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Tag: rifugiati

L’Afghanistan dei talebani e di chi gli si oppone, visto dalla diaspora

Kritica, 15 agosto 2026, di Asmae Dachan

Intervista a Rahel Saya, studentessa afghana in Italia da circa cinque anni, sulla realtà dell’Afghanistan di oggi, vista dalla diaspora.

Negli ultimi mesi, l’Afghanistan ha visto un nuovo picco di repressione contro le donne. Secondo Human Rights Watch e UNAMA, tra dicembre 2025 e marzo 2026 le autorità talebane hanno condotto arresti mirati e sequestri di donne nelle province di Herat, Kabul e Mazar-i-Sharif, spesso con l’accusa di “violazioni del codice di abbigliamento”. Fonti locali parlano di oltre trenta donne scomparse solo a Herat, prelevate dalle loro case o fermate per strada, senza che le famiglie ricevano informazioni sul luogo di detenzione o sulle condizioni in cui si trovano.

Le organizzazioni internazionali denunciano un clima di terrore: telefoni confiscati, manifestanti picchiati, familiari minacciati. Amnesty International ha definito questa nuova ondata repressiva «una strategia sistematica per cancellare le donne dalla vita pubblica».

In questo contesto, ha suscitato forte polemica la notizia del recente invito rivolto dalla Commissione Europea a rappresentanti talebani per un incontro tecnico a Bruxelles sul coordinamento degli aiuti umanitari e i rimpatri. Pur non implicando alcun riconoscimento politico, l’iniziativa ha provocato indignazione tra attivisti, diaspora afghana e parlamentari europei, che l’hanno definita «un segnale devastante» mentre nel Paese continuano arresti arbitrari, torture e restrizioni draconiane contro donne e minoranze [se ne parla anche in questo racconto delle attiviste di RAWA, ndr]. È in questo scenario che si inserisce la testimonianza di Rahel Saya, giovane studentessa afghana arrivata in Italia cinque anni fa, che racconta il suo Paese con lucidità, dolore e un amore incrollabile.

Rahel, come presenterebbe l’Afghanistan, dove è nata e vissuta?
Mi permetta anzitutto di dire che sono contenta di avere la possibilità di raccontare un po’ del mio Paese e di quelle che sono state le nostre vite. Spesso sento persone parlare di Afghanistan, alcuni ne conoscono la grande ricchezza e bellezza culturale e paesaggistica, ma molti lo conoscono soprattutto per gli aspetti legati alla guerra, alla situazione delle donne costrette dentro il burqa, al fatto che non possano uscire di casa, che non abbiano diritti.

Tutto ciò purtroppo è vero, è la realtà di oggi, ma da cittadina afghana dico che questo non definisce il vero Afghanistan. L’Afghanistan è un Paese bellissimo, pieno di storia, cultura, montagne e paesaggi mozzafiato. Non è giusto definirlo soltanto attraverso le tragedie di ieri e di oggi, ignorandone la vera ricchezza, l’anima del suo popolo e soffocando la speranza che ancora esiste per il futuro della nazione. Io vengo dall’Afghanistan, che sono stata costretta a lasciare cinque anni fa, nell’agosto 2021. Sono qui in Italia da allora.

Cinque anni lontana dal mio Paese, dalla mia lingua, dalla mia cultura: tutto vive dentro di me, ma fisicamente sono lontana. Vengo dalla città di Bamiyan, e la bellezza del luogo – le montagne, la natura – è la vera immagine del mio Paese. Certo, abbiamo vissuto la storia dei talebani quando presero il potere la prima volta, e poi quando se ne andarono. In quei vent’anni abbiamo sofferto molto, ma avevamo la speranza di un futuro migliore. Tutto questo sogno è stato distrutto in un solo giorno: il 15 agosto 2021, quando i talebani hanno ripreso il potere. Per noi afghani quello è il giorno più buio della nostra storia.

Che ricordi ha del passato e che cosa le hanno raccontato i genitori e i nonni rispetto al passato?
Quando sono stata costretta a lasciare l’Afghanistan avevo solo 21 anni. Quando ho lasciato la mia casa ero incredula, non avevo mai pensato che sarebbe arrivato il momento di doverlo fare. Della prima presa di potere dei talebani non ho ricordi diretti, perché non ero nata. Conosco quel periodo dai racconti dei miei nonni e dei miei genitori: la situazione era talmente difficile che, da bambina, immaginarmela mi faceva paura. Non potevo pensare che un giorno avremmo affrontato di nuovo la stessa realtà, rimanere chiuse in casa, non andare a scuola, non lavorare, non andare all’università. Quando i talebani se ne andarono e gli americani entrarono in Afghanistan, per il nostro popolo fu un momento di speranza; pensavamo di poter respirare, di avere pace, democrazia, tranquillità. In quei vent’anni abbiamo fatto tantissimi progressi, anche se la sicurezza non è mai stata totale. Le donne potevano uscire, studiare, lavorare, avere un ruolo nella società. Abbiamo capito che quella pace non era reale quando i talebani sono tornati per la seconda volta e gli americani ci hanno lasciati soli, forse in una situazione ancora peggiore rispetto alla prima. In quel periodo storico le donne, rispetto alla prima volta, erano molto più attive e presenti nella società. Per questo il ritorno dei talebani è stato ancora più devastante.

C’è stato un periodo in cui l’Afghanistan era davvero il Paese della bellezza e della cultura. Che cosa racconta chi ha vissuto quel periodo?
Sì. Prima del 1996 ho sentito tanti racconti e ho cercato molto anche su internet. Tra gli anni ’50, ’60 e ’70 le donne erano totalmente uguali alle donne europee, come qui in Italia. Non posso accettare che oggi la nostra situazione sia questa, e non per la prima volta, ma per la seconda. La frase più forte che ho sentito è che l’Afghanistan è stato il primo Paese a dare alle donne il diritto di voto, quando in Italia e in Europa questo diritto ancora non esisteva. Nella mia mente convivono diverse immagini dell’Afghanistan: dal 1950 al 1996, dal 1996 al 2001, dal 2001 al 2021 e quella attuale, dal 2021 a oggi. Il periodo dal 2001 al 2021 non è mai stato facile, ma avevamo la possibilità di uscire, studiare, diventare qualcuno.

Oggi la situazione è la più difficile. Il popolo afghano si sta abituando, ma la crisi peggiora ogni giorno. A Herat, recentemente, hanno sequestrato molte donne. Da due settimane non abbiamo alcuna notizia sul loro destino. Abbiamo organizzato manifestazioni in Europa e a Roma per essere la loro voce. Le hanno prese dicendo che non indossavano l’hijab o la burqa. Sono più di trenta, ma ogni giorno ne prendono altre, a Mazar-i-Sharif, a Kabul. Le donne, pur di sopravvivere, hanno accettato tutto ciò che viene imposto – hijab, burqa, scuole separate – ma ai talebani non bastava mai. Durante una manifestazione a Herat, uomini e donne sono stati picchiati, minacciati, privati dei telefoni per impedire che le notizie uscissero dal Paese. Noi dobbiamo raccontare ciò che accade, perché loro non possono.

Torniamo alla tua vita in Afghanistan: cosa studiavi, che vita facevi?
Ho finito la scuola nel 2018 e nel 2020 ho iniziato l’università, seguendo un corso di Political Science and International Relations. Facevo anche attivismo e collaboravo con giornalisti afghani e italiani. È grazie a questi giornalisti che sono riuscita ad arrivare in Italia.

La tua università era solo per donne o mista?
Era mista. Io, come molte altre donne afghane, avevo la possibilità di studiare liberamente. Non tutte le donne nelle 34 province del Paese avevano questo privilegio. Ringrazio la mia famiglia per avermi permesso di andare a scuola. Amavo il giornalismo perché volevo raccontare le storie delle persone, essere la voce della società, dire la verità senza censura. Sono nata a Bamiyan, cresciuta a Kabul, dove ho iniziato l’università. Poi nel 2021 abbiamo perso tutto. Anch’io, come tante altre donne, ho perso tutto in un giorno.

Tu avevi amici, compagni di studio, vicini di casa uomini. I talebani sono uomini. Cosa è successo a questa parte della società? Perché tanto odio verso le donne, fino a volerle cancellare dalla storia dell’Afghanistan?
Non trovo una risposta. Non sono un’esperta di storia, sono solo una figlia di questo Paese. I talebani mischiano a loro piacimento islam, religione, sharia, hijab, rapporti tra uomini e donne, potere, controllo. Ma l’islam non deve fare paura a nessuno; per chi crede, è un punto di riferimento, una fonte di tranquillità. Non vedo nessuna giustificazione per bloccare metà della popolazione – 15 o 20 milioni di donne – negando diritti fondamentali come camminare, studiare, aprire un libro, fare una passeggiata. Anche gli uomini non sono liberi come prima: devono portare la barba, non possono tagliare i capelli, non possono indossare i jeans. Ma sono comunque molto più liberi delle donne. All’inizio hanno chiuso alle donne le porte delle università e scuole dicendo che c’erano professori maschi. Ma noi avevamo sempre avuto professori uomini e donne, dottori e dottoresse, classi miste. Quando hanno detto che le donne non potevano uscire perché c’erano colleghi maschi, le donne hanno proposto soluzioni anche drastiche, andare a scuola al mattino e lasciare il pomeriggio agli uomini o viceversa; sostituire i professori uomini con professoresse; separare gli spazi, se necessario. Ma non è servito. La situazione peggiora ogni giorno, e da cinque anni le donne vengono forzate a rimanere in casa.

I ragazzi con cui sei cresciuta, come vivono questa oppressione?
Io sono uscita dall’Afghanistan e mi considero fortunata ad essere arrivata qui. Ma ci sono tantissime “Rahel” rimaste lì: ragazze e ragazzi che hanno paura. Due o tre anni fa le donne organizzavano manifestazioni per difendere i loro diritti, e spesso uscivano insieme agli uomini della famiglia: fratelli, padri, compagni di classe. Poi i talebani hanno imposto una legge secondo cui le donne non possono organizzare proteste. Se lo fanno, arrestano l’uomo della famiglia. Questo significa che un padre, un fratello, un marito non può permettere alla figlia, alla sorella, alla moglie di partecipare a nessuna manifestazione.

Quindi sono le famiglie stesse oggi a esortare le donne a restare silenti?
È importante dirlo: non tutti gli uomini afghani sono talebani, ma gli uomini afghani oggi hanno paura. Nessun padre vuole che la figlia venga arrestata. E nella nostra cultura, se una ragazza viene portata via, spesso la famiglia non la riaccoglie più. Pochi giorni fa ho condiviso la frase di una ragazza afghana a cui il padre aveva detto “Se ti arrestano, non tornare più a casa”. Se una figlia viene portata via, nessuno sa dove la conducono, cosa le fanno, e non c’è modo di cercarla e se viene rilasciata, a casa trova le porte sbarrate. È disperazione pura. Sono in contatto con molte persone in Afghanistan, che mi raccontano quanto sia difficile vivere così, quanta paura hanno, ma anche quanto sperano in un cambiamento. Non sono tutti talebani: sono persone intrappolate in una situazione che appare senza possibilità di uscita.

I talebani dicono di agire in nome della religione islamica; cosa ne pensano i credenti musulmani dell’Afghanistan?
Nella mia famiglia non mi hanno mai raccontato cose come quelle che sentiamo oggi. La fede, la religione, l’islam erano sempre presentati come qualcosa di bello. Io vengo da una famiglia musulmana e resterò una figlia musulmana. Quando ero giù di morale, dicevo a mia madre che non capivo perché. Lei mi esortava sempre a pregare, a parlare con Dio”. Per me l’islam è sempre stato questo: un punto di riferimento, una fonte di tranquillità. Questa è la differenza tra la fede vera e chi usa la religione come arma.

Come percepisci il modo in cui gli italiani vedono l’Afghanistan?
In questi cinque anni ho incontrato molte persone che conoscono tantissimo dell’Afghanistan, anche più di me. Altri sanno poco, soprattutto i giovani, e lo capisco: se io fossi rimasta in Afghanistan, forse non avrei avuto molte informazioni sull’Italia. Molti italiani conoscono l’Afghanistan soprattutto per la guerra, per le tragedie, per le immagini dolorose. Meno per la cultura, la storia, la bellezza.

In tutto questo, come giudichi l’operato della comunità internazionale?
Secondo me la comunità internazionale ha lasciato andare la situazione. È vero che arrivano aiuti umanitari – cibo, servizi essenziali – ma sui diritti umani non vedo nessun risultato. Da cittadina afghana non vedo nessun miglioramento, nessun supporto reale. La responsabilità è della comunità internazionale, delle organizzazioni, dei Paesi, dei leader mondiali. I civili non hanno potere: solo la politica può cambiare la situazione. E il mio Paese è l’unico al mondo in cui le donne non hanno nessun diritto, nemmeno quelli fondamentali.

Come vivi l’attuale clima di aperta ostilità verso i migranti?
Non so se posso dire di viverlo direttamente, ma essere rifugiata o migrante non dipende solo da ciò che qualcuno ti dice in faccia. Quando senti che c’è un discorso ostile verso i rifugiati, tu ti senti parte di quel discorso. Veniamo da Paesi, culture, mondi diversi. Anche il colore della pelle conta: se sei donna bianca è un discorso, se sei donna nera un altro; se sei uomo bianco o uomo nero cambia ancora. Dipende dalla società in cui arrivi, dalla zona, dal contesto. Quando si parla di migrazione, non è solo un discorso individuale: è un discorso generale. Se un migrante fa qualcosa di male, rappresenta tutti, anche chi fa del suo meglio per integrarsi. Io voglio imparare, rispettare la cultura italiana, integrarmi. Fuggire non è una cosa brutta: è una necessità. Il Paese che ti accoglie forse non sarà mai il tuo Paese, ma tu cerchi di farne parte.

Torniamo all’Afghanistan dei tuoi ricordi.
Ho tanti ricordi belli. Il mio cantante preferito è Dawood Sarkhosh: ha scritto molte canzoni d’amore per il Paese. Quando sei lontana, ti fa sentire più vicina alla tua terra. Ricordo i viaggi che ho fatto attraversando l’Afghanistan, la gentilezza del mio popolo. Ricordo quando, dopo 14 o 15 anni, sono tornata a Bamiyan, la mia città, quella dei Buddah. La bellezza delle montagne, il lago di Bamiyan, quell’acqua blu intensissima. Ho viaggiato in molte città afghane, tutte tra montagne e verde. Sono immagini che resteranno sempre con me.

Come vedi il futuro del tuo Paese?
Ho una certezza, nessuna situazione rimane per sempre com’è. Ho imparato che “la speranza è l’ultima a morire”. Spero che la situazione dell’Afghanistan cambi il più presto possibile.

 

Una generazione tra due culture: in che modo la migrazione sta trasformando l’identità dei giovani afghani?

Shafaq Hamrah, Facebook, 8 agosto 2026

La migrazione è uno dei più importanti fenomeni socioculturali contemporanei e modifica profondamente la struttura identitaria delle comunità migranti. Per gli afghani, la migrazione non rappresenta soltanto uno spostamento geografico, ma crea una profonda frattura nella narrazione collettiva, nella memoria culturale e nel senso di appartenenza.

La nuova generazione di afghani — cioè coloro che sono nati fuori dall’Afghanistan oppure emigrati durante l’infanzia o l’adolescenza — si trova ad affrontare interrogativi identitari complessi che né la generazione precedente né i loro coetanei rimasti in Afghanistan hanno sperimentato nello stesso modo.

Secondo il rapporto di Shafaqna Afghanistan, la domanda centrale è come la migrazione abbia ridefinito, frammentato o ricostruito l’identità multilivello della nuova generazione afghana, comprendente dimensioni nazionali, etniche, linguistiche, religiose e culturali. L’articolo cerca di rispondere a questa domanda attraverso un’analisi multidimensionale.

Le origini storiche della migrazione afghana

Per comprendere la situazione identitaria della nuova generazione è necessario conoscere innanzitutto il contesto storico della migrazione afghana.

La prima grande ondata migratoria iniziò dopo l’invasione sovietica del 1979, quando milioni di afghani cercarono rifugio soprattutto in Pakistan e Iran.

Dopo il ritiro sovietico, le guerre civili del 1992-1996 produssero una seconda ondata. Con l’ascesa dei talebani nel 1996 si sviluppò una terza ondata, questa volta verso destinazioni che comprendevano anche Europa, Stati Uniti e Australia.

Dopo il 2001, l’insicurezza persistente e la povertà mantennero la migrazione come un fenomeno continuo e crescente. Infine, la caduta della Repubblica nell’agosto 2021 e il ritorno dei talebani al potere provocarono la più grande ondata migratoria afghana dell’epoca contemporanea.

Le stime indicano che entro il 2025 circa sei-sette milioni di afghani vivono fuori dal Paese. Più di tre milioni si trovano in Iran, una parte significativa dei quali senza documenti di soggiorno regolari. Circa un milione e mezzo-due milioni vivono in Pakistan, mentre centinaia di migliaia di altri risiedono in Turchia, Germania, Australia, Stati Uniti e Canada.

Un elemento particolarmente importante è che una parte consistente di questa popolazione ha meno di 25 anni: proprio la generazione sulla quale si concentra il rapporto.

Il punto analitico fondamentale è che, a differenza della prima generazione, la nuova generazione spesso non possiede un ricordo diretto dell’Afghanistan, oppure ne conserva ricordi limitati e mediati. Ciò trasforma l’Afghanistan da una realtà vissuta in una rappresentazione astratta, con conseguenze profonde sulla formazione dell’identità.

Le dimensioni dell’identità influenzate dalla migrazione

L’identità non è un fenomeno a una sola dimensione e la migrazione influenza diversi suoi livelli.

Il primo è l’identità nazionale. La prima generazione conosceva l’Afghanistan come una patria concreta, fatta di strade, odori, suoni e ricordi sensoriali. La nuova generazione, invece, conosce l’Afghanistan soprattutto attraverso i racconti orali della famiglia, i media e i social network.

Di conseguenza, il sentimento di appartenenza nazionale può diventare più debole e, in alcuni casi, essere sostituito da vergogna, indifferenza oppure da un idealismo estremo.

Il secondo livello è l’identità etnica. All’interno dell’Afghanistan, l’identità etnica era legata alla geografia, agli accenti locali e alle interazioni quotidiane. Nella diaspora questi confini possono attenuarsi, soprattutto nella seconda e terza generazione cresciuta in ambienti multiculturali.

Al contrario, possono anche essere riprodotti in maniera più radicale e ideologica, soprattutto online.

Si è così sviluppato quello che potrebbe essere definito «identità etnica scelta»: una persona, sulla base dei racconti familiari e senza un’esperienza diretta, sceglie una determinata identità etnica e talvolta la difende in maniera estremamente rigida.

Il terzo livello è l’identità linguistica, mentre il quarto è quello religioso.

L’Islam, come identità culturale e religiosa, assume nella diaspora una funzione diversa. Per alcuni diventa un simbolo di distinzione rispetto alla società ospitante; per altri si sviluppa un processo di secolarizzazione o di allontanamento dalla religione.

Il quinto livello è l’identità culturale, comprendente tradizioni, musica, cucina e festività come il Nowruz.

Nella diaspora queste tradizioni possono essere conservate in forma simbolica e rituale oppure gradualmente scomparire. Si sviluppa così quello che l’articolo definisce una sorta di «cultura museale»: la cultura, invece di essere vissuta quotidianamente, viene esibita.

Il divario generazionale e la crisi dell’identità

Le diverse generazioni afghane nella diaspora hanno esperienze identitarie molto differenti.

La prima generazione, costituita dagli immigrati originari, possiede generalmente un’identità afghana forte e nostalgica. La sua principale difficoltà è l’adattamento alla società ospitante.

La generazione 1,5, cioè coloro che sono emigrati durante l’infanzia o l’adolescenza, possiede un’identità intermedia e duale e vive sotto la pressione costante di scegliere tra due mondi.

La seconda e terza generazione, nate fuori dall’Afghanistan, hanno invece un’identità composita o persino indefinita. La loro principale difficoltà può essere il senso di essere senza radici, riassunto nell’espressione: «Né di lì, né di qui.»

Questa condizione di vivere tra due mondi rappresenta una delle caratteristiche principali della nuova generazione afghana.

Questa generazione non è completamente integrata nella società ospitante, ma allo stesso tempo non appartiene all’Afghanistan reale. Ne deriva un senso di «assenza di casa» sul piano identitario.

Esiste inoltre un forte conflitto di valori. Valori comunitari tradizionali afghani, come il rispetto per gli anziani, l’importanza dell’onore e il concetto di ghayrat [protezione della famiglia, in questo contesto], entrano in contrasto con i valori individualisti delle società occidentali.

Anche le concezioni della libertà, dei rapporti familiari e dei ruoli di uomini e donne sono differenti.

La nuova generazione vive quindi una doppia pressione: da una parte la famiglia si aspetta che conservi le tradizioni; dall’altra la società ospitante esercita una pressione verso l’adattamento e l’omologazione.

Il ruolo della lingua nella conservazione o erosione dell’identità

La lingua è uno dei pilastri dell’identità e, nella diaspora, la situazione del dari e del pashto per la nuova generazione viene descritta come particolarmente preoccupante.

Nella seconda e terza generazione la padronanza linguistica diminuisce sensibilmente. Molti giovani afghani in Iran, Pakistan o Europa comprendono parzialmente la lingua materna: riescono ad ascoltarla e comprenderne il significato generale, ma non riescono a parlarla o scriverla bene.

In Iran, secondo l’articolo, la pressione verso l’uniformazione linguistica e l’assenza di un’istruzione formale in dari e pashto accelerano questo processo.

Le conseguenze sono molto più ampie di un semplice problema di comunicazione.

La lingua non è soltanto uno strumento per trasmettere informazioni: contiene una visione del mondo, proverbi, poesia, memoria collettiva e umorismo.

Con la perdita della lingua, la nuova generazione perde anche l’accesso alla letteratura classica e contemporanea, alla musica tradizionale, alle narrazioni orali e persino alle espressioni quotidiane della cultura.

Si rompe così il ponte linguistico tra le generazioni.

Nella diaspora emerge inoltre una «terza lingua», una combinazione di dari o pashto, persiano iraniano, inglese o lingua del Paese ospitante. Questa lingua ibrida diventa a sua volta un’espressione dell’identità composita della nuova generazione.

Identità religiosa e culturale nella diaspora

Nelle società occidentali, per alcuni giovani afghani l’essere musulmani può diventare l’elemento dominante della loro identità, mettendo in secondo piano l’essere afghani, l’etnia e la lingua.

L’articolo parla di una sorta di «Islam diasporico»: una forma di religiosità che non è completamente quella tradizionale afghana, ma neppure completamente moderna e razionalista. Può essere reattiva, ideologica oppure semplicemente simbolica.

In questo contesto, la religione può funzionare più come elemento di distinzione rispetto alla società ospitante che come esperienza spirituale personale.

All’altro estremo, una parte della nuova generazione, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, si allontana dalla religione o diventa completamente secolare.

Questo allontanamento può essere accompagnato da forti sensi di colpa e conflitti familiari, perché la famiglia considera la religiosità una componente inseparabile dell’identità afghana.

Per quanto riguarda tradizioni come Nowruz, Eid al-Fitr, Eid al-Adha e l’Ashura, queste celebrazioni continuano nella diaspora a svolgere una funzione di riproduzione dell’identità collettiva e rappresentano occasioni per riunire la comunità afghana.

