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L’indulto per i guerriglieri curdi. Erdoğan impone ancora la sua legge in Turchia

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Huffingtonpost Italia, 11 agosto 2026, di Mariano Giustino

l Parlamento approva una legge con misure di riabilitazione condizionata per migliaia di militanti del Pkk, dando seguto al processo di pace su un conflitto lungo circa 40 anni che ha causato oltre 40mila morti. Non è un’amnistia esplicita, non concede autonomie né diritti civili e politici speciali. Il presidente turco si aspetta però il sostegno curdo quando si tratterà di parlare del suo terzo mandato presidenziale

Recep Tayyip Erdoğan è riuscito dove tutti i suoi predecessori avevano fallito: ha posto fine al più lungo conflitto interno a bassa intensità della storia contemporanea, facendo approvare dal Parlamento turco una legge che ha messo in pratica il processo di pace avviato da oltre un anno con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk). Un processo di pace – definito “Turchia senza terrore” – che è molto diverso da esperienze del passato in Irlanda, Spagna, Colombia, Filippine. Perché costituisce forse il primo esempio al mondo di pacificazione che non prevede esplicitamente un’amnistia, non contempla regioni amministrative autonome (o l’indipendenza), non prevede meccanismi di amministrazione autonoma e rifiuta la mediazione di attori esterni. Eppure si propone di porre la pietra tombale su un conflitto durato circa 40 anni che ha provocato la morte di oltre 40mila persone.

La legge sul disarmo e l’indulto per i combattenti curdi – approvata dal Parlamento di Ankara il 10 agosto dopo lunghi mesi di negoziati diretti del governo con i comandanti del Pkk – rappresenta uno storico passo positivo, di importanza non solo interna, ma anche regionale, sebbene risponda essenzialmente alla questione securitaria e non corrisponda diritti civili e politici alla comunità curda del sudest anatolico, quali il diritto all’istruzione nella propria lingua, il diritto di cittadinanza e l’autonomia amministrativa dei comuni a maggioranza curda. È indubbiamente una schiacciante vittoria politica per Erdoğan che è a caccia del voto curdo per assicurarsi un terzo mandato presidenziale. Il provvedimento è stato approvato con una maggioranza senza precedenti: 468 voti a favore e 88 contrari, ben 68 voti in più di quelli necessari per la modifica costituzionale, senza dover ricorrere quindi a referendum. Se il presidente riuscirà a mantenere questo livello di sostegno anche nel paese con il supporto del voto curdo potrà essere rieletto in maniera schiacciante per il terzo mandato.

A suggellare lo storico evento, un’immagine che solo pochissimi anni fa era impensabile: gli ultranazionalisti di Mhp – prezioso alleato dell’Akp del presidente, storicamente il partito più anticurdo e xenofobo del panorama politico – hanno stretto la mano ai colleghi del partito filocurdo Dem e hanno posato per la foto di rito con i parlamentari del partito di Erdoğan e dell’opposizione socialdemocratica, gli ex kemalisti del Chp. Sono lontanissimi i tempi in cui proprio Mhp e Chp coltivavano il sogno antico di una “Turchia senza curdi”.

La “Legge sul rafforzamento della solidarietà nazionale e dell’integrazione sociale” è stato varato con il beneplacito di Abdullah Öcalan, fondatore e leader carismatico del partito armato Pkk, che dal 1999 sta scontando l’ergastolo in regime di isolamento nel carcere di massima sicurezza sull’isola di İmralı, nel Mar di Marmara, nonostante che per lui e per 232 alti dirigenti non fosse prevista alcuna amnistia. Vi sarà un indulto solo per i membri di basso rango del Pkk/Kck (Unione delle Comunità del Kurdistan) e sono escluse tutte le altre sigle illegali non curde come quella di Fetullah Gülen. È prevista però una amnistia mascherata con una sospensione della pena fino a un massimo di 15 anni per coloro che sono stati condannati all’ergastolo e a pesanti pene detentive.

La legge stabilisce che per le sole organizzazioni curde vengono estinti i reati di appartenenza a un’organizzazione terroristica collegata al Pkk che sarà considerata sciolta. Le indagini, i procedimenti giudiziari, le condanne definitive relative a “costituzione o gestione di organizzazioni fuorilegge, per appartenenza, favoreggiamento, propaganda e finanziamento del terrorismo” saranno tutte sospese.

Questa nuova iniziativa di pace curda, dopo quella fallita del 2012-15 si svolge in un contesto fortemente autoritario, imposto dal presidente Erdoğan: i leader del maggior partito d’opposizione, il repubblicano Chp, arrestati, processati e con centinaia di sindaci sostituiti da amministratori fiduciari, sollevando dubbi sulla corrispondenza della politica di sicurezza adottata con le norme democratiche. Nel patto che il governo ha stretto con Abdullah Öcalan vi sarebbe l’ottenimento di migliori condizioni carcerarie fino all’espiazione della pena nella propria abitazione, ripagando Erdoğan della sua “apertura” assicurandogli i voti necessari della comunità nelle prossime elezioni. Öcalan ha lanciato diversi appelli al disarmo e per lo scioglimento della sua organizzazione armata, per il ritorno al dialogo e alla pace. Stanchi, invecchiati e privi di sistemi d’arma adeguati, alle donne e agli uomini non restava che la consegna delle armi, salvare quel che restava della guerriglia tra le montagne, sperare nella liberazione di circa 50 mila prigionieri curdi rinchiusi in centinaia di carceri della Turchia e proseguire la lotta per i loro diritti lungo la strada politico-parlamentare che sperano possa aprirsi.

I leader curdi hanno dunque deciso di compiere un nuovo passo avanti, unilaterale, che possa rappresentare un’ancora di salvezza per il processo che definiscono di “pace e democrazia”, ma che il presidente Erdoğan preferisce chiamare “Turchia senza terrorismo” per rassicurare l’opinione pubblica trasversalmente nazionalista; presentando questa nuova “apertura” come un’operazione “securitaria” e dunque non cedevole verso un’organizzazione considerata terroristica che ha fatto scorrere sul terreno molto sangue turco.

Le cosiddette “aperture curde” non sono una novità del governo Erdoğan. La corsa al voto curdo ha da sempre caratterizzato la politica elettorale e il voto di circa 15 milioni di curdi è stato sempre particolarmente ambito dal presidente turco per assicurarsi la maggioranza assoluta in Parlamento. Il voto curdo ha sempre rappresentato l’ago della bilancia elettorale e nel sudest anatolico il consenso si distribuisce al 90% tra l’Akp e i filocurdi di Dem. Uno dei motivi principali per cui Erdoğan si è rivolto ai curdi, dopo un decennio di incessante repressione con la defenestrazione e l’arresto dei sindaci eletti democraticamente e l’incarcerazione di migliaia di politici e attivisti del partito, è legato al suo desiderio di rimanere al potere. Per ottenere il consenso del partito Dem, che ha svolto un ruolo chiave nel facilitare l’accordo, facendo da tramite tra Öcalan e i comandanti del Pkk sul campo, è necessaria la liberazione di Selahattin Demirtaş. Fondamentali dunque per la rielezione di Erdoğan sono sia la liberazione di Öcalan che quella di Demirtaş.

Nelle prossime settimane potremmo aspettarci interessanti novità in merito. Con la fine del conflitto i curdi si aspettano che sia ampliato il loro spazio civico e che siano ripristinati i loro diritti culturali. Per i curdi questa è un’opportunità per una loro partecipazione piena a una politica libera da persecuzioni, ma che deve essere supportata da precise garanzie istituzionali. La strategia del presidente di andare alla fonte dell’attacco, estendendo la lotta a Iraq e Siria, insieme agli sviluppi nell’industria della difesa con l’impiego di nuovi sistemi d’arma quali i droni e l’uso perfezionato dell’intelligence, ha dato i suoi frutti e hanno indebolito inesorabilmente i quadri del Pkk rendendoli cedevoli.

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