Passa al contenuto principale

Tag: Donne curde

Kurdistan: il confederalismo democratico sotto attacco

La Rete di coalizione euro-afghana ha promosso questo incontro per aggiornare sulla situazione nel nord-est della Siria e l’attacco compiuto dal governo siriano di Ahmad al Shara al Rojava. Nell’incontro Laura Quagliuolo, attivista di CISDA e Rete Jin, e Carla Gagliardini, attivista di Verso il Kurdistan, hanno approfondito i concetti e la storia del confederalismo democratico, dei principi che guidano la lotta delle donne curde, con un approfondimento sugli ezidi.

Scarica qui il documento Crimini di guerra nel nord-est della Siria realizzato in questi giorni a cura dell’Accademia di Jineolojî in Rojava.

SE NON VISUALIZZI IL VIDEO VAI DIRETTAMENTO SUL SITO CISDA DI YOUTUBE

Da Medusa Al Rojava: Lo Stato Che Teme I Capelli Intrecciati

jineoloji Esra Bilen (Jin Dergi) 11 febbraio 2026

“Non abbiamo forse abbastanza ragioni per avvolgerci in tutti i toni della rivolta, per intrecciarci e ancorarci nella resistenza ribelle?”
Camisha L. Jones

Negli ultimi giorni, è circolato un video che mostrava un uomo collegato ai gruppi jihadisti in Siria. Nel video, l’uomo esibisce sui social media i capelli tagliati di una combattente uccisa, come un trofeo di guerra. Con tono beffardo, mostra i capelli e suggerisce che “solo questo” rimane della donna. Dopo la diffusione di queste immagini, donne in varie parti del mondo hanno iniziato a pubblicare brevi video in cui intrecciano i propri capelli.

In un momento in cui si dibatte su un rinnovato riconoscimento dei curdi sulla base della cittadinanza paritaria, ci si sarebbe aspettati che la legge — invece di funzionare per 100 anni come randello contro i curdi — identificasse il responsabile del crimine di guerra secondo standard universali. Invece, sono state avviate indagini contro le donne che hanno condiviso i video in cui si intrecciavano i capelli. Sono seguiti arresti, perquisizioni domiciliari, obblighi giudiziari e sospensioni dei dipendenti del settore pubblico. Mentre non esiste alcuna conferma di procedimenti contro la persona che ha esibito i capelli intrecciati come bottino, rendendo pubblica questa umiliazione. La storia centenaria si ripete — chi degrada i curdi e i loro valori rimane invisibile. Le donne che hanno resistito con la disobbedienza civile vengono punite. Questa situazione non è un conflitto giuridico, ma una sentenza. Le donne vedono attraverso questa sentenza e continuano a far crescere la loro disobbedienza civile.

Nella mitologia, simboli come le corde, i nodi, gli intrecci e la tessitura sono considerati principi rituali dell’ordine che contrastano la disintegrazione del mondo. Di fronte al caos, alla disintegrazione o alla morte, non c’è la legge, ma il rituale. Il rituale non comanda, si ripete — e in questo rituale il mondo esiste solo finché è connesso. Che i capelli intrecciati di una combattente vengano tagliati e presentati come trofeo non è quindi una crudeltà arbitraria. È, in senso mitologico, un atto di distruzione dell’ordine; la dichiarazione che il legame della donna con il mondo è stato reciso. L’intreccio dei capelli tra donne può essere inteso come un contro-rituale — significa ripristinare il legame violentemente reciso dal taglio dei capelli. L’intreccio dei capelli può essere usato come prova di un crimine? La risposta breve è, no. La risposta lunga è, non solo è completamente insensato collegare l’intreccio dei capelli — uno dei rituali più antichi dell’umanità — a un’“organizzazione terroristica”, ma non esiste nemmeno una spiegazione legale per l’affermazione secondo cui tale azione innesca sentimenti di odio nelle persone che potrebbero portare alla violenza.

Al contrario, queste azioni sono una forma pacifica di protesta contro l’aggressione mostrata dai gruppi jihadisti verso le donne curde. Pertanto, è fuori discussione che intrecciare i capelli costituisca un crimine e rientri nel diritto alla libertà di espressione. Per accusare le donne che intrecciano i capelli di propaganda per un’“organizzazione terroristica”, la loro forma di espressione dovrebbe suscitare un odio cieco che inciti le persone alla violenza. Ma va notato che gli atti di bande violente che gettano i corpi di combattenti femminili da edifici incompiuti, o strappano i cuori di giovani curdi imprigionati, non sono considerati crimini — mentre l’intreccio dei capelli delle donne sì. Che lo Stato tenti di definire questa pratica come “propaganda” non deriva da una disposizione giuridica, ma da una paura storica innescata dall’intreccio simbolico dei capelli. Questa paura non è un riflesso protettivo temporaneo. È un ricordo traumatico che si è radicato nel pensiero dello Stato dominato dagli uomini, e trasmesso di generazione in generazione.

La mitologia rivela questo ricordo fin dall’inizio. Il racconto di Medusa è uno degli esempi più chiari. La storia di Medusa non è una semplice favola di mostri successivamente inserita nel pantheon greco. Si può anche leggere la storia di Medusa come un tentativo di sopprimere una “donna delle montagne” (con radici che risalgono ai Medi e ai Persiani). In questa lettura, Medusa non è una Gorgone, ma una principessa con radici medo-persiane, una donna delle montagne. Quando l’ordine divino maschile non riesce a gestire questa figura, viene prima esclusa dal centro, poi imprigionata nel tempio, e infine punita attraverso il suo corpo. Cioè, Medusa viene tenuta prigioniera nel tempio dell’ordine sacro dominato dagli uomini, e lì viene attaccata dal dio. Sebbene l’attacco sia diretto contro di lei, la giustizia viene capovolta e il corpo di Medusa viene punito con le trecce che si trasformano in serpenti. La maledizione si manifesta quindi nei suoi capelli.

La treccia è un’espressione del legame delle donne con il mondo, con la loro memoria e la loro permanenza, e proprio per questo motivo l’intreccio è codificato come una minaccia. L’antico legame con la vita, con la terra e con l’oltretomba, viene marchiato come “mostruoso”.

 

“Il potere patriarcale non riesce a gestire la donna disobbediente, e cerca di denigrarla e demonizzarla per rimuoverla dalla circolazione. Che Medusa, dopo l’assalto di un dio, incontri non giustizia ma dannazione, rivela il trauma fondante della supremazia maschile — il patriarcato può governare il corpo e la volontà femminile, che non riesce a controllare a livello mentale, ma solo attraverso la demonizzazione.”

La criminalizzazione odierna delle trecce è un’espressione contemporanea di questa antica paura dello Stato dominato dagli uomini. Lo Stato qui non sta combattendo un crimine, ma sta cercando di rendere di nuovo invisibile qualcosa con cui non è mai riuscito a fare i conti storicamente, perché la reazione delle donne di intrecciare i capelli è un movimento che rovescia la maledizione di Medusa. Il rifiuto dell’attribuzione di mostruosità significa continuare a creare significato da ciò che dovrebbe ispirare paura. Pertanto, gli eventi odierni non sono repressione temporanea, ma segni di una rottura più grande.

Mentre lo Stato sacro combatte contro i capelli intrecciati, e per dimostrare il suo “potere” arresta donne che intrecciano i capelli, le donne continuano semplicemente con questa azione. Lo fanno perché stanno rivendicando il diritto di creare significato. Ciò non riflette la società dello spettacolo, né è una politica di simboli. La pratica di non accettare questa umiliazione è l’insistenza nel mantenere vivo il ricordo. Quando la legge viene utilizzata per sopprimere questa decisione, la legge si indebolisce; il rituale diventa più forte. Tutte le donne che oggi vengono punite lo sanno. Questa azione continua a crescere. Perché, nonostante nel corso della storia si sia cercato di vietare e punire le azioni fisiche e rituali delle donne, queste non sono scomparse, ma si sono diffuse in ambiti in cui il potere non può intervenire. Prendere di mira la treccia non è quindi una questione di sicurezza, ma una manifestazione di una crisi di legittimità. Qui lo Stato non sta prevedendo un crimine, sta ammettendo di aver perso il controllo del significato. È interessante notare che perfino le bande sanguinarie non spaventano lo Stato Sacro tanto quanto milioni di donne. La logica sembra essere: “Loro possono essere i nostri vicini, ma non lasciamo che nessuna donna intrecci i capelli nelle nostre vicinanze”.

Questo riflesso e questa paura non sono una reazione storica estranea alle donne. Nella caccia alle streghe il crimine non veniva giudicato in base all’atto in sé, ma in base alla persona. Oggi funziona una logica simile: il vero problema non è cosa sia l’intrecciare i capelli, ma il fatto che altre possano farlo. La ripetibilità è sempre stata una minaccia per il potere. Ma la storia mostra che la lotta delle donne non scompare quando viene repressa, ma si diffonde in ambiti più ampi. Con questo rituale, migliaia di donne continuano a tessere il significato e la vita della combattente i cui capelli sono stati tagliati, e continueranno a farlo.

Tratto dalla poesia “My Hair Starts the Revolution” di Camisha L. Jones.

L’articolo è apparso originariamente in turco, vedi:
https://jindergi.com/yazi/medusadan-rojavaya-sac-orgusunden-korkan-devlet/

Rojava sotto assedio. Biji biji resistenza curda!


Carla Gagliardini, Patria Indipendente, 28 gennaio 29026

Le promesse del presidente Al-Sharaa per una Siria democratica e inclusiva sono già state smentite dai fatti: dopo alawiti, drusi e cristiani, ora a pagare sono i curdi. Kobane, città simbolo della lotta di liberazione dall’Isis, è circondata. All’offensiva militare si affianca lo scontro ideologico contro la proposta politica di Öcalan per il Medio Oriente, una visione che mette al centro le donne e un modello di società ecologica, in netto contrasto con gli interessi degli apparati di potere degli Stati e dei loro leader. Intanto cresce la solidarietà internazionale. Pubblichiamo un appello‑mozione dell’Unione delle donne italiane e kurde ai Parlamenti Ue e italiano, sottoscritto anche dal Coordinamento donne ANPI e aperto alle adesioni.