Nelle generazioni successive, tuttavia, possono trasformarsi in eventi prevalentemente sociali, perdendo parte del loro significato originario.

Gli effetti psicologici

Uno degli aspetti più importanti e meno discussi della migrazione è il suo impatto psicologico sull’identità.

Il primo, e forse più profondo, è il trauma intergenerazionale.

La prima generazione porta con sé esperienze di guerra, esilio, violenza e perdita. Questo trauma viene trasmesso alla generazione successiva attraverso i racconti, comportamenti estremamente protettivi, ansia persistente e talvolta il silenzio assoluto.

La nuova generazione, pur non avendo vissuto direttamente la guerra, eredita parte del suo peso psicologico.

Un altro fenomeno è quello che la letteratura psicologica sulla migrazione definisce talvolta «sindrome del figlio dell’immigrato».

I figli degli immigrati possono sentirsi eccessivamente responsabili nei confronti della famiglia e subire una forte pressione per ottenere successo scolastico ed economico, quasi come se dovessero «ripagare» le sofferenze dei genitori.

La paura di fallire e di deludere la famiglia può diventare parte integrante della loro identità psicologica.

La crisi dell’appartenenza rappresenta un’altra importante difficoltà. La domanda «Chi sono?» può essere particolarmente complessa per la nuova generazione afghana.

Esperienze di discriminazione e razzismo contribuiscono ulteriormente al problema, sia in Iran e Pakistan sia nei Paesi occidentali.

Queste esperienze possono influenzare l’autostima e, in alcuni giovani, produrre il desiderio di nascondere la propria origine afghana, quello che l’articolo definisce «vergogna identitaria».

Il ruolo dei social media

I social network hanno un ruolo ambivalente.

Da una parte offrono opportunità senza precedenti. Instagram, TikTok, YouTube e piattaforme simili permettono di riscoprire e riprodurre l’identità afghana.

I contenuti culturali in dari e pashto sono in crescita e si è formata una comunità virtuale della diaspora afghana che supera le frontiere geografiche e crea un nuovo senso di appartenenza collettiva.

Dall’altra parte esistono rischi importanti.

I social possono diventare strumenti di polarizzazione etnica e politica. Forme di odio contro pashtun, hazara, tagiki e altri gruppi etnici possono diffondersi rapidamente.

Anche narrazioni distorte o ideologiche della storia afghana possono essere amplificate.

La nuova generazione costruisce inoltre una «identità digitale», attraverso la quale rappresenta e ridefinisce se stessa. L’identità online può però divergere da quella reale, perché sui social viene spesso mostrata una versione selezionata e idealizzata della propria cultura.

Identità di genere e trasformazione dei ruoli

La migrazione mette fortemente in discussione i ruoli tradizionali di genere.

Le ragazze e le donne afghane della nuova generazione nella diaspora hanno maggiore accesso all’istruzione, al lavoro e all’indipendenza. Questa nuova libertà può tuttavia entrare in forte conflitto con le aspettative familiari tradizionali.

L’articolo parla del fenomeno delle «due vite»: una vita moderna e indipendente fuori casa e una vita tradizionale e più limitata all’interno della famiglia.

Questa dualità può produrre una forte pressione psicologica e rendere più difficile lo sviluppo di un’identità coerente.

Anche i ragazzi e gli uomini della nuova generazione affrontano una crisi identitaria. La definizione della mascolinità si trova tra i modelli tradizionali afghani e quelli moderni occidentali.

La pressione economica e le aspettative familiari relative al sostentamento della famiglia rimangono molto forti e, in alcuni casi, possono portare a un attaccamento ancora più rigido ai modelli maschili tradizionali.

Nel complesso, la migrazione ha modificato anche la struttura della famiglia afghana: sono cambiati i rapporti tra genitori e figli, è diminuita l’autorità tradizionale degli anziani e sono aumentati i conflitti familiari sui valori.

Identità politica e appartenenza nazionale

La nuova generazione afghana ha assistito al crollo delle istituzioni politiche del Paese.

La caduta della Repubblica nell’agosto 2021 e il ritorno dei talebani hanno rappresentato un duro colpo al senso di appartenenza nazionale e alla fiducia nel «progetto nazionale».

Per molti giovani afghani della diaspora, questa esperienza ha dimostrato che persino strutture costruite con il sostegno internazionale possono crollare in pochi giorni.

Questa sfiducia politica indebolisce ulteriormente l’identità nazionale.

Anche nella diaspora l’attivismo politico può talvolta riprodurre tensioni etniche e ideologiche. La nuova generazione può diventare fortemente politicizzata e radicalizzata oppure, al contrario, allontanarsi completamente dalla politica.

La domanda politica più importante rimane forse quella relativa al significato di «patria».

Per molti giovani della nuova generazione la patria è un concetto ambiguo e multilivello.

È l’Afghanistan che non hanno mai visto? È il Paese nel quale sono cresciuti? È la comunità afghana della diaspora nella quale si sentono appartenere?

Questa pluralità mette in discussione la concezione classica dell’identità nazionale e suggerisce la necessità di nuove definizioni di appartenenza e patria.

Strategie per conservare l’identità

A livello familiare, trasmettere attivamente ai figli la lingua materna, raccontare storie e trasmettere la memoria orale, oltre a conservare tradizioni e festività, sono indicate come strategie fondamentali.

La famiglia è il primo e più importante luogo di trasmissione dell’identità e, senza una volontà consapevole dei genitori, questa trasmissione può interrompersi facilmente.

A livello della società civile, la creazione di centri culturali ed educativi afghani nelle città con grandi comunità di migranti, l’insegnamento del dari e del pashto alle seconde e terze generazioni e l’organizzazione di festival culturali, musicali e artistici possono contribuire alla conservazione dell’identità.

A livello dei media e della tecnologia è necessario produrre contenuti culturali di qualità in dari e pashto, documentare la storia orale e le memorie della migrazione e creare piattaforme digitali che colleghino gli afghani della diaspora tra loro e con le proprie radici.

A livello politico, l’articolo suggerisce di chiedere ai governi dei Paesi ospitanti di riconoscere i diritti culturali dei migranti, sostenere l’istruzione bilingue e facilitare il rapporto della nuova generazione con l’Afghanistan attraverso programmi culturali e di scambio.

A livello individuale, forse la strategia più importante è accettare un’identità composita e multilivello, invece di pretendere un’identità pura e uniforme.

La nuova generazione dovrebbe poter costruire la propria narrazione identitaria: non completamente tradizionale e non completamente moderna, ma capace di riflettere la complessità della sua esperienza.

La memoria culturale può essere riattivata attraverso musica, letteratura, cucina e arte, creando un ponte tra le generazioni.

Conclusione

La migrazione non ha distrutto l’identità della nuova generazione afghana: l’ha trasformata e resa più complessa.

Questa generazione affronta una condizione che i suoi predecessori non avevano vissuto nello stesso modo: vivere in uno spazio intermedio, non completamente afghani e non completamente cittadini del Paese ospitante.

Ma questa situazione non costituisce necessariamente soltanto una crisi. Può anche diventare un’opportunità per ridefinire creativamente l’identità.

La nuova generazione afghana possiede la capacità di costruire un’identità multilivello, nella quale possano coesistere l’essere afghani, cittadini del mondo e membri della diaspora.

Un’identità scelta e non imposta, dinamica e non «museale», inclusiva e capace di superare i confini etnici e linguistici.

Il pericolo maggiore è l’indifferenza.

Non si tratta né di una completa assimilazione né della conservazione rigida di un’identità immutabile, ma del rischio di perdersi in un vuoto identitario.

Il bisogno più importante di questa generazione è quindi essere riconosciuta: non come «veri afghani», secondo criteri stabiliti da altri, e neppure come «stranieri» senza radici, ma come una nuova generazione che ha il diritto di costruire la propria narrazione dell’identità e di condividerla con il mondo.

 

 

Come le incursioni della polizia pakistana trasformano la vita quotidiana in terrore per i rifugiati afghani

Zan Times,20 luglio 2026, di Qayum Sabur

Tutto sembrava normale quando sono uscita di casa per andare al centro linguistico dove insegnavo inglese. Ho percorso il vicolo prima di imboccare la strada principale. Per abitudine, ho controllato in entrambe le direzioni per assicurarmi che non passassero auto o moto della polizia prima di proseguire. A parte qualche pedone che andava e veniva, non ho notato nulla di sospetto.

Stavo camminando velocemente lungo la strada principale quando ho sentito il rumore di una motocicletta che si avvicinava molto.

Prima che potessi girare la testa, la motocicletta si fermò davanti a me. Nel momento in cui vidi la pistola appesa al collo del motociclista, tutto divenne buio. Ero sotto shock; mani e piedi iniziarono a tremare. La paura che provavo un tempo nelle strette vie e nei vicoli dell’Afghanistan tornò e si presentò proprio davanti a me.

C’erano due agenti di polizia, con un’altra persona seduta tra di loro sulla motocicletta. Cercavo disperatamente di capire cosa stesse succedendo quando all’improvviso una mano mi afferrò il braccio con forza da dietro. Con voce forte, un agente ordinò: “Sali”.

Mi voltai e vidi che era arrivata un’altra motocicletta. Il volto dell’agente era coperto da una sciarpa nera, lasciando visibili solo gli occhi. Volevo dire qualcosa, ma lui mi avvicinò il viso e mi fissò con occhi che sembravano irradiare violenza. Con voce più aspra e un’aria intimidatoria, ripeté: “Sali”.

Mi fece sedere tra i due agenti sulla motocicletta e iniziammo a muoverci.

Per una persona come me, che ha vissuto l’esperienza dell’arresto e della prigionia per mano dei talebani, questo episodio ha rievocato gli stessi dolorosi ricordi e le stesse sensazioni. Sebbene i talebani avessero inviato un numero maggiore di uomini pesantemente armati a bordo di veicoli Ranger per organizzare il mio arresto, il modo in cui mi hanno trattato non è cambiato. Sia i talebani che le forze pakistane indossavano uniformi nere decorate con strisce bianche in alcuni punti. Avevano il volto coperto da sciarpe nere e nessuno dei due ha esitato a usare violenza, insulti o umiliazioni.

Un’altra somiglianza tra loro era la riluttanza a usare molte parole. Sembrava che fossero i loro occhi penetranti a parlare alle persone: occhi pieni di rabbia, paura e disprezzo.

Attraversammo vicoli stretti e deserti e raggiungemmo la strada principale. A quel punto, mi resi conto che su ciascuna delle due motociclette c’era un migrante seduto tra due agenti di polizia. Vicino alla stazione di polizia, implorai l’agente seduto dietro di me di lasciarmi andare. Cercai di spiegargli che in Afghanistan rischiavo la vita.

Inizialmente, l’agente non rispose. Dopo aver raggiunto una strada più tranquilla e aver rallentato leggermente la motocicletta, disse: “Questo Paese appartiene ai Punjabi. Non permettono a gente come noi di vivere qui”.

Le mie mani e i miei piedi tremavano ancora e riuscivo a malapena a parlare correttamente quando siamo arrivati ​​alla stazione di polizia.

Ci hanno perquisiti e ci hanno preso i cellulari. Poi ci hanno fatto sedere su una lunga panca che era stata sistemata in un angolo della sala. Seduto accanto a me, ho notato che anche le mani e i piedi dell’altra persona tremavano e che il colore gli era sparito dal viso.

Ho chiesto: “Dove ti hanno arrestato?”. Con difficoltà a trovare le parole, ha infine rivelato che lo avevano catturato in un vicolo.

Due agenti di polizia, nessuno dei quali capiva il persiano, erano seduti a poca distanza dietro una scrivania. Uno degli agenti ci chiese se parlavamo urdu. Con parole stentate ed esitanti, spiegai di essere un insegnante e che il mio passaporto era a casa. L’altro disse di avere un documento d’identità e di averlo mostrato alla polizia, ma che si erano rifiutati di accettarlo e lo avevano comunque portato lì.

