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Tag: Donne curde

La transizione tradita: la nuova Siria cancella le donne al potere

La transizione siriana si sta definendo attraverso l’esclusione: mentre il governo decide chi può partecipare alla ricostruzione del Paese, le donne che durante la guerra hanno impresso una visione alternativa del futuro del Paese,  sono costrette a difendere gli spazi conquistati, senza un reale riconoscimento istituzionale.

Gianmarco Fontana, Gariwo Mag, 29 giugno 2026

Un anno e mezzo dopo la caduta di Bashar al Assad, il processo di transizione siriano ha prodotto una risposta chiara alla domanda su quale ruolo le donne debbano avere nella costruzione del paese: un ruolo visibile, controllato, e politicamente ininfluente. Non un’esclusione dichiarata – quella sarebbe troppo facile da denunciare – ma qualcosa di più sottile e più difficile da contrastare: un’inclusione gestita, che usa la presenza delle donne come evidenza di progresso mentre ne limita sistematicamente la capacità di incidere sulle decisioni.

Il gabinetto e il parlamento

I dati parlano con sufficiente chiarezza. Nel gabinetto formato a marzo 2025, Hind Kabawat – accademica cristiana e storica figura dell’opposizione – è stata nominata ministra degli Affari Sociali e del Lavoro: unica donna su 23 ministri. Alla prima riunione di gabinetto aveva chiesto ad al-Sharaa perché non ci fossero altre donne. La risposta era stata che ne sarebbero arrivate. Il rimpasto di governo del 9 maggio 2026 ha sostituito quattro ministri e quattro governatori senza aggiungere nessuna donna. I portafogli sovrani – interni, esteri, giustizia, difesa – restano nelle mani di uomini provenienti dal cerchio interno di HTS.

Al parlamento va peggio. Delle 119 seggi assegnati nelle elezioni indirette dell’ottobre 2025, sei sono andati a donne – una percentuale inferiore a quella raggiunta sotto il regime di Assad. Il meccanismo elettorale stesso ha contribuito al risultato: i voti sono stati espressi da soli 6.000 grandi elettori, nominati attraverso un processo supervisionato dallo stesso al-Sharaa.

L’episodio della banca centrale ha reso visibile il meccanismo in modo quasi didascalico. Maysaa Sabrine era stata nominata governatrice in dicembre 2024, prima donna a guidare una banca centrale nel mondo arabo – un primato presentato come prova di apertura. Tre mesi dopo si è dimessa. Nomina storica, permanenza irrilevante: esattamente la traiettoria che le attiviste interpellate da Badil descrivono come “inclusione decorativa”.

Tra rappresentanza e influenza

La dinamica non è nuova per chi conosce la storia della partecipazione femminile nei processi di pace siriani. I meccanismi legati alla risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza ONU del 2015 e il Women’s Advisory Board istituito nel 2016 avevano già formalizzato l’idea che le donne dovessero avere un ruolo nelle negoziazioni – ma con funzione consultiva, senza autorità. Alle trattative di pace di Ginevra del 2019 le delegate del WAB erano state letteralmente costrette ad aspettare nell’atrio dell’hotel mentre i rappresentanti di vari gruppi – incluse milizie armate e il regime di Assad – negoziavano in sala. Come ha detto una delle attiviste intervistate da Badil, quei meccanismi sembravano “pezzi appesi al muro”.

La transizione attuale riproduce la stessa logica con attori diversi. Tra le poche donne in posizioni di governo, alcune hanno contribuito attivamente a restringere lo spazio per le altre. Aisha al-Dibs, a capo del neoistituito Ufficio per gli Affari delle Donne, ha dichiarato in un’intervista che costruirà un modello per le donne siriane fondato sulla Sharia islamica, che la responsabilità primaria delle donne è verso “famiglie e mariti”, e che non lascerà spazio a chi differisce da lei ideologicamente.

La società civile sotto pressione

Le donne che durante gli anni di guerra avevano costruito reti di advocacy, documentazione e organizzazione umanitaria si trovano oggi di fronte a un paradosso: la caduta di Assad ha reso le loro reti più visibili, e quella visibilità è diventata fonte di vulnerabilità. Le autorità hanno risposto con sistemi di licenze provvisorie, approvazioni preventive per eventi, supervisione delle organizzazioni che ricevono finanziamenti esteri.

Il caso più emblematico è quello di Hiba Ezzideen al-Hajji, responsabile di Equity and Empowerment, un’organizzazione per i diritti delle donne a Idlib. Nell’aprile 2025, dopo aver denunciato su Facebook i matrimoni forzati e chiesto un’indagine sui rapimenti di donne alawite, al-Hajji è diventata bersaglio di una campagna di odio online che la accusava di essere un’agente di Assad. Nel giro di quarantotto ore la polizia di Idlib aveva chiuso il centro della sua organizzazione e il governatore aveva chiesto al pubblico ministero di procedere contro di lei per “insulto all’hijab”. Le minacce online nei suoi confronti non sono mai state investigate.

Il 1° ottobre 2025, la stessa ministra Kabawat ha emanato una direttiva che invocava la legge sulle associazioni del 1958 – strumento baathista usato per decenni per sopprimere il lavoro civile indipendente – richiedendo alle ONG di ottenere l’approvazione governativa prima di ricevere finanziamenti esteri o aderire a organismi internazionali. Trentuno organizzazioni siriane, tra cui Women Now, Huquqyat e Badael, hanno firmato una dichiarazione congiunta di opposizione.

Il corpo come spazio politico

Parallelamente alle restrizioni formali, si è sviluppato un ecosistema di pressioni informali che il governo non ha mai codificato ma non ha contenuto. L’azienda di trasporti pubblici di Damasco ha introdotto autobus segregati per sesso a gennaio 2025. Un ospedale della capitale ha introdotto aree di lavoro segregate prima di fare marcia indietro sotto la pressione dell’opinione pubblica. Dipendenti del Ministero dell’Educazione a Damasco e di un tribunale a Homs sarebbero obbligate a indossare il velo. Reti ideologicamente allineate con HTS – ma formalmente esterne al governo – hanno condotto campagne di distribuzione di abiti salafisti a Damasco, Homs, Hama e Latakia: campagne documentate e promosse da chierici le cui organizzazioni operano, secondo quanto riportato dal fact-checker siriano Tahaqaq, sotto la supervisione del Ministero degli Affari Religiosi.

Il silenzio istituzionale sulle violenze

L’architettura dell’esclusione si rende più visibile nella risposta istituzionale alle violenze. Tra febbraio e giugno 2025, almeno 36 donne e ragazze alawite sono state rapite nelle province costiere, alcune costrette al matrimonio, alcune tenute in ostaggio. In quasi ogni caso, polizia e autorità di sicurezza hanno omesso di indagare, a volte incolpando le famiglie o deridendo chi cercava di fare denuncia. Un’inchiesta governativa avviata in novembre ha concluso che vi era stato un solo rapimento genuino, mentre negli altri casi si trattava di donne che avevano lasciato casa volontariamente. La conclusione è stata respinta da Amnesty International, dall’ONU e dalla società civile siriana.

In luglio, gruppi armati affiliati al governo hanno rapito almeno 105 donne e ragazze druse durante la violenza a Sweida. La giornalista Nour Suleiman è stata poi processata per commenti online sulle sparizioni, accusata di diffusione di notizie false. Il pattern è coerente: il governo non interviene a proteggere le donne vittime di violenza, ma interviene rapidamente contro le donne che la denunciano pubblicamente.

Il nordest curdo: un modello sotto smantellamento

L’unica esperienza in cui la partecipazione politica femminile è diventata strutturale – e non accessoria – è quella delle aree a gestione curda nel nordest della Siria. La Democratic Autonomous Administration of North and East Syria (DAANES) aveva formalizzato sistemi di co-presidenza, parità di genere obbligatoria, consigli delle donne e istituzioni autonome femminili. Le donne hanno partecipato a consigli locali, riforma giuridica e discussioni costituzionali. Le Unità di Protezione delle Donne (YPJ), istituite nel 2013, sono diventate riconoscibili a livello internazionale come simbolo di un modello in cui l’autorità femminile è stata esercitata pubblicamente e istituzionalmente.

Con l’espansione dell’autorità centrale del governo di Damasco in queste aree, le attiviste curde intervistate descrivono uno smantellamento sistematico di quei meccanismi: centralizzazione delle licenze, nuove barriere amministrative per le organizzazioni che operavano attraverso i sistemi locali, esclusione delle YPJ dall’integrazione nelle strutture militari nazionali, pressioni verso norme di genere più conservative. La percezione condivisa è che le YPJ siano state escluse non per ragioni di sicurezza, ma come dichiarazione politica su quali forme di autorità femminile siano considerate accettabili.

Cosa dice di noi

Quello che sta accadendo in Siria non è una parentesi nel processo di transizione. È il processo di transizione. Un paese che esce da quattordici anni di guerra e determina chi ha diritto di partecipare alla sua costruzione sta compiendo scelte politiche precise: su chi conta come attore, su quale partecipazione è ammessa, su dove si collocano i confini del possibile.

Le donne che durante gli anni più violenti hanno costruito reti, documentato crimini, organizzato risposte umanitarie e sviluppato visioni per un paese diverso non si sono dissolte. Continuano a lavorare, spesso in condizioni di sicurezza precaria, bilanciando visibilità e rischio. Ma il contesto in cui operano si è ristretto: da costruzione di nuove strutture a difesa di quelle esistenti. Da espansione a sopravvivenza. La domanda su quanto a lungo quella resistenza possa reggere in assenza di riconoscimento istituzionale è aperta. E la risposta che il governo siriano sta dando, giorno per giorno, è sufficientemente chiara.

Gianmarco Fontana, Ricercatore esperto di Levante e Nord Africa

La scena e il retrobottega di al‑Sharaa, nuova Siria vecchi fantasmi

Patria Indipendente, 1 luglio 2026, di Carla Gagliardini

Dietro la narrazione accomodante accolta anche in Occidente, la realtà racconta altro. Le minoranze alawite, druse e curde continuano a subire violenze e discriminazioni, mentre nuove norme delineano un progetto identitario sempre più rigido. L’apparato militare rinnovato, il rafforzamento delle autorità religiose, le riforme scolastiche, i codici di comportamento e le restrizioni sui diritti delle donne confermano una deriva fondamentalista mascherata da apertura. Sotto la promessa di inclusione avanza un sistema che marginalizza culture e fedi diverse e concentra potere e controllo sociale.

