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Tag: Persecuzione di genere

16 politiche dei talebani violano il Trattato internazionale sui diritti delle donne, CEDAW

Kabul Now, 3 aprile 2026

Una analisi giuridica delle Nazioni Unite ha concluso che 16 provvedimenti imposti dai talebani dall’agosto 2021 costituiscono una discriminazione sistemica nei confronti di donne e ragazze, violando gli obblighi dell’Afghanistan ai sensi della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW).

Il rapporto di 52 pagine, pubblicato congiuntamente dall’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) e da UN Women, esamina ogni direttiva e legge talebana alla luce di specifici articoli del trattato. L’Afghanistan ha ratificato la CEDAW nel 2003 e rimane vincolato da essa indipendentemente dal governo in carica.

Tutti i divieti

La revisione esamina le politiche emanate tra il 2021 e il 2025, tra cui i divieti di istruzione secondaria e superiore per le ragazze, le restrizioni alla partecipazione delle donne agli istituti di formazione medica, i limiti al rientro al lavoro delle dipendenti pubbliche e i divieti di lavoro per le donne presso ONG o le Nazioni Unite.

Il provvedimento riguarda anche la chiusura dei saloni di bellezza femminili, l’obbligo di avere un accompagnatore maschile durante i viaggi, le norme sull’hijab che prevedono anche la copertura del viso, e la Legge del 2024 sulla promozione della virtù e la prevenzione del vizio, che impone codici di abbigliamento, l’obbligo di parlare a voce alta e restrizioni sull’uso dei mezzi pubblici da parte delle donne.

Il rapporto evidenzia i divieti di accesso all’istruzione come violazioni particolarmente gravi, descrivendo l’istruzione come un “diritto fondamentale” la cui negazione comporta danni più ampi in termini di occupazione, indipendenza economica, accesso all’assistenza sanitaria e partecipazione alla vita pubblica.

Inoltre evidenzia il divieto di accesso per donne e ragazze agli istituti medici, evidenziandone il potenziale impatto a lungo termine sulla salute pubblica e avvertendo che la conseguente carenza di professioniste sanitarie potrebbe limitare l’accesso delle donne alle cure, in particolare ai servizi di salute riproduttiva e materna, e aumentare rischi come la mortalità materna, in violazione dell’articolo 12 della CEDAW.

Le restrizioni alla libertà di movimento, all’occupazione e alla partecipazione pubblica, comprese le direttive sull’hijab, sul silenzio e sull’obbligo di accompagnamento maschile, sono descritte come violazioni della libertà di movimento, della libertà di espressione e dell’obbligo di eliminare costumi e stereotipi discriminatori.

Violazioni sistematiche della CEDAW

La revisione conclude che le 16 politiche nel loro insieme costituiscono un “sistema di discriminazione istituzionalizzata“, in cui le restrizioni in un ambito ne rafforzano altre in ambito politico, economico, sociale e culturale. Tutte le misure sono considerate violazioni sistematiche dei principi fondamentali della CEDAW, tra cui la non discriminazione, l’uguaglianza davanti alla legge e l’obbligo degli Stati di eliminare le pratiche discriminatorie.

L’OHCHR e UN Women presentano la revisione come uno strumento giuridico neutrale a supporto della responsabilizzazione, senza tuttavia formulare raccomandazioni politiche.

Le autorità talebane non hanno commentato il rapporto. In precedenza, avevano difeso le proprie azioni sostenendo che fossero coerenti con la loro interpretazione della legge islamica e avevano accusato i critici internazionali di pregiudizi contro l’Islam.

Questi risultati giungono in un contesto di crescente preoccupazione internazionale per la progressiva riduzione delle opportunità per donne e ragazze in Afghanistan, dove l’accesso all’istruzione, all’occupazione e all’assistenza sanitaria rimane fortemente limitato sotto il regime talebano. Esperti delle Nazioni Unite e organizzazioni per i diritti umani avvertono che tali politiche minano decenni di progressi in materia di diritti delle donne e costituiscono “crimini contro l’umanità” ai sensi del diritto internazionale.

La settimana delle donne all’ONU: divisioni, allarmi e agghiaccianti testimonianze

Stefano Vaccara, VNY, 9 marzo 2026

Al Palazzo di Vetro, la settimana più importante dell’anno per i diritti delle donne, lunedì si è aperta in un clima che riflette perfettamente il momento storico: grandi parole, grandi allarmi, ma anche profonde spaccature politiche e morali.

Da una parte, nell’aula dell’Assemblea Generale, la 70ª sessione della Commissione sullo Status delle Donne ha rilanciato il tema dell’accesso alla giustizia per donne e ragazze in tutto il mondo. Dall’altra, nelle sale laterali e al Consiglio di Sicurezza, sono esplose con forza le crisi che oggi rendono quel diritto sempre più fragile: l’Afghanistan dei talebani, l’Iran in guerra, il Medio Oriente in fiamme, la regressione globale dei diritti femminili.

In sala, ad affiancare leader politici e funzionarie ONU, c’era Anne Hathaway, goodwill ambassador di UN Women, con un intervento che ha dato un tono più emotivo ma non meno politico alla giornata. “È difficile sopportare la consapevolezza che la distanza tra la promessa dell’uguaglianza e l’esperienza concreta di essa sia ancora così grande per così tante persone”, ha detto l’attrice americana dal podio verde dell’Assemblea Generale. Hathaway ha reso omaggio “al coraggio e alla forza delle donne che non hanno accettato di vedersi negare giustizia, perché hanno scelto di agire in un mondo che si aspetta il silenzio”, chiudendo con una frase che è sembrata parlare anche alla tensione dell’intera settimana: “La nostra celebrazione oggi afferma la nostra determinazione a resistere più a lungo dell’ingiustizia”.

In Afghanistan c’è l’apartheid di genere

Un intervento particolarmente forte è arrivato dalla premio Nobel per la pace Malala Yousafzai, che ha denunciato con durezza la situazione delle donne e delle ragazze in Afghanistan sotto il regime talebano. “Oggi sono qui con il cuore spezzato”, ha detto, ricordando anche la sofferenza delle famiglie colpite dalla violenza in diverse parti del mondo, tra cui Iran e Gaza. Malala ha definito il sistema imposto dai talebani una vera e propria “gender apartheid”, sottolineando che alle ragazze è vietato frequentare la scuola secondaria e l’università e alle donne è impedito lavorare e partecipare alla vita pubblica. “Questo non è cultura. Non è religione. È un sistema di segregazione e dominio”, ha dichiarato, invitando la comunità internazionale a riconoscere formalmente questa realtà nel diritto internazionale. Nel finale del suo intervento ha lanciato un appello diretto ai governi affinché passino dalle parole ai fatti: “I discorsi non proteggono le ragazze. Ma le leggi, la responsabilità e il coraggio politico sì”.

Il segretario generale António Guterres, nel suo intervento di apertura, ha scelto parole nette: “Viviamo in un mondo e in una cultura dominati dagli uomini. L’uguaglianza di genere è, ed è sempre stata, una questione di potere”. E ancora: “Neanche un passo avanti nei diritti delle donne è mai stato regalato. È stato conquistato”. Per Guterres, il tema scelto quest’anno, l’accesso alla giustizia, “va al cuore stesso della lotta per l’uguaglianza”, in un mondo in cui le donne godono in media solo del 64 per cento dei diritti legali degli uomini. Il capo dell’ONU ha insistito sul fatto che la reazione contro i diritti femminili non è casuale ma strutturale: “Il backlash è ciò che il potere consolidato fa quando sente allentarsi la propria presa”. Ha parlato di protezioni legali erose, di difensore dei diritti delle donne sotto attacco, di diritti sessuali e riproduttivi indeboliti. E ha indicato nell’Afghanistan il caso più estremo: “Le donne vengono sistematicamente cancellate dalla vita pubblica – e ora persino impedite di entrare nei compound dell’ONU. Questa è ingiustizia nella pratica”.

Su questo punto è tornata con forza anche Annalena Baerbock, presidente dell’Assemblea Generale, che ha parlato senza giri di parole di “gender apartheid” in Afghanistan. “Qualsiasi normalizzazione di questo regime sarebbe una scelta attiva di tollerare la più grave violazione dei diritti delle donne”, ha detto. Baerbock ha poi allargato il discorso al sistema ONU stesso, ricordando che in 80 anni non c’è mai stata una donna segretario generale: “La domanda non è perché una donna dovrebbe diventare segretario generale. La domanda è: perché no?”

La disuguaglianza aggravata dalla guerra

Sulla stessa linea la direttrice esecutiva di UN Women, Sima Bahous, che ha ricordato come “in quasi il 70 per cento dei Paesi esaminati le donne affrontano maggiori ostacoli alla giustizia rispetto agli uomini”, mentre nel 54 per cento degli Stati lo stupro non è ancora definito sulla base del consenso. “L’uguaglianza di genere oggi è aggravata dai mali della guerra e del conflitto, dall’Afghanistan a Haiti, dall’Iran al Myanmar, dalla Palestina al Sudan, dalla Siria all’Ucraina”, ha detto, strappando applausi quando ha aggiunto che UN Women sarebbe “orgogliosa di servire una futura Madame Secretary-General”.

Eppure, proprio mentre nell’aula si parlava di giustizia, la politica internazionale ha mostrato tutta la sua frattura. Le Agreed Conclusions, il documento finale della Commissione, sono state adottate non per consenso ma con voto formale: 37 favorevoli, 1 contrario, gli Stati Uniti, e 6 astensioni. È un fatto raro e politicamente pesante. Washington ha rifiutato il testo denunciando il riferimento a quella che definisce “gender ideology”, il linguaggio sulla salute sessuale e riproduttiva, e qualsiasi apertura a una regolazione dell’intelligenza artificiale in chiave di diritti. Il rappresentante americano ha attaccato anche UN Women, accusandola di promuovere aborto e ideologia di genere.

Il risultato è che la più importante piattaforma globale sui diritti delle donne si apre quest’anno non nel segno dell’unità, ma della frattura.

Nel frattempo, poche ore dopo, il Consiglio di Sicurezza ha affrontato il dossier Afghanistan, con un tono durissimo verso i talebani. Gli Stati Uniti hanno denunciato quelle che l’ambasciatore Mike Waltz, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza, ha definito restrizioni “inaccettabili e francamente disgustose” contro i diritti delle donne. Ma a fotografare meglio la crisi è stata Georgette Gagnon, numero uno ad interim della missione ONU in Afghanistan, che ha parlato di una crisi umanitaria in peggioramento, di economia fragile, di ritorni forzati dai Paesi vicini, e del fatto che l’esclusione delle donne dal lavoro e dalla vita pubblica sta prosciugando il capitale umano del Paese. Il tutto mentre la guerra in Medio Oriente rende incerta anche la rotta commerciale via Iran e la frontiera con il Pakistan resta instabile.

Testimonianze dall’Iran

Se l’Afghanistan è diventato all’ONU il simbolo più esplicito della segregazione di genere, l’Iran è entrato nella settimana delle donne attraverso due porte diverse e complementari: da un lato nei discorsi ufficiali, dall’altro nelle testimonianze dirette.

La relatrice speciale Reem Alsalem ha denunciato “livelli nauseanti di impunità” parlando anche del caso Epstein, ma ha collegato il discorso alla violenza sulle donne nei conflitti, citando l’Iran e il Libano come esempi recenti di come l’impunità e la guerra colpiscano prima di tutto donne e ragazze.

E poi c’è stato un momento politicamente potentissimo: il side event organizzato dalla missione israeliana all’ONU, guidata dall’ambasciatore Danny Danon, con donne iraniane chiamate a denunciare le violenze e la repressione del regime. Il fatto che l’evento si sia tenuto proprio nel giorno inaugurale della conferenza sullo stato delle donne ha dato alla scena un significato particolare: la battaglia per i diritti femminili si intreccia ormai apertamente con la guerra, con la propaganda e con la diplomazia.

Tra le testimonianze, quella della calciatrice iraniana Shiva Amini è stata una delle più forti. “Sono qui per testimoniare contro questo regime di assassini”, ha detto. Ha raccontato arresti, minacce di stupro, frustate, carcere, la proibizione di giocare senza hijab, il divieto di competere contro atleti israeliani, e una vita sportiva ridotta a strumento di propaganda politica. “Nel mio Paese i campioni nazionali vengono premiati con i proiettili, non con le medaglie”, ha detto, rivolgendosi poi direttamente in italiano al presidente della FIFA Gianni Infantino per chiedere l’esclusione dell’Iran dalle competizioni internazionali.

Così, in un giorno, l’ONU ha offerto un’immagine brutale del presente: nella grande sala dell’Assemblea si approvano documenti sul diritto alla giustizia; nel Consiglio di Sicurezza si denuncia un sistema, quello talebano, che cancella le donne dalla società; nelle sale laterali, donne iraniane raccontano come uno Stato possa perseguitare perfino chi gioca a calcio. L’impressione è che questa CSW70 abbia messo a nudo ancora una volta che la questione dei diritti delle donne non è più un capitolo separato dell’agenda internazionale. È ormai il punto in cui si incontrano – e si scontrano – potere, guerra, ideologia, religione, democrazia e autoritarismo. E forse è proprio per questo che oggi divide così tanto.

Afghanistan dei talebani: donne schiave alla mercé di mariti e religiosi

Globalist, 15 Febbraio 2026

I talebani hanno pubblicato un nuovo codice penale che inserisce nella legislazione dell’Afghanistan alcune delle loro pratiche più arretrate, con le donne destinate in particolare a soffrire nelle aule di tribunale.

Firmato dal leader supremo del gruppo islamista radicale Hibatullah Akhundzada, il codice penale di 90 pagine include disposizioni anacronistiche che richiamano le scritture islamiche, come diversi livelli di punizione a seconda che l’autore del reato sia “libero” o “schiavo”.

Di fatto, crea un nuovo sistema di caste tra membri di rango superiore e inferiore della società afghana, consentendo ai leader religiosi o mullah al vertice una quasi totale immunità dalla persecuzione penale e prevedendo le punizioni più severe per le classi lavoratrici.

Forse l’aspetto più allarmante è che il codice sembra mettere le donne sullo stesso piano degli “schiavi”, con clausole che stabiliscono che i “padroni” o i mariti possano infliggere punizioni discrezionali, sotto forma di percosse, alle loro mogli o subordinati.

Una copia del codice penale, chiamato De Mahakumu Jazaai Osulnama, che è stato distribuito ai tribunali in Afghanistan.

