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Tag: Siria

Amministrazione di Kobanê: il governo di transizione non ha adottato misure concrete

Rete Kurdistan Itakia, 7 febbraio 2026

L’amministrazione di Kobanê ha dichiarato che, nonostante le promesse fatte dai rappresentanti del governo di transizione di Damasco durante un incontro tenutosi ad Aleppo, ad oggi non sono stati adottati provvedimenti concreti.

L’amministrazione di Kobanê ha rilasciato una dichiarazione in merito ai colloqui e agli incontri tenuti con l’amministrazione del governatorato di Aleppo e alla situazione attuale sul campo.

La dichiarazione di sabato comprende quanto segue:

“Secondo l’accordo firmato il 29 gennaio tra le Forze democratiche siriane (SDF) e il governo di transizione di Damasco, il primo passo è stato compiuto nella regione di Şêxler, dove è stata raggiunta l’integrazione tra le forze di sicurezza.

Con l’obiettivo di risolvere i problemi della popolazione e garantire il ritorno degli sfollati alle loro case, si è tenuto un incontro nella zona rurale di Kobanê tra l’amministrazione di Kobanê e il vicegovernatore di Aleppo, con la partecipazione di leader delle comunità curda e araba. L’incontro si è concluso con esito positivo e il vicegovernatore di Aleppo, a nome del governatore, ha invitato l’amministrazione di Kobanê a visitare Aleppo.

Le forze militari non sono state ritirate, l’assedio non è stato tolto

In seguito all’invito trasmesso all’Amministrazione autonoma di Kobanê, una delegazione in rappresentanza dell’Amministrazione di Kobanê e dei leader della comunità si è recata ad Aleppo il 5 febbraio per incontrare il governatore. Lì si sono tenuti colloqui con il vice governatore e il comandante delle forze di sicurezza interna di Aleppo.

Durante l’incontro sono stati discussi molti importanti dossier riguardanti la regione, in particolare le misure concrete adottate nella regione di Şêxler e quelle da adottare nella regione di Çelebiyê per garantire il ritorno di tutti i residenti nei loro villaggi. Sono state affrontate anche questioni relative a servizi come acqua, elettricità e interruzioni di internet. Tuttavia, nonostante le promesse fatte dai rappresentanti del governo durante l’incontro, il governo di transizione non ha ancora adottato misure concrete; in particolare, il ritiro delle forze militari da Çelebiyê e la fine dell’assedio di Kobanê non sono stati realizzati.

L’insistenza sul nome Ayn al-Arab è contraria alla realtà

In questo contesto, noi, come amministrazione di Kobanê, sottolineiamo che le dichiarazioni successivamente pubblicate sui media non contribuiscono alla risoluzione dei problemi e non corrispondono in alcun modo al contenuto dell’accordo. Inoltre, definire Kobanê come “distretto” e insistere sull’uso del nome “Ayn al-Arab” è contrario alla realtà sul campo.

Appello al governo di Damasco affinché si assuma le proprie responsabilità

Ancora una volta, riaffermiamo il nostro impegno nei confronti delle disposizioni dell’accordo e la nostra determinazione ad attuarle sul campo, e dichiariamo di essere pronti ad assumerci le nostre responsabilità per garantire progressi in questo processo. Invitiamo il governo di Damasco ad assumersi le proprie responsabilità e a completare i passi necessari. In particolare, le forze militari devono essere ritirate dai villaggi all’interno dei confini amministrativi della regione di Kobanê, l’assedio alla città deve essere revocato e gli ostacoli che impediscono la fornitura di servizi di base alla popolazione devono essere rimossi.

Oltre l’assedio: garantire diritti, sicurezza e governance per i curdi in Siria

Rifondazione comunista, 2 febbraio 2026, di Yilmaz Orkan (Direttore Ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia*)

L’offensiva militare avviata contro i quartieri curdi di Aleppo il 6 gennaio 2026 è stata il violento culmine di un piano progettato dallo Stato turco e attuato da milizie jihadiste guidate da Ahmad al-Sharaa. Diretta strategicamente e resa possibile sul piano logistico da attori statali esterni, l’operazione non mirava soltanto al controllo territoriale, ma allo smantellamento sistematico delle Forze Democratiche Siriane (SDF) come entità istituzionale e alla liquidazione forzata di un decennio di autogoverno autonomo nella regione, come formalizzato dal cosiddetto decreto di “integrazione” del 18 gennaio.

Attraverso questo attacco, i responsabili hanno cercato di spegnere un progetto rivoluzionario in cui le donne sono liberate, i popoli convivono da pari e la democrazia respira nella vita quotidiana. Non hanno però tenuto conto di una realtà fondamentale: questa luce non è più soltanto la speranza del Rojava, è diventata una fonte di ispirazione per persone in tutto il mondo. Il costo umano di questa campagna, tuttavia, è stato devastante. Centinaia di migliaia di civili sono stati costretti allo sfollamento, centinaia sono stati uccisi e la città di Kobanê sopporta ora un assedio paralizzante, deliberatamente privata di cibo, acqua, medicine ed elettricità. Questi atti — la militarizzazione delle infrastrutture civili essenziali — costituiscono gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e configurano una punizione collettiva.

L’accordo firmato il 30 gennaio non è un punto di arrivo. Al contrario, segna l’inizio di una lunga e ardua lotta per una vera integrazione democratica. Rappresenta al tempo stesso un’opportunità e un terreno di resistenza per dimostrare che non accetteremo mai l’imposizione di un modello di vita “taglia unica” né la mentalità jihadista imposta alla nostra società. Per proteggere e far avanzare le conquiste della rivoluzione del Rojava, dobbiamo intensificare la nostra presenza nelle strade, rafforzare la nostra organizzazione e mantenere una posizione ferma e incrollabile.

La comunità internazionale, in particolare gli Stati della Coalizione Internazionale, ha una responsabilità diretta. Il silenzio di fronte a questo assedio equivale a complicità. La Coalizione ha ora un obbligo accresciuto di garantire l’attuazione dell’accordo. Allo stesso modo, la comunità internazionale, compresi l’Unione Europea (UE) e le Nazioni Unite (ONU), deve assumere il proprio ruolo e garantire la tutela costituzionale di tutti i diritti politici, sociali, democratici e linguistici dell’amministrazione del Rojava, dove diverse comunità religiose ed etniche hanno vissuto insieme in pace e dignità.

Rivolgiamo pertanto un appello urgente alla comunità internazionale affinché:

  1. Istituisca una Zona Protetta e un Meccanismo di Monitoraggio Internazionale: crei immediatamente una linea di protezione monitorata a livello internazionale mediante il dispiegamento urgente di una solida missione di osservatori con l’autorità di controllare il rispetto degli accordi, documentare le violazioni in tempo reale e proteggere i civili.
  2. Garantisca diritti costituzionali e autogoverno democratico: assicuri che qualsiasi soluzione politica sostenibile sia fondata sul riconoscimento costituzionale dell’identità, della lingua e del diritto del popolo curdo all’autoamministrazione democratica all’interno di un quadro siriano decentrato. Garanzie vincolanti sono essenziali per prevenire l’istituzionalizzazione di ulteriori repressioni.
  3. Applichi una pressione diplomatica ed economica concreta: vada oltre la retorica imponendo conseguenze significative, comprese sanzioni mirate contro gli architetti di questa offensiva, embarghi sulle armi ai responsabili e l’isolamento diplomatico degli Stati che hanno attivamente favorito l’assalto.
  4. Agisca con decisione e senza ritardi: le Nazioni Unite e gli Stati della Coalizione Internazionale devono intervenire con decisione e senza indugi per prevenire un’ulteriore escalation e danni irreversibili alla vita dei civili

*UIKI Onlus
Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia

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La fine del Kurdistan siriano

Mezzi dell’esercito siriano prima di entrare nella città di Al Hasakah (REUTERS/Khalil Ashawi)

Il Post, 2 febbraio 2026

Dopo oltre dieci anni di Rojava indipendente l’esercito siriano è entrato nella città di al Hasakah, a maggioranza curda: non c’è stata resistenza armata

Da oggi i territori curdi del nordest della Siria non saranno più un pezzo autonomo e separato del paese, ma torneranno a essere una regione come le altre, sotto l’autorità del governo centrale di Damasco. È il risultato dell’accordo della scorsa settimana fra il governo siriano e le Forze democratiche siriane (SDF nel più noto acronimo inglese), che prevede che le forze militari e le istituzioni amministrative curde, finora di fatto indipendenti, vengano integrate gradualmente in quelle statali.

Oggi militari siriani sono entrati in una delle principali città a maggioranza curda, al Hasakah, e fra oggi e domani entreranno anche a Qamishli, più a nord e più vicino al confine con la Turchia. Come da accordi, ad al Hasakah non c’è stata alcuna resistenza armata da parte delle forze curde. L’ingresso delle forze governative segna di fatto la fine del Kurdistan siriano, anche noto come Rojava.

Ad al Hasakah e Qamishli le autorità curde hanno dichiarato un coprifuoco diurno per le giornate di lunedì e martedì, che dovrebbe favorire l’ingresso delle forze di sicurezza mandate dal governo centrale. Dalla mattina lunghe colonne di mezzi militari erano in attesa di entrare nella città di al Hasakah: nel primo pomeriggio è arrivato nel centro cittadino un convoglio di otto mezzi corazzati, una decina di pickup, un’ambulanza e un veicolo operativo. Ad attenderli c’erano anche alcune centinaia di persone della minoranza araba, nonostante il coprifuoco.

Secondo i piani, nel giro di dieci giorni le forze governative prenderanno il controllo dei posti di frontiera, dell’aeroporto di Qamishli, dei pozzi petroliferi della zona e delle principali strutture militari dell’area.

La situazione è meno chiara e definita per la città di Kobane, nella provincia di Aleppo, più a ovest, al confine con la Turchia. Oggi la città, che fu un simbolo della guerra allo Stato Islamico, resta sotto il controllo curdo ma è di fatto assediata dalle forze siriane.

Il Rojava era una sorta di esperimento di autogoverno dei curdi nel nordest della Siria. Iniziò nel 2012, quando approfittando delle rivolte in tutto il paese contro il regime di Bashar al Assad milizie armate curde presero il controllo di diversi territori in cui erano la maggioranza. Poi le aree controllate si estesero durante la guerra allo Stato Islamico, che fra il 2013 e il 2019 controllò ampie zone di Siria e Iraq. Le SDF, sostenute dagli Stati Uniti e da una coalizione internazionale, furono decisive in quella guerra.

Il Rojava era una sorta di esperimento di autogoverno dei curdi nel nordest della Siria. Iniziò nel 2012, quando approfittando delle rivolte in tutto il paese contro il regime di Bashar al Assad milizie armate curde presero il controllo di diversi territori in cui erano la maggioranza. Poi le aree controllate si estesero durante la guerra allo Stato Islamico, che fra il 2013 e il 2019 controllò ampie zone di Siria e Iraq. Le SDF, sostenute dagli Stati Uniti e da una coalizione internazionale, furono decisive in quella guerra.

Il governo curdo era ispirato dal confederalismo democratico, teorizzato dal fondatore del partito del lavoratori del Kurdistan (PKK) Abdullah Öcalan: si basava su democrazia dal basso, coabitazione con gli altri siriani (soprattutto gli arabi), eguaglianza di genere, ecologismo. Il modello aveva suscitato una grande solidarietà internazionale, soprattutto negli anni della guerra allo Stato Islamico, ed era in parte stato romanticizzato, anche se la sua effettiva applicazione in alcune zone della Siria era stata parziale o incompleta.

Le SDF sono invece state attivamente combattute dalla Turchia, che si è sempre opposta alla nascita di uno stato curdo, considerandolo una minaccia per la propria integrità territoriale, soprattutto nelle regioni dove la minoranza curda è numerosa.