Al-Sharaa l’uomo della nuova Siria pluralista. Al-Sharaa l’uomo a cui stringere la mano. Al-Sharaa l’uomo con cui stipulare accordi. Al-Sharaa l’uomo convertito al moderatismo. Ci manca solo che qualcuno arrivi a dire al-Sharaa il democratico. Purtroppo è già successo perché una figura compromettente come la sua richiede un’operazione maquillage a tutto tondo che non può essere condotta solo da lui ma necessita il contributo di paesi importanti, come quelli occidentali, anche loro con l’impellente bisogno di rendere il nuovo Presidente siriano un politico presentabile all’opinione pubblica, così da legittimare alleanze economiche, commerciali e militari. Sono bastate delle semplici dichiarazioni a favore di una Siria inclusiva, che tenga conto di tutte le minoranze che animano il paese, da parte di al-Sharaa il leader, ruolo riconosciutogli da Donald Trump, per toglierlo dalla lista dei terroristi stilata dagli Stati Uniti, così come è stata rimossa la sua organizzazione Hay’at Tahrir al-Sham (Hts) da quella delle organizzazioni terroristiche.

Ma che cosa le sue affermazioni significhino in concreto, al-Sharaa l’ex-terrorista deve ancora spiegarlo al mondo. Si potrebbe però cominciare a chiederlo alle comunità alawite se si sentono integrate nella nuova Siria, dopo i massacri che hanno subito immediatamente dopo la conquista di Damasco da parte di Hts. Se però agli alawiti non si volesse dare credito perché, per il solo fatto di appartenere alla stessa minoranza religiosa sciita dell’ex Presidente Bashar al-Assad, sono da considerare tutti dei criminali come lui, allora si potrebbe domandare al popolo druso se abbia gradito il trattamento della nuova Siria quando alcune delle sue comunità hanno subito la violenza dell’esercito lanciatogli contro da Damasco. Ma se neppure ai drusi volessimo dare ascolto perché una parte di loro appoggia Israele, che continua a macchiarsi di crimini spaventosi contro il popolo palestinese e uccide impunemente anche i civili in Libano e in Iran, allora rivolgiamoci al popolo curdo.

Ce lo ricordiamo questo popolo?È quello che ha pagato il prezzo più alto in Siria nella lotta contro l’Isis. Ce le ricordiamo le donne curde, le combattenti delle Ypj che hanno sfidato l’Isis e hanno contribuito alla sua disfatta? Sono le stesse che a gennaio scorso hanno combattuto contro le forze armate di Damasco inviate nei territori dell’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria per porre fine a quell’esperienza democratica di autogoverno. Sono state prese di mira dall’esercito siriano nel tentativo, fallito, di umiliarle e ricacciarle nell’oscurità. I conti non tornano. I massacri della nuova Siria sono solo una parte del bilancio che si può fare di questo anno e mezzo in cui al-Sharaa l’alleato, Damasco infatti è entrata a far parte della Coalizione internazionale anti-Isis, può tristemente vantarsi.

Per capire se le promesse di democratizzazione fatte dal presidente siriano siano sincere, oltre a tenere a mente i già citati massacri vissuti da almeno tre minoranze, bisogna andare a scavare nelle leggi, nei regolamenti e nei provvedimenti ufficiali dello Stato e dell’amministrazione pubblica che fanno pensare a un processo graduale di islamizzazione del Paese. E non potrebbe che avvenire in modo progressivo e non istantaneo perché la Siria ha bisogno di vendere internazionalmente la sua immagine di partner democratico. Deve infatti garantirsi il supporto necessario per risollevare un’economia collassata prima che nasca il malcontento tra la popolazione e si esaurisca l’entusiasmo con cui una parte di essa, anche tra la diaspora, ha accolto il nuovo Presidente, principalmente perché aveva determinato la caduta di al-Assad.

A marzo dell’anno scorso è stata approvata la Costituzione provvisoria che prevede come unica religione ufficiale l’islam e come unica lingua ufficiale l’arabo. E il riconoscimento della moltitudine di altre culture e religioni che fine ha fatto? È rimasta nelle dichiarazioni di intenti. Nello stesso mese il Presidente ha costituito il Consiglio supremo della fatwa incaricato non solo di rispondere a domande di carattere religioso ma anche di correggere le decisioni prese da ministeri e da altre autorità che non rispecchino quanto sancito dalla shari’a, ossia la legge islamica.

Per quanto riguarda il settore strategico dell’istruzione, il curriculum scolastico è cambiato incrementando le ore di studio dedicate alla religione, in particolare per la memorizzazione dei versi del Corano, e riducendo quelle per l’apprendimento delle lingue straniere, della storia e della geografia. Alcune scuole hanno già iniziato ad adottare la segregazione di genere al loro interno, sebbene il Ministero abbia negato di averla imposta. Un dato importante da non sottovalutare è la diffusione della rete scolastica Dar al-Wahi al-Sharif (Dws), fondata nel 2017 a Idlib, nel nord-ovest della Siria, dove governava l’Hts che la sosteneva. Il piano di studi di Dws si basa sulla centralità della conoscenza del Corano che si riversa su ogni materia curricolare. Durante le lezioni vengono esaltati il jihad e i jihadisti. Dws promuove la segregazione di genere tra studenti e studentesse ma anche tra insegnanti.

Il decano della Facoltà di Belle Arti dell’Università di Damasco ha invece vietato ai laureandi di presentare progetti di laurea basati su modelli di nudi. La decisione ha suscitato un’ondata di proteste tra gli stessi studenti e studentesse ma anche degli artisti e delle artiste, mentre il decano si è difeso dicendo che il divieto era già stato imposto da Hafez al-Assad. Esattamente un anno fa, il Ministero del turismo ha pubblicato delle linee guida per la condotta da tenere sulle spiagge e nelle piscine. Sono stati introdotti dei codici di abbigliamento per uomini e donne, in particolare per le donne l’uso del burkini e di una veste lunga da indossare sopra di questo quando sono fuori dall’acqua. Anche gli abiti attillati sono stati presi di mira. Si registra inoltre un certo attivismo da parte di alcune moschee e istituzioni per favorire l’islamizzazione della nuova Siria. Certi predicatori richiamano all’uso della violenza contro i non-musulmani. Uno di loro ha postato delle foto che lo ritraggono insieme a degli adolescenti armati e una che mostra decine di bambini in uniforme militare.

Sempre sul piano locale, alcune amministrazioni hanno vietato la vendita di alcolici e applicano restrizioni sui diritti delle donne che lavorano nella pubblica amministrazione, come il divieto di presentarsi al lavoro truccate. Ci sono poi delle autorità locali che hanno imposto alle donne di coprirsi il capo con il velo, oppure hanno cancellato il viso delle donne dai cartelloni pubblicitari. In certe aree del paese la segregazione di genere è ormai un dato di fatto in alcuni luoghi pubblici, come nell’ospedale al-Muwasat di Damasco dove è stata ordinata la separazione tra dottoresse e dottori. Ma questa, in certe zone, è applicata anche sui mezzi di trasporto pubblici.

Infine, non potevano che essere coinvolte nel processo di islamizzazione anche le forze di polizia e quelle armate, indispensabili per il consolidamento e il mantenimento del nuovo regime. Con la salita al potere di al-Sharaa si è costituito il Nuovo esercito siriano che ha rimpiazzato quello che rispondeva a al-Assad. Ne fanno parte i comandanti e i foreign fighters che già appartenevano a Hts oppure erano suoi alleati. La coscrizione è stata abolita e l’arruolamento è aperto a tutti gli uomini su base volontaria. Il corso di addestramento, sia per la polizia che per le forze armate, prevede lo studio di alcuni contenuti della shari’a e della biografia del Profeta Maometto.

Tutti i provvedimenti di natura giuridica e amministrativa che testimoniano l’impronta islamista che si vuole dare al Paese sono giustificati dai loro autori con il richiamo al rispetto della moralità, dei costumi, delle tradizioni, delle diversità sociali e religiose che costellano la Siria. Dietro a questo giro di parole, però, si nasconde una realtà diversa che non va nel senso dell’integrazione di tutte le culture e religioni ma semmai verso la prevaricazione di una sola cultura, quella musulmana, e di una sola religione, l’islam nella sua interpretazione fondamentalista data dalla corrente sunnita salafita, a cui appartiene al-Sharaa il jihadista, apertamente osteggiata dalla comunità musulmana sunnita moderata e da quella progressista.

Carla Gagliardini, vicepresidente ANPI provinciale di Alessandria e componente del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan odv

 

GIORNATA MONDIALE D’AZIONE: Siamo tutte YPJ – 31 maggio 2026

Women Defend Rojava, 13 maggio 2026
Le conquiste del movimento delle donne nella Siria del Nord e dell’Est sono sotto attacco: le difenderemo con una giornata mondiale d’azione il 31 maggio 2026!

Il 29 gennaio è stato raggiunto un accordo tra il governo di transizione siriano e l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell’Est e da allora gli attacchi militari contro le conquiste del movimento femminista sono cessati, almeno per il momento. Gli attacchi a livello politico e sociale tuttavia continuano. Nei negoziati in corso con il governo di transizione, la società – e in particolare le donne – continua a difendere le conquiste della rivoluzione – i diritti delle donne, la loro partecipazione politica e sociale, nonché la diversità sociale – contro la posizione islamista e misogina del governo di transizione.

Le unità autonome di autodifesa YPJ incarnano questi risultati già solo con la loro esistenza e le loro azioni. Per questo motivo, il governo di transizione siriano si oppone alla loro ulteriore esistenza e alla loro integrazione nell’esercito siriano.

Negli ultimi dieci anni, le YPJ hanno dimostrato, attraverso le loro lotte, i loro sacrifici e le loro vittorie, che le donne hanno il potere di difendere se stesse e la propria società. Hanno combattuto con successo contro le forze jihadiste come l’ISIS e la loro ideologia misogina. Hanno sensibilizzato l’opinione pubblica e rafforzato la fiducia all’interno della propria società, dimostrando che le donne sono la forza più potente in ambito militare, politico e sociale quando si tratta di costruire strutture democratiche. In tempo di guerra non solo hanno rispettato principi etici e morali ma hanno anche stabilito dei modelli di riferimento in materia di etica e giustizia nella loro società.

In questo modo sono state un modello per molte donne in Kurdistan e in Medio Oriente, ispirandole a lottare con tenacia per la liberazione delle donne, confidando nella propria forza, nella propria consapevolezza, nella propria istruzione e nella propria organizzazione. Le YPJ dimostrano che le donne di tutto il mondo hanno la capacità e il diritto di difendersi insieme, proteggendo così il proprio Paese, il proprio popolo e la propria società.

Le YPJ hanno ribadito il loro impegno a garantire il futuro di una Siria democratica e libera, nonché a proteggere le donne. Dichiariamo di essere al fianco delle YPJ nella loro lotta e nelle loro rivendicazioni. In occasione della nostra giornata mondiale di mobilitazione del 31 maggio, faremo in modo che queste rivendicazioni trovino eco in tutto il mondo: le YPJ devono essere integrate nell’esercito siriano come unità a tutela delle donne e dei valori democratici!

Partecipate alla nostra giornata di mobilitazione mondiale del 31 maggio con azioni di protesta creative e diverse tra loro! Diffondete le conquiste, la lotta e le rivendicazioni delle YPJ! Invitate altre organizzazioni e compagn* ad aderire alla campagna e alla giornata di mobilitazione mondiale!

Viva le YPJ, simbolo di dignità e lotta! Siamo tutte YPJ! L’autodifesa è un nostro diritto naturale!

La campagna «Siamo tutte YPJ! L’autodifesa è un diritto naturale» è stata lanciata da una Piattaforma Comune dei Movimenti e delle Organizzazioni delle Donne del Rojava e della Siria, tra cui Kongra Star. Maggiori informazioni sulla campagna e materiale sulle conquiste e sulle lotte delle YPJ sono disponibili sul sito web di Kongra Star e qui.

Siamo tutte YPJ! L’autodifesa è un nostro diritto naturale.

kongra-star.org 26 aprile 2026

Campagna a sostegno delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ) – Annunciata dalla Piattaforma congiunta dei movimenti e delle organizzazioni femminili di Rojava e Siria
Il diritto all’autodifesa contro il terrorismo e la violenza organizzata è garantito dal diritto internazionale e dalle convenzioni basate sulla Carta delle Nazioni Unite, sulle Convenzioni di Ginevra e sulla Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su pace e sicurezza. Ciò è particolarmente importante quando donne e bambini sono le principali vittime di omicidi, rapimenti, sfollamenti e riduzione in schiavitù. Negli ultimi anni, la Siria ha subito crimini diffusi perpetrati da organizzazioni terroristiche contro i civili, con le donne sottoposte alle forme più efferate di violenza e abusi, e bambini e donne esposti a ogni sorta di violazione. Ciò ha imposto alla società la responsabilità di difendere se stessa e i gruppi più vulnerabili.

In tali circostanze, si avvertiva la necessità di forze capaci di proteggere donne, bambini e società, e di contrastare il terrorismo che prende di mira gli esseri umani, la loro dignità e il loro diritto alla vita. Da questa prospettiva sono nate le Unità di Protezione delle Donne (YPJ).

Fin dalla loro fondazione nel Rojava, le YPJ si sono dimostrate la forza più efficace e il simbolo più emblematico dell’organizzazione femminile in tutta la Siria.

Negli ultimi anni, le YPJ sono state una delle forze più importanti nella lotta al terrorismo, offrendo un esempio eccezionale nella difesa dell’umanità, della dignità e della libertà. Sono state in prima linea nella lotta contro l’ISIS e altri gruppi estremisti, contribuendo direttamente alla protezione dei civili, al salvataggio di migliaia di donne e bambini e alla difesa delle comunità locali in tutta la loro diversità.

Le combattenti di queste unità hanno pagato un prezzo altissimo nel loro impegno per proteggere la società siriana e l’umanità intera. Hanno subito il martirio e numerose perdite nelle battaglie per difendere città e villaggi, così come nel contrastare il terrorismo che ha preso di mira in particolare le donne. Il ruolo di queste unità non è stato meramente militare; hanno rappresentato anche una forza morale e sociale che ha contribuito a proteggere le donne dalla violenza e dall’estremismo, rafforzando i valori di partecipazione, uguaglianza e giustizia.

La presenza di Unità di Protezione delle Donne all’interno dell’esercito garantisce il suo impegno verso i principi di pace e sicurezza. Queste unità rappresentano la bussola morale dell’esercito, radicata in una mentalità che rifiuta la negazione dell’altro e si fonda su idee progressiste.

La presenza delle donne nell’esercito serve a scopi difensivi e militari, contribuendo a cambiare la mentalità che rifiuta la volontà e i diritti delle donne.

Preservare l’identità specifica di queste unità come forze specializzate composte da donne è una necessità nazionale. Hanno una vasta esperienza nella lotta al terrorismo e nella protezione delle donne. Contribuiscono alla sicurezza e alla stabilità. Ciò garantirebbe il riconoscimento del loro ruolo, della loro storia e dei loro sacrifici.

Noi, la Piattaforma congiunta dei movimenti e delle organizzazioni femminili del Rojava, stiamo lanciando una campagna a sostegno delle Unità di protezione delle donne con lo slogan “Siamo tutte YPJ! L’autodifesa è un nostro diritto naturale” e chiediamo quanto segue:

1. Riconoscimento delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ) come forza armata regolare all’interno del Ministero della Difesa siriano.

2. La preservazione della struttura delle Unità di protezione delle donne quale parte integrante del sistema di difesa siriano nelle regioni del Rojava.

3. Tutela e consolidamento dei risultati raggiunti dalle donne nel Rojava, che hanno reso le donne curde e siriane modelli di riferimento nella regione e nel mondo.

4. Rilasciare le detenute, restituire le salme delle martiri e far luce sul destino delle donne scomparse e sparite.

5. Chiediamo alla Coalizione internazionale e agli attori competenti di sostenere l’inclusione delle Unità di protezione delle donne nella struttura del Ministero della Difesa siriano.

6. Poiché la Dichiarazione costituzionale siriana non contiene alcuna disposizione che limiti il ​​servizio militare ai soli uomini, si apre la strada a una maggiore partecipazione delle donne nelle istituzioni militari e di sicurezza. Sottolineiamo pertanto l’importanza di garantire la partecipazione delle donne e di organizzarla secondo i principi di uguaglianza e non discriminazione, anche all’interno di formazioni femminili specializzate come le Unità di protezione delle donne (YPJ).

Ci appelliamo a tutti i movimenti e le organizzazioni femminili, alle forze democratiche e all’opinione pubblica nel Kurdistan e nel mondo affinché sostengano la nostra campagna e si schierino al fianco delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ). Le YPJ sono diventate un simbolo di resistenza e di difesa della libertà delle donne, nonché un simbolo del raggiungimento della pace e della democrazia.

Chiediamo inoltre a tutti i media internazionali di sostenere questa campagna, poiché dà voce alla lotta per la libertà delle donne.

Le YPJ non sono solo combattenti; sono le protettrici della libertà e dell’uguaglianza. La loro integrazione nell’esercito siriano rafforzerà la partecipazione delle donne nelle istituzioni statali e consentirà loro di beneficiare della vasta esperienza accumulata in anni di guerra. Contribuirà inoltre a costruire un’istituzione di difesa nazionale che rifletta la diversità della società siriana e i sacrifici compiuti dai suoi figli e dalle sue figlie.

Lunga vita alle Unità di Protezione delle Donne, simbolo di dignità e lotta!

Gloria ai martiri e guarigione ai feriti.

Piattaforma congiunta dei movimenti e delle organizzazioni femminili del Rojava e della Siria

 

 

 

 

Kongra Star e il sistema delle comuni

Woman Jin Solidarity, Rete Jin, 24 aprile 2026
Kongra Star e il sistema delle comuni nell’AADNES (Amministrazione Democratica Autonoma della Siria del nord-est)
Uno dei cinque principi dell’ideologia della liberazione delle donne è l’organizzazione. Secondo questo principio, l’organizzazione è ciò che collega le singole persone con il collettivo, le idee e gli obiettivi. Organizzarsi significa assumersi la responsabilità della propria vita individuale, ma anche di quella del collettivo, poiché entrambe sono strettamente interconnesse e non possono essere separate. Le nostre compagne hanno compreso che senza organizzazione i sistemi di oppressione non possono essere superati.

È su questo principio che nel 2005 è stata fondata Kongra Star (all’epoca noto come Yekitiya Star). Kongra Star è stata istituita con l’obiettivo di sensibilizzare, organizzare e mobilitare le donne in Rojava, la regione a maggioranza curda della Siria, e ha rappresentato la pietra miliare che ha guidato le prime fasi della rivoluzione delle donne curde nel 2012. In seguito, sarebbe diventata anche la forza trainante della liberazione e dell’auto-organizzazione di tutte le donne, indipendentemente dalla loro comunità, all’interno del territorio dell’AADNES. Kongra Star è servita da esempio e ispirazione per la creazione di organizzazioni di donne arabe (Zenobia), che lottano per l’autodeterminazione delle donne arabe.

Kongra Star ha iniziato la propria attività durante il regime ba’athista, organizzando le donne curde nelle città e nei villaggi, lavorando dal basso verso l’alto, visitando ogni casa e ogni famiglia. Molte donne dell’organizzazione sono state incarcerate, sanzionate e aggredite durante quel periodo; ciononostante, sono rimaste ferme sui loro obiettivi. Quando nel 2012 è iniziata la rivoluzione in Rojava, le donne di Kongra Star hanno assunto un ruolo di leadership e guidato il controllo delle istituzioni e l’auto-organizzazione dei comitati di resistenza. Dopo il consolidamento della rivoluzione, Kongra Star ha continuato a lavorare per la costruzione del Confederalismo Democratico e l’avanzamento della liberazione delle donne nella regione. Uno dei metodi principali per raggiungere questi obiettivi è attraverso le comuni e i comitati delle donne nella regione.

Il fondamento organizzativo del sistema AADNES è la comune. Le comuni sono le garanti della democrazia di base. Una comune è composta da residenti della stessa strada, quartiere o villaggio, a seconda dell’area e della popolazione. I membri di una comune discutono e prendono decisioni collettivamente per migliorare le loro condizioni di vita in linea con le esigenze della comunità, siano esse materiali o intellettuali. Diverse comuni si uniscono per formare un’assemblea municipale; diverse comuni formano una provincia; diverse province formano un cantone; e diversi cantoni formano una regione. In questo modo, il sistema può crescere senza essere vincolato dai confini statali, ma adattandosi piuttosto alle realtà sociali e geografiche.1

Le comuni autonome di donne replicano il sistema misto generale, ma concentrano i loro sforzi sullo sviluppo di diritti, libertà e opportunità per l’emancipazione delle donne nella loro comunità. Esse partecipano, da un lato, a riunioni riservate alle donne e, dall’altro, ai comitati delle donne delle comunità generali. Kongra Star svolge un ruolo importante in queste assemblee, organizzando e collegando gli interessi e le esigenze delle donne in diversi villaggi, città e regioni. Questo duplice ruolo garantisce, da un lato, la partecipazione e lo sviluppo di proposte da una prospettiva femminile e, dall’altro, che le posizioni e le esigenze delle donne siano ascoltate e prese in considerazione. Inoltre, proprio per questo motivo, un altro aspetto importante del sistema organizzativo in Rojava è il modello di copresidenza, che viene attuato a tutti i livelli dell’amministrazione e garantisce che tutte le cariche rappresentative siano sempre ricoperte da una donna e da un uomo.

Il lavoro pratico delle comuni è organizzato attraverso comitati che coprono diversi ambiti della vita; questi vengono istituiti in base alle esigenze della comunità. I comitati riguardano la politica, la giustizia sociale, l’istruzione, l’autodifesa, l’amministrazione locale e l’ambiente, l’economia, la diplomazia, l’arte e la cultura, la sanità, i media e gli affari sociali. Kongra Star, a sua volta, riproduce questi stessi comitati per rafforzare e sostenere quelli delle comuni in una prospettiva femminile.

Il sistema delle comuni, come quello dell’intera AADNES, è un’entità viva e in evoluzione. Da un lato, è modellato dagli eventi nella regione, in particolare dagli attacchi, dal blocco economico e politico, dalle invasioni di terra e dalla crisi ambientale. D’altro canto, il sistema si evolve e cambia attraverso la pratica stessa, tramite il metodo della critica e dell’autocritica, e il tekmil 2 si adatta alle esigenze attuali e sociali del momento che stanno attraversando. La struttura delle comuni è il principale impegno politico e organizzativo di una rivoluzione che sfida il sistema dello Stato-nazione e promuove la vita autonoma e responsabile dei suoi individui.

Situazione attuale: lo smantellamento delle strutture femminili e della democrazia di base

Con la presa di potere da parte del governo provvisorio siriano, guidato da Ahmed Al-Shaara e dalle fazioni dell’HTS (Hay’at Tahrir al-Sham – il ramo di Al-Qaeda in Siria), la struttura delle comuni nelle regioni arabe è stata sciolta. La maggior parte delle comunità, dei comitati e delle istituzioni femminili sono stati chiusi. Gli edifici e i locali associati alle organizzazioni esclusivamente femminili sono stati letteralmente distrutti. Gli slogan che proclamavano l’uguaglianza e la libertà delle donne sono stati cancellati dalle strade. Le poche organizzazioni sopravvissute operano sotto una severa repressione.

Nel caso dei territori a maggioranza curda, questi organismi continuano a operare, ma resta da vedere a quali condizioni potranno proseguire il loro lavoro e in che misura saranno riconosciuti. Tra le richieste di Kongra Star figurano la salvaguardia del sistema di copresidenza e delle istituzioni femminili, una partecipazione significativa delle donne a tutti i livelli e il riconoscimento dei diritti delle donne nella nuova costituzione.

Queste richieste di Kongra Star sono in netto contrasto con la posizione di questo governo provvisorio, che esclude sistematicamente le donne dalle posizioni di responsabilità e non ha incluso la parità di genere nella costituzione provvisoria.

Per tutte queste ragioni, il sostegno delle organizzazioni femminili di tutto il mondo è cruciale per difendere le conquiste della rivoluzione delle donne e per esercitare pressioni affinché vengano rispettati i diritti e le libertà delle donne in Siria.

[1] Andrea Wolf Institute; Woman, Life, Freedom, Volume 2; p. 177

[2] https://rojavaazadimadrid.org/tekmil-un-instrumento-de-reflexion-de-rojava/

Öcalan invia una lettera al movimento delle donne curde: il soggetto fondatore della società è la donna

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Uiki Onlus, 8 marzo 2026

In occasione della Giornata internazionale della donna, l’8 marzo, il leader curdo incarcerato Abdullah Öcalan ha rivolto un messaggio dettagliato al movimento femminile curdo. Nella dichiarazione, pubblicata dal coordinamento del Partito delle donne libere del Kurdistan (Partiya Azadiya Jinên Kurdistanê, PAJK), ha sottolineato il ruolo storico delle donne come soggetto fondante della società e ha chiesto una più forte organizzazione politica all’interno del movimento femminile.

La lettera di Öcalan recita quanto segue:

Ognuno ha una visione soggettiva delle donne, una passione, una maledizione. O una cecità. Se dobbiamo parlare di qualcosa di divino in questo mondo, mi sembra più corretto, persino necessario, che sia di origine femminile. Ciò che mi stupisce è che l’uomo abbia sconsideratamente utilizzato il suo intero monopolio di conoscenza e potere per schiavizzare le donne.

Il fatto che egli abbia consumato le donne spiritualmente e fisicamente a tal punto senza riconoscere alcuna regola etica o politica mi impone la necessità di comprenderlo come la questione filosofica più fondamentale. C’è una necessità più grande di quanto si creda di una filosofia, di una filosofia scientifica, e persino di un approfondimento dello studio della religione e della mitologia per far luce su questo tema. E con ciò, diventa necessario rivelare la vera etica ed estetica umana, la costruzione della sfera politica e quindi l’istituzionalizzazione della società democratica, rendendola l’oggetto fondamentale della sociologia e quindi della gineologia. Vorrei rispondere alla nota affermazione di Karl Marx: “Nulla di ciò che è umano mi è estraneo”, con le parole: “L’essere umano in quanto donna mi interessa ancora di più”.

Il fatto che il cosiddetto socialismo reale scientifico guardasse alle donne con tale cecità non è stata solo una delle ragioni più importanti del suo crollo, ma anche la prova di quanto profondamente si fosse radicato il concetto di schiavitù dell’uomo.

Mentre cercavamo modi per superare il socialismo reale, un criterio fondamentale divenne per me decisivo: essere socialisti può nascere solo dall’instaurazione di un autentico rapporto di libertà con le donne. Inoltre, diventare veramente umani e staccarsi dalla mera naturalità del regno animale è possibile solo sulla base di un rapporto con le donne fondato su uguaglianza, libertà e principi etici ed estetici.

Sistema di omicidio sociale basato sulle caste

Nel mio ultimo manifesto volevo esprimere che all’origine di quello che chiamo il sistema di omicidio sociale basato sulle caste c’è la distruzione dell’anima delle donne, mentre la modernità capitalista ha ridotto i loro corpi a una condizione peggiore di quella di un cadavere.

Sapete bene che le donne dicono spesso: “Mi avete portato via l’anima e il corpo”. Questa espressione ha un profondo significato storico ed è da tempo parte di un’espressione collettiva dell’esperienza. Un’altra conclusione centrale del mio manifesto riguarda la necessità di ridefinire la sociologia. A mio avviso, la sociologia non può essere definita una scienza della società in senso stretto. Questo perché la società, in quanto seconda natura, possiede una dimensione di significato derivante dalla sua infinita relazionalità che non può essere colta come oggetto di indagine scientifica.

Certi aspetti possono essere effettivamente esaminati scientificamente, come la base economica sottolineata da Karl Marx e Friedrich Engels, la struttura sociale nel senso descritto da Max Weber, o le strutture identitarie e normative analizzate da Émile Durkheim. Tuttavia l’ampio “mondo di significato” della natura sociale non può essere catturato appieno in questo modo. Anche se lo si affronta analiticamente, il risultato può piuttosto essere inteso come una pratica etico-estetica, come un’arte della convivenza politica e sociale. Con questo non mi riferisco certo alla presunta “arte” e gli anni a venire saranno densi di significato e vi condurranno a salpare verso l’amore e l’affetto. Con rispettosi saluti, prodotta dalla modernità capitalista all’interno della sua industria culturale, che in realtà assomiglia più a un mattatoio culturale.

Dal sistema sociale materno al patriarcato

In base alla tesi marxista secondo cui “la storia è una storia di lotte di classe”, sono giunto a un’altra definizione: tutta la storia, compreso il periodo precedente alla scrittura, può essere intesa come una tensione tra comune e stato emersa dalla divisione delle strutture originarie dei clan.

Il fenomeno della comunalizzazione, il cui esame e spiegazione approfonditi richiederebbero un’analisi approfondita, si sviluppò essenzialmente come una forma di società matriarcale. I reperti archeologici indicano che – favorito principalmente da fattori geografici e da una flora e una fauna adatte – si sviluppò lungo l’asse Zagros-Taurus e risale a circa 50.000-30.000 anni fa. Anche le scoperte di quel periodo, che includono numerose statuette femminili ma nessuna statua maschile, indicano questa realtà.

Fino al Neolitico, questa società materna accumulò un notevole sviluppo culturale e sociale, in particolare nei campi della lingua e delle culture vegetali e animali. Fino alle soglie della società sedentaria, l’ordine culturale dominante rimase chiaramente incentrato sulle donne. Un’indicazione di ciò si può trovare, ad esempio, nell’elemento femminile della radice di molte lingue e nella cultura Ma.

In una fase successiva, tuttavia, la “banda” maschile, che aveva acquisito sempre maggiore esperienza e potere nell’uccisione degli animali, ottenne l’accesso a questa ricchezza sociale.

Dalla caccia agli animali, alla fine si rivoltò contro il mondo femminile stesso. In primo luogo, uccise i parenti maschi – soprattutto zii e adolescenti maschi – che erano sotto la protezione delle donne, appropriandosi delle loro risorse sociali. In seguito, soggiogò e rese schiave le donne. In sostanza, ciò significò la distruzione dell’anima femminile.

In questo modo emerse il “dio maschile”. La religione originaria della dea naturale lasciò il posto alla religione celeste del dio maschile. Gli sviluppi successivi possono essere facilmente rintracciati nella mitologia sumera e nella storia successiva delle religioni monoteiste. Il conflitto mitologico tra Enki e Inanna, così come le narrazioni dell’Epopea di Gilgamesh, riflettono questa trasformazione. Da allora fino ai giorni nostri, letteratura, politica e sociologia hanno essenzialmente espresso questa forma mascolinizzata ed egemonica dell’uomo.

Il “progetto donna” e la sua attuazione pratica

Ciò che mi stupisce è il fatto che per tutta la storia della civiltà abbiamo mantenuto, e persino insistito, su una struttura di coscienza e sentimento così cieca di fronte a una verità che in realtà avrebbe dovuto essere relativamente facile da riconoscere e comprendere.

È quindi responsabilità dell’analisi sociale, in particolare della gineologia e della sociologia, ma anche di un nuovo socialismo (un socialismo dopo il socialismo reale) e dell’arte, rendere visibile questa realtà, concettualizzarla teoricamente e inserirla nei processi di rinnovata trasformazione sociale.

Care compagne, quando ho detto che il mio “progetto femminile” poteva considerarsi sostanzialmente concluso, intendevo proprio questa elaborazione concettuale. Ma ora mi attende un enorme compito pratico: l’attuazione e la realizzazione di questa prospettiva nella vita sociale. Il crescente interesse e le numerose domande da parte di compagne e amiche mi spingono chiaramente verso nuove ricerche e riflessioni. Allo stesso tempo, è chiaro che il mio posto e le mie attuali condizioni non sono sufficienti, in termini di comunicazione, per rispondere adeguatamente a tutte queste domande.

Storicamente il soggetto fondatore della società è la donna

Il processo che stiamo vivendo è un processo in cui le donne possono assumere un ruolo ancora più attivo. La ricostruzione dell’ordine sociale sarà plasmata sotto la guida delle donne. Anche storicamente, le donne sono il soggetto fondante della società.

La socializzazione si forma attorno alle donne e attraverso le loro azioni. Questa è una realtà sociologica. Le donne possiedono un potenziale – sia in termini di consapevolezza della libertà che di livello di organizzazione – che consente loro di assumere un ruolo di primo piano nel processo di ricostruzione sociale.

Pertanto gli sforzi volti ad approfondire, mobilitare e attivare concretamente questo potenziale, trasformandolo da semplice capacità in reale efficacia, dovrebbero diventare la preoccupazione centrale delle organizzazioni femminili. L’attuale processo offre condizioni favorevoli affinché le donne possano liberarsi, contribuendo al contempo alla liberazione della società.

Organizzazione politica ed etica delle relazioni

La forza fondamentale di questo processo sono le donne. Pertanto è necessario che le donne politicizzino ulteriormente la propria esistenza e si considerino come soggetti politici autonomi. Invece di approcci puramente emotivi, sta acquisendo importanza una forma di divenire-donna in cui la dimensione politica assume sempre più importanza. Senza realtà politica, non è nemmeno possibile respirare. Questo è di grande importanza e credo fermamente che sarete all’altezza di questo compito.

La nostra linea ideologica di liberazione femminile è ben nota. Le donne hanno già raggiunto un livello considerevole in termini di libertà e organizzazione. Tuttavia, ciò che ora è necessario è un salto di qualità: dall’ideologia della liberazione femminile a una pratica politica di liberazione femminile. In effetti, un tale sviluppo è già osservabile in molti luoghi. Sono convinto che tra voi emergeranno leader politici forti.

Sapete che non vi ho mai abbandonato. Sono convinto che proprio in questo risieda l’espressione più realistica di quello che chiamo amore platonico in senso sociale.

La comprensione dell’amore da parte di un socialista e il suo atteggiamento nei confronti delle relazioni tra donne e uomini ne rivelano la personalità. Deve essere chiaro che il sentimento commercializzato come “amore” dal sistema di sterminio sociale basato sulle caste è organizzato in modo tale da garantire la continuazione della schiavitù delle donne.

L’idealizzazione di ciò che non può essere realizzato

Anche il concetto di “amore platonico” che utilizzo non deve essere frainteso. L’amore platonico significa l’idealizzazione di ciò che non può essere realizzato nella pratica. L’idealismo dell’amore platonico è più prezioso del realismo dell’amore pratico. Potete dirigere la vostra attenzione verso questo. Non dovreste orientare la vostra mente e il vostro cuore verso la realizzazione dell’amore pratico. Dovremmo scegliere l’amore platonico, perché la realizzazione dell’amore pratico è piena di insidie.

Infine vorrei sottolineare che considero i vostri sviluppi significativi e li considero un’“epoca di eroismo femminile”. Mi congratulo con voi per questo. Il vostro stile di vita eroico è profondamente etico ed estetico; rappresenta la risposta più forte del nostro tempo al sistema di omicidio sociale basato sulle caste. La questione centrale riguarda come possa essere plasmata una nuova vita umana. Senza raggiungere i veri segreti della vita attraverso le donne, non sarà possibile comprendere il linguaggio dell’universo.

A tutti voi, in particolare a voi, ma anche a tutti gli amici che sollevano domande, auguro che l’anno prossimo e gli anni a venire siano ricchi di significato e vi conducano a salpare verso l’amore e l’affetto. Con i miei rispettosi saluti.

 

Kurdistan: il confederalismo democratico sotto attacco

La Rete di coalizione euro-afghana ha promosso questo incontro per aggiornare sulla situazione nel nord-est della Siria e l’attacco compiuto dal governo siriano di Ahmad al Shara al Rojava. Nell’incontro Laura Quagliuolo, attivista di CISDA e Rete Jin, e Carla Gagliardini, attivista di Verso il Kurdistan, hanno approfondito i concetti e la storia del confederalismo democratico, dei principi che guidano la lotta delle donne curde, con un approfondimento sugli ezidi.

Scarica qui il documento Crimini di guerra nel nord-est della Siria realizzato in questi giorni a cura dell’Accademia di Jineolojî in Rojava.

SE NON VISUALIZZI IL VIDEO VAI DIRETTAMENTO SUL SITO CISDA DI YOUTUBE

Da Medusa Al Rojava: Lo Stato Che Teme I Capelli Intrecciati

jineoloji Esra Bilen (Jin Dergi) 11 febbraio 2026

“Non abbiamo forse abbastanza ragioni per avvolgerci in tutti i toni della rivolta, per intrecciarci e ancorarci nella resistenza ribelle?”
Camisha L. Jones

Negli ultimi giorni, è circolato un video che mostrava un uomo collegato ai gruppi jihadisti in Siria. Nel video, l’uomo esibisce sui social media i capelli tagliati di una combattente uccisa, come un trofeo di guerra. Con tono beffardo, mostra i capelli e suggerisce che “solo questo” rimane della donna. Dopo la diffusione di queste immagini, donne in varie parti del mondo hanno iniziato a pubblicare brevi video in cui intrecciano i propri capelli.

In un momento in cui si dibatte su un rinnovato riconoscimento dei curdi sulla base della cittadinanza paritaria, ci si sarebbe aspettati che la legge — invece di funzionare per 100 anni come randello contro i curdi — identificasse il responsabile del crimine di guerra secondo standard universali. Invece, sono state avviate indagini contro le donne che hanno condiviso i video in cui si intrecciavano i capelli. Sono seguiti arresti, perquisizioni domiciliari, obblighi giudiziari e sospensioni dei dipendenti del settore pubblico. Mentre non esiste alcuna conferma di procedimenti contro la persona che ha esibito i capelli intrecciati come bottino, rendendo pubblica questa umiliazione. La storia centenaria si ripete — chi degrada i curdi e i loro valori rimane invisibile. Le donne che hanno resistito con la disobbedienza civile vengono punite. Questa situazione non è un conflitto giuridico, ma una sentenza. Le donne vedono attraverso questa sentenza e continuano a far crescere la loro disobbedienza civile.

Nella mitologia, simboli come le corde, i nodi, gli intrecci e la tessitura sono considerati principi rituali dell’ordine che contrastano la disintegrazione del mondo. Di fronte al caos, alla disintegrazione o alla morte, non c’è la legge, ma il rituale. Il rituale non comanda, si ripete — e in questo rituale il mondo esiste solo finché è connesso. Che i capelli intrecciati di una combattente vengano tagliati e presentati come trofeo non è quindi una crudeltà arbitraria. È, in senso mitologico, un atto di distruzione dell’ordine; la dichiarazione che il legame della donna con il mondo è stato reciso. L’intreccio dei capelli tra donne può essere inteso come un contro-rituale — significa ripristinare il legame violentemente reciso dal taglio dei capelli. L’intreccio dei capelli può essere usato come prova di un crimine? La risposta breve è, no. La risposta lunga è, non solo è completamente insensato collegare l’intreccio dei capelli — uno dei rituali più antichi dell’umanità — a un’“organizzazione terroristica”, ma non esiste nemmeno una spiegazione legale per l’affermazione secondo cui tale azione innesca sentimenti di odio nelle persone che potrebbero portare alla violenza.

Al contrario, queste azioni sono una forma pacifica di protesta contro l’aggressione mostrata dai gruppi jihadisti verso le donne curde. Pertanto, è fuori discussione che intrecciare i capelli costituisca un crimine e rientri nel diritto alla libertà di espressione. Per accusare le donne che intrecciano i capelli di propaganda per un’“organizzazione terroristica”, la loro forma di espressione dovrebbe suscitare un odio cieco che inciti le persone alla violenza. Ma va notato che gli atti di bande violente che gettano i corpi di combattenti femminili da edifici incompiuti, o strappano i cuori di giovani curdi imprigionati, non sono considerati crimini — mentre l’intreccio dei capelli delle donne sì. Che lo Stato tenti di definire questa pratica come “propaganda” non deriva da una disposizione giuridica, ma da una paura storica innescata dall’intreccio simbolico dei capelli. Questa paura non è un riflesso protettivo temporaneo. È un ricordo traumatico che si è radicato nel pensiero dello Stato dominato dagli uomini, e trasmesso di generazione in generazione.

La mitologia rivela questo ricordo fin dall’inizio. Il racconto di Medusa è uno degli esempi più chiari. La storia di Medusa non è una semplice favola di mostri successivamente inserita nel pantheon greco. Si può anche leggere la storia di Medusa come un tentativo di sopprimere una “donna delle montagne” (con radici che risalgono ai Medi e ai Persiani). In questa lettura, Medusa non è una Gorgone, ma una principessa con radici medo-persiane, una donna delle montagne. Quando l’ordine divino maschile non riesce a gestire questa figura, viene prima esclusa dal centro, poi imprigionata nel tempio, e infine punita attraverso il suo corpo. Cioè, Medusa viene tenuta prigioniera nel tempio dell’ordine sacro dominato dagli uomini, e lì viene attaccata dal dio. Sebbene l’attacco sia diretto contro di lei, la giustizia viene capovolta e il corpo di Medusa viene punito con le trecce che si trasformano in serpenti. La maledizione si manifesta quindi nei suoi capelli.

La treccia è un’espressione del legame delle donne con il mondo, con la loro memoria e la loro permanenza, e proprio per questo motivo l’intreccio è codificato come una minaccia. L’antico legame con la vita, con la terra e con l’oltretomba, viene marchiato come “mostruoso”.

 

“Il potere patriarcale non riesce a gestire la donna disobbediente, e cerca di denigrarla e demonizzarla per rimuoverla dalla circolazione. Che Medusa, dopo l’assalto di un dio, incontri non giustizia ma dannazione, rivela il trauma fondante della supremazia maschile — il patriarcato può governare il corpo e la volontà femminile, che non riesce a controllare a livello mentale, ma solo attraverso la demonizzazione.”

La criminalizzazione odierna delle trecce è un’espressione contemporanea di questa antica paura dello Stato dominato dagli uomini. Lo Stato qui non sta combattendo un crimine, ma sta cercando di rendere di nuovo invisibile qualcosa con cui non è mai riuscito a fare i conti storicamente, perché la reazione delle donne di intrecciare i capelli è un movimento che rovescia la maledizione di Medusa. Il rifiuto dell’attribuzione di mostruosità significa continuare a creare significato da ciò che dovrebbe ispirare paura. Pertanto, gli eventi odierni non sono repressione temporanea, ma segni di una rottura più grande.

Mentre lo Stato sacro combatte contro i capelli intrecciati, e per dimostrare il suo “potere” arresta donne che intrecciano i capelli, le donne continuano semplicemente con questa azione. Lo fanno perché stanno rivendicando il diritto di creare significato. Ciò non riflette la società dello spettacolo, né è una politica di simboli. La pratica di non accettare questa umiliazione è l’insistenza nel mantenere vivo il ricordo. Quando la legge viene utilizzata per sopprimere questa decisione, la legge si indebolisce; il rituale diventa più forte. Tutte le donne che oggi vengono punite lo sanno. Questa azione continua a crescere. Perché, nonostante nel corso della storia si sia cercato di vietare e punire le azioni fisiche e rituali delle donne, queste non sono scomparse, ma si sono diffuse in ambiti in cui il potere non può intervenire. Prendere di mira la treccia non è quindi una questione di sicurezza, ma una manifestazione di una crisi di legittimità. Qui lo Stato non sta prevedendo un crimine, sta ammettendo di aver perso il controllo del significato. È interessante notare che perfino le bande sanguinarie non spaventano lo Stato Sacro tanto quanto milioni di donne. La logica sembra essere: “Loro possono essere i nostri vicini, ma non lasciamo che nessuna donna intrecci i capelli nelle nostre vicinanze”.

Questo riflesso e questa paura non sono una reazione storica estranea alle donne. Nella caccia alle streghe il crimine non veniva giudicato in base all’atto in sé, ma in base alla persona. Oggi funziona una logica simile: il vero problema non è cosa sia l’intrecciare i capelli, ma il fatto che altre possano farlo. La ripetibilità è sempre stata una minaccia per il potere. Ma la storia mostra che la lotta delle donne non scompare quando viene repressa, ma si diffonde in ambiti più ampi. Con questo rituale, migliaia di donne continuano a tessere il significato e la vita della combattente i cui capelli sono stati tagliati, e continueranno a farlo.

Tratto dalla poesia “My Hair Starts the Revolution” di Camisha L. Jones.

L’articolo è apparso originariamente in turco, vedi:
https://jindergi.com/yazi/medusadan-rojavaya-sac-orgusunden-korkan-devlet/

Rojava sotto assedio. Biji biji resistenza curda!


Carla Gagliardini, Patria Indipendente, 28 gennaio 29026

Le promesse del presidente Al-Sharaa per una Siria democratica e inclusiva sono già state smentite dai fatti: dopo alawiti, drusi e cristiani, ora a pagare sono i curdi. Kobane, città simbolo della lotta di liberazione dall’Isis, è circondata. All’offensiva militare si affianca lo scontro ideologico contro la proposta politica di Öcalan per il Medio Oriente, una visione che mette al centro le donne e un modello di società ecologica, in netto contrasto con gli interessi degli apparati di potere degli Stati e dei loro leader. Intanto cresce la solidarietà internazionale. Pubblichiamo un appello‑mozione dell’Unione delle donne italiane e kurde ai Parlamenti Ue e italiano, sottoscritto anche dal Coordinamento donne ANPI e aperto alle adesioni.

Henry Kissinger diceva che “gli Stati Uniti non hanno amici
o nemici permanenti ma solo interessi permanenti”.
I curdi invece dicono che “non hanno amici se non le montagne”

In queste due citazioni si racchiude molta della verità e della realtà che osserviamo da tempo in Rojava, dove governa l’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (Daanes), in modo più marcato da quando Ahmed al-Shara, nome di battaglia al-Jolani, ha conquistato manu militari il potere in Siria nel dicembre del 2024, mettendo in fuga Bashar al-Assad. Su Ahmed al-Shara, fino a poco tempo fa, pendeva una taglia made in the Usa perché guidava l’organizzazione terroristica Hts (Hayat Tahrir al-Sham).

Oggi il nemico degli Stati Uniti è diventato un amico perché ha promesso lauti investimenti in Siria, unico linguaggio che mette d’accordo gli interessi dell’Occidente, in modo particolare quelli statunitensi, e delle petromonarchie del Golfo. In sottofondo, ma non troppo, suona il ritornello degli Accordi di Abramo che mirano a pacificare le relazioni tra Israele e i Paesi arabi. E poi c’è la necessità di infliggere una sconfitta ancora più dolente e permanente all’Iran in chiave anti-russa e soprattutto anti-cinese. Il controllo della Siria è fondamentale. Così sul suolo siriano e sulla pelle degli abitanti di quella zona si sta giocando una partita importantissima. Al-Sharaa è la nuova pedina da muovere sullo scacchiere mediorientale. C’è da pensare che lui lo sappia bene e quindi occorrerà capire quale sia la sua strategia per comprendere la traiettoria che prenderà la Siria trascinando con sé, nel bene o nel male, le sue tante realtà culturali, etniche e religiose.

Per il momento le promesse del neo-presidente Aḥmad Ḥusayn al-Shara per una Siria democratica e inclusiva sono state platealmente disattese e a farne le spese sono state la comunità alawita, quella druza e persino quella cristiana. Oggi è il turno dei curdi. E allora quel detto curdo citato, se visto unicamente volgendo lo sguardo agli Stati, intesi nella loro dimensione di apparati e non di popoli, si inserisce perfettamente nello scenario attuale perché sembra vero che i curdi abbiano come soli amici le montagne. La loro storia fatta di tradimenti, persecuzioni e genocidi subiti lo insegna. Quando poco più di dieci anni fa lo Stato Islamico, più conosciuto come Isis, rappresentava una drammatica minaccia per il mondo, il sangue dei curdi e delle curde è servito. Sono loro che sono caduti e cadute sul campo di battaglia contro un nemico che scaricava la sua ferocia su coloro che considerava infedeli. Quella ferocia ha colpito in modo particolare le donne e il popolo ezida lo sa bene con le sue donne, ragazze e bambine rapite per essere vendute come schiave.

Il 26 gennaio scorso è stato l’undicesimo anniversario della fine dell’assedio di Kobane da parte dello Stato Islamico. Sono i curdi e le curde delle Ypg e delle Ypj che hanno difeso la città con una resistenza impressionante che ha fatto il giro del mondo. Oggi Kobane, città simbolo della lotta di liberazione dall’Isis, è nuovamente circondata. Questa volta è l’esercito siriano che risponde al presidente al-Sharaa, un “ex” jihadista, a volere la sua resa. Kobane ha un valore estremamente importante per entrambe le parti. Per Damasco la sua caduta significa infliggere una sconfitta che trascende l’aspetto militare e strategico perché colpirebbe nel profondo i sentimenti e il morale dei curdi e delle curde. Per la Daanes un’altra storica vittoria sarebbe invece un’ulteriore lezione impartita al mondo sulla forza della resistenza di un popolo che, in evidente posizione di svantaggio e sostanzialmente in solitudine, lotta per la libertà. In realtà, se la Daanes dovesse cadere le curde e i curdi ci avrebbero comunque insegnato qualcosa di importante: il senso profondo della loro rivoluzione che liberandosi dalle catene del nazionalismo e del patriarcato ha disegnato una società libera e democratica.

Dal 6 gennaio l’esercito siriano ha lanciato un’offensiva in Rojava. Da quando a Damasco governa al-Sharaa è stato immediatamente chiaro che l’esperienza della Daanes fosse a rischio. Il presidente siriano infatti vuole uno Stato centrale forte e nessun riconoscimento di autonomia alle varie realtà culturali, etniche e religiose del Paese. Su questo punto è sempre stato irremovibile.

Gli accordi del marzo 2025 siglati con le Sdf (Forze Democratiche Siriane all’interno delle quali si trovano le Ypg e le Ypj) che difendono la Daanes, non sono stati implementati entro la scadenza del 31 dicembre. Questi prevedevano l’inserimento delle Sdf all’interno dell’esercito siriano. La discussione era aperta sul “come” integrarle, perché Damasco vuole l’adesione individuale dei combattenti mentre le Sdf insistono per un inserimento come corpo unico, includendo anche le donne.

La fase di stallo in cui erano precipitati gli accordi è stato il pretesto per Damasco per attaccare la Daanes e conquistare circa il 90% del territorio che prima era sotto il suo controllo. I curdi e le curde sono stati abbandonati dagli alleati statunitensi che sono rimasti a guardare e hanno saputo solo suggerire il loro suicidio, sollecitandoli a accettare le condizioni di Damasco che prevedono la fine della loro autonomia, cioè la fine di tutto ciò per cui hanno lottato e che hanno saputo costruire in oltre dieci anni di amministrazione autonoma. Le aree perse dalla Daanes sono importanti per le loro risorse ma anche per i corridoi strategici. Le Sdf denunciano la complicità della Turchia che ha interesse a smantellare la Daanes e le Sdf, considerate espressione del Pkk e quindi nemici da abbattere.Il processo di pace in corso in Turchia, proprio tra lo stato turco e il fondatore del Pkk, Abdullah Öcalan, non ha né arrestato né frenato le mire distruttive del presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, nei confronti del modello politico applicato in Rojava e teorizzato dal leader curdo, ossia il confederalismo democratico. Questo paradigma non è in linea con la struttura delle società capitaliste e dello stato-nazione, disegnando all’opposto una società basata sulle comuni rette da un’organizzazione di tipo socialista.

In Rojava, oltre a una guerra di conquista, è in atto anche uno scontro ideologico sul tipo di società da realizzare. La proposta politica di Öcalan per il Medio Oriente è dirompente se si pensa al ruolo centrale della donna ma anche all’idea della società ecologica, che stride con gli appetiti degli Stati e dei loro governanti, i quali spesso hanno interessi personali che finiscono per dettare l’agenda dello Stato. Al-Sharaa in questo momento è la pedina che viene mossa dalla Turchia, che aspira a ripristinare una sorta di Impero Ottomano, e dagli Stati Uniti, che hanno un debito pubblico pericolosamente alto e una forte crisi strutturale interna su più piani, sociale, economico e finanziario, la quale richiede politiche imperialiste per l’accaparramento di ingenti risorse. Nella nuova Siria molti interessi stranieri reclamano una fetta del Paese mentre la popolazione locale, soprattutto le minoranze, viene estromessa dal progetto politico di ricostruzione della società siriana dopo lunghi anni di guerra. Non basta il riconoscimento della cittadinanza e dei diritti culturali dei curdi fatto in fretta e furia con decreto presidenziale negli ultimi giorni, tra un cessate il fuoco e l’altro, per liquidare la questione curda. La scelta di al-Sharaa sembra dettata dalla necessità di sottrarre ai curdi parte della materia del contendere e quindi svuotare la loro azione politica, legittimando così, agli occhi del mondo, la guerra scatenata contro di loro se dovessero scegliere di non piegarsi al volere di Damasco.

È difficile prevedere cosa accadrà quando il nuovo cessate il fuoco scadrà perché l’incognita di peso è rappresentata dagli Stati Uniti, i quali hanno dichiarato attraverso l’Ambasciatore in Turchia nonché inviato speciale per la Siria Tom Barrack, che le Sdf appartengono al passato e che al-Sharaa è il presente. Tuttavia non è facile credere che possano fidarsi ciecamente di colui che fino a poco più di un anno fa veniva presentato come un pericoloso terrorista e nemico di Washington. Il trasferimento nelle prigioni irachene di circa settemila jihadisti rinchiusi nelle carceri che, fino a pochi giorni fa, erano sotto il controllo delle Sdf potrebbe essere un segnale di sfiducia.

Dal canto suo Al-Sharaa indossa con disinvoltura tante maschere per ricoprire il suo passato di jihadista e il progetto che ha in mente di assimilazione delle minoranze. Ricorre a un linguaggio rassicurante, poco conta se smentito dai fatti, e questo basta per soddisfare i nuovi alleati della Siria post-Assad. Se la Daanes venisse espropriata dell’autonomia nei territori curdi che continua a controllare, come vorrebbero Erdogan e al-Sharaa, la Siria difficilmente conoscerà una stagione di pace. È facile pensare che i curdi non rinunceranno alla libertà che hanno conquistato e potranno essere di ispirazione per le altre minoranze, le quali hanno già assaggiato la violenza di questo governo e reclamano a loro volta forme di autonomia. Le donne curde saranno in prima linea perché non è pensabile per loro assistere alla cancellazione di quei diritti che hanno ottenuto combattendo tanto con le armi quanto attraverso un processo culturale e politico che ha cambiato in senso rivoluzionario il loro modo di concepirsi all’interno della società.

I curdi ci insegnano che la Resistenza è vita (Berxwedan jiyan e!), che la donna è al centro del progetto politico di una società libera, democratica e di pace (Jin jiyan azadi!) e che l’esperienza democratica del Rojava deve essere salvata. Per tutte queste ragioni la resistenza in Rojava va sostenuta. Biji biji Rojava!

Carla Gagliardini è vicepresidente ANPI provinciale di Alessandria e componente del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan odv

 

Appello-mozione di UDIK, Unione delle donne italiane e kurde, al Parlamento Ue e al Parlamento italiano

Salzano-Ve, 27/01/2026

Spettabili Deputati e Senatori del Parlamento Italiano

Appello/Mozione concernente la situazione nel Nord-Est della Siria e la difesa dell’Amministrazione Autonoma di Rojava

Noi, donne italiane e curde, unite da un legame di sorellanza, da una storia comune di resistenza e dalla lotta contro il fascismo, esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per quanto sta accadendo nel Nord-Est della Siria.

Chiediamo al Parlamento italiano e al Parlamento europeo di intervenire con urgenza per fermare gli attacchi di annientamento contro il popolo curdo e contro il suo modello di democrazia, autogoverno e convivenza pacifica.

Sollecitiamo l’Italia e l’Unione Europea a impegnarsi attivamente nella ricerca di una soluzione politica e di pace, nel pieno rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale e del principio di autodeterminazione dei popoli. Il rispetto dei diritti umani non può essere selettivo né subordinato a interessi geopolitici.

Premesso che:

– nel Nord-Est della Siria opera l’Amministrazione Autonoma di Rojava, un’esperienza politica fondata sui principi di democrazia partecipativa, autogoverno, confederalismo democratico, convivenza pacifica tra le diverse etnie e religioni e sulla piena parità di genere;
– tale modello rappresenta un esempio concreto di stabilità, inclusione sociale e rispetto dei diritti umani in un’area segnata da conflitti, autoritarismi e fondamentalismi religiosi;
– le Forze Democratiche Siriane, composte da donne e uomini, hanno svolto un ruolo decisivo nella sconfitta militare dell’organizzazione terroristica ISIS, contribuendo in modo determinante alla sicurezza regionale e internazionale, inclusa quella dell’Europa, duramente colpita da attentati terroristici negli anni passati;
– il contributo delle donne curde nella lotta contro il terrorismo e nella costruzione di un modello sociale basato sull’uguaglianza di genere è stato riconosciuto a livello internazionale come elemento centrale di tale esperienza.

A tal fine avanziamo la proposta di approvazione della seguente mozione:

Considerato che:
– l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria è attualmente oggetto di attacchi armati da parte di gruppi jihadisti legati al regime di Jolani e da milizie riconducibili ai residui dell’ISIS, con il sostegno diretto o indiretto della Turchia;
– il regime siriano non ha rispettato gli accordi sottoscritti nel mese di aprile con le Forze Democratiche Siriane, accordi che prevedevano misure volte alla de-escalation del conflitto;
– nonostante il ritiro da alcune aree da parte delle Forze Democratiche Siriane (HSD), finalizzato a evitare nuove ostilità, le milizie jihadiste hanno proseguito l’offensiva, chiedendo la deposizione delle armi e la sottomissione a un sistema politico autoritario e teocratico;
– il regime siriano si dimostra incapace di garantire una soluzione politica inclusiva e agisce sotto l’influenza di interessi geopolitici ed economici di potenze esterne.

Ritenuto che:

– la distruzione dell’Amministrazione Autonoma di Rojava rappresenterebbe un grave arretramento per la tutela dei diritti umani, per la parità di genere e per la convivenza pacifica tra i popoli della regione;
– l’abbandono di tale esperienza democratica costituirebbe un tradimento dei valori di libertà, giustizia e autodeterminazione che l’Unione Europea e la Repubblica Italiana affermano di difendere;
– il silenzio e l’inazione della comunità internazionale rischiano di favorire il ritorno del terrorismo jihadista e di compromettere ulteriormente la stabilità regionale.

Chiediamo l’impegno del Governo:

1) a condannare ufficialmente gli attacchi contro l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria e contro le Forze Democratiche Siriane;
2) a promuovere, in sede europea e internazionale, il riconoscimento politico e istituzionale dell’Amministrazione Autonoma di Rojava come interlocutore legittimo per una soluzione democratica del conflitto siriano;
3) ad attivarsi, attraverso iniziative diplomatiche urgenti, per la cessazione delle ostilità e il rispetto degli accordi precedentemente sottoscritti;
4) a sostenere la tutela dei diritti delle donne, delle minoranze etniche e religiose nel Nord Est della Siria, riconoscendo il valore del modello di autogoverno basato sull’uguaglianza di genere;
5) a vigilare affinché le politiche europee e internazionali non favoriscano, direttamente o indirettamente, forze jihadiste o regimi autoritari contrari ai principi democratici e ai diritti umani.

Firmatarie:

– UDIK Unione Donne Italiane e Kurde
– Coordinamento Nazionale Donne ANPI
– Politiche di Genere CGIL Nazionale
– UDI Unione Donne in Italia
– Casa Internazionale delle Donne
– La Biblioteca delle donne e centro di consulenza legale udipalermo
– Avv. Angela Bitonti- avvocato per i diritti umani

Per aderire: udik.unionedonne@gmail.com

Il rischio della ricomparsa di ISIS è reale? Cosa dà forza alla gente del Rojava per resistere contro di esso?

