giudice, pur essendo obbligate a rimanere completamente coperte. Devono inoltre presentarsi in tribunale accompagnate dal marito o da un accompagnatore maschio (mehram), anche se nella maggior parte dei casi gli aggressori sono proprio i mariti.

Una consulente legale che lavora nella capitale afghana, parlando in forma anonima, ha dichiarato che per le donne ottenere giustizia per aggressioni secondo la legge talebana è un processo “estremamente lungo e difficile”.

Ha citato un caso recente in cui una donna è stata picchiata da una guardia talebana durante una visita al marito in prigione. Quando ha denunciato l’accaduto alle autorità, le è stato detto che la sua richiesta non sarebbe stata esaminata senza la presenza di un accompagnatore maschio — il marito che si trovava in carcere.

La consulente ha raccontato che la donna ha risposto che, se avesse avuto un accompagnatore, la guardia talebana non l’avrebbe aggredita. “Ha pianto e gridato in pubblico che la morte è meglio [del processo che sta affrontando]”, ha detto. “È impossibile per le donne ottenere giustizia per un’aggressione subita.”

Si tratta di un netto passo indietro rispetto ai progressi compiuti sotto la precedente amministrazione afghana sostenuta dalla Nato, che aveva introdotto misure severe contro i matrimoni forzati, lo stupro e altre forme di violenza di genere. La violenza domestica contro le donne era punita con pene da tre mesi a un anno.

Con il nuovo codice, anche se una donna riesce a superare tutti gli ostacoli legali e sociali e a dimostrare di essere stata vittima di una grave aggressione da parte del coniuge, il marito riceverà una pena massima di 15 giorni.

Secondo esperti di diritti umani, nel nuovo codice i talebani non hanno né condannato né esplicitamente proibito la violenza fisica, psicologica o sessuale contro le donne.

Uno dei pochi percorsi verso la giustizia per le donne gravemente picchiate è mostrare le ferite a un giudice, pur rimanendo completamente coperte.

Rawadari, un movimento per i diritti umani che monitora il regime islamista radicale in Afghanistan e opera in gran parte dall’esilio, ha dichiarato che un’altra parte del codice impedisce alle donne di trovare rifugio sicuro nella casa dei genitori.

“L’articolo 34 stabilisce che se una donna si reca ripetutamente a casa del padre o di altri parenti senza il permesso del marito e non torna a casa nonostante la richiesta del marito, la donna e qualsiasi membro della famiglia o parente che le abbia impedito di tornare dal marito sono considerati colpevoli di reato e saranno condannati a tre mesi di reclusione”, ha affermato l’organizzazione in un comunicato.

“Questa disposizione, in particolare nel caso delle donne che cercano rifugio nelle case dei genitori o dei parenti per sfuggire alla violenza e ai maltrattamenti dei mariti, le espone a ulteriori violenze domestiche e le priva della protezione familiare e comunitaria, l’unica rimasta in assenza di rimedi legali formali”, ha aggiunto Rawadari.

Shaharzad Akbar, direttrice esecutiva dell’organizzazione, ha dichiarato che il codice rende gli studiosi religiosi responsabili dell’applicazione di restrizioni sistematiche ai diritti di donne, ragazze e minoranze, mentre i mullah stessi ricevono un’ampia immunità legale.

Il nuovo sistema giuridico istituisce di fatto anche un sistema di caste in cui la punizione è determinata non dalla natura del crimine, ma dallo status sociale del colpevole. Al vertice della gerarchia ci sono gli studiosi religiosi, seguiti dalle élite, dalla “classe media” e, in fondo, dalla “classe inferiore”.

Se uno studioso religioso commette un reato, riceverà “consigli” sul proprio comportamento. Un membro dell’élite sociale riceverà al massimo un richiamo e, se necessario, una convocazione in tribunale. Per la “classe media”, la pena massima è la detenzione, mentre per la “classe inferiore” è la detenzione combinata con punizioni corporali.

“Quindi ora il mullah è il re”, ha detto Akbar. “Il mullah decide tutto e ottiene privilegi che la gente comune non può avere, perché viene posto persino al di sopra delle élite.”