Le cose sono cambiate con il crollo del regime di Bashar al Assad e con il nuovo governo del presidente siriano Ahmed al Sharaa. Le SDF hanno perso il sostegno statunitense e il governo centrale si è proposto come garante di una convivenza pacifica con le varie minoranze nel paese. Nonostante la dichiarata volontà di evitare gli scontri, in questi mesi ce ne sono stati molti sia contro gli abitanti alawiti delle zone costiere che contro i drusi di Suwayda: nel complesso sono state uccise 3.000 persone.

Con i curdi il governo aveva firmato un primo accordo a marzo del 2025, che però non era stato definitivo. Un altro accordo è stato firmato la scorsa settimana, dopo un periodo di scontri e violenze tra soldati governativi e forze curde. Scrive Daniele Raineri dalla Siria sulla newsletter del Post Outpost: «La situazione poteva finire in due modi. Poteva degenerare in una grande guerra civile per il controllo delle città curde oppure poteva calmarsi grazie a un compromesso».

L’intesa prevede una sorta di resa delle forze curde: indebolite dai combattimenti recenti e senza aiuti esterni, di fatto scioglieranno le proprie milizie, che verranno assorbite all’interno dell’esercito siriano (sono previste una divisione e una brigata curda nelle forze armate regolari). In cambio saranno riconosciuti alcuni diritti civili per la minoranza curda, anche nel campo dell’istruzione, il curdo sarà riconosciuto come lingua nazionale, ma non ufficiale, e i curdi otterranno un passaporto siriano, cosa che non avveniva sotto il regime di Assad.

I rimpatri verso Siria e Afghanistan

Riforma.it, 2 febbraio 2026

Una nuova rubrica mensile della Federazione delle chiese evangeliche in Italia su diritto d’asilo e dell’accoglienza. Il primo approfondimento è a cura di Giulia Gori

Questa rubrica mensile nasce per dare uno sguardo a quanto succede in Europa e provare, attraverso gli operatori e le operatrici della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, a tradurre in modo semplice passaggi burocratici, normativi e politici, riguardo alle tematiche del diritto d’asilo e dell’accoglienza. Il primo approfondimento è a cura di Giulia Gori.

Il 22 gennaio scorso a Cipro i ministri degli Interni dell’UE si sono incontrati per una riunione informale del Consiglio per la Giustizia e gli Affari Interni (GAI). Tra i punti all’ordine del giorno, si è discusso di come effettuare rimpatri verso Siria e Afghanistan di persone provenienti da questi Paesi e già sul suolo comunitario. Cerchiamo quindi di capire il contesto di tale dibattito e quanto sta accadendo, oggi, in Europa.

Siria e Afghanistan sono considerati paesi sicuri? È attualmente già possibile rimpatriare le persone verso Siria e Afghanistan?

No, né l’Afghanistan né la Siria compaiono nella lista europea dei “Paesi di origine sicuri”. Non si può quindi assumere che una persona rimpatriata in questi due paesi non rischi di subite atti di persecuzione, tortura o violenza indiscriminata, gravi violazioni dei diritti umani.

La lista europea dei “Paesi di origine sicuri” è uno strumento introdotto il 18 dicembre dello scorso anno nell’ambito dell’applicazione di quanto previsto dal Patto su migrazione e asilo. La lista europea è un elenco unico a livello dell’Unione europea di paesi di origine considerati “sicuri”, inclusi Stati come Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. Le persone provenienti da questi paesi saranno considerate a priori non bisognose di protezione e indirizzate verso una procedura di valutazione accelerata della domanda, senza procedere a esami nel merito (e potranno essere deportate verso “Paesi terzi sicuri”, dove le loro domande di asilo potrebbero essere esaminate).

Ci sono già stati rimpatri di cittadini afghani o siriani?

Purtroppo, sì. La Germania sta procedendo da sola per il ritorno degli afghani. Il ministro dell’Interno tedesco ha affermato che Berlino è vicina a concludere un accordo con le autorità talebane di Kabul per riavviare i voli regolari di deportazione.

Anche il Belgio spinge per un coordinamento a livello UE sull’espulsione di cittadini afghani irregolari e considerati una minaccia per l’ordine pubblico, ottenendo il sostegno di altri 19 paesi, Italia inclusa, che hanno sottoscritto una lettera congiunta indirizzata al responsabile dell’UE per la migrazione, Magnus Brunner.

Anche per i siriani, la situazione non è più semplice. A seguito della caduta del regime di Assad, diversi Stati membri hanno sospeso la valutazione delle richieste di asilo da parte di siriani e hanno annunciato piani per il rimpatrio forzato dei siriani attualmente sotto protezione.

L’Austria è stato il primo paese a spingere con forza per un programma di rimpatrio ed espulsione, sospendendo i ricongiungimenti familiari per i rifugiati siriani arrivati da meno di cinque anni.

Paesi Bassi, Danimarca, Germania e Grecia fanno parte del gruppo di stati che spingono per una stretta sulle procedure di asilo e rimpatri.

L’Italia ha sospeso la valutazione delle nuove richieste di asilo da parte dei siriani, così come, ormai da un anno, gli arrivi dei siriani attraverso il programma dei corridoi umanitari.

Qual è l’impatto sui corridoi umanitari della FCEI?

Dall’inizio del 2025 non ci sono stati arrivi di cittadini siriani attraverso i nostri corridoi umanitari benché in Libano continuino ad esserci centinaia di famiglia siriane che non possono e non vogliono tornare in Siria, perché rischierebbero di subire violenze e gravi violazioni dei loro diritti. Queste persone continuano ad essere nelle nostre liste – dove cioè sono inserite le persone che potranno partecipare al progetto – e al centro dei nostri pensieri e del nostro lavoro quotidiano, ma non possiamo, ad oggi, dare loro risposte concrete. Manteniamo in ogni caso alta l’attenzione verso le persone siriane e continuiamo a occuparcene con il massimo impegno.

Conclusioni

Questi sviluppi sui rimpatri sollevano urgenti interrogativi circa la conformità della condotta degli Stati membri agli obblighi internazionali in materia di rifugiati e diritti umani, in particolare al principio di non respingimento. Come ha ricordato Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, “In virtù del principio di non respingimento, nessuna persona può essere rimandata in una situazione in cui corre un reale rischio di subire danni. Su questa base, il rapido cambiamento delle condizioni nel territorio siriano esige decisioni caute basate su prove”.

Rojava sotto assedio. Biji biji resistenza curda!


Carla Gagliardini, Patria Indipendente, 28 gennaio 29026

Le promesse del presidente Al-Sharaa per una Siria democratica e inclusiva sono già state smentite dai fatti: dopo alawiti, drusi e cristiani, ora a pagare sono i curdi. Kobane, città simbolo della lotta di liberazione dall’Isis, è circondata. All’offensiva militare si affianca lo scontro ideologico contro la proposta politica di Öcalan per il Medio Oriente, una visione che mette al centro le donne e un modello di società ecologica, in netto contrasto con gli interessi degli apparati di potere degli Stati e dei loro leader. Intanto cresce la solidarietà internazionale. Pubblichiamo un appello‑mozione dell’Unione delle donne italiane e kurde ai Parlamenti Ue e italiano, sottoscritto anche dal Coordinamento donne ANPI e aperto alle adesioni.

Henry Kissinger diceva che “gli Stati Uniti non hanno amici
o nemici permanenti ma solo interessi permanenti”.
I curdi invece dicono che “non hanno amici se non le montagne”

In queste due citazioni si racchiude molta della verità e della realtà che osserviamo da tempo in Rojava, dove governa l’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (Daanes), in modo più marcato da quando Ahmed al-Shara, nome di battaglia al-Jolani, ha conquistato manu militari il potere in Siria nel dicembre del 2024, mettendo in fuga Bashar al-Assad. Su Ahmed al-Shara, fino a poco tempo fa, pendeva una taglia made in the Usa perché guidava l’organizzazione terroristica Hts (Hayat Tahrir al-Sham).

Oggi il nemico degli Stati Uniti è diventato un amico perché ha promesso lauti investimenti in Siria, unico linguaggio che mette d’accordo gli interessi dell’Occidente, in modo particolare quelli statunitensi, e delle petromonarchie del Golfo. In sottofondo, ma non troppo, suona il ritornello degli Accordi di Abramo che mirano a pacificare le relazioni tra Israele e i Paesi arabi. E poi c’è la necessità di infliggere una sconfitta ancora più dolente e permanente all’Iran in chiave anti-russa e soprattutto anti-cinese. Il controllo della Siria è fondamentale. Così sul suolo siriano e sulla pelle degli abitanti di quella zona si sta giocando una partita importantissima. Al-Sharaa è la nuova pedina da muovere sullo scacchiere mediorientale. C’è da pensare che lui lo sappia bene e quindi occorrerà capire quale sia la sua strategia per comprendere la traiettoria che prenderà la Siria trascinando con sé, nel bene o nel male, le sue tante realtà culturali, etniche e religiose.

Per il momento le promesse del neo-presidente Aḥmad Ḥusayn al-Shara per una Siria democratica e inclusiva sono state platealmente disattese e a farne le spese sono state la comunità alawita, quella druza e persino quella cristiana. Oggi è il turno dei curdi. E allora quel detto curdo citato, se visto unicamente volgendo lo sguardo agli Stati, intesi nella loro dimensione di apparati e non di popoli, si inserisce perfettamente nello scenario attuale perché sembra vero che i curdi abbiano come soli amici le montagne. La loro storia fatta di tradimenti, persecuzioni e genocidi subiti lo insegna. Quando poco più di dieci anni fa lo Stato Islamico, più conosciuto come Isis, rappresentava una drammatica minaccia per il mondo, il sangue dei curdi e delle curde è servito. Sono loro che sono caduti e cadute sul campo di battaglia contro un nemico che scaricava la sua ferocia su coloro che considerava infedeli. Quella ferocia ha colpito in modo particolare le donne e il popolo ezida lo sa bene con le sue donne, ragazze e bambine rapite per essere vendute come schiave.

Il 26 gennaio scorso è stato l’undicesimo anniversario della fine dell’assedio di Kobane da parte dello Stato Islamico. Sono i curdi e le curde delle Ypg e delle Ypj che hanno difeso la città con una resistenza impressionante che ha fatto il giro del mondo. Oggi Kobane, città simbolo della lotta di liberazione dall’Isis, è nuovamente circondata. Questa volta è l’esercito siriano che risponde al presidente al-Sharaa, un “ex” jihadista, a volere la sua resa. Kobane ha un valore estremamente importante per entrambe le parti. Per Damasco la sua caduta significa infliggere una sconfitta che trascende l’aspetto militare e strategico perché colpirebbe nel profondo i sentimenti e il morale dei curdi e delle curde. Per la Daanes un’altra storica vittoria sarebbe invece un’ulteriore lezione impartita al mondo sulla forza della resistenza di un popolo che, in evidente posizione di svantaggio e sostanzialmente in solitudine, lotta per la libertà. In realtà, se la Daanes dovesse cadere le curde e i curdi ci avrebbero comunque insegnato qualcosa di importante: il senso profondo della loro rivoluzione che liberandosi dalle catene del nazionalismo e del patriarcato ha disegnato una società libera e democratica.

Dal 6 gennaio l’esercito siriano ha lanciato un’offensiva in Rojava. Da quando a Damasco governa al-Sharaa è stato immediatamente chiaro che l’esperienza della Daanes fosse a rischio. Il presidente siriano infatti vuole uno Stato centrale forte e nessun riconoscimento di autonomia alle varie realtà culturali, etniche e religiose del Paese. Su questo punto è sempre stato irremovibile.

Gli accordi del marzo 2025 siglati con le Sdf (Forze Democratiche Siriane all’interno delle quali si trovano le Ypg e le Ypj) che difendono la Daanes, non sono stati implementati entro la scadenza del 31 dicembre. Questi prevedevano l’inserimento delle Sdf all’interno dell’esercito siriano. La discussione era aperta sul “come” integrarle, perché Damasco vuole l’adesione individuale dei combattenti mentre le Sdf insistono per un inserimento come corpo unico, includendo anche le donne.

La fase di stallo in cui erano precipitati gli accordi è stato il pretesto per Damasco per attaccare la Daanes e conquistare circa il 90% del territorio che prima era sotto il suo controllo. I curdi e le curde sono stati abbandonati dagli alleati statunitensi che sono rimasti a guardare e hanno saputo solo suggerire il loro suicidio, sollecitandoli a accettare le condizioni di Damasco che prevedono la fine della loro autonomia, cioè la fine di tutto ciò per cui hanno lottato e che hanno saputo costruire in oltre dieci anni di amministrazione autonoma. Le aree perse dalla Daanes sono importanti per le loro risorse ma anche per i corridoi strategici. Le Sdf denunciano la complicità della Turchia che ha interesse a smantellare la Daanes e le Sdf, considerate espressione del Pkk e quindi nemici da abbattere.Il processo di pace in corso in Turchia, proprio tra lo stato turco e il fondatore del Pkk, Abdullah Öcalan, non ha né arrestato né frenato le mire distruttive del presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, nei confronti del modello politico applicato in Rojava e teorizzato dal leader curdo, ossia il confederalismo democratico. Questo paradigma non è in linea con la struttura delle società capitaliste e dello stato-nazione, disegnando all’opposto una società basata sulle comuni rette da un’organizzazione di tipo socialista.

In Rojava, oltre a una guerra di conquista, è in atto anche uno scontro ideologico sul tipo di società da realizzare. La proposta politica di Öcalan per il Medio Oriente è dirompente se si pensa al ruolo centrale della donna ma anche all’idea della società ecologica, che stride con gli appetiti degli Stati e dei loro governanti, i quali spesso hanno interessi personali che finiscono per dettare l’agenda dello Stato. Al-Sharaa in questo momento è la pedina che viene mossa dalla Turchia, che aspira a ripristinare una sorta di Impero Ottomano, e dagli Stati Uniti, che hanno un debito pubblico pericolosamente alto e una forte crisi strutturale interna su più piani, sociale, economico e finanziario, la quale richiede politiche imperialiste per l’accaparramento di ingenti risorse. Nella nuova Siria molti interessi stranieri reclamano una fetta del Paese mentre la popolazione locale, soprattutto le minoranze, viene estromessa dal progetto politico di ricostruzione della società siriana dopo lunghi anni di guerra. Non basta il riconoscimento della cittadinanza e dei diritti culturali dei curdi fatto in fretta e furia con decreto presidenziale negli ultimi giorni, tra un cessate il fuoco e l’altro, per liquidare la questione curda. La scelta di al-Sharaa sembra dettata dalla necessità di sottrarre ai curdi parte della materia del contendere e quindi svuotare la loro azione politica, legittimando così, agli occhi del mondo, la guerra scatenata contro di loro se dovessero scegliere di non piegarsi al volere di Damasco.

È difficile prevedere cosa accadrà quando il nuovo cessate il fuoco scadrà perché l’incognita di peso è rappresentata dagli Stati Uniti, i quali hanno dichiarato attraverso l’Ambasciatore in Turchia nonché inviato speciale per la Siria Tom Barrack, che le Sdf appartengono al passato e che al-Sharaa è il presente. Tuttavia non è facile credere che possano fidarsi ciecamente di colui che fino a poco più di un anno fa veniva presentato come un pericoloso terrorista e nemico di Washington. Il trasferimento nelle prigioni irachene di circa settemila jihadisti rinchiusi nelle carceri che, fino a pochi giorni fa, erano sotto il controllo delle Sdf potrebbe essere un segnale di sfiducia.

Dal canto suo Al-Sharaa indossa con disinvoltura tante maschere per ricoprire il suo passato di jihadista e il progetto che ha in mente di assimilazione delle minoranze. Ricorre a un linguaggio rassicurante, poco conta se smentito dai fatti, e questo basta per soddisfare i nuovi alleati della Siria post-Assad. Se la Daanes venisse espropriata dell’autonomia nei territori curdi che continua a controllare, come vorrebbero Erdogan e al-Sharaa, la Siria difficilmente conoscerà una stagione di pace. È facile pensare che i curdi non rinunceranno alla libertà che hanno conquistato e potranno essere di ispirazione per le altre minoranze, le quali hanno già assaggiato la violenza di questo governo e reclamano a loro volta forme di autonomia. Le donne curde saranno in prima linea perché non è pensabile per loro assistere alla cancellazione di quei diritti che hanno ottenuto combattendo tanto con le armi quanto attraverso un processo culturale e politico che ha cambiato in senso rivoluzionario il loro modo di concepirsi all’interno della società.

I curdi ci insegnano che la Resistenza è vita (Berxwedan jiyan e!), che la donna è al centro del progetto politico di una società libera, democratica e di pace (Jin jiyan azadi!) e che l’esperienza democratica del Rojava deve essere salvata. Per tutte queste ragioni la resistenza in Rojava va sostenuta. Biji biji Rojava!

Carla Gagliardini è vicepresidente ANPI provinciale di Alessandria e componente del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan odv

 

Appello-mozione di UDIK, Unione delle donne italiane e kurde, al Parlamento Ue e al Parlamento italiano

Salzano-Ve, 27/01/2026

Spettabili Deputati e Senatori del Parlamento Italiano

Appello/Mozione concernente la situazione nel Nord-Est della Siria e la difesa dell’Amministrazione Autonoma di Rojava

Noi, donne italiane e curde, unite da un legame di sorellanza, da una storia comune di resistenza e dalla lotta contro il fascismo, esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per quanto sta accadendo nel Nord-Est della Siria.

Chiediamo al Parlamento italiano e al Parlamento europeo di intervenire con urgenza per fermare gli attacchi di annientamento contro il popolo curdo e contro il suo modello di democrazia, autogoverno e convivenza pacifica.

Sollecitiamo l’Italia e l’Unione Europea a impegnarsi attivamente nella ricerca di una soluzione politica e di pace, nel pieno rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale e del principio di autodeterminazione dei popoli. Il rispetto dei diritti umani non può essere selettivo né subordinato a interessi geopolitici.

Premesso che:

– nel Nord-Est della Siria opera l’Amministrazione Autonoma di Rojava, un’esperienza politica fondata sui principi di democrazia partecipativa, autogoverno, confederalismo democratico, convivenza pacifica tra le diverse etnie e religioni e sulla piena parità di genere;
– tale modello rappresenta un esempio concreto di stabilità, inclusione sociale e rispetto dei diritti umani in un’area segnata da conflitti, autoritarismi e fondamentalismi religiosi;
– le Forze Democratiche Siriane, composte da donne e uomini, hanno svolto un ruolo decisivo nella sconfitta militare dell’organizzazione terroristica ISIS, contribuendo in modo determinante alla sicurezza regionale e internazionale, inclusa quella dell’Europa, duramente colpita da attentati terroristici negli anni passati;
– il contributo delle donne curde nella lotta contro il terrorismo e nella costruzione di un modello sociale basato sull’uguaglianza di genere è stato riconosciuto a livello internazionale come elemento centrale di tale esperienza.

A tal fine avanziamo la proposta di approvazione della seguente mozione:

Considerato che:
– l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria è attualmente oggetto di attacchi armati da parte di gruppi jihadisti legati al regime di Jolani e da milizie riconducibili ai residui dell’ISIS, con il sostegno diretto o indiretto della Turchia;
– il regime siriano non ha rispettato gli accordi sottoscritti nel mese di aprile con le Forze Democratiche Siriane, accordi che prevedevano misure volte alla de-escalation del conflitto;
– nonostante il ritiro da alcune aree da parte delle Forze Democratiche Siriane (HSD), finalizzato a evitare nuove ostilità, le milizie jihadiste hanno proseguito l’offensiva, chiedendo la deposizione delle armi e la sottomissione a un sistema politico autoritario e teocratico;
– il regime siriano si dimostra incapace di garantire una soluzione politica inclusiva e agisce sotto l’influenza di interessi geopolitici ed economici di potenze esterne.

Ritenuto che:

– la distruzione dell’Amministrazione Autonoma di Rojava rappresenterebbe un grave arretramento per la tutela dei diritti umani, per la parità di genere e per la convivenza pacifica tra i popoli della regione;
– l’abbandono di tale esperienza democratica costituirebbe un tradimento dei valori di libertà, giustizia e autodeterminazione che l’Unione Europea e la Repubblica Italiana affermano di difendere;
– il silenzio e l’inazione della comunità internazionale rischiano di favorire il ritorno del terrorismo jihadista e di compromettere ulteriormente la stabilità regionale.

Chiediamo l’impegno del Governo:

1) a condannare ufficialmente gli attacchi contro l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria e contro le Forze Democratiche Siriane;
2) a promuovere, in sede europea e internazionale, il riconoscimento politico e istituzionale dell’Amministrazione Autonoma di Rojava come interlocutore legittimo per una soluzione democratica del conflitto siriano;
3) ad attivarsi, attraverso iniziative diplomatiche urgenti, per la cessazione delle ostilità e il rispetto degli accordi precedentemente sottoscritti;
4) a sostenere la tutela dei diritti delle donne, delle minoranze etniche e religiose nel Nord Est della Siria, riconoscendo il valore del modello di autogoverno basato sull’uguaglianza di genere;
5) a vigilare affinché le politiche europee e internazionali non favoriscano, direttamente o indirettamente, forze jihadiste o regimi autoritari contrari ai principi democratici e ai diritti umani.

Firmatarie:

– UDIK Unione Donne Italiane e Kurde
– Coordinamento Nazionale Donne ANPI
– Politiche di Genere CGIL Nazionale
– UDI Unione Donne in Italia
– Casa Internazionale delle Donne
– La Biblioteca delle donne e centro di consulenza legale udipalermo
– Avv. Angela Bitonti- avvocato per i diritti umani

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Difendere la vita e comprendere la realtà della guerra


Istituto Andrea Wolf, Accademia di Jineolojî, 26 gennaio 2026

Viviamo in un’epoca di lotta, in cui le stelle resistono alle tenebre che vogliono inghiottire la loro luce. Viviamo una lotta in cui la vita viene soffocata, ma al contempo reclama vibrante la propria libertà. Viviamo nel mezzo della Terza Guerra Mondiale, in cui imperialismo, nazionalismo e fondamentalismo religioso minacciano e attaccano la vita ovunque. Il periodo storico attuale è caratterizzato da una guerra contro le donne, che cerca di tenere in ostaggio le nostre vite e si alimenta delle relazioni di potere globali.

Un nodo di questa guerra si trova in Medio Oriente, con epicentro nelle montagne e nelle pianure del Kurdistan. Fin dall’inizio di quest’anno, con gli attacchi aggressivi in corso contro la Rivoluzione di Rojava e le regioni autogestite del Nord/Est della Siria, questa guerra contro la vita e la libertà ha assunto una nuova forma ed espressione.

Chi alimenta la guerra?

La guerra che stiamo vivendo non è una guerra nuova. È una guerra che viene combattuta sin dall’apparizione del patriarcato. Innanzitutto, si tratta di una guerra della mentalità tra le forze democratiche, la società centrata sulle donne, che difende la linea della libertà, e lo stato patriarcale, volto alla distruzione. DAESH può essere compreso come una concentrazione della mentalità violenta dello stato. L’obiettivo di creare una sola bandiera, un solo colore, un solo modo di essere, è un richiamo alla distruzione violenta della vita. È la stessa mentalità delle forze egemoni degli stati nazionali, che subordinano tutte le identità ad un’unica forma. La guerra che sta avvenendo ora in Rojava, non è solo una coalizione di jihadisti, ma di forze egemoni globali: non è una guerra civile, ma un’estensione brutale della Terza Guerra Mondiale.

Il 20 gennaio 2026, Tom Barrack, inviato speciale degli USA per la Siria, ha dichiarato apertamente che lo scopo dell’alleanza con le Forze Democratiche Siriane (SDF) è scaduto. Mentre le forze HTS si uniscono alle milizie turche e liberano attivamente prigionieri dell’ISIS, Tom Barrack espone in modo aperto e contraddittorio i motivi opportunistici degli USA: «La Siria ora ha un governo centrale riconosciuto che si è unito alla Coalizione Globale per sconfiggere l’ISIS, segnalando un riavvicinamento verso occidente e una cooperazione con gli USA nella lotta al terrorismo. Questo cambia la ragione dell’alleanza USA-SDF: lo scopo originario delle SDF come principale forza anti-ISIS sul campo è in gran parte scaduto, poiché Damasco è ora disposta e in grado di assumersi le responsabilità di sicurezza, incluso il controllo dei centri di detenzione e dei campi dell’ISIS».

Il giorno successivo, è stato diffuso un video su internet: un uomo sventola una bandiera dell’ISIS in cima all’ingresso della città di Raqqa. L’ex capitale del califfato è di nuovo avvolta da violenza, distruzione e morte. Mentre il presidente francese Macron, che fa parte anche lui della coalizione antiterrorismo, e il segretario generale della NATO Mark Rutte hanno dichiarato di allinearsi agli USA riguardo alla Siria, le forze del Governo Siriano di Transizione sono riuscite ad aprire le prigioni nell’area dell’Autogoverno, che contenevano prigionieri dell’ISIS sin dalla liberazione del territorio nel 2017.

Il Governo Siriano di Transizione fa parte del progetto di riorganizzazione del Medio Oriente, guidato dagli USA e dalle forze occidentali, mentre Gran Bretagna, Turchia e UE continuano la linea di massacri che il popolo del Nord-Est della Siria sta vivendo. Pochi giorni dopo l’inizio dei massacri ad Aleppo, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, si è inchinata e ha promesso la cifra esorbitante di 620 milioni di dollari al Governo Siriano di Transizione. Non è una coincidenza. Genocidio e guerra non sono eccezioni nel modo in cui gli stati nazionali agiscono, ma sono invece una tradizione intrinseca e integrata. Dobbiamo continuare a comprendere la situazione attuale a livello geopolitico, ma è richiesta anche chiarezza ideologica e comprensione su ciò che viene attaccato ora, poiché la nostra difesa si basa proprio su questo.

Chi alimenta il mondo?

Dalla rivoluzione in Rojava e nel Nord-Est della Siria, è in corso un processo di ricostruzione della fiducia nell’umanità. Il popolo ha riconquistato la propria dignità, pesantemente attaccata dal regime Ba’ath e da altre forze terroristiche, come l’ISIS. È un processo di costruzione di ponti tra i popoli, che si sono dati un modello di autogoverno – diverso da quello degli stati – e stanno diventando una società unita. Seguendo il paradigma della modernità democratica, la proposta di una nazione democratica è diventata realtà materiale. Questa realtà formula un modo di governare basato sull’unità nelle differenze, sulla solidarietà e sulla difesa della società comunale dagli attacchi della modernità capitalistica, dello Stato e della sua mentalità.

È stato implementato un nuovo modo di organizzare la vita e si è sviluppata una mentalità libera. Sono state create cooperative agricole, sviluppati metodi comunitari ed ecologici per gestire energia, acqua e risorse, sono state create nuove istituzioni democratiche per la giustizia riparativa e sono stati avviati molti centri di ricerca e studio per la storia e le lingue. In particolare, attraverso iniziative femminili, sono stati sviluppati metodi educativi focalizzati sulla liberazione e nuove scienze come la Jineolojî sono diventate fondamentali per la comprensione di sé stesse. Con profondo significato ideologico, questa guerra sta attaccando un approccio rivoluzionario alla vita, una cultura e un’intera mentalità.

Dal 6 gennaio, quando gruppi mercenari del Governo Siriano di Transizione e dello stato turco hanno attaccato i quartieri autogestiti di Aleppo, Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, le istituzioni democratiche e in particolare quelle delle donne sono state fortemente attaccate. La biblioteca delle donne di Aleppo, dedicata a Ş. Nagihan Akarsel, è stata protetta per giorni dai nostri amici di Jineolojî, fino a quando sono stati costretti a fuggire e la biblioteca è stata data alle fiamme dal nemico. La comunalità delle donne di Aleppo, che aveva preso una posizione di principio e assunto un ruolo di avanguardia nella resistenza, è stata pesantemente attaccata. Nelle città prevalentemente arabe di Raqqa e Tabqa, le donne, negli ultimi dieci anni dalla liberazione dall’ISIS, si sono organizzate, lottando per la propria liberazione in comuni e consigli, e hanno formato l’assemblea femminile “Zenobia”.

Come Istituto Andrea Wolf, abbiamo incontrato le donne di Zenobia negli ultimi mesi, per dare significato alla loro memoria e imparare dalla loro esperienza collettiva. La nostra conversazione, sotto forma di intervista, è ora disponibile per essere letta. Ci hanno raccontato come organizzarsi come donne significhi lottare contro tutte le norme e tradizioni rimaste profondamente radicate nella società dopo l’occupazione dell’ISIS. Migliaia di rivoluzioni sono avvenute ogni giorno, mentre le donne hanno scoperto la propria forza, il proprio pensiero e la propria volontà. Questo ha portato a migliaia di rivoluzioni ogni giorno nella società, mentre affrontavano il significato di vivere.

Da quando Raqqa è stata attaccata e presa dal Governo Siriano di Transizione negli ultimi giorni, le donne attive nelle istituzioni della liberazione femminile, come Zenobia, nonché donne in posizioni di co-presidenza o che lavorano nei consigli e associazioni, nelle scuole o nei lavori culturali, sono sotto grave minaccia. Mentre scriviamo questo, non siamo sicure che tutte siano al sicuro. Come ad Aleppo, i centri della liberazione femminile sono stati dati alle fiamme, mentre queste bande scatenano un’ondata di sangue e distruzione. Non è la prima volta che i centri di Zenobia vengono attaccati: lo scorso anno, durante la campagna globale delle donne con lo slogan “Con l’unità delle donne costruiamo una Siria libera, democratica e decentralizzata”, il centro di Zenobia ad Abu Hammam vicino a Deir ez Zor è stato dato alle fiamme da una banda fascista. Mentre l’esclusione delle donne dai processi decisionali è una delle manifestazioni più profonde della crisi in questa regione, il maggiore sforzo per cambiarlo proviene da tutte le strutture femminili, che aprono le porte delle case delle donne e mostrano loro che c’è un posto per loro.

Il lavoro della comunalità femminile inizia dove si creano connessioni e relazioni tra donne e le donne scoprono se stesse, i propri sogni, la propria volontà e la propria forza. Il pensiero femminile è stato soppresso e svalutato per secoli, il che influisce sulla possibilità di sviluppare una mentalità che rifiuti la gerarchia padrone-schiavo del patriarcato, dello Stato e del capitalismo. Senza pensiero libero, creare una vita libera rimane impossibile, poiché il modo in cui pensiamo cambia e crea il mondo in cui viviamo.

Una società in cui le donne sono consapevoli di sé, fidano nel proprio genere e trovano una base organizzata nell’unità in forma democratica e comunale, è una società sana. E una società sana, come un organismo sano in natura, significa avere una forte autodifesa comunale e la capacità di creare e godere “l’arte della libertà”: la politica democratica.

Come le amiche di Zenobia hanno scritto lo scorso anno dopo l’attacco: «Possono distruggere i nostri spazi, ma non la nostra volontà. Tali attacchi non spezzeranno mai la determinazione delle donne che lottano per la libertà e una società democratica».

Questa volta, l’attacco non è un caso isolato, ma parte di una guerra violenta, condotta dalle forze di una mentalità che si oppone alla linea della comunità e delle donne, che si oppone alla linea della vita. Questa guerra, questi attacchi, questa violenza – non riguardano petrolio o terra – riguardano la sottomissione delle donne contro la loro liberazione. È questo che intendiamo quando diciamo che è una guerra ideologica, una guerra su ciò che significa vivere, una guerra condotta da un nemico che ha migliaia di anni e contro cui stiamo resistendo e combattendo da migliaia di anni.

Questo nemico ora si sta nuovamente diffondendo e imponendo veli neri tra le donne di Raqqa, per imporre la propria verità e distruggere la possibilità di una vita libera. Non si tratta solo di una minaccia che mette in pericolo la vita della società, ma di una tortura e di un tentativo di uccidere la società. Come può una società, che vive sotto la bandiera di una verità imposta e che non è libera di sviluppare la propria etica e cultura – una società in cui le donne sono oscurate e imprigionate – essere accettata? E anche se provassimo a pensare nei termini usati dalle potenze egemoni, parlando di un piano di riorganizzazione del Medio Oriente, come può essere costruita la pace, o discusso un accordo, se è basato sulla degradazione del valore della vita e costruito su una memoria assassinata? Questo non può essere accettato.

Quando la città di Raqqa fu liberata dall’ISIS nel 2017, le donne gettarono via e bruciarono i veli neri imposti loro, abbracciarono e baciarono le combattenti YPJ e insieme piansero le loro figlie e fratelli, uccisi durante la lunga occupazione. «Dedichiamo la liberazione di Raqqa a tutte le donne del mondo.» scrissero le YPJ nel loro annuncio. E dopo una lunga notte buia, il sole sorse luminoso. A Tabqa, una città nella stessa area dell’Eufrate, le donne costruirono una statua all’ingresso della città e vi danzarono intorno, celebrando il nuovo simbolo di libertà e la liberazione dall’ISIS. Il volto della statua è simbolicamente quello di Ş. Rojbin Arab, una giovane donna araba nata in Libano che si unì alla lotta di liberazione del Movimento di Liberazione Curdo e vi diede la vita. I vestiti che indossa sono quelli delle YPJ, simbolo della liberazione femminile, della difesa e dell’unità delle donne nella lotta contro la mentalità del patriarcato, degli stati nazionali e di tutti i poteri oppressivi.

Il 18 gennaio di quest’anno, quella statua è stata abbattuta da una dozzina di uomini che alzavano le dita nel segno dell’organizzazione fascista turca “Lupi Grigi”, orgogliosi della violenza di cui sono capaci, anche a livello simbolico. Per dominare nuovamente le donne, devono estirpare le prove e la memoria collettiva delle donne arabe che lottano fianco a fianco con le donne curde. Ancora una volta, tocchiamo la memoria della società e parliamo di cultura. La cultura è, in effetti, il mondo del significato, l’espressione della mentalità della società nell’arte e nella scienza e la sua capacità di produrre nuovi atti sociali e creativi. È attraverso la cultura che la società vive, recupera i valori delle proprie tradizioni, ne crea di nuovi e li fa radicare, passandoli di mano in mano tra le generazioni. Questo nemico, con una lunga esistenza storica come mentalità dominante patriarcale della casta assassina, può bruciare le comunità femminili, distruggere le nostre statue, torturarci e persino tagliare le trecce delle nostre combattenti e presentarle come trofei di guerra, ma queste atrocità non saranno sufficienti a distruggere la linea storica delle donne e della comunità, che esiste fin dall’inizio dell’umanità, né a fermare la volontà rivoluzionaria di libertà.

La linea dello Stato e la linea della comunalità

In una società che autogoverna la propria vita, il significato è centrale ed è la base della vita comunale. Se manca il significato, non può esserci etica, e senza etica, quale vita può esserci? Rebertî, Abdullah Öcalan, ci ricorda che la domanda da porre per incoraggiare le rivoluzioni non è più “Cosa fare?”, ma “Come vivere?”. Se manca il significato sociale della vita, questa domanda rimarrà senza soluzione. La rivoluzione in Rojava è una rivoluzione di significato. Con una linea etica molto forte, la politica diventa l’arte della libertà e non un modo per manipolare la società. Reber Apo ha detto, nel suo primo messaggio video da Imrali nel luglio 2025, «la politica non conosce il vuoto», il che significa che ogni mancanza di significato è una porta aperta per il nemico, per far penetrare la sfiducia nel morale delle persone e per dare un motivo alla perdita dell’unità.

