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La segregazione delle donne dell’Afghanistan a cinque anni dal ritorno dei talebani

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L’OSSERVATORE ROMANO Marina Piccone 17Agosto 2026

Una conferenza stampa del “Coordinamento italiano sostegno donne afghane” fa il punto sulla sistematica violazione dei diritti

«Un controllo sistematico, un’esclusione e una segregazione rigorosa delle donne in quanto donne. Per questo lo chiamiamo “apartheid di genere ”». Così descrive la situazione in Afghanistan un’attivista di Rawa (Associazione rivoluzionaria delle donne afghane), che combatte per i diritti delle donne, la giustizia sociale e la democrazia.

Era il 15 agosto 2021 quando i talebani tornarono al potere in Afghanistan. A cinque annida allora, le condizioni di vita della popolazione, in particolare di quella femminile, continuano a peggiorare. Il regime ha cancellato diritti e libertà fondamentali, mentre la crisi economica e umanitaria ha raggiunto livelli drammatici,segnati da povertà, fame e re pressione. Il Cisda (Coordinamento italiano sostegno donne afghane), nei giorni scorsi ha organizzato una conferenza stampa online per ascoltare testimonianze dirette sulla situazione attuale nel Paese, conoscere le forme di resistenza civile ancora attive e approfondire le prospettive di chi continua a operare sul campo nonostante la repressione del regime. In collegamento ci sono le rappresentanti di Rawa, un’associazione clandestina fondata nel 1977 da Meena Keshwar Kamal, uccisa nel 1987, che porta avanti progetti di istruzione e scuole segrete per ragazze, assistenza medica, formazione professionale, informazione, sostegno alimentare.

Delle donne viene regolamentato ogni aspetto della vita. Un documento delle Nazioni Unite, pubblicato il 2 aprile scorso, analizza le principali misure introdotte dalle autorità afghane a partire dal 2021: dal divieto di istruzione secondaria e universitaria all’esclusione dal lavoro; dalle limitazioni alla libertà di movimento alle restrizioni nell’accesso alla sanità. A queste si aggiungono il divieto o la forte limitazione della partecipazione politica, le discriminazioni nell’accesso alla giustizia, l’impunità per le violenze di genere, i limiti all’attività delle ong con personale femminile, l’esclusione dalla formazione professionale. «Un’altra regola che hanno imposto riguarda l’attività produttiva. È vietato non solo il lavoro all’esterno ma anche in casa, come quello di parrucchiera e di tutto ciò che riguarda i trattamenti di bellezza», continuano le attiviste, di cui non vediamo i volti e non conosciamo i nomi per motivi di sicurezza. Le donne non vestite secondo le regole talebane o non accompagnate da un mahram (un familiare maschio) vengono frustate e messe in prigione, dove vengono maltrattate e abusate sessualmente; non possono apparire sul balcone della propria casa, viaggiare insieme agli uomini sui bus, guidare. Le restrizioni e i divieti sono tanti e tali da rendere impossibile elencarli, si fa prima a dire che non possono fare niente. Neanche ridere. Con poche occasioni per farlo in un Paese considerato il peggiore al mondo in cui nascere donna, secondo numerosi rapporti internazionali.

Trasgredire alle numerose misure repressive imposte alla popolazione, come quelle, grottesche, che vietano di ascoltare musica e di guardare film, è molto pericoloso, perché la sorveglianza è capillare. «I talebani sanno quando usiamo i nostri telefoni, quando parliamo, quando ci connettiamo su internet. Il ministero del Vizio e della Virtù utilizza la tecnologia per ottenere informazioni sulle persone che hanno partecipato a manifestazioni tramite i numeri delle loro schede Sim», afferma la voce al di là dello schermo. Giornalisti, attivisti, accademici, scrittori e artisti sono esposti a gravi rischi di detenzione arbitraria e maltrattamenti. «Semmai una cosa è cambiata in questi cinque anni è che il regime è diventato ancora più spietato», dice un’altra voce.

E se per tutti vivere è una sfida quotidiana, per le donne è un’impresa ancora più ardua. Oggi, in Afghanistan, le donne sono escluse dalla vita. Una condizione che ha un impatto devastante sul piano psicologico. Secondo un’indagine di Afghan Witness, tra aprile 2022 e febbraio 2024 sono stati documentati 195 casi di suicidio femminile. Ma ci sono donne che resistono, a prezzo di pesanti conseguenze. Le attiviste per i diritti umani vengono incarcerate, torturate, stuprate, e spesso non si sa nulla del loro destino. La vita delle militanti di Rawa e di altre organizzazioni femminili è un impegno totale: continuare il proprio lavoro e proteggere dalla furia talebana sé stesse, la propria famiglia, le proprie compagne e le donne coinvolte nei progetti. «Non ci arrenderemo mai», dicono, «non rinunceremo mai a lottare per la libertà delle donne e di tutto il popolo afghano.

 

 

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