il ritorno al buio: la condizione femminile in afghanistan e il silenzio dell’occidente
Critica liberale NONMOLLARE n. 199 Angelo Perrone 19 ottobre 2026

A cinque anni dal ritorno al potere dei talebani nell’agosto del 2021, l’Afghanistan presenta un bilancio drammatico per metà della sua popolazione. Quello che inizialmente era stato presentato dai portavoce del regime come un governo “moderato” si è rivelato un sistema di segregazione di genere sistematico, dove la figura femminile è stata progressivamente e meticolosamente cancellata dalla vita pubblica.
Le testimonianze raccolte sul campo da giornalisti e reporter restituiscono lo spaccato di una società in cui la paura e la privazione dei diritti elementari sono diventate la norma quotidiana.
La cancellazione del diritto allo studio
L’istruzione è stato il primo e più devastante fronte d’attacco del nuovo regime. L’Afghanistan è oggi l’unico Paese al mondo in cui a ragazze e donne è vietato frequentare le scuole secondarie e le università.
I decreti governativi hanno sbarrato le porte degli atenei alle studentesse, interrompendo i percorsi accademici di migliaia di giovani. Nonostante la creazione di reti clandestine di insegnamento e scuole online, la stragrande maggioranza delle ragazze afghane si trova reclusa in casa, privata dell’alfabetizzazione superiore e di qualsiasi prospettiva professionale.
Libertà di movimento annullata e la reclusione nell’abbigliamento
La libertà di movimento è stata quasi del tutto azzerata. Oggi una donna afghana non può percorrere distanze superiori a pochi chilometri senza essere accompagnata da un mahram, un tutore maschio della famiglia (padre, marito o fratello).
A questo si aggiunge la reintroduzione dell’obbligo del velo integrale — l’abito tradizionale o il burqa — che deve coprire interamente il corpo e il volto. Recentemente, i decreti sulla “prevenzione del vizio e la promozione della virtù” sono arrivati a vietare alle donne persino di far sentire la propria voce in pubblico, assimilando la parola femminile a un elemento di potenziale disturbo o immoralità.
L’accesso alla sanità e l’emergenza medica futura
Uno degli aspetti più critici riguarda il settore sanitario. Per legge, una donna può essere visitata e curata esclusivamente da personale medico femminile. Tuttavia, la contestuale proibizione per le donne di studiare e lavorare crea un corto circuito catastrofico:
Con la chiusura delle facoltà mediche e delle scuole di ostetricia alle studentesse, la formazione di nuove dottoresse si è fermata.
Le professioniste oggi in servizio sono quelle laureatesi prima dell’avvento del regime. Tra pochi anni, con il pensionamento o l’emigrazione di queste dottoresse, non ci sarà più personale sanitario femminile.
Ciò determinerà la totale impossibilità per le donne afghane di accedere alle cure mediche essenziali, con un prevedibile impennarsi della mortalità materna e infantile.
Nelle corsie degli ospedali di Kabul, le ginecologhe operano in condizioni di costante terrore, osservando pazienti gravemente malate che rimandano le visite per mancanza di un accompagnatore maschio o per la paura di ritorsioni da parte dei controllori talebani.
Il drammatico silenzio dell’Occidente
Di fronte a questo scenario di progressiva cancellazione dei diritti umani, la risposta della comunità internazionale appare stanca e frammentata. Dopo il convulso ritiro delle truppe occidentali nell’estate del 2021, l’attenzione mediatica e politica sull’Afghanistan si è progressivamente affievolita, sopraffatta da altre crisi geopolitiche mondiali.
L’Occidente si limita per lo più a condanne di facciata o a dichiarazioni di principio, mentre l’auspicio di utilizzare gli aiuti umanitari come leva politica per imporre il rispetto dei diritti umani ha mostrato tutti i suoi limiti. Le donne afghane si sentono abbandonate a un destino di reclusione perpetua, in un mondo che sembra aver accettato passivamente l’esito del ritorno al potere dei talebani.


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