La società è una realtà comunalista basata sulle comunalità. Tutti i tentativi di governare la società con politiche che si muovono verso la distruzione della comunalità sono semplicemente un tentativo di uccidere la società: questo non è politica, è guerra. Non è un caso che proprio ora il leader del Movimento per la libertà, dopo lunghi anni di totale isolamento, parli al suo popolo e al suo Movimento insistendo sulla linea della nazione democratica e della comunalità, ora che tutte le grandi potenze internazionali ed egemoni stanno lavorando per dissolverla. Quello che sta accadendo ora è un attacco alla nazione democratica, la cui essenza è il comunalismo e la cui unità fondamentale è la comunalità delle donne.

Se proviamo a guardare oltre questi massacri, possiamo vedere che queste forze seguono la vecchia e ben nota linea dello Stato, della casta assassina, che si riproduce come un parassita, rubando e uccidendo la vita della società. A livello ideologico, le forze egemoni stanno spingendo la linea nazionalistica – anche per il popolo curdo: stanno cercando di manipolare la volontà della società, proponendo una falsa possibilità di una falsa libertà. Questo avviene spingendo la divisione su base etnica, dividendo i curdi dagli arabi e i “curdi normali e buoni” – quelli che vogliono uno Stato-nazione – dai “curdi terroristi e pericolosi” – quelli che si organizzano autonomamente e seguono la via della lotta contro lo Stato e la mentalità patriarcale.

Coerentemente, le forze nazionalistiche curde, come il KDP, vengono ora promosse, per convertire l’autogoverno, l’autodifesa e l’autorganizzazione della società nella mentalità e nella struttura di uno Stato basato su divisioni etniche e culturali. La proposta fatta da Al-Jolani al comandante generale delle SDF Mazloum Abdi il 18 gennaio, di “riconoscere i diritti culturali e linguistici dei curdi, risolvere le questioni civili e restituire la proprietà”, mentre conducono attacchi genocidi, può essere vista esattamente in questa linea. Può una società che grida “Yek yek yek gelê kurd yek e” (uno uno uno il popolo curdo è uno) – mentre attraversa il confine tra Siria e Turchia e abbassa la bandiera turca dal palo – essere ingannata in questo modo? No. Non c’è vuoto che possano riempire in questo modo. La vecchia strategia di “dividi et impera” è ciò che tutte le potenze dominanti hanno usato fin dall’inizio del primo sistema oppressivo – il patriarcato. Ora stanno usando HTS, così come l’ISIS, come strumenti per mettere in pratica questa strategia.

Gli USA fingono di svolgere un ruolo di mediatore quando la situazione tocca i suoi massimi livelli. Lasciare che gli USA medino tra forze democratiche, socialiste e jihadiste, fondamentaliste, significa non solo essere pronti ad accettare una pace sporca e muoversi sul piano della diplomazia, ma anche che tutto ciò che verrà raggiunto sarà usato anche per loro. Una comandante delle YPJ, Nesrin Abdallah, dichiara, mentre difende la città di Kobane ancora una volta dall’ISIS: «Crediamo che anche la pace più sporca sia meglio della guerra. La nostra è una rivoluzione che vuole pace, un accordo che garantisca diritti e stabilità. Ma tutto questo può essere raggiunto solo attraverso la resistenza.»

Organizzare il Medio Oriente su una base comunale e confederale regionale non è solo una proposta, ma una necessità chiara. Dopo più di 10 anni di vita in un sistema democratico, socialista e rivoluzionario, una cultura rivoluzionaria – una mentalità rivoluzionaria – è viva e si trasmette di generazione in generazione e non vedrà fine.

«Siamo i figli di persone che hanno pagato un prezzo pesante per anni; arrendersi di fronte a quei sacrifici è impossibile. Per questo la fiducia del nostro popolo in noi è sempre stata incondizionata, e saremo degni della posizione e della resistenza del nostro popolo. (…) Portiamo avanti l’eredità di decine di compagni caduti come martiri a causa del tradimento delle potenze internazionali nelle aree che abbiamo liberato. Questa è la nostra promessa al nostro popolo. Credete nei vostri figli, credete nei vostri combattenti. La vittoria appartiene al nostro popolo. Il nostro popolo vivrà con dignità tra i popoli del mondo. Non c’è altra opzione se non la vittoria.»(Messaggio dalle forze YPJ che resistono a Heseke, 20 gennaio 2026)

Come figli di coloro che hanno lottato prima di noi, continuiamo la lotta per vivere una vita libera e in questa lotta non può esserci che vittoria.

Il rischio della ricomparsa di ISIS è reale? Cosa dà forza alla gente del Rojava per resistere contro di esso?

retejin.com 24 gennaio 2026

Resistere ad ISIS
Abbiamo visto le immagini della bandiera dell’ISIS di nuovo sventolare sulla città di Raqqa. Ma quanto è reale il rischio che l’ISIS ritorni, dopo gli attacchi alla rivoluzione del Rojava? Che le donne vengano di nuovo vendute per strada e brutalizzate secondo una visione distorta dell’Islam? Avverranno di nuovo attacchi come quelli al Bataclan, a Nizzao a Bruxelles?
Per capirlo è necessario vedere chi sono gli attori in gioco: tra di essi, chi è Ahmed al-Sharaa, attuale capo del governo provvisorio di Damasco?
Ahmed al-Sharaa, nom de guerre al-Jolani
Nato nel 1982, in una famiglia laica borghese, abbraccia il fondamentalismo islamico intorno all’anno 2000. Nel 2003 combatte come membro di al-Qaeda in Iraq; nel 2006 viene arrestato e detenuto in diverse prigioni in Iraq, incluse Abu Ghraib e Camp Bucca. Quest’ultima è talvolta definita “accademia della jihad”, perché in essa si sono formati molti dei leader dell’ISIS. Nel 2011 viene rilasciato e incaricato da al-Qaeda di costruire il ramo siriano dell’organizzazione: nasce così nel 2012 al-Nusra, di cui diventa emiro generale con il nome di battaglia
al-Jolani. Negli anni immediatamente successivi una delle forze con cui si scontra è quella delle YPG-YPJ; particolarmente feroce è stata la battaglia di Serekaniye del 2012-2013.
Nel 2015 al-Jolani rifiuta di unirsi all’ISIS, rimanendo fedele alla linea di al-Qaeda. Nel 2017 fonda HTS che, oltre ad al-Nusra, include altri gruppi jihadisti; ne diventa leader e occupa la provincia di Idlib, nel nord-ovest della Siria, dove stabilisce il Governo della salvezza, braccio governativo di HTS. Qui l’autoritarismo è pervasivo: arresti arbitrari, prigioni segrete, esecuzioni pubbliche, discriminazione religiosa (in particolare contro drusi e cristiani) e soppressione dei diritti delle donne. Viene applicata la Sharia in modo selettivo, mentre si costruisce una facciata di moderazione attraverso attività di sensibilizzazione pubblica, apparizioni sui media e dichiarazioni di non ostilità verso l’Occidente. Nell’ottobre 2022 HTS si espande nell’area di Afrin, convivendo con il suo alleato Esercito Nazionale Siriano (SNA), già presente sul territorio. Durante tutto questo periodo la Turchia ha continuato a intrattenere rapporti commerciali con HTS e a consentirne i movimenti in diverse zone. Il 27 novembre 2024 HTS ha avviato una campagna militare che lo ha portato a prendere il controllo di Damasco l’8 dicembre 2024.
Molti elementi del nuovo governo avevano avuto incarichi in al-Nusra o nel cosiddetto Governo della salvezza, si erano macchiati di crimini di guerra o avevano compiuto femminicidi. Nella costituzione approvata, la Sharia costituisce la base dell’ordinamento ed è utilizzata come pretesto per applicare norme contrarie ai diritti delle donne. Le leggi sul matrimonio rimangono sotto l’autorità religiosa e non laica; non esiste alcuna norma che garantisca la presenza delle donne nei ruoli decisionali. La denominazione “Repubblica araba siriana” resta in vigore, l’arabo è l’unica lingua ufficiale e solo un musulmano può essere capo dello Stato. Al-Jolani ha indossato giacca e cravatta, ma resta lo stesso jihadista misogino.
Una volta al governo, non ha mancato di usare violenza contro gruppi di diversa fede. A marzo, gruppi jihadisti guidati da HTS e fazioni sostenute dalla Turchia hanno colpito la comunità alawita nella regione costiera, causando oltre 1.600 morti civili, incendi di villaggi, sfollamenti di massa e rapimenti di donne, con chiari moventi di intolleranza religiosa. Da fine aprile hanno attaccato anche la comunità drusa nelle aree di Damasco rurale e di As-Suwayda, con bombardamenti, saccheggi, distruzione di luoghi sacri e oltre 130 vittime.
Le donne sono bersagli specifici: decine di alawite sono state rapite e fatte sparire, in uno schema che richiama le violenze sistematiche commesse dall’ISIS contro le donne yazide. Queste pratiche confermano una violenza settaria basata su un fondamentalismo religioso pseudo-islamico che, con gli ultimi attacchi, si è nuovamente riversato nei territori del NES.
ISIS dopo la sconfitta del califfato
Nel 2019 il territorio fisicamente sotto controllo dell’ISIS è stato liberato definitivamente dalle YPG-YPJ-SDF nella battaglia di Baghouz. Dopo questo, però, diverse cellule dell’ISIS hanno continuato a resistere nascoste; un’altra parte è confluita all’interno di HTS, guidato da Ahmed al-Sharaa, che all’epoca si stava rafforzando a Idlib, nel cosiddetto “governo della salvezza”. Altri ancora, alcune decine di migliaia, sono state arrestati dalle YPG-YPJ-SDF e, quando sono iniziati gli attacchi, si trovavano ancora nelle prigioni del Nord ed Est della Siria – NES. Nel 2025 si stimava che nelle prigioni del NES fossero detenuti circa 10.000 jihadisti, tra cui 2.000 stranieri. Poiché gli Stati di provenienza si rifiutavano di rimpatriarli, la loro gestione ha rappresentato per anni un peso enorme per l’amministrazione autonoma, non solo economico e logistico ma soprattutto in termini di sicurezza. Un esempio emblematico è la battaglia della prigione di Hasakah del 2022. Qui erano detenuti circa 4.000 jihadisti. La struttura fu attaccata da 100-300 membri di cellule dormienti dell’ISIS; nella difesa morirono 121 persone, tra civili, membri delle YPJ-SDF e personale carcerario. Si stima che alcune decine, forse centinaia, di detenuti riuscirono a fuggire.
Un discorso a parte meritano i campi di detenzione, come al-Hol e Roj. Nel campo di al-Hol nel 2025 si stimavano circa 27.000 persone, in gran parte donne che educavano i figli secondo l’ideologia del califfato. Nonostante le operazioni militari, l’ISIS continuava a organizzarsi all’interno del campo; periodicamente venivano liberate donne yazide ridotte in schiavitù e ancora nascoste tra le detenute. Il campo di Roj, più piccolo, ospitava circa 2.100 donne legate all’ISIS con i loro figli; tra questi vi sono oggi una cinquantina di giovani uomini tra i 18 e i 20 anni.
Impatto degli ultimi attacchi
Dal 6 di gennaio 2025 le bande jihadiste di nuovo stanno attaccando il nord e l’est della Siria, partendo da Aleppo e proseguendo nel loro massacro verso Kobane (che in questo momento si trova isolato e sotto assedio), Hassakeh e la zona est.
Diverse testimonianze riportano la presenza di combattenti dell’ISIS tra le bande che hanno attaccato Aleppo e il Nord ed Est della Siria. Combattenti feriti hanno dichiarato, al rientro: “stavamo combattendo contro l’ISIS”. Immagini mostrano insegne dell’ISIS tra i combattenti; in alcuni video i comandanti parlano di “seguire gli ordini dell’emiro”, utilizzando un linguaggio tipicamente jihadista più che militare-statale. Gli episodi di violenza misogina non sono mancati: il corpo di una combattente YPJ caduta è stato gettato dal terzo piano di un edificio, mentre la treccia mozzata di un’altra combattente è stata mostrata con sprezzante orgoglio da uno jihadista.
Negli anni 2014-2019 sappiamo che il supporto fornito dalla Turchia ad ISIS non è stato irrilevante: sostegno economico, logistico e cure ai feriti. Oggi dinamiche simili si ripetono: droni turchi bombardano per supportare le bande jihadiste, e immagini mostrano combattenti che innalzano la bandiera turca.
Uno degli obiettivi principali di questi gruppi sono le prigioni che detengono membri dell’ISIS. Dalla prigione di Shaddadi sono usciti circa 1.500 jihadisti; la prigione di Raqqa è ad alto rischio; quella di Hasakah è la più popolosa e la sua caduta comporterebbe la liberazione di migliaia di detenuti. Le recinzioni del campo di al-Hol sono state aperte e chi vi si trovava è uscito. Sono stati identificati almeno sei siti da cui combattenti dell’ISIS sono fuggiti, mentre online l’organizzazione inneggia alle evasioni. La prigione di Raqqa, al-Aqtan, con i suoi circa 2.000 membri dell’ISIS si trova ora nelle mani di HTS; un gruppo di YPJ-SDF ha resistito quasi una settimana senza cibo né acqua per difenderla, circondato dalle bande jihadiste. Se prima la comunità internazionale lasciava il NES solo nella gestione dei detenuti dell’ISIS, oggi chiude gli occhi mentre questi vengono liberati.
In questo momento Kobane è sotto assedio. Kobane, che segnò il momento in cui ISIS cominciò a cadere, oggi è di nuovo attaccata da forze che non sono poi così diverse da quelle del 2014. Nesrin Abdella, proprio a Kobane, ha dichiarato, parlando del nemico al fronte: “Posseggono tutti i tipi di armi pesanti e in particolare armi turche. (…) E questo è stato fatto con l’avanguardia di ISIS. Sono componenti di ISIS che, in maniera molto aperta, indossano la bandiera e i simboli di ISIS e come membri di ISIS attaccano.” La popolazione resiste a tutti i livelli; tutte e tutti prendono parte alla difesa.
Ma cosa c’è a Kobane, cosa c’è nel Rojava, che permette di resistere in questo modo? Cosa dà la forza alla popolazione, alle mamme, agli anziani, di prendere le armi e decidere di restare a difendere la propria terra? Perché, nella guerra di Aleppo se un comandante come Heval Ziyad dichiara di non andarsene per difendere la sua città e infine dona tutto quel che ha, inclusa la sua vita, per difendere quella terra, poi a centinaia decidono di fare lo stesso? Perché se il Rojava viene attaccato è tutto il Kurdistan che abbatte i muri e confini e accorre nella mobilitazione generale in solidarietà? Cosa fa sì che se uno jihadista si mostra con la treccia mozzata di una ragazza in mano, poi a migliaia di ragazze si intreccino i capelli?
Per cosa lottiamo
Quello che vediamo qui è uno scontro tra due idee, tra due modi di vivere, tra due sistemi di valori. Da una parte c’è quella visione della società violenta e frammentata, impregnata di sopraffazione e sottomissione, in cui le donne vengono vendute, vengono valutate in base a quanti figli possono fare nascere, vengono rese schiave come oggetti sessuali, umiliate, violentate, distrutte nell’intimo. Questo, in Siria, viene fatto in nome di una visione distorta dell’Islam, ma in altri luoghi del mondo prende i nomi e le forme più diverse. Quello che viene preso di mira dal sistema che mira a dividere, controllare e sottomettere la società è appunto questa società che attorno alla donna si è costruita, sono i valori e l’etica di cui essa è fonte, come la madre è fonte di vita per i propri figli e figlie. Il paradigma su cui si basa la Rivoluzione del Rojava è stato formulato da Abdullah Öcalan e mira a costruire una società democratica ed ecologica basata sulla liberazione delle donne.
Quando parliamo di una società democratica, intendiamo una società in grado di auto-amministrarsi (e quindi di soddisfare i propri bisogni materiali e spirituali) senza la necessità di uno Stato. Per fare ciò, crediamo che una società debba essere politica ed etica: una società politica è in grado di discutere i propri bisogni, prendere decisioni su come trovare soluzioni e mettere quelle decisioni in pratica; una società etica è quella che è in grado di vivere secondo i valori creati dalle precedenti decisioni politiche. In altre parole, l’etica è la memoria politica
della società. Una società ecologica è quella che è in grado di vedere le proprie radici nella natura, di sentire che la propria esistenza è intrecciata con la vita dell’ambiente circostante e di agire di conseguenza. Per creare questo tipo di società, crediamo che sia necessario basarla sulla libertà delle donne: crediamo che l’attuale sistema patriarcale-statale sia storicamente basato sulla schiavitù delle donne.
Vogliamo spiegare meglio quest’ultimo concetto. La storia può essere compresa come la coesistenza di due sistemi paralleli. Il primo era basato sulla raccolta in armonia con la natura, sulla cura e sulla costruzione della comunità necessaria per crescere i figli. Il secondo si basava sulla caccia, l’inganno, la violenza, e alla fine ha portato allo Stato. Semplificando e senza entrare nei dettagli, identifichiamo il primo sistema e i suoi valori con il femminile e la madre-dea, e il secondo con il maschile e lo stato-dio. Per affermarsi, il sistema patriarcale-statale ha dovuto sopprimere il sistema della madre-dea e trasformare le donne in proprietà — fisicamente, socialmente e psicologicamente. L’oppressione delle donne, della natura e della società da parte delle élite dominanti sono intrinsecamente legate. Ridurre le donne in schiavitù o trasformarle in merci è stata una condizione per la consolidazione del patriarcato. Sono state create caste e classi per dividere ciò che le donne un tempo univano intorno a sé. Pertanto, liberare le donne significa anche liberare la società e permettere all’umanità di superare il sistema patriarcale di oppressione. Per questa ragione, al centro del sistema nel nord e nell’est della Siria troviamo l’organizzazione autonoma delle donne. In tutti i campi, a tutti i livelli, le donne sono organizzate autonomamente, con la possibilità di veto sulle istituzioni miste.
Il modo in cui la popolazione è organizzata in Rojava si basa sui principi della nazione democratica. La nazione democratica è definita da Öcalan come: “Un modello di nazione che può derivare dalla nazione culturale, ma che tiene a freno ed esclude sfruttamento e oppressione, è di sicuro riconduibile alla nazione democratica. Una nazione democratica è la più vicina ai concetti libertà e uguaglianza. In accordo con questa definizione, possiamo affermare che si tratta del modello di nazione ideale per le comunità che lottano al fine di ottenere libertà e uguaglianza.” Una nazione democratica è il modo in cui una nazione si organizza senza diventare uno Stato. La base fondamentale su cui si fonda questa organizzazione sono le comuni, composte da alcune centinaia di famiglie di vicini, che risolvono i propri bisogni. Nelle comuni ci sono diverse commissioni, come economia, salute, autodifesa, arte e cultura, educazione, riconciliazione (per risolvere i conflitti nella società) e così via. Due persone, un uomo e una donna, sono responsabili della comune: questo sistema è chiamato sistema di co-presidenza, e la copresidente donna rappresenta la volontà delle donne organizzate. Da 10 a 20 comuni vengono poi organizzate in consigli di quartiere, assemblee cittadine, provinciali, di cantone e della Siria del nord e dell’est (NES). Tutti i comitati delle comune sono organizzati nello stesso modo, con delegati che vanno al livello successivo. Naturalmente, parallelo a questo sistema, esiste il sistema autonomo delle donne. Nella nazione democratica, tutti i componenti del tessuto sociale possono trovare il loro posto, vivendo liberamente la loro cultura, lingua e tradizioni (quando non vanno contro l’etica, per esempio quando tali tradizioni non opprimono le donne).
È contro questo che al-Jolani, ISIS e la Turchia stanno combattendo, è di questo che hanno paura: la libertà delle donne e la democrazia che essa porta sono ciò che loro non sopportano. Ed è anche questa democrazia che stiamo difendendo nel lottare contro il sistema che rende la società schiava, nel lottare contro la misoginia e il patriarcato. Questa lotta è importante da un lato perché la diffusione di ISIS, HTS e delle bande jihadiste renderebbe tutto il mondo (non solo il Rojava) un posto peggiore in cui vivere, ma anche perché le idee e le pratiche del Rojava stesso renderebbero questo mondo invece un posto migliore in cui vivere.

 

Dal Rojava a Shengal un unico grido: Berxwedan jiyan e! La Resistenza è vita!

cittàfutura.al.it Carla Gagliardini 23 gennaio 2026

In un distretto del governatorato del Ninive, nel nord-ovest dell’Iraq, vive il popolo degli ezidi. La loro casa è Shengal, una regione al confine con il Rojava, il Kurdistan occidentale, situato nell’attuale Siria.
Shengal, Rojava, Kurdistan e Siria: quattro geografie profondamente interconnesse, oggi più che mai.
Gli ezidi sono stati il bersaglio di un genocidio pianificato nei dettagli dallo Stato Islamico, il temuto Isis, nel 2014. Il prezzo che hanno pagato è elevatissimo. Fu il Pkk, il partito fondato da Abdullah Öcalan, ad aprire il corridoio della loro salvezza. Furono le Ypg, le unità di resistenza curde del Rojava, a non esitare e a unirsi a quella corsa contro il tempo per sottrarre a morte centinaia di migliaia di ezidi e di ezide.

Sconfitto lo Stato islamico in Iraq, gli ezidi hanno dato vita all’Amministrazione Autonoma di Shengal, affiancando la loro nascente esperienza a quella che già aveva preso vita in Rojava, nel nord-est della Siria. Entrambe sono basate sul confederalismo democratico, paradigma politico pensato da Öcalan per una società di pace e democratica, che si realizza con una democrazia radicale dal basso, con la liberazione della donna e con una società ecologica.
A Damasco, da dicembre del 2024, sulla poltrona più importante siede un signore, l’autoproclamatosi presidente Ahmed al-Sharaa, di mestiere ha fatto il jihadista e il suo nome di battaglia era al al-Jolani. Si è tagliato la barba, veste secondo i canoni dell’eleganza occidentale e va ripetendo che la Siria rispetterà tutte le minoranze, che sono numerosissime nel Paese.
Resta da capire cosa intenda lui per rispetto delle minoranze, visti i massacri di alawiti e druzi dell’ultimo anno, di cui tutti sono a conoscenza. Ma all’occidente piace perché dice quello che vuole sentirsi dire e poco importa se i fatti gli danno torto. L’immagine è salva e quindi si possono fare affari in un paese da ricostruire, ricco di risorse e in una zona geografica strategica.

Dal 6 gennaio l’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria (Daanes), in Rojava, è attaccata dalle forze militari di Damasco. In questi sedici giorni di conflitto la Daanes ha perso più dei due terzi del suo territorio e sabato sera scadrà la tregua. Se la Daanes non accetterà le condizioni di Damasco, ponendo fine all’Amministrazione Autonoma, la guerra riprenderà con il solito sostegno della Turchia e il silenzio dei governi occidentali.

Cosa succederà del processo di pace in corso in Turchia è da capire ma il dubbio che al presidente turco Erdogan non interessi portarlo a buon fine è più che mai legittimo.

Il gioco delle alleanze mutevoli, che tengono in considerazione solo gli interessi degli Stati e spesso quelli personali dei loro leader, ha fatto sì che gli Stati Uniti d’America abbiano dichiarato, attraverso il loro ambasciatore in Turchia, Tom Barrack, che “oggi la situazione è radicalmente cambiata. La Siria ha ora un governo centrale riconosciuto che ha aderito alla Coalizione Globale per Sconfiggere l’Isis (divenendone il 90° membro alla fine del 2025), segnando una svolta verso ovest e una cooperazione con gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo.
Questo cambia la logica del partenariato Usa-Sdf: lo scopo originario delle Sdf come principale forza anti-ISIS sul terreno è in gran parte venuto meno, poiché Damasco è ora disposta e posizionata per assumersi le responsabilità della sicurezza, incluso il controllo dei centri di detenzione e dei campi dell’Isis” (https://x.com/USAMBTurkiye/status/2013635851570336016).
Nessun brivido sembra correre lungo la schiena di Barrack nel sapere, o forse meglio nel consegnare le prigioni strabordanti di miliziani dell’Isis e il campo di al-Hol, incubatore delle nuove generazioni di jihadisti, a uno definito ex-jihadista (sulla base di cosa è considerato un ex?) e circondato da sostenitori dell’Isis.

Se a lui i brividi non vengono però non è così per qualcun’altro che ha conosciuto da vicino la violenza inaudita dello Stato Islamico. Si tratta dei curdi del Rojava e degli ezidi di Shengal. Sembra tutto pianificato per bene, basta seguire la cronologia degli eventi: a marzo dell’anno scorso viene siglato un accordo tra Damasco e le Sdf, che prevede l’integrazione di quest’ultime nell’esercito siriano centrale, ma non viene implementato entro il 31 dicembre del 2025, come stabiliva, e le accuse per il ritardo sono reciproche; ad agosto il presidente siriano dal curriculum jihadista firma l’ingresso della Siria nella Coalizione Anti-Isis; il 6 gennaio Damasco scarica tutta la colpa sulle Sdf e inizia a fare la pulizia etnica dei curdi nei due quartieri a maggioranza curda della città di Aleppo e poi prosegue la sua avanzata fino a ottenere la ritirata delle Sdf da città e luoghi strategici per porsi a difesa delle aree a prevalenza curda; il 17 gennaio al-Sharaa dichiara che con decreto viene riconocìsciuta la lingua curda, la cultura curda, la festa principale curda, ossia il Newroz, e concessa la cittadinanza ai curdi, mentre lo fa bombarda i “nuovi cittadini siriani”; il 18 gennaio viene firmato un cessate il fuoco che però non tiene.
I punti cruciali che determinano un brutale voltafaccia degli Stati Uniti verso i curdi sono l’ingresso della Siria nella Coalizione Anti-Isis, con l’evidente fine di rimpiazzare le Sdf, ossia le vere artefici sul campo della sconfitta dell’Isis nel 2019, e il riconoscimento per decreto dei diritti culturali e della cittadinanza a favore del popolo curdo siriano, senza nessuna garanzia che venga inserito nella nuova costituzione che si sta discutendo, così tentando di togliere dal tavolo una delle questioni spinose. Si tratta di manovre tattiche che hanno come obiettivo quello di ripulire il curriculum del presidente siriano e far credere al mondo che le Sdf non hanno più nulla da rivendicare e nella nuova Siria non c’è nulla da temere. Surreale!
Una manovra di propaganda degli Stati Uniti che ha come fine quello di permettere che si facciano affari in Siria, ricca di risorse prime che si trovano nei territori presi alla Daanes. Al contempo un segnale a Iran, Russia e Cina che con la nuova mappa del Medio Oriente si trovano al momento spiazzate.
Attualmente è in corso la tregua firmata il 20 gennaio e che durerà fino a sabato, ampiamente disattesa da Damasco che continua ad attaccare Kobane, città simbolo della resistenza curda. Se le Sdf non dovessero accettare il contenuto del diktat di Damasco, ossia la fine dell’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria, cosa succederà? E’ lecito pensare che la resistenza andrà avanti e i curdi ancora una volta nella loro storia si troveranno a respingere un tentativo di genocidio.

Ed è questo orrore assoluto, la volontà di sterminare un popolo in quanto tale, che ha rimesso in agitazione e allarme il popolo degli ezidi. Gli ezidi sanno che è molto probabile che dopo arrivi il loro turno. Ma perché? Perché l’Isis, sconfitto nel 2019, è più vivo che mai da quando al-Sharaa ha conquistato il paese e perché le prigioni e il campo di al-Hol sotto il controllo del governo siriano non sono ovviamente una garanzia di sicurezza.
C’è poi la Turchia dietro sia alla caduta di Assad in Siria che all’attacco alla Daanes. Erdogan vuole per l’Amministrazionje Autonoma di Shengal la stessa fine che sta cercando di infliggere all’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria.
A Baghdad da tempo arriva la pressione di Ankara in tal senso e questo potrebbe essere il momento propizio per chiudere anche quell’esperienza democratica.
Oggi a Shengal si vivono momenti di angoscia ripensando al genocidio del 2014 e all’orribile sorte a cui sono andate incontro le donne e le bambine, vendute come bottino di guerra e ridotte alla schiavitù sessuale. L’Amministrazione Autonoma monitora gli sviluppi e si prepara. Il Co-Presidente del Consiglio dell’Amministrazione Autonoma di Shengal, Xwedêda Îlyas, in un’intervista rilasciata a Anf News, ha dichiarato che; “È in corso una guerra mondiale, e va avanti dal 1990. Ognuno combatte per i propri interessi e si stanno preparando per una guerra ancora più grande. Vogliono portare a termine questa guerra in Medio Oriente, ma non rimarrà limitata solo al Medio Oriente. Stati come Europa, Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna hanno attivato la guerra in Ucraina per cacciare la Russia dal Medio Oriente e tutelare i propri interessi nella regione. Gli accordi firmati in passato, come Sykes-Picot, non sono più considerati sufficienti e ora si parla degli Accordi di Abramo. La guerra è già iniziata in Palestina, Libano, Siria, Yemen e Iran. Questo dimostra che stiamo entrando in una guerra dura e di vasta portata”. Ha poi aggiunto: “Dobbiamo prepararci a questa guerra. Non dovremmo dire: ‘Non succederà nulla’. Dobbiamo essere pronti per una situazione come l’attacco del 2014. Gli Stati non si stanno armando a tal punto senza motivo.

Chiediamo ai nostri popoli di prepararsi sotto ogni aspetto. Dobbiamo prevedere come potrebbe svilupparsi una guerra e prepararci di conseguenza, in modo che gli Stati che sognano di far rivivere il passato ottomano non possano trasformare questa situazione in un’opportunità a proprio vantaggio. Ad esempio, oggi ci sono proteste in Iran e gli Stati Uniti vogliono intervenire. Gli Stati Uniti sono entrati in una fase di perseguimento di politiche di frammentazione. I popoli non contano per gli Stati Uniti, Israele o la Francia”

 

Il popolo kurdo tra guerra permanente e negata:la tragedia che l’Occidente finge di non vedere

labottegadelbarbieri.org Mario Sommella 20 gennaio 2026

Ci sono guerre che fanno rumore e guerre che vengono tenute apposta nel silenzio. La questione kurda appartiene a questa seconda categoria: un dolore lungo, stratificato, quasi “normale” per chi guarda da lontano, e quindi perfetto per essere ignorato.

Eppure basta pochissimo perché quel silenzio si riveli per quello che è: una complicità. Basta che Aleppo torni a bruciare nei suoi quartieri kurdi, basta che un cessate il fuoco venga venduto come svolta “storica” e poi evapori come una promessa in campagna elettorale. E io capisco subito che non siamo davanti a una serie di incidenti: siamo dentro un metodo. La violenza come amministrazione della realtà. L’impunità come sistema. La propaganda come anestesia.

Negli ultimi giorni la Siria si è rimessa in moto come una scacchiera impazzita. Da un lato un accordo che dovrebbe “integrare” le forze kurde nelle strutture statali, dall’altro il rischio concreto che quell’integrazione sia una resa mascherata, un modo pulito per smontare l’autonomia pezzo dopo pezzo, senza dichiarare mai apertamente l’obiettivo finale.

La Turchia parla di “svolta storica”. E quando Ankara usa queste parole io non mi tranquillizzo mai: mi viene il dubbio che stia solo incassando, lentamente e con metodo, una partita che dura da decenni.

I. Aleppo e la Siria della normalizzazione: quando l’orrore diventa gestibile

Il punto non è solo la ripresa degli scontri. È il contesto politico che li rende possibili. La Siria di oggi è attraversata da un paradosso che dovrebbe far vergognare chiunque osi ancora parlare di “valori occidentali”: figure e apparati che fino a ieri venivano presentati come un problema globale diventano, nel giro di poco, interlocutori credibili, partner possibili, volti “pragmatici” nelle foto ufficiali.

Ahmed al-Sharaa è l’emblema di questa normalizzazione. Il messaggio è chiarissimo: non conta cosa sei stato, non contano le tue ombre, non contano le tue alleanze. Conta solo se servi. Se ti inserisci nell’ordine nuovo che qualcuno ha deciso.

In questa Siria “ripulita” per la diplomazia, i kurdi non sono un dettaglio etnico. Sono un ostacolo politico. Perché rappresentano un’idea incompatibile con l’ordine che si vuole ripristinare. E quando un’idea è incompatibile, non la si discute: la si cancella.

II. Un popolo spezzato in quattro: la condanna della statelessness

La questione kurda è, prima di tutto, una condanna geopolitica. Un popolo grande, antico, radicato, ma frammentato tra quattro Stati: Turchia, Siria, Iraq, Iran. Una nazione senza Stato è una ferita permanente, perché ogni confine diventa una gabbia e ogni governo trova comodo dipingere quel popolo come un problema di sicurezza, mai come una questione di diritti.

E qui sta l’inganno più vecchio e più efficace: si pronuncia la parola “terrorismo” come una formula magica, e tutto il resto scompare. Scompaiono le lingue proibite. Scompaiono gli arresti politici. Scompaiono le città svuotate. Scompare la vita quotidiana trasformata in sospetto.

Così si ottiene la cosa più preziosa per chi domina: un popolo senza voce, ridotto a caso di cronaca, a nota a piè pagina, a minaccia astratta.

III. Rojava: la democrazia dal basso come nemico assoluto

In Siria, i kurdi hanno tentato qualcosa di rarissimo in Medio Oriente: un’esperienza di autogoverno che ha provato a tenere insieme pluralismo, convivenza tra comunità, partecipazione, centralità delle donne, e una cultura politica opposta alla logica del capo assoluto e dell’obbedienza cieca.

Non è stato un paradiso. Non è stato “puro”. Ma è stato reale. E questa è la vera colpa. Perché un esperimento reale, anche imperfetto, può diventare contagioso. Può far venire alle persone un’idea pericolosa: che esiste un’alternativa al dominio.

Le SDF sono state per anni l’ossatura militare della guerra contro l’ISIS, con il supporto statunitense. In parole brutali: sono state utili. Poi, quando l’utile rischia di diventare autonomo, si trasforma in problema. E il problema si risolve sempre allo stesso modo, con le parole che fanno sembrare “ragionevole” ciò che è una strangolatura: riorganizzazione, integrazione, stabilità.

L’autonomia può esistere, sì. Ma solo finché non disturba gli interessi dei grandi.

IV. Al-Shadadi: quando la “guerra al terrorismo” si rivela una recita

C’è un punto che per me è la cartina di tornasole dell’ipocrisia internazionale: le prigioni dove sono detenuti migliaia di membri dell’ISIS. Qui non si parla di opinioni. Qui si parla di rischio materiale, immediato: uomini addestrati alla ferocia, pronti a riemergere come un veleno mai davvero neutralizzato.

Ed è proprio qui che, in queste ore, il quadro si è fatto ancora più grave e più scandaloso.

Secondo quanto denunciato dalla Rete Kurdistan, le forze del governo di transizione siriano e milizie jihadiste alleate hanno attaccato la prigione di Al-Shadadi, liberando i detenuti dell’ISIS. E la parte più inquietante non è soltanto l’attacco: è il contorno politico che lo rende qualcosa di più di un “fatto di guerra”.