Henry Kissinger diceva che “gli Stati Uniti non hanno amici
o nemici permanenti ma solo interessi permanenti”.
I curdi invece dicono che “non hanno amici se non le montagne”

In queste due citazioni si racchiude molta della verità e della realtà che osserviamo da tempo in Rojava, dove governa l’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (Daanes), in modo più marcato da quando Ahmed al-Shara, nome di battaglia al-Jolani, ha conquistato manu militari il potere in Siria nel dicembre del 2024, mettendo in fuga Bashar al-Assad. Su Ahmed al-Shara, fino a poco tempo fa, pendeva una taglia made in the Usa perché guidava l’organizzazione terroristica Hts (Hayat Tahrir al-Sham).

Oggi il nemico degli Stati Uniti è diventato un amico perché ha promesso lauti investimenti in Siria, unico linguaggio che mette d’accordo gli interessi dell’Occidente, in modo particolare quelli statunitensi, e delle petromonarchie del Golfo. In sottofondo, ma non troppo, suona il ritornello degli Accordi di Abramo che mirano a pacificare le relazioni tra Israele e i Paesi arabi. E poi c’è la necessità di infliggere una sconfitta ancora più dolente e permanente all’Iran in chiave anti-russa e soprattutto anti-cinese. Il controllo della Siria è fondamentale. Così sul suolo siriano e sulla pelle degli abitanti di quella zona si sta giocando una partita importantissima. Al-Sharaa è la nuova pedina da muovere sullo scacchiere mediorientale. C’è da pensare che lui lo sappia bene e quindi occorrerà capire quale sia la sua strategia per comprendere la traiettoria che prenderà la Siria trascinando con sé, nel bene o nel male, le sue tante realtà culturali, etniche e religiose.

Per il momento le promesse del neo-presidente Aḥmad Ḥusayn al-Shara per una Siria democratica e inclusiva sono state platealmente disattese e a farne le spese sono state la comunità alawita, quella druza e persino quella cristiana. Oggi è il turno dei curdi. E allora quel detto curdo citato, se visto unicamente volgendo lo sguardo agli Stati, intesi nella loro dimensione di apparati e non di popoli, si inserisce perfettamente nello scenario attuale perché sembra vero che i curdi abbiano come soli amici le montagne. La loro storia fatta di tradimenti, persecuzioni e genocidi subiti lo insegna. Quando poco più di dieci anni fa lo Stato Islamico, più conosciuto come Isis, rappresentava una drammatica minaccia per il mondo, il sangue dei curdi e delle curde è servito. Sono loro che sono caduti e cadute sul campo di battaglia contro un nemico che scaricava la sua ferocia su coloro che considerava infedeli. Quella ferocia ha colpito in modo particolare le donne e il popolo ezida lo sa bene con le sue donne, ragazze e bambine rapite per essere vendute come schiave.

Il 26 gennaio scorso è stato l’undicesimo anniversario della fine dell’assedio di Kobane da parte dello Stato Islamico. Sono i curdi e le curde delle Ypg e delle Ypj che hanno difeso la città con una resistenza impressionante che ha fatto il giro del mondo. Oggi Kobane, città simbolo della lotta di liberazione dall’Isis, è nuovamente circondata. Questa volta è l’esercito siriano che risponde al presidente al-Sharaa, un “ex” jihadista, a volere la sua resa. Kobane ha un valore estremamente importante per entrambe le parti. Per Damasco la sua caduta significa infliggere una sconfitta che trascende l’aspetto militare e strategico perché colpirebbe nel profondo i sentimenti e il morale dei curdi e delle curde. Per la Daanes un’altra storica vittoria sarebbe invece un’ulteriore lezione impartita al mondo sulla forza della resistenza di un popolo che, in evidente posizione di svantaggio e sostanzialmente in solitudine, lotta per la libertà. In realtà, se la Daanes dovesse cadere le curde e i curdi ci avrebbero comunque insegnato qualcosa di importante: il senso profondo della loro rivoluzione che liberandosi dalle catene del nazionalismo e del patriarcato ha disegnato una società libera e democratica.

Dal 6 gennaio l’esercito siriano ha lanciato un’offensiva in Rojava. Da quando a Damasco governa al-Sharaa è stato immediatamente chiaro che l’esperienza della Daanes fosse a rischio. Il presidente siriano infatti vuole uno Stato centrale forte e nessun riconoscimento di autonomia alle varie realtà culturali, etniche e religiose del Paese. Su questo punto è sempre stato irremovibile.

Gli accordi del marzo 2025 siglati con le Sdf (Forze Democratiche Siriane all’interno delle quali si trovano le Ypg e le Ypj) che difendono la Daanes, non sono stati implementati entro la scadenza del 31 dicembre. Questi prevedevano l’inserimento delle Sdf all’interno dell’esercito siriano. La discussione era aperta sul “come” integrarle, perché Damasco vuole l’adesione individuale dei combattenti mentre le Sdf insistono per un inserimento come corpo unico, includendo anche le donne.

La fase di stallo in cui erano precipitati gli accordi è stato il pretesto per Damasco per attaccare la Daanes e conquistare circa il 90% del territorio che prima era sotto il suo controllo. I curdi e le curde sono stati abbandonati dagli alleati statunitensi che sono rimasti a guardare e hanno saputo solo suggerire il loro suicidio, sollecitandoli a accettare le condizioni di Damasco che prevedono la fine della loro autonomia, cioè la fine di tutto ciò per cui hanno lottato e che hanno saputo costruire in oltre dieci anni di amministrazione autonoma. Le aree perse dalla Daanes sono importanti per le loro risorse ma anche per i corridoi strategici. Le Sdf denunciano la complicità della Turchia che ha interesse a smantellare la Daanes e le Sdf, considerate espressione del Pkk e quindi nemici da abbattere.Il processo di pace in corso in Turchia, proprio tra lo stato turco e il fondatore del Pkk, Abdullah Öcalan, non ha né arrestato né frenato le mire distruttive del presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, nei confronti del modello politico applicato in Rojava e teorizzato dal leader curdo, ossia il confederalismo democratico. Questo paradigma non è in linea con la struttura delle società capitaliste e dello stato-nazione, disegnando all’opposto una società basata sulle comuni rette da un’organizzazione di tipo socialista.

In Rojava, oltre a una guerra di conquista, è in atto anche uno scontro ideologico sul tipo di società da realizzare. La proposta politica di Öcalan per il Medio Oriente è dirompente se si pensa al ruolo centrale della donna ma anche all’idea della società ecologica, che stride con gli appetiti degli Stati e dei loro governanti, i quali spesso hanno interessi personali che finiscono per dettare l’agenda dello Stato. Al-Sharaa in questo momento è la pedina che viene mossa dalla Turchia, che aspira a ripristinare una sorta di Impero Ottomano, e dagli Stati Uniti, che hanno un debito pubblico pericolosamente alto e una forte crisi strutturale interna su più piani, sociale, economico e finanziario, la quale richiede politiche imperialiste per l’accaparramento di ingenti risorse. Nella nuova Siria molti interessi stranieri reclamano una fetta del Paese mentre la popolazione locale, soprattutto le minoranze, viene estromessa dal progetto politico di ricostruzione della società siriana dopo lunghi anni di guerra. Non basta il riconoscimento della cittadinanza e dei diritti culturali dei curdi fatto in fretta e furia con decreto presidenziale negli ultimi giorni, tra un cessate il fuoco e l’altro, per liquidare la questione curda. La scelta di al-Sharaa sembra dettata dalla necessità di sottrarre ai curdi parte della materia del contendere e quindi svuotare la loro azione politica, legittimando così, agli occhi del mondo, la guerra scatenata contro di loro se dovessero scegliere di non piegarsi al volere di Damasco.

È difficile prevedere cosa accadrà quando il nuovo cessate il fuoco scadrà perché l’incognita di peso è rappresentata dagli Stati Uniti, i quali hanno dichiarato attraverso l’Ambasciatore in Turchia nonché inviato speciale per la Siria Tom Barrack, che le Sdf appartengono al passato e che al-Sharaa è il presente. Tuttavia non è facile credere che possano fidarsi ciecamente di colui che fino a poco più di un anno fa veniva presentato come un pericoloso terrorista e nemico di Washington. Il trasferimento nelle prigioni irachene di circa settemila jihadisti rinchiusi nelle carceri che, fino a pochi giorni fa, erano sotto il controllo delle Sdf potrebbe essere un segnale di sfiducia.

Dal canto suo Al-Sharaa indossa con disinvoltura tante maschere per ricoprire il suo passato di jihadista e il progetto che ha in mente di assimilazione delle minoranze. Ricorre a un linguaggio rassicurante, poco conta se smentito dai fatti, e questo basta per soddisfare i nuovi alleati della Siria post-Assad. Se la Daanes venisse espropriata dell’autonomia nei territori curdi che continua a controllare, come vorrebbero Erdogan e al-Sharaa, la Siria difficilmente conoscerà una stagione di pace. È facile pensare che i curdi non rinunceranno alla libertà che hanno conquistato e potranno essere di ispirazione per le altre minoranze, le quali hanno già assaggiato la violenza di questo governo e reclamano a loro volta forme di autonomia. Le donne curde saranno in prima linea perché non è pensabile per loro assistere alla cancellazione di quei diritti che hanno ottenuto combattendo tanto con le armi quanto attraverso un processo culturale e politico che ha cambiato in senso rivoluzionario il loro modo di concepirsi all’interno della società.

I curdi ci insegnano che la Resistenza è vita (Berxwedan jiyan e!), che la donna è al centro del progetto politico di una società libera, democratica e di pace (Jin jiyan azadi!) e che l’esperienza democratica del Rojava deve essere salvata. Per tutte queste ragioni la resistenza in Rojava va sostenuta. Biji biji Rojava!

Carla Gagliardini è vicepresidente ANPI provinciale di Alessandria e componente del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan odv

 

Appello-mozione di UDIK, Unione delle donne italiane e kurde, al Parlamento Ue e al Parlamento italiano

Salzano-Ve, 27/01/2026

Spettabili Deputati e Senatori del Parlamento Italiano

Appello/Mozione concernente la situazione nel Nord-Est della Siria e la difesa dell’Amministrazione Autonoma di Rojava

Noi, donne italiane e curde, unite da un legame di sorellanza, da una storia comune di resistenza e dalla lotta contro il fascismo, esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per quanto sta accadendo nel Nord-Est della Siria.

Chiediamo al Parlamento italiano e al Parlamento europeo di intervenire con urgenza per fermare gli attacchi di annientamento contro il popolo curdo e contro il suo modello di democrazia, autogoverno e convivenza pacifica.

Sollecitiamo l’Italia e l’Unione Europea a impegnarsi attivamente nella ricerca di una soluzione politica e di pace, nel pieno rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale e del principio di autodeterminazione dei popoli. Il rispetto dei diritti umani non può essere selettivo né subordinato a interessi geopolitici.

Premesso che:

– nel Nord-Est della Siria opera l’Amministrazione Autonoma di Rojava, un’esperienza politica fondata sui principi di democrazia partecipativa, autogoverno, confederalismo democratico, convivenza pacifica tra le diverse etnie e religioni e sulla piena parità di genere;
– tale modello rappresenta un esempio concreto di stabilità, inclusione sociale e rispetto dei diritti umani in un’area segnata da conflitti, autoritarismi e fondamentalismi religiosi;
– le Forze Democratiche Siriane, composte da donne e uomini, hanno svolto un ruolo decisivo nella sconfitta militare dell’organizzazione terroristica ISIS, contribuendo in modo determinante alla sicurezza regionale e internazionale, inclusa quella dell’Europa, duramente colpita da attentati terroristici negli anni passati;
– il contributo delle donne curde nella lotta contro il terrorismo e nella costruzione di un modello sociale basato sull’uguaglianza di genere è stato riconosciuto a livello internazionale come elemento centrale di tale esperienza.

A tal fine avanziamo la proposta di approvazione della seguente mozione:

Considerato che:
– l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria è attualmente oggetto di attacchi armati da parte di gruppi jihadisti legati al regime di Jolani e da milizie riconducibili ai residui dell’ISIS, con il sostegno diretto o indiretto della Turchia;
– il regime siriano non ha rispettato gli accordi sottoscritti nel mese di aprile con le Forze Democratiche Siriane, accordi che prevedevano misure volte alla de-escalation del conflitto;
– nonostante il ritiro da alcune aree da parte delle Forze Democratiche Siriane (HSD), finalizzato a evitare nuove ostilità, le milizie jihadiste hanno proseguito l’offensiva, chiedendo la deposizione delle armi e la sottomissione a un sistema politico autoritario e teocratico;
– il regime siriano si dimostra incapace di garantire una soluzione politica inclusiva e agisce sotto l’influenza di interessi geopolitici ed economici di potenze esterne.

Ritenuto che:

– la distruzione dell’Amministrazione Autonoma di Rojava rappresenterebbe un grave arretramento per la tutela dei diritti umani, per la parità di genere e per la convivenza pacifica tra i popoli della regione;
– l’abbandono di tale esperienza democratica costituirebbe un tradimento dei valori di libertà, giustizia e autodeterminazione che l’Unione Europea e la Repubblica Italiana affermano di difendere;
– il silenzio e l’inazione della comunità internazionale rischiano di favorire il ritorno del terrorismo jihadista e di compromettere ulteriormente la stabilità regionale.

Chiediamo l’impegno del Governo:

1) a condannare ufficialmente gli attacchi contro l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria e contro le Forze Democratiche Siriane;
2) a promuovere, in sede europea e internazionale, il riconoscimento politico e istituzionale dell’Amministrazione Autonoma di Rojava come interlocutore legittimo per una soluzione democratica del conflitto siriano;
3) ad attivarsi, attraverso iniziative diplomatiche urgenti, per la cessazione delle ostilità e il rispetto degli accordi precedentemente sottoscritti;
4) a sostenere la tutela dei diritti delle donne, delle minoranze etniche e religiose nel Nord Est della Siria, riconoscendo il valore del modello di autogoverno basato sull’uguaglianza di genere;
5) a vigilare affinché le politiche europee e internazionali non favoriscano, direttamente o indirettamente, forze jihadiste o regimi autoritari contrari ai principi democratici e ai diritti umani.

Firmatarie:

– UDIK Unione Donne Italiane e Kurde
– Coordinamento Nazionale Donne ANPI
– Politiche di Genere CGIL Nazionale
– UDI Unione Donne in Italia
– Casa Internazionale delle Donne
– La Biblioteca delle donne e centro di consulenza legale udipalermo
– Avv. Angela Bitonti- avvocato per i diritti umani

Per aderire: udik.unionedonne@gmail.com

Il rischio della ricomparsa di ISIS è reale? Cosa dà forza alla gente del Rojava per resistere contro di esso?

