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Autore: CisdaETS

In seguito alla sparatoria a Washington, Trump vuole sospendere le immigrazioni dall’Afghanistan

ultimavoce.it Lucrezia Agliani 27 novembre 2025

L’episodio della sparatoria a Washington ha coinvolto due membri della Guardia Nazionale, colpiti in pieno giorno mentre erano in pattuglia nei pressi di Farragut Square, una zona centrale frequentata dagli impiegati federali e affollata all’ora di pranzo. Poco dopo le 14:15, un uomo ha aperto il fuoco contro i militari, ferendoli gravemente prima di essere a sua volta colpito e immobilizzato da altri colleghi accorsi sul posto.Da qui, Donald Trump ha impiegato veramente poco tempo per costruire una retorica xenofoba: questa volta, il dito è stato puntato sulle immigrazioni dall’Afghanistan.La polizia ha descritto la scena della sparatoria a Washington come un’“imboscata”: il sospettato sarebbe spuntato all’improvviso da un angolo della strada, sparando immediatamente contro i due soldati. Testimoni hanno riferito di aver udito una serie di colpi seguiti dal panico della folla che cercava rifugio nei negozi vicini. Le immagini girate da alcuni automobilisti mostrano i due militari distesi sull’asfalto, circondati dai medici che tentavano di stabilizzarli.

L’identificazione del sospettato
Poche ore dopo la sparatoria a Washington DC, le forze dell’ordine hanno identificato il presunto aggressore: Rahmanullah Lakanwal, 29 anni, residente nello Stato di Washington. Fonti investigative hanno confermato che si tratta di un cittadino afgano arrivato negli Stati Uniti nel 2021, nei mesi successivi alla presa di Kabul da parte dei talebani.

Secondo quanto riferito da un familiare, Lakanwal avrebbe passato dieci anni nell’esercito afgano, collaborando anche con le forze speciali statunitensi. Per questo motivo avrebbe ottenuto protezione nell’ambito dei programmi dedicati agli afghani che rischiavano ritorsioni dopo il ritorno al potere dei talebani. La stessa fonte ha dichiarato ai media di essere sconvolta: «Eravamo noi il bersaglio dei talebani, non riesco a immaginare cosa sia successo».

Il programma di accoglienza e la richiesta d’asilo per le immigrazioni dall’Afghanistan

Il nome di Lakanwal era stato registrato nel 2021 all’interno di Operation Allies Welcome, l’iniziativa lanciata dall’amministrazione Biden per accogliere gli afghani che avevano collaborato con gli Stati Uniti durante la guerra. Nel 2024 aveva presentato una richiesta formale di asilo politico, che sarebbe stata accettata all’inizio di quest’anno.

Ma dopo l’attacco di Washington, le autorità hanno dichiarato che il sospettato non starebbe collaborando con gli investigatori e al momento non è stato reso noto il movente. Il sindaco Muriel Bowser, pur evitando conclusioni affrettate, ha definito l’episodio «una sparatoria mirata», suggerendo che i militari fossero l’obiettivo diretto.

A poche ore dalla conferma dell’identità del sospetto, Donald Trump ha utilizzato l’episodio per lanciare un attacco politico contro le politiche migratorie dell’amministrazione Biden. Da un palco, il Presidente ha chiesto «un riesame immediato di ogni cittadino afgano entrato nel Paese sotto il mandato di Biden», definendo la sparatoria «un atto di terrore».

Quasi in contemporanea, il Dipartimento della Sicurezza Interna ha annunciato la sospensione a tempo indeterminato di tutte le procedure di immigrazione dall’Afghanistan, in attesa di una revisione dei protocolli di sicurezza. Una misura immediatamente contestata da gruppi per i diritti dei rifugiati, che la considerano una reazione politica sproporzionata.

Un clima di militarizzazione crescente
Negli ultimi mesi la capitale americana ha visto un massiccio dispiegamento della Guardia Nazionale, schierata su ordine di Trump – con il benestare del Pentagono – per contrastare quello che il Presidente ha definito un aumento incontrollato della criminalità. Al momento, oltre duemila riservisti pattugliano le strade della città, pur senza poteri di arresto.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato l’imminente arrivo di altri 500 militari, dichiarando che l’attacco «non farà che rafforzare la nostra determinazione nel rendere Washington più sicura». Una scelta che riaccende il dibattito su fino a che punto sia opportuno utilizzare forze militari in ruoli tipicamente civili.

La questione delle immigrazioni dall’Afghanistan negli Stati Uniti
La sparatoria a Washington riapre una discussione mai sopita: quella sull’accoglienza degli afgani arrivati dopo il ritiro statunitense del 2021. Decine di migliaia di persone sono entrate nel Paese con protezioni speciali, tra visti umanitari, asilo e programmi dedicati agli ex collaboratori delle forze armate statunitensi.

Negli ultimi mesi, l’amministrazione Trump aveva già annunciato restrizioni ai visti, inclusi divieti di viaggio per i cittadini di vari Paesi tra cui l’Afghanistan. In un documento trapelato due giorni prima della sparatoria, veniva indicata la volontà di esaminare nuovamente tutti i rifugiati ammessi durante la presidenza Biden, un processo che potrebbe interessare oltre 200.000 persone.