Molte persone hanno paura di esprimersi contro il codice per timore di ritorsioni da parte dei talebani, anche in forma anonima. Dopo che segni di malcontento hanno iniziato a diffondersi online e tramite attivisti basati all’estero, i talebani hanno emesso una decisione separata secondo cui anche discutere del nuovo codice costituisce un reato, secondo gruppi per i diritti umani.

Il codice stabilisce che le punizioni corporali per i reati gravi saranno eseguite non dai servizi penitenziari, ma da religiosi islamici.

Incoraggia inoltre che le infrazioni meno gravi siano trattate tramite il “ta’zir” (punizione discrezionale) — in altre parole, nei casi in cui la “colpevole” sia una moglie, con una punizione inflitta dal marito.

Il codice prevede formalmente una via alla giustizia per le donne aggredite, ma esse devono dimostrare di aver subito gravi danni fisici mostrando le ferite al giudice, pur essendo obbligate a rimanere completamente coperte. Devono inoltre presentarsi in tribunale accompagnate dal marito o da un accompagnatore maschio (mehram), anche se nella maggior parte dei casi gli aggressori sono proprio i mariti.

Una consulente legale che lavora nella capitale afghana, parlando in forma anonima, ha dichiarato che per le donne ottenere giustizia per aggressioni secondo la legge talebana è un processo “estremamente lungo e difficile”.

Ha citato un caso recente in cui una donna è stata picchiata da una guardia talebana durante una visita al marito in prigione. Quando ha denunciato l’accaduto alle autorità, le è stato detto che la sua richiesta non sarebbe stata esaminata senza la presenza di un accompagnatore maschio — il marito che si trovava in carcere.

La consulente ha raccontato che la donna ha risposto che, se avesse avuto un accompagnatore, la guardia talebana non l’avrebbe aggredita. “Ha pianto e gridato in pubblico che la morte è meglio [del processo che sta affrontando]”, ha detto. “È impossibile per le donne ottenere giustizia per un’aggressione subita.”

Si tratta di un netto passo indietro rispetto ai progressi compiuti sotto la precedente amministrazione afghana sostenuta dalla Nato, che aveva introdotto misure severe contro i matrimoni forzati, lo stupro e altre forme di violenza di genere. La violenza domestica contro le donne era punita con pene da tre mesi a un anno.

Con il nuovo codice, anche se una donna riesce a superare tutti gli ostacoli legali e sociali e a dimostrare di essere stata vittima di una grave aggressione da parte del coniuge, il marito riceverà una pena massima di 15 giorni.

Secondo esperti di diritti umani, nel nuovo codice i talebani non hanno né condannato né esplicitamente proibito la violenza fisica, psicologica o sessuale contro le donne.

Uno dei pochi percorsi verso la giustizia per le donne gravemente picchiate è mostrare le ferite a un giudice, pur rimanendo completamente coperte.

Rawadari, un movimento per i diritti umani che monitora il regime islamista radicale in Afghanistan e opera in gran parte dall’esilio, ha dichiarato che un’altra parte del codice impedisce alle donne di trovare rifugio sicuro nella casa dei genitori.

“L’articolo 34 stabilisce che se una donna si reca ripetutamente a casa del padre o di altri parenti senza il permesso del marito e non torna a casa nonostante la richiesta del marito, la donna e qualsiasi membro della famiglia o parente che le abbia impedito di tornare dal marito sono considerati colpevoli di reato e saranno condannati a tre mesi di reclusione”, ha affermato l’organizzazione in un comunicato.

“Questa disposizione, in particolare nel caso delle donne che cercano rifugio nelle case dei genitori o dei parenti per sfuggire alla violenza e ai maltrattamenti dei mariti, le espone a ulteriori violenze domestiche e le priva della protezione familiare e comunitaria, l’unica rimasta in assenza di rimedi legali formali”, ha aggiunto Rawadari.

Shaharzad Akbar, direttrice esecutiva dell’organizzazione, ha dichiarato che il codice rende gli studiosi religiosi responsabili dell’applicazione di restrizioni sistematiche ai diritti di donne, ragazze e minoranze, mentre i mullah stessi ricevono un’ampia immunità legale.

Il nuovo sistema giuridico istituisce di fatto anche un sistema di caste in cui la punizione è determinata non dalla natura del crimine, ma dallo status sociale del colpevole. Al vertice della gerarchia ci sono gli studiosi religiosi, seguiti dalle élite, dalla “classe media” e, in fondo, dalla “classe inferiore”.

Se uno studioso religioso commette un reato, riceverà “consigli” sul proprio comportamento. Un membro dell’élite sociale riceverà al massimo un richiamo e, se necessario, una convocazione in tribunale. Per la “classe media”, la pena massima è la detenzione, mentre per la “classe inferiore” è la detenzione combinata con punizioni corporali.

“Quindi ora il mullah è il re”, ha detto Akbar. “Il mullah decide tutto e ottiene privilegi che la gente comune non può avere, perché viene posto persino al di sopra delle élite.”

 

Luci abbaglianti, stomaci vuoti: la ricostruzione di facciata dei talebani

Wajed Rohani, Shafaqna Afghanistan (شفقنا افغانستان), 8 febbraio 2026

Alcune strade delle città afghane brillano di luci, vernici fresche e decorazioni scenografiche. Ma sotto quelle stesse luci, milioni di persone lottano contro povertà, fame e l’impossibilità di assicurarsi il pane quotidiano. Questo contrasto è diventato uno dei tratti più evidenti del governo talebano.

Nei giorni scorsi, Haji Zaid, portavoce del governatore talebano di Balkh, ha pubblicato diverse fotografie che mostrano l’illuminazione e l’abbellimento di Mazar-i-Sharif, capoluogo della provincia nel nord dell’Afghanistan. Le immagini mettono in evidenza strade specifiche, giochi di luce, colori vivaci e facciate rinnovate, nel tentativo di offrire un’immagine ordinata e decorosa della città sotto l’amministrazione talebana.

Tuttavia, queste iniziative limitate sembrano più orientate a trasmettere un messaggio politico che a rappresentare un piano organico di sviluppo urbano. L’obiettivo appare quello di dimostrare che il regime si dedica alla ricostruzione e al decoro delle città. Ma questa operazione di facciata contrasta apertamente con la realtà quotidiana della maggioranza della popolazione, per la quale povertà, disoccupazione e difficoltà nel soddisfare i bisogni primari — incluso l’acquisto di pane fresco — sono diventati parte integrante della vita di ogni giorno.

Fonti locali riferiscono che, su ordine di Haji Yousuf Wafa, governatore talebano di Balkh e figura vicina al leader del movimento talebano, è stato costruito un pennone alto 60 metri davanti alla sede del governo provinciale per issare la bandiera talebana. Il costo dell’opera non è stato reso noto. Per molti osservatori, tuttavia, questo gesto simbolico riflette chiaramente le priorità dell’attuale amministrazione: ostentazione del potere, simbolismo ideologico e cura dell’immagine, più che attenzione ai bisogni essenziali della popolazione.

Eppure, nella stessa provincia di Balkh, giornalisti locali avevano già segnalato che molte famiglie, a causa dell’aggravarsi della crisi economica, sono costrette a consumare pane secco e raffermo, non potendosi permettere quello fresco. Per numerosi cittadini, anche garantirsi il pane quotidiano è diventata una sfida. Le tavole si fanno sempre più povere, mentre le difficoltà aumentano.

Immagini propagandistiche

Nonostante questo scenario, le autorità talebane locali sembrano concentrarsi soprattutto su illuminazioni, tinteggiature e costruzioni simboliche in alcune zone selezionate di Mazar-i-Sharif. Si tratta di interventi funzionali alla produzione di un’immagine propagandistica, più che alla soluzione dei problemi strutturali che affliggono la popolazione.

Questo approccio non riguarda solo Mazar-i-Sharif. In altre province e grandi città — tra cui Kabul ed Herat — i talebani hanno promosso progetti simili di abbellimento urbano: decorazioni luminose, verniciature, interventi estetici. Nella capitale, in particolare, l’apertura di questi progetti viene accompagnata dall’invito ai media locali, a creatori di contenuti online e a youtuber, affinché ne diano ampia copertura.

Il risultato è la diffusione sui social network di un’immagine selettiva e abbellita delle città afghane. Alcuni visitatori stranieri e membri della diaspora afghana in Europa e negli Stati Uniti, condividendo fotografie e video di strade illuminate e spazi decorati, finiscono involontariamente per rafforzare la narrativa promozionale del regime, che tenta di nascondere dietro luci e colori la realtà di una crisi umanitaria profonda.

Il caso emblematico di Nuriya

Nel frattempo, mentre si spendono risorse per l’estetica urbana, una larga parte della popolazione affronta fame e indigenza. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), nel 2026 circa 21,9 milioni di persone — quasi il 45% della popolazione afghana — avranno bisogno di assistenza umanitaria.

Un caso emblematico delle conseguenze della povertà è quello di Nuriya, una giovane della provincia di Helmand, nel sud del Paese. Negli ultimi tre anni è stata costretta a vestirsi da uomo e a tagliarsi i capelli corti per poter lavorare in un caffè, dal momento che alle donne è vietato lavorare in gran parte dei settori pubblici e privati. La sua scelta non era un gesto di ribellione, ma un tentativo di sopravvivenza.

Le autorità talebane di Helmand l’hanno arrestata e hanno diffuso un video in cui la giovane spiega di aver agito per necessità, a causa della povertà e dell’assenza di un capofamiglia. Racconta di lavorare da tre anni nello stesso locale, percependo uno stipendio mensile di diecimila afghani, e di non avere altra alternativa. «Non lo faccio per capriccio», dice nel video. «Mio padre è morto, non ho nessuno.»

Da allora non si hanno più notizie di lei.

Il caso di Nuriya mostra come il divieto di lavoro imposto alle donne le spinga verso scelte forzate e rischiose. E mentre la leadership talebana continua a privilegiare una rigorosa interpretazione della sharia, senza aperture sui diritti e le libertà femminili, nei discorsi pubblici invita i cittadini benestanti ad aiutare i poveri e sollecita questi ultimi ad accettare la propria condizione senza lamentarsi.

Tali appelli, tuttavia, contrastano con la destinazione di gran parte delle risorse disponibili verso spese per la sicurezza, progetti simbolici, decorazioni urbane e opere di forte valore propagandistico. Investimenti che non affrontano le necessità fondamentali della popolazione, ma rafforzano l’immagine e il controllo del potere.

Le sanzioni australiane all’Afghanistan sottolineano la responsabilità


Saima Afzal, The Interpreter, 7 gennaio 2026
L’imposizione da parte dell’Australia di un nuovo quadro sanzionatorio autonomo per l’Afghanistan è un passo significativo che dimostra come le potenze medie possano reagire alle persistenti violazioni dei diritti umani quando i meccanismi multilaterali sono lenti o inefficaci. Il quadro autorizza Canberra ad applicare sanzioni finanziarie dirette e restrizioni di viaggio ai funzionari talebani coinvolti in un’oppressione sistematica, preservando al contempo lo spazio per l’impegno umanitario.

Le sanzioni garantiscono che gli artefici della repressione vengano identificati, registrati e limitati

Ciò dimostra che le sanzioni autonome non devono essere meramente simboliche, ma possono funzionare come uno strumento calibrato della diplomazia delle medie potenze, rafforzando la responsabilità senza interrompere i canali umanitari.

Il nuovo quadro normativo australiano, previsto dal Regolamento sulle sanzioni autonome del 2011, conferisce al ministro degli esteri il potere di designare gli individui coinvolti nell’oppressione di donne e ragazze, nella persecuzione di gruppi minoritari, nell’oppressione generale della popolazione e in azioni che compromettono il buon governo o lo stato di diritto in Afghanistan.

Le prime quattro persone elencate sono funzionari talebani di spicco: il Presidente della Corte Suprema e i ministri che sovrintendono al rispetto della moralità, all’istruzione superiore e alla giustizia. Ciò riflette un deliberato passaggio dalle sanzioni generalizzate a livello statale a una responsabilità individualizzata, concentrando la responsabilità su coloro che elaborano e applicano le politiche.

Il quadro introduce anche un embargo sulle armi e restrizioni sui servizi correlati, ponendo i talebani all’interno della stessa architettura di sanzioni autonome applicata a stati come Iran, Russia e Corea del Nord.

Da quando sono tornati al potere nell’agosto 2021, i talebani hanno vietato alle ragazze l’istruzione secondaria, hanno escluso le donne dall’università e dalla maggior parte delle forme di impiego e hanno imposto ampie restrizioni alla libertà di movimento delle donne e alla loro partecipazione alla vita civica e politica.

Le agenzie delle Nazioni Unite stimano che almeno 1,4 milioni di ragazze – circa l’80% delle ragazze in età scolare – siano state deliberatamente private dell’istruzione . Le politiche dei talebani sono istituzionalizzate attraverso ministeri, tribunali e organi di controllo, integrando la discriminazione nei meccanismi di governo.

I Talebani continuano a presentare queste restrizioni come imposte dalla religione, un’affermazione sempre più contestata dagli studiosi islamici di tutto il mondo. Diversi rapporti indicano che alcuni alti dirigenti talebani istruiscono segretamente le proprie figlie all’estero o tramite accordi privati, negando al contempo queste opportunità al pubblico. Questa incoerenza rivela che le restrizioni sono strumenti di dominio politico piuttosto che un obbligo religioso.

L’Afghanistan rischia di trasformarsi in una tragedia pianificata

Le azioni dell’Australia sono in linea con il crescente slancio nei consessi legali internazionali. Nel luglio 2025, la Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto per il leader supremo dei talebani, Haibatullah Akhundzada, e per il Presidente della Corte Suprema Abdul Hakim Haqqani, per violazioni dei diritti umani basate sul genere. Diversi Stati, tra cui l’Australia, hanno partecipato al procedimento presso la Corte internazionale di giustizia, sostenendo che i talebani hanno violato la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne.

Identificando i singoli responsabili anziché sanzionare l’Afghanistan nel suo complesso, Canberra rafforza l’architettura probatoria e diplomatica in materia di responsabilità. In questo contesto, le sanzioni funzionano meno come una punizione economica diretta e più come strumenti di segnalazione legale, rafforzando il principio secondo cui la persecuzione di genere costituisce una grave violazione delle norme internazionali.

Alcuni analisti sostengono che è improbabile che le sanzioni modifichino il comportamento dei talebani. Tuttavia, sanzioni mirate contribuiscono a danneggiare la reputazione, a limitare la legalità e a creare un duraturo senso di responsabilità. I ​​rappresentanti dei talebani hanno liquidato le misure come irrilevanti, citando il limitato impegno dell’Afghanistan nei confronti dell’Australia. Tuttavia, le sanzioni non mirano a una rapida modifica del comportamento. La loro utilità risiede nel graduale isolamento e nel continuo supporto delle norme internazionali.