retejin.com 24 gennaio 2026

Resistere ad ISIS
Abbiamo visto le immagini della bandiera dell’ISIS di nuovo sventolare sulla città di Raqqa. Ma quanto è reale il rischio che l’ISIS ritorni, dopo gli attacchi alla rivoluzione del Rojava? Che le donne vengano di nuovo vendute per strada e brutalizzate secondo una visione distorta dell’Islam? Avverranno di nuovo attacchi come quelli al Bataclan, a Nizzao a Bruxelles?
Per capirlo è necessario vedere chi sono gli attori in gioco: tra di essi, chi è Ahmed al-Sharaa, attuale capo del governo provvisorio di Damasco?
Ahmed al-Sharaa, nom de guerre al-Jolani
Nato nel 1982, in una famiglia laica borghese, abbraccia il fondamentalismo islamico intorno all’anno 2000. Nel 2003 combatte come membro di al-Qaeda in Iraq; nel 2006 viene arrestato e detenuto in diverse prigioni in Iraq, incluse Abu Ghraib e Camp Bucca. Quest’ultima è talvolta definita “accademia della jihad”, perché in essa si sono formati molti dei leader dell’ISIS. Nel 2011 viene rilasciato e incaricato da al-Qaeda di costruire il ramo siriano dell’organizzazione: nasce così nel 2012 al-Nusra, di cui diventa emiro generale con il nome di battaglia
al-Jolani. Negli anni immediatamente successivi una delle forze con cui si scontra è quella delle YPG-YPJ; particolarmente feroce è stata la battaglia di Serekaniye del 2012-2013.
Nel 2015 al-Jolani rifiuta di unirsi all’ISIS, rimanendo fedele alla linea di al-Qaeda. Nel 2017 fonda HTS che, oltre ad al-Nusra, include altri gruppi jihadisti; ne diventa leader e occupa la provincia di Idlib, nel nord-ovest della Siria, dove stabilisce il Governo della salvezza, braccio governativo di HTS. Qui l’autoritarismo è pervasivo: arresti arbitrari, prigioni segrete, esecuzioni pubbliche, discriminazione religiosa (in particolare contro drusi e cristiani) e soppressione dei diritti delle donne. Viene applicata la Sharia in modo selettivo, mentre si costruisce una facciata di moderazione attraverso attività di sensibilizzazione pubblica, apparizioni sui media e dichiarazioni di non ostilità verso l’Occidente. Nell’ottobre 2022 HTS si espande nell’area di Afrin, convivendo con il suo alleato Esercito Nazionale Siriano (SNA), già presente sul territorio. Durante tutto questo periodo la Turchia ha continuato a intrattenere rapporti commerciali con HTS e a consentirne i movimenti in diverse zone. Il 27 novembre 2024 HTS ha avviato una campagna militare che lo ha portato a prendere il controllo di Damasco l’8 dicembre 2024.
Molti elementi del nuovo governo avevano avuto incarichi in al-Nusra o nel cosiddetto Governo della salvezza, si erano macchiati di crimini di guerra o avevano compiuto femminicidi. Nella costituzione approvata, la Sharia costituisce la base dell’ordinamento ed è utilizzata come pretesto per applicare norme contrarie ai diritti delle donne. Le leggi sul matrimonio rimangono sotto l’autorità religiosa e non laica; non esiste alcuna norma che garantisca la presenza delle donne nei ruoli decisionali. La denominazione “Repubblica araba siriana” resta in vigore, l’arabo è l’unica lingua ufficiale e solo un musulmano può essere capo dello Stato. Al-Jolani ha indossato giacca e cravatta, ma resta lo stesso jihadista misogino.
Una volta al governo, non ha mancato di usare violenza contro gruppi di diversa fede. A marzo, gruppi jihadisti guidati da HTS e fazioni sostenute dalla Turchia hanno colpito la comunità alawita nella regione costiera, causando oltre 1.600 morti civili, incendi di villaggi, sfollamenti di massa e rapimenti di donne, con chiari moventi di intolleranza religiosa. Da fine aprile hanno attaccato anche la comunità drusa nelle aree di Damasco rurale e di As-Suwayda, con bombardamenti, saccheggi, distruzione di luoghi sacri e oltre 130 vittime.
Le donne sono bersagli specifici: decine di alawite sono state rapite e fatte sparire, in uno schema che richiama le violenze sistematiche commesse dall’ISIS contro le donne yazide. Queste pratiche confermano una violenza settaria basata su un fondamentalismo religioso pseudo-islamico che, con gli ultimi attacchi, si è nuovamente riversato nei territori del NES.
ISIS dopo la sconfitta del califfato
Nel 2019 il territorio fisicamente sotto controllo dell’ISIS è stato liberato definitivamente dalle YPG-YPJ-SDF nella battaglia di Baghouz. Dopo questo, però, diverse cellule dell’ISIS hanno continuato a resistere nascoste; un’altra parte è confluita all’interno di HTS, guidato da Ahmed al-Sharaa, che all’epoca si stava rafforzando a Idlib, nel cosiddetto “governo della salvezza”. Altri ancora, alcune decine di migliaia, sono state arrestati dalle YPG-YPJ-SDF e, quando sono iniziati gli attacchi, si trovavano ancora nelle prigioni del Nord ed Est della Siria – NES. Nel 2025 si stimava che nelle prigioni del NES fossero detenuti circa 10.000 jihadisti, tra cui 2.000 stranieri. Poiché gli Stati di provenienza si rifiutavano di rimpatriarli, la loro gestione ha rappresentato per anni un peso enorme per l’amministrazione autonoma, non solo economico e logistico ma soprattutto in termini di sicurezza. Un esempio emblematico è la battaglia della prigione di Hasakah del 2022. Qui erano detenuti circa 4.000 jihadisti. La struttura fu attaccata da 100-300 membri di cellule dormienti dell’ISIS; nella difesa morirono 121 persone, tra civili, membri delle YPJ-SDF e personale carcerario. Si stima che alcune decine, forse centinaia, di detenuti riuscirono a fuggire.
Un discorso a parte meritano i campi di detenzione, come al-Hol e Roj. Nel campo di al-Hol nel 2025 si stimavano circa 27.000 persone, in gran parte donne che educavano i figli secondo l’ideologia del califfato. Nonostante le operazioni militari, l’ISIS continuava a organizzarsi all’interno del campo; periodicamente venivano liberate donne yazide ridotte in schiavitù e ancora nascoste tra le detenute. Il campo di Roj, più piccolo, ospitava circa 2.100 donne legate all’ISIS con i loro figli; tra questi vi sono oggi una cinquantina di giovani uomini tra i 18 e i 20 anni.
Impatto degli ultimi attacchi
Dal 6 di gennaio 2025 le bande jihadiste di nuovo stanno attaccando il nord e l’est della Siria, partendo da Aleppo e proseguendo nel loro massacro verso Kobane (che in questo momento si trova isolato e sotto assedio), Hassakeh e la zona est.
Diverse testimonianze riportano la presenza di combattenti dell’ISIS tra le bande che hanno attaccato Aleppo e il Nord ed Est della Siria. Combattenti feriti hanno dichiarato, al rientro: “stavamo combattendo contro l’ISIS”. Immagini mostrano insegne dell’ISIS tra i combattenti; in alcuni video i comandanti parlano di “seguire gli ordini dell’emiro”, utilizzando un linguaggio tipicamente jihadista più che militare-statale. Gli episodi di violenza misogina non sono mancati: il corpo di una combattente YPJ caduta è stato gettato dal terzo piano di un edificio, mentre la treccia mozzata di un’altra combattente è stata mostrata con sprezzante orgoglio da uno jihadista.
Negli anni 2014-2019 sappiamo che il supporto fornito dalla Turchia ad ISIS non è stato irrilevante: sostegno economico, logistico e cure ai feriti. Oggi dinamiche simili si ripetono: droni turchi bombardano per supportare le bande jihadiste, e immagini mostrano combattenti che innalzano la bandiera turca.
Uno degli obiettivi principali di questi gruppi sono le prigioni che detengono membri dell’ISIS. Dalla prigione di Shaddadi sono usciti circa 1.500 jihadisti; la prigione di Raqqa è ad alto rischio; quella di Hasakah è la più popolosa e la sua caduta comporterebbe la liberazione di migliaia di detenuti. Le recinzioni del campo di al-Hol sono state aperte e chi vi si trovava è uscito. Sono stati identificati almeno sei siti da cui combattenti dell’ISIS sono fuggiti, mentre online l’organizzazione inneggia alle evasioni. La prigione di Raqqa, al-Aqtan, con i suoi circa 2.000 membri dell’ISIS si trova ora nelle mani di HTS; un gruppo di YPJ-SDF ha resistito quasi una settimana senza cibo né acqua per difenderla, circondato dalle bande jihadiste. Se prima la comunità internazionale lasciava il NES solo nella gestione dei detenuti dell’ISIS, oggi chiude gli occhi mentre questi vengono liberati.
In questo momento Kobane è sotto assedio. Kobane, che segnò il momento in cui ISIS cominciò a cadere, oggi è di nuovo attaccata da forze che non sono poi così diverse da quelle del 2014. Nesrin Abdella, proprio a Kobane, ha dichiarato, parlando del nemico al fronte: “Posseggono tutti i tipi di armi pesanti e in particolare armi turche. (…) E questo è stato fatto con l’avanguardia di ISIS. Sono componenti di ISIS che, in maniera molto aperta, indossano la bandiera e i simboli di ISIS e come membri di ISIS attaccano.” La popolazione resiste a tutti i livelli; tutte e tutti prendono parte alla difesa.
Ma cosa c’è a Kobane, cosa c’è nel Rojava, che permette di resistere in questo modo? Cosa dà la forza alla popolazione, alle mamme, agli anziani, di prendere le armi e decidere di restare a difendere la propria terra? Perché, nella guerra di Aleppo se un comandante come Heval Ziyad dichiara di non andarsene per difendere la sua città e infine dona tutto quel che ha, inclusa la sua vita, per difendere quella terra, poi a centinaia decidono di fare lo stesso? Perché se il Rojava viene attaccato è tutto il Kurdistan che abbatte i muri e confini e accorre nella mobilitazione generale in solidarietà? Cosa fa sì che se uno jihadista si mostra con la treccia mozzata di una ragazza in mano, poi a migliaia di ragazze si intreccino i capelli?
Per cosa lottiamo
Quello che vediamo qui è uno scontro tra due idee, tra due modi di vivere, tra due sistemi di valori. Da una parte c’è quella visione della società violenta e frammentata, impregnata di sopraffazione e sottomissione, in cui le donne vengono vendute, vengono valutate in base a quanti figli possono fare nascere, vengono rese schiave come oggetti sessuali, umiliate, violentate, distrutte nell’intimo. Questo, in Siria, viene fatto in nome di una visione distorta dell’Islam, ma in altri luoghi del mondo prende i nomi e le forme più diverse. Quello che viene preso di mira dal sistema che mira a dividere, controllare e sottomettere la società è appunto questa società che attorno alla donna si è costruita, sono i valori e l’etica di cui essa è fonte, come la madre è fonte di vita per i propri figli e figlie. Il paradigma su cui si basa la Rivoluzione del Rojava è stato formulato da Abdullah Öcalan e mira a costruire una società democratica ed ecologica basata sulla liberazione delle donne.
Quando parliamo di una società democratica, intendiamo una società in grado di auto-amministrarsi (e quindi di soddisfare i propri bisogni materiali e spirituali) senza la necessità di uno Stato. Per fare ciò, crediamo che una società debba essere politica ed etica: una società politica è in grado di discutere i propri bisogni, prendere decisioni su come trovare soluzioni e mettere quelle decisioni in pratica; una società etica è quella che è in grado di vivere secondo i valori creati dalle precedenti decisioni politiche. In altre parole, l’etica è la memoria politica
della società. Una società ecologica è quella che è in grado di vedere le proprie radici nella natura, di sentire che la propria esistenza è intrecciata con la vita dell’ambiente circostante e di agire di conseguenza. Per creare questo tipo di società, crediamo che sia necessario basarla sulla libertà delle donne: crediamo che l’attuale sistema patriarcale-statale sia storicamente basato sulla schiavitù delle donne.
Vogliamo spiegare meglio quest’ultimo concetto. La storia può essere compresa come la coesistenza di due sistemi paralleli. Il primo era basato sulla raccolta in armonia con la natura, sulla cura e sulla costruzione della comunità necessaria per crescere i figli. Il secondo si basava sulla caccia, l’inganno, la violenza, e alla fine ha portato allo Stato. Semplificando e senza entrare nei dettagli, identifichiamo il primo sistema e i suoi valori con il femminile e la madre-dea, e il secondo con il maschile e lo stato-dio. Per affermarsi, il sistema patriarcale-statale ha dovuto sopprimere il sistema della madre-dea e trasformare le donne in proprietà — fisicamente, socialmente e psicologicamente. L’oppressione delle donne, della natura e della società da parte delle élite dominanti sono intrinsecamente legate. Ridurre le donne in schiavitù o trasformarle in merci è stata una condizione per la consolidazione del patriarcato. Sono state create caste e classi per dividere ciò che le donne un tempo univano intorno a sé. Pertanto, liberare le donne significa anche liberare la società e permettere all’umanità di superare il sistema patriarcale di oppressione. Per questa ragione, al centro del sistema nel nord e nell’est della Siria troviamo l’organizzazione autonoma delle donne. In tutti i campi, a tutti i livelli, le donne sono organizzate autonomamente, con la possibilità di veto sulle istituzioni miste.
Il modo in cui la popolazione è organizzata in Rojava si basa sui principi della nazione democratica. La nazione democratica è definita da Öcalan come: “Un modello di nazione che può derivare dalla nazione culturale, ma che tiene a freno ed esclude sfruttamento e oppressione, è di sicuro riconduibile alla nazione democratica. Una nazione democratica è la più vicina ai concetti libertà e uguaglianza. In accordo con questa definizione, possiamo affermare che si tratta del modello di nazione ideale per le comunità che lottano al fine di ottenere libertà e uguaglianza.” Una nazione democratica è il modo in cui una nazione si organizza senza diventare uno Stato. La base fondamentale su cui si fonda questa organizzazione sono le comuni, composte da alcune centinaia di famiglie di vicini, che risolvono i propri bisogni. Nelle comuni ci sono diverse commissioni, come economia, salute, autodifesa, arte e cultura, educazione, riconciliazione (per risolvere i conflitti nella società) e così via. Due persone, un uomo e una donna, sono responsabili della comune: questo sistema è chiamato sistema di co-presidenza, e la copresidente donna rappresenta la volontà delle donne organizzate. Da 10 a 20 comuni vengono poi organizzate in consigli di quartiere, assemblee cittadine, provinciali, di cantone e della Siria del nord e dell’est (NES). Tutti i comitati delle comune sono organizzati nello stesso modo, con delegati che vanno al livello successivo. Naturalmente, parallelo a questo sistema, esiste il sistema autonomo delle donne. Nella nazione democratica, tutti i componenti del tessuto sociale possono trovare il loro posto, vivendo liberamente la loro cultura, lingua e tradizioni (quando non vanno contro l’etica, per esempio quando tali tradizioni non opprimono le donne).
È contro questo che al-Jolani, ISIS e la Turchia stanno combattendo, è di questo che hanno paura: la libertà delle donne e la democrazia che essa porta sono ciò che loro non sopportano. Ed è anche questa democrazia che stiamo difendendo nel lottare contro il sistema che rende la società schiava, nel lottare contro la misoginia e il patriarcato. Questa lotta è importante da un lato perché la diffusione di ISIS, HTS e delle bande jihadiste renderebbe tutto il mondo (non solo il Rojava) un posto peggiore in cui vivere, ma anche perché le idee e le pratiche del Rojava stesso renderebbero questo mondo invece un posto migliore in cui vivere.

