Passa al contenuto principale

Tag: YPJ

Che posto avranno le YPJ nella nuova Siria?

ilpost.it 6 settembre 2026

Il governo siriano non ha voluto integrare nell’esercito la milizia femminile simbolo del popolo curdo, ma ha proposto delle alternative

AL HASAKAH, SYRIA – DECEMBER 25: YPJ

Quando il 25 agosto le Forze democratiche siriane guidate dai curdi (SDF, nel più noto acronimo inglese) si sono ufficialmente sciolte dopo essere state integrate nell’apparato statale siriano, una parte importante delle loro forze armate è rimasta senza collocazione: le YPJ, le Unità di Protezione delle Donne, milizie femminili nate nel 2013 e diventate il simbolo internazionale della guerra curda contro l’ISIS. Le oltre 1.500 combattenti non entreranno nell’esercito siriano, che per ora le ha rifiutate, e da settimane sono in trattativa con il ministero dell’Interno per capire quale sarà il loro futuro.

La scorsa settimana il governo centrale siriano ha fatto sapere che era stato raggiunto un accordo per integrare le YPJ nel ministero dell’Interno. Nonostante ufficialmente non siano state date altre notizie, diversi media siriani hanno detto che dovrebbero entrare a far parte di una forza di sicurezza con incarichi di contrasto al terrorismo. Le informazioni sono ancora poche, e molti sono invece i dubbi sulla riuscita di questa operazione, che per vari motivi è più complicata dell’inserimento delle milizie maschili nei ranghi dell’esercito.

Le YPJ sono un simbolo del popolo curdo e dalla loro fondazione, nel 2013, sono state una parte essenziale delle sue forze armate: sono state attive nella guerra contro l’ISIS sostenuta dagli Stati Uniti e da una coalizione internazionale, iniziata con la lunga battaglia di Kobane, città vicina al confine con la Turchia, che i curdi riuscirono a riconquistare all’inizio del 2015. In quel periodo le immagini delle donne curde a volto scoperto che combattevano i miliziani dell’ISIS ebbero un grande impatto e contribuirono a far conoscere la causa curda a molte persone in Occidente.

Nonostante questo, integrarle nell’esercito siriano come delle milizie separate è stato impossibile. Il nuovo governo di Ahmed al Sharaa non ha vietato la partecipazione delle donne alla vita pubblica e politica del paese, ma il loro ruolo è molto più marginale di quello occupato dalle donne nella società curda: nel nuovo parlamento siriano siedono 20 donne su 210 deputati e le donne sono incluse in alcuni reparti della polizia e possono lavorare all’interno dei ministeri. Fra i ministri c’è solo una donna, Hind Kabawat, che dirige il ministero degli Affari sociali e del Lavoro dal 2025.

L’esercito siriano inoltre è composto principalmente da uomini musulmani e conservatori, ex membri delle milizie ribelli siriane che hanno portato alla caduta del regime di Assad a dicembre del 2024. Molti di loro appartengono al gruppo Hayat Tahrir al-Sham (HTS), guidato da Ahmed al Sharaa, che prima di diventare presidente era noto con il nome di Abu Mohammed al Jolani e in passato era stato membro sia dell’ISIS che di al Qaida. Insomma, un contesto che difficilmente accetterebbe delle milizie femminili.

Per questi motivi l’integrazione delle YPJ è stata per mesi il punto più critico dei negoziati fra le Forze democratiche siriane e il governo centrale. Ad aprile quest’ultimo aveva ufficialmente rifiutato la richiesta della loro integrazione nell’esercito, ma nei mesi successivi le due parti hanno cercato un compromesso. Fra le proposte che sembra siano state avanzate c’era quella di inserire le YPJ nei reparti della polizia turistica, un corpo creato nel 2025 con l’incarico di proteggere i turisti e le aree turistiche e che già include le donne. Citando fonti anonime, Reuters ha scritto che le YPJ hanno rifiutato la proposta, ma una loro portavoce ha anche negato alla stessa testata che questa opzione fosse stata avanzata.

Giovedì 27 agosto infine il ministero dell’Interno siriano e le YPJ hanno fatto sapere che era stato trovato un accordo, alla fine di una riunione fra tre comandanti delle YPJ, Newroz Ahmad, Sozdar Haji e Khalisa Ayed, la loro portavoce Ruken Jamal e il ministro dell’Interno siriano Anas Hassan Khattab. Le YPJ hanno fatto sapere di aver chiesto di rimanere una milizia unita, anche se integrata all’interno del ministero, ma al momento non ci sono sicurezze neanche su questo.

 

Si sciolgono le forze combattenti curde e il sogno della rivoluzione: non perdiamo di vista le vittorie

il Fatto Quotidiano, 3 settembre 2026, di Davide Grasso

Le SDF sono state il più grande esercito popolare del Medio Oriente, raggiungendo 70mila unità. L’esito finale è stato determinato dagli attacchi di gennaio del governo siriano

In questi giorni le forze armate del governo di Damasco prendono gradualmente possesso delle ultime aree autonome nel nord della Siria, in zone a maggioranza curda chiamate per questo Rojava. Questo dispiegamento arriva dopo l’annuncio, il 25 agosto, dell’auto-dissoluzione dell’Amministrazione democratica autonoma (DAA) e delle sue Forze siriane democratiche (SDF) di autodifesa. L’autonomia del nord-est, di ispirazione confederalista e democratica socialista, esisteva di fatto dal 2012, e ufficialmente dal 2014. Ha rappresentato negli ultimi quattordici anni un punto di riferimento per coloro che hanno cercato di immaginare un nuovo modo di concepire la rivoluzione nel XXI secolo, dotato al tempo stesso di concretezza, rinnovamento etico e concettuale e spazio per l’utopia.

