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Tag: Espulsioni

L’Iran emana nuove regole per i residenti afghani con libretti di residenza

amu.tv  22 novembre 2025

Il Ministero degli Interni iraniano ha emanato una direttiva che specifica le nuove condizioni in base alle quali i cittadini afghani in possesso di libretti di residenza possono accedere ai servizi, ha annunciato sabato il centro per le migrazioni del governo.

Secondo i media iraniani, la circolare delinea tre categorie distinte e impone a tutti gli uffici di sponsorizzazione di applicare le regole “immediatamente e senza discrezione”.

Nella prima categoria, i cittadini afghani a cui sono state rilevate le impronte digitali ma che non sono mai stati formalmente registrati possono ora ricevere un codice identificativo dedicato e certificati di istruzione. La seconda categoria si riferisce a coloro che non hanno precedenti di registrazione, che saranno identificati tramite un sistema speciale e a cui saranno poi concessi servizi di residenza. L’ultima categoria riguarda coloro che sono già stati registrati: solo gli individui inseriti nel sistema prima di metà settembre hanno diritto ai sussidi, mentre gli altri appartenenti a questo gruppo non possono ricevere ulteriori servizi.

Le autorità affermano che la direttiva è stata motivata dalle segnalazioni di un’applicazione incoerente delle normative negli uffici kafalat e di servizi negati ad alcuni richiedenti.

La nuova politica giunge in un momento di crescente pressione sulla popolazione migrante afghana in Iran, che continua a subire espulsioni e restrizioni su larga scala nonostante sia in possesso di documenti legali.

 

Trattare con i Talebani per “contrastare” i flussi migratori. Il vero volto della solidarietà europea

A fine ottobre la Commissione europea ha scritto ai 27 Stati membri per esortarli ad accelerare i rimpatri e implementare gli accordi bilaterali con Paesi extra-Ue, anche con quelli che non rispettano il diritto umanitario, come l’Afghanistan. Una strategia brutale che getta una luce inquietante sugli aiuti umanitari che Bruxelles sta garantendo a Kabul

Beatrice Biliato, Altreconomia, 18 novembre 2025

L’Unione europea sta rispondendo con prontezza alle richieste delle Nazioni Unite e delle agenzie umanitarie di inviare aiuti all’Afghanistan alle prese con il freddo che avanza, catastrofi naturali, crisi economica e sospensione dei finanziamenti statunitensi.

Ma è autentica solidarietà, generosa e disinteressata, o piuttosto un calcolato avvicinamento al governo talebano per convincerlo a riprendersi i “suoi” immigrati in Europa, in risposta alla sempre maggiore pressione delle forze di destra perché si liberino di questo “fardello”? Per provare a rispondere è utile fare un passo indietro e osservare come si sono mossi alcuni Stati europei in questi ultimi mesi.

L’isolamento in cui il governo di fatto dell’Afghanistan è stato confinato con le sanzioni comminate nei confronti dei ministri talebani, che impediscono loro di viaggiare, dovrebbe rendergli impossibile incontrare funzionari di Paesi dell’Unione, tanto più in Europa.

Invece la Germania già il 21 luglio non solo ha deportato a Kabul 81 migranti con il coordinamento dell’amministrazione talebana e l’aiuto del Qatar, ha persino invitato due rappresentanti diplomatici del governo talebano in Europa perché seguissero le pratiche dei respingimenti in futuro.

E questi personaggi non sono stati trattati da funzionari con mansioni “tecniche”: sono stati riconosciuti come nuovi portavoce facenti funzioni consolari, dopo che i precedenti della vecchia Repubblica hanno dato le dimissioni proprio per protesta contro l’invito ai “nuovi” delegati. Si è così scavalcato di fatto ogni impegno al non riconoscimento del governo talebano che gli Stati europei e la stessa Germania continuano a ribadire come loro vincolo imperativo, prefigurando un cambio della politica europea nei confronti del governo de facto.

La pensano così anche i Talebani, che infatti si sono affrettati a mettere in risalto il loro nuovo ruolo e a occupare tutti gli spazi resi disponibili in questo nuovo contesto, con grande rischio per gli emigrati e per le loro famiglie perché ora tutta la documentazione relativa ai profughi che vivono in Germania e alle loro famiglie rimaste in Afghanistan sono stati ceduti nelle loro mani.

Questa decisione di Berlino ha creato un gravissimo precedente, che altri Stati europei si sono affrettati a seguire. Infatti già il 29 luglio funzionari svizzeri hanno chiesto al loro governo un dialogo diretto con i funzionari dell’Emirato islamico dell’Afghanistan per facilitare il processo di rimpatrio forzato dei richiedenti asilo afghani.

Il 30 luglio anche la Svezia ha tentato di ricorrere alla burocrazia per rendere la vita difficile agli immigrati afghani e prepararne l’espulsione, dichiarando nulli i documenti di viaggio non regolari, unici documenti di cui sono in possesso i fuggitivi dall’Afghanistan.

Intanto i Talebani hanno alzato il tiro: hanno informato la Svizzera che non avrebbero più accettato i rimpatri che non fossero stati firmati da esponenti del proprio governo, imponendo così di fatto i loro funzionari, tanto che il 23 agosto si sono recati a Ginevra per aiutare a identificare chi dovesse essere deportato in Afghanistan.

Anche Vienna si è fatta avanti. A metà settembre una delegazione di cinque membri del ministero degli Esteri talebano si è recata nella capitale austriaca per discutere le missioni diplomatiche e i servizi consolari ai cittadini afghani che vivono in Austria e in altri Paesi europei.

Ma la tappa decisiva è stata l’istanza dei 19 Paesi europei che hanno sottoscritto il 19 ottobre di quest’anno una richiesta al Commissario europeo per gli Affari interni e le migrazioni affinché venga facilitato il rimpatrio, volontario o forzato, dei cittadini extra-europei senza permesso di soggiorno o asilo, chiedendo quindi che le deportazioni siano trattate come una “responsabilità condivisa a livello dell’Ue”.

A sottoscrivere il documento sono stati i governi di Bulgaria, Cipro, Estonia, Finlandia, Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Austria, Polonia, Slovacchia, Svezia, Repubblica Ceca e Paesi Bassi. Si è poi aggiunta la Norvegia la quale, pur non essendo membro dell’Ue, è un Paese Schengen.

Questa stretta migratoria, se è molto grave perché rischia di ripercuotersi pesantemente su tutti i profughi rifugiatisi in Europa, ha una ricaduta ancora più inquietante quando i migranti presi di mira sono cittadini afghani, costretti a tornare a vivere sotto un regime dittatoriale e repressivo dal quale erano fuggiti spesso per salvare la pelle. Ma è ancor più grave per il risvolto internazionale che prefigura, perché si ripercuote sulle relazioni tra Europa e Afghanistan, facendo diventare il governo afghano protagonista di una trattativa che lo riconosce di fatto se non di diritto, secondo una scelta che sembra essere sempre più considerata necessaria anche ai Paesi occidentali in quanto giustificata da esigenze pragmatiche.

Infatti il respingimento degli afghani nel Paese di origine necessita dell’accordo con il governo dei Talebani, fondamentalista e gravemente persecutorio nei confronti delle donne, che nessuno al mondo tranne la Russia ha voluto finora riconoscere. Ma questo governo è disponibile a dare il suo consenso al rientro dei suoi concittadini solo in cambio di un avanzamento del suo posizionamento nel mondo verso il riconoscimento legale. Posizione che rimane sottotraccia nella richiesta di deportazione avanzata degli Stati europei.

A estendere la nuova “linea politica” ci ha pensato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, inviando il 22 ottobre una lettera a tutti i 27 Stati dell’Unione per esortarli ad accelerare i rimpatri e implementare gli accordi bilaterali con i Paesi extra-Ue, anche con quelli che non rispettano il diritto umanitario, tipo l’Afghanistan.

Quindi trattare con il governo talebano, aprendo al dialogo e ai suoi ambasciatori, riconoscendogli di fatto un ruolo ufficiale sebbene ciò contraddica le dichiarazioni che la stessa Ue continua a proclamare, è la nuova strategia europea per “ridurre” l’immigrazione. La politica di dialogo dell’Ue con il governo talebano è stata del resto ribadita anche dal nuovo rappresentante Ue per l’Afghanistan, Gilles Bertrand, che appena eletto si è recato a Kabul per confermare direttamente ai Talebani l’intenzione dell’Ue a portare avanti il processo di dialogo stabilito nell’ambito degli accordi di Doha 3 – quelli cioè che escludono qualsiasi trattativa sui diritti delle donne per far piacere ai Talebani- offrendo e chiedendo collaborazione a vari livelli.

È quanto del resto ha ribadito il Parlamento europeo nel suo ultimo comunicato in cui, mentre prende una decisa posizione contro l’apartheid di genere e denuncia le responsabilità dei Talebani, anziché proporre provvedimenti per isolarli stringe i legami attraverso viaggi in Afghanistan e contatti segreti tra diplomatici, giustamente denunciati da alcune deputate europee.

In questa ottica, assume una luce più inquietante e interessata l’erogazione di aiuti umanitari che Bruxelles sta garantendo a Kabul sotto varie forme: non appare come un libero impegno dei Paesi europei democratici, solidali nei confronti del popolo afghano affamato, ma invece come un sostegno al governo talebano per avere in cambio la deportazione dei migranti afghani e agevolare il consenso dell’opinione pubblica europea sempre più xenofoba.

Gli afghani bloccati al confine di Torkham chiedono la riapertura mentre continuano le deportazioni

amu.tv Bais Hayat 2 novembre 2025

Centinaia di afghani restano bloccati al valico di frontiera di Torkham, tra Afghanistan e Pakistan, poiché le tensioni diplomatiche e le deportazioni di massa hanno di fatto sigillato una delle vie di transito più importanti della regione.

Il valico di Torkham è rimasto chiuso al commercio e ai viaggiatori nelle ultime tre settimane. È stato riaperto solo per i migranti espulsi sabato 1° novembre.

Alcune delle persone bloccate al confine, tra cui viaggiatori, commercianti e rimpatriati, affermano di dover sopportare un peggioramento delle condizioni e sollecitano entrambi i governi a riaprire immediatamente i valichi. Il Pakistan ha riaperto brevemente il valico di Torkham sabato, ma lo ha fatto solo per facilitare l’espulsione forzata di migranti afghani privi di documenti.

Molti dei deportati raccontano di essere stati maltrattati dalle autorità pakistane e di essere stati rimandati indietro senza averi. “Il governo pakistano ci ha trattato duramente”, ha detto Daud, un migrante deportato arrivato con la sua famiglia. “Ci hanno imprigionato. Siamo arrivati ​​solo con i vestiti che indossavamo. Tutti i nostri averi sono stati abbandonati”.

Sono trascorse più di tre settimane da quando i principali valichi di frontiera tra i due Paesi sono tornati pienamente operativi. Centinaia di camion carichi di merci commerciali rimangono bloccati su entrambi i lati, bloccando gli scambi commerciali e sollevando preoccupazioni per le ricadute economiche e umanitarie.

Parlando con Amu, diversi rimpatriati hanno chiesto assistenza urgente, tra cui l’accesso a un alloggio, al lavoro e all’istruzione per i loro figli. “Abbiamo bisogno di lavoro. Ho otto figli”, ha detto uno di loro. “Devono esserci opportunità per loro di studiare”.

Nonostante le segnalazioni di trattative in corso tra funzionari afghani e pakistani, i valichi di frontiera – tra cui Torkham, Spin Boldak, Angur Ada, Ghulam Khan e Dand-e-Patan – rimangono chiusi al traffico regolare. Le chiusure hanno interrotto il commercio regionale, causato perdite finanziarie e bloccato i passeggeri che non hanno i mezzi per attendere a tempo indeterminato.

“Siamo qui da quasi un mese”, ha detto Mohammad Asif, un viaggiatore in attesa a Torkham. “Abbiamo visti e passaporti validi, ma non si muove nulla. I camion della frutta stanno marcendo, la gente ha finito i soldi e non sappiamo quando apriranno i cancelli. Tutto è fermo”.

Il Pakistan ha annunciato un’ampia repressione degli stranieri irregolari all’inizio di questo autunno, dando a oltre un milione di afghani tempo fino al 1° novembre per lasciare il Paese, pena la detenzione e l’espulsione. La decisione ha innescato un’ondata di rimpatri, molti dei quali forzati, mettendo a dura prova le già limitate risorse interne all’Afghanistan.