 

La resilienza di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh

Nella coscienza politica e geografica siriana, la città di Aleppo è più di un semplice centro economico o di una metropoli storica; rappresenta il punto cruciale la cui oscillazione può sconvolgere l’equilibrio dell’intero nord della Siria. Sin dagli albori della storia, l’importanza di Aleppo deriva dalla sua posizione strategica come punto di collegamento indispensabile tra l’altopiano anatolico a nord, quello profondo arabo a sud e la sfera mediterranea a ovest. Questo l’ha resa una città dalle multiple identità, dove componenti arabe, curde, armene e turkmene si sono fuse in un unico tessuto economico e sociale caratterizzato da uno spirito pragmatico e flessibile. Tuttavia, i tumultuosi cambiamenti dell’ultimo decennio non solo l’hanno destabilizzata, ma hanno anche ridisegnato la geografia della città lungo nette linee etniche, politiche e territoriali. Durante questo periodo, i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh sono emersi come attori indipendenti dotati di una specificità amministrativa e demografica unica all’interno del corpo aleppino, rendendoli un luogo chiave per comprendere i conflitti di identità e di influenza nella regione.

Scarica il pdf dell’approfondimento realizzato da Kongra Star

KCK: Verranno svelati i retroscena delle stragi di Parigi

UIKI Onlus, 9 gennaio 2026

La KCK ha affermato in una nota che “per anni il popolo curdo ha combattuto a fianco delle forze democratiche francesi per denunciare questo massacro”, aggiungendo che verrà svelata la verità dietro le uccisioni.

“Il 9 gennaio 2013, Sara, Rojbîn e Ronahi, tre donne curde rivoluzionarie, sono state assassinate a Parigi. Nell’imminente anniversario del loro assassinio, condanniamo ancora una volta fermamente questo spregevole omicidio e ricordiamo Sara, Rojbîn e Ronahî con rispetto e gratitudine.

Allo stesso tempo, commemoriamo Evîn Goyî, Mir Perwer e Abdürrahman Kızıl, che vennero presi di mira e assassinati in modo simile a Parigi il 23 dicembre 2023.

E’ stato anche di recente l’anniversario del martirio delle nostre amiche Sêvê Demir, Pakize Nayır e Fatma Uyar, brutalmente assassinate a Silopi il 3 gennaio 2016. Commemorando questi preziosi martiri, ricordiamo con grande rispetto e gratitudine tutti i martiri che hanno dato la vita per la rivoluzione e la lotta per la democrazia. Ci inchiniamo davanti ai loro preziosi ricordi.

Il massacro di Parigi è stato pianificato e portato a termine da forze colonialiste-genocide che ostacolano la soluzione della questione curda. Già la tempistica dell’attacco rivela chiaramente questo fatto. Il fatto che un simile attacco abbia avuto luogo a Parigi, proprio all’inizio del processo di dialogo con il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan per la risoluzione della questione curda nel 2013, è stato un atto di sabotaggio.

L’assassinio della compagna Sara è anche un atto di vendetta contro la fondazione del PKK e contro il paradigma della libertà delle donne.

Il leader del popolo curdo, Abdullah Öcalan, ha definito l’assassinio della compagna Sara come il secondo massacro di Dersim (tr. Tunceli) e ha chiaramente sottolineato che l’eredità della compagna Sara continuerà a vivere nella lotta per la libertà del popolo curdo e in particolare delle donne.

Il massacro di Parigi è stato pianificato e portato a termine dagli stessi servizi segreti dello Stato. È stata l’attuazione pratica della strategia volta a soffocare ed eliminare la lotta per la libertà del popolo curdo ovunque. L’assassinio è stato compiuto anche sfruttando le relazioni e le capacità dello Stato turco in Europa.

La dichiarazione prosegue: “Considerando l’atteggiamento della Francia dopo il massacro, è chiaro che lo Stato ha chiuso un occhio su questo massacro. Il fatto che lo Stato francese non abbia rivelato che questo massacro è stato compiuto dallo Stato turco lo dimostra.

Il massacro di Parigi deve essere visto anche come un grave attacco alla lotta delle donne curde per la libertà. Le compagne Sara, Rojbîn e Ronahî sono state pioniere di spicco della lotta per la libertà delle donne. Sara, avendo svolto un ruolo pionieristico sia nella fondazione del partito che nella lotta per la libertà delle donne, è divenuta bersaglio del colonialismo genocida. È chiaro che questo attacco mirava alla realtà: la lotta per la libertà delle donne rafforza notevolmente la lotta per la libertà del popolo curdo. Per questo motivo, con lo sviluppo della lotta per la libertà delle donne, gli attacchi sono aumentati di giorno in giorno e la lotta per la libertà delle donne divenne l’obiettivo principale della guerra speciale. “Sebbene siano trascorsi 13 anni dal massacro di Parigi, lo Stato francese non ha preso alcuna iniziativa per rivelare il massacro in tutte le sue dimensioni. La Francia, che si presenta come un paese esemplare in termini di democrazia e diritto, nel massacro di Parigi ha messo da parte questi valori. L’affermazione secondo cui scoprire la verità sull’affare Dreyfus sarebbe diventata una cultura del diritto francese ha perso ogni significato nel massacro di Parigi. In breve, la Francia ha violato sia il proprio diritto sia il diritto universale, sacrificandoli ai propri interessi politici.

A causa delle sue relazioni economiche e politiche con la Turchia, la Francia non è stata in grado di affermare con chiarezza che il massacro di Parigi sia stato compiuto dallo Stato turco. Il popolo curdo nutre profonda diffidenza nei confronti della posizione francese.

Per anni, il popolo curdo ha combattuto a fianco delle forze democratiche francesi per denunciare questo massacro. Questa lotta alla fine darà i suoi frutti e la piena verità su questo massacro verrà a galla. Quest’anno, il nostro popolo e i suoi amici internazionali stanno organizzando iniziative per esprimere le loro reazioni in occasione dell’anniversario dei massacri. Invitiamo il nostro popolo e i nostri amici internazionali a partecipare con forza a queste azioni per intensificare la lotta per denunciare questi massacri.

sinistra ROJHILAT (Kurdistan “iraniano”): forse una nuova fase per il movimento Jin Jiyan Azadî

Brescia anticapitalista, 7 settembre 2025, di Gianni Sartori

Anche nel Kurdistan “iraniano” (Rojhilat) la questione curda rimane fondamentale per il Medio oriente. Tra condanne a morte e repressione, aspettative di nuove rivolte e politiche anti-sindacali

Sempre più intricato il groviglio medio-orientale e quello curdo in particolare.

Con lo smantellamento (preannunciato, effettivo, in corso…?) del PKK e la determinazione di FDS, YPG e YPJ nel nord est della Siria di NON consegnare le armi ai tagliagole di Damasco. Come ha detto chiaramente la esponente della Comunità delle Donne del Kurdistan (kjk) Çiğdem Doğu.
Spiegando come la Siria odierna si definisca “attraverso una molteplicità di etnie e religioni diverse” e sottolineando quanto sia “altrettanto distintivo il ruolo assunto dalle donne (…) con l’auto-organizzazione femminile”.

In riferimento poi a quanto avviene nelle regioni alawite e druse (“ripetuti massacri contro la popolazione e ripetute violenze sulle donne”) ha aggiunto che “solo pensare di imporre la resa delle armi alle forze democratiche siriane (Fds) significa semplicemente dire: venite a farvi sgozzare”. Non esiste infatti “alcuna garanzia di sopravvivenza”. Così come sarebbe “priva di senso l’idea dell’integrazione delle Fds nell’esercito siriano”. In quanto semplicemente “oggi non esiste un vero esercito siriano, ma soltanto varie gang. Gruppi sanguinari che conducono attacchi contro le diverse identità nazionali, etniche e religiose”.

Altro discorso (ma complementare) su quanto potrebbe avvenire in Rojhilat (Rojhilatê Kurdistanê, il Kurdistan orientale, sotto amministrazione iraniana).

Il Partito per la Vita Libera del Kurdistan (Partiya Jiyana Azad a Kurdistanê – Pjak; sorto nel 2004, attivo in Iran e allineato sui principi del Confederalismo democratico), ha diffuso un comunicato in cui si dichiara disponibile a sostenere l’apertura di una nuova fase della rivolta Jin Jiyan Azadî (Donna, Vita, Libertà) scoppiata nel 2022 dopo l’assassinio della ventiduenne curda Jina (Mahsa) Amini.

Precisando comunque che quella condotta da USA e Israele (in riferimento ai bombardamenti israeliani e statunitensi) è “una guerra di potere e interessi contrapposti, non una guerra di liberazione per i popoli e le nazioni”

“Solo una lotta popolare – proseguiva il comunicato del Pjak – può portare alla libertà in Iran: il popolo iraniano non deve essere costretto a scegliere tra la guerra e l’accettazione di un regime dittatoriale”.

Fermo restando che “la caduta della dittatura sarebbe motivo di celebrazione, in particolare per il popolo curdo. È anche un passo verso la partecipazione alla più ampia lotta contro la tirannia e per la costruzione di una società libera e democratica”.

In un contesto generale di inasprimento della repressione e dell’utilizzo di metodi brutali. Per l’Ong curda Hengaw già alla fine di luglio sarebbero state oltre 800 (ottocento !) le condanne a morte eseguite dall’inizio del 2025. Tra le vittime, oltre a una trentina di prigionieri politici, 22 donne e un minorenne. Colpendo soprattutto le minoranze (116 Curdi, 107 Lur, 92 Beluci, 82 Turchi, 46 Afgani).

Tra le condanne che potrebbero venir eseguite in qualsiasi momento, quella riconfermata in luglio di Sharifeh Mohammadi , femminista curda e militante di un sindacato legale. Nel luglio 2024 Condannata a morte per aver manifestato pubblicamente la sua opposizione alla tortura e all’uso sistematico delle esecuzioni capitali. Equiparandola prima a “propaganda contro lo Stato” e poi a “ribellione armata”.

In carcere dal 2023, ha subito maltrattamenti e torture (sia fisiche che psichiche per estorcerle confessioni), posta in isolamento per oltre tre mesi con la proibizione di visite e telefonate. Sulla drammatica vicenda in agosto è intervenuta l’Assemblea delle donne del partito filo-curdo Dem (Partito dell’uguaglianza e della democrazia del popolo) che ha definito Sharifeh Mohammadi “una militante che ha difeso i diritti delle donne e dei lavoratori”. Affermando di considerare “ogni attacco contro le donne, ovunque avvenga nel mondo, come un’attacco contro il nostro corpo”: Per cui “intensificheremo la nostra ribellione. Il regime fascista dei Mullà ha per l’ennesima volta commesso un crimine contro l’umanità e contro le donne per conservare il proprio potere dominato dagli uomini”.

