Militanti islamisti in Afghanistan: miti costruiti sui corpi delle donne

Helen Farman, Mazda Mehrgan e Saima Soltani, Afghanistan Women’s Voice, 9 settembre 2026
La storia contemporanea dell’Afghanistan, così come viene raccontata dai media, nelle università, nelle associazioni, negli ambienti politici ed etnici e oggi anche negli spazi virtuali, continua a riprodurre una narrazione patriarcale e fondata sulla violenza. Una narrazione dominante popolata da nomi e titoli altisonanti: «eroe nazionale», «Amerc sahib», «martire della pace», «leader martire», «padre della nazione» e altri appellativi dello stesso genere.
Sono titoli attribuiti a uomini le cui mani sono macchiate del sangue di migliaia di persone, ma che nella memoria etnica e politica sono stati elevati al rango di «miti»: Ahmad Shah Massoud, Burhanuddin Rabbani, Abdul Ali Mazari, Abdul Rashid Dostum, Gulbuddin Hekmatyar e altri signori della guerra, ancora oggi celebrati attraverso solenni cerimonie commemorative.
La costruzione di questi miti è un progetto politico e ideologico. Il suo obiettivo è cancellare il ruolo avuto da questi uomini nella distruzione dell’Afghanistan, nell’alimentazione delle guerre civili, nel consolidamento dell’islam politico e nella repressione delle donne e dei gruppi emarginati.
In queste narrazioni e nelle cerimonie dedicate ai comandanti non trovano spazio le donne, le persone rimaste mutilate dopo aver perso mani, gambe o occhi, né le migliaia di vittime delle uccisioni e degli stupri. Scompaiono le persone le cui case, i cui corpi e le cui vite sono diventati il campo di battaglia della competizione per il potere e del nazionalismo etnico-religioso dei combattenti.
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ToggleLa prospettiva femminista
Da una prospettiva femminista, questa mitizzazione è qualcosa di più di una distorsione della storia: è la riproduzione della stessa logica patriarcale che per secoli ha escluso le donne dalla narrazione storica.
Gli uomini hanno combattuto, gli uomini hanno ucciso, gli uomini hanno deciso. E gli uomini sono diventati eroi proprio attraverso quelle uccisioni.
Oggi sono gli uomini — e talvolta anche donne assorbite dalle strutture patriarcali — a continuare a promuovere e rafforzare la narrazione dominante attraverso il linguaggio dell’elogio, dell’adulazione e della sacralizzazione.
In questa storia la donna è, da una parte, l’«onore» degli uomini del Paese: un onore da proteggere attraverso limitazioni e censure, in nome dello status e della «reputazione» sociale maschile. Dall’altra è la «madre del martire», alla quale viene chiesto di essere paziente e silenziosa. Nel migliore dei casi diventa una «vittima silenziosa», una donna «sacrificata», elogiata proprio per la sua capacità di tacere davanti all’oppressione maschile.
Islam politico e controllo delle donne
La corrente politica rappresentata da questi combattenti, allora e oggi, è l’ideologia dell’islam politico: un sistema fondato, nella loro lettura, sul controllo del corpo delle donne, sulla loro esclusione dallo spazio pubblico, sulla censura della libertà di espressione, sulla limitazione delle libertà individuali e sociali e sulla riproduzione della violenza maschile.
Gli obiettivi fondamentali dell’islam politico, sia nella forma assunta dai mujaheddin negli anni Novanta [gli anni Settanta secondo il calendario afghano], sia in quella dei talebani nei decenni successivi, sarebbero sempre stati l’esclusione delle donne dall’istruzione, dal lavoro, dalla partecipazione politica e dalla vita sociale; la negazione della loro autodeterminazione; l’emarginazione delle altre identità di genere e il consolidamento della segregazione di genere.
Gli slogan sulla giustizia e sulla libertà, sostengono le autrici, non hanno mai incluso realmente le donne. La giustizia significava la spartizione del potere tra leader uomini; la libertà era la libertà del partito, dell’etnia e dei propri uomini armati.
Eroi della violenza
La costruzione del mito di questi leader è, in realtà, la costruzione del mito della violenza.
Non sono diventati eroi per la pace o per l’ideale di una società egualitaria. Sono diventati eroi perché hanno saputo combattere, uccidere e mettere corpi e territori al servizio della propria ideologia islamista.
Quando Ahmad Shah Massoud viene chiamato «Amerc sahib», nessuno parla delle donne fatte a pezzi dai razzi suoi e degli altri combattenti durante le guerre civili di Kabul.
Quando Rabbani viene presentato come «martire della pace», nessuno chiede perché sia stato uno degli architetti del progetto dell’islam politico che ha contribuito a creare le condizioni per l’ascesa dei talebani.
Quando Mazari viene celebrato come «martire dell’unità nazionale», nessuno parla delle migliaia di donne che, nelle dinamiche della guerra, furono trasformate in strumenti di mobilitazione etnica e politica.
E delle donne stuprate sui campi di battaglia dei signori della guerra si parla ancora troppo poco. Quando la loro voce emerge, viene repressa o relegata ai margini.
Ma noi sappiamo che nessuno di questi uomini è stato un eroe delle donne afghane. Sono stati invece parte di un progetto occidentale di sostegno ai movimenti islamisti e di competizione geopolitica guidato dagli Stati Uniti, finalizzato alla sconfitta del blocco orientale e dell’Unione Sovietica.
Questi gruppi furono raccolti, armati e finanziati con il coordinamento degli alleati regionali degli Stati Uniti — Pakistan, autorità religiose iraniane, Arabia Saudita e altri Stati arabi — per combattere il governo afghano sostenuto dall’Unione Sovietica.
Uno degli obiettivi fondamentali delle sette e otto organizzazioni jihadiste, così come successivamente dei talebani, è stato, attraverso la guerra contro il governo Khalq e contro i sovietici definiti «infedeli», quello di promuovere l’ideologia della reclusione delle donne nelle case e della loro espulsione dalle strade e dagli spazi pubblici.
I jihadisti degli anni Novanta e i talebani, nonostante le loro differenze nella lotta per il potere, sono volti diversi di uno stesso sistema: il sistema patriarcale dell’islam politico, dell’esclusione e della negazione delle donne e delle minoranze di genere, della violenza e del sangue.
Criticare la mitizzazione di questi combattenti significa, quindi, non soltanto contestare una determinata narrazione storica, ma mettere in discussione un’ideologia che continua a essere riprodotta in Afghanistan, nella memoria collettiva e nel linguaggio di molti.
Finché questi combattenti continueranno a essere presentati come eroi e miti, le proteste e le rivendicazioni delle donne resteranno invisibili. La voce degli intellettuali e del pensiero critico continuerà a essere repressa, la violenza continuerà a essere legittimata e l’islam politico continuerà a dominare attraverso l’eliminazione delle diversità religiose, settarie, di genere e di pensiero.
La costruzione del mito dei combattenti islamisti rappresenta così un doppio tradimento: della verità storica e delle donne.
Questi miti devono essere infranti, sottoposti a critica e ricondotti dal rango di eroi al ruolo che spetta loro per le responsabilità nei crimini commessi: quello di architetti della violenza, della guerra e dell’islam politico.
Solo così sarà possibile scrivere una nuova storia, nella quale le donne non siano più ai margini, ma al centro.
Il ruolo degli intellettuali nella costruzione del mito
Gli uomini intellettuali appartenenti ai diversi gruppi etnici hanno avuto un ruolo importante nella trasformazione delle milizie jihadiste in eroi e miti nazionali.
Dopo la Conferenza di Bonn e la nascita della Repubblica, quando i mujaheddin ottennero una quota significativa del potere, hanno acquisito, insieme al potere politico e militare, anche una forte influenza sullo spazio intellettuale della società afghana e sulla storiografia.
I governanti non sono soltanto gli artefici dell’economia, della cultura, della politica e dell’apparato militare di una società: controllano anche la produzione delle idee.
Così, dopo il ritorno al potere dei talebani, la società afghana è diventata più islamizzata rispetto a quattro anni prima e il pensiero collettivo ha assunto una forma ancora più reazionaria.
Durante i vent’anni della Repubblica, i mujaheddin hanno utilizzato la loro influenza per creare strumenti destinati a orientare il modo di pensare della società: media, pubblicazioni, libri, moschee e circoli letterari e culturali, modellati secondo interessi etnici, linguistici e religiosi.
Hanno inoltre assunto e finanziato scrittori legati alle rispettive appartenenze etniche, utilizzandoli per orientare il dibattito pubblico a favore dei propri leader.
Attraverso giornali, libri, pubblicazioni, televisioni, radio e incontri ufficiali, questi ambienti hanno scritto e parlato in favore dei propri leader, costruendo miti e fabbricando eroi.