Gli osservatori affermano che le chiusure delle frontiere riflettono non solo le pressioni logistiche derivanti dalle espulsioni, ma anche il deterioramento dei rapporti tra Islamabad e le autorità talebane di Kabul. Una riapertura completa, suggeriscono gli analisti, potrebbe dipendere dai progressi nella risoluzione delle controversie politiche e di sicurezza tra le due parti.

 

 

Afghanistan: storie di donne tra terremoti, propaganda e deportazioni

Mariam, attivista di Rawa, continua a raccontarci il suo Paese e le sfide e i problemi di ogni giorno…

Silvia Cegalin, La redazione, 18 settembre 2025

È il 1° Settembre, da pochi giorni è uscito il mio articolo in cui Mariam, un’attivista di Rawa, ha raccontato della condizione delle bambine in Afghanistan e dei problemi legati ai matrimoni precoci.
Ed è proprio in quella giornata che giungono immagini di devastazione dall’Afghanistan causate da un violento terremoto verificatosi tra il 31 Agosto e il 1° Settembre con epicentro di magnitudo 6.0 h localizzato a circa 30 km da Jalalabad. A subire i danni maggiori sono state le province di Kunar, Nangarhar, Badakhshan e Nuristan. Zone dell’Afghanistan orientale che per la loro conformazione montuosa sono impervie e molto difficili da raggiungere e ciò rende complicati i soccorsi e la distribuzione degli aiuti, anche a causa delle frane che nel frattempo si sono verificate.

Le immagini video sono poche ma rendono perfettamente l’idea della gravità dell’accaduto. Penso alla popolazione, ma soprattutto a quelle donne e bambine che ho raccontato nei miei articoli e, naturalmente, alle attiviste di Rawa. A Mariam, a Shakiba (attivista che ho avuto la fortuna di conoscere di persona) e a tutte le altre che da anni, in condizioni territoriali e sociali critiche, perseverano con coraggio nel progetto di Meena. Per ragioni di sicurezza non si possono ricevere notizie troppo dettagliate sulla loro condizione, e questo in un certo senso provoca tristezza, rendendo ancora più percepibile quanto siano rischiose le loro attività e per questo necessitino di rimanere clandestine.

L’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, ha informato che al 5 Settembre si contano 2.205 vittime e oltre 3.640 feriti, ma il bilancio è in continuo aggiornamento. «Interi villaggi sono stati distrutti e almeno 6.700 case sono crollate. Gli ospedali sono stati gravemente danneggiati, e le strade principali sono ancora bloccate dalle macerie, rendendo difficili le operazioni di soccorso».

CISDA – coordinamento italiano sostegno donne afghane, in un suo recente comunicato, riferisce: «La grave carenza di medici donne rappresenta una sfida importante, poiché i Talebani non permettono ai medici uomini di curare le donne. Queste restrizioni hanno peggiorato ulteriormente la situazione, rendendo le condizioni di sopravvivenza a Kunar davvero orribili e inimmaginabili.

Uno dei nostri medici ha raccontato di come, una volta arrivati nella zona, abbiano incontrato una donna che aveva visto morire i suoi quattro figli. Era in uno stato di shock così profondo da aver perso la ragione. L’assenza di personale medico femminile e le restrizioni imposte dai Talebani, che impedivano ai medici uomini di assisterla, hanno peggiorato ulteriormente la situazione. Fortunatamente, appena raggiunta la zona, la nostra equipe è riuscita a somministrarle un sedativo per calmarla e alleviare la sua sofferenza.

Un altro caso riguarda una donna semisepolta sotto le macerie. I Talebani insistevano sul fatto che “toccare una donna non-mahram è peccato” e che, nonostante avesse entrambe le gambe rotte doveva uscire da sola, ma il nostro team è riuscito a salvarla e a trasferirla in ospedale».

Questo ovviamente succedeva dopo l’incontro video organizzato in Agosto da CISDA con Mariam che dopo aver denunciato il problema delle spose bambine, ha continuato a illuminarci sulla condizione del suo Paese.

Bombe e propaganda: come gli Usa hanno usato la questione femminile per promuovere la guerra

«La situazione attuale in Afghanistan non è quella che viene raccontata di solito dai media occidentali. Quando si cercano notizie sull’Afghanistan in internet raramente si trovano resoconti e notizie che mostrano la situazione reale del popolo afghano. A volte si legge che la vita è tornata alla normalità e che è in qualche modo migliorata. Ma ciò non è assolutamente vero. Questo può essere dovuto al fatto che la popolazione è quasi costretta ad un silenzio forzato e se parla ha timore di ritorsioni, di conseguenza può sembrare che tutto sembri tranquillo, ma così non è» afferma Mariam.

In effetti va detto che dell’Afghanistan nei media se ne parla soprattutto quando si verificano fatti gravi o in vicinanza della ricorrenza del 15 Agosto (giorno della fuga degli americani da Kabul), come se al di fuori delle “tragedie” l’Afghanistan non meritasse attenzione e ci fosse poco da scrivere, oppure, come precisa Mariam, «quando bisogna promuovere una determinata propaganda».

«L’obiettivo degli Stati Uniti e degli stati Europei è stato sempre quello di usare la promozione dei diritti delle donne in Afghanistan come strumento di propaganda per poter proseguire le proprie azioni belliche nel territorio. A tal proposito è sufficiente ricordare i file scoperti e pubblicati da Wikileaks nel 2010, i cosiddetti Afghan War Logs. Uno di questi documenti sosteneva che più donne e più figure femminili sarebbero dovute essere promosse pubblicamente e presentate alla società per far vedere che la guerra stava avendo dei risultati positivi. Quindi i media mondiali e l’intera comunità internazionale hanno accettato e giustificato la guerra americana in Afghanistan credendo, o volendo credere, che si stava svolgendo “per il bene delle donne”, ma in pratica abbiamo visto che era tutto falso. Da diversi anni Rawa sostiene che i diritti delle donne sono sempre stati abusati dai governi occidentali e dai fondamentalisti, ovviamente, in modi diversi».

In un file classificato dalla CIA, ad esempio, si consigliava di delineare possibili strategie di pubbliche relazioni per rafforzare il sostegno alla guerra in Afghanistan dell’opinione pubblica in Francia e in Germania. In Francia la propaganda doveva fare leva sulla preoccupazione che con i Talebani venissero meno “i progressi raggiunti nell’istruzione delle ragazze”, così da “dare agli elettori una ragione per sostenere, nonostante le vittime, una causa buona e necessaria”. In Germania invece il gioco di persuasione puntava sulla narrazione della paura; in pratica questa guerra andava sostenuta per evitare il ritorno al terrorismo, scongiurare l’aumento del traffico di droga e l’arrivo dei rifugiati.

Su questa questione le attiviste di Rawa non hanno mai smesso di scrivere, e dal 2010, cioè da quando sono trapelati i file di Wikileaks, hanno denunciato quasi settimanalmente la macchina di manipolazione mediatica e propagandistica messa in moto dagli Stati Uniti con la complicità dei governi Europei.

Deportazione di afghani, con la Germania che consente l’ingresso nel Paese a due inviati del regime talebano

Ci hanno gettati via come spazzatura”. Questo è il titolo di un articolo pubblicato il 16 Luglio nel sito di Rawa, articolo che denuncia la deportazione di milioni di afghani. «Da Shiraz a Zahedan, vicino al confine afghano, ci hanno portato via tutto. Sulla mia carta di credito c’erano 15 milioni di toman (110 sterline). Una bottiglia d’acqua costava 50.000 toman, un panino freddo 100.000. E se non ce l’avevi, tuo figlio rischiava di morire» racconta Sahar. «Sahar racconta che le sue opportunità in Afghanistan sono poche. Ha una madre anziana a Baghlan, ma non ha una casa, un lavoro e un marito, il che significa che, secondo le leggi dei Talebani, non può viaggiare da sola o lavorare legalmente. “Ho chiesto della terra ai Talebani e qualsiasi aiuto per ricominciare. Mi hanno risposto: “Sei una donna, non hai mahram. Non hai i requisiti”. Molte finiscono per affidarsi alla famiglia allargata o a reti informali. Una donna, tornata di recente con un neonato, racconta che le sono stati negati cibo e alloggio. “Mi hanno detto: ‘Non hai i requisiti. Non hai un uomo con te’. Ma il mio bambino ha solo quattro giorni. Dove dovrei andare?”».

A metà Luglio gli esperti delle Nazioni Unite hanno comunicato che oltre 1,9 milione di afgani sono tornati o sono stati costretti a tornare in Afghanistan dall’Iran e dal Pakistan nel 2025. Più di 300.000 afghani sono rientrati dal Pakistan e oltre 1,5 milioni dall’Iran; 410.000 invece sono gli espulsi dall’Iran dal 24 Giugno a seguito del conflitto tra Iran e Israele. Migliaia di rimpatriati, informa sempre l’ONU, sono minori non accompagnati e in molti casi per farli rientrare si è usata la scusante della “sicurezza nazionale”.

Non solo Iran e Pakistan. Il 18 Luglio la Germania ha rimpatriato 81 cittadini afghani. Il ministro degli Interni tedesco, Alexander Dobrindt, politico dell’Unione Cristiano Sociale (CSU), ha definito questa deportazione come parte di un piano di rimpatrio collettivo, precisando che si tratterebbe di uomini afghani aventi precedenti penali, riporta il giornale tedesco Deutsche Welle. A tal proposito, in concomitanza con questo rimpatrio, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk, riferendosi anche alle deportazioni effettuate dall’Iran e dal Pakistan, ha chiesto l’immediata cessazione del rimpatrio forzato di tutti i rifugiati e richiedenti asilo afghani, in particolare di quelli a rischio di persecuzione, detenzione arbitraria o tortura al loro ritorno. Questa non è comunque la prima deportazione effettuata dalla Germania: il 30 Agosto 2024 un gruppo di 28 cittadini afghani è stato espulso dalla Germania e rimpatriato in Afghanistan.
Per gestire le deportazioni il governo tedesco come intermediario si è affidato al Qatar in modo da facilitare i “contatti tecnici” con i Talebani. Ma già a inizio Luglio, in un’intervista rilasciata su Focus, Dobrindt aveva annunciato l’intenzione di stringere accordi direttamente con l’Afghanistan per consentire i rimpatri evitando così terze parti, come appunto il Qatar.

Il governo tedesco, come il resto della comunità internazionale, ad eccezione della Russia, non riconosce formalmente il governo talebano, nonostante questo a metà Luglio il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha aperto una porta consentendo l’ingresso nel Paese a due inviati del regime talebano al potere in Afghanistan. Merz ha precisato che al personale consolare sarà consentito entrare e lavorare nel Paese, ma ciò non significherà alcun riconoscimento diplomatico dei talebani islamisti.

È di un’altra idea Mariam che in questi rapporti individua l’ennesimo atteggiamento ipocrita degli Stati occidentali. «Noi di Rawa abbiamo sempre ripetuto che i cosiddetti colloqui di pace del 2020 stipulati a Doha tra gli Stati Uniti e i Talebani hanno portato il ritorno del regime. Il trattato infatti prevedeva di mettere fine al conflitto armato con il ritiro delle forze armate statunitensi dal Pese e il conseguente rilascio di 5.000 terroristi talebani nel 2020 dalle prigioni afghane, oltre che molti altri accordi. Nonostante, quindi, gli Stati Uniti e la maggior parte dei governi europei ufficialmente non riconoscano i Talebani, ufficiosamente questi non sono mai apparsi troppo isolati, anche se sulla carta è il governo russo il solo che ha riconosciuto questo regime. Cedere, ad esempio, le ambasciate alle autorità talebane (come hanno fatto Iran e Pakistan ad esempio) può essere considerato come il primo passo per accettare ufficialmente un governo».

Questo ovviamente vale anche per le recenti decisioni prese dalla Germania: un ulteriore schiaffo ai diritti umani e a ciò che fino a ieri si è professato, erigendosi a paladini dei diritti e delle libertà: valori, oggi – come ieri, calpestati.

