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Tag: YPJ

“Siamo tutte YPJ”, delegazione in Rojava di Donne che tessono il futuro

Radio Onda d’Urto, 14 settembre 2026

Una delegazione del network internazionalista Women weaving the future, in italiano Donne che tessono il futuro, si è recata in Rojava, le aree a maggioranza curda della Siria settentrionale dove, dalla rivoluzione del 2012, in piena guerra civile siriana, dopo la cacciata dei militari del regime di Assad si è sviluppato l’autogoverno delle comuni e delle cooperative, nel quale le donne hanno avuto fin da subito un ruolo centrale.

Oggi, quei territori nel cuore del Medio oriente, conosciuti in tutto il mondo per la sfida rivoluzionaria del Confederalismo democratico, attraversano un momento storico particolare: le istituzioni – civili e militari – dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est (Daanes) stanno affrontando un processo di integrazione nello stato siriano in seguito all’accordo firmato dalle Forze democratiche siriane (Sdf) e dal governo di transizione di Damasco il 29 gennaio 2026 al termine di scontri armati che erano proseguiti per alcune settimane.

Il 25 agosto 2026 è stato annunciato lo scioglimento delle Sdf e i loro combattenti sono stati integrati in 4 battaglioni dell’esercito siriano che difenderanno le aree a maggioranza curda, quindi il Rojava.

Per quanto riguarda le Unità di protezione delle donne (Ypj), invece, il processo di integrazione non è ancora stato definito. Sono in corso negoziati a riguardo tra il governo di al-Sharaa e le Ypj, che sono una struttura autonoma rispetto alle Sdf.

Per supportare la campagna “Siamo tutte Ypj”, che chiede il riconoscimento del diritto all’autodifesa delle donne da parte del governo di Damasco, la delegazione di “Donne che tessono il futuro” ha incontrato e intervistato la comandante delle Ypj Newroz Ahmed.

L’intervista

Di seguito l’intervista alla comandante delle Ypj Newroz Ahmed realizzata dalla delegazione in Rojava di Donne che tessono il futuro:

Nel Nord-Est della Siria, le Ypj affrontano una nuova fase politica dopo anni di guerra contro l’ISIS e di costruzione dell’Amministrazione autonoma. Il processo di integrazione con le nuove istituzioni siriane pone una questione centrale: quale spazio avranno le donne nella difesa, nella politica e nella società? La comandante Newroz Amed delle Ypj racconta le difficoltà del confronto con il governo di Damasco e rilancia la campagna internazionale “Siamo tutte Ypj”.

Di seguito l’intervista alla comandante delle Ypj Newroz Ahmed realizzata dalla delegazione in Rojava di Donne che tessono il futuro.

È importante precisare che l’intervista è stata raccolta prima dell’ultimo incontro tra la delegazione delle forze dell’Amministrazione autonoma e il governo siriano. Nel frattempo, il confronto politico ha prodotto alcuni elementi di apertura, in particolare sulla possibilità di un’integrazione delle forze delle donne e delle strutture di sicurezza all’interno del Ministero dell’Interno, mantenendo una propria autonomia organizzativa. Questo possibile accordo riguarda però la sicurezza e il Ministero dell’Interno e non la difesa militare. La questione dell’integrazione delle Ypj nelle strutture della difesa siriana rimane quindi distinta e ancora aperta.

Perché sono state create le Ypj e perché oggi è così importante difendere la loro autonomia?

Le Ypj sono nate dalla necessità di autodifesa. Prima ancora dell’Isis abbiamo subito attacchi da parte di Al-Qaeda e Al-Nusra e abbiamo compreso che, come donne, dovevamo poterci difendere autonomamente.
La guerra ci ha insegnato molto. Abbiamo visto la distruzione, l’uccisione e la sofferenza delle donne e ci siamo chieste come fermare una mentalità fondata sulla violenza e sull’oppressione. La nostra esperienza ci ha portato a comprendere che la difesa non può essere separata dalla trasformazione della società.
Oggi la nostra società vuole la pace. Dal 2011 abbiamo vissuto una guerra continua e abbiamo pagato un prezzo enorme, soprattutto tra bambini e donne. Ma la pace non può significare rinunciare a ciò che abbiamo costruito.
Conosciamo la mentalità del nuovo governo e sappiamo come si è comportato nei confronti delle donne. Ci è stato detto chiaramente: «Tornate a casa, la difesa non è il vostro lavoro. Il governo e il suo esercito vi proteggeranno».
Per noi questo significa tornare a una concezione in cui la donna deve occuparsi della casa e della famiglia, mentre la difesa viene affidata agli uomini. Per questo l’integrazione non può essere semplicemente una questione tecnica o militare. È una questione politica e riguarda il ruolo delle donne nella società.

