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Tag: lavoro

Luci abbaglianti, stomaci vuoti: la ricostruzione di facciata dei talebani

Wajed Rohani, Shafaqna Afghanistan (شفقنا افغانستان), 8 febbraio 2026

Alcune strade delle città afghane brillano di luci, vernici fresche e decorazioni scenografiche. Ma sotto quelle stesse luci, milioni di persone lottano contro povertà, fame e l’impossibilità di assicurarsi il pane quotidiano. Questo contrasto è diventato uno dei tratti più evidenti del governo talebano.

Nei giorni scorsi, Haji Zaid, portavoce del governatore talebano di Balkh, ha pubblicato diverse fotografie che mostrano l’illuminazione e l’abbellimento di Mazar-i-Sharif, capoluogo della provincia nel nord dell’Afghanistan. Le immagini mettono in evidenza strade specifiche, giochi di luce, colori vivaci e facciate rinnovate, nel tentativo di offrire un’immagine ordinata e decorosa della città sotto l’amministrazione talebana.

Tuttavia, queste iniziative limitate sembrano più orientate a trasmettere un messaggio politico che a rappresentare un piano organico di sviluppo urbano. L’obiettivo appare quello di dimostrare che il regime si dedica alla ricostruzione e al decoro delle città. Ma questa operazione di facciata contrasta apertamente con la realtà quotidiana della maggioranza della popolazione, per la quale povertà, disoccupazione e difficoltà nel soddisfare i bisogni primari — incluso l’acquisto di pane fresco — sono diventati parte integrante della vita di ogni giorno.

Fonti locali riferiscono che, su ordine di Haji Yousuf Wafa, governatore talebano di Balkh e figura vicina al leader del movimento talebano, è stato costruito un pennone alto 60 metri davanti alla sede del governo provinciale per issare la bandiera talebana. Il costo dell’opera non è stato reso noto. Per molti osservatori, tuttavia, questo gesto simbolico riflette chiaramente le priorità dell’attuale amministrazione: ostentazione del potere, simbolismo ideologico e cura dell’immagine, più che attenzione ai bisogni essenziali della popolazione.

Eppure, nella stessa provincia di Balkh, giornalisti locali avevano già segnalato che molte famiglie, a causa dell’aggravarsi della crisi economica, sono costrette a consumare pane secco e raffermo, non potendosi permettere quello fresco. Per numerosi cittadini, anche garantirsi il pane quotidiano è diventata una sfida. Le tavole si fanno sempre più povere, mentre le difficoltà aumentano.

Immagini propagandistiche

Nonostante questo scenario, le autorità talebane locali sembrano concentrarsi soprattutto su illuminazioni, tinteggiature e costruzioni simboliche in alcune zone selezionate di Mazar-i-Sharif. Si tratta di interventi funzionali alla produzione di un’immagine propagandistica, più che alla soluzione dei problemi strutturali che affliggono la popolazione.

Questo approccio non riguarda solo Mazar-i-Sharif. In altre province e grandi città — tra cui Kabul ed Herat — i talebani hanno promosso progetti simili di abbellimento urbano: decorazioni luminose, verniciature, interventi estetici. Nella capitale, in particolare, l’apertura di questi progetti viene accompagnata dall’invito ai media locali, a creatori di contenuti online e a youtuber, affinché ne diano ampia copertura.

Il risultato è la diffusione sui social network di un’immagine selettiva e abbellita delle città afghane. Alcuni visitatori stranieri e membri della diaspora afghana in Europa e negli Stati Uniti, condividendo fotografie e video di strade illuminate e spazi decorati, finiscono involontariamente per rafforzare la narrativa promozionale del regime, che tenta di nascondere dietro luci e colori la realtà di una crisi umanitaria profonda.

Il caso emblematico di Nuriya

Nel frattempo, mentre si spendono risorse per l’estetica urbana, una larga parte della popolazione affronta fame e indigenza. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), nel 2026 circa 21,9 milioni di persone — quasi il 45% della popolazione afghana — avranno bisogno di assistenza umanitaria.

Un caso emblematico delle conseguenze della povertà è quello di Nuriya, una giovane della provincia di Helmand, nel sud del Paese. Negli ultimi tre anni è stata costretta a vestirsi da uomo e a tagliarsi i capelli corti per poter lavorare in un caffè, dal momento che alle donne è vietato lavorare in gran parte dei settori pubblici e privati. La sua scelta non era un gesto di ribellione, ma un tentativo di sopravvivenza.

Le autorità talebane di Helmand l’hanno arrestata e hanno diffuso un video in cui la giovane spiega di aver agito per necessità, a causa della povertà e dell’assenza di un capofamiglia. Racconta di lavorare da tre anni nello stesso locale, percependo uno stipendio mensile di diecimila afghani, e di non avere altra alternativa. «Non lo faccio per capriccio», dice nel video. «Mio padre è morto, non ho nessuno.»

Da allora non si hanno più notizie di lei.

Il caso di Nuriya mostra come il divieto di lavoro imposto alle donne le spinga verso scelte forzate e rischiose. E mentre la leadership talebana continua a privilegiare una rigorosa interpretazione della sharia, senza aperture sui diritti e le libertà femminili, nei discorsi pubblici invita i cittadini benestanti ad aiutare i poveri e sollecita questi ultimi ad accettare la propria condizione senza lamentarsi.

Tali appelli, tuttavia, contrastano con la destinazione di gran parte delle risorse disponibili verso spese per la sicurezza, progetti simbolici, decorazioni urbane e opere di forte valore propagandistico. Investimenti che non affrontano le necessità fondamentali della popolazione, ma rafforzano l’immagine e il controllo del potere.

Lo zafferano di Herat è di nuovo il migliore al mondo


Fidel Rahmati, Khaama Press, 7 gennaio 2026

Lo zafferano di Herat si è aggiudicato per il decimo anno consecutivo il titolo di miglior prodotto al mondo in occasione di un concorso internazionale di degustazione tenutosi a Bruxelles, hanno annunciato gli organizzatori.

Lo zafferano di Herat, commercializzato con il marchio “Herat Saffron”, si è nuovamente assicurato un riconoscimento mondiale aggiudicandosi per il decimo anno consecutivo il primo posto per la qualità ai Global Taste Awards di Bruxelles, in Belgio.

Il concorso, organizzato dall’International Taste Institute, riunisce oltre 250 chef professionisti e degustatori provenienti da tutto il mondo per valutare il sapore, l’aroma e la qualità complessiva dei prodotti alimentari.

Al concorso di quest’anno hanno partecipato produttori di zafferano provenienti da Afghanistan, Iran, Spagna e Grecia, Paesi considerati tra i principali produttori di zafferano al mondo, secondo gli organizzatori.

I giudici hanno elogiato lo zafferano di Herat per la sua intensa forza colorante, il suo aroma ricco e il suo sapore equilibrato, qualità che lo hanno sempre contraddistinto nelle precedenti competizioni.

Lo zafferano di Herat ha ormai conquistato per ben dieci volte il titolo di migliore qualità a livello mondiale, rafforzando la sua posizione come uno dei prodotti agricoli d’esportazione di maggior successo dell’Afghanistan.

La coltivazione dello zafferano a Herat si è ampliata notevolmente nei primi anni 2000, dopo essere stata promossa come alternativa sostenibile alla coltivazione del papavero, offrendo agli agricoltori un sostentamento legale e redditizio.

Il clima favorevole della provincia, caratterizzato da inverni freddi, estati secche e terreno fertile, ha contribuito alla rapida diffusione della produzione di zafferano in diversi distretti di Herat.

Uno studio recente pubblicato sulla rivista scientifica Advances in Horticultural Sciences ha scoperto che lo zafferano di Herat si colloca tra i migliori zafferani internazionali, superando i concorrenti in diversi indicatori di qualità.

Produttori ed esportatori affermano che il continuo riconoscimento internazionale non solo rafforza la reputazione agricola dell’Afghanistan, ma sostiene anche l’occupazione rurale e la stabilità economica a lungo termine nella regione.