Una delle critiche più persistenti ai regimi sanzionatori riguarda il loro costo umanitario. L’Australia ha cercato di affrontare questa preoccupazione integrando nel quadro normativo un permesso umanitario basato su classi. Dal 2021, l’Australia ha impegnato oltre 310 milioni di dollari australiani in aiuti umanitari all’Afghanistan. Questa politica a doppio binario, che consiste nel mantenere la pressione sui governanti e nel proteggere la popolazione, mira a prevenire punizioni collettive.

Con il moltiplicarsi delle crisi geopolitiche, l’Afghanistan rischia di trasformarsi in una tragedia gestita. Il sistema di sanzioni autonomo dell’Australia contrasta questa tendenza. Ma altri stati seguiranno l’esempio? Se replicato da nazioni con idee simili in Europa e Nord America, l’approccio australiano potrebbe contribuire a standardizzare la responsabilità per la persecuzione di genere come reato sanzionabile, piuttosto che come mera questione retorica.

Per le donne e le ragazze afghane, le sanzioni non riapriranno le scuole né ripristineranno le libertà dall’oggi al domani. Ma hanno un effetto più discreto e duraturo. Garantiscono che gli artefici della repressione siano identificati, registrati e puniti. In un sistema internazionale spesso accusato di dimenticare i propri impegni morali, questo da solo ha un peso strategico e morale.

Femminismo, non razzismo!

شفق همراه, Razm Ara Hawash, 3 ottobre 2025

In un paese come l’Afghanistan dove le strutture sociali, politiche e intellettuali sono fortemente maschili ed etniche, il femminismo non è solo un approccio alla parità di genere ma un modo per criticare il potere, il dominio e la discriminazione in tutte le sue forme.

Ma con il tempo assistiamo all’emergere di una sorta di “femminismo dimostrativo” che invece di criticare le strutture di oppressione, è diventato il braccio pubblicitario delle forze politiche, etniche e religiose. Questa tendenza deviata, che può essere chiamata “femminismo etnico” o “femminismo nazionale”, contraddice di fatto lo spirito liberatorio del femminismo.

Cos’è il femminismo?

Il femminismo è fondamentalmente una lotta per porre fine all’oppressione di genere, alla disuguaglianza strutturale e all’esclusione sistematica delle donne dal processo decisionale e dalla vita sociale. Il movimento femminista non si limita a lottare per il diritto delle donne all’istruzione, al lavoro e alla partecipazione politica, ma cerca anche di combattere le radici della discriminazione di genere, nella cultura, nella religione, nella politica e nel potere.

Il vero femminismo critica il potere oppressivo comunque si manifesti, sia in nome della religione, dell’etnia, della politica o della tradizione; anche se quel potere deriva dalla “propria comunità”, anche se appare sotto forma di “capo popolare” o di “eroe nazionale”.

Cos’è il femminismo etnico?

Il femminismo nazionalista è quando le donne sostengono gli uomini invece di opporsi alle strutture di potere maschile, diventano strumento dei leader etnici o religiosi; non solo non criticano la struttura maschile all’interno della propria razza o religione, ma la giustificano, la nascondono e persino l’abbelliscono.

Nel femminismo etnico, la questione dell’oppressione contro le donne non viene vista da una prospettiva generale e strutturale, ma solo da una prospettiva etnica. Cioè, una donna oppressa è riconosciuta come vittima solo quando è di un’altra tribù. Ma quando sono gli uomini della propria tribù a violare i diritti delle donne, si fa silenzio, si giustificano o si tollerano.

Quando le donne difendono i guerrieri

Esempi di femminismo razzista si possono vedere nelle narrazioni che fanno dei leader e signori della guerra che si dichiarano a favore delle donne ma il loro comportamento è pieno di crimini, stupri, repressione e rimozione delle donne dagli spazi pubblici. Queste donne, con narrazioni e ricordi personali o argomenti non documentati, cercano di giustificare il volto duro, misogino e oppressivo dei loro leader etnici.

Questo modo di vedere non solo diventa il centro del femminile, ma è profondamente al servizio della riproduzione del potere maschile. In tali narrazioni le donne vengono sminuite a esseri passivi che devono ricorrere ai leader maschi per accedere ai loro diritti; come se l’istruzione, il lavoro o la libertà fossero doni che solo gli uomini possono concedere, non diritti intrinseci delle donne.

Questo genere di femminismo, invece di essere la voce degli oppressi, è diventato la voce del potere etnico. Non parla di donne fatte a pezzi sotto i razzi dei leader jihadisti, né di corpi stuprati nei campi di guerra, né di ragazze private di istruzione, presenza sociale e partecipazione.

Invece di criticare la violenza, il femminismo etnico la giustifica con termini come “eroismo”, “leadership”, o “difesa della religione e della nazione”. Queste donne, a volte consapevolmente e a volte per ignoranza politica, diventano gli strumenti per ripulire l’immagine dei criminali etnici.

Il pericolo di distorcere la lotta delle donne

Uno dei danni più grandi che il femminismo etnico porta alla lotta delle donne è la distorsione dell’essenza di questa lotta, che diventa non più costruttiva e critica nei confronti del potere maschile ma invece sottomessa e dipendente dagli uomini potenti. Nelle loro narrazioni, una donna valida è una donna che sostiene la nazione, fedele ai leader maschi e silenziosa circa la violenza domestica.

L’istruzione delle donne, in questo discorso, è dovuto alla “gentilezza” dei leader maschi, non un diritto umano. La libertà è un “dono”, non un principio fondamentale. E il silenzio contro i crimini del proprio popolo è segno di lealtà, non tradimento della verità.

Il vero femminismo è nemico della mitologia

Il vero femminismo è nemico di tutti i miti che si sono costruiti sui concetti di eliminazione, soppressione e sangue, per cui molti leader non sono considerati eroi ma parte di un sistema di oppressione e violenza. In questo femminismo, etnia, religione o storia politica di un leader non possono essere una giustificazione per ignorare la violenza sulle donne.

Il femminismo, che non può difendere le donne vittime di guerre civili, le donne vittime di abusi sistematici, le donne rimosse dagli spazi pubblici, non è femminismo: è complice del sistema maschile, sebbene parli alle donne.

O con le donne, o con il potere degli uomini

In definitiva, il femminismo richiede una scelta chiara: o stare dalla parte delle donne e delle vittime di ingiustizie strutturali, o stare con le strutture di potere che le hanno rese vittime.
Non è possibile difendere i diritti delle donne e contemporaneamente elogiare le figure che sono alla base dell’esclusione della donna dalla vita sociale e politica.

Il femminismo non è uno strumento di potere etnico, né una copertura della violenza, ma invece è la voce delle donne che vogliono decidere, vivere e fare la storia senza mediazione maschile, senza alcun potere esterno.

Quindi è ora di essere chiare: diciamo “no” al femminismo etnico

Un Tribunale popolare per le donne dell’Afghanistan

Redazione CISDA, 7 ottobre 2025

Nei giorni 8, 9 e 10 ottobre 2025 a Madrid avrà luogo la sessione del Tribunale Popolare per le Donne dell’Afghanistan presso il Tribunale Permanente dei Popoli (TPP), un’iniziativa volta ad affrontare l’impunità legata alla persecuzione di genere in Afghanistan.
Nei giorni scorsi è stata definita la composizione del collegio di giudici che presiederà le udienze [scarica il programma e segui la diretta streaming a questo link].

Il Tribunale ascolterà le dichiarazioni dei pubblici ministeri, insieme alle testimonianze delle donne afghane sopravvissute e alle prove degli esperti, per esaminare il sistema di persecuzione di genere dei Talebani e valutarlo alla luce del diritto internazionale.

Guidata da organizzazioni della società civile afghana – Rawadari, AHRDO (Afghanistan Human Rights and Democracy Organization), DROPS (Organization for Policy Research & Development Studies) e HRD+ (Human Rights Defenders Plus) – questa iniziativa fornisce una piattaforma fondamentale per documentare le violazioni, amplificare le voci delle sopravvissute e sollecitare l’assunzione di responsabilità.

La giuria riunisce eminenti giuristi, accademici e avvocati provenienti da tutto il mondo. Tra loro figurano giuristi costituzionalisti, professori di diritto internazionale, esperti di diritti umani, studiosi islamici e giornalisti che hanno dedicato la loro carriera alla promozione della giustizia di genere, alla difesa dei diritti umani e al dare voce a coloro che sono stati messi a tacere da conflitti e repressione. Le loro competenze combinate coprono la giustizia di transizione, il diritto penale internazionale, i diritti delle minoranze, la libertà di stampa e i diritti delle donne a livello nazionale e globale.

Amplificare le voci delle donne afghane

Come hanno spiegato le quattro associazioni per i diritti umani che hanno richiesto l’avvio di questa procedura, data la devastante situazione dei diritti umani di donne e ragazze in Afghanistan e le crescenti restrizioni, vi è un’urgente necessità di risarcimento per la società civile afghana.

Oltre ai processi giudiziari formali, è stato fondamentale coinvolgere un meccanismo complementare e di base per amplificare le voci delle donne afghane e chiamare i talebani a rispondere delle proprie azioni.

Perciò nel dicembre 2024 hanno presentato una richiesta al Tribunale permanente dei popoli (PPT) con sede a Roma, in Italia, per istituire un Tribunale popolare che ascolti e affronti i crimini internazionali, i crimini contro l’umanità e le gravi violazioni dei diritti umani contro le donne e le ragazze in Afghanistan.

Riconoscendo la grave situazione dei diritti umani e la sistematica sofferenza delle donne e delle ragazze afghane, il Tribunale permanente dei popoli ha approvato la richiesta nel febbraio 2025, concordando di tenere un’udienza nell’ottobre 2025 per esaminare le violazioni dei diritti umani commesse dai talebani. E in questi giorni il processo avrà luogo.

Il Tribunale Permanente dei Popoli è stato scelto in quanto organismo internazionale stimato e permanente, dotato di notevole autorevolezza. E’ stato istituito sulla base della Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli, adottata ad Algeri nel 1976. È riconosciuto a livello mondiale come un’autorità importante e credibile, grazie ai suoi illustri esperti internazionali, che riflettono il più alto livello professionale e la più elevata competenza nell’attirare l’attenzione globale sui diritti delle persone e sul sostegno alle vittime.
Alla luce di questi fattori, le decisioni emesse da questo tribunale svolgeranno un ruolo significativo nell’attirare l’attenzione pubblica globale sulle diffuse e gravi violazioni dei diritti delle donne e delle ragazze in Afghanistan. Forniranno inoltre le necessarie raccomandazioni e consulenze, portando a misure efficaci per l’accertamento delle responsabilità e il raggiungimento della giustizia in Afghanistan

Contro il crimine di persecuzione di genere

Il tribunale si concentrerà sui crimini internazionali contro l’umanità di persecuzione di genere, che i Talebani avrebbero commesso contro donne e ragazze in Afghanistan. Inoltre, esaminerà le violazioni da parte dell’Afghanistan degli obblighi internazionali previsti dai trattati relativi ai diritti delle donne e delle ragazze, che i Talebani hanno ignorato e violato, e le implicazioni globali. Infine, il tribunale indagherà a fondo sulle violazioni dei diritti delle donne e delle ragazze afghane dal punto di vista degli insegnamenti islamici. Questa indagine coprirà il periodo dal 15 agosto 2021 a oggi.

Queste questioni sono state individuate per essere sottoposte all’esame del Tribunale a causa della continua e crescente commissione di crimini e violazioni dei diritti umani contro donne e ragazze in Afghanistan e dell’urgente necessità di accertare le responsabilità di queste diffuse violazioni che hanno avuto effetti profondi, duraturi e irreparabili su donne e ragazze e, di conseguenza, sull’Afghanistan stesso. L’unica soluzione è porre fine a questa situazione assicurando i responsabili alle loro responsabilità.

Condurre queste udienze e acquisire esperienza pratica nella progettazione e nell’attuazione dei tribunali popolari offrirà inoltre alle organizzazioni della società civile afghana l’opportunità di organizzare futuri tribunali popolari su altre violazioni dei diritti umani, passate o in corso.

Innescare trasformazioni

Inoltre, fornendo le necessarie raccomandazioni, il Tribunale può promuovere azioni efficaci per l’assunzione di responsabilità e il raggiungimento della giustizia nel Paese. Sebbene le sue decisioni non siano giuridicamente vincolanti o esecutive, possono innescare trasformazioni e cambiamenti fondamentali in Afghanistan, portando ad avere:

• un quadro documentato e credibile della situazione dei diritti umani delle donne e delle ragazze in Afghanistan, garantendo che le voci e le richieste delle vittime non vengano dimenticate.

• una pressione diplomatica sui decisori di vari Paesi e organizzazioni internazionali affinché adottino misure efficaci e decisive contro i Talebani, includendo il condizionare l’impegno diplomatico e politico alla loro adesione ai principi fondamentali dei diritti umani, in particolare ai diritti e alle libertà delle donne e delle ragazze afghane.

• attraverso le prove e la documentazione raccolte in questo tribunale, una base credibile per avviare o sostenere le indagini in corso da parte di organi giudiziari ufficiali, come la Corte penale internazionale (CPI) e la Corte internazionale di giustizia (CIG), e per dare seguito alle denunce delle vittime nei Paesi terzi.

• un rafforzamento e un’accelerazione dei processi internazionali esistenti per la giustizia e per l’accertamento delle responsabilità per le violazioni del diritto internazionale da parte dei Talebani; inoltre, l’istituzione di nuovi meccanismi per affrontare i crimini contro l’umanità e le violazioni sistematiche dei diritti umani contro le donne e le ragazze afghane che non sono ancora stati attivati.

• un rafforzamento delle capacità delle organizzazioni della società civile nella documentazione sui diritti umani, nell’avvio di altre forme di advocacy e nel garantire l’accertamento delle responsabilità e la giustizia.

Tutto ciò per rafforzare la speranza del popolo afghano, in particolare delle donne e delle ragazze pioniere del nostro Paese, nella lotta civile per porre fine alle sofferenze e alle disuguaglianze esistenti.