Il governo sostiene quindi che le donne non possano far parte dell’esercito?

Sì. Ci dicono che non è possibile. Sostengono che il corpo delle donne non sia adatto alla guerra, che una donna con dei figli non possa combattere e che, se venisse uccisa, i suoi figli rimarrebbero soli.
Presentano questa posizione come una forma di protezione, ma in realtà significa dire alle donne di restare a casa. Secondo questa mentalità, la guerra e la difesa sono compiti degli uomini.
Noi non accettiamo questa concezione. Per anni abbiamo partecipato alla guerra e difeso la società. Donne provenienti da Paesi diversi hanno scelto liberamente di partecipare alla lotta. È la donna che deve decidere della propria vita, non un governo che stabilisce per lei cosa può fare. Abbiamo partecipato alle discussioni ufficiali e siamo state molto chiare: vogliamo essere parte dell’esercito e vogliamo avere il diritto di decidere quale ruolo assumere.
Alla fine, però, è stata chiusa la possibilità per le donne di entrare nell’esercito. Alcune possono eventualmente ricoprire incarichi individuali nel Ministero della Difesa, ma non è questo che chiediamo. Non lottiamo perché alcune donne possano ottenere un incarico: chiediamo il riconoscimento della presenza e dell’autonomia organizzativa delle donne.

E nelle forze di sicurezza interna, le Asayish?

Nelle Asayish le donne sono presenti, ma anche qui la loro esperienza e la loro volontà non vengono ancora pienamente riconosciute. Ufficialmente si parla di esperienza e curriculum come criteri per assegnare gli incarichi. In pratica, però, le posizioni di responsabilità sono affidate soprattutto agli uomini. Le donne sono presenti in alcune strutture, ma non vengono necessariamente coinvolte nelle operazioni sul campo, soprattutto quando si tratta di interventi nelle abitazioni o arresti. Anche questo non è accettabile. Non chiediamo semplicemente di essere ammesse perché siamo donne, chiediamo che le donne siano riconosciute su ogni fronte, comprese le posizioni di comando e direzione. Siamo in attesa di un incontro con il Ministero degli Interni per discutere queste questioni. Vogliamo capire quali condizioni sono disposti ad accettare e quali, invece, non siamo disposte ad accettare noi Per noi è fondamentale difendere l’autonomia delle donne, delle nostre forze e della nostra organizzazione. Dobbiamo poter continuare a esistere come forza organizzata per la difesa delle donne.

Che cosa significa, in questo contesto, la campagna internazionale “Siamo tutte Ypj”?

Le Ypj sono nate come forza di autodifesa delle donne, ma la loro esperienza non appartiene soltanto a una comunità. Da Kobanê a Şengal e in molti altri luoghi, donne diverse hanno partecipato alla lotta. Oggi possiamo dire che è diventata una lotta comune. La sconfitta dell’Isis è stata possibile anche grazie alla solidarietà e alla difesa internazionale. La mentalità dell’Isis non è rimasta confinata al Medio Oriente, ha avuto conseguenze anche in altre parti del mondo: per questo la lotta contro una concezione che nega la libertà delle donne riguarda tutte e tutti.
Il XXI secolo dovrebbe essere il secolo delle donne, ma proprio per questo le forze che si oppongono alla loro libertà cercano di colpire questo processo. Il pericolo non riguarda soltanto il Medio Oriente: riguarda l’Europa, l’America, l’Asia, l’Africa e tutta la società. Per questo diciamo che la nostra resistenza non è contro delle persone in quanto tali, ma contro una mentalità. Vogliamo dire: non potete cancellarci, non potete farci scomparire. Noi esistiamo e continueremo a esistere. “Siamo tutte Ypj” significa quindi difendere una concezione della società nella quale le donne possano partecipare alla vita politica, alla difesa, all’organizzazione sociale e ai processi decisionali.

Quale responsabilità dovrebbe assumersi la comunità internazionale?

Non è sufficiente guardare ciò che accade da lontano. Dopo anni di guerra abbiamo capito che la solidarietà deve tradursi in una responsabilità concreta. È importante sostenere chi continua a lottare e costruire forme di collaborazione durature. Vogliamo che le Ypj vengano riconosciute come un’esperienza che appartiene a tutte e tutti.

Non è soltanto curda, non è soltanto siriana e non riguarda esclusivamente le donne. Riguarda tutta la società e tutti i popoli. Per questo vogliamo rafforzare l’organizzazione delle donne e sviluppare la collaborazione internazionale. Dobbiamo esercitare pressione sugli Stati e sulla comunità internazionale, non soltanto in Europa ma anche nei Paesi arabi e nelle altre realtà che hanno un ruolo nella regione.

Dobbiamo inoltre guardare criticamente ai modelli che vengono presentati come esempi di emancipazione femminile. In alcuni Paesi vengono utilizzate singole donne in posizioni di visibilità per dimostrare quanto il sistema sarebbe aperto e avanzato. Ma dobbiamo chiederci che cosa c’è realmente dietro queste immagini. Il nostro paradigma pone la donna al centro e al fronte della trasformazione sociale. Chi si oppone a questo paradigma può cercare di utilizzare le donne come strumento per costruire un modello alternativo senza mettere realmente in discussione il sistema di potere. È un pericolo serio. In diverse rivoluzioni del passato è accaduto che un processo di trasformazione venisse progressivamente assorbito e neutralizzato dal sistema dominante. Dobbiamo evitare che accada nuovamente.

Come continuerà, quindi, la vostra lotta?

Siamo ancora in una fase di discussione. Non esiste un unico metodo di lotta e non possiamo pensare che basti una sola forma di resistenza. Abbiamo bisogno di molti strumenti e di molte modalità di collaborazione.
La nostra lotta deve continuare sia sul terreno della sicurezza interna sia su quello della difesa. Allo stesso tempo dobbiamo rafforzare la pressione politica e internazionale e costruire una collaborazione sempre più ampia tra le organizzazioni delle donne. La questione fondamentale è non permettere che l’esperienza costruita dalle donne venga cancellata o assorbita. La nostra esperienza ci ha insegnato che la difesa delle donne non riguarda soltanto le donne. Riguarda la società nel suo insieme. Per questo chiediamo a chi condivide questi valori di assumersi una responsabilità concreta e di contribuire a rafforzare questa lotta.

Che posto avranno le YPJ nella nuova Siria?

ilpost.it 6 settembre 2026

Il governo siriano non ha voluto integrare nell’esercito la milizia femminile simbolo del popolo curdo, ma ha proposto delle alternative

AL HASAKAH, SYRIA – DECEMBER 25: YPJ

Quando il 25 agosto le Forze democratiche siriane guidate dai curdi (SDF, nel più noto acronimo inglese) si sono ufficialmente sciolte dopo essere state integrate nell’apparato statale siriano, una parte importante delle loro forze armate è rimasta senza collocazione: le YPJ, le Unità di Protezione delle Donne, milizie femminili nate nel 2013 e diventate il simbolo internazionale della guerra curda contro l’ISIS. Le oltre 1.500 combattenti non entreranno nell’esercito siriano, che per ora le ha rifiutate, e da settimane sono in trattativa con il ministero dell’Interno per capire quale sarà il loro futuro.

La scorsa settimana il governo centrale siriano ha fatto sapere che era stato raggiunto un accordo per integrare le YPJ nel ministero dell’Interno. Nonostante ufficialmente non siano state date altre notizie, diversi media siriani hanno detto che dovrebbero entrare a far parte di una forza di sicurezza con incarichi di contrasto al terrorismo. Le informazioni sono ancora poche, e molti sono invece i dubbi sulla riuscita di questa operazione, che per vari motivi è più complicata dell’inserimento delle milizie maschili nei ranghi dell’esercito.

Le YPJ sono un simbolo del popolo curdo e dalla loro fondazione, nel 2013, sono state una parte essenziale delle sue forze armate: sono state attive nella guerra contro l’ISIS sostenuta dagli Stati Uniti e da una coalizione internazionale, iniziata con la lunga battaglia di Kobane, città vicina al confine con la Turchia, che i curdi riuscirono a riconquistare all’inizio del 2015. In quel periodo le immagini delle donne curde a volto scoperto che combattevano i miliziani dell’ISIS ebbero un grande impatto e contribuirono a far conoscere la causa curda a molte persone in Occidente.

