Passa al contenuto principale

Note clandestine: la musica vietata in Afghanistan

|


Un incontro con Faisal. Al di là del silenzio imposto si cela la resistenza clandestina di un musicista
Giorgia Pietropaoli, Focus on Africa, 25 giugno 2026

Oggi, in Afghanistan, la musica è un atto di coraggio compiuto nell’ombra di stanze chiuse.

L’Afghanistan, una terra che ha nutrito la sua anima con millenni di poesia e melodia, sta attraversando il suo periodo più buio.

Dall’agosto del 2021, il ritorno dei talebani ha imposto un soffocante velo di silenzio, trasformando l’espressione artistica in un crimine. Tra le vittime di questa repressione ci sono le storie di centinaia di musicisti, costretti a nascondere i propri strumenti e a seppellire i propri sogni in una disperata lotta per la sopravvivenza.

La storia di Faisal – uno pseudonimo che protegge l’identità di un artista reale – è un simbolo straziante di questa silenziosa resistenza. La sua passione per la musica risale all’infanzia. Faisal racconta di una vera e propria epifania: un giorno, quasi per caso, fu rapito da una melodia proveniente da una stanza dove una donna suonava al pianoforte un’antica canzone afghana. Quel suono, che Faisal descrive come una profonda carezza – un conforto inaspettato in mezzo alle complessità della vita – ha segnato il suo futuro. Sotto la guida del maestro Haroon Halimi, Faisal ha coltivato quella scintilla fino a farla diventare un talento riconosciuto.

Durante gli anni della ricostruzione democratica, il suo pianoforte è diventato la sua voce. Collaborando con gruppi come Chakawak, Dawood Niga e West Youths, si è affermato come una figura di spicco della scena musicale afghana, credendo fermamente che le note potessero fungere da ponte verso la pace e l’armonia sociale.

Messaggi di terrore

La caduta di Kabul non si è limitata a cambiare il panorama politico del paese; ha sconvolto in un istante la vita di migliaia di artisti. La vivace scena culturale, che per vent’anni aveva prosperato fondendo tradizione e modernità, è stata brutalmente distrutta. Per Faisal, il pianoforte – un tempo fonte di sostentamento e sostegno per i suoi cari – è diventato un oggetto pericoloso, da custodire nel più assoluto segreto.

Negli ultimi anni, il regime talebano ha condotto una sistematica “pulizia morale” attraverso manifestazioni di violenza simbolica senza precedenti. In diverse province, le autorità hanno dato fuoco a strumenti musicali in pubblico. Armonium, tabla, rubab, chitarre e apparecchiature audio, sequestrati dagli agenti del Ministero per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio durante le perquisizioni in case e studi di registrazione, sono stati ammassati in grandi cumuli e bruciati sotto gli occhi della popolazione.

Queste scene non sono semplici segni di un fanatismo che considera la musica “immorale”; sono messaggi di terrore. Per un artista, vedere il legno di un rubab o la pelle di una tabla consumati dalle fiamme significa assistere alla cancellazione della propria identità. In alcuni casi, i musicisti sono stati costretti ad assistere alla distruzione dei propri strumenti: un atto di violenza concepito per incenerire non solo legno e corde, ma la dignità e la storia di un intero popolo.

L’arte come diritto inalienabile

A cinque anni dall’instaurazione di questo regime, la realtà di Faisal è fatta di attesa, terrore costante, clandestinità forzata e profondo dolore per una terra spogliata della sua bellezza: una terra alla quale continua a opporre una silenziosa resistenza, mantenendo intatta la propria dignità: “Il mio desiderio è un futuro migliore, dove la musica possa guarire le ferite, ispirare l’unità e permettere agli artisti di servire liberamente le proprie comunità”. Per lui, l’arte non è mai stata un capriccio, ma un diritto inalienabile. La sua storia non è solo una denuncia della censura, ma una testimonianza di resilienza: la storia di un uomo che, pur privato della libertà, si rifiuta di arrendersi al potere curativo della musica.

Oggi, in Afghanistan, la musica sopravvive solo in un circuito clandestino sotterraneo. Gli artisti afghani sono intrappolati, sospesi tra il desiderio di fuggire verso una vita sicura e l’amore per la loro patria. Di fronte a questa realtà, l’appello alla “solidarietà internazionale” appare sempre più come un mero esercizio di retorica vuota. Mentre le stanze del potere a Bruxelles e altrove scelgono di negoziare con il regime talebano per fini geopolitici, il destino di artisti come Faisal viene relegato alle note a piè di pagina delle agende diplomatiche.

Non si tratta più di “non voltare lo sguardo”, ma di smascherare l’ipocrisia di coloro che, mentre stringono accordi con i carnefici, ignorano il grido di chi viene annientato. Il trasferimento di artisti a rischio non dovrebbe essere un atto di carità, ma una necessaria resistenza contro chi cerca di cancellare una civiltà. Proteggere Faisal e i suoi colleghi è un atto di sfida contro un ordine internazionale che ha deciso di accettare il silenzio di Kabul come prezzo accettabile. Se la diplomazia ha scelto il compromesso, l’unica vera resistenza rimane quella di mantenere viva la memoria di un’identità che il regime talebano sta tentando, nota dopo nota, di incenerire.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *