Passa al contenuto principale

Khadija Haidary. “L’Afghanistan è il mio posto. Ma ora lì non posso esistere”

|

Alessia Cesana, Altreconomia, 31 marzo 2026

Incontro a distanza con l’attivista e scrittrice afghana esiliata in Pakistan. Diventata giornalista per necessità e rabbia, prima del ritorno dei Talebani la sua vita era completamente diversa, fra uffici governativi e università. Invisa al regime per il suo impegno nelle scuole clandestine femminili e per i suoi articoli, è stata costretta a fuggire a fine 2024. Oggi lavora anche come editor di Zan Times e teme, come milioni di suoi connazionali, di essere rimpatriata con la forza

“Scrittrice, editor, giornalista, madre e rifugiata; mi sento anche una specie di femminista”. Khadija Haidary parla di sé seduta sul pavimento di una stanzetta in albergo a Islamabad, in Pakistan, dove si trova bloccata con la sua famiglia. Lavora per Zan Times, una testata che raccoglie articoli, voci e testimonianze femminili dall’Afghanistan.

Nel 2021, quando le truppe statunitensi e Nato si sono ritirate dal Paese dopo vent’anni, lei era impiegata come esperta di economia in un ufficio del governo. Del 15 agosto, il giorno della presa della capitale, Haidary ricorda la sensazione collettiva di incredulità: “Tutti erano sorpresi. Non ci credevamo. Certo, seguivamo le notizie, ma si pensava che non gliel’avrebbero lasciato fare”. Le amministrazioni pubbliche e la Corte Suprema, dove lavorava il marito Habib, sono stati chiusi lasciando entrambi per la prima volta senza impiego e segnando l’inizio dell’instabilità che ancora oggi condiziona le loro vite.

Mesi di fame, impieghi saltuari, resistenza clandestina e intimidazioni da parte dei Talebani hanno portato alla decisione sofferta di emigrare, anche per il bene del loro unico figlio, nato ad agosto 2022. A ottobre 2024, tornati da due mesi a Kabul nella casa della famiglia del marito -in cui non avevano né una stanza né un bagno-, due miliziani del governo si sono presentati alla porta: hanno chiesto di Habib, ma cercavano Khadija, ormai diventata troppo scomoda per il regime. Hanno messo sottosopra l’abitazione, senza trovare nulla di compromettente.

Perseguitata dagli incubi e dal senso di colpa, ha voluto prendere la situazione in mano: ha telefonato a Zahra Nader, direttrice di Zan Times, e le ha domandato se potesse assicurarle uno stipendio di 400 dollari nel caso si fosse trasferita. Quando ha ricevuto un sì, lei e suo marito hanno raccolto duemila dollari dalle due famiglie, hanno comprato un visto medico per il Pakistan per tre mesi, e sono partiti. Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), dalla fine del 2020 a giugno 2025 le persone costrette a lasciare il Paese sono passate da 5,8 milioni a più di 10 milioni. In Pakistan, a gennaio 2026, l’Unhcr stimava circa 1,92 milioni di rifugiati afghani; fra di loro, molti come Haidary e la sua famiglia, sono entrati con documenti che poi sono scaduti e, non essendo considerati residenti legali, rientrano nel piano di espulsione deciso nel settembre 2023 dal governo pakistano.

In quest’ultimo anno e mezzo la giornalista, col figlio e il marito, si è spostata da Quetta a Islamabad, fino a Karachi, in cui è riuscita a trovare solo un appartamento buio e insalubre a causa dell’irregolarità e della nazionalità. Ricorda momenti in cui cercavano nelle tasche e nei cassetti, sperando di trovarci un dollaro dimenticato. L’ostilità contro di loro cresceva, complice anche la nuova fiammata del conflitto fra Islamabad e Kabul: iniziato nel 2024, nel febbraio di quest’anno il Pakistan ha dichiarato “guerra aperta” e attaccato le province afghane meridionali di Nangarhar, Paktika e Khost.

