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Tag: Patriarcato

8 marzo: il Chador, lezioni e resistenza quotidiana

Bahar Karimi, AMU Tv, 8 marzo 2026

Tengo la mia borsa stretta al petto. Dentro ci sono due piccoli quaderni — uno per gli appunti delle lezioni, l’altro per le riflessioni personali che scrivo ogni giorno — insieme alla mia scatola di penne, sistemata comodamente nello zaino. Penne dalle cui punte, per me, la vita comincia a scorrere. E a volte il “chador”… il chador che, solo pochi minuti fa, ho tirato sopra di me e indossato. Un chador che io, e molte di noi, siamo state obbligate a portare. Devo averlo con me ogni volta che esco di casa, altrimenti i tassisti non mi fanno salire; e anche se lo fanno, mi fanno scendere prima di arrivare agli incroci e alle piazze. Ai conducenti non importa se mancano solo pochi minuti all’inizio della tua lezione. Anche se il posto non è molto conosciuto, anche se in questi giorni studiare sembra portare pochi benefici — tutti dicono che studiare non ti porterà nulla! — resta comunque una lezione, e cercare la conoscenza è un dovere sia per le donne sia per gli uomini. Ti faranno comunque scendere, anche se metà della tua lezione di un’ora sarà ormai già passata.

Mia sorella siede accanto a me, chiusa in se stessa. Dopo il suo primo scoppio di pianto, ora guarda fuori in silenzio con gli occhi ancora un po’ arrossati. È cresciuta . Non piange più per ore per qualcosa che l’ha ferita. Al massimo adesso piange per cinque minuti, forse meno. Forse continua a piangere dentro di sé; dopotutto, è uno degli effetti collaterali del crescere.

Distolgo lo sguardo da lei e lo rivolgo al caos fuori dal finestrino del taxi. Prima che i miei pensieri tornino alla donna che ha fatto piangere mia sorella, vagano verso un’altra donna, quella che l’autista ha costretto a scendere a metà strada perché non indossava il chador. La povera donna era appena tornata dall’Iran. L’autista disse che non poteva più sopportare di vedere suo figlio restare senza acqua. Quando lo disse, aveva urlato contro quella donna. Suo figlio era l’assistente dell’autista e aiutava i passeggeri a salire.

E quella donna era stata lasciata esattamente quattro incroci prima del luogo in cui doveva andare. Non conosceva nemmeno bene la zona. Ora, mentre ci allontaniamo dal punto in cui è stata lasciata, prego in silenzio che l’uomo che ha fermato la sua macchina e l’ha fatta salire la porti sana e salva alla sua destinazione, anche se non indossa un chador.

Pochi minuti prima, quando siamo salite sul taxi, ci siamo tirate il chador sopra la testa.

Un’anziana — che parlava come se, facendo così, avessimo insultato le nonne di un lontano passato — disse con rammarico:

“Se solo temeste Dio quanto temete i suoi servitori!”

Per qualche momento rimasi sconvolta da ciò che aveva detto, e anche mia sorella. Per rispetto della sua età restammo in silenzio, ma  lei continuò a parlare. Purtroppo, perché mentre andava avanti, mia sorella ed io, completamente coperte, ci sentivamo come se non avessimo addosso nulla.

Mi vergognavo moltissimo. Mi era così difficile capire come qualcuno del mio stesso genere potesse attaccarci e giudicarci così duramente.

In quel momento, il silenzio sarebbe stato una forma di autolesionismo. Dissi: “Guardi, cara zia, non c’è nulla di sbagliato nell’hijab mio e di mia sorella. Noi leggiamo il Corano, studiamo la cultura islamica a lezione e comprendiamo la nostra religione e il nostro hijab.”

Ma lei non addolcì le sue parole. Disse ancora: “Tu chiami questo hijab? Questo chador apparteneva alle nostre nonne. Questo è il vero hijab.”

In quel momento tutto ciò che riuscii a dire fu: “Ma zia…” — la chiamai zia in parte per frustrazione e in parte per rabbia — “le nostre nonne non andavano nemmeno in macchina, perché le macchine non esistevano!”