 

Anche la classe media costretta a restrizioni alimentari consistenti

Saima Fathi, Etilaat Roz, 2 gennaio 2026
Hakim mette sette chilogrammi di riso in un sacchetto di plastica nero ed esce dal supermercato. Suo figlio di sette anni gli cammina accanto con entusiasmo infantile. Forse spera che suo padre gli compri un giocattolo, ma la realtà è che suo padre non ha soldi. Nella mano del bambino c’è una lattina di olio gialla che ha infilato in un altro sacchetto di plastica e tenuto per il manico. Si guarda intorno attentamente e fissa le vetrine dei negozi per lunghi periodi; c’è un netto divario tra il desiderio infantile e la reale mancanza.

Hakim lavora come guardia di sicurezza in un centro educativo da sei anni con uno stipendio di settemila afghani, che è riuscito ad aumentare da seimila a questa cifra solo con grande clamore e insistenza, e questo mentre il centro stesso è in recessione finanziaria.

La vita di Hakim in questi giorni è amara ed estenuante. Non è in grado di gestire le spese di una famiglia di sei persone, che non riescono ad arrivare a fine mese da due anni. L’affitto della sua casa, in uno dei vicoli di Doogh Abad, nel distretto di Haft a Kabul, è di 2.500 afghani. Sua figlia non può imparare l’inglese a causa degli alti costi dei centri di formazione linguistica ed è costretta a lavorare a tempo pieno come apprendista in una fabbrica di cucito. Quest’anno non può mandare i suoi due figli ad allenarsi a futsal. Sua moglie ricama da troppo tempo, ha una schiena infortunata e soffre costantemente.

La vita di Hakim è diventata una serie di scelte indesiderate: scegliere tra bisogno e necessità, tra desiderio e possibilità economica. Due giorni fa la famiglia di Hakim ha esaurito riso e olio, i generi alimentari più basilari, e ora Hakim al supermercato ha trovato una nuova ondata di aumenti. Il prezzo di un sacco di riso ha raggiunto i 3.500 afghani e Najib, il proprietario del negozio, gli ha suggerito di comprarne poco, forse più avanti diventerà più economico e allora potrà comprarne un sacco intero. Ma Hakim risponde con amarezza: “I ladri di Charqala ci hanno preso per la gola e ci stanno svuotando le tasche, è così da diversi anni. Questi prezzi non scenderanno”.

La sua voce esprime una delusione evidente; la stanchezza accumulata in diversi anni di crisi è visibile sul suo volto e la speranza di un miglioramento ha lasciato il posto a una sorta di dolorosa resa. La situazione finanziaria di Hakim e della sua famiglia non è solo la loro: rappresenta emblematicamente la situazione attuale di molte famiglie urbane apparentemente “medie”. Oggi, gestire le finanze familiari è diventato un compito doloroso, accompagnato da stress,  calcolo e controllo dei prezzi continuo  giorno dopo giorno. La vita è diventata una battaglia quotidiana contro l’inflazione e l’instabilità e l’incapacità di soddisfare i bisogni più elementari della famiglia.

L’inizio dell’inflazione

Nei primi giorni del ritorno al potere dei talebani le banche afghane erano vuote e si trovavano ad affrontare una grave recessione. Ciò causò il crollo della valuta afghana sul mercato mondiale. Il valore di un dollaro statunitense ha raggiunto più di 100 afghani e, contemporaneamente, i prezzi dei generi alimentari sono saliti ai massimi storici. Ora, a più di quattro anni dal ritorno al potere dei talebani, i prezzi dei generi alimentari non sono ancora tornati a un livello accettabile per la popolazione. I dati raccolti sul campo da Etilaat Roz, ottenuti nei negozi di alimentari del quarto, settimo e tredicesimo distretto di Kabul, mostrano che l’inflazione persiste ancora persino più elevata e ha messo a dura prova il potere d’acquisto delle famiglie.

Il forte aumento dei prezzi ha messo a dura prova l’alimentazione delle famiglie. Un confronto dei prezzi mostra che riso e carne, alimenti base e fonti proteiche, hanno registrato i maggiori aumenti di prezzo e, di conseguenza, alcune famiglie al di sotto o vicine alla soglia di povertà sono state costrette a ridurre o eliminare i loro consumi.

Togliere riso e carne dal paniere alimentare?

Il prezzo medio di un sacco di riso è aumentato da 1.500 afghani nell’inverno del 2020 a 3.600 afghani nell’inverno del 2025, con un incremento di oltre il doppio. Dato che il riso è il secondo alimento base dopo il grano, molte famiglie lo hanno ridotto al minimo o eliminato dalla loro dieta a causa del suo prezzo elevato.

Le stime mostrano che ogni cittadino consuma in media circa 22,5 chilogrammi di riso all’anno. Attualmente, la produzione interna soddisfa solo il 62% circa del fabbisogno del Paese e, per il resto, l’Afghanistan dipende dalle importazioni annuali di quasi 270.000 tonnellate di riso dai Paesi limitrofi, in particolare dal Pakistan.

“Molte persone vengono al negozio ma non comprano riso perché il prezzo è troppo alto”, afferma Najib, proprietario di un negozio di alimentari. “Una signora viene ogni giorno, ma aspetta che il prezzo scenda. Il riso è molto nutriente, ma improvvisamente le vendite sono crollate. Molti di coloro che si riversavano nei supermercati un mese fa non hanno comprato a causa del prezzo”.

Secondo gli addetti ai lavori del mercato alimentare, il forte aumento dei prezzi è una conseguenza diretta della chiusura del confine con il Pakistan e dell’incapacità dei commercianti afghani di trovare un’alternativa valida. Il Pakistan è stato non solo un vicino, ma anche uno dei principali partner commerciali del Paese negli ultimi anni, e le rotte terrestri di Torkham e Chaman sono considerate il modo più breve ed economico per importare cibo. Le rotte alternative sono lunghe, costose e impegnative e non possono soddisfare le esigenze immediate del mercato afghano. Queste restrizioni hanno ridotto l’accesso al riso e sono diventate una vera minaccia per la sicurezza alimentare delle famiglie. Oltre al riso, anche il prezzo al chilo della carne di montone è aumentato da 2.000 a 3.200 afghani e quello del pollo da 130 a 250 afghani, aumenti hanno spinto le famiglie a ridurre il consumo di carne rossa e persino di pollo o a portarlo in tavola solo in occasioni speciali.

Anche il prezzo di altri prodotti, come farina di frumento, fagioli e olio, sono raddoppiati, ma l’impatto della loro eliminazione è molto inferiore a quello per riso e carne. I dati mostrano che la pressione economica si è concentrata principalmente sugli alimenti di base e proteici, e la sicurezza alimentare delle famiglie è seriamente minacciata perché la graduale eliminazione di riso e carne dalla tavola non solo porta a una diminuzione della diversità alimentare, ma mette anche a rischio la salute e l’alimentazione delle famiglie, soprattutto dei bambini.

Perché le tavole delle persone sono vuote?

Il significativo aumento dei prezzi dei prodotti alimentari rispetto all’era repubblicana è solo la metà nascosta della storia, l’altra metà della crisi sono le politiche fiscali ed economiche dei talebani, che hanno esercitato ulteriore pressione sul potere d’acquisto delle famiglie urbane e della classe media.

Questa primavera, il leader talebano ha emesso un decreto che riduce gli stipendi e i benefit dei dipendenti pubblici, una decisione che, insieme alle migliaia di tagli di posti di lavoro ancora in corso, ha messo migliaia di dipendenti pubblici a rischio di licenziamento o di riduzione dello stipendio. I tagli agli stipendi non sono stati solo una semplice decisione amministrativa, hanno rappresentato un duro colpo al potere d’acquisto della popolazione.

Secondo i nuovi metodi di lavoro dei talebani, il primo turno guadagna 21.700 afghani, il secondo turno 14.600, il terzo turno 12.000, il quarto turno 9.500, il quinto turno 7.800, il sesto turno 6.420, il settimo turno 5.540 e l’ottavo turno solo 4.960 afghani. Queste cifre, soprattutto per il terzo turno e i turni inferiori, sono ben al di sotto dell’indice dei prezzi alimentari e sono anche inferiori ai livelli salariali di quattro anni fa e degli ultimi anni della repubblica. Durante la repubblica, lo stipendio più alto era di 32.500 afghani e il più basso di oltre 5.000. Ma a quel tempo il cibo era economico e di qualità.

La riduzione degli stipendi, unita al forte aumento dei prezzi, ha lasciato la società in uno stato di grave collasso del potere d’acquisto. Mentre i prezzi di cibo, carburante, affitto e spese quotidiane hanno subito un’impennata senza precedenti negli ultimi quattro anni, i talebani non solo non hanno offerto alcuna soluzione economica, ma hanno anche moltiplicato la pressione economica riducendo gli stipendi dei dipendenti pubblici, ritardandone i pagamenti e privando le donne di lavoro e di un reddito dignitoso.

Questa amara coincidenza significa che una famiglia che quattro anni fa poteva acquistare farina, riso, olio e carne con il suo stipendio, oggi non può permettersi nemmeno una piccola parte dello stesso paniere alimentare con lo stesso stipendio ridotto.

Le insegnanti, che alcune sono anche capofamiglia, ricevono uno stipendio di soli 5.000 afghani, una cifra che non copre nemmeno il costo di un paniere alimentare mensile limitato. Una decisione del genere, in un Paese in cui le fonti di reddito sono limitate e le opportunità di lavoro sono scarse, significa che le tavole delle persone diventeranno ancora più piccole.

La crisi non si limita ai dipendenti pubblici: le famiglie che traggono il loro reddito dal lavoro nei Paesi limitrofi si trovano ora ad affrontare una grave carenza di risorse finanziarie a causa del peggioramento della situazione dei migranti e della loro espulsione. Inoltre, la riduzione degli aiuti internazionali e le restrizioni di bilancio imposte dai talebani hanno reso più difficile l’accesso ai beni di prima necessità e spinto il mercato verso prezzi più elevati.

Il risultato di questa serie di misure è il graduale svuotamento delle tavole delle famiglie: riso, carne, olio e altri prodotti proteici e di base stanno diventando beni di lusso e inaccessibili per gran parte dei cittadini. La combinazione di prezzi in aumento, redditi in calo e politiche restrittive ha interrotto la catena alimentare e portato il potere d’acquisto delle persone al livello più basso degli ultimi quattro decenni.

Reclami sui social media

Oltre alle lamentele al mercato, anche le proteste sui social media sono diffuse e riflettono un’unica narrazione. Un utente ha scritto: “Quando dicono che il dollaro è sceso, ma invece i prezzi del petrolio, della farina, del riso, dei medicinali, degli affitti e dei trasporti non sono diminuiti, si tratta solo di un numero sulla carta, non di un segno di ripresa economica”. Questa opinione pubblica dimostra che il calo del valore del dollaro, se non si traduce in una diminuzione dei prezzi delle materie prime e dei prodotti alimentari, è più simile a un “indicatore statistico” che a un successo economico.

Un esempio di questa rabbia e impotenza è il post di un utente dei social media, che racconta da Badghis: “La gente respira affannosamente sotto il pesante fardello dei prezzi elevati delle materie prime ed è stufa dell’impennata dei prezzi dei beni di prima necessità”. Scrive che, nonostante la relativa apertura delle frontiere e il deprezzamento del tasso di cambio, i prezzi dei prodotti alimentari non solo non sono diminuiti, ma stanno “aumentando in modo irragionevole”. Secondo questo utente, il prezzo di un sacco di riso di qualità ha raggiunto più di 3.500 afghani e quello di un barile di petrolio da 10 litri circa 1.300 afghani; cifre che sono “strazianti” per la maggior parte delle famiglie e stanno riducendo le tavole.

La fame continua

Ma il problema dell’Afghanistan non finisce qui, le politiche dei talebani degli ultimi quattro anni hanno avuto pieno effetto.

Qualche mese fa, il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha lanciato l’allarme: entro il 2025 circa 22,9 milioni di persone – quasi la metà della popolazione – avranno bisogno di assistenza umanitaria. Questo avviene in un momento in cui il Paese ha più che mai bisogno del sostegno globale, con gli aiuti internazionali drasticamente ridotti e molti programmi di soccorso, compresi gli aiuti alimentari gestiti dal Programma Alimentare Mondiale, sospesi o ridotti.

Il Programma Alimentare Mondiale ha annunciato due settimane fa che oltre 17 milioni di afghani stanno affrontando una situazione di fame critica quest’inverno, quasi tre milioni in più rispetto a un anno fa. I tagli agli aiuti arrivano mentre l’Afghanistan è alle prese con un’economia in crisi, ricorrenti siccità, due terremoti mortali e il rientro su larga scala di rifugiati espulsi da Iran e Pakistan: una serie di shock che hanno moltiplicato la pressione sulle risorse limitate, dagli alloggi al cibo.

Le Nazioni Unite hanno lanciato un allarme simile. Tom Fletcher, responsabile umanitario delle Nazioni Unite, ha avvertito in un rapporto al Consiglio di Sicurezza che l’Afghanistan sta affrontando “shock simultanei” e che l’accesso agli aiuti vitali sta diventando sempre più difficile a causa di tagli e restrizioni di bilancio. Ha affermato che entro il 2026 quasi 22 milioni di persone potrebbero aver bisogno di assistenza, ma l’ONU può concentrarsi solo su 3,9 milioni di persone tra le più vulnerabili a causa del forte calo dei finanziamenti. Quest’inverno, ha affermato, è stato il primo da anni in cui la distribuzione alimentare internazionale su larga scala è stata praticamente nulla. Di conseguenza, solo circa un milione di persone ha ricevuto aiuti alimentari nel 2025, rispetto ai 5,6 milioni dell’anno scorso. La riduzione degli aiuti non solo ha ridotto le scorte alimentari delle persone, ma ha anche eliminato migliaia di posti di lavoro nelle agenzie umanitarie.

Inoltre, l’ondata di rimpatri di rifugiati ha anche esercitato una nuova pressione sulla società. Secondo i Talebani, 7,1 milioni di rifugiati sono tornati nel Paese solo negli ultimi quattro anni, una popolazione enorme che, a causa della disoccupazione, della mancanza di sostegno e di un’economia paralizzata, è diventata di per sé un’ulteriore crisi.

I mercati afghani sono il punto d’incontro di gran parte delle sofferenze del popolo afghano, dove, anche a occhio nudo, si può vedere che “il coltello ha raggiunto l’osso”. L’equazione tra l’economia afghana e la situazione attuale del popolo afghano è diventata un’equazione con molte incognite, una crisi che non solo non ha una soluzione semplice, ma nemmeno una prospettiva chiara. Mentre i Talebani occasionalmente decantano e celebrano le statistiche sulla crescita economica limitata e i rapporti della Banca Mondiale – che sono persino inferiori al tasso di crescita demografica – come “successi”, il mercato racconta una storia diversa: una storia di tavole alimentari che si sono rimpicciolite, redditi che sono diminuiti e persone che si avvicinano ogni giorno di più all’orlo dell’esaurimento.

Da insegnante a venditrice ambulante

Come le politiche dei talebani hanno stravolto la vita di una donna afghana
Ziba Balkhi, Ruhkshana Media, 16 dicembre 2025

Abeda ha lavorato come insegnante nella provincia afghana di Balkh per oltre un decennio prima che i talebani tornassero al potere nel 2021. Vedova e madre single, perdere il lavoro è stato un trauma. Negli ultimi sei mesi, ha venduto abiti di seconda mano ai bordi della strada per cercare di guadagnare un po’ di soldi per sfamare la sua famiglia. Questa è la sua storia, raccontata con le sue parole:

Posso dire con certezza che dopo l’ascesa al potere dei talebani, la mia vita è diventata buia e desolata. Mi hanno portato via la pace e tutti i miei progetti per il futuro.

Prima del cambio di regime, lavoravo come insegnante in una scuola secondaria femminile. Conducevo una vita tranquilla e modesta. Il mio stipendio non era molto alto, ma almeno i miei figli andavano a letto con la pancia piena.

Quando i talebani hanno chiuso le scuole femminili, sono stata costretta a rimanere a casa. Mio marito è morto e la responsabilità di provvedere ai miei figli ricade interamente su di me. Ho sopportato molte difficoltà fino ad ora, ma sono arrivata al punto in cui la vita è diventata insopportabile.

Mai avrei mai immaginato di fare un lavoro del genere

Per pagare l’affitto, le bollette della luce e coprire le spese di cibo e vestiti per i miei figli, ho svolto diversi lavori. All’inizio, facevo parte di un gruppo di donne impiegate dal comune che spazzavano le strade, raccoglievano i rifiuti e pulivano i bordi delle strade. Non avrei mai immaginato di fare un lavoro del genere, ma niente nella vita è più importante per me del benessere dei miei figli.

Anche questo lavoro non durò a lungo. Ancora una volta, mi ritrovai senza lavoro e confinato in casa. Sono rimasta senza lavoro per molto tempo. A volte, la vista dei piatti vuoti dei miei figli mi tormentava. Ecco perché dico che la situazione che ci è capitata è peggiore di qualsiasi altra forma di violenza.

Non mi è rimasta altra scelta che raccogliere vestiti di seconda mano e venderli per strada. Ne ricevo alcuni gratuitamente da parenti e amici e li vendo a un prezzo modico. A volte compro vestiti a poco prezzo e li rivendo a un prezzo leggermente più alto, così da guadagnare un po’ di soldi per i miei figli.

Ogni mattina, prima dell’alba, mi sveglio preoccupata se riuscirò a guadagnare qualcosa quel giorno. Mi chiedo cosa mi succederà oggi. Ogni volta che vedo talebani armati per strada, mi tremano mani e piedi, perché mi chiedo quale scusa useranno per rendere il mio lavoro ancora più difficile.

Lavorare sul ciglio della strada non è facile. A volte mi nascondo sotto un chadari (burqa), così nessuno può riconoscermi. Questo mi salva dalla vergogna che provo quando vedo ex colleghi o persino ex studenti. Ma cosa posso fare contro le violente molestie dei talebani?

Il più delle volte, sono oggetto di molestie, umiliazioni e insulti da parte dei talebani. I loro agenti in strada trovano ogni giorno nuove scuse per umiliare noi donne che lavoriamo ai bordi della strada. A volte dicono: “Non sederti qui”, altre volte, criticano il mio hijab. Alcuni talebani inventano scuse per estorcermi denaro: se guadagno 250 afghani (2,84 sterline) al giorno, potrei essere costretta a dargliene da 50 a 100 solo per potermi sedere ai bordi della strada e vendere i miei vestiti.

A letto senza un solo pezzo di pane

Ci sono giorni in cui torno a casa a mani vuote, ci sono stati giorni in cui i miei figli sono andati a letto senza un solo pezzo di pane. L’inverno si avvicina e le mie preoccupazioni aumentano ancora di più. Mi chiedo costantemente come proteggerò i miei figli dal freddo.

Quale violenza è più grande del privarci del lavoro, dell’istruzione, della libertà e del sostentamento dei nostri figli? I talebani affermano di aver portato sicurezza, ma che valore ha la sicurezza quando è accompagnata da paura, umiliazione, insulti e fame? Quando ci manca la sicurezza emotiva o psicologica, che significato ha la sicurezza fisica?

Da quando ho perso il mio lavoro di insegnante, la mia vita è cambiata drasticamente e sono sottoposta a un’enorme pressione psicologica, sono diventata molto depressa e non riesco a dormire senza sedativi e farmaci. Da più di quattro anni, i talebani ci hanno privato del sonno sereno. Noi donne viviamo sotto una brutale oppressione e in questi quattro anni e mezzo sono invecchiata di più di 20 anni.

La mia vita sotto il regime dei talebani è diventata solo una lotta per il pane e per la sopravvivenza dei miei figli. Ho perso il lavoro, la libertà e il senso di sicurezza, e la vita che avevo prima dei talebani è diventata solo un sogno, uno che sono certo non rivedrò mai più.

“SHELTER FOR WOMEN”

CISDA, Report, ottobre 2025

Shelter for women” è un progetto gestito da una delle organizzazioni di donne che il CISDA appoggia  e sostiene economicamente. Questo è l’ultimo report che ci hanno inviato per tenerci aggiornate sull’iniziativa

Avviata nell’aprile 2022, questa iniziativa mira a offrire rifugio alle donne che subiscono abusi domestici, puntando a dare loro potere dotandole delle competenze per una vita indipendente ed economicamente autosufficiente con corsi educativi e professionali.

Negli ultimi 6 mesi il progetto ha ospitato con successo cinque donne e i loro nove figli, fornendo loro un ambiente sicuro, assistenza medica, sostentamento e corsi di formazione.

Operando come rifugio per le donne, questa iniziativa deve affrontare numerose sfide, in particolare per gli ostacoli posti dal governo autoproclamato, che ignora apertamente i diritti delle donne in modo riprovevole. La difficile situazione delle donne afghane sottolinea l’urgente necessità di tali iniziative per fornire rifugio e sostegno di fronte alle avversità.

Sfide del progetto

Operare nell’attuale panorama politico dominato dall’autoproclamato governo talebano pone sfide significative per il progetto Shelter for Women, con conseguenti ostacoli tecnici e di sicurezza.

L’ostacolo principale deriva dall’opposizione del governo talebano, che ha una posizione diffidente nei confronti delle organizzazioni umanitarie, percependole come canali di influenza straniera e perciò negando il ruolo fondamentale che queste organizzazioni svolgono nel sostenere la comunità, in particolare nell’affrontare questioni come la violenza contro le donne.

Il governo complica la realizzazione del progetto imponendo restrizioni alle iniziative rivolte alle donne, così minando la loro partecipazione attiva. Anche le organizzazioni con cui collaboriamo hanno rivelato ostacoli analoghi messi in atto dal governo, soprattutto ostacoli burocratici che impediscono risposte urgenti ai bisogni delle donne emarginate, pretendendo molteplici permessi e autorizzazioni per l’intervento.

Nonostante ciò, la nostra organizzazione rimane risoluta nell’impiegare diverse strategie per affrontare le problematiche delle donne, opponendosi agli ostacoli opposti al sostegno e all’assistenza.

Gli sforzi per salvaguardare le donne all’interno delle case sicure hanno finora prodotto risultati positivi, tuttavia il rischio di essere scoperte dai Talebani rappresenta una minaccia incombente. Perciò sono state implementate le misure di sicurezza: è stato necessario cambiare l’ubicazione del rifugio e affittare una nuova casa per consentire al progetto di continuare nella sua missione.

Siamo molto soddisfatte dei notevoli progressi nel nostro centro di accoglienza per donne, un faro di speranza in mezzo alla chiusura delle istituzioni educative e all’incertezza politica. Le donne hanno mostrato un notevole entusiasmo per i corsi educativi e professionali.

Degno di nota tra queste iniziative è il nostro programma di cucito, che ha conferito alle partecipanti competenze preziose, favorendo l’autosufficienza e l’indipendenza.

Corso di cucito per donne

Nel corso degli ultimi tre anni, tutti i giorni è stato condotto un corso di cucito esclusivamente per le donne residenti nella casa protetta. Le partecipanti hanno dimostrato un eccezionale livello di interesse nell’affinare le proprie capacità, convinte della possibilità che la conoscenza delle tecniche consentirà loro di trovare idee innovative e di conoscere la richiesta del mercato, come percorso significativo verso la loro emancipazione economica.

Le dimensioni ridotte della classe hanno consentito di fornire un’attenzione personalizzata a ogni allieva, soddisfacendo le esigenze individuali e affrontando eventuali dubbi o problemi.

Con la pesante responsabilità di dotare queste donne delle competenze necessarie per avviare piccole attività di cucito casalinghe entro i limiti di tempo previsti dal programma, l’insegnante si è sforzata di svolgere un corso completo, che comprende modelli di abbigliamento e tecniche di cucito che vanno dall’arte di tagliare e confezionare abiti da sposa e per occasioni celebrative al confezionamento di indumenti di abbigliamento quotidiano, un insieme di competenze diversificate e pertinenti alle richieste del mercato per fornire loro i mezzi per generare il proprio reddito una volta entrate nel mercato lavorativo.

Trasmettendo conoscenze, competenze e opportunità di sviluppo professionale, il progetto dà a queste donne la possibilità di liberarsi dall’oppressione subita e di prendere il controllo del proprio destino, e le studentesse sono orgogliose dei loro notevoli progressi ottenuti in breve tempo.

Il loro senso di responsabilità, generosità ed empatia è davvero ammirevole e profondamente apprezzato. Dimostra che questo progetto non solo le ha rafforzate economicamente, ma ha anche rafforzato il loro senso di solidarietà e l’impegno sociale.

Corso di alfabetizzazione per donne

L’istruzione è un diritto fondamentale intrinseco di ogni individuo e, nell’ambito di questo progetto, il nostro team ha dedicato sforzi essenziali per fornire opportunità educative alle donne afghane.

Alle donne iscritte a questi corsi viene offerta l’alfabetizzazione dai livelli elementari a quelli medi, con un’enfasi particolare sulla personalizzazione del curriculum per soddisfare le loro esigenze specifiche.

Il curriculum dei corsi comprende un ampio spettro di materie, partendo dagli elementi fondamentali come la padronanza dell’alfabeto, cruciale per le persone che necessitano di un’alfabetizzazione di base. Ma il progetto offre anche alle donne con livelli di alfabetizzazione più elevati la possibilità di affinare ulteriormente le proprie capacità.

Per tutta la durata del corso, alle partecipanti è stata fornita una serie di risorse educative, tra cui libri scolastici, letteratura e poesia e materiali didattici supplementari adattati alle esigenze specifiche, garantendo un’esperienza di apprendimento completa e arricchente.

La valutazione dopo sei mesi di frequenza ha rivelato un risultato notevole: le donne hanno acquisito in modo coerente e sostenibile competenze di alfabetizzazione, dimostrando un incrollabile entusiasmo per il loro percorso educativo. La loro capacità di leggere e scrivere testi ha evocato un profondo senso di soddisfazione e gioia, sottolineando il valore dell’istruzione sulle loro vite.

Per migliorare le problematiche educative e mentali delle donne, l’insegnante ha inserito una nuova attività nel corso: ogni donna scriverà la propria storia che poi verrà letta in classe da loro stesse. Dopo la lettura, le donne si sentiranno libere e sollevate.

Le attività hanno avuto un impatto molto positivo sul morale delle donne, rendendole più attive, fiduciose e motivate ad apprendere, trasformando la classe in un ambiente vivace e stimolante.

Attività per bambini

La presenza di bambini tra i beneficiari del rifugio ha evidenziato la necessità di creare un ambiente consono, promuovendo quotidianamente le loro capacità. Nel corso degli ultimi tre anni le lezioni si sono svolte con regolarità dalle 9:00 alle 16:00, offrendo un ambiente strutturato e favorevole alle loro esigenze educative e di sviluppo.

All’interno delle classi appositamente progettate, che fungono sia da spazio educativo che protettivo, i giovani studenti hanno corsi di alfabetizzazione e istruzione.

I bambini che frequentano questo centro hanno mostrato un notevole entusiasmo per la pittura e per l’apprendimento, dimostrando una notevole attitudine alla comprensione rapida e all’acquisizione di competenze. Il loro vivo interesse testimonia l’efficacia dei programmi educativi nell’ambito del progetto.

Per contribuire a migliorare il loro benessere emotivo sono stati acquistati giocattoli e oggetti didattici, rendendo la loro classe più colorata e piacevole, e sono state realizzate attività ricreative, come puzzle e giochi all’aperto. Queste attività sono state pensate per aiutare i bambini ad esprimersi, a ritrovare le proprie energie e a provare emozioni positive. Le circostanze difficili e dure che hanno sopportato li hanno resi tristi, quindi creare momenti di gioia e di gioco è essenziale.

Attività aggiuntive

Negli ultimi sei mesi, le donne si sono impegnate anche in una serie di attività diverse e arricchenti che hanno rafforzato sia le loro capacità che il morale.

Uno dei momenti salienti è stata la celebrazione della Giornata degli insegnanti, che è stata per loro un’esperienza incredibilmente gioiosa e memorabile. In questo giorno, le donne hanno preparato pasti deliziosi e speciali, indossato abiti nuovi e belli, ascoltato la musica, suonato strumenti e ballato.

Oltre a questo evento, sono state organizzate diverse altre attività, tra cui:

• Laboratori di arti e mestieri: le donne hanno creato pezzi artistici utilizzando materiali semplici, valorizzando la loro creatività e abilità manuali.

• Piccoli progetti di giardinaggio: curando un piccolo giardino all’interno del rifugio, le donne hanno acquisito esperienza nella cura delle piante e si sono divertite con la natura.

• Giochi e gare di gruppo: sono stati organizzati giochi educativi e divertenti per promuovere il lavoro di squadra e la gioia tra le donne.

• Sessioni di discussione e consulenza: le donne hanno avuto l’opportunità di condividere le loro sfide ed esperienze, beneficiando del sostegno sociale e psicologico.

Queste attività non solo hanno fornito momenti di felicità ed energia, ma hanno anche contribuito in modo significativo ad aumentare la fiducia in loro stesse, le abilità e la creatività.

Chi sono le beneficiarie del progetto

Fatima, 36 anni, vive nel rifugio con i suoi due figli, Marwa di 14 anni e Maihan di 9. Si sposò all’età di 19 anni con il suo consenso e, sebbene suo marito facesse fatica a provvedere al cibo, la coppia era soddisfatta della loro vita insieme.

Il rapporto con la suocera e il cognato non era facile: veniva sempre umiliata e costretta a svolgere lavori faticosi nonostante fosse malata, causando liti quotidiane, ma sopportava per non turbare il marito.

La vita di Fatima divenne insopportabile quando suo marito morì in un incidente stradale. Sua suocera e suo cognato non solo la umiliavano, ma la picchiavano. Affinché sposasse suo cognato, cosa che lei rifiutava, la chiusero in una stanza per giorni senza cibo e acqua. Per salvarsi fuggì a casa di parenti che la portarono al rifugio dell’associazione, dove ha trovato sostegno e supporto.

Shamsia, 27 anni, con tre bambini. Aveva solo 15 anni quando si sposò con un uomo di 51 anni, sacrificando la propria felicità per il bene dei suoi genitori. Lei e suo marito hanno avuto tre figlie di 11, 10 e 9 anni. Fin dall’inizio del loro matrimonio, il marito fu duro e fanatico, insistendo che lei avesse bisogno del suo permesso anche per andare dal medico.

Il marito era ansioso di avere un figlio maschio, poiché era l’unico maschio nella sua famiglia di sei sorelle, perciò quando Shamsia rimase incinta e scoprì di portare in grembo una bambina, fu picchiata e indotta ad abortire. Ma nonostante i ripetuti tentativi, l’ostetrica non riuscì a farla abortire poiché il bambino era di diversi mesi.

Nell’arco di tre anni rimase incinta tre volte ma diede alla luce tre figlie. Suo marito continuava a picchiarla e insultarla, oltre a non mostrare amore per le sue figlie, alle quali faceva del male anche fisicamente.

Incapace di sopportare il dolore, l’umiliazione e gli abusi, Shamsia lasciò la casa con le sue tre figlie e andò a casa di un’amica ma fu costretta a cercare rifugio in un ambiente sicuro per proteggere se stessa e le figlie.

Bibi Hawa, 30 anni, due bambini. All’età di 14 anni fu costretta dai fratelli a sposare, senza il suo consenso, un uomo più anziano. Le sue cognate la trattavano male, non le permettevano nemmeno di piangere e intervenivano ogni volta che la vedevano parlare con un’altra donna, impedendole di condividere i suoi problemi. Dopo essersi sposata, scoprì che suo marito aveva un’altra moglie e dei figli della sua stessa età.

Fin dall’inizio dovette affrontare numerose difficoltà e si considerò fortunata di non essere diventata madre presto. Rimase con suo marito per anni, nonostante il suo disinteresse per lui, senza poterlo lasciare perché non aveva amici che la aiutassero. Diede alla luce due figli e per molto tempo rimase con lui esclusivamente per il loro bene. Tuttavia suo marito era duro e lascivo, fissava le altre ragazze e voleva sposarsi per la terza volta. Tutto cio’ non faceva altro che aumentare l’odio per lui.

Fortunatamente, con l’aiuto di un’amica, riuscì a scappare e venire al rifugio, cercando di divorziare dal marito ed essere libera da lui per sempre.

Sharaf Gul è una donna di 36 anni. Ha tre figli, due maschi di 9 e 6 anni e una figlia di 10 anni. Suo marito morì prima della nascita del suo quarto figlio. Dopo la morte, suo suocero, che era giovane, mise gli occhi su di lei. All’inizio pensava che fosse gentile per renderla felice, ma presto si rese conto che aveva cattive intenzioni. Non poteva dirlo alla suocera perché sapeva che sarebbe stata incolpata e la sua situazione sarebbe peggiorata. Iniziò a vivere con cautela, chiudendosi con i suoi figli in una stanza quando non c’era nessun altro.

Tuttavia, il comportamento di suo suocero peggiorò nel corso degli anni e una notte entrò nella sua stanza mentre dormiva e tentò di violentarla. Alle sue urla la suocera si svegliò e, invece di offrirle aiuto, si unì al pestaggio del marito con tale violenza da costringerla a malapena a stare in piedi.

Decise allora di salvare se stessa e i suoi figli dall’inferno in cui viveva. Appena la sua salute migliorò, fece finta di andare dal medico con i suoi figli e invece andò a casa della sorella e successivamente con l’aiuto di amici, al rifugio, dove attualmente risiede.

Bibi Hamida è una donna di 40 anni che lotta con coraggio contro le difficoltà della vita, dando priorità alla sicurezza di suo figlio. Dopo la morte del marito, il figlio di suo cognato la violentò e la mise incinta. Quando i suoi suoceri lo scoprirono, la chiusero in una stanza buia, la privarono di una corretta alimentazione e le impedirono di incontrare altre persone fino al parto.

I suoi suoceri volevano portarle via il bambino senza il suo consenso, ma lei si oppose coraggiosamente. Suo suocero la picchiò e cercò di prenderle il bambino con la forza e, non riuscendoci, dopo alcuni giorni la portarono in un luogo lontano e la abbandonarono.

Nonostante tutte le sue difficoltà, Hamida ha fatto tutto il possibile per prendersi cura del suo bambino e ha quindi cercato rifugio da noi.

Hamida è determinata non solo a chiedere giustizia alla madre e al suocero, ma anche all’uomo che l’ha violentata. Partecipa attivamente a tutti i programmi dell’associazione e si interessa a ogni opportunità per essere istruita, in modo da poter realizzare i suoi obiettivi.

Il destino disperato delle venditrici ambulanti di Mazar

Lida Bariz, Zan Times, 6 ottobre 2025

I dolci venti autunnali sollevano la polvere lungo le strade di Mazar-e-Sharif, capoluogo della provincia di Balkh, facendola danzare nell’aria. Sotto il sole cocente, su una strada che porta al Santuario, donne con i burqa scoloriti stendono su teli di plastica abiti di seconda mano che profumano di povertà e vetustà. Mentre la maggior parte dei passanti passa indifferente alle merci in vendita, alcuni toccano il tessuto degli abiti e poi offrono qualche afghani per articoli specifici.

Tra la fila di venditrici c’è un’anziana donna di nome Marjan. Ha la schiena curva, le mani screpolate e le rughe sul viso ricordano le pagine consumate di un libro. La polvere si è depositata tra le pieghe del suo burqa consumato mentre sistema una modesta quantità di camicie e pantaloni, tenendo d’occhio con ansia i clienti.

A mezzogiorno, Marjan si tira un telone ruvido sulla testa per ripararsi dal sole cocente. Il marito di Marjan è morto, lasciandola a mantenere una famiglia di cinque persone. Le sue spalle curve simboleggiano tutto il peso di quel fardello.

“Sono Marjan, una vedova sulla cinquantina. Faccio questo lavoro da otto anni”, dice a bassa voce. Oltre alla lotta per portare il pane alla sua famiglia, deve anche prendersi cura di un figlio disabile.

Nonostante lavori dall’alba al tramonto ogni giorno, non riesce comunque a coprire tutte le spese domestiche. Questa difficoltà ha spinto gli altri tre figli a mendicare per le strade di Mazar-e-Sharif. Dopo lunghe e faticose giornate, Marjan torna spesso a casa a mani vuote, il che significa che tutta la famiglia è affamata mentre si rannicchia a letto.
“Ci sono giorni in cui non abbiamo niente a casa. Se abbiamo la farina, non c’è sale; se c’è sale, non c’è sapone”, spiega. “Ci hanno persino staccato la corrente perché non riuscivo a pagare la bolletta. Passiamo le notti al buio”.

Marjan porge la mano, mostrando ossa che non si sono mai risistemate correttamente dopo essersi rotte: “Non posso lavare i vestiti per la gente. Anche la mia vista sta peggiorando. Il medico dice che devo operarmi, ma dove troverò i soldi?”

Ogni giorno espone la sua piccola bancarella in strada, sperando di non incontrare i funzionari comunali e i parcheggiatori che l’hanno ripetutamente costretta a fare i bagagli. Secondo Marjan, questi funzionari estorcono denaro alle venditrici, chiedendo loro di continuare a vendere.
“Dicono: ‘Date 20 afghani’. Non ho ancora guadagnato nemmeno 10 afghani: dove posso procurarmeli? Se rifiuto, buttano il mio telo in strada”, racconta Marjan.

Guadagnare almeno un pezzo di fame

Tra i venditori ambulanti che lavorano con Marjan c’è Fariha, che vende anche abiti di seconda mano. È arrivata tre mesi fa. Come le altre donne, spera di guadagnare abbastanza vendendo una serie ordinata di abiti colorati per comprare il pane per i suoi figli.

Deve vendere la sua merce per strada perché non può permettersi gli affitti dei negozi in città. “Compro vestiti dalla gente, ogni capo costa dai 30 ai 120 afghani, e poi li rivendo a 200 o 250”, racconta Fariha allo Zan Times.

Sebbene Fariha sorrida mentre parla, non riesce a nascondere la sua preoccupazione. Come Marjan, viene estorta dai funzionari comunali. “Ogni giorno dobbiamo essere pronti a chiudere la nostra bancarella. A volte i talebani vengono e dicono: ‘Pagate 300 afghani’. Se non paghiamo, ci cacciano via”, racconta.

A pochi passi di distanza, una bambina è in piedi accanto a una piccola distesa di vestiti per bambini. Il vento le svolazza la sciarpa floreale e lei la morde tra i denti mentre i suoi occhi cercano un cliente che compri uno dei suoi abiti di seconda mano. Nasreen, 12 anni, è cresciuta a Mazar-e-Sharif. La povertà e la disabilità del padre l’hanno spinta a vivere per le strade della città quando aveva otto anni per contribuire al sostentamento della famiglia.

“Ho fatto la prima elementare. Poi mio padre mi ha detto che dovevo aiutarlo. Ora non vado più a scuola. So contare i soldi, ma non so leggere né scrivere”, racconta, con la voce infantile invecchiata dal duro lavoro e dal dolore.

Nasreen guarda lontano e parla di sogni persi tra il rumore della strada e il peso della povertà. Come milioni di altri bambini in Afghanistan, desidera ardentemente andare a scuola e studiare in modo da poter, per usare le sue parole, “crescere e diventare una donna istruita”. Invece, se ne sta sul ciglio della strada pensando solo a guadagnare abbastanza per un pezzo di pane, lontana dai giochi d’infanzia e dalle aule dei suoi sogni.

Le spese quotidiane della famiglia di 10 persone di Nasreen dipendono dalla sua piccola bancarella. “Guadagniamo fino a 500 afghani al giorno. L’affitto della nostra casa costa 2.000 afghani”, spiega. “Se il mercato è cattivo per un giorno, soffriamo tutti la fame”.

I clacson delle auto risuonano mentre le donne contrattano con i clienti che esaminano attentamente i vestiti e cercano di fare affari. Mentre una cliente mette qualche moneta nelle mani di una bambina, una donna lì vicino grida: “Dai, dai, paga! Si sta facendo tardi”. È lei ad accumulare. Le donne non osano protestare mentre consegnano i loro guadagni. protestano.

Una delle clienti quel giorno si chiama Marwa e sta cercando vestiti per bambini.
“I vestiti nuovi nei negozi costano 1.500 afghani. Non possiamo permettercelo. Qui possiamo comprare qualcosa per 100 afghani. Magari è di seconda mano, ma con la situazione economica in cui viviamo non c’è altra scelta”, dice.

Marwa aggiunge che le piacerebbe comprare vestiti nuovi, ma deve anche pensare al cibo e ad altre spese, ed è per questo che è venuta qui. Prende un vestito verde dal telo di plastica, lo esamina e dice: “Non sono l’unica; molte famiglie sono così. Compriamo di seconda mano perché dobbiamo. A volte si può trovare qualcosa di carino. Ma alcune persone sono maleducate: vengono, buttano tutto in giro e non comprano niente. È una molestia”.

La strada è l’unico posto di lavoro

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, quest’anno in Afghanistan oltre 22 milioni di persone avranno bisogno di assistenza umanitaria. Tra le più vulnerabili ci sono le donne capofamiglia, soprattutto nelle grandi città. Dalla presa del potere da parte dei talebani, la partecipazione economica delle donne è scesa al livello più basso e la disoccupazione è aumentata vertiginosamente, spingendo molte di loro in una situazione di povertà estrema.

Con la scomparsa dei posti di lavoro, molte donne e ragazze si sono rivolte al lavoro informale, poiché rappresentano i pochi mezzi di sostentamento che non sono ancora stati loro esplicitamente vietati.

Il caldo supera i 38 gradi mentre il sole raggiunge lo zenit. Il sudore le cola sul viso mentre sistema la sua piccola bancarella. Per pasto ha solo un pezzo di pane secco:
“Ne ho mangiato metà al mattino e l’altra metà con acqua calda a pranzo”.

La sua figura curva scompare nella strada affollata, un telone strappato a tracolla, una scia di polvere alle spalle. Il rumore del traffico continua mentre altre donne si preparano a sistemare le loro bancarelle il giorno dopo. Queste strade sono il loro unico posto di lavoro, anche se la città stessa a malapena si accorge della loro presenza.

I nomi degli intervistati e del giornalista sono stati cambiati per proteggere la loro identità.

I talebani chiudono ogni strada all’autosufficienza delle donne

Lima Wardak, 8Am Media,24 settembre 2025

L’Afghanistan sotto il dominio dei talebani è diventato una terra in cui tutto è proibito a donne e ragazze. Di recente, per ordine dei leader supremi del gruppo, l’ultima speranza per le ragazze – continuare gli studi e lavorare online – è stata completamente tolta loro. I talebani sono così ostili alle donne che chiudono ogni via all’autosufficienza e al progresso.

Quando ho saputo che internet era stato interrotto in diverse province dell’Afghanistan, mi sono sentita profondamente sconvolta e ho pensato subito a Kabul. La notizia sconvolgente si è diffusa sui social media di minuto in minuto, moltiplicando la mia preoccupazione. Continuavo a pensare: se questa situazione continua e arriva fino a Kabul, cosa farò? L’unico modo in cui posso studiare, lavorare e, in definitiva, guadagnarmi da vivere è attraverso internet. Ora questa decisione restrittiva dei talebani vanificherà tutti gli sforzi delle ragazze.

All’inizio, quando la notizia del blocco di Internet si è diffusa ovunque, mi sono rifiutata di crederci e ho pensato che fosse una voce, ma purtroppo era vero. È stato allora che ho provato una profonda disperazione. Per quanto tempo dovremo vivere sotto le decisioni arbitrarie di questo gruppo? Ogni porta che apriamo al nostro futuro, loro la richiudono. Nel paese in cui siamo nati, hanno persino tolto a una donna il diritto di respirare. Quanto dovremo aspettare ancora?

Abbiamo tutti visto come recentemente ragazze e donne si siano rivolte al lavoro online. Molte hanno creato negozi online sui social media o avviato altre attività, raggiungendo così l’indipendenza finanziaria. Allo stesso tempo, molte ragazze studiano online a casa, frequentando corsi di lingue straniere, corsi scolastici, corsi di scrittura e altre competenze. Se Internet venisse ulteriormente limitato, molte ragazze sarebbero costrette ad abbandonare gli studi. Io sono una di queste ragazze: oltre ai miei studi, gestisco un negozio online che vende articoli per ragazze, e questo provvede alle mie necessità. Da una settimana giungono brutte notizie sui tagli a Internet in diverse province, e queste notizie hanno suscitato ansia diffusa.

Durante questi quattro anni di governo, i talebani hanno cercato continuamente di impedire a donne e ragazze di svolgere qualsiasi attività. Prima hanno chiuso i cancelli di scuole e università, poi hanno tolto il lavoro alle donne, imposto il tipo di abbigliamento che desideravano, proibito a donne e ragazze di viaggiare, messo a tacere le loro voci, arrestato ragazze con il pretesto di imporre l’hijab, e ora stanno chiudendo l’ultima finestra di speranza, ovvero lo studio e il lavoro online.

Nonostante tutte queste restrizioni, le donne hanno resistito e trovato il modo di continuare a studiare e lavorare, ma i talebani sono sempre stati una spina nel fianco delle ragazze. Noi ragazze afghane abbiamo sofferto molto in questi quattro anni e continuiamo a soffrire, eppure nessuno ascolta la nostra voce. Abbiamo gridato ripetutamente e chiesto la fine dei talebani, ma le nostre voci sono state soffocate. Ora che le nostre libertà si restringono di giorno in giorno, non c’è nessuno che si unisca a noi e protesti ancora una volta contro l’oppressione e l’ingiustizia di questo gruppo.

Abbiamo chiesto solo i nostri diritti fondamentali, ma i talebani non hanno mai ascoltato le nostre richieste. Ora è il momento di opporci a questo gruppo e liberarci dall’ingiustizia che abbiamo subito per quattro anni.

Scontri mortali tra talebani e popolazione locale nel distretto di Khash

La brutale campagna di eradicazione del papavero da oppio dei talebani lascia la popolazione locale senza mezzi di sopravvivenza; i rapporti affermano che fino a 15 civili sono stati uccisi nella repressione del Badakhshan

RawaNews, 2 luglio 2025

Nuove violenze sono scoppiate nel distretto di Khash, nella provincia di Badakhshan, dove gli scontri armati tra le forze talebane e la popolazione locale hanno causato almeno sette morti e oltre 40 feriti, secondo quanto riportato da fonti locali. Alcune fonti giornalistiche hanno riportato che fino a 15 persone sono state uccise dai talebani durante la repressione.

I disordini sono iniziati dopo che i combattenti talebani sono intervenuti durante una cerimonia funebre per le vittime di precedenti violenze nella zona. I residenti si sono opposti alla loro presenza, innescando violenti scontri. Secondo le autorità sanitarie di un ospedale locale, lunedì sono state uccise 7 persone, mentre martedì ne è morta un’altra. Almeno altre 12 sono rimaste ferite solo negli scontri di martedì.

In risposta alle crescenti tensioni, i talebani avrebbero interrotto le telecomunicazioni nel distretto e schierato forze speciali tramite elicottero per reprimere ulteriore resistenza. Il governatore del Badakhshan nominato dai talebani, Mohammad Ayub Khalid, ha confermato le vittime, attribuendole a “fuoco accidentale” da parte dei combattenti talebani.

La violenta repressione dei talebani

Secondo quanto riferito, gli scontri sono stati innescati da un’operazione talebana volta a distruggere i campi di papaveri locali, nell’ambito di un più ampio sforzo per eliminare la produzione di oppio. Ma per molti in queste zone, coltivare il papavero non è una scelta, ma un mezzo di sopravvivenza. Le persone sono estremamente povere e i talebani non offrono mezzi di sostentamento o sostegni alternativi; le famiglie non hanno altra scelta che coltivare oppio per sfamare i propri figli. L’uccisione di contadini durante l’operazione ha provocato una rabbia diffusa, con i residenti che hanno bloccato le strade per Fayzabad e Baharak e hanno preso d’assalto l’ufficio del governatore distrettuale di Khash, danneggiandone alcune parti.

Non è la prima volta che simili violenze scoppiano nel Badakhshan, una provincia nota per il suo ruolo significativo nella coltivazione e nel traffico di oppio in Afghanistan. Incidenti simili si sono verificati lo scorso anno nel distretto di Jurm in circostanze analoghe.

La situazione attuale a Khash rimane estremamente instabile, con crescenti timori tra i residenti riguardo a ulteriori violenze e all’isolamento causato dal blackout delle comunicazioni.

I talebani licenziano centinaia di professoresse dalle università pubbliche

Khadija Haidary, Zan Times,14 maggio 2025
I talebani hanno licenziato centinaia di professoresse dalle università pubbliche in tutto l’Afghanistan, in un’azione che ha colpito anche una parte del personale maschile ma che ha preso di mira principalmente le donne.

La decisione ha sconvolto la comunità accademica e spento le residue speranze di ripristino del ruolo delle donne nel sistema di istruzione superiore afghano.

I licenziamenti sono stati comunicati in modo non ufficiale e senza preavviso scritto, secondo diversi accademici che hanno parlato con Zan Times sotto pseudonimo per timore di ritorsioni. Najia, professoressa con vent’anni di esperienza presso la Balkh University, nel nord dell’Afghanistan, ha dichiarato di aver appreso del suo licenziamento lunedì 12 maggio, dopo aver inviato una richiesta di informazioni di routine al capo del suo dipartimento in merito a un articolo accademico.

“Non ho ricevuto risposta, così ho chiamato”, ha detto. “Mi ha detto: ‘Ho brutte notizie. Sei tra quelli licenziati’. Non sono riuscita a trattenere le lacrime. Insegno da 23 anni, non ho mai preso maternità, non ho mai perso un trimestre”.

Il caso di Najia è uno delle centinaia che si verificano in tutto il paese. La maggior parte dei professori non è stata formalmente informata; al contrario, hanno visto il loro posto revocato tramite passaparola o dopo essere stati esclusi dall’accesso all’università.

Nella sola Università di Kabul, oltre 60 posizioni ricoperte da donne sono state eliminate, secondo ex docenti. Dipartimenti come letteratura, psicologia, veterinaria e lingue straniere hanno visto la maggior parte del personale femminile licenziato. “In molte facoltà, rimangono solo due o tre donne, e anche a loro è stato detto che i loro posti saranno riaperti per i candidati maschi”, ha affermato Shahnaz, professoressa all’Università di Kabul.

L’ondata di licenziamenti è l’ultimo colpo inferto alle donne accademiche, che hanno dovuto affrontare crescenti restrizioni da quando i talebani hanno vietato loro l’accesso ai campus universitari nel dicembre 2022. Nei mesi successivi, molte professoresse sono state costrette a rimanere a casa e a ricevere solo una frazione del loro precedente stipendio. Dal giugno 2024, i talebani hanno ridotto drasticamente gli stipendi delle dipendenti pubbliche che sono state rimosse dal servizio attivo, comprese le accademiche. Un tempo guadagnavano oltre 40.000 afghani al mese, ma ora molte professoresse ricevevano una cifra fissa di 5.000 afghani, indipendentemente dal grado o dall’esperienza.

Le proteste

Per protestare contro questa politica, nel settembre 2024 è stata presentata alla leadership talebana una petizione firmata da oltre 100 professoresse provenienti da 34 province. La lettera sottolineava i danni a lungo termine derivanti dallo smantellamento di decenni di investimenti nelle donne accademiche, avvertendo che “formare un docente universitario richiede 30 anni” e che i licenziamenti forzati e la riduzione degli stipendi stavano causando disagio sia finanziario che psicologico. Il Ministero dell’Istruzione Superiore non ha risposto e, secondo alcune fonti, il ministro si è rifiutato di firmare o di prendere atto della lettera.

Mentre inizialmente i talebani avevano affermato che l’istruzione femminile era stata sospesa solo temporaneamente in attesa della creazione di un “ambiente sicuro e islamico”, nei due anni successivi si è assistito all’erosione della quasi totalità della partecipazione femminile nell’istruzione superiore e nella pubblica amministrazione.

Zarghona, una docente trentaduenne della provincia di Kandahar, nel sud del paese, ha dichiarato di essere stata costretta a svolgere lavori poco qualificati dopo essere stata esclusa dal suo incarico universitario. “Ora registro i pazienti in un ospedale”, ha detto. “Non è quello per cui ho studiato, ma non ho scelta”.

Altri, come Fatima, 46 anni, studiosa con un master e numerose pubblicazioni accademiche, ora lavorano come sarte per sostenere le loro famiglie. “Ho passato dieci anni a insegnare scienze sociali e a seguire le tesi degli studenti”, ha detto. “Ora sto seduta dietro una macchina da cucire dalla mattina alla sera, giusto per dimenticare i giorni che passano.”

Secondo la BBC , il settore accademico afghano è stato gravemente minato dalle politiche dei talebani: circa un professore su quattro delle tre più grandi università del paese (Kabul, Herat e Balkh) ha lasciato il paese dopo il ritorno al potere del gruppo.

Chi rimane afferma di affrontare non solo la rovina professionale, ma anche una crescente ostilità da parte della società. “Persino gli ex colleghi maschi non ci salutano più allo stesso modo”, ha detto Soheila, ex docente del nord. “Alcuni distolgono lo sguardo. Altri dicono: ‘Questi giorni passeranno’, ma è difficile crederci ancora.”

I nomi sono stati cambiati per motivi di sicurezza. Khadija Haidary è una giornalista di Zan Times

L’istituzione cinematografica nazionale afghana è stata smantellata


Fidel Rahmati, Khaama Press, 13 maggio 2025

L’istituzione cinematografica nazionale afghana è stata smantellata, perdendo la sua identità storica e la sua funzione, segnando un cambiamento nella politica culturale

L’amministrazione ad interim ha ufficialmente declassato l’Afghan Film, l’unica istituzione statale di produzione e archiviazione cinematografica del Paese, rinominandola “Dipartimento di gestione audiovisiva”. Secondo Sahraa Karimi, ex direttrice dell’Afghan Film, la ristrutturazione ha comportato il licenziamento della maggior parte dei dipendenti e la cancellazione dell’identità storica dell’istituzione.

Karimi, che era a capo di Afghan Film prima della caduta di Kabul nell’agosto 2021, ha rivelato in un post sui social media che rimane solo una manciata di personale amministrativo. La loro responsabilità principale, ha affermato, è ora limitata a soddisfare le esigenze di propaganda e media del regime talebano.

Fondata nel 1968, l’Afghan Film ha svolto un ruolo cruciale nel documentare le trasformazioni sociali e politiche dell’Afghanistan nel corso dei decenni. Ha conservato un prezioso archivio di documentari, lungometraggi, filmati di cronaca e documenti visivi storici, costituendo la memoria cinematografica della nazione. Karimi ha descritto la cancellazione del nome e della struttura dell’istituzione come un duro colpo per la storia culturale e cinematografica dell’Afghanistan.

Negli ultimi anni, l’Afghan Film non solo ha coltivato il talento artistico, ma si è anche distinto come uno spazio raro per la libera espressione creativa in un Paese spesso lacerato da conflitti. Nonostante decenni di instabilità politica, l’istituzione è rimasta attiva durante la monarchia, il comunismo, la guerra civile e i periodi democratici. È stata riconosciuta a livello internazionale per il suo impegno nel recupero del patrimonio cinematografico perduto dell’Afghanistan.

Karimi ha avvertito che l’archivio visivo esistente, che documenta oltre un secolo di vita politica, culturale e sociale in Afghanistan, è ora a rischio di sequestro ideologico o di distruzione totale. Ha sottolineato che questo sviluppo segna un tentativo sistematico da parte dei talebani di imporre la cancellazione culturale, distorcere la memoria collettiva e monopolizzare il controllo narrativo.

La chiusura e il rebranding di Afghan Film sono in linea con i più ampi sforzi dei Talebani per reprimere l’espressione artistica e culturale. Da quando hanno ripreso il potere, il gruppo ha imposto severi divieti alla produzione cinematografica, alla fotografia e ai media visivi, in base alla loro interpretazione della legge islamica. Il Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio ha vietato le immagini di esseri viventi, rendendo film e cinema di fatto illegali.

Questa azione riflette anche una più ampia campagna dei talebani volta a eliminare le istituzioni che forniscono rappresentazioni pluralistiche o progressiste della società afghana, in particolare quelle che includono donne e voci delle minoranze. Gli esperti sostengono che tali politiche rischiano di isolare l’Afghanistan dal dibattito culturale globale e di danneggiare permanentemente il suo patrimonio artistico.

Lo smantellamento dell’Afghan Film non è solo un cambiamento amministrativo, ma fa parte di una sistematica epurazione culturale. Per preservare il patrimonio cinematografico del Paese, organizzazioni internazionali come l’UNESCO, il World Cinema Project e le iniziative guidate dalla diaspora devono intensificare gli sforzi per digitalizzare e proteggere gli archivi dell’Afghan Film. La comunità internazionale ha la responsabilità di salvaguardare la memoria culturale, soprattutto quando è minacciata da regimi autoritari.