Quando le hanno comunicato che non sarebbero potuti rimanere ancora in quella casa, Khadija ha provato sollievo. Ha preso l’informazione come un segno del destino per lasciare definitivamente il Pakistan e, con l’aiuto delle colleghe di Zan Times e dell’Unhcr, ha ottenuto dei visti turistici per la Tanzania. Ciononostante, il 26 febbraio non li hanno lasciati imbarcare perché nella data segnata sul loro biglietto di ritorno -che non avevano intenzione di usare- non avrebbero avuto documenti validi per rientrare nel Paese.

Notti di incubi

Poi la situazione internazionale è precipitata. Quando hanno ritentato il 28 febbraio, accompagnati in aeroporto da un avvocato dell’Unhcr, i voli sono stati cancellati per via degli attacchi israelo-statunitensi all’Iran. “È scoppiata la guerra mondiale. Per noi è stata una notte terribile perché nessuno voleva darci una stanza, nonostante il bambino piccolo. Appena vedevano i passaporti afghani, ci cacciavano. Stavo morendo di stress”, racconta Khadija. Il giorno successivo il consolato generale statunitense di Karachi è stata assaltato in protesta e i militari hanno aperto il fuoco sui manifestanti, uccidendone fra i 10 e 16 e ferendone altri 60. Il 4 marzo sono arrivati a Islamabad, da dove avrebbero continuato a tentare la fuga. Due giorni dopo i loro documenti per l’espatrio sono scaduti e ora sono in attesa di riottenerli.

“In queste notti di incubi mi sono vista come Anna Frank -dice, sorridendo nervosamente.- In clandestinità, nascosta dalla Gestapo”. Passa le giornate sperando di non sentire bussare alla porta: serra le tende, chiude la porta a chiave e fa silenzio ogni volta che pensa stia arrivando la polizia. Custodisce 400 dollari in contanti, ultima risorsa nel caso li scoprissero.

Conosce direttamente una giornalista connazionale che è riuscita a corrompere gli ufficiali una volta, ma poi dopo tre giorni è stata arrestata a Islamabad: prelevata dalla polizia senza poter raccogliere nulla -nemmeno documenti, abiti o medicine- è stata portata all’“Haji camp”, una base sorvegliata dai militari in cui non sono garantiti i diritti umani. È sovraffollata, caotica, non c’è acqua potabile né riscaldamento e le condizioni igieniche sono orribili.

Dopo poche ore è stata caricata su un autobus, è stata portata alla frontiera a Torkham e da lì è stata espulsa in Afghanistan. Nel 2025, secondo Unhcr e Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom), 995.700 persone sono rientrate dal Pakistan all’Afghanistan, di cui 140.500 deportate; solo nella prima metà di marzo sono rientrati in 7.788. Sempre lo scorso anno sono stati espulsi 1.879.200 afghani dall’Iran, di cui 1.261.600 deportati. Dall’inizio del 2026 più di mezzo milione di persone sono rientrate nel Paese, imponendo un ulteriore carico alla sua economia già precaria e impoverita.

Khadija Haidary dice che se lei dovesse essere rimpatriata, dovrebbe annullarsi: “Se torno a Kabul devo cambiare tutti i miei account social. Smettere di usare il mio nome, di nuovo. Devo nascondere tutto, vivere in clandestinità. Perderei il mio lavoro e la mia identità”. Diventata giornalista per necessità e rabbia, non è intenzionata a smarrirsi un’altra volta.

Scrivere come liberazione

Con l’avvento dei Talebani è dovuta andare a chiedere rifugio ai suoi genitori, nella parte rurale a Nord dello Stato. Spiega che suo padre attribuiva un grande valore all’istruzione -per lei, ma anche per le sue cinque sorelle e i suoi quattro fratelli-, e l’aveva convinta a iscriversi a una facoltà scientifica, nonostante il suo amore per la letteratura. “Quando sono arrivata a Kabul nel 2009 mi sembrava un sogno. Il dormitorio era stupendo, mi sentivo in un film”. Conseguita la magistrale, è rimasta in università dove ha conosciuto il marito, laureato in legge.