 

 

“Le porte della separazione sono chiuse per le donne”, in Afghanistan

Letty Phillips, ANN, 4 maggio 2025

Per le donne afghane divorziare è sempre stato difficile, ma dalla restaurazione dell’Emirato Islamico è diventato quasi impossibile. Con le nuove autorità, la sharia – in particolare la giurisprudenza sunnita hanafita – è l’unica legge applicabile e molte delle disposizioni legali che permettevano alle donne di divorziare non esistono più.  In questo articolo, quattro donne e cinque avvocati parlano di questi cambiamenti da cui si ricava un quadro preoccupante delle implicazioni per le donne che cercano di separarsi dai propri mariti

Nargis, una giovane donna di Kabul, ha parlato a bassa voce mentre raccontava la sua esperienza di divorzio nel sistema legale dell’Emirato. “Il tribunale mi ha detto che le porte della separazione sono chiuse per le donne, e perché mai dovrebbero chiedere il divorzio?”, ha detto. Ha raccontato ad AAN che suo marito la picchiava, giocava d’azzardo ed era infedele, e nonostante ciò, quando si è presentata in tribunale, i giudici si sono rifiutati di concederle il divorzio.

Non mi ascoltavano, nessuno prestava attenzione a quello che dicevo. Era come se stessi parlando all’aria. I giudici mi hanno detto che il divorzio era un peccato e che avrei dovuto continuare a vivere con lui anche se avesse detto di aver divorziato da me. Ho detto loro che non avrei vissuto così per mantenere una buona immagine del vostro governo. Mi hanno fatto odiare la mia vita.

Nargis alla fine ottenne il divorzio, ma solo grazie alla perseveranza e a caro prezzo. Era una delle quattro donne intervistate per questo reportage che avevano avviato una causa di divorzio sotto il governo dell’Emirato Islamico. Tutte e quattro affrontarono battaglie simili, descrivendo gli abusi subiti, le difficoltà a presentare i loro casi in tribunale e la condanna di amici e familiari quando parlavano dei loro problemi.

Gli intervistati di AAN hanno dovuto fare i conti non solo con le modifiche legislative introdotte dall’Emirato Islamico, che rendono quasi impossibile per una donna separarsi dal marito, ma anche con usanze e tradizioni sociali secolari che rendono una cosa del genere impensabile per molti. “La gente crede che una donna debba rimanere in silenzio, qualunque cosa le venga fatta”, ha dichiarato ad AAN Rahmat, un avvocato di Kabul. Per la maggior parte delle famiglie afghane, far sposare i figli maschi è l’investimento più costoso che faranno mai. La famiglia dello sposo spesso paga un ingente prezzo della sposa (pagato al padre della sposa), oltre a pagare o promettere di pagare alla sposa il mahr previsto dalla sharia, e a sostenere anche la propria quota dei costi per le sontuose cerimonie nuziali. Sia per il marito che per la moglie, la rottura di un matrimonio può essere fonte di estrema vergogna e in molte comunità il divorzio è quasi sconosciuto. La pressione a rimanere sposati è particolarmente forte per le donne. “Durante la causa di divorzio, la famiglia di mio marito continuava a chiamarmi al telefono”, ha raccontato Yasmin, una giovane donna di Balkh. “Mi davano avvertimenti. Minacciavano di togliermi la vita”.

Tuttavia, nell’Islam, il matrimonio è un contratto che può essere rescisso. La Sharia consente a un uomo di farlo senza motivo e senza nemmeno presentare una petizione in tribunale. In questo caso, noto come talaq , deve semplicemente informare la moglie del divorzio e osservare un periodo di attesa di tre mesi, dopo il quale il divorzio è definitivo. Tuttavia, una donna deve presentarsi davanti a un giudice e dimostrare il suo diritto alla separazione in base a criteri specifici. L’interpretazione di questi criteri differisce tra le quattro principali scuole di giurisprudenza islamica sunnita ( fiqh ). Il fiqh hanafita, seguito dalla maggior parte degli afghani, è il più restrittivo dei quattro su questo argomento; nel ventesimo secolo, la maggior parte degli stati che derivano i propri codici legali dalla giurisprudenza hanafita ha quindi introdotto riforme volte a rendere più facile il divorzio per le donne e a limitare la prerogativa del marito al divorzio unilaterale. Ciò comporta in genere l’adozione del fiqh malikita, che è più permissivo per quanto riguarda la capacità di una donna di chiedere il divorzio.

L’Afghanistan non fa eccezione. La legislazione introdotta negli anni ’70 consentiva a una donna di ottenere la separazione – nota come tafriq – presso un tribunale statale, se fosse stata in grado di dimostrare il proprio caso su specifici motivi stabiliti dal fiqh malikita; in pratica, ciò era eccezionalmente raro e qualsiasi donna che lo facesse avrebbe probabilmente trovato ostracizzazione da parte della famiglia e della comunità. In linea con l’ingiunzione del Corano di raggiungere la riconciliazione attraverso la negoziazione, alle poche donne che si recavano nello Stato per chiedere la separazione veniva consigliato di tornare nelle loro comunità e risolvere i loro problemi. La mediazione comunitaria è rimasta il ricorso più comune dopo il 2001, ma nelle città afghane il numero di donne che hanno sollevato casi di divorzio nel sistema statale è aumentato, come dettagliato in questo rapporto di seguito.

Tuttavia, con il ritorno dei talebani, la legislazione dell’era repubblicana fu sospesa. L’Emirato dichiarò il fiqh hanafita unica fonte del diritto e la Corte Suprema revocò esplicitamente le disposizioni che consentivano alle donne di richiedere la separazione tafriq. AAN ha parlato con avvocati afghani in cinque province per analizzare questi cambiamenti nel sistema legale e ha intervistato quattro donne coinvolte in casi di divorzio per capire come questi cambiamenti le abbiano influenzate.

Per le donne afghane, non c’è stata un'”età dell’oro” in cui porre fine a matrimoni violenti o senza amore fosse facile o privo di vergogna. Tuttavia, negli ultimi duecento anni, i governanti hanno tentato occasionalmente di facilitare il divorzio per le donne. Parallelamente a questi cambiamenti legislativi, anche le norme sociali sui diritti delle donne si sono evolute, in modo graduale e discontinuo. Questo rapporto inizia ripercorrendo questi sviluppi per inquadrare le esperienze delle donne sotto il dominio degli Emirati, mostrando come i pochi progressi compiuti siano andati ormai perduti.

Donne, divorzio e diritto 1881-1977

Come la maggior parte delle questioni familiari, il divorzio e le controversie matrimoniali in Afghanistan sono stati tradizionalmente risolti al di fuori del sistema legale statale, attraverso la risoluzione delle controversie comunitarie o tramite autorità religiose. Lo Stato ha cercato di inserirsi nelle questioni familiari a vari livelli fin dal diciannovesimo secolo, a partire da modeste riforme sotto l’emiro Abdul Rahman Khan (1880-1901) nel tentativo di cambiare quelli che lui definiva “i vecchi ridicoli costumi” che erano “completamente contrari agli insegnamenti di Maometto”. L’emiro mise al bando l’usanza di costringere una vedova a sposare il fratello del marito e proibì il matrimonio forzato; decretò inoltre che una donna potesse chiedere il divorzio o gli alimenti per crudeltà o mancanza di sostegno finanziario. Infine, introdusse l’obbligo di registrare i matrimoni, sperando che ciò avrebbe fornito prove alle donne sposate che desideravano presentare un ricorso in tribunale.

Gli storici affermano che queste riforme ebbero scarso effetto nella pratica. Il divorzio generalmente rimaneva al di fuori della competenza dello Stato, poiché il divorzio istigato dagli uomini non richiedeva alcun coinvolgimento giudiziario ed era eccezionalmente raro che una donna sollevasse il caso in tribunale. I registri mostrano solo pochi casi di donne che presentavano istanza di separazione alle corti della sharia; nella provincia orientale di Kunar nel 1886, una donna chiese la separazione sostenendo che suo marito era impotente e dopo un periodo obbligatorio di un anno la separazione fu concessa. In pratica, lo Stato non aveva la capacità di registrare sistematicamente i matrimoni e non aveva la capacità di far rispettare questo requisito.

Negli anni ’20, re Amanullah compì ulteriori sforzi per regolamentare le questioni familiari attraverso la legge statutaria con una serie di riforme controverse note come Nizamnama, che includevano un codice amministrativo che trasferiva la giurisdizione su tutte le questioni familiari dai tribunali della sharia ai tribunali civili. Emanò anche le Leggi sul matrimonio del 1921 e del 1926, che imponevano l’abolizione del matrimonio infantile, limiti alla poligamia e la fine del matrimonio forzato. Ma i decreti di Amanullah non includevano disposizioni specifiche sul divorzio per le donne e, in ogni caso, furono categoricamente respinti dagli ulema come non islamici e in violazione della sharia, costringendolo a revocare alcune delle loro disposizioni, che furono completamente abbandonate dopo la crisi politica del 1929.

La risposta ostile a queste riforme fece sì che i successivi governanti e legislatori afghani si impegnassero poco per riformare il diritto di famiglia fino agli anni ’70. La legislazione sul matrimonio e altre questioni familiari rimase frammentaria e quasi interamente basata sul fiqh hanafita. Questo dava alla donna due opzioni se desiderava separarsi dal marito. In primo luogo, il fiqh hanafita le permetteva di richiedere un khul , o accordo negoziato, che avrebbe sciolto il matrimonio. In un khul, sia il marito che la moglie devono accettare di separarsi e la moglie di solito restituisce qualsiasi mahr ricevuto o rinuncia a qualsiasi pretesa di mahr che non ha ancora ricevuto. In secondo luogo, una donna può richiedere la separazione giudiziale. Il fiqh hanafita stabilisce che una donna può richiedere la separazione solo per due motivi. Se il marito la abbandona, può richiedere la separazione una volta che si presume sia morto, 90 o 120 anni dalla data della sua nascita; può presentare domanda anche se il marito è malato incurabile, ma le malattie che contano come motivi sono contestate.

Per le donne della metà del XX secolo, quindi, il divorzio era estremamente difficile da ottenere e non avevano quasi nessuna tutela legale se i loro mariti decidevano di divorziare da loro. Il caso di Alamtab contro Muhammad Shah, registrato presso un tribunale di primo grado di Kabul nel 1967, illustra questo problema. Alamtab presentò una causa sostenendo che il marito Muhammad Shah avesse divorziato da lei, ma lui negò e continuò a recarsi a casa del padre di lei per chiedere di avere rapporti coniugali con lei. Il tribunale di primo grado dichiarò che non avrebbe preso in considerazione il caso, quindi Alamtab sollevò il caso presso il tribunale provinciale, che si pronunciò contro di lei perché stabilì che non aveva testimoni validi a sostegno della sua affermazione secondo cui il marito aveva divorziato da lei. Alamtab presentò quindi ricorso in Cassazione, che annullò la decisione del tribunale provinciale e deferì il caso al tribunale provinciale di Parwan. Infine, nel 1971, il tribunale di Parwan respinse le richieste di Muhammad Shah e questi acconsentì al divorzio, ma solo a condizione che lei rinunciasse al suo mahr. Aveva trascorso quattro anni senza essere né sposata né divorziata, essendo stata molestata dal marito mentre combatteva il caso, e si era ritrovata senza sicurezza finanziaria e con la reputazione irrimediabilmente danneggiata.

La situazione iniziò a cambiare negli anni ’70, quando gli sforzi verticistici per la riforma sociale iniziarono ad accelerare. Le prime disposizioni statutarie sul divorzio giunsero come parte della Legge sul matrimonio del 1971, che stabiliva esplicitamente che il divorzio dovesse essere trattato secondo il fiqh hanafita. I modernisti criticarono la legge per questi motivi, affermando che era incostituzionale a causa del principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione del 1964; la rivista dell’Istituto delle donne afghane, Mermon, la descrisse come “una dimostrazione di generale disprezzo per la dignità umana delle donne in questo paese”. I tribunali di tutto il paese continuarono a governare secondo il fiqh hanafita, come nel caso Musa contro Shaista, sollevato nella provincia di Farah nel 1970. Dodici anni dopo che Musa abbandonò la moglie Shaista, lei si risposò; il suo secondo marito fu quindi accusato di rapimento ed entrambi furono condannati a due anni di reclusione da un tribunale di primo grado di Farah. Facendo ricorso alla corte provinciale, Shaista si è trovata condannata a due anni di carcere aggiuntivi perché la corte aveva citato il requisito Hanafi che imponeva di attendere il 120° compleanno del marito prima che il matrimonio potesse essere sciolto. Un solo giudice della corte provinciale ha espresso dissenso, scrivendo su una rivista giuridica afghana, Message of Conscience, che “i periodi di tempo menzionati impongono una tortura a vita e sono intollerabilmente eccessivi”. Non sorprende che poche donne abbiano sollevato il caso in tribunale, secondo un articolo di opinione del Kabul Times sulla legge sul matrimonio. “Le recenti riforme della legge sul matrimonio sono state ignorate”, si leggeva. “Le tradizioni secolari stanno resistendo”.

I documenti del tribunale lo confermano, con solo 94 casi di divorzio registrati presso la corte provinciale di Kabul tra marzo 1972 e febbraio 1973.

Nel 1973, la Corte Suprema intervenne finalmente per rispondere alle preoccupazioni dei modernisti, sollecitate dal caso di una donna di nome Aziza. Aveva richiesto la separazione giudiziale dal marito, Ghawth, sostenendo che fosse pazzo e non potesse essere curato. La corte di primo grado aveva respinto la sua richiesta perché riteneva che il fiqh hanafita non ammettesse la follia come una delle malattie che consentivano la separazione. “Diversi medici qualificati”, si leggeva nella richiesta di Aziza, “confermano costantemente che la follia di Ghawth è di natura permanente… la vita coniugale con Ghawth è diventata intollerabile per me e la convivenza con lui comporta un pericolo fisico per la mia vita”.

In risposta, la Corte Suprema istituì una commissione per preparare raccomandazioni sulla legislazione in materia di divorzio, concentrandosi sui problemi che la legge vigente causava alle donne. Nel 1974, il Ministero della Giustizia pubblicò il rapporto della commissione, che raccomandava una serie di disposizioni derivate dal più permissivo fiqh malikita come fonte per la legislazione statale in materia di divorzio; infine, nel 1977, fu pubblicato il Codice Civile, che traeva la sua legislazione sul divorzio dal fiqh malikita. Questo consentiva alle donne di richiedere il tafriq per motivi di danno, abbandono, mancato pagamento del mantenimento e una più ampia gamma di malattie. Potevano anche richiedere un khul, o accordo negoziato, se riuscivano a ottenere il consenso del marito e se potevano permettersi di pagare, sebbene ciò non dovesse avvenire necessariamente in tribunale.