Immagine di copertina gentilmente concessa da Cisda

Deportati in Afghanistan: la Germania rimanda a Kabul espulsi e condannati

Il manifesto, 19 luglio 2025, di Giuliano Battiston

Espulsioni Onu: si rischia di violare il principio di non respingimento

Un volo della Qatar Airways è partito ieri dall’aeroporto di Lipsia alle 8.35, destinazione Kabul. A bordo 81 cittadini afghani, rimpatriati nell’Afghanistan governato dai Talebani anche grazie alla mediazione del Qatar. L’operazione è stata confermata dal ministro degli Interni tedesco, Alexander Dobrindt: «La Germania deporta 81 cittadini nel loro Paese d’origine come parte di un piano di rimpatrio collettivo. Si tratta di uomini afghani che sono tenuti legalmente ad abbandonare il Paese e che hanno precedenti penali. Tutte le loro richieste di asilo sono state legalmente respinte senza ulteriori ricorsi». Per il governo tedesco, entrato in carica lo scorso maggio, il trasferimento è un modo per dare seguito alle promesse elettorali rispetto a una pratica che deve diventare europea ed è del tutto legale: i deportati avevano un ordine di espulsione ed erano stati già condannati dalla giustizia penale, assicurano a Berlino. Proprio ieri, riferendosi in particolare alle deportazioni di massa dall’Iran e dal Pakistan, l’Alto Commissario delle Nazioni unite per i Diritti umani, Volker Türk, ha chiesto però di fermare immediatamente il rimpatrio forzato di tutti i rifugiati afghani e richiedenti asilo.

L’Onu ha inoltre ricordato che «rimandare le persone in un Paese in cui rischiano di subire persecuzioni, torture, trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti o altri danni irreparabili, viola il principio fondamentale del diritto internazionale di non respingimento» qualunque sia lo status dei rimpatriati. Amnesty International, criticando le deportazioni, ha ricordato che la situazione in Afghanistan è «catastrofica» e che «esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate e torture sono all’ordine del giorno». Da Kabul, i Talebani fanno sapere che, dopo aver esaminato i casi, tratteranno i rimpatriati secondo la sharia. In quanto alla reale pericolosità dei degli afghani deportati (in tasca mille euro ciascuno donati dal governo tedesco per evitare di violare una norma che impedisce di trasferire chi è a rischio di immediata indigenza) nessuna informazione supplementare.

Come già accaduto in passato. Quello di ieri è il primo volo di questo tipo voluto dal governo del cancelliere Friedrich Merz, ma non in assoluto: 28 cittadini afghani sono stati rimpatriati già lo scorso agosto, anche in quel caso accusati di crimini, senza che il governo dell’allora cancelliere Olaf Scholz fornisse prove documentali. Scholz, in quell’occasione, aveva annunciato altri trasferimenti. Un’eredità raccolta da Merz, che intende dettare la linea anche in Europa: «Le deportazioni in Afghanistan devono continuare in modo sicuro anche in futuro. Non esiste un diritto di residenza per i criminali nel nostro Paese». In base a quale accordo, e in cambio di quali vantaggi per l’Emirato, siano avvenuti questi due trasferimenti non è dato sapere. Berlino non riconosce l’Emirato islamico, il governo dei Talebani è riconosciuto soltanto da Mosca. Merz ha fatto sapere che l’espulsione è stata preceduta da settimane di negoziati, che i colloqui con i Talebani ci sono ma solo di natura tecnica, funzionali ai rimpatri.

Ma in un’intervista alla rivista tedesca Focus ha spiegato che la sua idea è «stringere accordi direttamente con l’Afghanistan per consentire i rimpatri» evitando terze parti, come il Qatar. E non è sfuggita agli osservatori più attenti che il governo tedesco potrebbe consentire l’arrivo di funzionari dell’Emirato al consolato di Berlino per facilitare le cose.

Un modo per riprendere a pieno regime quelle deportazioni che sono state una costante nel rapporto tra molti Paesi europei e l’Afghanistan, al tempo del precedente regime, la Repubblica islamica. Ieri, al termine di un incontro nel sud della Germania con i suoi omologhi da Francia, Polonia, Austria, Danimarca e Repubblica ceca, il ministro degli interni tedesco Dobrindt ha annunciato un accordo per inasprire le politiche migratorie e consentire i rimpatri. Anche in Afghanistan e Siria.