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Tag: Siria

Ventuno organizzazioni nel Rojava protestano contro il meccanismo elettorale utilizzato dal governo provvisorio siriano

retekurdistan.it 26 maggio 2026

Ventuno partiti e organizzazioni del Kurdistan del Rojava hanno protestato contro il governo provvisorio siriano, affermando che il meccanismo di nomina dei membri e di distribuzione dei seggi non rispecchia la volontà del popolo curdo e delle altre componenti della regione.

La dichiarazione afferma: “Abbiamo seguito da vicino gli sviluppi relativi al completamento della formazione dell’assemblea del popolo siriano (parlamento). Questo processo si è svolto attraverso la nomina dei membri, il meccanismo di distribuzione dei seggi e l’assegnazione delle quote per il popolo curdo nel Kurdistan del Rojava. Avevamo già espresso chiaramente la nostra posizione e annunciato che non avremmo partecipato a questo processo. Perché crediamo che i meccanismi utilizzati non riflettano la volontà del popolo curdo e delle altre componenti della regione, e non costituiscano la base di un processo politico autenticamente democratico.

In risposta ai risultati annunciati e al meccanismo di nomina attuato, affermiamo con fermezza che queste persone rappresentano solo se stesse”. Il popolo siriano ha pagato un prezzo altissimo nella lotta per instaurare un sistema democratico che garantisca una rappresentanza equa per tutte le identità nazionali, etniche e religiose, nonché per le donne. Anche il nostro popolo curdo ha sofferto enormemente a causa delle politiche di esclusione e negazione, e non ha esitato a pagare il prezzo più alto nella rivoluzione siriana e nel Kurdistan del Rojava.

Tuttavia quanto accaduto dimostra ancora una volta chiaramente un approccio di esclusione ed emarginazione. Questo è stato attuato attraverso la nomina selettiva di determinati individui, in contraddizione con i principi più fondamentali di democrazia, giustizia e autentica collaborazione nazionale. Sottolineiamo che questa politica riproduce una concezione centralizzata del potere e i suoi metodi tradizionali. Dimostra inoltre la persistenza di un governo basato su leggi e direttive straordinarie.

Questa volta, si utilizzano nuovi strumenti e meccanismi per dare al processo politico un’apparenza di legittimità, attraverso metodi che non godono di autentico rispetto o legittimità pubblica. Allo stesso tempo questa situazione rappresenta la continuazione di progetti di cambiamento demografico. Ciò avviene attraverso la nomina di alcuni individui appartenenti ai cosiddetti “arabi Xemer” nei comitati elettorali e attraverso nomine effettuate per rappresentare la regione di Serêkaniyê. La costruzione di una Siria democratica e moderna, basata su una reale collaborazione e sul riconoscimento reciproco di tutte le componenti, non può essere realizzata attraverso politiche di nomina escludenti imposte dall’alto. Può essere realizzata solo attraverso un processo politico nazionale inclusivo che garantisca una rappresentanza equa e la libertà di scelta a tutti i siriani.

È necessario adoperarsi per la convocazione di un autentico congresso nazionale siriano, al quale partecipino rappresentanti reali di tutte le componenti della Siria. In questo congresso, si dovrebbe elaborare una tabella di marcia per il periodo di transizione e predisporre elezioni libere, eque e trasparenti che rispecchino le richieste dei siriani. Inoltre, nelle condizioni attuali, è fondamentale garantire la formazione di una commissione per la redazione della Costituzione, una delle massime priorità nazionali. Tutto ciò è necessario per costruire una Siria democratica, pluralista e decentralizzata.”

GIORNATA MONDIALE D’AZIONE: Siamo tutte YPJ – 31 maggio 2026

Women Defend Rojava, 13 maggio 2026
Le conquiste del movimento delle donne nella Siria del Nord e dell’Est sono sotto attacco: le difenderemo con una giornata mondiale d’azione il 31 maggio 2026!

Il 29 gennaio è stato raggiunto un accordo tra il governo di transizione siriano e l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell’Est e da allora gli attacchi militari contro le conquiste del movimento femminista sono cessati, almeno per il momento. Gli attacchi a livello politico e sociale tuttavia continuano. Nei negoziati in corso con il governo di transizione, la società – e in particolare le donne – continua a difendere le conquiste della rivoluzione – i diritti delle donne, la loro partecipazione politica e sociale, nonché la diversità sociale – contro la posizione islamista e misogina del governo di transizione.

Le unità autonome di autodifesa YPJ incarnano questi risultati già solo con la loro esistenza e le loro azioni. Per questo motivo, il governo di transizione siriano si oppone alla loro ulteriore esistenza e alla loro integrazione nell’esercito siriano.

Negli ultimi dieci anni, le YPJ hanno dimostrato, attraverso le loro lotte, i loro sacrifici e le loro vittorie, che le donne hanno il potere di difendere se stesse e la propria società. Hanno combattuto con successo contro le forze jihadiste come l’ISIS e la loro ideologia misogina. Hanno sensibilizzato l’opinione pubblica e rafforzato la fiducia all’interno della propria società, dimostrando che le donne sono la forza più potente in ambito militare, politico e sociale quando si tratta di costruire strutture democratiche. In tempo di guerra non solo hanno rispettato principi etici e morali ma hanno anche stabilito dei modelli di riferimento in materia di etica e giustizia nella loro società.

In questo modo sono state un modello per molte donne in Kurdistan e in Medio Oriente, ispirandole a lottare con tenacia per la liberazione delle donne, confidando nella propria forza, nella propria consapevolezza, nella propria istruzione e nella propria organizzazione. Le YPJ dimostrano che le donne di tutto il mondo hanno la capacità e il diritto di difendersi insieme, proteggendo così il proprio Paese, il proprio popolo e la propria società.

Le YPJ hanno ribadito il loro impegno a garantire il futuro di una Siria democratica e libera, nonché a proteggere le donne. Dichiariamo di essere al fianco delle YPJ nella loro lotta e nelle loro rivendicazioni. In occasione della nostra giornata mondiale di mobilitazione del 31 maggio, faremo in modo che queste rivendicazioni trovino eco in tutto il mondo: le YPJ devono essere integrate nell’esercito siriano come unità a tutela delle donne e dei valori democratici!

Partecipate alla nostra giornata di mobilitazione mondiale del 31 maggio con azioni di protesta creative e diverse tra loro! Diffondete le conquiste, la lotta e le rivendicazioni delle YPJ! Invitate altre organizzazioni e compagn* ad aderire alla campagna e alla giornata di mobilitazione mondiale!

Viva le YPJ, simbolo di dignità e lotta! Siamo tutte YPJ! L’autodifesa è un nostro diritto naturale!

La campagna «Siamo tutte YPJ! L’autodifesa è un diritto naturale» è stata lanciata da una Piattaforma Comune dei Movimenti e delle Organizzazioni delle Donne del Rojava e della Siria, tra cui Kongra Star. Maggiori informazioni sulla campagna e materiale sulle conquiste e sulle lotte delle YPJ sono disponibili sul sito web di Kongra Star e qui.

Siamo tutte YPJ! L’autodifesa è un nostro diritto naturale.

kongra-star.org 26 aprile 2026

Campagna a sostegno delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ) – Annunciata dalla Piattaforma congiunta dei movimenti e delle organizzazioni femminili di Rojava e Siria
Il diritto all’autodifesa contro il terrorismo e la violenza organizzata è garantito dal diritto internazionale e dalle convenzioni basate sulla Carta delle Nazioni Unite, sulle Convenzioni di Ginevra e sulla Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su pace e sicurezza. Ciò è particolarmente importante quando donne e bambini sono le principali vittime di omicidi, rapimenti, sfollamenti e riduzione in schiavitù. Negli ultimi anni, la Siria ha subito crimini diffusi perpetrati da organizzazioni terroristiche contro i civili, con le donne sottoposte alle forme più efferate di violenza e abusi, e bambini e donne esposti a ogni sorta di violazione. Ciò ha imposto alla società la responsabilità di difendere se stessa e i gruppi più vulnerabili.

In tali circostanze, si avvertiva la necessità di forze capaci di proteggere donne, bambini e società, e di contrastare il terrorismo che prende di mira gli esseri umani, la loro dignità e il loro diritto alla vita. Da questa prospettiva sono nate le Unità di Protezione delle Donne (YPJ).

Fin dalla loro fondazione nel Rojava, le YPJ si sono dimostrate la forza più efficace e il simbolo più emblematico dell’organizzazione femminile in tutta la Siria.

Negli ultimi anni, le YPJ sono state una delle forze più importanti nella lotta al terrorismo, offrendo un esempio eccezionale nella difesa dell’umanità, della dignità e della libertà. Sono state in prima linea nella lotta contro l’ISIS e altri gruppi estremisti, contribuendo direttamente alla protezione dei civili, al salvataggio di migliaia di donne e bambini e alla difesa delle comunità locali in tutta la loro diversità.

Le combattenti di queste unità hanno pagato un prezzo altissimo nel loro impegno per proteggere la società siriana e l’umanità intera. Hanno subito il martirio e numerose perdite nelle battaglie per difendere città e villaggi, così come nel contrastare il terrorismo che ha preso di mira in particolare le donne. Il ruolo di queste unità non è stato meramente militare; hanno rappresentato anche una forza morale e sociale che ha contribuito a proteggere le donne dalla violenza e dall’estremismo, rafforzando i valori di partecipazione, uguaglianza e giustizia.

La presenza di Unità di Protezione delle Donne all’interno dell’esercito garantisce il suo impegno verso i principi di pace e sicurezza. Queste unità rappresentano la bussola morale dell’esercito, radicata in una mentalità che rifiuta la negazione dell’altro e si fonda su idee progressiste.

La presenza delle donne nell’esercito serve a scopi difensivi e militari, contribuendo a cambiare la mentalità che rifiuta la volontà e i diritti delle donne.

Preservare l’identità specifica di queste unità come forze specializzate composte da donne è una necessità nazionale. Hanno una vasta esperienza nella lotta al terrorismo e nella protezione delle donne. Contribuiscono alla sicurezza e alla stabilità. Ciò garantirebbe il riconoscimento del loro ruolo, della loro storia e dei loro sacrifici.

Noi, la Piattaforma congiunta dei movimenti e delle organizzazioni femminili del Rojava, stiamo lanciando una campagna a sostegno delle Unità di protezione delle donne con lo slogan “Siamo tutte YPJ! L’autodifesa è un nostro diritto naturale” e chiediamo quanto segue:

1. Riconoscimento delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ) come forza armata regolare all’interno del Ministero della Difesa siriano.

2. La preservazione della struttura delle Unità di protezione delle donne quale parte integrante del sistema di difesa siriano nelle regioni del Rojava.

3. Tutela e consolidamento dei risultati raggiunti dalle donne nel Rojava, che hanno reso le donne curde e siriane modelli di riferimento nella regione e nel mondo.

4. Rilasciare le detenute, restituire le salme delle martiri e far luce sul destino delle donne scomparse e sparite.

5. Chiediamo alla Coalizione internazionale e agli attori competenti di sostenere l’inclusione delle Unità di protezione delle donne nella struttura del Ministero della Difesa siriano.

6. Poiché la Dichiarazione costituzionale siriana non contiene alcuna disposizione che limiti il ​​servizio militare ai soli uomini, si apre la strada a una maggiore partecipazione delle donne nelle istituzioni militari e di sicurezza. Sottolineiamo pertanto l’importanza di garantire la partecipazione delle donne e di organizzarla secondo i principi di uguaglianza e non discriminazione, anche all’interno di formazioni femminili specializzate come le Unità di protezione delle donne (YPJ).

Ci appelliamo a tutti i movimenti e le organizzazioni femminili, alle forze democratiche e all’opinione pubblica nel Kurdistan e nel mondo affinché sostengano la nostra campagna e si schierino al fianco delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ). Le YPJ sono diventate un simbolo di resistenza e di difesa della libertà delle donne, nonché un simbolo del raggiungimento della pace e della democrazia.

Chiediamo inoltre a tutti i media internazionali di sostenere questa campagna, poiché dà voce alla lotta per la libertà delle donne.

Le YPJ non sono solo combattenti; sono le protettrici della libertà e dell’uguaglianza. La loro integrazione nell’esercito siriano rafforzerà la partecipazione delle donne nelle istituzioni statali e consentirà loro di beneficiare della vasta esperienza accumulata in anni di guerra. Contribuirà inoltre a costruire un’istituzione di difesa nazionale che rifletta la diversità della società siriana e i sacrifici compiuti dai suoi figli e dalle sue figlie.

Lunga vita alle Unità di Protezione delle Donne, simbolo di dignità e lotta!

Gloria ai martiri e guarigione ai feriti.

Piattaforma congiunta dei movimenti e delle organizzazioni femminili del Rojava e della Siria

 

 

 

 

Kongra Star e il sistema delle comuni

Woman Jin Solidarity, Rete Jin, 24 aprile 2026
Kongra Star e il sistema delle comuni nell’AADNES (Amministrazione Democratica Autonoma della Siria del nord-est)
Uno dei cinque principi dell’ideologia della liberazione delle donne è l’organizzazione. Secondo questo principio, l’organizzazione è ciò che collega le singole persone con il collettivo, le idee e gli obiettivi. Organizzarsi significa assumersi la responsabilità della propria vita individuale, ma anche di quella del collettivo, poiché entrambe sono strettamente interconnesse e non possono essere separate. Le nostre compagne hanno compreso che senza organizzazione i sistemi di oppressione non possono essere superati.

È su questo principio che nel 2005 è stata fondata Kongra Star (all’epoca noto come Yekitiya Star). Kongra Star è stata istituita con l’obiettivo di sensibilizzare, organizzare e mobilitare le donne in Rojava, la regione a maggioranza curda della Siria, e ha rappresentato la pietra miliare che ha guidato le prime fasi della rivoluzione delle donne curde nel 2012. In seguito, sarebbe diventata anche la forza trainante della liberazione e dell’auto-organizzazione di tutte le donne, indipendentemente dalla loro comunità, all’interno del territorio dell’AADNES. Kongra Star è servita da esempio e ispirazione per la creazione di organizzazioni di donne arabe (Zenobia), che lottano per l’autodeterminazione delle donne arabe.

Kongra Star ha iniziato la propria attività durante il regime ba’athista, organizzando le donne curde nelle città e nei villaggi, lavorando dal basso verso l’alto, visitando ogni casa e ogni famiglia. Molte donne dell’organizzazione sono state incarcerate, sanzionate e aggredite durante quel periodo; ciononostante, sono rimaste ferme sui loro obiettivi. Quando nel 2012 è iniziata la rivoluzione in Rojava, le donne di Kongra Star hanno assunto un ruolo di leadership e guidato il controllo delle istituzioni e l’auto-organizzazione dei comitati di resistenza. Dopo il consolidamento della rivoluzione, Kongra Star ha continuato a lavorare per la costruzione del Confederalismo Democratico e l’avanzamento della liberazione delle donne nella regione. Uno dei metodi principali per raggiungere questi obiettivi è attraverso le comuni e i comitati delle donne nella regione.

Il fondamento organizzativo del sistema AADNES è la comune. Le comuni sono le garanti della democrazia di base. Una comune è composta da residenti della stessa strada, quartiere o villaggio, a seconda dell’area e della popolazione. I membri di una comune discutono e prendono decisioni collettivamente per migliorare le loro condizioni di vita in linea con le esigenze della comunità, siano esse materiali o intellettuali. Diverse comuni si uniscono per formare un’assemblea municipale; diverse comuni formano una provincia; diverse province formano un cantone; e diversi cantoni formano una regione. In questo modo, il sistema può crescere senza essere vincolato dai confini statali, ma adattandosi piuttosto alle realtà sociali e geografiche.1

Le comuni autonome di donne replicano il sistema misto generale, ma concentrano i loro sforzi sullo sviluppo di diritti, libertà e opportunità per l’emancipazione delle donne nella loro comunità. Esse partecipano, da un lato, a riunioni riservate alle donne e, dall’altro, ai comitati delle donne delle comunità generali. Kongra Star svolge un ruolo importante in queste assemblee, organizzando e collegando gli interessi e le esigenze delle donne in diversi villaggi, città e regioni. Questo duplice ruolo garantisce, da un lato, la partecipazione e lo sviluppo di proposte da una prospettiva femminile e, dall’altro, che le posizioni e le esigenze delle donne siano ascoltate e prese in considerazione. Inoltre, proprio per questo motivo, un altro aspetto importante del sistema organizzativo in Rojava è il modello di copresidenza, che viene attuato a tutti i livelli dell’amministrazione e garantisce che tutte le cariche rappresentative siano sempre ricoperte da una donna e da un uomo.

Il lavoro pratico delle comuni è organizzato attraverso comitati che coprono diversi ambiti della vita; questi vengono istituiti in base alle esigenze della comunità. I comitati riguardano la politica, la giustizia sociale, l’istruzione, l’autodifesa, l’amministrazione locale e l’ambiente, l’economia, la diplomazia, l’arte e la cultura, la sanità, i media e gli affari sociali. Kongra Star, a sua volta, riproduce questi stessi comitati per rafforzare e sostenere quelli delle comuni in una prospettiva femminile.

Il sistema delle comuni, come quello dell’intera AADNES, è un’entità viva e in evoluzione. Da un lato, è modellato dagli eventi nella regione, in particolare dagli attacchi, dal blocco economico e politico, dalle invasioni di terra e dalla crisi ambientale. D’altro canto, il sistema si evolve e cambia attraverso la pratica stessa, tramite il metodo della critica e dell’autocritica, e il tekmil 2 si adatta alle esigenze attuali e sociali del momento che stanno attraversando. La struttura delle comuni è il principale impegno politico e organizzativo di una rivoluzione che sfida il sistema dello Stato-nazione e promuove la vita autonoma e responsabile dei suoi individui.

Situazione attuale: lo smantellamento delle strutture femminili e della democrazia di base

Con la presa di potere da parte del governo provvisorio siriano, guidato da Ahmed Al-Shaara e dalle fazioni dell’HTS (Hay’at Tahrir al-Sham – il ramo di Al-Qaeda in Siria), la struttura delle comuni nelle regioni arabe è stata sciolta. La maggior parte delle comunità, dei comitati e delle istituzioni femminili sono stati chiusi. Gli edifici e i locali associati alle organizzazioni esclusivamente femminili sono stati letteralmente distrutti. Gli slogan che proclamavano l’uguaglianza e la libertà delle donne sono stati cancellati dalle strade. Le poche organizzazioni sopravvissute operano sotto una severa repressione.

Nel caso dei territori a maggioranza curda, questi organismi continuano a operare, ma resta da vedere a quali condizioni potranno proseguire il loro lavoro e in che misura saranno riconosciuti. Tra le richieste di Kongra Star figurano la salvaguardia del sistema di copresidenza e delle istituzioni femminili, una partecipazione significativa delle donne a tutti i livelli e il riconoscimento dei diritti delle donne nella nuova costituzione.

Queste richieste di Kongra Star sono in netto contrasto con la posizione di questo governo provvisorio, che esclude sistematicamente le donne dalle posizioni di responsabilità e non ha incluso la parità di genere nella costituzione provvisoria.

Per tutte queste ragioni, il sostegno delle organizzazioni femminili di tutto il mondo è cruciale per difendere le conquiste della rivoluzione delle donne e per esercitare pressioni affinché vengano rispettati i diritti e le libertà delle donne in Siria.

[1] Andrea Wolf Institute; Woman, Life, Freedom, Volume 2; p. 177

[2] https://rojavaazadimadrid.org/tekmil-un-instrumento-de-reflexion-de-rojava/

Amministrazione di Kobanê: il governo di transizione non ha adottato misure concrete

Rete Kurdistan Itakia, 7 febbraio 2026

L’amministrazione di Kobanê ha dichiarato che, nonostante le promesse fatte dai rappresentanti del governo di transizione di Damasco durante un incontro tenutosi ad Aleppo, ad oggi non sono stati adottati provvedimenti concreti.

L’amministrazione di Kobanê ha rilasciato una dichiarazione in merito ai colloqui e agli incontri tenuti con l’amministrazione del governatorato di Aleppo e alla situazione attuale sul campo.

La dichiarazione di sabato comprende quanto segue:

“Secondo l’accordo firmato il 29 gennaio tra le Forze democratiche siriane (SDF) e il governo di transizione di Damasco, il primo passo è stato compiuto nella regione di Şêxler, dove è stata raggiunta l’integrazione tra le forze di sicurezza.

Con l’obiettivo di risolvere i problemi della popolazione e garantire il ritorno degli sfollati alle loro case, si è tenuto un incontro nella zona rurale di Kobanê tra l’amministrazione di Kobanê e il vicegovernatore di Aleppo, con la partecipazione di leader delle comunità curda e araba. L’incontro si è concluso con esito positivo e il vicegovernatore di Aleppo, a nome del governatore, ha invitato l’amministrazione di Kobanê a visitare Aleppo.

Le forze militari non sono state ritirate, l’assedio non è stato tolto

In seguito all’invito trasmesso all’Amministrazione autonoma di Kobanê, una delegazione in rappresentanza dell’Amministrazione di Kobanê e dei leader della comunità si è recata ad Aleppo il 5 febbraio per incontrare il governatore. Lì si sono tenuti colloqui con il vice governatore e il comandante delle forze di sicurezza interna di Aleppo.

Durante l’incontro sono stati discussi molti importanti dossier riguardanti la regione, in particolare le misure concrete adottate nella regione di Şêxler e quelle da adottare nella regione di Çelebiyê per garantire il ritorno di tutti i residenti nei loro villaggi. Sono state affrontate anche questioni relative a servizi come acqua, elettricità e interruzioni di internet. Tuttavia, nonostante le promesse fatte dai rappresentanti del governo durante l’incontro, il governo di transizione non ha ancora adottato misure concrete; in particolare, il ritiro delle forze militari da Çelebiyê e la fine dell’assedio di Kobanê non sono stati realizzati.

L’insistenza sul nome Ayn al-Arab è contraria alla realtà

In questo contesto, noi, come amministrazione di Kobanê, sottolineiamo che le dichiarazioni successivamente pubblicate sui media non contribuiscono alla risoluzione dei problemi e non corrispondono in alcun modo al contenuto dell’accordo. Inoltre, definire Kobanê come “distretto” e insistere sull’uso del nome “Ayn al-Arab” è contrario alla realtà sul campo.

Appello al governo di Damasco affinché si assuma le proprie responsabilità

Ancora una volta, riaffermiamo il nostro impegno nei confronti delle disposizioni dell’accordo e la nostra determinazione ad attuarle sul campo, e dichiariamo di essere pronti ad assumerci le nostre responsabilità per garantire progressi in questo processo. Invitiamo il governo di Damasco ad assumersi le proprie responsabilità e a completare i passi necessari. In particolare, le forze militari devono essere ritirate dai villaggi all’interno dei confini amministrativi della regione di Kobanê, l’assedio alla città deve essere revocato e gli ostacoli che impediscono la fornitura di servizi di base alla popolazione devono essere rimossi.

Oltre l’assedio: garantire diritti, sicurezza e governance per i curdi in Siria

Rifondazione comunista, 2 febbraio 2026, di Yilmaz Orkan (Direttore Ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia*)

L’offensiva militare avviata contro i quartieri curdi di Aleppo il 6 gennaio 2026 è stata il violento culmine di un piano progettato dallo Stato turco e attuato da milizie jihadiste guidate da Ahmad al-Sharaa. Diretta strategicamente e resa possibile sul piano logistico da attori statali esterni, l’operazione non mirava soltanto al controllo territoriale, ma allo smantellamento sistematico delle Forze Democratiche Siriane (SDF) come entità istituzionale e alla liquidazione forzata di un decennio di autogoverno autonomo nella regione, come formalizzato dal cosiddetto decreto di “integrazione” del 18 gennaio.

Attraverso questo attacco, i responsabili hanno cercato di spegnere un progetto rivoluzionario in cui le donne sono liberate, i popoli convivono da pari e la democrazia respira nella vita quotidiana. Non hanno però tenuto conto di una realtà fondamentale: questa luce non è più soltanto la speranza del Rojava, è diventata una fonte di ispirazione per persone in tutto il mondo. Il costo umano di questa campagna, tuttavia, è stato devastante. Centinaia di migliaia di civili sono stati costretti allo sfollamento, centinaia sono stati uccisi e la città di Kobanê sopporta ora un assedio paralizzante, deliberatamente privata di cibo, acqua, medicine ed elettricità. Questi atti — la militarizzazione delle infrastrutture civili essenziali — costituiscono gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e configurano una punizione collettiva.

L’accordo firmato il 30 gennaio non è un punto di arrivo. Al contrario, segna l’inizio di una lunga e ardua lotta per una vera integrazione democratica. Rappresenta al tempo stesso un’opportunità e un terreno di resistenza per dimostrare che non accetteremo mai l’imposizione di un modello di vita “taglia unica” né la mentalità jihadista imposta alla nostra società. Per proteggere e far avanzare le conquiste della rivoluzione del Rojava, dobbiamo intensificare la nostra presenza nelle strade, rafforzare la nostra organizzazione e mantenere una posizione ferma e incrollabile.

La comunità internazionale, in particolare gli Stati della Coalizione Internazionale, ha una responsabilità diretta. Il silenzio di fronte a questo assedio equivale a complicità. La Coalizione ha ora un obbligo accresciuto di garantire l’attuazione dell’accordo. Allo stesso modo, la comunità internazionale, compresi l’Unione Europea (UE) e le Nazioni Unite (ONU), deve assumere il proprio ruolo e garantire la tutela costituzionale di tutti i diritti politici, sociali, democratici e linguistici dell’amministrazione del Rojava, dove diverse comunità religiose ed etniche hanno vissuto insieme in pace e dignità.

Rivolgiamo pertanto un appello urgente alla comunità internazionale affinché:

  1. Istituisca una Zona Protetta e un Meccanismo di Monitoraggio Internazionale: crei immediatamente una linea di protezione monitorata a livello internazionale mediante il dispiegamento urgente di una solida missione di osservatori con l’autorità di controllare il rispetto degli accordi, documentare le violazioni in tempo reale e proteggere i civili.
  2. Garantisca diritti costituzionali e autogoverno democratico: assicuri che qualsiasi soluzione politica sostenibile sia fondata sul riconoscimento costituzionale dell’identità, della lingua e del diritto del popolo curdo all’autoamministrazione democratica all’interno di un quadro siriano decentrato. Garanzie vincolanti sono essenziali per prevenire l’istituzionalizzazione di ulteriori repressioni.
  3. Applichi una pressione diplomatica ed economica concreta: vada oltre la retorica imponendo conseguenze significative, comprese sanzioni mirate contro gli architetti di questa offensiva, embarghi sulle armi ai responsabili e l’isolamento diplomatico degli Stati che hanno attivamente favorito l’assalto.
  4. Agisca con decisione e senza ritardi: le Nazioni Unite e gli Stati della Coalizione Internazionale devono intervenire con decisione e senza indugi per prevenire un’ulteriore escalation e danni irreversibili alla vita dei civili

*UIKI Onlus
Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia

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La fine del Kurdistan siriano

Mezzi dell’esercito siriano prima di entrare nella città di Al Hasakah (REUTERS/Khalil Ashawi)

Il Post, 2 febbraio 2026

Dopo oltre dieci anni di Rojava indipendente l’esercito siriano è entrato nella città di al Hasakah, a maggioranza curda: non c’è stata resistenza armata

Da oggi i territori curdi del nordest della Siria non saranno più un pezzo autonomo e separato del paese, ma torneranno a essere una regione come le altre, sotto l’autorità del governo centrale di Damasco. È il risultato dell’accordo della scorsa settimana fra il governo siriano e le Forze democratiche siriane (SDF nel più noto acronimo inglese), che prevede che le forze militari e le istituzioni amministrative curde, finora di fatto indipendenti, vengano integrate gradualmente in quelle statali.

Oggi militari siriani sono entrati in una delle principali città a maggioranza curda, al Hasakah, e fra oggi e domani entreranno anche a Qamishli, più a nord e più vicino al confine con la Turchia. Come da accordi, ad al Hasakah non c’è stata alcuna resistenza armata da parte delle forze curde. L’ingresso delle forze governative segna di fatto la fine del Kurdistan siriano, anche noto come Rojava.

Ad al Hasakah e Qamishli le autorità curde hanno dichiarato un coprifuoco diurno per le giornate di lunedì e martedì, che dovrebbe favorire l’ingresso delle forze di sicurezza mandate dal governo centrale. Dalla mattina lunghe colonne di mezzi militari erano in attesa di entrare nella città di al Hasakah: nel primo pomeriggio è arrivato nel centro cittadino un convoglio di otto mezzi corazzati, una decina di pickup, un’ambulanza e un veicolo operativo. Ad attenderli c’erano anche alcune centinaia di persone della minoranza araba, nonostante il coprifuoco.

Secondo i piani, nel giro di dieci giorni le forze governative prenderanno il controllo dei posti di frontiera, dell’aeroporto di Qamishli, dei pozzi petroliferi della zona e delle principali strutture militari dell’area.

La situazione è meno chiara e definita per la città di Kobane, nella provincia di Aleppo, più a ovest, al confine con la Turchia. Oggi la città, che fu un simbolo della guerra allo Stato Islamico, resta sotto il controllo curdo ma è di fatto assediata dalle forze siriane.

Il Rojava era una sorta di esperimento di autogoverno dei curdi nel nordest della Siria. Iniziò nel 2012, quando approfittando delle rivolte in tutto il paese contro il regime di Bashar al Assad milizie armate curde presero il controllo di diversi territori in cui erano la maggioranza. Poi le aree controllate si estesero durante la guerra allo Stato Islamico, che fra il 2013 e il 2019 controllò ampie zone di Siria e Iraq. Le SDF, sostenute dagli Stati Uniti e da una coalizione internazionale, furono decisive in quella guerra.

Il Rojava era una sorta di esperimento di autogoverno dei curdi nel nordest della Siria. Iniziò nel 2012, quando approfittando delle rivolte in tutto il paese contro il regime di Bashar al Assad milizie armate curde presero il controllo di diversi territori in cui erano la maggioranza. Poi le aree controllate si estesero durante la guerra allo Stato Islamico, che fra il 2013 e il 2019 controllò ampie zone di Siria e Iraq. Le SDF, sostenute dagli Stati Uniti e da una coalizione internazionale, furono decisive in quella guerra.

Il governo curdo era ispirato dal confederalismo democratico, teorizzato dal fondatore del partito del lavoratori del Kurdistan (PKK) Abdullah Öcalan: si basava su democrazia dal basso, coabitazione con gli altri siriani (soprattutto gli arabi), eguaglianza di genere, ecologismo. Il modello aveva suscitato una grande solidarietà internazionale, soprattutto negli anni della guerra allo Stato Islamico, ed era in parte stato romanticizzato, anche se la sua effettiva applicazione in alcune zone della Siria era stata parziale o incompleta.

Le SDF sono invece state attivamente combattute dalla Turchia, che si è sempre opposta alla nascita di uno stato curdo, considerandolo una minaccia per la propria integrità territoriale, soprattutto nelle regioni dove la minoranza curda è numerosa.

Le cose sono cambiate con il crollo del regime di Bashar al Assad e con il nuovo governo del presidente siriano Ahmed al Sharaa. Le SDF hanno perso il sostegno statunitense e il governo centrale si è proposto come garante di una convivenza pacifica con le varie minoranze nel paese. Nonostante la dichiarata volontà di evitare gli scontri, in questi mesi ce ne sono stati molti sia contro gli abitanti alawiti delle zone costiere che contro i drusi di Suwayda: nel complesso sono state uccise 3.000 persone.

Con i curdi il governo aveva firmato un primo accordo a marzo del 2025, che però non era stato definitivo. Un altro accordo è stato firmato la scorsa settimana, dopo un periodo di scontri e violenze tra soldati governativi e forze curde. Scrive Daniele Raineri dalla Siria sulla newsletter del Post Outpost: «La situazione poteva finire in due modi. Poteva degenerare in una grande guerra civile per il controllo delle città curde oppure poteva calmarsi grazie a un compromesso».

L’intesa prevede una sorta di resa delle forze curde: indebolite dai combattimenti recenti e senza aiuti esterni, di fatto scioglieranno le proprie milizie, che verranno assorbite all’interno dell’esercito siriano (sono previste una divisione e una brigata curda nelle forze armate regolari). In cambio saranno riconosciuti alcuni diritti civili per la minoranza curda, anche nel campo dell’istruzione, il curdo sarà riconosciuto come lingua nazionale, ma non ufficiale, e i curdi otterranno un passaporto siriano, cosa che non avveniva sotto il regime di Assad.

I rimpatri verso Siria e Afghanistan

Riforma.it, 2 febbraio 2026

Una nuova rubrica mensile della Federazione delle chiese evangeliche in Italia su diritto d’asilo e dell’accoglienza. Il primo approfondimento è a cura di Giulia Gori

Questa rubrica mensile nasce per dare uno sguardo a quanto succede in Europa e provare, attraverso gli operatori e le operatrici della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, a tradurre in modo semplice passaggi burocratici, normativi e politici, riguardo alle tematiche del diritto d’asilo e dell’accoglienza. Il primo approfondimento è a cura di Giulia Gori.

Il 22 gennaio scorso a Cipro i ministri degli Interni dell’UE si sono incontrati per una riunione informale del Consiglio per la Giustizia e gli Affari Interni (GAI). Tra i punti all’ordine del giorno, si è discusso di come effettuare rimpatri verso Siria e Afghanistan di persone provenienti da questi Paesi e già sul suolo comunitario. Cerchiamo quindi di capire il contesto di tale dibattito e quanto sta accadendo, oggi, in Europa.

Siria e Afghanistan sono considerati paesi sicuri? È attualmente già possibile rimpatriare le persone verso Siria e Afghanistan?

No, né l’Afghanistan né la Siria compaiono nella lista europea dei “Paesi di origine sicuri”. Non si può quindi assumere che una persona rimpatriata in questi due paesi non rischi di subite atti di persecuzione, tortura o violenza indiscriminata, gravi violazioni dei diritti umani.

La lista europea dei “Paesi di origine sicuri” è uno strumento introdotto il 18 dicembre dello scorso anno nell’ambito dell’applicazione di quanto previsto dal Patto su migrazione e asilo. La lista europea è un elenco unico a livello dell’Unione europea di paesi di origine considerati “sicuri”, inclusi Stati come Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. Le persone provenienti da questi paesi saranno considerate a priori non bisognose di protezione e indirizzate verso una procedura di valutazione accelerata della domanda, senza procedere a esami nel merito (e potranno essere deportate verso “Paesi terzi sicuri”, dove le loro domande di asilo potrebbero essere esaminate).

Ci sono già stati rimpatri di cittadini afghani o siriani?

Purtroppo, sì. La Germania sta procedendo da sola per il ritorno degli afghani. Il ministro dell’Interno tedesco ha affermato che Berlino è vicina a concludere un accordo con le autorità talebane di Kabul per riavviare i voli regolari di deportazione.

Anche il Belgio spinge per un coordinamento a livello UE sull’espulsione di cittadini afghani irregolari e considerati una minaccia per l’ordine pubblico, ottenendo il sostegno di altri 19 paesi, Italia inclusa, che hanno sottoscritto una lettera congiunta indirizzata al responsabile dell’UE per la migrazione, Magnus Brunner.

Anche per i siriani, la situazione non è più semplice. A seguito della caduta del regime di Assad, diversi Stati membri hanno sospeso la valutazione delle richieste di asilo da parte di siriani e hanno annunciato piani per il rimpatrio forzato dei siriani attualmente sotto protezione.

L’Austria è stato il primo paese a spingere con forza per un programma di rimpatrio ed espulsione, sospendendo i ricongiungimenti familiari per i rifugiati siriani arrivati da meno di cinque anni.

Paesi Bassi, Danimarca, Germania e Grecia fanno parte del gruppo di stati che spingono per una stretta sulle procedure di asilo e rimpatri.

L’Italia ha sospeso la valutazione delle nuove richieste di asilo da parte dei siriani, così come, ormai da un anno, gli arrivi dei siriani attraverso il programma dei corridoi umanitari.

Qual è l’impatto sui corridoi umanitari della FCEI?

Dall’inizio del 2025 non ci sono stati arrivi di cittadini siriani attraverso i nostri corridoi umanitari benché in Libano continuino ad esserci centinaia di famiglia siriane che non possono e non vogliono tornare in Siria, perché rischierebbero di subire violenze e gravi violazioni dei loro diritti. Queste persone continuano ad essere nelle nostre liste – dove cioè sono inserite le persone che potranno partecipare al progetto – e al centro dei nostri pensieri e del nostro lavoro quotidiano, ma non possiamo, ad oggi, dare loro risposte concrete. Manteniamo in ogni caso alta l’attenzione verso le persone siriane e continuiamo a occuparcene con il massimo impegno.

Conclusioni

Questi sviluppi sui rimpatri sollevano urgenti interrogativi circa la conformità della condotta degli Stati membri agli obblighi internazionali in materia di rifugiati e diritti umani, in particolare al principio di non respingimento. Come ha ricordato Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, “In virtù del principio di non respingimento, nessuna persona può essere rimandata in una situazione in cui corre un reale rischio di subire danni. Su questa base, il rapido cambiamento delle condizioni nel territorio siriano esige decisioni caute basate su prove”.

Rojava sotto assedio. Biji biji resistenza curda!


Carla Gagliardini, Patria Indipendente, 28 gennaio 29026

Le promesse del presidente Al-Sharaa per una Siria democratica e inclusiva sono già state smentite dai fatti: dopo alawiti, drusi e cristiani, ora a pagare sono i curdi. Kobane, città simbolo della lotta di liberazione dall’Isis, è circondata. All’offensiva militare si affianca lo scontro ideologico contro la proposta politica di Öcalan per il Medio Oriente, una visione che mette al centro le donne e un modello di società ecologica, in netto contrasto con gli interessi degli apparati di potere degli Stati e dei loro leader. Intanto cresce la solidarietà internazionale. Pubblichiamo un appello‑mozione dell’Unione delle donne italiane e kurde ai Parlamenti Ue e italiano, sottoscritto anche dal Coordinamento donne ANPI e aperto alle adesioni.

Henry Kissinger diceva che “gli Stati Uniti non hanno amici
o nemici permanenti ma solo interessi permanenti”.
I curdi invece dicono che “non hanno amici se non le montagne”

In queste due citazioni si racchiude molta della verità e della realtà che osserviamo da tempo in Rojava, dove governa l’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (Daanes), in modo più marcato da quando Ahmed al-Shara, nome di battaglia al-Jolani, ha conquistato manu militari il potere in Siria nel dicembre del 2024, mettendo in fuga Bashar al-Assad. Su Ahmed al-Shara, fino a poco tempo fa, pendeva una taglia made in the Usa perché guidava l’organizzazione terroristica Hts (Hayat Tahrir al-Sham).

Oggi il nemico degli Stati Uniti è diventato un amico perché ha promesso lauti investimenti in Siria, unico linguaggio che mette d’accordo gli interessi dell’Occidente, in modo particolare quelli statunitensi, e delle petromonarchie del Golfo. In sottofondo, ma non troppo, suona il ritornello degli Accordi di Abramo che mirano a pacificare le relazioni tra Israele e i Paesi arabi. E poi c’è la necessità di infliggere una sconfitta ancora più dolente e permanente all’Iran in chiave anti-russa e soprattutto anti-cinese. Il controllo della Siria è fondamentale. Così sul suolo siriano e sulla pelle degli abitanti di quella zona si sta giocando una partita importantissima. Al-Sharaa è la nuova pedina da muovere sullo scacchiere mediorientale. C’è da pensare che lui lo sappia bene e quindi occorrerà capire quale sia la sua strategia per comprendere la traiettoria che prenderà la Siria trascinando con sé, nel bene o nel male, le sue tante realtà culturali, etniche e religiose.

Per il momento le promesse del neo-presidente Aḥmad Ḥusayn al-Shara per una Siria democratica e inclusiva sono state platealmente disattese e a farne le spese sono state la comunità alawita, quella druza e persino quella cristiana. Oggi è il turno dei curdi. E allora quel detto curdo citato, se visto unicamente volgendo lo sguardo agli Stati, intesi nella loro dimensione di apparati e non di popoli, si inserisce perfettamente nello scenario attuale perché sembra vero che i curdi abbiano come soli amici le montagne. La loro storia fatta di tradimenti, persecuzioni e genocidi subiti lo insegna. Quando poco più di dieci anni fa lo Stato Islamico, più conosciuto come Isis, rappresentava una drammatica minaccia per il mondo, il sangue dei curdi e delle curde è servito. Sono loro che sono caduti e cadute sul campo di battaglia contro un nemico che scaricava la sua ferocia su coloro che considerava infedeli. Quella ferocia ha colpito in modo particolare le donne e il popolo ezida lo sa bene con le sue donne, ragazze e bambine rapite per essere vendute come schiave.

Il 26 gennaio scorso è stato l’undicesimo anniversario della fine dell’assedio di Kobane da parte dello Stato Islamico. Sono i curdi e le curde delle Ypg e delle Ypj che hanno difeso la città con una resistenza impressionante che ha fatto il giro del mondo. Oggi Kobane, città simbolo della lotta di liberazione dall’Isis, è nuovamente circondata. Questa volta è l’esercito siriano che risponde al presidente al-Sharaa, un “ex” jihadista, a volere la sua resa. Kobane ha un valore estremamente importante per entrambe le parti. Per Damasco la sua caduta significa infliggere una sconfitta che trascende l’aspetto militare e strategico perché colpirebbe nel profondo i sentimenti e il morale dei curdi e delle curde. Per la Daanes un’altra storica vittoria sarebbe invece un’ulteriore lezione impartita al mondo sulla forza della resistenza di un popolo che, in evidente posizione di svantaggio e sostanzialmente in solitudine, lotta per la libertà. In realtà, se la Daanes dovesse cadere le curde e i curdi ci avrebbero comunque insegnato qualcosa di importante: il senso profondo della loro rivoluzione che liberandosi dalle catene del nazionalismo e del patriarcato ha disegnato una società libera e democratica.

Dal 6 gennaio l’esercito siriano ha lanciato un’offensiva in Rojava. Da quando a Damasco governa al-Sharaa è stato immediatamente chiaro che l’esperienza della Daanes fosse a rischio. Il presidente siriano infatti vuole uno Stato centrale forte e nessun riconoscimento di autonomia alle varie realtà culturali, etniche e religiose del Paese. Su questo punto è sempre stato irremovibile.

Gli accordi del marzo 2025 siglati con le Sdf (Forze Democratiche Siriane all’interno delle quali si trovano le Ypg e le Ypj) che difendono la Daanes, non sono stati implementati entro la scadenza del 31 dicembre. Questi prevedevano l’inserimento delle Sdf all’interno dell’esercito siriano. La discussione era aperta sul “come” integrarle, perché Damasco vuole l’adesione individuale dei combattenti mentre le Sdf insistono per un inserimento come corpo unico, includendo anche le donne.

La fase di stallo in cui erano precipitati gli accordi è stato il pretesto per Damasco per attaccare la Daanes e conquistare circa il 90% del territorio che prima era sotto il suo controllo. I curdi e le curde sono stati abbandonati dagli alleati statunitensi che sono rimasti a guardare e hanno saputo solo suggerire il loro suicidio, sollecitandoli a accettare le condizioni di Damasco che prevedono la fine della loro autonomia, cioè la fine di tutto ciò per cui hanno lottato e che hanno saputo costruire in oltre dieci anni di amministrazione autonoma. Le aree perse dalla Daanes sono importanti per le loro risorse ma anche per i corridoi strategici. Le Sdf denunciano la complicità della Turchia che ha interesse a smantellare la Daanes e le Sdf, considerate espressione del Pkk e quindi nemici da abbattere.Il processo di pace in corso in Turchia, proprio tra lo stato turco e il fondatore del Pkk, Abdullah Öcalan, non ha né arrestato né frenato le mire distruttive del presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, nei confronti del modello politico applicato in Rojava e teorizzato dal leader curdo, ossia il confederalismo democratico. Questo paradigma non è in linea con la struttura delle società capitaliste e dello stato-nazione, disegnando all’opposto una società basata sulle comuni rette da un’organizzazione di tipo socialista.

In Rojava, oltre a una guerra di conquista, è in atto anche uno scontro ideologico sul tipo di società da realizzare. La proposta politica di Öcalan per il Medio Oriente è dirompente se si pensa al ruolo centrale della donna ma anche all’idea della società ecologica, che stride con gli appetiti degli Stati e dei loro governanti, i quali spesso hanno interessi personali che finiscono per dettare l’agenda dello Stato. Al-Sharaa in questo momento è la pedina che viene mossa dalla Turchia, che aspira a ripristinare una sorta di Impero Ottomano, e dagli Stati Uniti, che hanno un debito pubblico pericolosamente alto e una forte crisi strutturale interna su più piani, sociale, economico e finanziario, la quale richiede politiche imperialiste per l’accaparramento di ingenti risorse. Nella nuova Siria molti interessi stranieri reclamano una fetta del Paese mentre la popolazione locale, soprattutto le minoranze, viene estromessa dal progetto politico di ricostruzione della società siriana dopo lunghi anni di guerra. Non basta il riconoscimento della cittadinanza e dei diritti culturali dei curdi fatto in fretta e furia con decreto presidenziale negli ultimi giorni, tra un cessate il fuoco e l’altro, per liquidare la questione curda. La scelta di al-Sharaa sembra dettata dalla necessità di sottrarre ai curdi parte della materia del contendere e quindi svuotare la loro azione politica, legittimando così, agli occhi del mondo, la guerra scatenata contro di loro se dovessero scegliere di non piegarsi al volere di Damasco.

È difficile prevedere cosa accadrà quando il nuovo cessate il fuoco scadrà perché l’incognita di peso è rappresentata dagli Stati Uniti, i quali hanno dichiarato attraverso l’Ambasciatore in Turchia nonché inviato speciale per la Siria Tom Barrack, che le Sdf appartengono al passato e che al-Sharaa è il presente. Tuttavia non è facile credere che possano fidarsi ciecamente di colui che fino a poco più di un anno fa veniva presentato come un pericoloso terrorista e nemico di Washington. Il trasferimento nelle prigioni irachene di circa settemila jihadisti rinchiusi nelle carceri che, fino a pochi giorni fa, erano sotto il controllo delle Sdf potrebbe essere un segnale di sfiducia.

Dal canto suo Al-Sharaa indossa con disinvoltura tante maschere per ricoprire il suo passato di jihadista e il progetto che ha in mente di assimilazione delle minoranze. Ricorre a un linguaggio rassicurante, poco conta se smentito dai fatti, e questo basta per soddisfare i nuovi alleati della Siria post-Assad. Se la Daanes venisse espropriata dell’autonomia nei territori curdi che continua a controllare, come vorrebbero Erdogan e al-Sharaa, la Siria difficilmente conoscerà una stagione di pace. È facile pensare che i curdi non rinunceranno alla libertà che hanno conquistato e potranno essere di ispirazione per le altre minoranze, le quali hanno già assaggiato la violenza di questo governo e reclamano a loro volta forme di autonomia. Le donne curde saranno in prima linea perché non è pensabile per loro assistere alla cancellazione di quei diritti che hanno ottenuto combattendo tanto con le armi quanto attraverso un processo culturale e politico che ha cambiato in senso rivoluzionario il loro modo di concepirsi all’interno della società.

I curdi ci insegnano che la Resistenza è vita (Berxwedan jiyan e!), che la donna è al centro del progetto politico di una società libera, democratica e di pace (Jin jiyan azadi!) e che l’esperienza democratica del Rojava deve essere salvata. Per tutte queste ragioni la resistenza in Rojava va sostenuta. Biji biji Rojava!

Carla Gagliardini è vicepresidente ANPI provinciale di Alessandria e componente del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan odv

 

Appello-mozione di UDIK, Unione delle donne italiane e kurde, al Parlamento Ue e al Parlamento italiano

Salzano-Ve, 27/01/2026

Spettabili Deputati e Senatori del Parlamento Italiano

Appello/Mozione concernente la situazione nel Nord-Est della Siria e la difesa dell’Amministrazione Autonoma di Rojava

Noi, donne italiane e curde, unite da un legame di sorellanza, da una storia comune di resistenza e dalla lotta contro il fascismo, esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per quanto sta accadendo nel Nord-Est della Siria.

Chiediamo al Parlamento italiano e al Parlamento europeo di intervenire con urgenza per fermare gli attacchi di annientamento contro il popolo curdo e contro il suo modello di democrazia, autogoverno e convivenza pacifica.

Sollecitiamo l’Italia e l’Unione Europea a impegnarsi attivamente nella ricerca di una soluzione politica e di pace, nel pieno rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale e del principio di autodeterminazione dei popoli. Il rispetto dei diritti umani non può essere selettivo né subordinato a interessi geopolitici.

Premesso che:

– nel Nord-Est della Siria opera l’Amministrazione Autonoma di Rojava, un’esperienza politica fondata sui principi di democrazia partecipativa, autogoverno, confederalismo democratico, convivenza pacifica tra le diverse etnie e religioni e sulla piena parità di genere;
– tale modello rappresenta un esempio concreto di stabilità, inclusione sociale e rispetto dei diritti umani in un’area segnata da conflitti, autoritarismi e fondamentalismi religiosi;
– le Forze Democratiche Siriane, composte da donne e uomini, hanno svolto un ruolo decisivo nella sconfitta militare dell’organizzazione terroristica ISIS, contribuendo in modo determinante alla sicurezza regionale e internazionale, inclusa quella dell’Europa, duramente colpita da attentati terroristici negli anni passati;
– il contributo delle donne curde nella lotta contro il terrorismo e nella costruzione di un modello sociale basato sull’uguaglianza di genere è stato riconosciuto a livello internazionale come elemento centrale di tale esperienza.

A tal fine avanziamo la proposta di approvazione della seguente mozione:

Considerato che:
– l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria è attualmente oggetto di attacchi armati da parte di gruppi jihadisti legati al regime di Jolani e da milizie riconducibili ai residui dell’ISIS, con il sostegno diretto o indiretto della Turchia;
– il regime siriano non ha rispettato gli accordi sottoscritti nel mese di aprile con le Forze Democratiche Siriane, accordi che prevedevano misure volte alla de-escalation del conflitto;
– nonostante il ritiro da alcune aree da parte delle Forze Democratiche Siriane (HSD), finalizzato a evitare nuove ostilità, le milizie jihadiste hanno proseguito l’offensiva, chiedendo la deposizione delle armi e la sottomissione a un sistema politico autoritario e teocratico;
– il regime siriano si dimostra incapace di garantire una soluzione politica inclusiva e agisce sotto l’influenza di interessi geopolitici ed economici di potenze esterne.

Ritenuto che:

– la distruzione dell’Amministrazione Autonoma di Rojava rappresenterebbe un grave arretramento per la tutela dei diritti umani, per la parità di genere e per la convivenza pacifica tra i popoli della regione;
– l’abbandono di tale esperienza democratica costituirebbe un tradimento dei valori di libertà, giustizia e autodeterminazione che l’Unione Europea e la Repubblica Italiana affermano di difendere;
– il silenzio e l’inazione della comunità internazionale rischiano di favorire il ritorno del terrorismo jihadista e di compromettere ulteriormente la stabilità regionale.

Chiediamo l’impegno del Governo:

1) a condannare ufficialmente gli attacchi contro l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria e contro le Forze Democratiche Siriane;
2) a promuovere, in sede europea e internazionale, il riconoscimento politico e istituzionale dell’Amministrazione Autonoma di Rojava come interlocutore legittimo per una soluzione democratica del conflitto siriano;
3) ad attivarsi, attraverso iniziative diplomatiche urgenti, per la cessazione delle ostilità e il rispetto degli accordi precedentemente sottoscritti;
4) a sostenere la tutela dei diritti delle donne, delle minoranze etniche e religiose nel Nord Est della Siria, riconoscendo il valore del modello di autogoverno basato sull’uguaglianza di genere;
5) a vigilare affinché le politiche europee e internazionali non favoriscano, direttamente o indirettamente, forze jihadiste o regimi autoritari contrari ai principi democratici e ai diritti umani.

Firmatarie:

– UDIK Unione Donne Italiane e Kurde
– Coordinamento Nazionale Donne ANPI
– Politiche di Genere CGIL Nazionale
– UDI Unione Donne in Italia
– Casa Internazionale delle Donne
– La Biblioteca delle donne e centro di consulenza legale udipalermo
– Avv. Angela Bitonti- avvocato per i diritti umani

Per aderire: udik.unionedonne@gmail.com

Difendere la vita e comprendere la realtà della guerra


Istituto Andrea Wolf, Accademia di Jineolojî, 26 gennaio 2026

Viviamo in un’epoca di lotta, in cui le stelle resistono alle tenebre che vogliono inghiottire la loro luce. Viviamo una lotta in cui la vita viene soffocata, ma al contempo reclama vibrante la propria libertà. Viviamo nel mezzo della Terza Guerra Mondiale, in cui imperialismo, nazionalismo e fondamentalismo religioso minacciano e attaccano la vita ovunque. Il periodo storico attuale è caratterizzato da una guerra contro le donne, che cerca di tenere in ostaggio le nostre vite e si alimenta delle relazioni di potere globali.

Un nodo di questa guerra si trova in Medio Oriente, con epicentro nelle montagne e nelle pianure del Kurdistan. Fin dall’inizio di quest’anno, con gli attacchi aggressivi in corso contro la Rivoluzione di Rojava e le regioni autogestite del Nord/Est della Siria, questa guerra contro la vita e la libertà ha assunto una nuova forma ed espressione.

Chi alimenta la guerra?

La guerra che stiamo vivendo non è una guerra nuova. È una guerra che viene combattuta sin dall’apparizione del patriarcato. Innanzitutto, si tratta di una guerra della mentalità tra le forze democratiche, la società centrata sulle donne, che difende la linea della libertà, e lo stato patriarcale, volto alla distruzione. DAESH può essere compreso come una concentrazione della mentalità violenta dello stato. L’obiettivo di creare una sola bandiera, un solo colore, un solo modo di essere, è un richiamo alla distruzione violenta della vita. È la stessa mentalità delle forze egemoni degli stati nazionali, che subordinano tutte le identità ad un’unica forma. La guerra che sta avvenendo ora in Rojava, non è solo una coalizione di jihadisti, ma di forze egemoni globali: non è una guerra civile, ma un’estensione brutale della Terza Guerra Mondiale.

Il 20 gennaio 2026, Tom Barrack, inviato speciale degli USA per la Siria, ha dichiarato apertamente che lo scopo dell’alleanza con le Forze Democratiche Siriane (SDF) è scaduto. Mentre le forze HTS si uniscono alle milizie turche e liberano attivamente prigionieri dell’ISIS, Tom Barrack espone in modo aperto e contraddittorio i motivi opportunistici degli USA: «La Siria ora ha un governo centrale riconosciuto che si è unito alla Coalizione Globale per sconfiggere l’ISIS, segnalando un riavvicinamento verso occidente e una cooperazione con gli USA nella lotta al terrorismo. Questo cambia la ragione dell’alleanza USA-SDF: lo scopo originario delle SDF come principale forza anti-ISIS sul campo è in gran parte scaduto, poiché Damasco è ora disposta e in grado di assumersi le responsabilità di sicurezza, incluso il controllo dei centri di detenzione e dei campi dell’ISIS».

Il giorno successivo, è stato diffuso un video su internet: un uomo sventola una bandiera dell’ISIS in cima all’ingresso della città di Raqqa. L’ex capitale del califfato è di nuovo avvolta da violenza, distruzione e morte. Mentre il presidente francese Macron, che fa parte anche lui della coalizione antiterrorismo, e il segretario generale della NATO Mark Rutte hanno dichiarato di allinearsi agli USA riguardo alla Siria, le forze del Governo Siriano di Transizione sono riuscite ad aprire le prigioni nell’area dell’Autogoverno, che contenevano prigionieri dell’ISIS sin dalla liberazione del territorio nel 2017.

Il Governo Siriano di Transizione fa parte del progetto di riorganizzazione del Medio Oriente, guidato dagli USA e dalle forze occidentali, mentre Gran Bretagna, Turchia e UE continuano la linea di massacri che il popolo del Nord-Est della Siria sta vivendo. Pochi giorni dopo l’inizio dei massacri ad Aleppo, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, si è inchinata e ha promesso la cifra esorbitante di 620 milioni di dollari al Governo Siriano di Transizione. Non è una coincidenza. Genocidio e guerra non sono eccezioni nel modo in cui gli stati nazionali agiscono, ma sono invece una tradizione intrinseca e integrata. Dobbiamo continuare a comprendere la situazione attuale a livello geopolitico, ma è richiesta anche chiarezza ideologica e comprensione su ciò che viene attaccato ora, poiché la nostra difesa si basa proprio su questo.

Chi alimenta il mondo?

Dalla rivoluzione in Rojava e nel Nord-Est della Siria, è in corso un processo di ricostruzione della fiducia nell’umanità. Il popolo ha riconquistato la propria dignità, pesantemente attaccata dal regime Ba’ath e da altre forze terroristiche, come l’ISIS. È un processo di costruzione di ponti tra i popoli, che si sono dati un modello di autogoverno – diverso da quello degli stati – e stanno diventando una società unita. Seguendo il paradigma della modernità democratica, la proposta di una nazione democratica è diventata realtà materiale. Questa realtà formula un modo di governare basato sull’unità nelle differenze, sulla solidarietà e sulla difesa della società comunale dagli attacchi della modernità capitalistica, dello Stato e della sua mentalità.

È stato implementato un nuovo modo di organizzare la vita e si è sviluppata una mentalità libera. Sono state create cooperative agricole, sviluppati metodi comunitari ed ecologici per gestire energia, acqua e risorse, sono state create nuove istituzioni democratiche per la giustizia riparativa e sono stati avviati molti centri di ricerca e studio per la storia e le lingue. In particolare, attraverso iniziative femminili, sono stati sviluppati metodi educativi focalizzati sulla liberazione e nuove scienze come la Jineolojî sono diventate fondamentali per la comprensione di sé stesse. Con profondo significato ideologico, questa guerra sta attaccando un approccio rivoluzionario alla vita, una cultura e un’intera mentalità.

Dal 6 gennaio, quando gruppi mercenari del Governo Siriano di Transizione e dello stato turco hanno attaccato i quartieri autogestiti di Aleppo, Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, le istituzioni democratiche e in particolare quelle delle donne sono state fortemente attaccate. La biblioteca delle donne di Aleppo, dedicata a Ş. Nagihan Akarsel, è stata protetta per giorni dai nostri amici di Jineolojî, fino a quando sono stati costretti a fuggire e la biblioteca è stata data alle fiamme dal nemico. La comunalità delle donne di Aleppo, che aveva preso una posizione di principio e assunto un ruolo di avanguardia nella resistenza, è stata pesantemente attaccata. Nelle città prevalentemente arabe di Raqqa e Tabqa, le donne, negli ultimi dieci anni dalla liberazione dall’ISIS, si sono organizzate, lottando per la propria liberazione in comuni e consigli, e hanno formato l’assemblea femminile “Zenobia”.

Come Istituto Andrea Wolf, abbiamo incontrato le donne di Zenobia negli ultimi mesi, per dare significato alla loro memoria e imparare dalla loro esperienza collettiva. La nostra conversazione, sotto forma di intervista, è ora disponibile per essere letta. Ci hanno raccontato come organizzarsi come donne significhi lottare contro tutte le norme e tradizioni rimaste profondamente radicate nella società dopo l’occupazione dell’ISIS. Migliaia di rivoluzioni sono avvenute ogni giorno, mentre le donne hanno scoperto la propria forza, il proprio pensiero e la propria volontà. Questo ha portato a migliaia di rivoluzioni ogni giorno nella società, mentre affrontavano il significato di vivere.

Da quando Raqqa è stata attaccata e presa dal Governo Siriano di Transizione negli ultimi giorni, le donne attive nelle istituzioni della liberazione femminile, come Zenobia, nonché donne in posizioni di co-presidenza o che lavorano nei consigli e associazioni, nelle scuole o nei lavori culturali, sono sotto grave minaccia. Mentre scriviamo questo, non siamo sicure che tutte siano al sicuro. Come ad Aleppo, i centri della liberazione femminile sono stati dati alle fiamme, mentre queste bande scatenano un’ondata di sangue e distruzione. Non è la prima volta che i centri di Zenobia vengono attaccati: lo scorso anno, durante la campagna globale delle donne con lo slogan “Con l’unità delle donne costruiamo una Siria libera, democratica e decentralizzata”, il centro di Zenobia ad Abu Hammam vicino a Deir ez Zor è stato dato alle fiamme da una banda fascista. Mentre l’esclusione delle donne dai processi decisionali è una delle manifestazioni più profonde della crisi in questa regione, il maggiore sforzo per cambiarlo proviene da tutte le strutture femminili, che aprono le porte delle case delle donne e mostrano loro che c’è un posto per loro.

Il lavoro della comunalità femminile inizia dove si creano connessioni e relazioni tra donne e le donne scoprono se stesse, i propri sogni, la propria volontà e la propria forza. Il pensiero femminile è stato soppresso e svalutato per secoli, il che influisce sulla possibilità di sviluppare una mentalità che rifiuti la gerarchia padrone-schiavo del patriarcato, dello Stato e del capitalismo. Senza pensiero libero, creare una vita libera rimane impossibile, poiché il modo in cui pensiamo cambia e crea il mondo in cui viviamo.

Una società in cui le donne sono consapevoli di sé, fidano nel proprio genere e trovano una base organizzata nell’unità in forma democratica e comunale, è una società sana. E una società sana, come un organismo sano in natura, significa avere una forte autodifesa comunale e la capacità di creare e godere “l’arte della libertà”: la politica democratica.

Come le amiche di Zenobia hanno scritto lo scorso anno dopo l’attacco: «Possono distruggere i nostri spazi, ma non la nostra volontà. Tali attacchi non spezzeranno mai la determinazione delle donne che lottano per la libertà e una società democratica».