Dopo un po’ di tempo, un’altra persona si unì ai due agenti di polizia. Non indossava l’uniforme. Questa nuova persona, che parlava persiano, si sedette accanto a noi e ci chiese di dirgli la verità perché voleva aiutarci. Sorridendo e mostrandosi amichevole, ci chiese se avessimo davvero i documenti o se avessimo mentito.

Gli ho detto la verità: il mio visto era scaduto. L’altra persona ha ripetuto quello che aveva già detto alla polizia. Dopo una breve pausa, ha suggerito che avrebbe potuto organizzare il nostro rilascio se gli avessimo pagato 100.000 rupie pakistane.

Dopo molte insistenze, ci hanno restituito i cellulari. Il mio non aveva una scheda SIM, quindi ho usato quello dell’altra persona. Ho chiamato il mio amico e gli ho spiegato brevemente l’accaduto. Ci hanno ripreso i cellulari e ci hanno rinchiusi in una piccola stanza vuota.

Mentre ci conducevano verso la stanza, notai che uno degli agenti di polizia che ci avevano arrestato aveva portato dentro altre due persone. Fu allora che capii che la polizia trattava i migranti quasi come passeggeri caricati da trafficanti illegali. Nel giro di pochi minuti, eravamo in quattro dentro la stanza.

Uno dei due arrestati sembrava avere circa 15 anni. Inizialmente non parlava. Dopo un po’, si inumidì le labbra con la lingua e disse di essere stato arrestato davanti a una panetteria.

La quarta persona, con la tristezza dipinta sul volto, si lamentò: “È la quarta volta che mi arrestano”.

Abbiamo aspettato meno di un’ora. Si sentiva un trambusto nel corridoio. Pochi minuti dopo, il rumore di passi di stivali si avvicinava alla porta e la serratura della nostra cella si aprì.

La madre e la zia del più giovane detenuto nella nostra cella erano arrivate. Visibilmente angosciate e agitate, furono condotte sulla soglia della stanza e mostrarono loro il figlio. Quando la madre vide il figlio, sorrise e poi seguì l’agente di polizia.

Era in corso una transazione finanziaria. Quanto denaro era disposta a pagare quella madre in cambio della libertà di suo figlio? Non avevo modo di saperlo. Solo una madre in quella situazione poteva immaginare il prezzo che era disposta a pagare. Ma quello che mi era chiaro era che la polizia voleva sfruttare l’amore e la disperazione di una madre per aumentare il prezzo dell’accordo a proprio vantaggio.

In mezzo a quel caos, arrivò anche il mio ex collega. Dopo avermi visto da fuori dalla porta, si avvicinò anche lui all’ufficiale di polizia più anziano. Dieci minuti dopo, io e il ragazzino eravamo stati rilasciati e stavamo tornando a casa.

Ma ogni motocicletta che passava riportava a galla la paura delle due ore precedenti. Da un momento all’altro, quella terribile esperienza poteva ripetersi.

Questa situazione, che è ormai parte della nostra vita quotidiana in Pakistan, si è purtroppo intensificata notevolmente in seguito all’ultima scadenza annunciata dal governo pakistano. Il 1° giugno, il governo ha rilasciato una dichiarazione in cui annunciava che le espulsioni dei migranti in tutto il paese sarebbero state intensificate dopo il 10 luglio.

In seguito a questo annuncio, la polizia pakistana di Quetta ha intensificato gli arresti e le espulsioni di migranti. Il ritmo è aumentato drasticamente con l’avvicinarsi della scadenza del 10 luglio.

Proprio nella strada in cui abitiamo, veicoli o motociclette della polizia pattugliano ormai almeno 10 volte al giorno, e gli agenti chiedono ai passanti di mostrare i documenti d’identità. La situazione è diventata così opprimente che il rumore di qualsiasi veicolo viene ormai interpretato dai residenti del nostro quartiere come una possibile presenza della polizia.

Per me, che ho subito diversi arresti, ogni suono di un’auto o di una moto è accompagnato da una paura e un’ansia così intense che il mio corpo reagisce involontariamente, mi gira la testa e a volte mi sento fisicamente male.

Abbiamo scelto una pericolosa rotta di contrabbando verso il Pakistan affinché mia sorella potesse andare a scuola.

Zan Times, 1 luglio 2026, di Lala Rahimi

Era il Nowruz del 2024 quando, dopo molte insistenze, convincemmo la mia famiglia che io e mia sorella minore avremmo dovuto raggiungere il Pakistan attraverso rotte clandestine, in modo che lei potesse continuare gli studi. Prima andammo a Kandahar, poi a Helmand, e da lì ci dirigemmo verso il confine pakistano. Dopo una settimana di viaggio, raggiungemmo finalmente Quetta.

Sono una donna afghana di 23 anni che vive a Quetta, in Pakistan. Negli ultimi due anni ho vissuto in questa città con mia sorella, che ora ha 17 anni. Lei frequentava la sesta elementare quando la repubblica in Afghanistan è crollata.

Questi due anni ci hanno posto di fronte a una serie di sfide incessanti, dal rifiuto da parte dei familiari alla mancanza di un luogo sicuro in cui vivere.

Dopo tre mesi in Pakistan, i miei genitori decisero di tornare in Afghanistan, lasciando me e mia sorella a vivere qui da sole. Fummo costrette a lasciare la prima casa alla scadenza del contratto d’affitto. Per un mese intero, cercammo ovunque un posto dove vivere, ma non trovammo praticamente nessuno disposto ad affittare una casa a due ragazze non sposate senza un tutore maschio.

Alla fine, abbiamo trovato una casa, a condizione che il proprietario condividesse l’appartamento con un coinquilino. Abbiamo accettato, pur di avere un tetto sopra la testa.

Ho cercato lavoro fuori casa per pagare i corsi di lingua, le tasse scolastiche di mia sorella e le nostre necessità di base. Ma la società di Quetta non è poi così diversa dall’Afghanistan di oggi; per certi versi, si potrebbe persino dire che è rimasta indietro di anni. La mia famiglia si opponeva fermamente all’idea che lavorassi fuori casa. “Non puoi lavorare qui”, dicevano. Ma io non mi sono arresa.

Ho anche inviato il mio curriculum a diverse testate in cerca di lavoro online. Alla fine, con l’aiuto di una delle mie insegnanti, sono riuscita a partecipare l’anno scorso al corso di formazione sul giornalismo analitico di Zan Times. Questo ha acceso una piccola scintilla di speranza nel mio cuore.

Ma quella speranza non durò a lungo.

Il 27 agosto 2025 sono stata costretta a tornare in Afghanistan a causa di un’emergenza medica che ha colpito mio padre. Sono rimasta lì per sei mesi prendendomi cura di lui. Durante questo periodo, ho tenuto corsi di pittura per ragazze in una delle stanze di casa nostra, in modo da guadagnare abbastanza denaro per tornare in Pakistan.

Mentre io ero in Afghanistan, mia sorella minore era sola in Pakistan. Fu in quel periodo che le scuole di lingua persiana vennero chiuse dal governo pakistano, le tensioni tra Afghanistan e Pakistan si intensificarono e i confini terrestri e aerei furono chiusi. I miei genitori insistettero affinché anche mia sorella tornasse in Afghanistan. Ma noi li implorammo di concederci del tempo, sperando che le scuole di lingua persiana riaprissero.

Nonostante tutte queste difficoltà, decisi di tornare in Pakistan. Il 9 dicembre 2025, andai a Kandahar con mio padre per iniziare quel viaggio. Alloggiammo in una pensione, in attesa di trovare una famiglia con almeno una donna o una ragazza, con la quale avrei potuto viaggiare. Ma quasi nessuno si recava in Pakistan attraverso le rotte del contrabbando a causa dell’intensità degli scontri di confine in quel periodo.

Dopo tre giorni di ripetute telefonate con i trafficanti, finalmente ho salutato mio padre a Kandahar. Lui è tornato a Kabul, e io sono salito su un veicolo dove tutti gli uomini indossavano turbanti, avevano lunghe barbe e portavano fucili alla cintura. Parlavano pashto con un forte accento di Kandahar.

Partimmo alla volta di Spin Boldak.

Abbiamo trascorso una notte all’interno di un recinto stretto e buio vicino al confine. Avremmo dovuto essere portati oltre confine a mezzanotte, ma alle 9 del mattino abbiamo saputo che dodici persone erano state catturate la notte precedente e che una di loro era stata ferita da colpi d’arma da fuoco. Il confine è stato chiuso fino a nuovo avviso.

In una decisione improvvisa dettata dalla disperazione, lasciai Kandahar con un contrabbandiere sconosciuto e un’altra famiglia e mi diressi verso Helmand seguendo un’altra rotta di contrabbando.

Il trafficante mi comprò un burqa per 5.000 rupie pakistane, in modo che la mia identità di ragazza Hazara che viaggiava da sola rimanesse nascosta. Attraverso i minuscoli fori del burqa, non riuscivo a vedere quasi nulla. Mi sentivo soffocare terribilmente e ogni tanto mi mettevo una mano alla gola per assicurarmi di respirare ancora.

Ci ha condotti attraverso una zona piena di edifici in rovina, finché non ha finalmente fermato il veicolo vicino a una di quelle rovine.

Il contrabbandiere disse con sicurezza che ci avrebbe portato a destinazione entro due giorni, ma il secondo giorno eravamo ancora persi nel deserto.

Alla fine di quel secondo giorno, mi è venuto il ciclo mentre ero in viaggio. Ho chiesto alla figlia della famiglia che viaggiava con noi, che parlava pashto ma capiva un po’ di farsi, di chiedere a suo padre di dire al trafficante di fermare il veicolo da qualche parte, così che potessi cambiarmi l’assorbente. Ma lei non ha preso sul serio la mia richiesta. Ad ogni sobbalzo del veicolo su quelle strade dissestate, il sanguinamento si faceva più abbondante e mi contorcevo dal dolore.

Quella notte, a tarda ora, ci fermammo in mezzo alla sabbia. Nell’oscurità più totale, mi nascosi dietro la ragazza e mi cambiai l’assorbente sotto il burqa.

Quando sono tornata al veicolo, ho notato delle piccole macchie sulla mia gonna e mi sono sentita bruciare dalla vergogna. Ma ho ringraziato Dio che il sangue non avesse raggiunto il burqa.

Alla fine del terzo giorno, eravamo entrati in territorio pakistano, ma il viaggio non era ancora terminato.

Lungo il tragitto, abbiamo incontrato un gruppo di ladri pakistani di etnia Baloch. Per un po’ siamo rimasti bloccati in una palude, dove sono svenuto. Dopo aver pagato una tangente, ci hanno lasciato andare, ma ogni due ore ci imbattevamo in un altro gruppo di uomini armati e venivamo costretti a fermarci di nuovo.

Tutti quei momenti di ansia e terrore mi hanno fatto rimpiangere di essere nata femmina, perché in qualsiasi momento sarebbe potuto succedere di tutto.

Alla fine del quarto giorno, mi è stato detto che il giorno successivo il nostro percorso sarebbe passato davanti a un checkpoint appartenente al gruppo terroristico ISIS, e che avrei dovuto fare molta attenzione e fingere di essere muto.

Quelle parole furono sufficienti a farmi sentire come se fossi a due passi dalla morte.

Abbiamo trascorso la notte dietro una montagna e siamo partiti la mattina seguente prima dell’alba. Più ci avvicinavamo a quella casa degli orrori, più mi diventava difficile respirare. Il mio corpo era congelato.

Dopo circa due ore di viaggio, attraverso i minuscoli fori del burqa, i miei occhi scorsero la loro bandiera issata in cima alla montagna. Eravamo arrivati.

Uno degli uomini armati ha infilato la testa dentro il veicolo e ha iniziato a ispezionarci. Non riuscivo nemmeno a respirare.