Alla fine del mese scorso intanto giungevano altri dati allarmanti sulle condanne a morte eseguite nel Kurdistan “iraniano” (v. Rapporto mensile dell’organizzazione dei diritti umani del Kurdistan).

Sarebbero 28 (tra cui una donna) i curdi impiccati dal regime di Teheran in agosto. E almeno altrettanti venivano arrestati nel corso del mese.

Inoltre, stando al rapporto, le autorità giudiziarie iraniane avrebbero applicato pene arbitrarie condannando a 64 anni complessivi di carcere una dozzina di cittadini curdi per accuse “prive di fondamento giuridico”.

Mentre il capo del potere giudiziario iraniano, Hossein Mohseni Ejei, annunciava in conferenza stampa che oltre 2000 persone erano state arrestate nel corso del recente conflitto (durato una dozzina di giorni) tra Iran e Israele, la Rete dei diritti dell’uomo del Kurdistan, denunciava che dall’inizio dei bombardamenti israeliani le forze di sicurezza e i servizi segreti avevano arresto più di 335 militanti e cittadini curdi “senza mandato giudiziario”. In particolare nelle città di Ilam, Kermanshah (Kirmaşan), Urmia, Sanandaj (Sînê), Téhéran e Khorasan.

Sempre da un recente rapporto dell’ONG di difesa dei dei diritti umani Hengaw (del 30 agosto, Giornata internazionale delle vittime di sparizioni forzate) si ricava che “dal 1979 i prigionieri politici curdi sono diventati sistematicamente vittime di sparizioni forzate. Molti venivano fucilati per ordine di tribunali quantomeno improvvisati, spesso senza processo”.

Dall’arresto alla sepoltura in fosse comuni tenute poi segrete, i processi intentati diventavano di fatto propedeutici alla sparizione forzata.

Aggiungo – si parva licet – che nel Rojhilat anche le libertà sindacali e individuali rischiano di subire ulteriori restrizioni. Come viene confermato dalle sanzioni disciplinari imposte alla fine di agosto dal ministero dell’Educazione a 14 insegnanti (curdi e militanti sindacali).

Si tratta di Nasrin Karimi (in pensione forzata con retrocessione); Faysal Nouri (esilio per cinque anni – al confino – nella regione di Kermanshah); Majid Karimi (licenziamento con esclusione perenne dalla funzione pubblica); Ghiyas Nemati (licenziamento perenne dal Ministero dell’Educazione pubblica); Omid Shah-Mohammadi (licenziamento perenne dalla funzione pubblica); Salah Haji-Mirzaei (sospensione dall’insegnamento); Leyla Zarei (sollevata dal ruolo di vice-presidente della scuola e in pensione forzata con retrocessione); Shahram Karimi (sospensione di sei mesi); Loghman Allah-Moradi (sospensione di un anno); Soleyman Abdi (pensione forzata con retrocessione); Hiwa Ghoreishi, Parviz Ahsani e Kaveh Mohammadzadeh (licenziamento dal ministero dell’educazione).

Più un altro insegnante curdo – di cui per ragioni di sicurezza non viene fornita l’identità – ugualmente licenziato.

Vicenda forse minore nel contesto generale, ma comunque indicativa.

I curdi nel caos mediorientale

La situazione attuale, le questioni aperte e perché la proposta di un confederalismo democratico, il nuovo paradigma pensato da Abdullah Ocalan, manda in fibrillazione ognuno dei Paesi dove la presenza curda, pur minoritaria, è importante

Carla Gagliardini, Patria Indipendente, 26 giugno 2025

I curdi vivono prevalentemente sul territorio di quattro Stati (Turchia, Siria, Iraq e Iran) e sono rappresentati da una galassia di sigle di partito e organizzazioni che risultano per molti un rompicapo. Oggi di curdi si parla troppo poco nel dibattito politico nostrano eppure stanno accadendo delle cose in Medio Oriente dove il loro posizionamento politico, in ciascuno degli Stati dove abitano, ha un peso che non si può trascurare.


In Iraq il partito di maggioranza curdo, il KDP, che guida il governo della Regione autonoma del Kurdistan iracheno sogna ancora l’indipendenza ma ha dovuto per il momento accantonarla dopo aver indetto e vinto il referendum nel 2017, però represso con la forza militare dal governo centrale iracheno, con il benestare di Turchia, Iran e Stati Uniti. I rapporti tra Erbil e Baghdad sono tesi per il ritardo cronico dei pagamenti da parte della capitale irachena ai dipendenti pubblici del Kurdistan iracheno ma ancor più per la questione dei territori contesi, ossia quelle regioni e distretti del Paese che ciascuno rivendica per sé e che sono strategicamente molto rilevanti. Il KDP mira a dare alla Regione del Kurdistan iracheno un’autonomia economica che però Baghdad ostacola per tramortire il disegno indipendentista.

Più a ovest, sotto l’autorità del governo centrale iracheno, si trovano poi i curdi del campo profughi di Makhmur che con i curdi del KDP non vanno proprio d’accordo. Si tratta di famiglie curde che hanno lasciato la Turchia negli anni Novanta del secolo scorso a seguito della distruzione dei loro villaggi da parte di Ankara. Fuggiti dalla repressione, Saddam Hussein aveva assegnato loro un fazzoletto di terra dove rifugiarsi a Makhmur. Il campo viene ciclicamente messo sotto assedio dalle forze militari irachene e dal 2019 subisce un embargo da parte del governo del Kurdistan iracheno. Perché? Per aver dichiarato il proprio diritto all’autodeterminazione e aver realizzato il nuovo paradigma politico pensato da Abdullah Ocalan, fondatore del PKK, ossia il confederalismo democratico, che non piace né a Baghdad né a Erbil.

Il confederalismo democratico

Il confederalismo democratico prevede la fine degli Stati-Nazione attraverso un processo democratico che deve saper trascinare il consenso dal basso, supportato da un lavoro politico e culturale fortemente organizzato. Ocalan è dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso che ha abbandonato l’idea di costruire uno Stato curdo indipendente perché sostiene che gli Stati-Nazione portano al nazionalismo e il nazionalismo produce conflitti armati. La sua analisi si concentra sul Medio Oriente e propone un sistema democratico su base confederale dove l’autodeterminazione dei popoli si coniuga con una democrazia radicale secondo il modello bottom-up (1), con la demolizione del sistema patriarcale e con il sostegno a una società ecologica. Tale modello manda in fibrillazione tutti e quattro gli Stati dove la presenza curda è importante, nonostante rappresenti sempre una minoranza, perché questi governi sono energicamente nazionalisti, assai poco rispettosi delle minoranze, soprattutto se rivendicano diritti, e i poteri sono fortemente centralizzati.

In Turchia i curdi sono stati lungamente perseguitati e prova ne sono le prigioni del Paese che parlano di migliaia di loro gettati in una cella per essersi espressi contro il sistema politico repressivo di Ankara. Ocalan lo scorso ottobre ha accolto l’appello lanciato dal leader del partito islamista estremista e alleato di Erdogan, Devlet Bacheli, ad aprire un nuovo processo di pace. Attualmente però questo si trova in una fase di stallo perché a fronte della decisione assunta dal PKK con il suo ultimo congresso, tenutosi il mese scorso, favorevole al dissolvimento dell’organizzazione qualora siano avviati i percorsi di democratizzazione internamente alla Turchia, dal governo turco non si è ancora visto o sentito nulla che vada in quella direzione e la repressione verso i dissidenti politici si è fatta più aspra, con la rimozione anche di molti dei sindaci curdi eletti durante le scorse elezioni amministrative e sostituiti con commissari nominati dal governo.

Nel frattempo la Siria ha avuto il suo scossone con la caduta di Bashar al-Assad e la presa del potere da parte del leader della formazione jihadista Ahmad al-Shara, sostenuto da Ankara, il quale ha dichiarato immediatamente che la Siria sarà uno Stato centralizzato e nessuna forma di autonomia amministrativa sarà concessa. Ovviamente al-Shara quando esprimeva la linea politica della Siria che ha in mente guardava dritto negli occhi i curdi dell’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria, la DAANES, che dal gennaio del 2014 si governano, insieme agli altri popoli del Rojava, nel rispetto del contratto sociale che hanno siglato e che è l’espressione concreta del confederalismo democratico.

Delle negoziazioni tra al-Shara e Abdì, comandante delle SDF, le Forze di difesa siriane che difendono il territorio del Rojava e la DAANES, ci sono state ma il primo con azioni politiche successive ha parzialmente disatteso gli impegni assunti, impedendo il riassorbimento delle tensioni in corso. Poiché al-Shara è un alleato di Erdogan e il presidente turco vuole la fine della DAANES, che tiene sotto pressione anche attraverso le milizie proxy del SNA, per i curdi del Rojava la situazione è molto critica, in considerazione anche del fatto che l’alleato statunitense non è mai stato così inaffidabile come da quando Trump è ritornato alla Casa Bianca.

Le proteste per l’uccisione di Mahsa Amini, giovane curda iraniana, rea di non aver indossato il velo nel modo prescritto dalla legge islamica
E poi ci sono i curdi dell’Iran, anche loro oppressi da un regime che nel settembre del 2022 ha ucciso una giovane curda iraniana, Mahsa Amini, per non aver indossato il velo nel modo prescritto dalla legge islamica. La morte di Mahsa ha scatenato la rivolta di tante giovani e tanti giovani che hanno coniato lo slogan “Jin Jiyan Azadi”, ossia “Donna Vita Libertà”, con il quale gridano la loro rabbia ma esprimono anche la loro resistenza contro un regime che soffoca le libertà e che se la prende in modo più violento con le donne e le minoranze.


Netanyahu è sotto processo della Corte penale internazionale dell’Aja che ha giurisdizione sui 125 Paesi che hanno aderito allo Statuto di Roma. Non lo hanno ratificato Russia, Stati Uniti e Israele.
Sentire Benjamin Netanyahu pronunciare “Jin Jiyan Azadi” rivolgendosi al popolo iraniano per incitarlo a sollevarsi contro il regime degli Ayatollah e così fare un favore a Israele, speranzoso in un cambio di regime nel Paese, è stato un insulto alla battaglia coraggiosa che uomini e donne stanno facendo per conquistare la democrazia. Netanyahu, colui che verrà ricordato dalla storia per le migliaia di donne (e bambini, ma anche uomini) morte a Gaza, trasformata da lui e dal suo governo in un inferno, che ha fatto trascinare Israele davanti alla Corte penale internazionale dal Sud Africa con l’accusa di crimine di genocidio e che è destinatario di un mandato di arresto internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità forse ha pensato che bastasse ripetere come un pappagallo “Jin Jiyan Azadi” per ottenere la simpatia del popolo iraniano, il quale aveva già iniziato a morire sotto le sue bombe.