retejin.com 24 gennaio 2026

Resistere ad ISIS
Abbiamo visto le immagini della bandiera dell’ISIS di nuovo sventolare sulla città di Raqqa. Ma quanto è reale il rischio che l’ISIS ritorni, dopo gli attacchi alla rivoluzione del Rojava? Che le donne vengano di nuovo vendute per strada e brutalizzate secondo una visione distorta dell’Islam? Avverranno di nuovo attacchi come quelli al Bataclan, a Nizzao a Bruxelles?
Per capirlo è necessario vedere chi sono gli attori in gioco: tra di essi, chi è Ahmed al-Sharaa, attuale capo del governo provvisorio di Damasco?
Ahmed al-Sharaa, nom de guerre al-Jolani
Nato nel 1982, in una famiglia laica borghese, abbraccia il fondamentalismo islamico intorno all’anno 2000. Nel 2003 combatte come membro di al-Qaeda in Iraq; nel 2006 viene arrestato e detenuto in diverse prigioni in Iraq, incluse Abu Ghraib e Camp Bucca. Quest’ultima è talvolta definita “accademia della jihad”, perché in essa si sono formati molti dei leader dell’ISIS. Nel 2011 viene rilasciato e incaricato da al-Qaeda di costruire il ramo siriano dell’organizzazione: nasce così nel 2012 al-Nusra, di cui diventa emiro generale con il nome di battaglia
al-Jolani. Negli anni immediatamente successivi una delle forze con cui si scontra è quella delle YPG-YPJ; particolarmente feroce è stata la battaglia di Serekaniye del 2012-2013.
Nel 2015 al-Jolani rifiuta di unirsi all’ISIS, rimanendo fedele alla linea di al-Qaeda. Nel 2017 fonda HTS che, oltre ad al-Nusra, include altri gruppi jihadisti; ne diventa leader e occupa la provincia di Idlib, nel nord-ovest della Siria, dove stabilisce il Governo della salvezza, braccio governativo di HTS. Qui l’autoritarismo è pervasivo: arresti arbitrari, prigioni segrete, esecuzioni pubbliche, discriminazione religiosa (in particolare contro drusi e cristiani) e soppressione dei diritti delle donne. Viene applicata la Sharia in modo selettivo, mentre si costruisce una facciata di moderazione attraverso attività di sensibilizzazione pubblica, apparizioni sui media e dichiarazioni di non ostilità verso l’Occidente. Nell’ottobre 2022 HTS si espande nell’area di Afrin, convivendo con il suo alleato Esercito Nazionale Siriano (SNA), già presente sul territorio. Durante tutto questo periodo la Turchia ha continuato a intrattenere rapporti commerciali con HTS e a consentirne i movimenti in diverse zone. Il 27 novembre 2024 HTS ha avviato una campagna militare che lo ha portato a prendere il controllo di Damasco l’8 dicembre 2024.
Molti elementi del nuovo governo avevano avuto incarichi in al-Nusra o nel cosiddetto Governo della salvezza, si erano macchiati di crimini di guerra o avevano compiuto femminicidi. Nella costituzione approvata, la Sharia costituisce la base dell’ordinamento ed è utilizzata come pretesto per applicare norme contrarie ai diritti delle donne. Le leggi sul matrimonio rimangono sotto l’autorità religiosa e non laica; non esiste alcuna norma che garantisca la presenza delle donne nei ruoli decisionali. La denominazione “Repubblica araba siriana” resta in vigore, l’arabo è l’unica lingua ufficiale e solo un musulmano può essere capo dello Stato. Al-Jolani ha indossato giacca e cravatta, ma resta lo stesso jihadista misogino.
Una volta al governo, non ha mancato di usare violenza contro gruppi di diversa fede. A marzo, gruppi jihadisti guidati da HTS e fazioni sostenute dalla Turchia hanno colpito la comunità alawita nella regione costiera, causando oltre 1.600 morti civili, incendi di villaggi, sfollamenti di massa e rapimenti di donne, con chiari moventi di intolleranza religiosa. Da fine aprile hanno attaccato anche la comunità drusa nelle aree di Damasco rurale e di As-Suwayda, con bombardamenti, saccheggi, distruzione di luoghi sacri e oltre 130 vittime.
Le donne sono bersagli specifici: decine di alawite sono state rapite e fatte sparire, in uno schema che richiama le violenze sistematiche commesse dall’ISIS contro le donne yazide. Queste pratiche confermano una violenza settaria basata su un fondamentalismo religioso pseudo-islamico che, con gli ultimi attacchi, si è nuovamente riversato nei territori del NES.
ISIS dopo la sconfitta del califfato
Nel 2019 il territorio fisicamente sotto controllo dell’ISIS è stato liberato definitivamente dalle YPG-YPJ-SDF nella battaglia di Baghouz. Dopo questo, però, diverse cellule dell’ISIS hanno continuato a resistere nascoste; un’altra parte è confluita all’interno di HTS, guidato da Ahmed al-Sharaa, che all’epoca si stava rafforzando a Idlib, nel cosiddetto “governo della salvezza”. Altri ancora, alcune decine di migliaia, sono state arrestati dalle YPG-YPJ-SDF e, quando sono iniziati gli attacchi, si trovavano ancora nelle prigioni del Nord ed Est della Siria – NES. Nel 2025 si stimava che nelle prigioni del NES fossero detenuti circa 10.000 jihadisti, tra cui 2.000 stranieri. Poiché gli Stati di provenienza si rifiutavano di rimpatriarli, la loro gestione ha rappresentato per anni un peso enorme per l’amministrazione autonoma, non solo economico e logistico ma soprattutto in termini di sicurezza. Un esempio emblematico è la battaglia della prigione di Hasakah del 2022. Qui erano detenuti circa 4.000 jihadisti. La struttura fu attaccata da 100-300 membri di cellule dormienti dell’ISIS; nella difesa morirono 121 persone, tra civili, membri delle YPJ-SDF e personale carcerario. Si stima che alcune decine, forse centinaia, di detenuti riuscirono a fuggire.
Un discorso a parte meritano i campi di detenzione, come al-Hol e Roj. Nel campo di al-Hol nel 2025 si stimavano circa 27.000 persone, in gran parte donne che educavano i figli secondo l’ideologia del califfato. Nonostante le operazioni militari, l’ISIS continuava a organizzarsi all’interno del campo; periodicamente venivano liberate donne yazide ridotte in schiavitù e ancora nascoste tra le detenute. Il campo di Roj, più piccolo, ospitava circa 2.100 donne legate all’ISIS con i loro figli; tra questi vi sono oggi una cinquantina di giovani uomini tra i 18 e i 20 anni.
Impatto degli ultimi attacchi
Dal 6 di gennaio 2025 le bande jihadiste di nuovo stanno attaccando il nord e l’est della Siria, partendo da Aleppo e proseguendo nel loro massacro verso Kobane (che in questo momento si trova isolato e sotto assedio), Hassakeh e la zona est.
Diverse testimonianze riportano la presenza di combattenti dell’ISIS tra le bande che hanno attaccato Aleppo e il Nord ed Est della Siria. Combattenti feriti hanno dichiarato, al rientro: “stavamo combattendo contro l’ISIS”. Immagini mostrano insegne dell’ISIS tra i combattenti; in alcuni video i comandanti parlano di “seguire gli ordini dell’emiro”, utilizzando un linguaggio tipicamente jihadista più che militare-statale. Gli episodi di violenza misogina non sono mancati: il corpo di una combattente YPJ caduta è stato gettato dal terzo piano di un edificio, mentre la treccia mozzata di un’altra combattente è stata mostrata con sprezzante orgoglio da uno jihadista.
Negli anni 2014-2019 sappiamo che il supporto fornito dalla Turchia ad ISIS non è stato irrilevante: sostegno economico, logistico e cure ai feriti. Oggi dinamiche simili si ripetono: droni turchi bombardano per supportare le bande jihadiste, e immagini mostrano combattenti che innalzano la bandiera turca.
Uno degli obiettivi principali di questi gruppi sono le prigioni che detengono membri dell’ISIS. Dalla prigione di Shaddadi sono usciti circa 1.500 jihadisti; la prigione di Raqqa è ad alto rischio; quella di Hasakah è la più popolosa e la sua caduta comporterebbe la liberazione di migliaia di detenuti. Le recinzioni del campo di al-Hol sono state aperte e chi vi si trovava è uscito. Sono stati identificati almeno sei siti da cui combattenti dell’ISIS sono fuggiti, mentre online l’organizzazione inneggia alle evasioni. La prigione di Raqqa, al-Aqtan, con i suoi circa 2.000 membri dell’ISIS si trova ora nelle mani di HTS; un gruppo di YPJ-SDF ha resistito quasi una settimana senza cibo né acqua per difenderla, circondato dalle bande jihadiste. Se prima la comunità internazionale lasciava il NES solo nella gestione dei detenuti dell’ISIS, oggi chiude gli occhi mentre questi vengono liberati.
In questo momento Kobane è sotto assedio. Kobane, che segnò il momento in cui ISIS cominciò a cadere, oggi è di nuovo attaccata da forze che non sono poi così diverse da quelle del 2014. Nesrin Abdella, proprio a Kobane, ha dichiarato, parlando del nemico al fronte: “Posseggono tutti i tipi di armi pesanti e in particolare armi turche. (…) E questo è stato fatto con l’avanguardia di ISIS. Sono componenti di ISIS che, in maniera molto aperta, indossano la bandiera e i simboli di ISIS e come membri di ISIS attaccano.” La popolazione resiste a tutti i livelli; tutte e tutti prendono parte alla difesa.
Ma cosa c’è a Kobane, cosa c’è nel Rojava, che permette di resistere in questo modo? Cosa dà la forza alla popolazione, alle mamme, agli anziani, di prendere le armi e decidere di restare a difendere la propria terra? Perché, nella guerra di Aleppo se un comandante come Heval Ziyad dichiara di non andarsene per difendere la sua città e infine dona tutto quel che ha, inclusa la sua vita, per difendere quella terra, poi a centinaia decidono di fare lo stesso? Perché se il Rojava viene attaccato è tutto il Kurdistan che abbatte i muri e confini e accorre nella mobilitazione generale in solidarietà? Cosa fa sì che se uno jihadista si mostra con la treccia mozzata di una ragazza in mano, poi a migliaia di ragazze si intreccino i capelli?
Per cosa lottiamo
Quello che vediamo qui è uno scontro tra due idee, tra due modi di vivere, tra due sistemi di valori. Da una parte c’è quella visione della società violenta e frammentata, impregnata di sopraffazione e sottomissione, in cui le donne vengono vendute, vengono valutate in base a quanti figli possono fare nascere, vengono rese schiave come oggetti sessuali, umiliate, violentate, distrutte nell’intimo. Questo, in Siria, viene fatto in nome di una visione distorta dell’Islam, ma in altri luoghi del mondo prende i nomi e le forme più diverse. Quello che viene preso di mira dal sistema che mira a dividere, controllare e sottomettere la società è appunto questa società che attorno alla donna si è costruita, sono i valori e l’etica di cui essa è fonte, come la madre è fonte di vita per i propri figli e figlie. Il paradigma su cui si basa la Rivoluzione del Rojava è stato formulato da Abdullah Öcalan e mira a costruire una società democratica ed ecologica basata sulla liberazione delle donne.
Quando parliamo di una società democratica, intendiamo una società in grado di auto-amministrarsi (e quindi di soddisfare i propri bisogni materiali e spirituali) senza la necessità di uno Stato. Per fare ciò, crediamo che una società debba essere politica ed etica: una società politica è in grado di discutere i propri bisogni, prendere decisioni su come trovare soluzioni e mettere quelle decisioni in pratica; una società etica è quella che è in grado di vivere secondo i valori creati dalle precedenti decisioni politiche. In altre parole, l’etica è la memoria politica
della società. Una società ecologica è quella che è in grado di vedere le proprie radici nella natura, di sentire che la propria esistenza è intrecciata con la vita dell’ambiente circostante e di agire di conseguenza. Per creare questo tipo di società, crediamo che sia necessario basarla sulla libertà delle donne: crediamo che l’attuale sistema patriarcale-statale sia storicamente basato sulla schiavitù delle donne.
Vogliamo spiegare meglio quest’ultimo concetto. La storia può essere compresa come la coesistenza di due sistemi paralleli. Il primo era basato sulla raccolta in armonia con la natura, sulla cura e sulla costruzione della comunità necessaria per crescere i figli. Il secondo si basava sulla caccia, l’inganno, la violenza, e alla fine ha portato allo Stato. Semplificando e senza entrare nei dettagli, identifichiamo il primo sistema e i suoi valori con il femminile e la madre-dea, e il secondo con il maschile e lo stato-dio. Per affermarsi, il sistema patriarcale-statale ha dovuto sopprimere il sistema della madre-dea e trasformare le donne in proprietà — fisicamente, socialmente e psicologicamente. L’oppressione delle donne, della natura e della società da parte delle élite dominanti sono intrinsecamente legate. Ridurre le donne in schiavitù o trasformarle in merci è stata una condizione per la consolidazione del patriarcato. Sono state create caste e classi per dividere ciò che le donne un tempo univano intorno a sé. Pertanto, liberare le donne significa anche liberare la società e permettere all’umanità di superare il sistema patriarcale di oppressione. Per questa ragione, al centro del sistema nel nord e nell’est della Siria troviamo l’organizzazione autonoma delle donne. In tutti i campi, a tutti i livelli, le donne sono organizzate autonomamente, con la possibilità di veto sulle istituzioni miste.
Il modo in cui la popolazione è organizzata in Rojava si basa sui principi della nazione democratica. La nazione democratica è definita da Öcalan come: “Un modello di nazione che può derivare dalla nazione culturale, ma che tiene a freno ed esclude sfruttamento e oppressione, è di sicuro riconduibile alla nazione democratica. Una nazione democratica è la più vicina ai concetti libertà e uguaglianza. In accordo con questa definizione, possiamo affermare che si tratta del modello di nazione ideale per le comunità che lottano al fine di ottenere libertà e uguaglianza.” Una nazione democratica è il modo in cui una nazione si organizza senza diventare uno Stato. La base fondamentale su cui si fonda questa organizzazione sono le comuni, composte da alcune centinaia di famiglie di vicini, che risolvono i propri bisogni. Nelle comuni ci sono diverse commissioni, come economia, salute, autodifesa, arte e cultura, educazione, riconciliazione (per risolvere i conflitti nella società) e così via. Due persone, un uomo e una donna, sono responsabili della comune: questo sistema è chiamato sistema di co-presidenza, e la copresidente donna rappresenta la volontà delle donne organizzate. Da 10 a 20 comuni vengono poi organizzate in consigli di quartiere, assemblee cittadine, provinciali, di cantone e della Siria del nord e dell’est (NES). Tutti i comitati delle comune sono organizzati nello stesso modo, con delegati che vanno al livello successivo. Naturalmente, parallelo a questo sistema, esiste il sistema autonomo delle donne. Nella nazione democratica, tutti i componenti del tessuto sociale possono trovare il loro posto, vivendo liberamente la loro cultura, lingua e tradizioni (quando non vanno contro l’etica, per esempio quando tali tradizioni non opprimono le donne).
È contro questo che al-Jolani, ISIS e la Turchia stanno combattendo, è di questo che hanno paura: la libertà delle donne e la democrazia che essa porta sono ciò che loro non sopportano. Ed è anche questa democrazia che stiamo difendendo nel lottare contro il sistema che rende la società schiava, nel lottare contro la misoginia e il patriarcato. Questa lotta è importante da un lato perché la diffusione di ISIS, HTS e delle bande jihadiste renderebbe tutto il mondo (non solo il Rojava) un posto peggiore in cui vivere, ma anche perché le idee e le pratiche del Rojava stesso renderebbero questo mondo invece un posto migliore in cui vivere.