Le mie parole la sorpresero per un momento, poi la fecero arrabbiare.

“Il diavolo ha fatto davvero un buon lavoro con voi ragazze”, disse, e continuò finché all’improvviso mia sorella scoppiò in lacrime e disse: “La prego, zia, mi perdoni se glielo dico, ma per favore stia zitta… smetta. Lei è una di noi. Come può fare questo?”

Il suo pianto riempì il taxi. Un’altra donna seduta vicino a me strinse il suo chador intorno alla gola e disse piano:

“Anche il pudore e la vergogna sono cose buone.”

In quel momento provai una sensazione terribile verso quel taxi, le sue pareti, persino le strade della città. Mi sentii sola. Come se non avessi alcuna esistenza, come se non fossi nulla. Mia sorella pianse per alcuni minuti e poi sedette in silenzio, aspettando di arrivare.

Prima di scendere, quell’anziana si scusò con mia sorella per averla fatta piangere e le baciò la testa. Ma alcune parole, come si dice, restano per sempre nel cuore di una persona.

Le sue mani, come il suo volto, erano piene delle rughe del tempo che passa. In realtà non era completamente colpa sua. Non era del tutto responsabile di ciò che aveva detto. Provenivamo da mondi diversi. Lei era cresciuta con l’idea del chador, profondamente incisa nella sua vita, e con convinzioni appartenenti al suo tempo.

Eravamo persone di mondi diversi sotto lo stesso cielo afghano. Altrove tali differenze di idee forse non si vedono così apertamente. Ma nella nostra patria apparivano in modo evidente. Idee, opinioni, giudizi — ce n’erano così tanti. Sguardi che guardavano verso l’esterno solo dall’interno del proprio mondo.

Il taxi si fermò e interruppe i miei pensieri aggrovigliati.

Quella donna ci lasciò una grande lezione per gli anni a venire: che non sono solo gli uomini patriarcali a tenerci lontane dalla società ,a volte sono le donne… a volte donne patriarcali.

Scendo. Il mio chador scivola dalle spalle fino alla vita. Attraverso la strada velocemente — quello che nella mia città chiamano “correre come un proiettile vagante” — e sul marciapiede, davanti a uomini e donne, raccolgo il chador intorno a me, lo tengo in una mano e mi dirigo verso il ponte pedonale di Piazza Cinema.

Sono di nuovo in ritardo. Corriamo su per le scale. Sì, il luogo dove studio non è un’istituzione governativa, ma è comunque un luogo di apprendimento. E ora, in piedi sul ponte con un chador in mano, cammino verso la lezione per non restare ancora più indietro di quanto già non sia.

In questi giorni anche imparare il primo soccorso è una grande benedizione.

Il mio hijab, la mia sciarpa e il chador nella mia mano vengono catturati dal vento. Gli sguardi delle persone scivolano verso il chador che porto. E insieme raccontiamo tutti una silenziosa menzogna — dicendo che indossare il chador è semplicemente obbedienza all’imposizione religiosa.

“Bahar Karimi” è una studentessa della provincia di Herat, in Afghanistan, rimasta esclusa dopo che le università sono state chiuse alle donne.

Shahrbanoo Sadat: «Il mio film per noi donne afghane»

avvenire.it Alessandra De Luca 13 febbraio 2026

“No Good Man” della regista afghana, ambientato nella Kabul del 2021, ha inaugurato la Berlinale: «Siamo vittime di un patriarcato feroce che ci ha rese più forti»

È il film che non ti aspetti di vedere e che offre una prospettiva inedita su un Paese e le donne che lo abitano. A inaugurare ieri la 76ª edizione della Berlinale è arrivato infatti No Good Man, scritto e diretto dalla regista afghana Shahrbanoo Sadat, al suo terzo film dietro la macchina da presa, che ci immerge nella Kabul del 2021, alla vigilia del ritiro delle ultime truppe statunitensi e del ritorno dei talebani e del terrore. È proprio quando sembra che le donne siano sulla strada giusta per combattere le limitazioni imposte da un regine retrogrado e patriarcale e per cominciare ad avere ruoli più rilevanti nella società, che ha inizio la storia di Naru, l’unica camera-woman della principale emittente televisiva del Paese: ha lasciato un marito che non la rispettava, lotta per la custodia del figlio di tre anni e aspira a una carriera nel mondo delle news, lontana da irritanti programmi dedicati al pubblico femminile. Convinta che non esista un brav’uomo in tutto l’Afghanistan, Naru deve ricredersi quando incontra Qodrat, il più importante giornalista di Kabul TV, che non solo le offre una preziosa opportunità professionale consentendole di filmare gli ultimi giorni di libertà della città già sotto attacco dei Talebani, ma condividendo con lei anche i propri successi. E poi ci si mettono i sentimenti a rendere tutto ancora più affascinante e complicato.

Si ride e ci si commuove nel film, che ha il grande merito di offrire uno sguardo fuori dagli schemi su una popolazione massacrata da guerre e dittature, mescolando generi e umori, raccontando la nascita di un amore, rendendo omaggio al difficile mestiere dei giornalisti, tra le prime vittime dei regimi, e denunciando, soprattutto nella seconda parte, la drammatica condizione socio-politica del Paese.
«Definirei il film una commedia romantico-politica», dice la regista che nel 2021, proprio come la protagonista, viene evacuata dal Paese con uno dei pochi aerei in partenza da Kabul per l’Europa, trovando una nuova casa in Germania. Ed è proprio in Germania che è stato realizzato il film (impossibile ovviamente girarlo in Afghanistan), interpretato dalla stessa regista con Anwar Hashimi, e coprodotto da Germania, Afghanistan, Danimarca, Norvegia, Francia.
L’idea del film è nata prima del ritorno dei Talebani. «Nel 2019 – dice la regista – ho cominciato a ragionare sul mio desiderio di fare un film che avesse a che fare con la mia vita quotidiana a Kabul. Fino a quel momento avevo sempre evitato di raccontare le donne, ma mi sembrava arrivato il momento di mettere in scena personaggi femminili che riconoscevo e capivo, uscendo dallo stereotipo narrativo che vuole il paese raccontato solo attraverso il dramma bellico. Nel ventennio della cosiddetta “democrazia”, sebbene il livello di corruzione fosse altissimo e molto denaro si è volatilizzato prima di raggiungere il mondo femminile, in Afghanistan le donne avevano fatto passi avanti in quando a diritti, anche grazie a istituzioni, ambasciate, festival di cinema, teatro, concerti, conferenze e seminari. La mia protagonista è una donna che lavora, economicamente indipendente, professionalmente ambiziosa. Vive nel centro di Kabul, ha voce e un grande senso dell’umorismo. Volevo insomma raccontare il Paese reale, che nei media è sotto-rappresentato e vittima di molti cliché».
Gli elementi autobiografici non mancano: «Racconto solo storie che conosco, la rabbia e la frustrazione di Naru sono le mie. Anche io ho lavorato nei media, ho la lingua abbastanza lunga da cacciarmi nei guai e odio i programmi di cucina ritenuti i più adatti al pubblico femminile. Attraverso di lei spero di raccontare le donne che in Afghanistan sono vittime di un patriarcato insopportabile, il cui unico merito è quello di averci reso ancora più forti e determinate. A vent’anni ero sinceramente convinta che non ci fossero bravi uomini nel mio Paese, ma poi anche io ne ho incontrato uno. In realtà ce ne sono, eccome, ma dovrebbero essere di più. Quindi questo film è anche per loro».
Uno degli aspetti più interessanti del film è dunque il suo sottrarsi alle aspettative di chi immagina solo un paese triste attraversato da donne in burqa. «Se devo essere sincera, non mi sono mai veramente sentita rappresentata dai film sull’Afghanistan, per questo volevo realizzare una commedia romantica. Il rischio è infatti quello di de-umanizzare gli afgani rendendoli monodimensionali, privandoli della possibilità di essere raccontati nella loro complessità, anche attraverso la leggerezza e l’umorismo e non solo da film di guerra e drammi politici. Il mondo che ho rappresentato è quello dei giornalisti, quindi parliamo di una classe medio-alta, che sorprendentemente per il pubblico europeo e americano conduce una vita vicina a quella occidentale. Persone reali, non frutto della mia immaginazione. In Afghanistan non ci sarà un’industria cinematografica, ma di certo esistono tanti cineasti che hanno voglia di raccontare la realtà del Paese». Ma la regista ci tiene anche a precisare: «Non sono d’accordo però con chi tende a idealizzare la situazione precedente al 2021. Patriarcato e sessismo non sono mai scomparsi e molte donne, me inclusa, li hanno subiti non solo nella società, ma anche all’interno della propria famiglia e negli ambiti professionali».
Ci sono voluti tre anni di intenso lavoro, dodici versioni della sceneggiatura e una lunga preparazione sul campo per realizzare il film: «Ho riattraversato una lunga serie di traumi personali e collettivi e non ho mai pianto così tanto nella mia vita come durante la preparazione di No Good Man».
Si è dunque alzato il sipario su una edizione della Berlinale – per la seconda volta diretta da Trincia Tuttle che rivendica il ruolo del festival in un mondo sempre più polarizzato, dove la libertà artistica è sotto attacco – destinata a toccare i nervi scoperti di un presente teso e turbolento. Ma l’ottantenne regista tedesco Wim Wenders, chiamato quest’anno a guidare la giuria internazionale, mette in guardia contro il rischio di propaganda, soprattutto quando gli viene chiesto di commentare temi caldi come Gaza e la posizione del governo tedesco. «Il cinema può cambiare il mondo, ma non può prendere parte allo scontro politico. L’arte deve restare fuori dalla politica perché ne è il contrappeso».

La sinistra ha paura della laicità?

noidonne.org Monica Lanfranco 27 ottobre 2025

Quando è ripartito il dibattito sul divieto del velo in Italia, come avviene ad intervalli più o meno regolari quando ci sono proposte di legge più o meno propagandistiche sull’argomento, è tornato anche l’immancabile appello contro l’islamofobia da parte di chi è contrario al divieto: l’islamofobia sarebbe il sentimento che anima chi è critico sulla copertura del corpo femminile, imposta nei paesi a maggioranza religiosa islamica.
Sono andata nei giorni scorsi a riprendere le fonti che, da almeno due decenni, riporto nei vari articoli e saggi sul tema, voci autorevoli di attiviste e studiose che lavorano per la laicità nei loro paesi di provenienza (quasi tutte sono riparate in Europa, perché in patria sarebbero in carcere o morte): Maryam Namazie, Merieme Helie Lucas, Inna Shevchenko, Gita Sahgal, che spiegano perché il relativismo della sinistra e di parte del movimento femminista (“è la loro cultura, la laicità occidentale è imperialismo, le islamiche si devono liberare da sole, la taglia 42 è il nostro burka”) sia un danno enorme per la liberazione dal patriarcato fondamentalista, di qualunque religione si tratti e ad ogni latitudine. Volevo riportarle per ricondividere le voci che mettono in luce il pericolo di parlare di ‘fobia’ nel caso della religione: in alcuni paesi del mondo la critica alla religione viene identificata con la blasfemia, e punita fino alla morte.
Poi, al mattino presto del 13 ottobre 2025, ho assistito ad alcune fasi del rilascio degli ultimi 20 ostaggi vivi israeliani, grazie alle dirette disponibili online. Nelle strade di Gaza c’erano solo uomini, giovani e non: le pochissime donne erano tutte velate, qualcuna anche con il niqab, presenze scure e uniformi nel mare di uomini che vivevano le fasi concitate dell’evento in quella terra martoriata.
Una terra nella quale, oltre alla carneficina operata dall’esercito israeliano, le donne hanno subìto da sempre, con l’insediamento di Hamas, la specifica violenza che le condanna al destino legato al loro sesso in ogni luogo dove c’è la guerra e dove c’è il fondamentalismo: lo stupro, che in guerra diventa arma usata tra uomini per punire il nemico attraverso la violenza più inumana che un uomo compia sull’altra da sé.
Come ci insegna il Tribunale delle donne dell’ex Iugoslavia oltre alla violenza sessuale le donne che ne sono vittime rischiano di essere abbandonate dalla loro famiglia d’origine a causa della violenza che hanno subìto.
Nel recente timido report di Terre des Hommes sulla condizione femminile in Palestina si afferma, dati alla mano, che a Gaza la situazione delle donne e delle bambine si è aggravata durante i due anni di guerra, senza dire però che anche prima era un inferno: spose bambine, limitazione delle cure mediche, divieto di accesso all’istruzione erano, e sono, pratiche coerenti e strutturali del fondamentalismo islamico, in Palestina con la feroce dittatura di Hamas, in Nigeria con quella di Boko Haram, in Iraq con i Talebani, in Iran con i fondamentalisti che incarcerano e uccidono le ragazze che si oppongono al velo, solo per citare le situazioni più note.
Molte critiche in Italia, da sinistra e in alcuni settori del femminismo, si sono levate contro la legge francese del 2004, approvata a larga maggioranza dopo un lungo dibattito pubblico non solo dalla destra ma anche dai socialisti, che vieta i segni religiosi ostensibili, come il velo islamico, la croce, la kippah e il turbante sikh nelle scuole pubbliche.
Nel 2006 a Genova, invitata dalla rivista Marea, Mimouna Hajam della associazione Ni putes ni soumise raccontò di come quella legge aiutasse le giovani donne delle famiglie musulmane nel loro processo di liberazione dalle catene del fondamentalismo anche domestico. In Italia la proposta, che la destra presenta malamente in chiave propagantistica ‘anti islam’, è criticata a sinistra perché soffia sul fuoco del razzismo, ed è ovviamente da rigettare per questo.
Però attenzione: è pericoloso aggirare l’ostacolo dicendo che una legge c’è, la 152 del 1975, relativa al divieto di portare il casco o copertura integrale in una logica di tutela della sicurezza. Qui non si tratta di sicurezza: lo spiega molto bene la reazione dell’imam Massimo Abdallah Cozzolino, guida dell’associazione culturale islamica Zayd Ibn Thabit. Il religioso ha dichiarato: “Non sono contrario a misure che tutelino la sicurezza pubblica, ma mi oppongo a qualsiasi iniziativa che rischi di colpire l’identità religiosa di una comunità. In quel caso, si andrebbe contro i principi costituzionali a cui tutti, spesso, si richiamano. La libertà religiosa garantisce a ciascuno il diritto di esprimere la propria fede, le proprie pratiche e simboli, purché nel rispetto delle leggi e dei valori comuni”.
E’ questo il punto. Per usare la lucida analisi di Raffaele Carcano che parlò di relazioni pericolose tra sinistra e islam “il problema è che gli esseri umani (e le organizzazioni in cui si uniscono) hanno molte identità, e assumere certe posizioni anziché altre finisce quindi per definire quale delle diverse identità è ritenuta prioritaria. Come ha sottolineato Kenan Malik, sostenere che i leader musulmani non devono essere sottoposti alle stesse crude domande di chiunque altro è difficilmente un buon argomento in favore delle pari opportunità. Ma una corrente consistente della sinistra non si riconosce più in tale scopo, se coinvolge una religione di minoranza. Non è più per l’emancipazione di tutte le donne ma per il sostegno all’hijiabizzazione di quelle musulmane, che fu il provvedimento centrale della politica khomeinista e che ovunque è l’obbiettivo numero uno di tutti gli islamisti, sciiti o sunniti che siano. Non più per la libertà di espressione, ma per il politicamente corretto. Non più per la laicità, ma per la deroga al principio di uguaglianza e per la concessione di privilegi comunitaristi. L’incondizionato sostegno alla causa palestinese la porta a sostenere gli estremisti di Hamas, e pazienza se i laici palestinesi sono costretti al silenzio o all’esilio. Se la priorità è la laicità, non fai sconti a nessun politico e a nessuna religione. La storia insegna che se non scegli questa strada stai sottovalutando gli effetti collaterali. Come la sinistra iraniana ha tragicamente sperimentato sulla propria pelle”.