Ora, finalmente, le donne avevano una maggiore tutela legale se desideravano la separazione, sebbene lo stigma sociale contro il divorzio rimanesse proibitivo per la maggior parte delle donne. Persino il concetto di intervento dello Stato nelle questioni familiari era ancora inaccettabile per molte. Nancy Dupree, in un articolo sulla famiglia in Afghanistan, scrisse che “qualsiasi violazione dell’istituzione familiare è considerata ripugnante… quando si verificano separazioni, le mogli vengono rimandate a casa dei loro padri, il che è causa di molta vergogna”. L’antropologa Inger Boesen scoprì che la legge statale aveva poca rilevanza per la vita delle donne al di fuori di Kabul. “L’emancipazione delle donne è confinata alle classi superiori nelle città più importanti, che probabilmente comprendono circa il 2% delle donne dell’Afghanistan”, scrisse. Nelle comunità pashtun di Kunar alla fine degli anni ’70, riferì, le donne non avevano il diritto di scegliere un marito, di ricevere il mahr in linea con la sharia o di separarsi dai loro mariti.

Donne e divorzio nella Repubblica Islamica, 2001-2021

Con la sconfitta dei Talebani nel 2001, il Codice Civile del 1977, che era stato sospeso, tornò in vigore. Le donne potevano quindi ottenere il divorzio tafriq dai tribunali statali, come previsto dal Codice. Potevano anche ricorrere al tribunale o a mediatori non statali per concordare un khul con i loro mariti. Ma sebbene le donne potessero, in teoria, avviare legalmente il divorzio, nella pratica la situazione era più complessa.

Gli avvocati hanno riferito ad AAN che le donne potevano sollevare casi di tafriq in tribunale e che questi potevano essere risolti. Hanno anche concordato sul fatto che i casi di tafriq fossero in aumento verso la fine dell’era della Repubblica. “Allora c’erano più possibilità per le donne”, ha affermato Hekmatullah, un avvocato di Kandahar. “Il motivo più comune per il divorzio delle donne era il maltrattamento, quando i mariti le picchiavano. Poi c’erano anche i casi in cui un marito non provvedeva alla moglie o la abbandonava”. Qudrat, un avvocato che aveva precedentemente collaborato con ONG per risolvere i casi delle donne a Herat, ha concordato:

Il danno era la causa più comune del tafriq. Circa il 60% dei casi era dovuto a danno. Circa il 10-15% era dovuto ad abbandono. Il tribunale convocava il marito in tribunale, annunciandolo sui giornali e assegnandogli una scadenza specifica per la comparizione. Se non si presentava, il tribunale chiedeva al Procuratore Generale di nominare un pubblico ministero che si occupasse del caso, e alla fine si giungeva al tafriq.

Khairullah, un avvocato di Bamiyan, ha aggiunto che in molti casi le donne chiedevano il tafriq per danni subiti perché i loro mariti facevano uso di droghe. “Il numero di casi sollevati per danni era elevato, perché il numero di tossicodipendenti era in aumento. Questo problema e la violenza dei mariti erano le ragioni principali per cui le donne volevano divorziare”.

Una volta in tribunale, tuttavia, i casi delle donne non venivano sempre risolti in linea con il Codice Civile del 1977. I giudici spesso ignoravano la legge statutaria in materia di famiglia, sia perché preferivano il diritto consuetudinario o il diritto hanafita non codificato rispetto al Codice Civile, sia perché semplicemente non erano sicuri di quale tipo di legge applicare; in un’indagine del 2005 sugli attori del sistema legale afghano condotta dal Max Planck Institute, citata in questo rapporto del 2012 , quasi tutti i 200 intervistati hanno indicato la legge islamica e il diritto consuetudinario come principali fonti di diritto, piuttosto che il diritto statale.

Ciò ha rivelato un problema più profondo e strutturale: i giudici faticavano a bilanciare i processi statutari e le altre fonti di diritto perché riflettevano ordini normativi diversi. Mentre la leadership della Repubblica insisteva sulla superiorità del diritto codificato, lo studio ha rilevato che i pubblici ministeri conservatori tendevano a sostenere che il diritto codificato fosse solo una parte del quadro giuridico e insistevano sul primato della sharia, il che, a loro avviso, significava l’applicazione dei vincoli del fiqh hanafita sul divorzio. Era anche molto comune per i tribunali rifiutarsi semplicemente di occuparsi di un caso di divorzio, rimandandolo invece alle shura o alle jirgas della comunità per la risoluzione.

Una delle possibilità più preoccupanti per le donne che lasciavano mariti violenti e poi chiedevano il divorzio era quella di essere incarcerate con l’accusa di “fuga” o “crimini morali”. La fuga non era un reato ai sensi del Codice penale dell’era repubblicana, ma nel 2010 la Corte Suprema ha emesso una direttiva ai tribunali affinché perseguissero penalmente le donne che fuggivano da “sconosciuti” in una situazione del genere, perché ciò poteva causare “crimini come l’adulterio e la prostituzione ed è contrario ai principi della sharia”. Human Rights Watch ha segnalato nel 2012 molti casi simili, tra cui quello di Parwana, una diciannovenne che era fuggita dal marito violento ed era andata alla polizia per chiedere aiuto per ottenere il divorzio. Invece è stata incarcerata per sei mesi con l’accusa di fuga. Roqia, che si era sposata all’età di 12 anni, chiese il divorzio al marito perché era tossicodipendente e spariva spesso. Alla fine si è risposata per contribuire al sostentamento dei figli. Il suo primo marito la denunciò alla polizia e lei e il suo secondo marito furono condannati dal tribunale a cinque anni di reclusione.

Le donne erano inoltre scoraggiate dal presentarsi in tribunale dall’elevato livello di prove richiesto per dimostrare che il marito avesse commesso un danno nei loro confronti. Se sollevavano un caso basato su accuse di violenza fisica da parte del marito, la maggior parte dei giudici esigeva prove del danno subito, cosa difficile da ottenere; il tribunale poteva richiedere perizie forensi, prove di abusi fisici o testimoni, quindi le donne potevano essere costrette a presentare una causa penale contro i mariti per presentare prove accettabili al giudice.  Khairullah, a Bamiyan, ha affermato che ciò era assurdo:

Una donna è stata picchiata dal marito alle dieci di sera, ma quando si è lamentata, il giudice le ha detto di portare testimoni che il marito l’avesse picchiata alle dieci. Alle dieci la gente va a letto: come può una donna portare un testimone del genere?

Altri servizi volti a sostenere le donne erano carenti. La polizia offriva scarso aiuto alle donne che si rivolgevano a loro per chiedere aiuto nella separazione dai mariti. Persino le Unità di Risposta Familiare (FRU), che iniziarono ad essere istituite nelle stazioni di polizia dal 2006 per supportare le donne che si trovavano in situazioni pericolose, spesso incoraggiavano le donne a tornare a casa e risolvere i loro problemi a causa dello stigma associato al divorzio. “Se queste donne cercano di divorziare, sanno che non rimarrà nulla di loro”, ha detto un ex responsabile di una FRU di Kabul alla scrittrice Julie Billaud nel 2010. Alcuni dipartimenti provinciali per gli affari femminili, istituiti dopo la creazione del Ministero per gli Affari Femminili nel dicembre 2001, sono stati proattivi nel segnalare i casi di donne che chiedevano aiuto, secondo le donne intervistate da Billaud. Altri no.

Non sorprende che rivolgersi al tribunale per il divorzio fosse solitamente l’ultima spiaggia. La maggior parte delle separazioni veniva giudicata da mediatori comunitari, sia perché le donne si rivolgevano direttamente a loro, sia perché era molto comune che i tribunali o la polizia rimandassero alla comunità un caso che le riguardava. TLO ha scoperto che le autorità formali nei distretti di Batikot e Momand Dara di Nangrahar avevano esaminato sette casi nel 2010, mentre le shura dei villaggi ne avevano esaminati 71 e le shura degli ulema altri 80. In tutti i casi di abuso, tranne quelli più estremi, spesso davano priorità al “bene collettivo” della comunità nelle loro decisioni, il che significava garantire la stabilità e il mantenimento della pace. Questa tendenza, unita al radicato stigma sociale che circondava il divorzio, faceva sì che fosse raro che le donne ottenessero una separazione equa in questo modo. In genere, la shura della comunità stabiliva che la coppia dovesse riconciliarsi, oppure negoziava una separazione khul che imponeva alle donne di pagare i mariti. Hekmatullah, l’avvocato di Kandahari, lo ha spiegato ad AAN:

La maggior parte dei casi di divorzio veniva risolta tramite shura. Nel nostro ufficio, una delle nostre responsabilità era quella di dare consigli alle donne che desideravano divorziare. Ottenere il tafriq in tribunale richiedeva spesso troppo tempo, quindi consigliavamo alle donne di divorziare tramite i consigli comunitari, per una maggiore efficienza. Questi consigli, però, elargivano sempre khul invece del tafriq alle donne, e quindi le donne dovevano pagare i mariti.

Nelle zone più conservatrici o sotto il controllo dei talebani, era ancora più raro che le donne chiedessero aiuto agli enti locali o al sistema statale per ottenere il divorzio. “Le donne nelle zone sotto il controllo dei talebani non potevano rivolgersi ai tribunali governativi”, ha aggiunto Hekmatullah, parlando di alcune zone di Kandahar. “Dovevano rivolgersi ai tribunali ombra dei talebani, dove la separazione era molto limitata e per motivi difficili da dimostrare”. Secondo TLO, le jirga della provincia di Paktia hanno riferito di aver esaminato solo sette casi di famiglia nel 2010. Rahmat, un avvocato di Kabul, ha descritto la situazione:

La separazione era più facile nelle grandi città perché avevano culture diverse e le donne sapevano come sollevare un caso. Ma nei luoghi non sotto il controllo del precedente governo o dove altri tipi di sistemi di risoluzione delle controversie avevano un ruolo più importante, era considerato vergognoso per le donne sollevare i propri problemi e dichiarare di volersi separare dai mariti.

Trovare un avvocato era un’impresa ardua anche per le donne, perché i casi richiedevano un notevole dispendio amministrativo e i clienti dovevano essere in possesso di una carta d’identità nazionale. Questo rappresentava un grosso ostacolo per le donne che vivevano in zone remote, prive di guida, istruzione e supporto familiare. Nelle zone in cui erano disponibili servizi legali gratuiti, le donne potevano ottenere supporto, inclusi avvocati gratuiti.

A Bamiyan, considerata generalmente più progressista, Khairullah ha affermato che la situazione era la stessa. “Le maggiori difficoltà che le donne hanno dovuto affrontare nel separarsi dai mariti erano dovute a vecchie tradizioni culturali. Le donne non aprivano casi perché ciò avrebbe danneggiato la reputazione delle loro famiglie”.

Alla fine della Repubblica, nel 2021, chiedere il divorzio era ancora una decisione difficile per una donna. I divieti culturali e sociali, prevalenti sia nelle comunità che nei tribunali afghani, aumentavano i rischi legati al divorzio; gli enti statali che avrebbero dovuto aiutare le donne spesso facevano il contrario, mentre la violenza contro le donne che cercavano di porre fine al loro matrimonio era comune. Molte donne erano ancora risentite per le ingerenze dello Stato nelle questioni familiari, e il sistema legale statutario rimaneva una lontana seconda scelta per chi cercava aiuto; molte delle riforme legali volte a garantire i diritti delle donne erano prive di significato perché lo Stato stesso aveva così poca legittimità. Anche la difficoltà di vivere da sole e di provvedere a una famiglia senza un reddito sicuro scoraggiava molte donne dal chiedere il divorzio.

Nonostante queste problematiche, tuttavia, il numero di donne che chiedono il divorzio è aumentato durante il periodo repubblicano. Torunn Wimpelmann e Masooma Sadat hanno riportato in un articolo del 2022 che la Corte Suprema ha registrato 1.049 casi di divorzio tra il 2006 e il 2009, che sono aumentati a 6.370 casi nel 2015 e a 4.390 nel 2016; la maggior parte di questi casi è stata avviata da donne, poiché gli uomini in genere non avevano bisogno di rivolgersi al tribunale per ottenere il divorzio.

Donne e divorzio nell’Emirato, dopo il 2021

Al ritorno dei Talebani, questi ultimi dichiararono che il fiqh hanafita rappresentava l’unica fonte di diritto applicabile in Afghanistan. Inizialmente, non era chiaro come tale disposizione sarebbe stata applicata o quali sarebbero state le sue implicazioni per le leggi vigenti nell’era della Repubblica. Nel settembre 2021, i Talebani annunciarono la sospensione della Costituzione del 2004 in attesa della revisione delle leggi vigenti, il che significava che anche il Codice Civile del 1977 era stato sospeso. Pertanto, le disposizioni del Codice derivate dal fiqh malikita che consentivano alle donne di chiedere la separazione per motivi di danno, abbandono, inadempimento e malattia non erano più applicabili. Regnava la confusione sulla possibilità che le decisioni prese secondo il sistema legale della Repubblica venissero revocate. Alcune donne divorziate temevano che i loro divorzi potessero essere revocati perché non validi secondo il fiqh hanafita; altre, desiderose di divorziare, temevano che la sospensione del Codice Civile da parte dell’Emirato avrebbe impedito loro persino di presentare domanda di separazione a causa delle severe restrizioni del fiqh hanafita.

La Corte Suprema ha presto confermato la validità di queste preoccupazioni, sebbene non abbia decretato che tutti i precedenti divorzi sarebbero stati revocati. In primo luogo, ha chiarito che i casi di divorzio precedentemente risolti potevano, in teoria, essere riaperti. La circolare numero 15, emessa il 23 maggio 2022, ha fornito linee guida ai tribunali afghani su come gestire le decisioni legali dell’era della Repubblica su tutte le questioni, incluso il divorzio. La circolare ha decretato che qualsiasi decisione dell’era della Repubblica poteva essere esaminata da un tribunale di giudici talebani e da un comitato di ulema. L’articolo 10 delle linee guida affermava che se la decisione legale era stata presa in linea con il fiqh hanafita, non doveva essere annullata e poi aggiungeva: “Se la decisione è stata presa secondo un’altra scuola di giurisprudenza… la decisione dovrebbe essere deferita ad Amir al-Muminin [Guida Suprema dell’IEA Hibatullah Akhundzada] o a un’autorità giudiziaria superiore”. Tecnicamente, quindi, qualsiasi divorzio emesso in linea con il Codice Civile poteva essere riaperto se il marito sollevava un caso.

Ciò ha suscitato grande preoccupazione tra gli osservatori, e sono emerse segnalazioni di alcuni mariti che hanno approfittato del cambio di regime per riaprire vecchi casi. Il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan e il Gruppo di lavoro sulla discriminazione contro donne e ragazze, che hanno riferito nel 2023, hanno affermato di essere stati informati di uomini che si avvalevano di questa sentenza, presentando ricorsi ai tribunali per sostenere che le loro mogli li avevano divorziati illegalmente. I media hanno descritto dettagliatamente diversi casi in cui i divorzi sono stati annullati da giudici o comandanti talebani; ad esempio, un tribunale di Uruzgan ha revocato un divorzio concesso a una donna nel 2018; la donna aveva chiesto la separazione perché si era sposata da bambina di 7 anni contro la sua volontà – in quello che era in realtà un matrimonio illegale secondo i decreti emiratini. Un portavoce della Corte Suprema ha dichiarato alla BBC Persian che la revoca del divorzio era corretta: “La decisione del precedente governo di annullare il matrimonio era contraria alla sharia… perché [il marito] non era presente al momento della decisione del tribunale”. In un altro caso, riportato dall’AFP , il divorzio è stato annullato non da un tribunale, ma da un comandante talebano, che ha insistito affinché la donna, “Marwa”, tornasse dal suo ex marito; lui l’aveva picchiata così violentemente da romperle i denti.

Tuttavia, i cinque avvocati con cui AAN ha parlato non avevano mai sentito parlare di casi di divorzi annullati. I resoconti dei media hanno fornito prove aneddotiche di casi di revoca del divorzio, ma non forniscono un’idea della portata del fenomeno, mentre il rapporto del Relatore Speciale delle Nazioni Unite ha rilevato di aver sentito parlare di 50 casi di divorzio riaperti in un distretto, ma non è stato in grado di comprovare tale affermazione. Non sembra esserci alcun tentativo sistematico di annullare i casi, ma questo rappresenta un piccolo conforto per le donne afghane divorziate; a prescindere dai dati, la possibilità che la legge possa essere utilizzata per costringere una donna a tornare da un marito violento è senza dubbio una prospettiva terrificante.

La confusione sull’esecuzione delle sentenze non hanafite in materia di divorzio non è stata alleviata dalla circolare numero 19 del Leader Supremo dell’AIE Hibatullah Akhundzada, emessa nel settembre 2022, che esponeva la sua posizione sul divorzio. La circolare affrontava due questioni: cosa avrebbero dovuto fare i tribunali in caso di divorzi pronunciati da donne durante l’era della Repubblica e come avrebbero dovuto gestire i nuovi casi di divorzio? In merito alla prima questione, la Corte non ha offerto alcuna soluzione. Ha semplicemente ordinato ai tribunali di rinviare qualsiasi decisione perché la questione era “in discussione”.

Sulla seconda questione, la Corte è stata chiara: il fiqh hanafita sarebbe stata l’unica fonte legislativa in materia di divorzio nell’Emirato. La circolare disponeva: “Se la moglie richiede ora la separazione, le motivazioni della separazione e le prove per ciascuna di esse devono essere fornite secondo la legge hanafita. Successivamente, la documentazione deve essere condivisa con la Guida Suprema dell’Emirato Islamico”.

Infine, nel gennaio 2024, l’Emiro ha emesso la Circolare numero 30. Questa rispondeva alla domanda sollevata nella Circolare 19 su cosa fare in merito alle decisioni giudiziarie sulla separazione prese dal precedente governo: dovessero essere eseguite o meno? Le separazioni emesse sotto la Repubblica, affermava la Circolare 30, sarebbero state valide se fossero state emesse in conformità con una qualsiasi delle quattro scuole del fiqh sunnita: “Nel caso in cui una sentenza di separazione sia stata emessa in una questione secondo una delle quattro scuole di giurisprudenza islamica da un giudice del precedente regime, il verdetto di separazione… deve essere eseguito”. Se la decisione del giudice non fosse stata conforme a una qualsiasi delle leggi del fiqh, continuava l’Emiro, non sarebbe stata valida. Ciò rappresentò una buona notizia per le donne che avevano ottenuto il divorzio sotto la Repubblica, ma lasciò aperta la possibilità che gli ex mariti potessero presentare ricorso se fossero riusciti a dimostrare che il divorzio non era stato emesso in linea con nessuna delle altre scuole di fiqh o per motivi procedurali, come nel caso della donna di Uruzgan sposata a sette anni, riportato dalla BBC e citato sopra.

La posizione pratica dell’Emirato

In pratica, sembra che l’Emirato consenta il divorzio basato esclusivamente sul fiqh hanafita. AAN ha esaminato una lettera di conferma, inviata dalla Corte Suprema al tribunale provinciale di Khost il 7 aprile 2024, in cui si afferma che “il tafriq è sospeso fino a nuovo avviso in base alla circolare numero 19”. Questo lascia aperte tre tipologie di divorzio per una donna. Può concordare un khul (accordo finanziario negoziato) con il marito; può chiedere il divorzio se il marito la abbandona dopo 120 anni dalla sua nascita e si presume quindi che sia morto; oppure può chiedere il divorzio per il fatto che il marito è affetto da una malattia incurabile, che include l’impotenza.

Gli avvocati con cui AAN ha parlato per questa ricerca hanno concordato all’unanimità sul fatto che sia diventato molto più difficile per le donne separarsi dai propri mariti da quando i talebani sono tornati al potere. Nessun avvocato ha riferito di aver sollevato con successo un caso di tafriq in tribunale dopo la presa del potere e tutti hanno affermato di ritenere che ora sia proibito. Qudrat, a Herat, ha affermato di aver respinto molte donne che chiedevano il tafriq:

Negli ultimi tre anni, tantissime donne hanno chiesto il tafriq, ma non hanno potuto fare nulla. Dato che il tafriq è impossibile da ottenere tramite i tribunali, non possiamo aiutarle … in tutte le province so che ci sono donne che vogliono ottenere il tafriq, ma non si rivolgono ai tribunali perché sanno che i loro casi non verranno trattati.

Rahmat, a Kabul, concorda:

Credo che la violenza contro le donne sia aumentata sotto l’Emirato perché i casi femminili non vengono affrontati da questo governo. Sotto la Repubblica, i casi familiari femminili venivano affrontati più facilmente perché c’erano leggi che lo consentivano. Il mese scorso ho ricevuto tre casi di violenza contro donne che volevano il divorzio e siamo riusciti a risolverne solo uno. Le altre due donne hanno deciso di rimanere sposate dopo che abbiamo spiegato che non riuscivamo a trovare un modo per farle divorziare e abbiamo organizzato una mediazione con i loro mariti.

Sotto l’Emirato, le separazioni khul sembrano essere il metodo di divorzio più comune. Tra le donne con cui AAN ha parlato, le due che erano riuscite a separarsi dai mariti lo avevano fatto tramite separazioni khul. Anche gli avvocati hanno affermato che gli unici casi risolti dopo il ritorno dei talebani si sono conclusi con accordi khul, che impongono alla moglie di pagare il marito. Khairullah, a Bamiyan, ha affermato di aver preso in carico una decina di casi di divorzio dopo il ritorno dei talebani e di averne indirizzati la maggior parte a muslihin (riconciliatori) o hakam (negoziatori nominati dal tribunale); si erano tutti conclusi con un khul che prevedeva la rinuncia della moglie al mahr e, in alcuni casi, con pagamenti aggiuntivi da parte della moglie al marito. Anche Qudrat ha segnalato alcuni casi di khul. Rahmat, un avvocato, ha affermato di aver lavorato su 12 casi in totale dal 2021, di cui quattro sono andati in tribunale e otto sono stati risolti tramite mediazione nella comunità, uno dei quali ha portato a un khul e sette casi si sono conclusi con un accordo tra marito e moglie di rimanere sposati.

Nargis, la donna di Kabul menzionata all’inizio di questo rapporto, ha descritto il suo caso di khul. Aveva cercato di separarsi dal marito perché la vita con lui era diventata intollerabile:

Mio marito aveva un carattere orribile. Faceva cose che non mi piacevano… giocava d’azzardo, mi tradiva con un’altra donna e persino con degli uomini. Lo odiavo. Quando ho cercato di fermarlo, mi ha detto che non erano affari miei e che non avevo l’autorità di fermarlo. Ha detto che non aveva bisogno di me. Mi ha picchiata. Mi ha detto che eravamo divorziati e che ero tornata a casa dei miei genitori, così lui ha sporto denuncia in tribunale sostenendo che eravamo ancora sposati, che gli avevo rubato dei soldi ed ero scappata.

Nargis non poté produrre testimoni a sostegno della sua affermazione che il marito avesse divorziato da lei. Lui giurò di no e così il tribunale le ordinò di tornare a casa sua. Lei implorò il giudice di dichiarare la separazione, ma poiché non era stata abbandonata e il marito non stava male, il giudice decretò che non aveva diritto a nulla.

Il tribunale ha comunicato a Nargis che la sua unica opzione, secondo il fiqh hanafita, era il khul. Così ha assunto un avvocato per collaborare con i mediatori della comunità, attraverso i quali suo marito e le loro famiglie hanno concordato un khul. Inizialmente, la famiglia del marito ha chiesto 1.000.000 di afghani (13.700 dollari) di risarcimento per il divorzio. Alla fine, hanno concordato che avrebbe restituito i gioielli d’oro che le erano stati donati, il suo cellulare e l’intero mahr. Nargis non ha avuto altra scelta che cedere:

E le mie perdite? Mi ha punito, mi ha fatto ammalare, e dovrei pagare un risarcimento? Nell’ultima udienza in tribunale ho detto loro: “Avete violato i miei diritti e chiederò ad Allah di vendicarsi per quello che mi avete fatto”.

Anche Yasmin, che vive a Balkh, ha ricevuto un khul. Come molte donne afghane, aveva inizialmente cercato di risolvere il suo caso nella comunità in cui viveva, ma senza successo, e questo l’ha costretta a rivolgersi al tribunale cittadino di Mazar-e Sharif:

Io e mio marito non siamo mai andati d’accordo e la sua famiglia aveva il controllo su tutto ciò che facevamo, soprattutto su sua sorella. È andato in Iran senza dirmelo, non è tornato quando gliel’ho chiesto, e io ero infelice. Gli ho detto che volevo il divorzio, poi sono andata alla comunità per mediare con gli anziani e i mullah, ma la famiglia di mio marito non l’ha accettato e hanno detto che dovevamo separarci secondo la sharia. Questo per potermi chiedere dei soldi. Hanno detto che se la mia famiglia li avesse pagati, ci avrebbero permesso di separarci, altrimenti no. Così siamo andati in tribunale.

In tribunale, il giudice ha detto a Yasmin che avrebbe dovuto restare sposata: “Mi diceva di continuare a provarci, forse troverai la felicità”, ha detto Yasmin.

Assolutamente no. Ho rifiutato. Mio padre e mia madre mi hanno procurato un avvocato e alla fine abbiamo raggiunto un accordo. Non ho tenuto il mio mahr, non ho preso nemmeno un calzino da quella casa, e ci hanno anche chiesto di pagare 50.000 afghani (680 dollari). Mio fratello ha accettato di pagarli.

Entrambe le donne che hanno raccontato ad AAN del loro khul avevano rinunciato al mahr nell’ambito delle trattative. Se l’unico modo per separarsi legalmente dal marito sotto i talebani è negoziare un khul, questo escluderà le donne afghane senza risorse dal farlo. Le donne povere o prive di sostegno familiare non saranno in grado di provvedere alle spese della famiglia del marito; rinunciare al mahr e a qualsiasi dono di valore ricevuto durante il matrimonio rende inoltre la donna vulnerabile, poiché lascerà la casa del marito senza nulla. In un khul anche il marito deve accettare la separazione e quindi è spesso necessario assumere un avvocato per mediare, il che rappresenta una spesa aggiuntiva. Nargis ha parlato ad AAN del costo delle sue parcelle legali:

La mia famiglia assunse un avvocato per risolvere la questione tramite negoziazione. Organizzò incontri con i talebani e i mullah alla moschea, ma la famiglia di mio marito si rifiutò di partecipare, quindi mio suocero iniziò a chiedere all’avvocato di andare a casa sua e lavorare per lui. Pagammo a quell’avvocato 18.000 afghani (248 dollari) e non ottenemmo nulla. Poi ne assumemmo un altro che riuscì a risolvere il caso… il secondo avvocato costò molto meno ma fu molto più bravo.

Rahmat ha confermato che il costo di un khul era proibitivo per molti:

Le donne che hanno accesso alla consulenza legale, di solito se supportate dalla famiglia d’origine, riescono a superare le difficoltà. Ho lavorato su quattro casi perché le loro famiglie sono benestanti e possono permettersi un avvocato. Le donne che non possono contare sull’aiuto della famiglia d’origine farebbero fatica a risolvere i loro casi.

Nell’Emirato, tutti gli avvocati con cui AAN ha parlato concordano sul fatto che i giudici consentano anche a una donna di separarsi dal marito in caso di impotenza, in conformità con il fiqh hanafita. “Quando i mariti non possono avere rapporti sessuali con le mogli, nella mia esperienza i giudici pronunciano il divorzio”, ha affermato Qudrat. “Ma i giudici valuteranno la salute dell’uomo per assicurarsi che la donna dica la verità”. Questo può essere difficile da dimostrare per una donna e i mariti spesso si rifiutano di accettare un caso del genere. I giudici in genere concedono anche all’uomo un periodo di tempo per dimostrare di non essere impotente prima di imporre la separazione per questi motivi. “Se una donna deve vivere un anno intero con lui dopo aver trascinato tutto in tribunale, è pericoloso”, ha affermato Hekmatullah. “Potrebbe ucciderla. Mette in pericolo la vita delle donne”.

Farzana, una giovane donna di Takhar, ha raccontato ad AAN la sua esperienza:

Avevo 19 anni quando mi sono sposata, e lui 60. Sono la sua seconda moglie. Non volevo sposare questo vecchio, ma i miei genitori mi hanno data a lui. Sono passati sei anni e non riesco a rimanere incinta. Gli ho detto di farsi curare, ma lui ha detto che ha problemi e non può avere figli.

Così l’anno scorso sono tornata a casa dei miei genitori. Ho detto a mio padre: “Mi hai costretta a sposare quest’uomo, non ero felice, non lo voglio più. È così vecchio che non può avere figli, non posso vivere con lui”. Sono andata in tribunale e ho aperto un caso, con un avvocato.

All’inizio mio marito cercava di farmi fare un khul, per ottenere soldi. L’ho registrato di nascosto e l’ho fatto sentire in tribunale, e il giudice ha dichiarato mio marito colpevole. Gli ha dato un anno per curarsi in Pakistan o in India, e se funziona dovrei vivere con lui, altrimenti dovrà dire che siamo divorziati e la questione sarà chiusa.

Farzana deve ancora aspettare tre mesi, fino alla scadenza del periodo di un anno del marito, e nel frattempo lui e la sua prima moglie continuano a molestarla. “Il primo problema è che non può essere padre, e il secondo è che non mi piace: ogni volta che lo guardo inizio a odiare il mondo. L’ho tollerato e ho sofferto per sei anni”, ha detto.

Se nessuna di queste condizioni può essere soddisfatta, le donne a volte ricorrono a metodi più creativi per porre fine al matrimonio. Il modo più semplice, secondo gli avvocati, è sovvertire il divieto di tafriq costringendo il marito a pronunciare il divorzio dalla moglie – cosa che ha il diritto di fare senza giusta causa secondo il fiqh hanafita. Hekmatullah ha spiegato meglio.

Ad esempio, se una donna è costretta a lasciare la casa del marito o lui la aggredisce, la aiuteremo ad aprire un caso in tribunale. Poi il tribunale citerà il marito e, in seguito, quest’ultimo pronuncerà il divorzio. Ho avuto due casi in cui è successo questo: nel primo, il marito si è presentato in tribunale dopo la citazione e ha detto che lei non era più sua moglie e ha chiesto il divorzio. A quel punto la donna è stata libera.

Ho avuto un secondo caso in cui una donna voleva divorziare dal marito perché era aggressivo e scortese. Inizialmente abbiamo sollevato il caso sostenendo che non poteva darle un figlio, ma il tribunale lo ha esaminato e ha stabilito che non era impotente, stabilendo che avrebbero dovuto trascorrere un anno insieme per vedere se lei poteva rimanere incinta. Eravamo preoccupati che la sua vita fosse in pericolo, ma non c’era molto che potessimo fare. Qualche mese dopo, suo fratello è venuto nel mio ufficio e mi ha detto che era stato in prigione per due mesi perché era andato a picchiare suo marito per costringerlo a divorziare. Ha funzionato.

Aisha, una donna che vive a Bamiyan, ha raccontato ad AAN il suo caso:

Tre mesi fa ho scoperto che mio marito aveva un’altra moglie con cui aveva avuto una relazione prima di me. Siamo sposati da cinque anni e lui ha sposato quest’altra donna tre anni fa. È orribile e lui non dice mai niente contro di lei, anzi, lo ha pressato perché si liberasse di me. Non volevo più vivere con lui, volevo separarmi. Mi ha detto di divorziare, ma sapevo che sarebbe stato meglio se gli avessi chiesto di farlo io. E poiché mi comportavo molto bene con lui, ha acconsentito. Voleva divorziare da me solo con l’aiuto di mediatori o mullah. Ho rifiutato e ho detto che dovevamo andare in tribunale. Il giudice lo ha convocato a comparire.

In tribunale, il giudice mi chiese cosa stesse succedendo e lui disse che voleva divorziare da me. Così le cose finirono a mio favore.

Questo ha permesso ad Aisha di tenere il suo mahr di 40.000 afghani (560 dollari) invece di dover pagare un khul. Ma il tribunale non si è pronunciato su chi dovesse tenere l’oro che Aisha ha ricevuto come regalo di nozze, del valore di 150.000 afghani (2.100 dollari), né gli altri beni che le erano stati promessi. “Mi aveva promesso che mi avrebbe comprato un pezzo di terra a Kabul usando l’oro”, ha raccontato ad AAN. “Ma poi la seconda moglie mi ha detto che in realtà aveva venduto l’oro e lo aveva usato per pagare a suo padre 150.000 afghani (2.100 dollari) come prezzo della sposa”.

“Le opinioni delle persone non cambiano quando cambiano i governi”

In definitiva, qualsiasi metodo di divorzio disponibile nell’Emirato richiede alle donne di superare ostacoli significativi. In primo luogo, la maggior parte delle donne afghane non ha familiarità con le disposizioni hanafite sul divorzio, con i propri diritti e con l’applicazione della legge da parte dei tribunali. “Le donne non istruite pensano che questo sia il loro destino e che debbano tollerare la violenza”, ha detto Khairullah. “Non conoscono i loro diritti”.

Nessuna delle donne intervistate da AAN ha dichiarato di aver compreso appieno cosa le fosse successo. Questo era particolarmente evidente per Yasmin. Aveva rinunciato al suo mahr dopo aver risolto la sua causa tramite un khul, ma in realtà suo marito era impotente, il che significava che aveva effettivamente diritto a una separazione che le permettesse di mantenere il suo mahr.

Mio marito non era un uomo. In un certo senso, era debole. A dire il vero, non capivo la procedura di divorzio e non sapevo nemmeno di poterlo chiedere a causa della sua impotenza. Sapevo del khul perché mio fratello e mio padre me l’avevano spiegato, e mio padre aveva detto che avrebbe pagato per me se il tribunale avesse emesso il khul.

Nargis disse anche di non aver capito la legge:

Non sapevo nulla del procedimento. Quando mio marito mi picchiò e scappai a casa di mio padre, non sapevo che avrebbe potuto presentare una denuncia in tribunale, dichiarando che lo avevo lasciato. Non avevo idea di cosa sarebbe successo, non conoscevo il significato di un khul o di un tafriq, né di alcun altro procedimento. Non lo so ancora, nonostante il mio caso si sia concluso con un khul.

Farzana, di Takhar, non sapeva a quanto ammontasse il mahr, perché non le era mai stato detto cosa era stato concordato tra i suoi genitori e suo marito prima del matrimonio; pensava inoltre di non avere diritto a reclamare il mahr dal marito perché non avevano figli.

Gli avvocati hanno affermato che la situazione sta peggiorando perché i servizi e il supporto disponibili per le donne sotto i governi dell’era repubblicana – frammentari e insufficienti com’erano – sono stati smantellati. Il Ministero per gli Affari Femminili e i suoi dipartimenti provinciali sono stati sciolti, mentre molte delle ONG che in precedenza offrivano supporto legale non sono più in grado di farlo. “Non credo che le persone siano cambiate dal ritorno dei talebani”, ha detto Khairullah. “L’unico cambiamento è che sotto il governo precedente, i dipartimenti per gli Affari Femminili e gli organismi per i diritti umani informavano le donne sui loro diritti legali e sui diritti della sharia. Le donne venivano supportate, venivano nominati avvocati per loro, potevano persino trasferirsi in rifugi”. Imran, un avvocato di Ghor, ha affermato lo stesso: “Le opinioni della gente erano contrarie, ma ci sono stati casi di separazione perché c’erano agenzie che supportavano e sensibilizzavano come la Commissione Indipendente per i Diritti Umani dell’Afghanistan”.

Ma a prescindere dalla legge, dalle loro finanze o dal supporto disponibile, tutte le intervistate di AAN concordano sul fatto che l’estrema vergogna e lo stigma associati alla richiesta di divorzio siano – come sempre – il più grande ostacolo per le donne che vogliono porre fine al loro matrimonio. Rahmat, a Kabul, ha espresso la sua frustrazione al riguardo:

Le usanze popolari stanno portando a violazioni dei diritti delle donne. Mariti, famiglie e donne hanno adottato inconsapevolmente queste tradizioni dannose. Credono che una donna debba tacere, qualunque cosa gli altri le facciano. Ho studiato i sistemi legali di molti paesi islamici: Giordania, Arabia Saudita, Iraq, Turchia. Solo in Afghanistan esistono restrizioni basate su usanze così regressive.

Yasmin, a Balkh, ha descritto l’atteggiamento della sua famiglia nei confronti del suo divorzio:

La prima volta che ho detto a mia madre che volevo divorziare, non era d’accordo. Tutta la mia famiglia diceva che, anche se fossi stata infelice, avrei dovuto vivere con lui. Continuavo a dire che non potevo, che non potevo proprio, e alla fine l’hanno accettato tutti. Onestamente, nessuno di loro voleva aiutarmi, erano tutti contrari. Sai, in Afghanistan ci sono delle regole. La mia famiglia diceva che si sarebbero fatti una cattiva reputazione.

Anche alcuni parenti di Farzana si sono vergognati quando lei si è rivolta al tribunale e le ha chiesto di restare sposata:

I miei zii mi dicevano di non divorziare. Io rispondevo solo che non stavano vivendo la mia vita e non capivano come stessi soffrendo. I parenti di mio marito erano così imbarazzati che gli dissero che avrebbero pagato le sue cure mediche per impedirgli di accettare di divorziare subito.

Mio padre e i miei amici mi hanno comunque sostenuto. Sanno tutti quanto ho sofferto. La mia famiglia mi ha detto che dovevo fare quello che volevo e non mi diranno di no, perché mi hanno già distrutto la vita una volta e non vogliono farlo una seconda.

“L’opinione pubblica non cambia quando cambiano i governi”, ha detto Qudrat, sottolineando che non si trattava di una novità. “È a causa dei nostri costumi e delle nostre tradizioni che le persone hanno opinioni negative sulle donne che vogliono divorziare”.

Ciononostante, durante la Repubblica, il crescente numero di donne che chiedevano il divorzio suggeriva che si sentissero più in grado di sfidare le tradizioni rispetto al passato. La legge dell’Emirato ora cospira con le usanze afghane per invertire questo cambiamento. La combinazione di entrambi i fattori significa che le donne afghane coinvolte in matrimoni violenti o infelici hanno poche opzioni di fuga. Le istituzioni che avrebbero dovuto proteggerle si sono dissolte, mentre i progetti di aiuto finanziati a livello internazionale destinati a sostenerle si sono prosciugati. Le quattro donne intervistate da AAN erano molto diverse, ma tutte condividevano due tratti: coraggio e determinazione. Sotto l’Emirato, qualsiasi donna che chieda il divorzio avrà bisogno di entrambi.

* Letty Phillips è una ricercatrice e analista che ha lavorato in Afghanistan dal 2021 al 2024.

A cura di Kate Clark e Rachel Reid

Revisioni:
Questo articolo è stato aggiornato l’ultima volta il 4 maggio 2025

ONU: il 70% delle donne in Afghanistan incontra difficoltà nell’accesso agli aiuti umanitari


Fidel Rahmati, The Khaama Press, 28 aprile 2025

Un recente rapporto delle Nazioni Unite evidenzia che il 70% delle donne in Afghanistan ha difficoltà ad accedere agli aiuti umanitari a causa di varie restrizioni

Un recente rapporto della Divisione Donne delle Nazioni Unite evidenzia che oltre il 70% delle donne in Afghanistan incontra notevoli ostacoli nell’accesso agli aiuti umanitari. Il rapporto indica la carenza di personale femminile nelle organizzazioni umanitarie e le restrizioni alla mobilità femminile come le ragioni principali di questa difficoltà.

Il rapporto, pubblicato domenica 27 aprile, esamina l’impatto di genere degli aiuti umanitari in Afghanistan. Afferma che le rigide normative talebane sulle donne, come la tutela maschile obbligatoria e i rigidi codici di abbigliamento, hanno gravemente limitato la partecipazione delle donne alla vita pubblica.

Inoltre, il rapporto sottolinea che il divieto imposto dai Talebani alle donne di lavorare per organizzazioni non governative (ONG) e agenzie delle Nazioni Unite (ONU) ha limitato l’accesso delle donne a servizi essenziali come assistenza sanitaria, istruzione, nutrizione e protezione. Ciò ha minato il ruolo delle donne nel definire risposte efficaci ed eque all’interno della comunità.

Uno dei risultati più preoccupanti è la persistente restrizione dell’istruzione per le ragazze, con solo il 43% delle ragazze in età scolare che riceve un’istruzione e praticamente nessuna ragazza tra i 13 e i 17 anni che frequenta la scuola. Questo contribuisce al perdurante ciclo di povertà nel Paese.

Il rapporto rivela inoltre che nel 2024 le pressioni economiche, in particolare sui nuclei familiari guidati da donne, si sono intensificate. Alcune famiglie sono state costrette a ricorrere a misure drastiche come saltare i pasti, ritirare i figli da scuola e matrimoni precoci.

Inoltre, la mancanza di operatrici sanitarie ha ridotto significativamente l’accesso delle donne ai servizi sanitari, peggiorando le condizioni di salute materna. Con un potere decisionale limitato nella società, le donne e le ragazze afghane affrontano rischi maggiori di violenza di genere e matrimoni precoci.

Nonostante queste difficoltà, le organizzazioni guidate da donne hanno svolto un ruolo fondamentale nella difesa dei diritti delle donne, ma hanno incontrato difficoltà a causa della mancanza di finanziamenti. Il rapporto raccomanda di aumentare il reclutamento di personale femminile nelle organizzazioni umanitarie e di fornire sostegno finanziario alle istituzioni guidate da donne per contribuire ad alleviare la situazione.

Il rapporto sottolinea la necessità critica del sostegno internazionale per garantire che le donne afghane possano accedere alle risorse e ai diritti a cui hanno diritto. Con l’aggravarsi della crisi umanitaria, gli sforzi per l’emancipazione delle donne e per garantire la loro partecipazione al processo di ricostruzione sono cruciali per la stabilità e il progresso a lungo termine dell’Afghanistan.

Nelle carceri talebane, donne torturate e abusate

La difficile situazione delle donne nelle prigioni talebane: confessioni costrette da spogliarelli e abusi
Amin Kawa, 8 AM Media, 2 marzo 2025

In questa indagine cinque manifestanti donne arrestate e imprigionate dai talebani condividono i loro resoconti di torture fisiche e psicologiche avvenute nei centri di detenzione talebani a Kabul. Tra i metodi di tortura descritti: appenderle per i piedi, mettere sacchetti di plastica sulla testa e sul viso, legare le mani dietro la schiena, tenerle in stanze umide, frustarle con cinture, mettere la canna di un kalashnikov vicino alle orecchie e minacciarle di morte. Inoltre, le donne hanno sopportato insulti volgari, abusi verbali, l’essere chiamate prostitute, accuse di essere serve e spie americane e minacce di danni ai loro familiari. Tutte queste donne soffrono attualmente di gravi problemi di salute mentale e fisica, tra cui dolori articolari.

Due delle ex detenute hanno confermato di essere state costrette a confessare nude o seminude per assicurarsi che non avrebbero più protestato contro le politiche dei talebani. È stato loro negato l’accesso all’assistenza legale, al contatto con la famiglia, alla comunicazione con altre prigioniere o guardie e alle cure mediche per le esigenze legate al ciclo mestruale.