Nonostante questo, integrarle nell’esercito siriano come delle milizie separate è stato impossibile. Il nuovo governo di Ahmed al Sharaa non ha vietato la partecipazione delle donne alla vita pubblica e politica del paese, ma il loro ruolo è molto più marginale di quello occupato dalle donne nella società curda: nel nuovo parlamento siriano siedono 20 donne su 210 deputati e le donne sono incluse in alcuni reparti della polizia e possono lavorare all’interno dei ministeri. Fra i ministri c’è solo una donna, Hind Kabawat, che dirige il ministero degli Affari sociali e del Lavoro dal 2025.

L’esercito siriano inoltre è composto principalmente da uomini musulmani e conservatori, ex membri delle milizie ribelli siriane che hanno portato alla caduta del regime di Assad a dicembre del 2024. Molti di loro appartengono al gruppo Hayat Tahrir al-Sham (HTS), guidato da Ahmed al Sharaa, che prima di diventare presidente era noto con il nome di Abu Mohammed al Jolani e in passato era stato membro sia dell’ISIS che di al Qaida. Insomma, un contesto che difficilmente accetterebbe delle milizie femminili.

Per questi motivi l’integrazione delle YPJ è stata per mesi il punto più critico dei negoziati fra le Forze democratiche siriane e il governo centrale. Ad aprile quest’ultimo aveva ufficialmente rifiutato la richiesta della loro integrazione nell’esercito, ma nei mesi successivi le due parti hanno cercato un compromesso. Fra le proposte che sembra siano state avanzate c’era quella di inserire le YPJ nei reparti della polizia turistica, un corpo creato nel 2025 con l’incarico di proteggere i turisti e le aree turistiche e che già include le donne. Citando fonti anonime, Reuters ha scritto che le YPJ hanno rifiutato la proposta, ma una loro portavoce ha anche negato alla stessa testata che questa opzione fosse stata avanzata.

Giovedì 27 agosto infine il ministero dell’Interno siriano e le YPJ hanno fatto sapere che era stato trovato un accordo, alla fine di una riunione fra tre comandanti delle YPJ, Newroz Ahmad, Sozdar Haji e Khalisa Ayed, la loro portavoce Ruken Jamal e il ministro dell’Interno siriano Anas Hassan Khattab. Le YPJ hanno fatto sapere di aver chiesto di rimanere una milizia unita, anche se integrata all’interno del ministero, ma al momento non ci sono sicurezze neanche su questo.

 

Si sciolgono le forze combattenti curde e il sogno della rivoluzione: non perdiamo di vista le vittorie

il Fatto Quotidiano, 3 settembre 2026, di Davide Grasso

Le SDF sono state il più grande esercito popolare del Medio Oriente, raggiungendo 70mila unità. L’esito finale è stato determinato dagli attacchi di gennaio del governo siriano

In questi giorni le forze armate del governo di Damasco prendono gradualmente possesso delle ultime aree autonome nel nord della Siria, in zone a maggioranza curda chiamate per questo Rojava. Questo dispiegamento arriva dopo l’annuncio, il 25 agosto, dell’auto-dissoluzione dell’Amministrazione democratica autonoma (DAA) e delle sue Forze siriane democratiche (SDF) di autodifesa. L’autonomia del nord-est, di ispirazione confederalista e democratica socialista, esisteva di fatto dal 2012, e ufficialmente dal 2014. Ha rappresentato negli ultimi quattordici anni un punto di riferimento per coloro che hanno cercato di immaginare un nuovo modo di concepire la rivoluzione nel XXI secolo, dotato al tempo stesso di concretezza, rinnovamento etico e concettuale e spazio per l’utopia.

Le zone autonome si erano ingrandite nel corso del tempo grazie alla guerra di resistenza attuata dalle SDF contro lo Stato islamico o Daesh tra il 2014 e il 2019. Le vittorie delle SDF in quegli anni sono state possibili grazie a decine di migliaia di giovani volontari siriani e mediorientali che hanno combattuto con coraggio estremo e mezzi poverissimi. Sono state il più grande esercito popolare rivoluzionario del Medio oriente, raggiungendo 70.000 unità (non molto meno dell’esercito siriano stesso) e coinvolgendo una maggioranza di combattenti di lingua araba (circa il 68,7% secondo una survey del 2019) e una cospicua minoranza di curdi (17,2%), oltre ad assiri (12,5%), ezidi, turcomanni, circassi e armeni (2%).