PJAK e KJAR

Il PJAK, il Partito della Vita Libera del Kurdistan, a seguito dell’aggressione di Israele all’Iran ha rilasciato un comunicato stampa il 14 giugno scorso con il quale lucidamente afferma che “questa è una guerra di potere e di interessi in conflitto, non una guerra di liberazione dei popoli e delle nazioni” e aggiunge che “l’alto numero di vittime civili, soprattutto donne e bambini, in Iran e Israele durante questi attacchi evidenzia una triste realtà: per gli Stati le vite delle persone non contano”. Il comunicato prosegue lanciando un appello all’unità e alla collaborazione democratica “tra chi crede nella libertà, le forze democratiche, i combattenti nazionali, le donne e i movimenti identitari” perché “il popolo iraniano non dovrebbe essere costretto a scegliere tra la guerra e un regime dittatoriale”. Il PJAK considera “un dovere storico la cooperazione tra i partiti curdi e la transizione dal governo partitico all’autogoverno popolare in Kurdistan” e invita “tutte le forze, i partiti e le organizzazioni della società civile, con le donne iraniane in prima linea, ad avviare una nuova fase della rivoluzione ‘Jin Jiyan Azadi’”. Gli fa eco la dichiarazione del 18 giugno del KJAR, la Società delle donne libere del Kurdistan dell’Est, che dopo aver espresso con chiarezza “che questa guerra non è una guerra di liberazione della società e tantomeno delle donne” sottolinea come i movimenti delle donne lavorino per liberare la società in tutti i suoi segmenti e che “per raggiungere questi obiettivi è necessario abbandonare centralismo, dogmi religiosi, patriarcato e nazionalismo”.


I curdi in Iran temono che questa guerra scatenata da Israele porterà a una maggiore repressione da parte di Teheran nei confronti degli oppositori e delle minoranze e si stanno organizzando per resistere all’ondata di violenza che si aspettano. Temono che dopo l’Iraq, la Libia e la Siria, con gli interventi occidentali che hanno prodotto conflitti permanenti, adesso sia venuto il momento dell’Iran. Il modello che offrono per venire fuori dal caos mediorientale è ancora una volta il confederalismo democratico, il quale permetterebbe di costruire e mantenere la pace attraverso il principio della solidarietà tra i popoli e consentirebbe di sciogliere le contraddizioni create ad arte dagli Stati facendo leva sulla religione e sulle provenienze etniche per mantenere il dominio sui popoli.

Carla Gagliardini, vicepresidente Anpi provinciale di Alessandria e componente del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan odv

NOTE

(1) Si tratta di un modello che attribuisce lo spazio politico-decisionale alle periferie, organizzate su base cittadina e, nelle città più grandi, sulle assemblee di quartiere.

Il Rojava e la difesa della diga di Tishrin

Laura Schrader, volere la luna, 22 gennaio 2025
È notte sulla diga di Tishrin. La donna che stringe il microfono indossa un scialle e il velo bianco delle madri dei martiri. Si chiama Eysha, i suoi quattro figli sono caduti nella guerra di resistenza kurda. «Promettiamo di difendere la diga!» grida. «Promettiamo! Promettiamo! Promettiamo!» le rispondono in coro centinaia di persone facendo il segno di vittoria.

La diga di Tishrin

Dal 7 gennaio un flusso gigantesco di veicoli dalla città di Kobane e dai villaggi di Darik, Girko Lege, Kocerat, Berav arriva sul ponte della diga di Tishrin. Migliaia di persone la presidiano giorno e notte. Donne e uomini di ogni età e professione, ragazze e ragazzi, perfino bebè di pochi mesi in braccio alle mamme. Si intonano canti e slogan, si tengono comizi, si danza l’hayal, il ballo di gruppo emblema di identità (e i vecchi sono quelli che ricamano passi con particolare maestria). Sul ponte sopra la diga sono sorti banchetti di cibo e bevande. Il via vai è incessante nonostante gli attacchi di bombardieri e droni dell’aviazione turca. Tra le almeno dieci vittime, un noto attore di teatro, la co-presidente del partito PYD di Qamishli e entrambi i genitori di una bambina di pochi mesi. Oltre 20 i feriti. Mentre dalle sue sponde si levano i lampi di fuoco e i fumi densi delle bombe l’Eufrate scorre azzurro e silenzioso tra basse colline brulle. La diga di Tishrin è alta 40 metri, il suo bacino idrico è lungo 60 km. Fornisce acqua a milioni di persone nel Rojava, il Nord Est della Siria. Un suo collasso sotto le bombe dell’aviazione turca provocherebbe ingentissimi danni ecologici e condizionerebbe la vita anche delle future generazioni.

Dal 7 gennaio Ankara per mezzo del cosiddetto Esercito Nazionale Siriano (SNA) cerca di valicare la diga, nodo strategico per superare l’Eufrate e arrivare a Kobane. L’Esercito Nazionale Siriano, formato, armato e pagato da Ankara, è forte di 70 mila uomini, jihadisti di ogni genere ed ex tagliagole dell’Isis provenienti da tutto il mondo: sono presenti 40 diverse nazionalità. Operatori e giornalisti della televisione e della radio del Rojava lavorano giorno e notte per trasmetterci le immagini del presidio: i bombardamenti, le schegge che esplodono sopra le loro teste, i soccorsi ai feriti, il trasporto dei morti, le auto distrutte… È importante informare.

Kobane, la preda più ambita

La città martire di Kobane è il simbolo della vittoria contro l’Isis delle Forze Siriane Democratiche (SDF) a guida kurda; l’Isis era sostenuto apertamente dalla Turchia (e per conto di Ankara aveva compiuto le sanguinose stragi contro il partito filo kurdo HDP del 2015 e 2016). Distrutta nel corso dell’assedio del califfato nero e rapidamente ricostruita, Kobane esibisce al centro della sua piazza principale la statua di una donna con ali d’angelo che indossa la divisa delle combattenti kurde, dedicata alla Vittoria delle Donne. Per il suo valore simbolico Kobane è la preda più ambita di Ankara, che non ha mai digerito la vittoria kurda. Da tempo l’aviazione turca bombarda sistematicamente le infrastrutture vitali della città e dei villaggi nei dintorni. In seguito alla caduta di Damasco per mano del gruppo HTS di Al Jolani (terrorista per Europa, Usa e Onu) e di altri cosiddetti ribelli siriani, Ankara ha affidato all’Esercito Nazionale Siriano il compito di distruggere Kobane. Le operazioni sono iniziate l’8 dicembre. Contro SNA combattono efficacemente le Forze Siriane Democratiche (SDF) sostenute dagli Stati Uniti in funzione anti Isis. Cellule del califfato nero sono pericolosamente presenti nel Rojava e la loro attività si è intensificata con l’avvento del nuovo governo di Damasco. Il campo di El Hol custodisce decine di migliaia di tagliagole con le loro famiglie, provenienti da ogni parte del mondo, che i paesi d’origine rifiutano di riprendere. Se il Rojava cadesse nelle mani dei mercenari di Ankara un’ondata di barbarie dilagherebbe fuori dal campo di El Hol. L’agenzia di stampa kurda ANF News il 24 dicembre dava notizia di 15 mila arresti e di molti rapimenti e di riduzione in schiavitù di donne kurde combattenti ferite catturate in ospedale e uccise: crimini compiuti da SNA nell’area di Sheheba a Nord di Damasco.

Annientare il Rojava

Negli ultimi due mesi il presidente turco Erdogan e il ministro degli esteri Fidan insistono sulla volontà di annientare il Rojava, l’Amministrazione autonoma democratica del Nord Est della Siria (DAANES) che tenta di negoziare con il governo provvisorio di Damasco il mantenimento dell’autonomia e la divisione degli introiti del petrolio della regione. Ankara insiste ossessivamente su una “priorità assoluta”: distruggere le forze kurde YPG / YPJ – Unità di difesa composte da uomini e donne, componenti fondamentali di SDF – e ribadisce il progetto della Fascia di Sicurezza, l’occupazione di una grande parte di territorio kurdo in Siria e la sostituzione della popolazione con arabi rifugiati in Turchia.

La Turchia, nata dal genocidio e dalle stragi di Armeni, Greci e Kurdi, fondata sul dogma di un solo popolo, il turco, e di una sola religione, la islamico-sunnita, non ammette il pluralismo di etnie e di religioni presente in Siria e la rivoluzione delle donne nel Rojava. Dopo la caduta del regime di Assad, Erdogan intensifica i proclami sul ritorno alla grandezza dell’impero Ottomano sottolineando i propri successi in Libia, Somalia e Siria. Si presenta come il grande protagonista della caduta di Assad e del nuovo assetto siriano. Presenta piani di ricostruzione e il progetto di un esercito numeroso e ben armato. Alcuni analisti prospettano che la Siria diventi una sorta di protettorato turco con orientamento islamista. Sempre più paradossale l’appartenenza alla Nato.

Abbattiamo le mura del silenzio, ridiamo voce alle donne afghane

Una petizione e una raccolta firme del Coordinamento Italiano a Sostegno delle Donne Afghane chiede al nostro governo e all’Onu di riconoscere un nuovo crimine contro l’umanità al pari delle discriminazioni su base etnica. Intanto è il Parlamento su iniziativa di Laura Boldrini ad accogliere la proposta. Mentre Kabul lancia un ultimatum alle Ong contro l’impiego di personale femminile. Per abbattere le mura del silenzio, ridiamo voce alle donne afghane

ANPI, Redazione, 7 gennaio 2025

Se ne parla da anni, con un nulla di fatto. Ma le donne sono determinate quando si tratta di affermare la loro dignità e la richiesta di rispetto e parità. Perché se la strada del riscatto di genere è lunga e tortuosa, la storia delle battaglie dei movimenti femminili lo è altrettanto, e ha temprato lotta dopo lotta.