Questa volta, l’attacco non è un caso isolato, ma parte di una guerra violenta, condotta dalle forze di una mentalità che si oppone alla linea della comunità e delle donne, che si oppone alla linea della vita. Questa guerra, questi attacchi, questa violenza – non riguardano petrolio o terra – riguardano la sottomissione delle donne contro la loro liberazione. È questo che intendiamo quando diciamo che è una guerra ideologica, una guerra su ciò che significa vivere, una guerra condotta da un nemico che ha migliaia di anni e contro cui stiamo resistendo e combattendo da migliaia di anni.

Questo nemico ora si sta nuovamente diffondendo e imponendo veli neri tra le donne di Raqqa, per imporre la propria verità e distruggere la possibilità di una vita libera. Non si tratta solo di una minaccia che mette in pericolo la vita della società, ma di una tortura e di un tentativo di uccidere la società. Come può una società, che vive sotto la bandiera di una verità imposta e che non è libera di sviluppare la propria etica e cultura – una società in cui le donne sono oscurate e imprigionate – essere accettata? E anche se provassimo a pensare nei termini usati dalle potenze egemoni, parlando di un piano di riorganizzazione del Medio Oriente, come può essere costruita la pace, o discusso un accordo, se è basato sulla degradazione del valore della vita e costruito su una memoria assassinata? Questo non può essere accettato.

Quando la città di Raqqa fu liberata dall’ISIS nel 2017, le donne gettarono via e bruciarono i veli neri imposti loro, abbracciarono e baciarono le combattenti YPJ e insieme piansero le loro figlie e fratelli, uccisi durante la lunga occupazione. «Dedichiamo la liberazione di Raqqa a tutte le donne del mondo.» scrissero le YPJ nel loro annuncio. E dopo una lunga notte buia, il sole sorse luminoso. A Tabqa, una città nella stessa area dell’Eufrate, le donne costruirono una statua all’ingresso della città e vi danzarono intorno, celebrando il nuovo simbolo di libertà e la liberazione dall’ISIS. Il volto della statua è simbolicamente quello di Ş. Rojbin Arab, una giovane donna araba nata in Libano che si unì alla lotta di liberazione del Movimento di Liberazione Curdo e vi diede la vita. I vestiti che indossa sono quelli delle YPJ, simbolo della liberazione femminile, della difesa e dell’unità delle donne nella lotta contro la mentalità del patriarcato, degli stati nazionali e di tutti i poteri oppressivi.

Il 18 gennaio di quest’anno, quella statua è stata abbattuta da una dozzina di uomini che alzavano le dita nel segno dell’organizzazione fascista turca “Lupi Grigi”, orgogliosi della violenza di cui sono capaci, anche a livello simbolico. Per dominare nuovamente le donne, devono estirpare le prove e la memoria collettiva delle donne arabe che lottano fianco a fianco con le donne curde. Ancora una volta, tocchiamo la memoria della società e parliamo di cultura. La cultura è, in effetti, il mondo del significato, l’espressione della mentalità della società nell’arte e nella scienza e la sua capacità di produrre nuovi atti sociali e creativi. È attraverso la cultura che la società vive, recupera i valori delle proprie tradizioni, ne crea di nuovi e li fa radicare, passandoli di mano in mano tra le generazioni. Questo nemico, con una lunga esistenza storica come mentalità dominante patriarcale della casta assassina, può bruciare le comunità femminili, distruggere le nostre statue, torturarci e persino tagliare le trecce delle nostre combattenti e presentarle come trofei di guerra, ma queste atrocità non saranno sufficienti a distruggere la linea storica delle donne e della comunità, che esiste fin dall’inizio dell’umanità, né a fermare la volontà rivoluzionaria di libertà.

La linea dello Stato e la linea della comunalità

In una società che autogoverna la propria vita, il significato è centrale ed è la base della vita comunale. Se manca il significato, non può esserci etica, e senza etica, quale vita può esserci? Rebertî, Abdullah Öcalan, ci ricorda che la domanda da porre per incoraggiare le rivoluzioni non è più “Cosa fare?”, ma “Come vivere?”. Se manca il significato sociale della vita, questa domanda rimarrà senza soluzione. La rivoluzione in Rojava è una rivoluzione di significato. Con una linea etica molto forte, la politica diventa l’arte della libertà e non un modo per manipolare la società. Reber Apo ha detto, nel suo primo messaggio video da Imrali nel luglio 2025, «la politica non conosce il vuoto», il che significa che ogni mancanza di significato è una porta aperta per il nemico, per far penetrare la sfiducia nel morale delle persone e per dare un motivo alla perdita dell’unità.

La società è una realtà comunalista basata sulle comunalità. Tutti i tentativi di governare la società con politiche che si muovono verso la distruzione della comunalità sono semplicemente un tentativo di uccidere la società: questo non è politica, è guerra. Non è un caso che proprio ora il leader del Movimento per la libertà, dopo lunghi anni di totale isolamento, parli al suo popolo e al suo Movimento insistendo sulla linea della nazione democratica e della comunalità, ora che tutte le grandi potenze internazionali ed egemoni stanno lavorando per dissolverla. Quello che sta accadendo ora è un attacco alla nazione democratica, la cui essenza è il comunalismo e la cui unità fondamentale è la comunalità delle donne.

Se proviamo a guardare oltre questi massacri, possiamo vedere che queste forze seguono la vecchia e ben nota linea dello Stato, della casta assassina, che si riproduce come un parassita, rubando e uccidendo la vita della società. A livello ideologico, le forze egemoni stanno spingendo la linea nazionalistica – anche per il popolo curdo: stanno cercando di manipolare la volontà della società, proponendo una falsa possibilità di una falsa libertà. Questo avviene spingendo la divisione su base etnica, dividendo i curdi dagli arabi e i “curdi normali e buoni” – quelli che vogliono uno Stato-nazione – dai “curdi terroristi e pericolosi” – quelli che si organizzano autonomamente e seguono la via della lotta contro lo Stato e la mentalità patriarcale.

Coerentemente, le forze nazionalistiche curde, come il KDP, vengono ora promosse, per convertire l’autogoverno, l’autodifesa e l’autorganizzazione della società nella mentalità e nella struttura di uno Stato basato su divisioni etniche e culturali. La proposta fatta da Al-Jolani al comandante generale delle SDF Mazloum Abdi il 18 gennaio, di “riconoscere i diritti culturali e linguistici dei curdi, risolvere le questioni civili e restituire la proprietà”, mentre conducono attacchi genocidi, può essere vista esattamente in questa linea. Può una società che grida “Yek yek yek gelê kurd yek e” (uno uno uno il popolo curdo è uno) – mentre attraversa il confine tra Siria e Turchia e abbassa la bandiera turca dal palo – essere ingannata in questo modo? No. Non c’è vuoto che possano riempire in questo modo. La vecchia strategia di “dividi et impera” è ciò che tutte le potenze dominanti hanno usato fin dall’inizio del primo sistema oppressivo – il patriarcato. Ora stanno usando HTS, così come l’ISIS, come strumenti per mettere in pratica questa strategia.

Gli USA fingono di svolgere un ruolo di mediatore quando la situazione tocca i suoi massimi livelli. Lasciare che gli USA medino tra forze democratiche, socialiste e jihadiste, fondamentaliste, significa non solo essere pronti ad accettare una pace sporca e muoversi sul piano della diplomazia, ma anche che tutto ciò che verrà raggiunto sarà usato anche per loro. Una comandante delle YPJ, Nesrin Abdallah, dichiara, mentre difende la città di Kobane ancora una volta dall’ISIS: «Crediamo che anche la pace più sporca sia meglio della guerra. La nostra è una rivoluzione che vuole pace, un accordo che garantisca diritti e stabilità. Ma tutto questo può essere raggiunto solo attraverso la resistenza.»

Organizzare il Medio Oriente su una base comunale e confederale regionale non è solo una proposta, ma una necessità chiara. Dopo più di 10 anni di vita in un sistema democratico, socialista e rivoluzionario, una cultura rivoluzionaria – una mentalità rivoluzionaria – è viva e si trasmette di generazione in generazione e non vedrà fine.

«Siamo i figli di persone che hanno pagato un prezzo pesante per anni; arrendersi di fronte a quei sacrifici è impossibile. Per questo la fiducia del nostro popolo in noi è sempre stata incondizionata, e saremo degni della posizione e della resistenza del nostro popolo. (…) Portiamo avanti l’eredità di decine di compagni caduti come martiri a causa del tradimento delle potenze internazionali nelle aree che abbiamo liberato. Questa è la nostra promessa al nostro popolo. Credete nei vostri figli, credete nei vostri combattenti. La vittoria appartiene al nostro popolo. Il nostro popolo vivrà con dignità tra i popoli del mondo. Non c’è altra opzione se non la vittoria.»(Messaggio dalle forze YPJ che resistono a Heseke, 20 gennaio 2026)

Come figli di coloro che hanno lottato prima di noi, continuiamo la lotta per vivere una vita libera e in questa lotta non può esserci che vittoria.