Le SDF hanno visto combattere al loro interno fedi diverse, tra cui era maggioritario l’islam sunnita, ma con importanti minoranze delle diverse confessioni cristiane orientali, dell’ezidismo e dell’alevismo. Una buona parte dei combattenti delle due forze curde che hanno diretto le SDF, le Unità di protezione del popolo (YPG) maschili e le Unità di protezione delle donne (YPJ) femminili, era inoltre atea, agnostica o rivendicava un’adesione a forme di panteismo e l’interesse per tradizioni religiose zoroastriane. La presenza di donne era unica nel panorama politico delle forze non statali nate dopo il 2011 in Siria. Le YPJ, che costituivano circa il 18% delle SDF, erano un esercito femminile autonomo, con una propria catena di comando, che si riservava ogni volta di concordare le scelte delle SDF con i comandi maschili e aderiva a una concezione femminile del sapere chiamata Jineolojî (“scienza donna”).

Le SDF hanno rappresentato la forza armata che, nella guerra siriana, ha fatto propri principi di combattimento volti al rispetto dei prigionieri, al rifiuto della pena di morte e di esecuzioni sommarie. Nonostante non siano mancate infrazioni, questo tratto di disciplina ed etica interna le ha differenziate dai gruppi islamisti contro cui ha combattuto e che ora, dopo aver preso il potere a Damasco nel 2024, sono riusciti a imporne lo scioglimento. Questo esito è stato determinato principalmente dall’attacco su vasta scala del governo dello scorso gennaio, che non ha incontrato resistenze nelle regioni autonome a maggioranza araba, dove anzi si è assistito alla defezione di molte unità delle SDF, che hanno attaccato le YPG-YPJ curde al fianco delle forze governative.

Quei fatti sono decisivi per comprendere la sconfitta di una rivoluzione che ha immaginato di poter promuovere nuovi sistemi di autogoverno confederati sul territorio, dove diversi stili di vita e regimi di verità potessero convivere senza suprematismi religiosi o razziali. Così non è stato, in parte per un indomito razzismo anti-curdo presso parte della popolazione, in parte perché negli apparati del movimento hanno resistito forme di razzismo anti-arabo che le discriminazioni patite dai curdi possono in parte spiegare sul piano sociologico, ma non giustificare. Molto ha contato anche la promessa del nuovo presidente salafita di investimenti massicci dall’occidente a favore delle imprese locali, che ha convinto i capi delle maggiori tribù a passare dalla parte di Damasco, sospinte in questa direzione anche dall’inviato di Trump, Tom Barrack.

Nulla si potrebbe comprendere dell’intero processo, infatti, senza ricordare il ruolo delle superpotenze, Stati Uniti in testa. Nonostante abbiano fin dall’inizio supportato, con la Turchia, l’opposizione islamista, mentre la Russia sosteneva Assad, l’incapacità di entrambi questi fronti di contenere l’espansione di Daesh nel 2014 ha aperto una decisiva finestra di opportunità per le YPG-YPJ, fino ad allora esercito agguerrito ma marginale. È stata la cooperazione militare con gli USA contro Daesh, e con la Russia contro altre branche dell’opposizione islamista, ad aver permesso la creazione delle SDF e l’espansione di una confederazione autonoma fondata su migliaia di comuni popolari, centinaia di cooperative ecologiche e congressi delle donne su quasi un terzo della Siria.

In un mondo dove la difficoltà dei movimenti a costruire un pensiero autonomo produce a diverse latitudini l’idealizzazione acritica ora dell’America, ora della Russia, ora dell’Iran o della Turchia, le SDF sono state idealizzate da alcuni e demonizzate da altri, non senza fuorvianti e paradossali caricature ultra-liberali o islamofobe, mentre le loro bandiere sono state sventolate quando questo attraeva consensi e simpatie, e messe nel cassetto quando è cambiata la moda. La verità è che nessun movimento armato del tempo presente può prescindere dal rapportarsi con forze statali, anche quando governate da prospettive ideologiche diametralmente opposte. Questa è una contraddizione che sta nelle cose, in Kurdistan come in Palestina, in Ucraina come in Libano. Il rapporto con le grandi potenze ha in ogni caso decretato tanto l’ascesa quando il declino delle SDF. La Russia di Putin ha aperto la strada alle invasioni turche della DAA nel 2018 ad Afrin e nel 2024 a Sheeba e Manbij, mentre gli USA di Trump hanno fatto lo stesso nel 2019 a Tell Abyad e Serekaniye, appoggiando infine a Al-Shaara durante l’attacco del 2026.