Dopo tre mesi dalla caduta di Kabul, a novembre 2021, sono tornati nella capitale, ospitati. Lui ha trovato lavoro come maestro, ma lei no e passava le giornate in casa. “Ero così depressa. Desideravo solo dormire, eppure non riuscivo. Ho deciso allora che dovevo fare qualcosa: sono diventata insegnante volontaria in una scuola clandestina per ragazze. Questa per me è la resistenza”, racconta. Quando era bambina la scuola era intermittente per via della guerra, spiega, ma si sapeva che prima o poi avrebbe riaperto, mentre ora era una decisione definitiva e a lei non stava bene.

La paura del pericolo che comportava questo atto era oscurata dall’indignazione: ogni volta che usciva vedeva i cartelloni giganteschi affissi dai Talebani che rappresentavano il modo corretto di vestirsi per le donne e questo la faceva sentire umiliata. Le strade erano pattugliate e le donne controllate strettamente. Ricorda un giorno specifico della sua gravidanza in cui un soldato l’ha fermata con fare minaccioso per via dell’abbigliamento e lei ha temuto di non sapersi contenere; aveva le ginocchia che tremavano ed è scoppiata in un pianto furioso appena le è stato permesso di allontanarsi.

Ha ritrovato uno spiraglio di speranza subito dopo il parto, ad agosto 2022, quando è riuscita a farsi assumere come professoressa in un’università privata. A dicembre, però, il futuro si è spezzato di nuovo perché le donne -e tutti i libri scritti da loro- sono state bandite dalla professione. E perdere il lavoro per la seconda volta è stato ancora più duro. “Vivevo chiusa dentro, tutto mi dava fastidio, qualsiasi rumore. Mi sono anche tagliata i capelli corti, come atto di protesta: era la prima volta in più di trent’anni. Questo è stato il momento in cui ho iniziato a scrivere”.

Una speranza nel giornalismo

Scriveva in protesta, voleva raccontare a tutte e tutti dell’oppressione, della reclusione, delle imposizioni assurde, delle scuole clandestine, della resistenza femminile, delle ristrettezze economiche. Mandava gli articoli a giornali locali e stranieri, con il suo vero nome. Quando dall’estero volevano pagarla 200 dollari per un suo pezzo -una piccola fortuna per lei in quel momento- ha avuto una rivelazione: poteva fare della scrittura il suo lavoro.

Entrata in contatto con Zan Times, ha cominciato a collaborare periodicamente con la testata. Alcune sue colleghe sono come lei, si sono dovute reinventare sotto il governo talebano, ma altre sono giornaliste professioniste anche da più di dieci anni; fra di loro, ad esempio, c’è la direttrice Zahra Nader, giornalista dal 2011 e collaboratrice del New York Times dal 2016. Qui le hanno imposto di usare uno pseudonimo per la sua sicurezza. “All’inizio mi sono opposta -racconta fieramente Haidary.- Dicevo loro di non preoccuparsi, che sapevo badare a me stessa. Mi sembrava di rinunciare alla mia identità che avevo ritrovato con tanta fatica”. Con il tempo, però, si è abituata al suo nuovo nome e ci si è affezionata.

Ma il suo attivismo nelle scuole, la sua schiettezza e il suo lavoro giornalistico non erano passati inosservati ai mille occhi del regime. Dopo l’ennesimo licenziamento del marito, che ha comportato un altro ritorno a casa dei suoi genitori, Khadija ha scoperto che i Talebani la stavano cercando. Erano andati a intimidire il padre: “Se volete una vita tranquilla, tua figlia non deve dire niente contro questo governo. Deve stare zitta”.

Khadija non era però disposta a rinunciare alla resistenza, per di più ora che stava ricevendo anche un’educazione giornalistica più formale. Allontanata dalla casa, la famiglia è tornata a Kabul. Qui hanno percepito che il rischio era troppo alto, fino al giorno della perquisizione della loro abitazione che li ha costretti a scappare. Se la giornalista fosse deportata, questa è la situazione che l’aspetterebbe. “L’Afghanistan è il mio Paese, il mio posto, il luogo dove sono nata e dove c’è la mia famiglia -confida Haidary.- Ma ora lì non può esistere Khadija”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *