Dal PKK a Öcalan, la scommessa della pace in Kurdistan
osservatoriorepressione.info 19 agosto 2026
Lo scioglimento del PKK e l’appello di Abdullah Öcalan hanno reso possibile una svolta impensabile dopo quarant’anni di conflitto. La nuova legge turca apre la strada al disarmo, ma la pace dipenderà dal riconoscimento della questione curda, dalla democratizzazione della Turchia e dalla libertà dello stesso Öcalan.

Dopo oltre un anno di negoziati, incontri e attese, la Turchia ha finalmente una legge quadro per accompagnare il processo aperto dalla decisione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan di deporre le armi e sciogliersi. Il 10 agosto il parlamento di Ankara ha approvato la “Legge sul rafforzamento della solidarietà nazionale e dell’integrazione sociale”, il primo vero dispositivo legislativo costruito intorno alla prospettiva di chiudere oltre quarant’anni di conflitto armato tra lo Stato turco e il PKK. Il testo stabilisce le condizioni giuridiche attraverso cui, dopo la verifica dell’effettiva cessazione dell’organizzazione e della consegna delle armi, potranno essere sospesi procedimenti e pene e successivamente archiviati alcuni casi. Il 18 agosto il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha firmato la legge, pubblicata nella Gazzetta ufficiale.
Sul voto finale circolano dati leggermente differenti: fonti parlamentari e media turchi riportano 467 voti favorevoli, 87 contrari e sette astensioni, mentre Reuters e Anadolu indicano rispettivamente 468 favorevoli su 600 deputati e 468 sì, 88 no e sei astensioni. Al di là della discrepanza, il dato politico non cambia: una maggioranza molto ampia del parlamento ha accettato un passaggio che soltanto poco più di un anno fa sarebbe apparso difficilmente immaginabile.
Dietro quella maggioranza, però, convivono progetti politici molto diversi. L’AKP di Erdoğan e il nazionalista MHP di Devlet Bahçeli hanno sostenuto la legge insieme al DEM Parti, espressione della sinistra curda, mentre anche altre formazioni di opposizione e della sinistra hanno contribuito all’approvazione. Sul fronte contrario si collocano soprattutto settori del nazionalismo turco che continuano a considerare sbagliata qualsiasi soluzione che non passi attraverso la sconfitta militare definitiva del PKK. Ma le critiche non arrivano soltanto da destra. Una parte delle opposizioni e della sinistra contesta infatti il carattere troppo ristretto della legge: la fine della guerra, sostengono, non può significare semplicemente risolvere la posizione giudiziaria di chi è direttamente legato al PKK lasciando intatto l’apparato repressivo che negli anni ha colpito politici, amministratori locali, giornalisti, avvocati, attivisti e militanti.
È questa la contraddizione che attraversa l’intero provvedimento. La legge può rappresentare uno strumento per chiudere materialmente il conflitto armato, ma non contiene ancora quella trasformazione democratica capace di affrontarne le cause politiche. La questione curda quasi scompare dietro il linguaggio della “solidarietà nazionale” e della “integrazione sociale”, mentre il governo continua a definire ufficialmente il percorso come costruzione di una “Turchia senza terrorismo”. Non è una differenza puramente lessicale. Se quarant’anni di guerra vengono raccontati esclusivamente come un problema di terrorismo e disarmo, il rischio è che la pace venga ridotta alla cessazione dell’insurrezione, senza mettere in discussione le condizioni politiche, culturali e istituzionali che hanno alimentato quel conflitto.
La legge stabilisce infatti che le nuove misure diventeranno operative soltanto quando gli apparati di sicurezza avranno accertato la fine dell’esistenza effettiva del PKK/KCK e delle strutture ad esso collegate e la consegna delle armi e delle munizioni sotto il loro controllo. Tale accertamento dovrà poi essere confermato dal Consiglio di sicurezza nazionale e pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Solo allora potrà scattare il meccanismo previsto per sospendere indagini, processi e l’esecuzione di determinate condanne.
Non si tratta quindi di un’amnistia generale e immediata. Per alcuni reati sono previsti periodi di sospensione di cinque o dieci anni e, se nel frattempo non vengono commessi nuovi reati, i procedimenti potranno essere definitivamente archiviati. Restano inoltre esclusi alcuni responsabili di omicidio e condannati all’ergastolo e, soprattutto, Abdullah Öcalan.
Proprio qui emerge uno dei paradossi più evidenti dell’intero processo. La svolta che ha reso possibile questa legge nasce infatti da Öcalan, detenuto dal 1999 nell’isola-prigione di Imralı. Nel febbraio 2025 il fondatore del PKK aveva rivolto all’organizzazione l’appello a deporre le armi e sciogliersi. Il PKK aveva successivamente accettato quella prospettiva, arrivando nel maggio 2025 alla decisione di porre fine alla propria lotta armata. Eppure l’uomo che ha reso possibile il passaggio resta escluso dai benefici della legge e non gli viene riconosciuto un ruolo formalizzato nella gestione politica del processo.
L’Hareket Yönetimi, la struttura nata dopo la decisione di scioglimento del PKK, ha riconosciuto il valore del passaggio parlamentare definendolo un inizio, ma ha contemporaneamente denunciato quelle che considera “gravi insufficienze”. Il problema principale è esattamente questo: il testo affronta il disarmo, ma non la questione curda nella sua dimensione politica. Non recepisce le richieste di democratizzazione, non interviene sui diritti collettivi e non costruisce ancora le condizioni affinché Öcalan possa partecipare direttamente al processo. Se il leader curdo deve essere uno degli interlocutori fondamentali della transizione dalla guerra alla politica, mantenerlo nelle condizioni di detenzione che ne limitano la libertà di comunicazione significa introdurre una contraddizione nel cuore stesso del percorso di pace.
La questione non riguarda soltanto Öcalan. Tocca l’intera architettura repressiva costruita negli anni in Turchia. La legislazione antiterrorismo ha consentito di trasformare categorie estremamente elastiche come “appartenenza” o “propaganda terroristica” in strumenti utilizzabili contro forme di attività politica, giornalistica e sociale. Per questo il problema non è necessariamente che la nuova legge sia stata costruita intorno a una specifica organizzazione che ha scelto di sciogliersi. Il problema nasce se la soluzione della posizione giudiziaria dei militanti del PKK non viene accompagnata da garanzie generali sulle libertà politiche e sui diritti fondamentali.
In un ordinamento in cui un articolo, un discorso, una manifestazione o un’attività associativa possono ancora essere interpretati attraverso le maglie larghe della legislazione antiterrorismo, la pace rischia altrimenti di convivere con la repressione. E il meccanismo dei cinque o dieci anni di sospensione può trasformarsi esso stesso in uno strumento di condizionamento: uscire dal conflitto armato senza poter esercitare pienamente l’attività politica significa sostituire alla minaccia delle armi quella permanente del procedimento giudiziario. La pace, invece, dovrebbe significare precisamente la possibilità di trasferire il conflitto dalla dimensione militare a quella politica.
È in questo senso che il passaggio del 10 agosto assume una portata che va oltre la sorte del PKK. Per la prima volta da decenni il centro del confronto può spostarsi dalle montagne, dalle operazioni militari e dalle carceri alle istituzioni, ai comuni, alla rappresentanza politica e, soprattutto, alla definizione stessa di cittadinanza. Il PKK ha accettato di rinunciare allo strumento che per quarant’anni ha costituito il principale elemento del proprio potere negoziale: le armi. Ora è lo Stato turco a dover dimostrare che la contropartita non consiste semplicemente nella scomparsa dell’organizzazione.
C’è poi una dimensione regionale che rende impossibile leggere ciò che sta accadendo come una vicenda esclusivamente turca. Il processo riguarda inevitabilmente anche il Rojava e l’Amministrazione autonoma della Siria del Nord e dell’Est. L’esperienza politica sviluppata in quei territori è profondamente influenzata dalle elaborazioni di Öcalan: comuni, consigli territoriali, copresidenze paritarie tra uomini e donne, organizzazioni autonome femminili, economia cooperativa e un’idea di autonomia democratica che non assume come proprio obiettivo la costruzione di un nuovo Stato-nazione curdo.
Per Ankara, però, le YPG e le YPJ e le principali strutture militari curde siriane appartengono allo stesso universo politico del PKK. Le Forze Democratiche Siriane hanno sempre respinto l’equazione e già nel febbraio 2025 il loro comandante Mazloum Abdi aveva precisato che l’appello di Öcalan al disarmo riguardava il PKK e non le SDF. Gli sviluppi del 2026 hanno tuttavia cambiato profondamente i rapporti di forza. L’avanzata delle forze della nuova Damasco nel Nord-Est e gli accordi raggiunti con le SDF hanno aperto un percorso di progressiva integrazione di strutture militari e amministrative nell’apparato statale siriano. Erdoğan stesso ha riconosciuto che gli sviluppi tra Damasco e le SDF hanno ridotto la pressione sul processo interno turco.
Si intravede così il possibile disegno di un nuovo equilibrio regionale: il PKK cessa di esistere come organizzazione armata autonoma, le strutture militari curde della Siria vengono progressivamente integrate nello Stato siriano e il movimento curdo in Turchia trasferisce definitivamente il proprio conflitto sul terreno politico e istituzionale. Ma tra questa ipotesi e la sua realizzazione esiste una distanza enorme. Gli avvenimenti di Serêkaniyê lo dimostrano. Il 10 agosto, proprio mentre il parlamento turco approvava la legge quadro, il primo convoglio di oltre quattrocento famiglie sfollate che tentavano di rientrare nella città è stato oggetto di aggressioni e intimidazioni. Il ritorno organizzato è stato successivamente sospeso in attesa di maggiori garanzie di sicurezza.
È questa sovrapposizione tra processo turco e trasformazione siriana a rendere il momento tanto importante quanto pericoloso. Per Ankara la legge può rappresentare la conclusione di un’insurrezione attraverso il disarmo e il reinserimento di migliaia di persone. Per Öcalan e una parte consistente del movimento curdo può diventare invece l’inizio di una trasformazione della lotta armata in lotta politica, portando le idee del confederalismo democratico dentro le istituzioni, le municipalità e le forme di autogoverno. Per le destre nazionaliste turche rappresenta una concessione intollerabile. Per i critici di Erdoğan può essere anche un’operazione attraverso cui il presidente cerca di neutralizzare un conflitto interno e contemporaneamente rafforzare il ruolo regionale della Turchia.
Nessuna di queste interpretazioni, presa isolatamente, basta però a spiegare ciò che sta accadendo. La questione decisiva sarà capire se Ankara considera la pace come la fine del PKK oppure come l’inizio della democratizzazione della Turchia. Sono due prospettive profondamente differenti. Nella prima, basta consegnare le armi, reintegrare una parte dei militanti e chiudere amministrativamente quarant’anni di guerra. Nella seconda occorre affrontare ciò che resta quando le armi tacciono: libertà politica, diritti linguistici e culturali, autonomia delle amministrazioni locali, riforma della legislazione antiterrorismo, liberazione dei prigionieri politici e riconoscimento della questione curda come questione politica.
La legge del 10 agosto è dunque importante proprio perché non basta. Può essere il primo passo di un processo storico oppure il dispositivo attraverso cui amministrare giuridicamente la resa delle armi senza modificare le strutture che hanno prodotto il conflitto. Öcalan, il 2 agosto, ha ricordato che “un viaggio di mille chilometri comincia con un passo”. Quel passo è stato compiuto. Ma la misura della pace non sarà il numero dei fucili consegnati. Sarà lo spazio di libertà che si aprirà dopo.


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