Luci abbaglianti, stomaci vuoti: la ricostruzione di facciata dei talebani
Wajed Rohani, Shafaqna Afghanistan (شفقنا افغانستان), 8 febbraio 2026
Alcune strade delle città afghane brillano di luci, vernici fresche e decorazioni scenografiche. Ma sotto quelle stesse luci, milioni di persone lottano contro povertà, fame e l’impossibilità di assicurarsi il pane quotidiano. Questo contrasto è diventato uno dei tratti più evidenti del governo talebano.
Nei giorni scorsi, Haji Zaid, portavoce del governatore talebano di Balkh, ha pubblicato diverse fotografie che mostrano l’illuminazione e l’abbellimento di Mazar-i-Sharif, capoluogo della provincia nel nord dell’Afghanistan. Le immagini mettono in evidenza strade specifiche, giochi di luce, colori vivaci e facciate rinnovate, nel tentativo di offrire un’immagine ordinata e decorosa della città sotto l’amministrazione talebana.
Tuttavia, queste iniziative limitate sembrano più orientate a trasmettere un messaggio politico che a rappresentare un piano organico di sviluppo urbano. L’obiettivo appare quello di dimostrare che il regime si dedica alla ricostruzione e al decoro delle città. Ma questa operazione di facciata contrasta apertamente con la realtà quotidiana della maggioranza della popolazione, per la quale povertà, disoccupazione e difficoltà nel soddisfare i bisogni primari — incluso l’acquisto di pane fresco — sono diventati parte integrante della vita di ogni giorno.
Fonti locali riferiscono che, su ordine di Haji Yousuf Wafa, governatore talebano di Balkh e figura vicina al leader del movimento talebano, è stato costruito un pennone alto 60 metri davanti alla sede del governo provinciale per issare la bandiera talebana. Il costo dell’opera non è stato reso noto. Per molti osservatori, tuttavia, questo gesto simbolico riflette chiaramente le priorità dell’attuale amministrazione: ostentazione del potere, simbolismo ideologico e cura dell’immagine, più che attenzione ai bisogni essenziali della popolazione.
Eppure, nella stessa provincia di Balkh, giornalisti locali avevano già segnalato che molte famiglie, a causa dell’aggravarsi della crisi economica, sono costrette a consumare pane secco e raffermo, non potendosi permettere quello fresco. Per numerosi cittadini, anche garantirsi il pane quotidiano è diventata una sfida. Le tavole si fanno sempre più povere, mentre le difficoltà aumentano.
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Nonostante questo scenario, le autorità talebane locali sembrano concentrarsi soprattutto su illuminazioni, tinteggiature e costruzioni simboliche in alcune zone selezionate di Mazar-i-Sharif. Si tratta di interventi funzionali alla produzione di un’immagine propagandistica, più che alla soluzione dei problemi strutturali che affliggono la popolazione.
Questo approccio non riguarda solo Mazar-i-Sharif. In altre province e grandi città — tra cui Kabul ed Herat — i talebani hanno promosso progetti simili di abbellimento urbano: decorazioni luminose, verniciature, interventi estetici. Nella capitale, in particolare, l’apertura di questi progetti viene accompagnata dall’invito ai media locali, a creatori di contenuti online e a youtuber, affinché ne diano ampia copertura.
Il risultato è la diffusione sui social network di un’immagine selettiva e abbellita delle città afghane. Alcuni visitatori stranieri e membri della diaspora afghana in Europa e negli Stati Uniti, condividendo fotografie e video di strade illuminate e spazi decorati, finiscono involontariamente per rafforzare la narrativa promozionale del regime, che tenta di nascondere dietro luci e colori la realtà di una crisi umanitaria profonda.
Il caso emblematico di Nuriya
Nel frattempo, mentre si spendono risorse per l’estetica urbana, una larga parte della popolazione affronta fame e indigenza. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), nel 2026 circa 21,9 milioni di persone — quasi il 45% della popolazione afghana — avranno bisogno di assistenza umanitaria.
Un caso emblematico delle conseguenze della povertà è quello di Nuriya, una giovane della provincia di Helmand, nel sud del Paese. Negli ultimi tre anni è stata costretta a vestirsi da uomo e a tagliarsi i capelli corti per poter lavorare in un caffè, dal momento che alle donne è vietato lavorare in gran parte dei settori pubblici e privati. La sua scelta non era un gesto di ribellione, ma un tentativo di sopravvivenza.
Le autorità talebane di Helmand l’hanno arrestata e hanno diffuso un video in cui la giovane spiega di aver agito per necessità, a causa della povertà e dell’assenza di un capofamiglia. Racconta di lavorare da tre anni nello stesso locale, percependo uno stipendio mensile di diecimila afghani, e di non avere altra alternativa. «Non lo faccio per capriccio», dice nel video. «Mio padre è morto, non ho nessuno.»
Da allora non si hanno più notizie di lei.
Il caso di Nuriya mostra come il divieto di lavoro imposto alle donne le spinga verso scelte forzate e rischiose. E mentre la leadership talebana continua a privilegiare una rigorosa interpretazione della sharia, senza aperture sui diritti e le libertà femminili, nei discorsi pubblici invita i cittadini benestanti ad aiutare i poveri e sollecita questi ultimi ad accettare la propria condizione senza lamentarsi.
Tali appelli, tuttavia, contrastano con la destinazione di gran parte delle risorse disponibili verso spese per la sicurezza, progetti simbolici, decorazioni urbane e opere di forte valore propagandistico. Investimenti che non affrontano le necessità fondamentali della popolazione, ma rafforzano l’immagine e il controllo del potere.

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