Hanno fatto scendere il contrabbandiere dal veicolo e lo hanno portato al posto di blocco. È tornato circa mezz’ora dopo, con il viso segnato dagli schiaffi e la camicia coperta di impronte polverose dovute ai calci ricevuti. Ma rideva.

Ha messo in moto il veicolo e si è allontanato da lì il più velocemente possibile.

Alla fine del quinto giorno, disse che il giorno successivo avremmo raggiunto nuovamente il territorio pakistano, ma il sesto giorno eravamo ancora persi nella sabbia.

Alla fine di quella giornata, raggiungemmo il punto di congiunzione tra Iran, Afghanistan e Pakistan. Non avevo modo di far sapere alla mia famiglia, preoccupata, che ero vivo, dato che il mio telefono era scarico dall’inizio di quel viaggio di sei giorni.

Alle 23:00 abbiamo trascorso la notte in un recinto vicino a Quetta, e il giorno dopo siamo ripartiti. Lungo il tragitto, siamo stati continuamente trasferiti da un veicolo all’altro.

In uno dei veicoli, lo spazio era stipato di uomini ammassati uno sull’altro, che si lamentavano del caldo e della mancanza di spazio. Io ero semplicemente grato di essere ancora vivo.

Finalmente, al termine del settimo giorno, raggiunsi Quetta.

La madre del nostro padrone di casa ha aperto il cancello del cortile e io ho potuto sollevare il burqa dal viso e respirare di nuovo.

 

L’UE ospita i talebani mentre i rifugiati a cui è stata promessa protezione vengono lasciati indietro.

Zan Times, 24 giugno 2026, di di Raha Malik e Khadija Haidary

Munira, una donna transgender di 26 anni, vive in un centro di accoglienza per persone LGBTQ+ in Pakistan dal 2023. Afferma che la Germania ha respinto la sua richiesta di asilo nel gennaio 2025 senza fornire una motivazione credibile.

“Quando ho ricevuto quell’email, mi è sembrato che il mondo mi crollasse addosso”, ha dichiarato a Zan Times in un’intervista telefonica. “Perché la mia richiesta è stata respinta? Perché non sono stata ritenuta idonea, quando in quanto donna trans in Afghanistan mi vengono negati persino i diritti più elementari?”, si chiede. “Se torno, mi aspetta solo la morte.”

La Germania ha approvato la richiesta di asilo di Munira nell’aprile del 2023, dicendole di raggiungere il Pakistan con mezzi propri. All’aeroporto di Kabul, un funzionario talebano le ha controllato il passaporto e, ridendo, ha chiesto a un altro se fosse necessario verificare “se fosse un uomo o meno”. I suoi documenti la identificano come maschio, il che le ha permesso di superare i checkpoint talebani, ma in Afghanistan, racconta, ha trascorso due anni rinchiusa in casa dopo essere stata schiaffeggiata e umiliata per strada dai combattenti talebani perché “camminava come una ragazza”. Da allora, si trova in Pakistan, in attesa di partire, alloggiata in un hotel la cui organizzazione di supporto ha avvertito che i finanziamenti potrebbero presto terminare.

Mentre Munira e altri a cui era stata promessa protezione dai talebani sono bloccati fuori dall’Europa, l’Unione Europea ospita una delegazione talebana a Bruxelles. Martedì, funzionari della Commissione Europea hanno incontrato i talebani per quelli che definiscono “colloqui tecnici” sull’espulsione degli afghani le cui richieste di asilo sono state respinte. I talebani non nascondono la loro soddisfazione per l’incontro.

“Si è trattato di una visita storica, poiché è la prima volta in assoluto che una delegazione dell’Emirato islamico ha visitato l’UE e ha tenuto colloqui con gli Stati membri a Bruxelles”, ha dichiarato ai media Abdul Qahar Balkhi, portavoce del Ministero degli Affari Esteri talebano e a capo della delegazione di cinque persone.

La Commissione europea insiste sul fatto che l’incontro non equivalga a un riconoscimento dei talebani. Le organizzazioni per i diritti umani respingono questa distinzione. Eve Geddie, direttrice dell’Ufficio per le istituzioni europee di Amnesty International, ha definito qualsiasi coinvolgimento dell’UE sulle deportazioni in Afghanistan “sconsiderato e pericoloso”, nonché una violazione dell’obbligo stesso del blocco di non rimandare le persone in situazioni di pericolo. Fereshta Abbasi, ricercatrice di Human Rights Watch per l’Afghanistan, ha affermato: “I paesi dell’UE stanno minando la propria credibilità condannando gli abusi dei talebani e perseguendo la responsabilità da un lato, mentre collaborano con i talebani per rimpatriare forzatamente gli afghani dall’altro. Qualsiasi dialogo con i talebani deve dare priorità alla tutela dei diritti umani e alla responsabilità, non alla deportazione di persone in situazioni di pericolo”. Diversi membri del Parlamento europeo hanno definito la mossa un tradimento dei valori stessi dell’UE.

I respingimenti come quello di Munira hanno iniziato ad aumentare dopo che un richiedente asilo afghano ha ucciso un agente di polizia a Mannheim nel maggio 2024, e si sono intensificati dopo un attacco mortale con un coltello da parte di un altro richiedente asilo contro dei bambini ad Aschaffenburg nel gennaio 2025. La migrazione è diventata una questione centrale nelle elezioni tedesche del febbraio 2025, e le organizzazioni per i diritti umani hanno iniziato a segnalare che le richieste di asilo già in fase di valutazione venivano respinte con maggiore frequenza, senza alcuna considerazione per le conseguenze.

La Germania ha quindi lanciato quella che il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt definisce un'” offensiva di rimpatrio “, una politica volta ad aumentare le espulsioni. Il 16 giugno 2026, la Germania ha rimpatriato 32 uomini afghani condannati per reati tra cui omicidio e traffico di droga con un volo charter a Kabul. Berlino sta ora negoziando per consentire l’ingresso in Germania a un maggior numero di funzionari consolari talebani al fine di accelerare le pratiche di espulsione, che rappresenterebbero un contatto formale con un governo che la Germania si rifiuta ancora di riconoscere. “In futuro saranno possibili tre voli charter al mese”, ha dichiarato un portavoce del ministero dell’Interno tedesco all’agenzia di stampa dpa. “Inoltre, i rimpatri individuali con voli commerciali sono sempre possibili”, ha aggiunto il portavoce.

Nel frattempo, i percorsi umanitari che hanno portato Munira e altri in Pakistan, nella speranza di essere reinsediati in Germania – la lista per i diritti umani nota come MRL e il più ampio programma federale di ammissione noto come BAP – sono stati sospesi, sebbene non ancora cancellati. Nel luglio 2025, Reuters ha riferito che circa 2.400 afghani già accettati erano in attesa di essere trasferiti in Germania, con le ONG che stimavano fino a 17.000 altri nelle fasi iniziali. Tuttavia, la Germania non ha fornito alcuna indicazione sui tempi di ripresa del processo.

Per comprendere la portata dei problemi che affrontano i rifugiati afghani che chiedono asilo in Germania, abbiamo parlato con famiglie arrestate dalla polizia pakistana e deportate in Afghanistan, con persone LGBTQ+, con chi lavora per organizzazioni tedesche e con un avvocato tedesco che si batte per i diritti degli afghani in attesa di arrivare in Germania. Sebbene la maggior parte dei rifugiati viva ancora in case di accoglienza sostenute dalla Germania in Pakistan e Afghanistan, affermano che le loro vite sono minacciate da ogni direzione.

Royan è un ragazzo gay di 20 anni che afferma di nascondere la sua identità persino alla sua famiglia. È arrivato in Pakistan alla fine del 2024 dopo aver ricevuto un invito dal programma tedesco Humaitrain. Dopo le elezioni tedesche del 2025, la sua richiesta è stata respinta senza colloquio né spiegazioni.

Ora vive sotto la protezione di un’organizzazione di sostegno LGBTQ+, ma afferma di essere stato ripetutamente avvertito che il suo supporto potrebbe terminare presto, poiché al momento nessun Paese è disposto a concedere asilo a persone come lui.

“In questo momento vivo come un prigioniero in questo hotel”, dice. “Non mi è nemmeno permesso guardare fuori dalla finestra. Non ho il diritto di camminare sul balcone. Nel momento in cui esco dalla mia stanza per prendere una boccata d’aria fresca, i vicini si lamentano e sono costretto a rientrare.”

Descrive l’impossibilità persino di stendere il bucato all’aperto: “Quando lavo i vestiti e voglio stenderli sul balcone, non ci lasciano stare a meno di due metri dal muro, per paura che i vicini si infastidiscano vedendomi. Chiamo questo hotel una prigione. Non riesco a vedere il cielo da qui, né l’esterno. Sono sempre rinchiuso in una stanza.”

Uscire dall’edificio non è più facile, dice. “Il direttore dell’hotel non ci lascia uscire e, per paura della polizia, siamo comunque costretti a rimanere in camera”. Inoltre, sa quanto sia pericoloso per lui uscire. Racconta di essere stato arrestato e derubato due mesi fa dalla polizia pakistana, che gli ha portato via i pochi soldi che aveva e gli ha confiscato il telefono finché non ha pagato una tangente. Ora ha troppa paura per uscire dalla sua stanza. In Afghanistan, dice, alcuni amici di un gruppo LGBTQ+ a cui apparteneva un tempo sono stati arrestati dai talebani e teme che, sotto tortura, possano aver rivelato la sua identità.

La storia di Royan non è un caso isolato. Rina, 28 anni, ex dipendente locale di un’organizzazione tedesca in Afghanistan, si è vista respingere la domanda di asilo nel dicembre 2025, nonostante avesse superato due colloqui presso l’ambasciata.

Sumaya, 28 anni, è stata arrestata insieme al marito dalla polizia pakistana nell’agosto del 2025 e deportata a Kabul nel giro di un giorno, nonostante avesse superato i controlli di sicurezza per la richiesta di asilo in Germania. Nell’hotel di Kabul dove lei e altri 200 deportati circa erano stati alloggiati, nel gennaio del 2026 sono arrivati ​​veicoli dei servizi segreti talebani, dopo che il gruppo si era lamentato con i coordinatori tedeschi del trattamento ricevuto. I combattenti talebani hanno fotografato i loro documenti, filmato gli interrogatori degli uomini e lasciato due guardie permanentemente di guardia all’ingresso. “Ci sentiamo come in prigione”, dice Sumaya. “Ci hanno detto che non abbiamo il diritto di andarcene se non per malattia”.

Un avvocato tedesco che rappresenta diversi di questi casi afferma che Berlino ha la piena responsabilità della situazione e che un impegno di ammissione può essere ritirato anche dopo l’approvazione, ad esempio in caso di presunta falsificazione o se si dichiara che una persona non è più a rischio. Ritiene che le decisioni effettive siano prese dal Ministero dell’Interno tedesco, non dal personale dell’Ambasciata tedesca a Islamabad.

Ciò che accomuna Munira, Royan, Rina e Sumaya non è solo il rifiuto, ma anche la tempistica: i loro casi si sono raffreddati proprio mentre Berlino si avviava verso una cooperazione diretta con i talebani sulle deportazioni e mentre Bruxelles si preparava a sedersi allo stesso tavolo con lo stesso regime da cui avevano rischiato la vita per fuggire.

I nomi sono stati modificati per proteggere l’identità degli intervistati e degli autori. Raha Malik è lo pseudonimo di una collaboratrice di Zan Times in Afghanistan. Khadija Haidary è la caporedattrice di Zan Times, attualmente residente in Tanzania. Atia Farazar è lo pseudonimo di una giornalista di Zan Times in Afghanistan che ha contribuito con i suoi reportage insieme a Naweed.

 

 

Il Pakistan ordina l’arresto immediato degli afghani sprovvisti di visto valido.

Amu tv, 29 giugno 2026, di Bahar Karimi

Secondo quanto riportato dai media pakistani, il Ministero dell’Interno del Pakistan ha ordinato alle autorità di tutto il Paese di arrestare immediatamente i cittadini afghani sprovvisti di visto valido e di accelerarne l’espulsione. 

L’ordinanza è stata diffusa ai governi provinciali, alle amministrazioni regionali e alle autorità del Territorio della Capitale di Islamabad, con l’ordine di applicare la politica in modo uniforme in tutto il Pakistan.

Secondo la direttiva, le autorità locali sono state incaricate di presentare quotidianamente al Ministero dell’Interno rapporti dettagliati sul numero di cittadini afghani trovati senza visto valido e sui provvedimenti adottati nei loro confronti.

La direttiva prevede l’avvio degli arresti a partire dal 10 luglio.

L’ordinanza prevede inoltre di accelerare l’espulsione degli afghani privi di documenti, compresi coloro i cui visti sono scaduti.

L’ultima direttiva giunge mentre il Pakistan prosegue una campagna a livello nazionale per deportare i migranti afghani privi di documenti, una politica che ha suscitato critiche da parte delle Nazioni Unite e delle organizzazioni per i diritti umani per il suo impatto umanitario.

Shawn VanDiver, presidente di AfghanEvac, un’organizzazione con sede negli Stati Uniti che si batte per i diritti degli afghani in attesa di reinsediamento all’estero, ha definito la direttiva “straziante” e ha sollecitato un maggiore intervento internazionale.

“Speriamo che le Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali intervengano”, ha dichiarato VanDiver in un videomessaggio.

Ha inoltre criticato il governo statunitense, affermando che l’amministrazione del presidente Trump e il segretario di Stato Marco Rubio si erano mostrati restii a dialogare con il Pakistan sulla questione.

“È profondamente deludente. Il popolo afghano merita molto di meglio”, ha affermato.

Nel frattempo, alcuni migranti afghani in Pakistan hanno riferito ad Amu che la polizia ha intensificato gli arresti negli ultimi giorni, soprattutto a Islamabad, spingendo alcune famiglie a lasciare la capitale per timore di essere detenute.

Il Pakistan ha lanciato la sua campagna di deportazioni di massa alla fine del 2023, affermando che era rivolta agli stranieri che vivevano illegalmente nel paese. SudAsiatici e diaspora

Secondo i dati del Ministero dell’Interno pakistano e dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), oltre 1,1 milioni di cittadini afghani sono rientrati dal Pakistan solo nel 2025.

I dati delle Nazioni Unite mostrano che quasi 2,4 milioni di rifugiati e migranti afghani sono rientrati dal Pakistan tra settembre 2023 e maggio 2026, molti dei quali sono arrivati ​​in Afghanistan in un contesto di crescente crisi umanitaria ed economica.

Le associazioni femminili mettono in guardia la Germania contro la “normalizzazione” dell’influenza talebana.

Amu TV, 11 maggio 2026, di Siyar Sirat

Una coalizione di attiviste afghane per i diritti delle donne residenti in Germania ha messo in guardia il governo tedesco contro quella che ha definito la graduale normalizzazione dell’influenza dei talebani all’interno delle missioni diplomatiche afghane in Europa, sostenendo che tale sviluppo comporta rischi politici, sociali e per la sicurezza che vanno ben oltre la stessa diaspora afghana.

In una lettera aperta indirizzata al ministro dell’Interno tedesco, Alexander Dobrindt, e al ministro degli Esteri, Johann Wadephul, l’Organizzazione di coordinamento delle attiviste afghane (AWACB) ha affermato che i recenti sviluppi riguardanti le rappresentanze diplomatiche afghane in Germania hanno intensificato le preoccupazioni tra gli esuli afghani.

La lettera, emessa a Berlino nel maggio 2026 e pubblicata in collaborazione con l’Organizzazione europea per l’integrazione, citava recenti notizie diffuse dai media tedeschi secondo cui individui affiliati ai talebani stavano tentando di reclutare stagisti attraverso le sedi diplomatiche afghane in Germania e di espandere le reti istituzionali legate all’amministrazione talebana.

«Le ambasciate e i consolati non sono spazi neutrali», ha scritto il gruppo. «Creano reti politiche, influenza sociale e strutture di lealtà a lungo termine».

Gli attivisti hanno esortato il governo tedesco a valutare quelle che hanno definito le conseguenze a lungo termine dell’influenza che attori legati ai talebani stanno acquisendo sui servizi consolari e sulle strutture diplomatiche afghane in Europa.

La lettera sosteneva che molti afghani residenti in Germania, tra cui attiviste per i diritti delle donne, giornalisti, ex giudici, accademici ed ex dipendenti governativi, erano fuggiti proprio da quei sistemi politici e ideologici che ora si teme stiano riemergendo attraverso i canali diplomatici.

Il gruppo ha inoltre espresso preoccupazione per la supervisione finanziaria dei servizi consolari afghani in Europa, sottolineando come i cittadini afghani dipendano dalle ambasciate e dai consolati per ottenere passaporti e documenti ufficiali, generando così ingenti flussi di entrate. Gli attivisti hanno affermato che non è ancora chiaro quali garanzie esistano per assicurare che tali fondi non vengano indirettamente utilizzati per sostenere strutture legate ai talebani.

Nella lettera, i talebani venivano descritti come “un regime islamista autoritario” che esclude sistematicamente le donne dalla vita pubblica e reprime l’opposizione politica. Le attiviste hanno evidenziato le restrizioni all’istruzione femminile e le più ampie limitazioni imposte alle donne da quando i talebani sono tornati al potere nel 2021.

La lettera avvertiva inoltre che le scuole e gli istituti di istruzione in Afghanistan si erano progressivamente trasformati in strutture religiose a forte connotazione ideologica, minando l’educazione pluralistica e i valori democratici.

La Germania, come altri Paesi occidentali, non ha riconosciuto formalmente il regime talebano, ma ha mantenuto un dialogo limitato con i suoi funzionari su questioni quali migrazione, affari consolari e accesso umanitario.

Negli ultimi mesi, in Germania e in altri paesi europei, il dibattito sulle politiche migratorie e di deportazione degli afghani si è intensificato, nel contesto di discussioni più ampie sulle relazioni con i talebani.

Gli attivisti hanno chiesto a Berlino di garantire “piena trasparenza” riguardo a qualsiasi influenza legata ai talebani nelle missioni diplomatiche afghane, di condurre valutazioni di sicurezza su possibili reti di reclutamento e di istituire maggiori tutele per i membri vulnerabili della diaspora afghana.

Hanno inoltre esortato la Germania a mantenere una politica nei confronti dell’Afghanistan incentrata sui diritti umani, sui principi democratici e sulla tutela delle donne.

«Il vero pericolo non emerge all’improvviso», affermava la lettera. «Si sviluppa gradualmente, attraverso la presenza istituzionale, la normalizzazione sociale e reti di influenza consolidate nel tempo».

Al momento della pubblicazione, le autorità tedesche non avevano ancora risposto pubblicamente alla lettera.

[Trad. automatica]

La crisi senza fine dei rifugiati afghani

vaticannews.va Paolo Affatato 13 aprile 2026

Oltre 5,8 milioni di rifugiati afghani, ospitati principalmente in Iran e Pakistan, affrontano oggi un’ondata crescente di deportazioni forzate che aggrava la già fragile situazione dell’Afghanistan. Il fenomeno si intreccia con le tensioni politiche e militari tra Islamabad e Kabul, mentre le conseguenze più gravi ricadono su donne e bambini.

È una crisi che deriva da oltre 40 anni di guerra, povertà e disastri naturali. La crisi dei rifugiati afghani tocca oltre 5,8 milioni di persone ospitate principalmente in Iran (3,5 milioni) e Pakistan (1,6 milioni), le due nazioni che hanno accolto diverse ondate di rifugiati fin dal 1979. Da alcuni anni, però, il quadro sta cambiando e le politiche di reinsediamento dei profughi sono una materia entrata a influenzare anche il recente conflitto tra Pakistan e Afghanistan. Islamabad ha potenziato e reso più frequenti i provvedimenti di espulsione degli afghani — solo domenica scorsa oltre 2.000 persone — e le migliaia di rifugiati, rimpatriati forzatamente in un Paese economicamente al collasso, finiscono per mettere a dura prova le infrastrutture locali, l’istruzione e i servizi sanitari in Afghanistan.
L’aumento dei rimpatri forzati
Secondo quanto riferito dalle autorità talebane, entrambi i Paesi confinanti proseguono con le deportazioni nel contesto dei conflitti in corso. Un forte aumento dei rimpatri si registra a partire dalla fine del 2023: secondo i dati delle Nazioni Unite, sono oltre 2,9 milioni e, come ha riferito l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr) e, nel 2026, quasi 150.000 sono rientrati dal Pakistan e dall’Iran, aumentando la pressione sulle già limitate risorse interne all’Afghanistan.
Il conflitto tra Pakistan e Afghanistan
Il fenomeno si intreccia con il recente conflitto tra Pakistan e Afghanistan, incentrato principalmente sull’attività del gruppo Tehreek-e-Taliban Pakistan (Ttp), i cosiddetti “talebani pakistani”, una fazione che ha aumentato la violenza e gli attacchi terroristici sul suolo pakistano. Il rifiuto dei talebani afghani di fermare il Ttp ha spinto il comando militare di Islamabad a considerare esaurita la via del dialogo, optando per bombardamenti diretti contro i “santuari del Ttp” su suolo afghano. La tensione tra i due Paesi è alle stelle, «e viene alimentata dal fatto che il Pakistan ha accelerato l’espulsione forzata di oltre un milione di afghani, stabilitasi in Pakistan a partire dalla fine degli anni ‘70», spiega a «L’Osservatore Romano» padre Cecil Paul, missionario pakistano degli Oblati di Maria Immacolata, direttore dell’Oblate media Centre in Pakistan.
Diffidenza e proposte di dialogo
«Quei rifugiati afghani — afferma il sacerdote — in passato hanno trovato accoglienza in Pakistan, si sono stabiliti qui, hanno trovato lavoro e si sono inseriti nel tessuto sociale. Ma fra loro sono cresciute attività criminali, come traffico di droga, tratta di esseri umani, terrorismo. Per questo ora il governo pakistano ha scelto la via della deportazione indiscriminata. E adesso gli afgani nutrono sentimenti di odio e ostilità verso il Pakistan». Padre Cecil Paul nota che «la gente del Pakistan si sente tradita dagli afghani, che hanno varcato il confine a causa di guerre e persecuzioni e hanno trovato accoglienza. Ora subire attacchi terroristici da gruppi afghani crea frustrazione e animosità perché la gente considera gli afghani poco riconoscenti. Oggi — osserva il missionario — per ristabilire un clima di fiducia bilaterale e intraprendere una via di pace, il governo pakistano dovrebbe consentire il soggiorno ai rifugiati afghani che vivono pacificamente e non hanno legami col terrorismo, confermando che quella pakistana è una società inclusiva e pluralistica». E, sull’altro fronte, «il governo di Kabul dovrebbe collaborare nella lotta al terrorismo, che è un nemico comune», nota. In tale quadro, i cristiani pakistani, conferma il missionario, sostengono percorsi di fraternità , soprattutto verso i più poveri e i vulnerabili.
Bambini e donne: le principali vittime
Tra costoro vi sono sicuramente i bambini: in un contesto come l’Afghanistan, nazione in cui oltre 40 milioni di persone continuano ad affrontare una grave insicurezza alimentare, i rimpatriati hanno bisogno di assistenza umanitaria e l’infanzia si trova in uno stato di particolare sofferenza. Secondo dati Unicef, a maggio 2024, circa 6,5 milioni di bambini in Afghanistan — ovvero quasi tre bambini su dieci — soffrono per l’emergenza alimentare e i piccoli afghani rimpatriati dal Pakistan e dall’Iran sono tra quelli. L’impatto del conflitto e della campagna di deportazione è particolarmente devastante su donne e bambini, molti dei quali non vanno a scuola e, parallelamente, sono malnutriti: si stima che 2,9 milioni di bambini sotto i cinque anni abbiano sofferto di malnutrizione acuta nel 2025.
Gli aiuti e le difficoltà della reintegrazione
In una crisi che ha radici antiche, l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati cerca di assistere i rimpatriati afghani fornendo sussidi in denaro per far fronte ai loro bisogni immediati, nonché servizi sanitari di base e assistenza scolastica al fine di aiutarli a reintegrarsi nelle loro comunità di origine. Ma il processo è estremamente difficile. «Centinaia di bambini e famiglie afghane tornano in patria senza nulla e senza un futuro che li attenda», osserva l’Ong Save the Children, che opera in Afghanistan dal 1976, e non ha smesso di esserci anche durante i periodi di conflitto. «L’Afghanistan — rileva — è ancora uno dei posti peggiori al mondo in cui crescere un bambino».