Le statue di Massoud e Mazari, prima ancora di essere installate agli incroci delle strade, erano già state scolpite nell’immaginario collettivo. Ma non come responsabili di uccisioni di massa: come «eroi» e «martiri».
Le élite, i poeti e gli scrittori più noti appartenenti ai diversi gruppi etnici non si sono limitati a difendere, gratuitamente o dietro compenso, le azioni militari dei propri leader etnici e religiosi. Li hanno rappresentati come eroi, miti, personalità carismatiche, leader e persino «angeli salvatori» del Paese, ignorando le voci di protesta delle donne e delle altre vittime.
Quando le donne hanno criticato questi leader, la loro opposizione è stata accompagnata da umiliazioni e discriminazioni di genere.
Gli stessi ambienti hanno ristretto sistematicamente lo spazio della critica attraverso attacchi continui e coordinati contro i critici dei propri leader, fino a trasformare ogni dissenso in un’occasione per distruggere la reputazione personale di chi lo esprime.
Questi attacchi sono soltanto una versione più debole della violenza esercitata dai leader jihadisti che gli stessi intellettuali celebrano.
Questi «intellettuali» fanno con la penna ciò che i signori della guerra hanno fatto con le armi: mutilano la memoria collettiva, reprimono la verità e soffocano la voce del dissenso.
Hanno trasformato la storia in un campo minato: chiunque vi entri con una critica o una protesta rischia di essere investito da insulti, umiliazioni e campagne di distruzione della reputazione.
La memoria delle vittime contro la celebrazione dei leader
Uno degli argomenti più deboli utilizzati per difendere le milizie jihadiste consiste nel richiamare gli scritti di autori occidentali e non occidentali che hanno raccontato questi leader.
Il ragionamento sarebbe questo: se i leader etnici avessero realmente commesso crimini, come sarebbe possibile che scrittori internazionali abbiano scritto libri su di loro?
Ma non sono forse sufficienti la storia vissuta dal popolo afghano, le rovine dei villaggi e delle città, gli arti amputati dei mutilati e le terre disseminate di mine per comprendere chi fossero realmente questi protagonisti della guerra?
Quale testimonianza potrebbe essere più credibile delle tracce vive e ancora visibili dei loro crimini?
I leader etnici sono stati trasformati in eroi e miti non nelle opere degli scrittori critici nei confronti del sistema della violenza, ma attraverso i libri di autori legati al colonialismo e all’occupazione: gli stessi che, con il loro operato, hanno spianato la strada al dominio come un tappeto rosso.
Il linguaggio della celebrazione e della lode, tanto all’interno quanto all’esterno dell’Afghanistan, è stato dunque il linguaggio del potere e della classe dominante, non il riflesso della realtà vissuta dalla popolazione.
Quando sono le donne a costruire i miti
Ma il volto più pericoloso della mitizzazione emerge quando sono donne, sotto la maschera del «femminismo» e della difesa dei «diritti delle donne», a mettersi di fatto al servizio degli stessi signori della guerra.
Con atteggiamenti intellettuali e sotto l’etichetta di «attiviste per i diritti delle donne», queste figure ripetono narrazioni secondo cui «Amerc sahib non era contrario all’istruzione delle donne» oppure che «quel determinato leader jihadista aveva una visione positiva delle donne».
Si tratta di narrazioni superficiali e di un evidente tradimento della memoria collettiva delle donne e delle loro lotte.
Affermazioni di questo tipo riducno la lotta delle donne per la libertà al solo diritto all’istruzione: un diritto che, nella narrazione delle seguaci dei signori della guerra, dipende dall’autorizzazione di un leader maschile.
Ma l’istruzione non dovrebbe essere né un privilegio né un permesso concesso dagli uomini. È un diritto delle donne e deve essere garantita indipendentemente dal potere militare o politico maschile.
Questo tipo di narrazione faziosa restringe la lotta delle donne al «diritto all’istruzione con il permesso del leader maschile» e cancella l’insieme dei loro diritti e delle loro libertà.
Le donne che difendono i signori della guerra diventano così, consapevolmente o inconsapevolmente, strumenti della propaganda dell’islam politico e del patriarcato.
Invece di criticare le strutture del potere, ne abbelliscono la violenza. Invece di denunciare stupri e repressione, si affidano a ricordi personali e narrazioni superficiali. E invece di parlare delle donne mutilate sotto i razzi, delle vittime degli stupri e delle violenze sui campi di battaglia, contribuiscono a decorare il volto dei leader jihadisti e a nascondere lo sfondo dei loro crimini collettivi dietro titoli mitologici e argomentazioni infondate, come quella di presentarli quali «difensori dei diritti delle donne».
Il femminismo nazionalista
Questo è il «femminismo nazionalista» o «femminismo etnico»: una corrente che, sotto la copertura del femminismo, trasmette alle donne e alla società gli ideali, i valori, i simboli e le false sacralità costruite attorno agli uomini di potere di una determinata comunità etnica.
È un femminismo che, invece di abbattere gli idoli patriarcali, contribuisce a costruirne di nuovi.
Un femminismo la cui lingua è piena di slogan sull’uguaglianza, ma il cui cuore e la cui penna finiscono al servizio della stessa ideologia che per anni ha brandito la spada contro il corpo delle donne, la loro libertà e la loro stessa vita.
Queste donne sono esse stesse parte della macchina della repressione.
Agiscono come soldati ideologicamente fedeli: attraverso le loro narrazioni assolvono la violenza, lavano il sangue delle vittime e falsificano la storia a favore degli uomini della propria comunità che perseguono il potere attraverso la guerra.
Nel femminismo nazionalista l’oppressione di genere all’interno della propria comunità tende a scomparire.
Non esiste una realtà chiamata oppressione di genere all’interno del proprio gruppo etnico. L’impegno a promuovere la superiorità etnica porta infatti a nascondere il volto misogino degli uomini appartenenti alla propria comunità.
Il patriarcato viene riconosciuto, ma non all’interno della propria etnia. Diventa invece uno strumento per insultare, discriminare e rappresentare come arretrate le altre comunità.
Ma un femminismo che si schiera dalla parte dei signori della guerra — o anche solo di leader uomini non direttamente coinvolti nella guerra — non è femminismo.
È soltanto marketing della violenza: un commercio costruito sul sangue delle donne e un uso strumentale dell’identità delle lotte femminili per legittimare il patriarcato o promuovere propaganda politica sotto la copertura dell’egualitarismo.
La voce delle donne che difendono i signori della guerra islamisti non è la voce delle donne afghane.
È la voce del nazionalismo e del fascismo etnico sotto la maschera del femminismo; la voce dell’ambizione di potere del fascismo etnico travestita da lotta per i diritti delle donne.
E una penna che celebra i combattenti e, sui cadaveri delle proprie sorelle, presenta il loro assassino come un eroe non potrà mai essere una penna femminile liberatrice.
«L’Afghanistan devastato non ha eroi nazionali»
Noi tre sappiamo che, pubblicando questa critica, abbiamo messo piede su un terreno minato: un terreno che un tempo era il campo di battaglia dei falsi miti e che oggi è diventato il palcoscenico degli adulatori e dei sostenitori più accesi degli stessi combattenti.
Sappiamo che entrare in questo campo può provocare un’esplosione di umiliazioni, insulti e attacchi personali. Perché gli eroi assetati di sangue e l’islam politico non hanno insegnato ai propri seguaci altro linguaggio se non quello dell’esclusione e della violenza.
Ma anche noi abbiamo imparato che la sofferenza delle donne afghane non accetta più il silenzio né la distorsione della propria memoria.
Il sangue delle donne bruciate sotto i razzi; i corpi delle donne violentate e sottoposte a violenze nei campi jihadisti e talebani; quelle incarcerate e torturate; le voci soffocate per anni ai margini della storia: tutto questo oggi diventa un grido.
Un grido contro ogni forma di mitizzazione patriarcale. Contro gli intellettuali al servizio del patriarcato che hanno deposto la propria penna ai piedi di uomini accusati di violenze contro le donne. E contro le donne che, sotto la maschera di «attiviste per i diritti delle donne», sono entrate al servizio degli stessi criminali.
Questa critica non è soltanto la protesta di tre donne contro la celebrazione dell’anniversario della morte di figure considerate responsabili delle tragedie della storia afghana.
È anche un martello scagliato contro gli idoli maschili che hanno tenuto in ostaggio la memoria del Paese.
L’Afghanistan devastato non ha eroi nazionali.
Ciò che ha sono «assassini nazionali» che, grazie al denaro, al potere e alla penna dei propri seguaci, sono stati trasformati in eroi.
Questi idoli devono essere infranti. Questa storia deve essere riscritta.
E questa volta, al centro non dovranno esserci né l’«onore degli uomini» né i «signori della guerra», ma le donne e gli altri gruppi oppressi, che dovranno occupare il centro della storia con il loro «grido di libertà».


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