La Coalizione Internazionale, quella che si riempie la bocca di lotta al terrorismo, avrebbe taciuto e non sarebbe intervenuta. Le SDF si sarebbero trovate da sole a contenere l’assalto, resistendo fino allo stremo, pagando con morti e feriti un prezzo altissimo. E il risultato sarebbe la fuga di un numero enorme di combattenti dell’ISIS.

Su quante persone siano scappate c’è già una guerra di numeri. Da un lato le versioni ufficiali che minimizzano, dall’altro stime molto più alte riportate da fonti kurde e da media internazionali. Ma il cuore del problema non cambia di una virgola: se anche “solo” decine di jihadisti tornano liberi, il danno è gigantesco. Se ne scappano centinaia, è una frattura strategica. Se sono migliaia, è un terremoto.

E qui il ricatto si mostra nella sua forma più nuda. Ci raccontano che ogni repressione, ogni invasione, ogni bombardamento preventivo è “necessario” per fermare il terrorismo. Poi però, quando il terrorismo si rialza davvero, quando lo si può toccare con mano, la macchina che dovrebbe intervenire resta ferma, muta, immobile.

Non è incoerenza. È cinismo. Perché il terrorismo, se resta una minaccia latente, diventa anche un’arma politica. Serve a giustificare occupazioni. Serve a cancellare diritti. Serve a costruire consenso con la paura. Serve a tenere intere popolazioni dentro il recinto della “sicurezza” mentre fuori, nell’ombra, si fanno affari e accordi.

E come se non bastasse, nello stesso quadro emerge la minaccia su Kobane. Kobane non è un posto qualsiasi. Kobane è un simbolo storico: è il luogo dove nel 2015 il mondo intero vide che l’ISIS poteva essere fermato. Non da un impero, ma da un popolo. Non da un bombardamento televisivo, ma dalla resistenza reale.

Vederla di nuovo sotto attacco significa una cosa sola: si sta tentando di cancellare non solo persone e territori, ma la memoria stessa di ciò che quel popolo ha rappresentato.

E io, davanti a questo, mi faccio una domanda che pesa come un macigno: com’è possibile che chi ha “salvato il mondo” dall’ISIS venga oggi lasciato solo mentre l’ISIS torna a camminare?

V. Turchia: pace come parola, repressione come struttura

Sul fronte turco, la narrazione ufficiale vorrebbe raccontare una fase nuova: annunci di fine della lotta armata, segnali simbolici, parole cariche di promessa, immagini costruite per dire “si volta pagina”.

Io però non riesco a leggere questa storia come una favola lineare. Perché conosco il copione della politica turca: quando serve dialogo, lo promette. Quando serve consenso nazionalista, reprime. La pace diventa una leva. Un interruttore da accendere e spegnere. Uno strumento, non un diritto.

E in una regione dove la guerra è sempre stata anche un’economia, nessuno rinuncia volentieri a quell’interruttore.

VI. Afrin e i territori occupati: la pulizia lenta, quotidiana, amministrata

Poi c’è Afrin. Un nome che dovrebbe pesare come una sentenza. In quelle aree sotto controllo turco e delle milizie alleate, da anni emergono segnalazioni di abusi: rapimenti, estorsioni, saccheggi, arresti arbitrari, violenze sistematiche. Non incidenti. Non mele marce. Una modalità di governo.

Qui la cancellazione non avviene solo con le bombe. Avviene con la paura quotidiana. Con la proprietà rubata. Con l’identità trasformata in colpa.

È una guerra che assomiglia a una burocrazia: lenta, ripetitiva, “gestibile”. E proprio per questo devastante.

VII. Iraq e Iran: autonomia sotto condizione, diritti sotto sorveglianza

In Iraq, la Regione autonoma del Kurdistan resta sospesa tra aspirazione e strangolamento politico. Dopo il referendum del 2017, la traiettoria indipendentista si è schiantata contro muri altissimi, costruiti da Baghdad, ma anche da chi a parole predica autodeterminazione e nei fatti la teme come un incendio.

E intanto petrolio e gas restano un cappio. L’autonomia è tollerata finché conviene. Finché non cambia gli equilibri. Finché non sposta il potere vero: quello economico.

In Iran, il copione è più duro ancora: ogni rivendicazione kurda viene trattata come minaccia interna. La parola “sicurezza” diventa una porta blindata, chiusa contro un popolo che chiede diritti elementari.

VIII. L’Occidente: i diritti come retorica, l’ordine come obiettivo

Ed eccoci al punto che mi brucia davvero: l’Occidente. Quello che ama raccontarsi come custode dei diritti umani, ma poi applica i diritti come un menu geopolitico.

A chi è alleato si perdona tutto.

A chi è utile si concede una tregua.

A chi è scomodo si nega perfino la dignità di esistere come soggetto politico.

Il popolo kurdo è stato una trincea contro l’ISIS. Un argine pagato col sangue. E oggi viene trattato come un dossier da archiviare: un fastidio da ridurre, un’anomalia da integrare, un sogno da spegnere.

E il caso di Al-Shadadi, così come viene denunciato e raccontato in queste ore, rende questa ipocrisia intollerabile. Perché se la coalizione internazionale tace mentre i detenuti dell’ISIS fuggono, allora la “guerra al terrorismo” non è più nemmeno un alibi: è un cartello stradale buono per tutte le direzioni, utile solo a far passare ciò che si vuole far passare.

Questa è la complicità vera: non sempre un crimine dichiarato, ma una somma di silenzi, strette di mano, riabilitazioni rapide, doppi standard. E soprattutto una complicità che si vede nel momento in cui sarebbe necessario agire, non parlare.

IX. L’unica alternativa alla guerra: un futuro politico, non militare

Io non ho illusioni romantiche. So che la pace non nasce da una poesia, e so che ogni percorso politico in quella regione è attraversato da contraddizioni enormi.

Però una cosa mi sembra limpida: l’unico scenario che non sia eliminazione a bassa intensità, deportazione permanente, repressione ciclica, è una soluzione politica vera. Un modello federale o confederale, pluralista, dove i popoli non siano ospiti tollerati ma cittadini riconosciuti.

La proposta di Öcalan, al netto di tutto, mette il dito nella ferita: se continuiamo a lasciare il destino dei popoli al linguaggio delle armi, allora vincerà sempre chi ha più droni, più soldi, più alleati, più propaganda. Ma se proviamo a restituire cittadinanza all’immaginario politico, allora la parola “futuro” smette di essere una presa in giro.

E forse è proprio questo che spaventa: non la forza militare kurda, ma l’idea kurda. L’idea che un popolo possa vivere senza chiedere il permesso all’impero di turno.

Chi guarda, oggi, non può dire “non sapevo”. La storia kurda è scritta in piena luce. È l’Occidente che continua a spegnere la lampada, ogni volta che quella luce illumina le sue responsabilità.

E io, sinceramente, non ho più voglia di fingere che sia solo “complessità geopolitica”. Qui c’è una scelta. E il mondo, ancora una volta, sta scegliendo di voltarsi dall’altra parte.

(*) ripreso da «Un blog di Rivoluzionari Ottimisti. Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»: mariosommella.wordpress.com

In “bottega” cfr Kobanê è sotto attacco! (interventi di Davide Grasso, Rise up for Rojava e Rete Jin italiana) e Siria: massacro dei curdi ad Aleppo. Un appello urgente alla solidarietà

Ci sono molti aggiornamenti (e altri ne troverete presumibilmente nei prossimi giorni) della situazione in Rojava e della mobilitazione solidale. Fra i commenti già apparsi in «Kobane è sotto attacco» segnaliamo:

KOBANE CALLING: ASSEMBLEA ONLINE
https://meet.jit.si/kobanecalling-assemblea

https://www.radiondadurto.org/2026/01/20/rojava-le-fds-alla-resistenza-totale-contro-damasco-nessuna-resa-la-volonta-dei-popoli-e-piu-forte-di-qualsiasi-attacco-e-occupazione/

Cosa succede in queste ore nell’Amministrazione Autonoma del Nord e dell’Est della Siria

https://www.manifestosardo.org/cosa-succede-in-queste-ore-nellamministrazione-autonoma-del-nord-e-dellest-della-siria/

https://ilmanifesto.it/curdi-abbandonati-al-sharaa-vince-e-consolida-il-potere?t=jq50oYKthh4DCm

https://ilmanifesto.it/e-guerra-dannientamento-kobane-resiste-sempre-piu-sola

https://www.radiondadurto.org/2026/01/19/siria-corrispondenza-dal-rojava-chiediamo-anche-in-europa-una-mobilitazione-generale-a-difesa-della-rivoluzione/

MERCOLEDÌ 21 GENNAIO ASSEMBLEA PUBBLICA PER IL ROJAVA (a Brescia)
L’appuntamento di Catania, come vedete dall’immagine che abbiamo messo in evidenza

 

 

Siria, Al Sharaa si prende l’intero nord est: i curdi si arrendono e firmano l’accordo, finisce l’esperienza del Rojava

ilfattoquotidiano.it 19 gennaio 2026

Le fazioni agli ordini del leader sostenuto da Stati Uniti e Turchia conquistano due principali città sull’Eufrate, Raqqa e Deir ez-Zor, nodi chiave per il controllo dei pozzi petroliferi e delle risorse idriche.

Svolta storica nel nord-est della Siria, dove le fazioni agli ordini del leader siriano Ahmad Sharaa, sostenuto da Stati Uniti e Turchia, mettono la parola fine alla decennale esperienza semi-autonomista curda del cosiddetto “Rojava“, strappando senza quasi combattere alle forze curdo-siriane il controllo dei territori a est dell’Eufrate, ricchi di petrolio, acqua e grano e centrali per l’equilibrio regionale. L’offensiva delle forze di Damasco, avviata nei giorni scorsi contro le roccaforti curde di Aleppo, si è conclusa con la presa delle due principali città sull’Eufrate, Raqqa e Deir ez-Zor, nodi chiave per il controllo dei pozzi petroliferi e delle risorse idriche.

Dopo la sconfitta ad Aleppo nei primi giorni di gennaio, le forze curde non avevano opposto particolare resistenza all’avanzata verso est. Sotto forti pressioni statunitensi e dopo aver ottenuto da Damasco il riconoscimento dei diritti civili dei curdi siriani (non accadeva dal 1962 in questi termini), l’azione militare si è limitata a fare da cornice alla firma, in serata, di un accordo da più parti definito storico. Come richiesto da tempo da Washington, il governo di Sharaa assume così il controllo dell’intero nord-est: risorse naturali, istituzioni, confini e valichi, oltre alle prigioni dove sono detenuti circa 20mila sospetti dell’Isis e ai campi che ospitano da anni donne e minori di decine di nazionalità diverse considerati legati allo Stato islamico. La “lotta al terrorismo” quindi prosegue secondo la narrativa Usa, ma cambia il partner locale: non più le forze curdo-siriane che liberarono Raqqa e resistettero a Kobane dieci anni fa, bensì i nuovi governativi agli ordini di Sharaa, fino all’estate scorsa considerato un “terrorista” dal Dipartimento di Stato per i suoi trascorsi qaedisti.

L’accordo è stato siglato a Damasco da Sharaa, dal capo delle forze curdo-siriane Mazlum Abdi e dal mediatore Usa Thomas Barrack, che ha definito l’intesa “un punto di svolta cruciale”. Restano da chiarire numerose questioni, a partire da come avverrà l’annunciata integrazione delle forze curde nell’esercito governativo: su base individuale, senza “battaglioni curdi”. Il testo non affronta il destino delle migliaia di combattenti donne curde, che saranno probabilmente escluse da un esercito dominato dalla componente araba e culturalmente maschilista. Invariata la divisione amministrativa del nord-est, ma dopo oltre dieci anni cambiano le bandiere: via i manifesti di Ocalan e spazio ai vessilli della “Siria liberata” filo-turca. Damasco prende il pieno controllo di Raqqa e Deir ez-Zor, mentre ai curdi potrebbe restare la gestione civile del governatorato di Hasake, incastonato tra Turchia e Iraq.