Le zone autonome si erano ingrandite nel corso del tempo grazie alla guerra di resistenza attuata dalle SDF contro lo Stato islamico o Daesh tra il 2014 e il 2019. Le vittorie delle SDF in quegli anni sono state possibili grazie a decine di migliaia di giovani volontari siriani e mediorientali che hanno combattuto con coraggio estremo e mezzi poverissimi. Sono state il più grande esercito popolare rivoluzionario del Medio oriente, raggiungendo 70.000 unità (non molto meno dell’esercito siriano stesso) e coinvolgendo una maggioranza di combattenti di lingua araba (circa il 68,7% secondo una survey del 2019) e una cospicua minoranza di curdi (17,2%), oltre ad assiri (12,5%), ezidi, turcomanni, circassi e armeni (2%).

Le SDF hanno visto combattere al loro interno fedi diverse, tra cui era maggioritario l’islam sunnita, ma con importanti minoranze delle diverse confessioni cristiane orientali, dell’ezidismo e dell’alevismo. Una buona parte dei combattenti delle due forze curde che hanno diretto le SDF, le Unità di protezione del popolo (YPG) maschili e le Unità di protezione delle donne (YPJ) femminili, era inoltre atea, agnostica o rivendicava un’adesione a forme di panteismo e l’interesse per tradizioni religiose zoroastriane. La presenza di donne era unica nel panorama politico delle forze non statali nate dopo il 2011 in Siria. Le YPJ, che costituivano circa il 18% delle SDF, erano un esercito femminile autonomo, con una propria catena di comando, che si riservava ogni volta di concordare le scelte delle SDF con i comandi maschili e aderiva a una concezione femminile del sapere chiamata Jineolojî (“scienza donna”).

Le SDF hanno rappresentato la forza armata che, nella guerra siriana, ha fatto propri principi di combattimento volti al rispetto dei prigionieri, al rifiuto della pena di morte e di esecuzioni sommarie. Nonostante non siano mancate infrazioni, questo tratto di disciplina ed etica interna le ha differenziate dai gruppi islamisti contro cui ha combattuto e che ora, dopo aver preso il potere a Damasco nel 2024, sono riusciti a imporne lo scioglimento. Questo esito è stato determinato principalmente dall’attacco su vasta scala del governo dello scorso gennaio, che non ha incontrato resistenze nelle regioni autonome a maggioranza araba, dove anzi si è assistito alla defezione di molte unità delle SDF, che hanno attaccato le YPG-YPJ curde al fianco delle forze governative.

Quei fatti sono decisivi per comprendere la sconfitta di una rivoluzione che ha immaginato di poter promuovere nuovi sistemi di autogoverno confederati sul territorio, dove diversi stili di vita e regimi di verità potessero convivere senza suprematismi religiosi o razziali. Così non è stato, in parte per un indomito razzismo anti-curdo presso parte della popolazione, in parte perché negli apparati del movimento hanno resistito forme di razzismo anti-arabo che le discriminazioni patite dai curdi possono in parte spiegare sul piano sociologico, ma non giustificare. Molto ha contato anche la promessa del nuovo presidente salafita di investimenti massicci dall’occidente a favore delle imprese locali, che ha convinto i capi delle maggiori tribù a passare dalla parte di Damasco, sospinte in questa direzione anche dall’inviato di Trump, Tom Barrack.

Nulla si potrebbe comprendere dell’intero processo, infatti, senza ricordare il ruolo delle superpotenze, Stati Uniti in testa. Nonostante abbiano fin dall’inizio supportato, con la Turchia, l’opposizione islamista, mentre la Russia sosteneva Assad, l’incapacità di entrambi questi fronti di contenere l’espansione di Daesh nel 2014 ha aperto una decisiva finestra di opportunità per le YPG-YPJ, fino ad allora esercito agguerrito ma marginale. È stata la cooperazione militare con gli USA contro Daesh, e con la Russia contro altre branche dell’opposizione islamista, ad aver permesso la creazione delle SDF e l’espansione di una confederazione autonoma fondata su migliaia di comuni popolari, centinaia di cooperative ecologiche e congressi delle donne su quasi un terzo della Siria.

In un mondo dove la difficoltà dei movimenti a costruire un pensiero autonomo produce a diverse latitudini l’idealizzazione acritica ora dell’America, ora della Russia, ora dell’Iran o della Turchia, le SDF sono state idealizzate da alcuni e demonizzate da altri, non senza fuorvianti e paradossali caricature ultra-liberali o islamofobe, mentre le loro bandiere sono state sventolate quando questo attraeva consensi e simpatie, e messe nel cassetto quando è cambiata la moda. La verità è che nessun movimento armato del tempo presente può prescindere dal rapportarsi con forze statali, anche quando governate da prospettive ideologiche diametralmente opposte. Questa è una contraddizione che sta nelle cose, in Kurdistan come in Palestina, in Ucraina come in Libano. Il rapporto con le grandi potenze ha in ogni caso decretato tanto l’ascesa quando il declino delle SDF. La Russia di Putin ha aperto la strada alle invasioni turche della DAA nel 2018 ad Afrin e nel 2024 a Sheeba e Manbij, mentre gli USA di Trump hanno fatto lo stesso nel 2019 a Tell Abyad e Serekaniye, appoggiando infine a Al-Shaara durante l’attacco del 2026.