Le indagini di “Hasht-e Subh Daily” indicano che tutte le donne arrestate dai talebani sono state sottoposte a torture fisiche e psicologiche nei centri di detenzione e nelle prigioni. La gravità della tortura era proporzionale alla popolarità e al riconoscimento delle detenute nella società, in particolare sui social media. Alcune manifestanti hanno subito torture più gravi, altre relativamente meno. Le interviste con cinque prigioniere hanno rivelato che tutte avevano subito torture e confessioni forzate ed erano state minacciate di morte, lapidazione, esecuzione tramite plotone di esecuzione e rappresaglie contro le loro famiglie.

Il trattamento variava da una detenuta all’altra, alcune trattenute per brevi periodi e altre per diversi mesi. I talebani costrinsero tutte le donne rilasciate a fornire confessioni, preparate prima degli interrogatori e con la costrizione di recitarle di fronte alle telecamere con quelle precise parole. Se rifiutavano venivano sottoposte ad abusi fisici e verbali, tra cui percosse con cinture, schiaffi e insulti degradanti.

Racconti terribili

Humaira (pseudonimo), una delle donne che protestavano, ha confermato in un’intervista con Hasht-e Subh Daily di essere stata torturata dai talebani, descrivendo la detenzione come brutale e disumana. Ha raccontato che ogni volta che veniva portata per l’interrogatorio, veniva prima appesa per i piedi, le mani legate dietro la schiena, e poi frustata prima di essere tenuta in stanze umide. Gli interrogatori comprendevano umiliazioni, insulti e confessioni forzate.

Humaira ha dichiarato che le era consentito usare il bagno solo tre volte al giorno e le era proibito parlare con le guardie. Non aveva contatti con la sua famiglia e le erano state negate le medicine nonostante la sua malattia. Era stata anche privata dell’assistenza legale e le venivano estorte confessioni forzate a giorni alterni. I talebani la costringevano a rilasciare dichiarazioni su azioni che non aveva mai commesso. Sebbene fosse presente in prigione  personale femminile talebano, tutti gli atti di tortura venivano eseguiti da combattenti maschi, che la picchiavano e la insultavano.

Quando parlava delle confessioni forzate, la voce di Humaira tremava e scoppiò a piangere. Spiegò che, a causa delle norme culturali dell’Afghanistan e per proteggere la sua famiglia da traumi psicologici, aveva nascosto loro l’entità della sua sofferenza. “La mia famiglia non sa delle mie confessioni forzate perché l’ambiente culturale dell’Afghanistan è molto duro. Se venissero a sapere cosa mi è successo, i miei famigliari cadrebbero in depressione e subirebbero un duro colpo emotivo. I talebani ci hanno spogliate completamente, hanno filmato le confessioni e hanno minacciato di pubblicare i video se avessimo parlato degli interrogatori. Hanno usato questo metodo con tutte le prigioniere, facendoci ripetere  davanti alla telecamera confessioni preparate, mentre tre uomini armati stavano lì vicino, minacciandoci. Immagina una donna nuda o seminuda davanti a una telecamera: cosa potrebbe esserci di peggio?”

Humaira ha aggiunto che le confessioni estortele erano del tutto inventate. “I talebani mi hanno costretta a dire che avevo ricevuto denaro dall’America per protestare contro le loro politiche. Mi hanno minacciata di confessare che avevo ricevuto denaro da Richard Bennett, il relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani, per protestare contro l’hijab. Volevano che dicessi che intendevo reclutare ragazze per attività immorali e addestrarle come ballerine da inviare in Occidente per essere sfruttate. Queste false confessioni sono state estorte a tutte, spesso mentre erano nude o seminude”.

Nelle celle di isolamento non c’era nessuno che offrisse anche solo un briciolo di compassione. “I talebani hanno avuto accesso al mio telefono e ai miei account sui social media, interrogandomi sugli indirizzi di altre manifestanti donne e mostrandomi le loro foto, chiedendomi di scrivere i loro nomi”, ha affermato Humaira, che non riusciva a sopportare la tortura e sveniva entro dieci minuti quando veniva appesa per i piedi, dopodiché veniva trasferita in stanze umide e picchiata.

Humaira ha raccontato le storie di altri prigionieri, dicendo che facevano sembrare meno grave la sua sofferenza. “I talebani hanno offerto a una giovane donna la libertà se avesse sposato un membro dei talebani. Ho visto un’altra donna imprigionata con i suoi figli, senza visitatori. I bambini erano depressi, i loro corpi senza vita, indeboliti dallo shock della loro situazione. Erano stati arrestati con accuse che non capivano nemmeno. Ogni giorno diventavano più deboli, subendo un enorme trauma psicologico”.

Dice di essere sotto shock e di provare un grave disagio mentale ed emotivo. Secondo lei, nessuno aiuta nessuno nella situazione attuale. Aggiunge: “Purtroppo, le mie condizioni non sono buone. Non posso parlare con i dottori al telefono. Vorrei che ci fosse un dottore che potesse ascoltare tutte le mie parole e avesse un rimedio per la sofferenza e la tortura che ho sopportato. Finora, nessuno mi ha aiutato e sto lottando con un dolore e un’incertezza immensi”.

Condizioni detentive disumane

Anche Parnian (pseudonimo), un’altra donna che ha protestato e che ha sperimentato l’amara e dolorosa realtà delle prigioni talebane, conferma che le donne nei centri di detenzione talebani sono sottoposte a torture, umiliazioni e insulti. Afferma che sebbene le sue ferite fisiche siano guarite, non dimenticherà mai gli insulti e le parolacce che ha sentito dai talebani. Racconta che i talebani l’hanno arrestata in modo orribile e che durante i suoi giorni in isolamento le è stato permesso di usare il bagno solo una volta al giorno, costretta a sopportare due cicli mestruali in isolamento senza servizi igienici o prodotti per l’igiene. L’umidità della cella, la mancanza di pulizia e la malattia hanno fatto sì che tutto il suo corpo emanasse un cattivo odore. Dice: “Ho pregato molte volte senza abluzioni, chiedendo a Dio di attribuire il peccato ai talebani. Lì puzzavo, e sento che quell’odore è ancora nel mio corpo”.

Parnian conferma che anche a lei i combattenti talebani le hanno legato le mani dietro la schiena e le hanno messo un sacco nero sulla testa durante l’arresto. Dice che è stata portata all’interrogatorio almeno tre giorni dopo essere stata messa in isolamento, e aggiunge: “C’era un tavolo a forma di croce. La sedia dietro era molto bassa, mettevano le mani sul tavolo e le ammanettavano. Ma non era un vero interrogatorio: ti facevano sedere, ti insultavano, ti picchiavano, ti chiamavano prostituta, ti accusavano di andare dagli americani di notte, ti dicevano che sette o otto uomini ti sarebbero stati addosso e usavano parole volgari. Poi recitavano testi religiosi, si soffiavano addosso come per proteggersi dai presunti peccati e dicevano che Dio li aveva salvati dal nostro male. Se dicevo qualcosa, mi prendevano a pugni e schiaffi”.

“Durante l’interrogatorio, un talebano aveva una cintura in mano, che usava spesso, colpendo con la parte metallica, che poteva farti svenire se colpiva l’osso. Non facevano domande, ti prendevano con la scusa dell’interrogatorio e ti torturavano. Dicevano di ripetere tutto quello che ci suggerivano. Quando ho detto che non l’avrei fatto e che non avrei mentito, mi hanno schiaffeggiato così forte che mi sono bruciati gli occhi. Hanno detto: “Hai dato il tuo corpo agli occidentali e ora non ci parli?” Quando ho sistemato il mio velo, hanno detto: “Hai camminato a piedi nudi per le strade, resta qui allo stesso modo e parla”. Alla fine, ho dovuto fare una confessione forzata e ripetere tutto quello che dicevano per sfuggire al loro tormento”.

Questa ex prigioniera talebana afferma che le torture psicologiche e fisiche dei talebani sono indimenticabili. Sottolinea che il pestaggio di una donna da parte di uomini, gli insulti e le umiliazioni che lei e altri hanno sopportato non saranno mai dimenticati e un giorno i talebani saranno ritenuti responsabili di tutte queste atrocità. Dice di aver assistito ad altri incidenti scioccanti in prigione. Aggiunge: “Un giorno volevo andare in bagno e una donna era malata. La donna era sdraiata nell’angolo della stanza, soffriva per le doglie e nessuno si preoccupava di lei. Ha sopportato il suo dolore e ha partorito da sola nelle sporche condizioni carcerarie. E’ stato orribile. C’erano donne in prigione i cui figli non avevano mai visto il mondo esterno. Il motivo per cui la maggior parte delle donne venivano imprigionate era sconosciuto, molte venivano arrestate solo per la loro etnia”.

Parnian racconta che nei primi tempi i talebani le bruciarono una mano e in seguito, poiché la bruciatura raggiunse l’osso, non la appesero più per i piedi, ma la sottoposero ad altre torture, tra cui pugni, calci e percosse con cinture. Aggiunge: “Quando mi dicevano di dire qualcosa e mi rifiutavo, mi coprivano il viso con sacchetti di plastica finché non ero costretta a parlare. Mi picchiavano con le cinture. Una volta, la cintura mi colpì l’occhio e ho ancora la cicatrice. L’acqua del riscaldamento si infiltrava nella stanza, bagnando tutto. Mi diedero una vecchia, sporca e sottile coperta e i suoi effetti rimangono: ho ancora dolore alle gambe e alla schiena. Ho visto ragazze trascinate per i piedi e ho sentito le loro urla mentre imploravano il religioso di fermarsi, dicendo che le stavano tagliando le gambe. Ho persino sentito le urla di uomini a cui erano appese pietre ai testicoli”.

Parnian aggiunge: “Un giorno, quando mi hanno portato all’interrogatorio, mi hanno chiesto chi mi sosteneva. Uno di loro si è messo dietro di me con una baionetta innestata su un Kalashnikov e ha detto che se non avessi confessato, mi avrebbe tagliato la carne con il coltello e mi avrebbe staccato la pelle dalla mano”.

Le cicatrici psicologiche non si possono dimenticare

Mehrafarin (pseudonimo), un’altra ragazza che protesta e che ha subito la detenzione da parte dei talebani, dice di aver protestato per il diritto delle donne all’istruzione e alla fine ha dovuto sopportare varie forme di umiliazione, insulti e torture da parte dei talebani, così come lo sguardo discriminatorio della società. Aggiunge che le ferite fisiche guariscono nel tempo, ma le cicatrici psicologiche che ha sopportato non saranno mai guarite o dimenticate. Con voce strozzata dice: “Quando una ragazza viene detenuta in Afghanistan, la sua vita sociale non torna mai alla normalità. Nessuno può sopportare questa amarezza. Le persone fanno commenti estremamente duri e ingiusti e ricorrono a insulti e umiliazioni”.

Aggiunge: “I talebani non mi hanno permesso di incontrare la mia famiglia in prigione. Ci picchiavano e ci insultavano, ci chiedevano perché non eravamo sposate. Dicevamo che eravamo minorenni e che dovevamo studiare, ma ci chiamavano infedeli e ci picchiavano con pugni, calci e calci dei fucili. Mia sorella, a causa dei colpi alla testa, ha sviluppato disturbi neurologici e forti mal di testa. Sono anche malata e sotto shock. I talebani non consideravano le donne in prigione come esseri umani ”.

Sandokht (pseudonimo), una delle donne che protestavano, dice: “Quando i talebani ci hanno arrestate, avevo paura di essere aggredite sessualmente. Tutte le ragazze erano spaventate e le nostre mani e i nostri piedi tremavano. Quando sono arrivate le dipendenti talebane, ci hanno spaventate e minacciate ancora di più. Ci dicevano che ci avrebbero lapidate, che avrebbero sparso del sale sulla neve e sul cemento e poi ci avrebbero lasciate all’aria fredda a camminarci sopra. Ci chiedevano se capivamo contro chi ci stavamo schierando. Dicevano che ora che eravamo lì, avremmo dovuto piangere così tanto che i nostri volti si sarebbero spellati dalle lacrime”.

Aggiunge: “Avevo paura delle minacce delle dipendenti talebane. Avevo un bambino piccolo che piangeva e diceva che dovevamo andare a casa perché faceva freddo e non c’era acqua. Anche l’acqua del water era tagliata e gocciolava. Non importa quanto mio figlio chiedesse acqua, non riuscivo a trovare acqua pulita per lui. Gli ho dato un po’ di acqua del water in una brocca e il giorno dopo non riusciva a sollevare la testa, ammalato gravemente. Non c’erano né dottori né medicine. I talebani hanno chiesto soldi alla mia famiglia per il mio rilascio, ma loro hanno detto che non avevano più una figlia. Mi hanno rinnegata per liberarsi dei talebani”.

Mehrasa (pseudonimo), un’altra donna che protesta, dice che i talebani le hanno legato le mani dietro la schiena durante il suo arresto. La prima notte in prigione le hanno versato acqua fredda sulla testa, l’hanno portata per interrogarla e le hanno chiesto perché stesse protestando contro il regime dei talebani. “Mi hanno puntato una pistola all’orecchio e hanno detto che mi avrebbero uccisa, giustiziata. Mi hanno chiesto perché stessi protestando. Mi hanno picchiata e sono stata così spaventata che sono svenuta”.

I talebani hanno negato alla sua famiglia di averla portata dentro e poi hanno detto: “Siete disonorevoli e senza dignità perché non sapete che vostra moglie e vostra figlia stanno servendo degli stranieri”. Secondo lei, il peggior tipo di tortura è quando i talebani detengono una donna senza alcun crimine, senza accesso a un avvocato difensore e senza un giusto processo.

Questa ex prigioniera talebana afferma che tutto è possibile nelle prigioni talebane. Le donne arrestate dai talebani immaginano di tutto, dalla lapidazione allo stupro. Aggiunge anche che le donne i cui arresti sono pubblicizzati dai media vengono risparmiate dalla morte e dalla lapidazione, ma vengono comunque torturate.

Nel frattempo, negli ultimi tre anni, i talebani hanno arbitrariamente arrestato diverse donne con varie accuse. Oltre a tenere tribunali extragiudiziali e a fustigare pubblicamente le donne, i talebani hanno imprigionato centinaia di donne e ragazze in un processo ingiusto, accusandole di collaborare con fronti anti-talebani, di avere relazioni extraconiugali o di parlare al telefono con uomini che considerano non-mahram (uomini non imparentati).

Già precedentemente Hasht-e Subh Daily, in diverse indagini, aveva scoperto che alcune donne nelle prigioni e nei centri di detenzione dei talebani erano state sottoposte ad aggressioni sessuali sia individuali che di gruppo da parte di membri talebani e che durante gli interrogatori i talebani avevano ordinato alle detenute di spogliarsi e gravemente torturate quelle che si rifiutavano, al punto che i loro organi genitali venivano picchiati.