Cos’è l’apartheid di genere

L’iniziativa è internazionale, volta a sensibilizzare e ottenere “il riconoscimento legale di qualsiasi atto, politica, pratica o omissione che, in modo sistematico e istituzionalizzato, stabilisce, mantiene o perpetua il dominio di un genere sull’altro attraverso la segregazione, l’oppressione o la discriminazione”. Questo il significato di “apartheid di genere” elaborato da giuriste del Cisda, il Coordinamento Italiano a Sostegno delle Donne Afghane.

Una nuova fattispecie di reato, dunque, diverso da quello di discriminazione razziale come definito nello Statuto di Roma che, entrato in vigore nel 2002, ha istituito la Corte penale internazionale. Un delitto non ancora previsto dai trattati globali, permettendo così impunità giuridica a chi, realtà statuali o gruppi organizzati, viola i diritti umani con angherie sessuali, stupro, negazione dei diritti riproduttivi, sia delle donne sia della comunità Lgbtqi+.

Come sottolinea la campagna lanciata dal Cisda esiste una stretta relazione tra l’apartheid di genere e tutti i fondamentalismi. Perché il tema non riguarda unicamente alcune rigide interpretazioni dei precetti islamici o le posizioni estreme dei movimenti cristiani antiabortisti, e nemmeno solo la religione. Abita dovunque, precisa l’associazione, prevalga con la forza e la violenza l’idea che tra sfera pubblica – fedeltà a un credo o a una visione politica – e vita civile non ci possa essere distinzione.

La campagna del Cisda, a cui tra le altre associazioni ha subito aderito l’Anpi con il Coordinamento Donne, è stata lanciata, o meglio rilanciata lo scorso 10 dicembre, Giornata mondiale per i diritti umani, in vista del Trattato globale per la prevenzione e la punizione dei crimini contro l’umanità in elaborazione alle Nazioni Unite. Le negoziazioni vere e proprie saranno avviate nel 2028 e 2029, quindi per l’iter necessario a stabilire accordi internazionali il tempo stringe.

L’etimologia della parola apartheid deriva dalla lingua afrikaans dei coloni bianchi nell’Africa meridionale, ma il termine è ormai utilizzato a livello globale per indicare una forma di dominio sistematico di una categoria, sia etnica sia di genere sull’altra. Proprio come in Afghanistan, dove alle donne è vietato perfino parlare in pubblico.

Si tratta anche di assumersi una responsabilità storica e politica: Paesi e potenze mondiali dove la laicità è un valore condiviso, pur di garantire “la loro egemonia coloniale hanno finanziato e armato gruppi fondamentalisti, generando decenni di guerre con migliaia di vittime civili, corruzione endemica, traffico di droga, devastazione del tessuto sociale e ambientale e migrazioni forzate”. Così con i talebani e così dopo il crollo del regime di Assad in Siria, arrivando al paradosso di sentir definire “ribelli” i paramilitari dell’impronunciabile Al Qaeda, ora dipinta in Occidente come democratica e liberatrice.

Il dibattito a Montecitorio

Pochi giorni fa, l’Italia grazie a una mozione presentata da Laura Boldrini in Commissione Esteri a Montecitorio (presieduta da Giulio Tremonti, che con la “cultura non mangia, ricordate”?), ha accolto all’unanimità la proposta di introdurre nella convenzione sui crimini contro l’umanità in discussione all’Onu il reato di “segregazione di genere”.

In un’oretta di dibattito, dove la Lega avrebbe voluto che “genere” si riferisse “esclusivamente ai due sessi, maschile e femminile, escludendo la tutela della comunità Lgbtqi+, e altri rappresentanti della maggioranza di governo (per esempio Forza Italia) si siano opposti ad adottare il termine “apartheid”, nonostante in sede di Parlamento europeo lo scorso settembre avessero votato favorevolmente, il risultato è stato tuttavia raggiunto. Frutto di mediazione lessicale, il vocabolo “segregazione” proposto dal Pd ha messo tutti d’accordo.

Ben disposto anche il viceministro agli Esteri Edmondo Cirielli (arrivato agli onori delle cronache una manciata di giorni fa per aver affermato che “Il tratto distintivo più profondo del fascismo era uno spirito straordinario di libertà”). Conclusione: nonostante la riformulazione non corrisponda esattamente agli obiettivi prefissati “L’Italia sosterrà l’introduzione del reato di ‘segregazione di genere’ nella convenzione sui crimini contro l’umanità in discussione all’Onu”.

Resta essenziale quindi, politicamente ed eticamente, sostenere la campagna del Cisda. Perché bisogna salvare vite umane in Afghanistan, Iran, Arabia Saudita, Yemen, dovunque l’essere donna è in sé fonte di “persecuzione di Stato”.

CLICCA QUI PER FIRMARE

Per sottoscrivere la petizione “STOP FONDAMENTALISMI – STOP APARTHEID DI GENERE” si può cliccare direttamente al link https://www.cisda.it/campagne-e-petizioni/stop-fondamentalismi-stop-apartheid-di-genere. Sulla pagina online del Cisda inoltre è disponibile utile materiale informativo https://www.cisda.it/wp-content/uploads/2024/12/Press-Kit.zip

L’associazione chiede inoltre al governo italiano di sostenere l’azione presa da Australia, Canada, Germania, Paesi Bassi, e appoggiata da altri 22 Stati, di deferimento dell’Afghanistan alla Corte di Giustizia Internazionale (dove devono rispondere gli Stati) per violazioni della Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW, il primo e finora il più importante strumento internazionale giuridicamente vincolante in materia di diritti delle donne), di cui l’Afghanistan è firmatario.

Cisda inoltre chiede che Palazzo Chigi supporti l’attività di Cile, Costa Rica, Spagna, Francia, Lussemburgo e Messico di sottoporre alla Corte Penale Internazionale (che si occupa dei crimini commessi da persone in carne e ossa) per ulteriori indagini le continue violazioni dei diritti delle donne compiute dai talebani.

La capacità di lotta delle donne è straordinaria

Le donne di tutto il mondo possiedono una straordinaria capacità di fare tesoro delle lotte di altre donne, indipendentemente dai confini nazionali. Questa solidarietà femminile trascende le divisioni politiche, culturali e geografiche, creando una rete globale di supporto e resistenza.

La storia propone esempi. Già nell’antica Grecia, donne come Saffo e Aspasia hanno cercato di sfidare le norme patriarcali della loro epoca. Durante la Rivoluzione Francese, le femmes parigine marciarono su Versailles per chiedere pane e giustizia, un atto di coraggio che ispirò future generazioni di attiviste. Allo stesso modo, le suffragette britanniche all’inizio del XX secolo lottarono instancabilmente per il diritto di voto, influenzando movimenti simili in tutto il mondo.

Durante la Resistenza italiana le donne hanno svolto un ruolo fondamentale, non solo nella lotta contro l’occupazione nazifascista ma anche nella costruzione di una rete di solidarietà che ha superato i confini nazionali. Come corriere, infermiere e combattenti, le donne italiane hanno mostrato una straordinaria determinazione. La loro lotta non si è limitata al contesto locale; ha infatti ispirato e ricevuto sostegno da donne in tutto il mondo, creando un legame di solidarietà internazionale.

In tempi più recenti, abbiamo assistito a un incremento della solidarietà femminile internazionale.

Il movimento delle donne curde ha svolto un ruolo cruciale nella difesa e liberazione dall’Isis della regione autonoma del Rojava in Siria. Il loro motto “Jin, Jiyan, Azadî” (Donna, Vita, Libertà) è migrato in Iran dopo l’uccisione da parte della polizia morale iraniana di Masha Amini per sfidare le restrizioni imposte dal regime, con il movimento “Donna, Vita, Libertà”. Un grido che ha visto milioni di donne, da Teheran a New York, unirsi per chiedere cambiamenti significativi.

L’arresto della giornalista italiana Cecilia Sala, dal 19 dicembre scorso detenuta nel carcere di Evin, periferia della capitale, fa riflettere. Non sono state formulate precise accuse formali, solo uno scarno comunicato dell’agenzia statale Irna: “La cittadina italiana è arrivata in Iran il 13 dicembre con un visto giornalistico ed è stata arrestata il 19 per aver violato la legge della Repubblica islamica dell’Iran”. Seppur si sospetta che la vicenda possa essere una rappresaglia per l’arresto in Italia di un ingegnere iraniano, il caso evidenzia le difficoltà e le sfide che le donne giornaliste affrontano in Paesi dove i diritti umani sono costantemente violati.

Le donne afghane, sotto il regime talebano, trovano nella comunità internazionale una voce che amplifica le loro richieste di diritti fondamentali. E Kabul continua con il pugno di ferro. In una lettera pubblicata qualche giorno fa su X (il social di Musk) il ministero dell’Economia del Paese ha minacciato la chiusura di tutte le ONG che impiegano donne afghane, minacciando di sospendere le attività e revocare le licenze alle organizzazioni umanitarie che lavorano nel Paese nei progetti di sviluppo e di aiuto.

Le guerre sono le più acerrime nemiche dei diritti delle donne. Le donne di Gaza stanno affrontando da quindici mesi una realtà devastante, segnata da sofferenze inimmaginabili. L’aggressione targata Netanyau ha causato nella Striscia la morte di oltre 41.600 persone e ne ha ferite 96.000, la maggior parte donne e bambini. La mancanza di accesso a servizi essenziali come ospedali, acqua e cibo aggrava ulteriormente la situazione. Molte donne incinte e in fase di allattamento affrontano sfide critiche per accedere alle cure prenatali e postnatali.

Un altro esempio di lotte comuni dei nostri tempi è quello delle donne migranti, che spesso affrontano discriminazioni e violenze. In risposta, organizzazioni femminili in diversi Paesi hanno creato reti di supporto per offrire assistenza e protezione, dimostrando che la forza della solidarietà può superare le barriere più ostili.

La capacità di fare patrimonio delle battaglie di altre donne è una delle più grandi risorse del movimento femminista. È un richiamo potente alla giustizia e all’uguaglianza, unito dalla convinzione che i diritti delle donne non possono essere limitati da confini nazionali. La lotta di una donna in un angolo del mondo è la lotta di tutte le donne, ovunque esse siano.

Abbattiamo le mura del silenzio, ridiamo voce alle donne afghane.

La lotta contro l’apartheid di genere è una battaglia cruciale per i diritti umani non solo delle donne, nel XXI secolo è di tutte e tutti.