 

Khadija Haidary. “L’Afghanistan è il mio posto. Ma ora lì non posso esistere”

Alessia Cesana, Altreconomia, 31 marzo 2026

Incontro a distanza con l’attivista e scrittrice afghana esiliata in Pakistan. Diventata giornalista per necessità e rabbia, prima del ritorno dei Talebani la sua vita era completamente diversa, fra uffici governativi e università. Invisa al regime per il suo impegno nelle scuole clandestine femminili e per i suoi articoli, è stata costretta a fuggire a fine 2024. Oggi lavora anche come editor di Zan Times e teme, come milioni di suoi connazionali, di essere rimpatriata con la forza

“Scrittrice, editor, giornalista, madre e rifugiata; mi sento anche una specie di femminista”. Khadija Haidary parla di sé seduta sul pavimento di una stanzetta in albergo a Islamabad, in Pakistan, dove si trova bloccata con la sua famiglia. Lavora per Zan Times, una testata che raccoglie articoli, voci e testimonianze femminili dall’Afghanistan.

Nel 2021, quando le truppe statunitensi e Nato si sono ritirate dal Paese dopo vent’anni, lei era impiegata come esperta di economia in un ufficio del governo. Del 15 agosto, il giorno della presa della capitale, Haidary ricorda la sensazione collettiva di incredulità: “Tutti erano sorpresi. Non ci credevamo. Certo, seguivamo le notizie, ma si pensava che non gliel’avrebbero lasciato fare”. Le amministrazioni pubbliche e la Corte Suprema, dove lavorava il marito Habib, sono stati chiusi lasciando entrambi per la prima volta senza impiego e segnando l’inizio dell’instabilità che ancora oggi condiziona le loro vite.

Mesi di fame, impieghi saltuari, resistenza clandestina e intimidazioni da parte dei Talebani hanno portato alla decisione sofferta di emigrare, anche per il bene del loro unico figlio, nato ad agosto 2022. A ottobre 2024, tornati da due mesi a Kabul nella casa della famiglia del marito -in cui non avevano né una stanza né un bagno-, due miliziani del governo si sono presentati alla porta: hanno chiesto di Habib, ma cercavano Khadija, ormai diventata troppo scomoda per il regime. Hanno messo sottosopra l’abitazione, senza trovare nulla di compromettente.

Perseguitata dagli incubi e dal senso di colpa, ha voluto prendere la situazione in mano: ha telefonato a Zahra Nader, direttrice di Zan Times, e le ha domandato se potesse assicurarle uno stipendio di 400 dollari nel caso si fosse trasferita. Quando ha ricevuto un sì, lei e suo marito hanno raccolto duemila dollari dalle due famiglie, hanno comprato un visto medico per il Pakistan per tre mesi, e sono partiti. Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), dalla fine del 2020 a giugno 2025 le persone costrette a lasciare il Paese sono passate da 5,8 milioni a più di 10 milioni. In Pakistan, a gennaio 2026, l’Unhcr stimava circa 1,92 milioni di rifugiati afghani; fra di loro, molti come Haidary e la sua famiglia, sono entrati con documenti che poi sono scaduti e, non essendo considerati residenti legali, rientrano nel piano di espulsione deciso nel settembre 2023 dal governo pakistano.

In quest’ultimo anno e mezzo la giornalista, col figlio e il marito, si è spostata da Quetta a Islamabad, fino a Karachi, in cui è riuscita a trovare solo un appartamento buio e insalubre a causa dell’irregolarità e della nazionalità. Ricorda momenti in cui cercavano nelle tasche e nei cassetti, sperando di trovarci un dollaro dimenticato. L’ostilità contro di loro cresceva, complice anche la nuova fiammata del conflitto fra Islamabad e Kabul: iniziato nel 2024, nel febbraio di quest’anno il Pakistan ha dichiarato “guerra aperta” e attaccato le province afghane meridionali di Nangarhar, Paktika e Khost.

Quando le hanno comunicato che non sarebbero potuti rimanere ancora in quella casa, Khadija ha provato sollievo. Ha preso l’informazione come un segno del destino per lasciare definitivamente il Pakistan e, con l’aiuto delle colleghe di Zan Times e dell’Unhcr, ha ottenuto dei visti turistici per la Tanzania. Ciononostante, il 26 febbraio non li hanno lasciati imbarcare perché nella data segnata sul loro biglietto di ritorno -che non avevano intenzione di usare- non avrebbero avuto documenti validi per rientrare nel Paese.

Notti di incubi

Poi la situazione internazionale è precipitata. Quando hanno ritentato il 28 febbraio, accompagnati in aeroporto da un avvocato dell’Unhcr, i voli sono stati cancellati per via degli attacchi israelo-statunitensi all’Iran. “È scoppiata la guerra mondiale. Per noi è stata una notte terribile perché nessuno voleva darci una stanza, nonostante il bambino piccolo. Appena vedevano i passaporti afghani, ci cacciavano. Stavo morendo di stress”, racconta Khadija. Il giorno successivo il consolato generale statunitense di Karachi è stata assaltato in protesta e i militari hanno aperto il fuoco sui manifestanti, uccidendone fra i 10 e 16 e ferendone altri 60. Il 4 marzo sono arrivati a Islamabad, da dove avrebbero continuato a tentare la fuga. Due giorni dopo i loro documenti per l’espatrio sono scaduti e ora sono in attesa di riottenerli.

“In queste notti di incubi mi sono vista come Anna Frank -dice, sorridendo nervosamente.- In clandestinità, nascosta dalla Gestapo”. Passa le giornate sperando di non sentire bussare alla porta: serra le tende, chiude la porta a chiave e fa silenzio ogni volta che pensa stia arrivando la polizia. Custodisce 400 dollari in contanti, ultima risorsa nel caso li scoprissero.

Conosce direttamente una giornalista connazionale che è riuscita a corrompere gli ufficiali una volta, ma poi dopo tre giorni è stata arrestata a Islamabad: prelevata dalla polizia senza poter raccogliere nulla -nemmeno documenti, abiti o medicine- è stata portata all’“Haji camp”, una base sorvegliata dai militari in cui non sono garantiti i diritti umani. È sovraffollata, caotica, non c’è acqua potabile né riscaldamento e le condizioni igieniche sono orribili.

Dopo poche ore è stata caricata su un autobus, è stata portata alla frontiera a Torkham e da lì è stata espulsa in Afghanistan. Nel 2025, secondo Unhcr e Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom), 995.700 persone sono rientrate dal Pakistan all’Afghanistan, di cui 140.500 deportate; solo nella prima metà di marzo sono rientrati in 7.788. Sempre lo scorso anno sono stati espulsi 1.879.200 afghani dall’Iran, di cui 1.261.600 deportati. Dall’inizio del 2026 più di mezzo milione di persone sono rientrate nel Paese, imponendo un ulteriore carico alla sua economia già precaria e impoverita.

Khadija Haidary dice che se lei dovesse essere rimpatriata, dovrebbe annullarsi: “Se torno a Kabul devo cambiare tutti i miei account social. Smettere di usare il mio nome, di nuovo. Devo nascondere tutto, vivere in clandestinità. Perderei il mio lavoro e la mia identità”. Diventata giornalista per necessità e rabbia, non è intenzionata a smarrirsi un’altra volta.

Scrivere come liberazione

Con l’avvento dei Talebani è dovuta andare a chiedere rifugio ai suoi genitori, nella parte rurale a Nord dello Stato. Spiega che suo padre attribuiva un grande valore all’istruzione -per lei, ma anche per le sue cinque sorelle e i suoi quattro fratelli-, e l’aveva convinta a iscriversi a una facoltà scientifica, nonostante il suo amore per la letteratura. “Quando sono arrivata a Kabul nel 2009 mi sembrava un sogno. Il dormitorio era stupendo, mi sentivo in un film”. Conseguita la magistrale, è rimasta in università dove ha conosciuto il marito, laureato in legge.

Dopo tre mesi dalla caduta di Kabul, a novembre 2021, sono tornati nella capitale, ospitati. Lui ha trovato lavoro come maestro, ma lei no e passava le giornate in casa. “Ero così depressa. Desideravo solo dormire, eppure non riuscivo. Ho deciso allora che dovevo fare qualcosa: sono diventata insegnante volontaria in una scuola clandestina per ragazze. Questa per me è la resistenza”, racconta. Quando era bambina la scuola era intermittente per via della guerra, spiega, ma si sapeva che prima o poi avrebbe riaperto, mentre ora era una decisione definitiva e a lei non stava bene.

La paura del pericolo che comportava questo atto era oscurata dall’indignazione: ogni volta che usciva vedeva i cartelloni giganteschi affissi dai Talebani che rappresentavano il modo corretto di vestirsi per le donne e questo la faceva sentire umiliata. Le strade erano pattugliate e le donne controllate strettamente. Ricorda un giorno specifico della sua gravidanza in cui un soldato l’ha fermata con fare minaccioso per via dell’abbigliamento e lei ha temuto di non sapersi contenere; aveva le ginocchia che tremavano ed è scoppiata in un pianto furioso appena le è stato permesso di allontanarsi.

Ha ritrovato uno spiraglio di speranza subito dopo il parto, ad agosto 2022, quando è riuscita a farsi assumere come professoressa in un’università privata. A dicembre, però, il futuro si è spezzato di nuovo perché le donne -e tutti i libri scritti da loro- sono state bandite dalla professione. E perdere il lavoro per la seconda volta è stato ancora più duro. “Vivevo chiusa dentro, tutto mi dava fastidio, qualsiasi rumore. Mi sono anche tagliata i capelli corti, come atto di protesta: era la prima volta in più di trent’anni. Questo è stato il momento in cui ho iniziato a scrivere”.

Una speranza nel giornalismo

Scriveva in protesta, voleva raccontare a tutte e tutti dell’oppressione, della reclusione, delle imposizioni assurde, delle scuole clandestine, della resistenza femminile, delle ristrettezze economiche. Mandava gli articoli a giornali locali e stranieri, con il suo vero nome. Quando dall’estero volevano pagarla 200 dollari per un suo pezzo -una piccola fortuna per lei in quel momento- ha avuto una rivelazione: poteva fare della scrittura il suo lavoro.

Entrata in contatto con Zan Times, ha cominciato a collaborare periodicamente con la testata. Alcune sue colleghe sono come lei, si sono dovute reinventare sotto il governo talebano, ma altre sono giornaliste professioniste anche da più di dieci anni; fra di loro, ad esempio, c’è la direttrice Zahra Nader, giornalista dal 2011 e collaboratrice del New York Times dal 2016. Qui le hanno imposto di usare uno pseudonimo per la sua sicurezza. “All’inizio mi sono opposta -racconta fieramente Haidary.- Dicevo loro di non preoccuparsi, che sapevo badare a me stessa. Mi sembrava di rinunciare alla mia identità che avevo ritrovato con tanta fatica”. Con il tempo, però, si è abituata al suo nuovo nome e ci si è affezionata.

Ma il suo attivismo nelle scuole, la sua schiettezza e il suo lavoro giornalistico non erano passati inosservati ai mille occhi del regime. Dopo l’ennesimo licenziamento del marito, che ha comportato un altro ritorno a casa dei suoi genitori, Khadija ha scoperto che i Talebani la stavano cercando. Erano andati a intimidire il padre: “Se volete una vita tranquilla, tua figlia non deve dire niente contro questo governo. Deve stare zitta”.

Khadija non era però disposta a rinunciare alla resistenza, per di più ora che stava ricevendo anche un’educazione giornalistica più formale. Allontanata dalla casa, la famiglia è tornata a Kabul. Qui hanno percepito che il rischio era troppo alto, fino al giorno della perquisizione della loro abitazione che li ha costretti a scappare. Se la giornalista fosse deportata, questa è la situazione che l’aspetterebbe. “L’Afghanistan è il mio Paese, il mio posto, il luogo dove sono nata e dove c’è la mia famiglia -confida Haidary.- Ma ora lì non può esistere Khadija”.

L’impotenza dei rifugiati afghani in Pakistan

8AM Media, 15 marzo 2026

A seguito dell’escalation del conflitto tra i talebani e il Pakistan, la situazione di migliaia di rifugiati afghani in questo Paese è peggiorata drasticamente. I rifugiati afghani in Pakistan affermano che l’esercito pakistano non riconosce alcun “rispetto per i confini” e non mostra alcuna pietà per nessuno, nemmeno per i bambini e i malati. Secondo questi rifugiati, ora stanno affrontando numerosi problemi mentali e psicologici e i loro figli sono privati ​​dei diritti umani più elementari. Aggiungono che, invece di andare a scuola e divertirsi, i loro figli sono nascosti in casa e in ogni momento avvertono con ansia gli adulti che “sta arrivando la polizia”. Questi rifugiati sottolineano che, a causa della chiusura dei valichi di frontiera, i centri di accoglienza temporanei in Pakistan non possono più ospitare i rifugiati detenuti e che tutti vengono trasferiti nelle carceri del Paese. Affermano che, a causa dell’interruzione delle comunicazioni, nessuno nel Paese conosce la sorte dei loro cari e questa situazione ha destato grave e diffusa preoccupazione.

Rifugiati vessati e derubati

Mentre il conflitto militare tra Pakistan e talebani continua, migliaia di rifugiati afghani nel Paese si trovano in una situazione difficile. Questi rifugiati affermano che, sebbene siano stati costretti a lasciare il Paese a causa delle minacce dei talebani, stanno anche pagando il prezzo delle politiche talebane in Pakistan, venendo arrestati e imprigionati. Secondo loro, decine di donne, bambini e uomini languono attualmente in carcere senza alcuna accusa penale o procedimento legale.

Asad, uno di questi rifugiati, afferma: “Non hanno alcun rispetto per i morti dei migranti. Non c’è umanità, onore o perdono nella polizia di questo Paese, e non c’è davvero nessuno che possa fermare la loro oppressione. Si sono rimboccati le maniche solo per derubare i migranti che non hanno nemmeno il pane da mangiare. Attaccano le case dei migranti tre o quattro volte a settimana e si portano via ingenti somme di denaro. Chi non paga o non ha soldi viene portato in prigione con percosse e violenze di ogni genere, violenze che non sono ammesse nemmeno contro un criminale.”

Il rifugiato aggiunge: “Perché il Pakistan agisce con tanta sfrontatezza per reprimere i rifugiati, in contrasto con i valori dei diritti umani? Perché nessuna istituzione si interroga su cosa stia realmente accadendo? Ieri, la casa di un rifugiato è stata attaccata e a una famiglia sono stati rubati trecentomila rupie. Cioè, un rifugiato che a malapena riesce ad arrivare a fine mese, quante volte e quanto dovrebbe pagare alla polizia? Nessuno sa davvero cosa stia succedendo in questa giungla senza legge. Non c’è nessuno che possa ricordarlo a questo Paese.”

Shahrbanu Javadi, attivista civile e rifugiata afghana in Pakistan, afferma: “La situazione generale dei rifugiati in Pakistan è drammatica. La procedura per il rilascio dei visti è stata bloccata e sono in corso perquisizioni porta a porta per deportarli. La polizia pakistana si reca nelle case dei rifugiati per deportarli e nelle città alla periferia di Islamabad sono stati diffusi numeri di telefono affinché ogni cittadino pakistano che segnali la presenza di rifugiati afghani riceva una ricompensa di diecimila kaldar. La situazione è diventata estremamente difficile per i rifugiati.”

Nessuna istituzione li aiuta

Nikbakht Arefi, un altro rifugiato afghano in Pakistan, afferma che i rifugiati, soprattutto donne e bambini, non hanno nulla a che fare con la guerra e i conflitti tra i talebani e il Pakistan, ma ne sono le principali vittime. Secondo lui, la maggior parte dei rifugiati è stata costretta a lasciare l’Afghanistan a causa dei problemi di sicurezza creati dai talebani, ma la polizia pakistana li arresta e li trasferisce nei centri di detenzione senza tener conto della loro situazione.

Il rifugiato ha aggiunto: “Il rinnovo e il rilascio dei visti sono stati sospesi e molti afghani aspettano da mesi il rinnovo o il rilascio dei loro visti. Il governo pakistano non dovrebbe interrompere il rilascio dei visti ai rifugiati afghani e dovrebbe adottare le precauzioni necessarie per la loro espulsione, perché la maggior parte dei rifugiati attualmente residenti in Pakistan è fuggita dalle politiche sbagliate dei talebani e la vita in Afghanistan è difficile per loro”.

Un altro rifugiato afghano in Pakistan afferma: “Siamo venuti in Pakistan per sbrigare le pratiche per lo status di rifugiato. Almeno negli anni precedenti, eravamo un po’ più tranquilli durante il Ramadan, ma ora, a causa delle azioni dei talebani, le case vengono perquisite giorno e notte e le persone vengono arrestate. Prima c’erano più restrizioni a Islamabad, quindi siamo venuti a Peshawar; ma ora la situazione è la stessa anche a Peshawar. Ogni giorno le persone vengono arrestate all’esterno e le case vengono perquisite di notte. Non esiste alcuna istituzione che possa aiutare i rifugiati.”

Allo stesso tempo, 8Sobah ha diffuso un video che mostra una donna svenire dopo essere stata arrestata e lasciata in ospedale dalla polizia. Un parente della donna afferma che la polizia pakistana non sta prestando alcuna attenzione e ha trattenuto la paziente in tali condizioni, abbandonandola in ospedale. Dice: “Questa paziente è in condizioni tali da avere difficoltà persino a respirare normalmente”.

Arresti arbitrari e espulsioni di giornalisti

Ahmad Shah Rahimzai, un giornalista detenuto dalla polizia pakistana da quasi due settimane nonostante avesse un visto valido, ha inviato ai media una registrazione audio in cui si lamenta della sua difficile situazione e afferma di essere picchiato dalla polizia. Nella registrazione, dice: “Sono in detenzione da quasi 13 o 14 giorni. Mi hanno reso la situazione molto difficile. Mi picchiano, anche se ho un visto e sono registrato presso la polizia. Quando mi hanno arrestato, mi hanno chiesto dei soldi, ma non ne avevo. Ora mi trattano malissimo e dicono che sto uccidendo la nostra gente, mentre noi stessi siamo stati costretti a lasciare il Paese”.

Abdul Ahad, giornalista afghano, e sua moglie, detenuti nel carcere di Adiala in Pakistan nonostante siano in possesso di un visto valido, hanno suscitato la reazione dei giornalisti pakistani. Questi ultimi affermano che l’ordine di rilascio è stato emesso l’11 marzo, ma Abdul Ahad rimane detenuto insieme alla moglie e ai figli.

Nel frattempo, Reporters Without Borders ha rilasciato una dichiarazione in cui esprime profonda preoccupazione per gli arresti arbitrari e le espulsioni di giornalisti afghani in Pakistan e chiede la fine immediata di questa repressione.

Impossibile curarsi

Centinaia di pazienti che ricevevano cure in Pakistan, in particolare nel reparto oncologico dell’ospedale Shaukat Khanum, si trovano in una situazione difficile a seguito del conflitto tra talebani e Pakistan. Devono affrontare numerosi problemi a causa delle strade bloccate e della mancanza di fondi per rimanere in Pakistan.

Allo stesso tempo, centinaia di altri pazienti, le cui cure non sono possibili nel paese e i cui farmaci importati dal Pakistan sono stati interrotti, attendono da mesi l’apertura del valico di frontiera di Torkham per potersi recare in Pakistan per le cure; ma continuano a sopportare il dolore e la sofferenza in silenzio e a esalare l’ultimo respiro nella più totale impotenza.

Noorullah Nayab, una delle insegnanti, ha scritto: “Ho assunto regolarmente sei pillole e mezza due volte al giorno per dieci anni. Dopo i recenti eventi, le case farmaceutiche sono cambiate, quindi il farmaco che uso ora non è efficace come quello precedente. Il mio dolore è peggiorato. Chi è responsabile del mio dolore?”

La guerra uccide anche civili

Ciò avviene mentre il conflitto tra i talebani e il Pakistan si protrae da quasi tre settimane. Nella notte di venerdì 12 marzo, il Pakistan ha continuato i suoi raid aerei bombardando alcune zone di Kabul, Kandahar, Paktia e Paktika, uccidendo e ferendo numerosi civili.

La Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) ha annunciato che quattro civili sono stati uccisi e altri 14 feriti in seguito a raid aerei pakistani nella zona di Pul-e-Charkhi a Kabul. Allo stesso tempo, i funzionari di entrambe le parti hanno continuato a lanciare avvertimenti e a rivendicare a vicenda pesanti perdite.

Dopo che il Ministero della Difesa dei talebani ha annunciato che un attacco con droni da parte del gruppo ha preso di mira il centro militare di Hamza a Faizabad, Islamabad, uccidendo 14 soldati, il presidente pakistano Asif Ali Zardari ha condannato fermamente gli attacchi con droni contro “aree civili” nel Paese, affermando che i talebani hanno oltrepassato una linea rossa. Ha sottolineato che il Pakistan non tollererà gli attacchi contro i civili e difenderà il suo popolo. Zardari ha anche aggiunto che il territorio afghano non dovrebbe essere utilizzato per compiere attività terroristiche contro i Paesi vicini.

Il Pakistan ha inoltre annunciato ieri sera che la sua aviazione ha bombardato tre zone della città di Kandahar nella notte di sabato 13 marzo. I media pakistani hanno anche riferito che gli attacchi aerei sono stati diretti contro il quartier generale delle forze speciali del leader talebano nel 13° distretto di Kandahar.

Le autorità pakistane stanno avvertendo i talebani di ulteriori bombardamenti, mentre il Ministero degli Esteri indiano ha condannato gli attacchi aerei pakistani sul territorio afghano, affermando che tali azioni hanno causato la morte di civili e la distruzione di infrastrutture.

Il portavoce del Ministero degli Esteri indiano, Randhir Jaiswal, ha dichiarato che il Pakistan è ostile all’idea di un “Afghanistan indipendente”. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno espresso il loro sostegno al Pakistan e il rappresentante speciale della Cina è impegnato in colloqui per mediare tra le due parti.

Il ministero degli Esteri pakistano ha accusato l’India di creare instabilità regionale dopo che un portavoce del ministero degli Esteri indiano ha affermato che il Pakistan è ostile all’idea di un “Afghanistan indipendente”. Il Pakistan ha definito la protesta dell’India ipocrita e ha affermato che il Paese sta deliberatamente sostenendo gruppi terroristici per minare la sicurezza del Pakistan.