Un Paese diviso tra accoglienza e timori per la sicurezza
L’episodio della sparatoria a Washington rischia di diventare un nuovo punto di frattura nel dibattito americano sulle immigrazioni dall’Afghanistan e più in generale. Da una parte, chi teme che l’ingresso accelerato di migliaia di afghani abbia comportato un abbassamento degli standard di controllo; dall’altra, chi ricorda che molte di quelle persone hanno messo a rischio la propria vita collaborando con gli Stati Uniti.

Con il sospettato ancora ricoverato e senza una chiara ricostruzione delle sue motivazioni, le risposte definitive tardano ad arrivare. Nel frattempo, la questione migratoria torna a dominare la scena politica, mentre Washington tenta di fare i conti con un attacco che, più del suo bilancio, sembra destinato a lasciare un’impronta profonda nel clima del Paese.

La migrazione è diventata il banco di prova delle democrazie contemporanee: misura la capacità degli Stati di bilanciare sicurezza e diritti, ordine pubblico e valori costituzionali, pragmatismo e solidarietà. Le difficoltà di gestione non devono però oscurare una verità fondamentale: la mobilità è parte integrante della società globale e non può essere governata esclusivamente con logiche emergenziali o punitive, che spesso nascondono politiche xenofobe.

 

 

Torna la morte dal cielo

Enrico Campofreda dal suo Blog 25 novembre 2025

La quiete dopo vent’anni di tempesta che aveva caratterizzato il primo biennio del secondo Emirato afghano, fino più o meno all’inverno 2023, ha definitivamente ceduto il passo a nuovi venti di guerra. Per chi abita sul confine orientale afghano e occidentale pakistano riappaiono tensione e morte. Stanotte, violando un cessate il fuoco stabilito nelle scorse settimane grazie alla mediazione di Qatar e Turchia, l’aviazione pakistana ha bombardato il distretto di Gurbuz, uccidendo nove bambini in un’abitazione di Khost. Squassate dal cielo anche altre abitazioni nelle province di Kunar e Paktika che registrano feriti. La risposta del portavoce talebano da Kabul è stata perentoria: dopo l’ennesima ostilità contro i civili le forze dell’Emirato reagiranno. Reagiranno come? In un’ottica militare la partita è improponibile. I talebani afghani non hanno né aviazione né un esercito degno di questo nome. Negli anni della resistenza anti Nato la loro forza s’è basata sulla guerriglia locale e urbana e sull’infiltrazione nell’esercito che gli Stati Uniti avevano predisposto durante i governi collaborazionisti di Karzai e Ghani. Opporsi a un gigante militare come il Pakistan risulta difficile anche alla ciclopica India, figurarsi cosa pensano le stellette d’Islamabad dei vicini in turbante. Poco meno che profughi, come i milioni ammassati nell’area di Peshawar. Però quei vicini, quegli ex mujaheddin risultano formidabili combattenti territoriali e in tutto il periodo della guerra civile afghana negli anni Novanta e del successivo ventennio di occupazione Nato, i governi e le Forze armate pakistane provavano a influenzare il disastrato territorio di confine senza riuscirci, al di là di qualche attentato magari organizzato dall’agenzia Inter Services Intelligence che tornava comodo agli stessi taliban.

In genere è accaduto il contrario: talune zone pakistane abitate da gruppi tribali che si rapportano ai talebani hanno rappresentato porti franchi e nascondigli per miliziani del jihad. Questa è l’accusa che apertamente da più d’un anno il governo guidato da Sharif in connubio col super generale Munir lancia all’Emirato: voi ospitate e proteggete quei nuclei fondamentalisti (Tehreek-i Taliban, Jamat-ul Ahrar) che seminano autobombe nelle metropoli pakistane. L’ultima esplosione è di tre settimane fa a Islamabad e voi siete corresponsabili. Un’accusa non accertata risponde Kabul, sebbene ciascuna parte sa che quando si parla dei confini citati non c’è limitazione che tenga, perché è la stessa popolazione frontaliera ad attraversarli in continuazione per i propri traffici mercantili. E’ stato provato che in varie circostanze i nuclei di attentatori camuffano le trasmigrazioni bombarole con sembianze mercantili. Per la politica interna di Islamabad, recentemente suffragata da una svolta ancora più favorevole alle Forze Armate attraverso una modifica costituzionale, è in gioco la credibilità del proprio potere. Visto che gli agguati dei TTP si ripetono con frequenza, fra domenica e lunedì è stata attaccata una caserma di polizia a Peshawar. Così avere un nemico esterno su cui convogliare l’adesione patriottica della propria gente è un salvagente per la leadership del partito di governo Lega Musulmana-N. Meno favorevole diventa la linea degli avversari diffusi e crearsene sui confini orientali (India) e occidentali (Afghanistan) come sta facendo Shahbaz Sharif diventa una tattica nient’affatto vantaggiosa. Gli stessi rappresentanti della riconciliazione locale sono preoccupati: l’afghano-statunitense Khalilzad che traghettò il passaggio all’attuale regime di Kabul ha dichiarato che non è possibile tornare a uccidere i civili in un territorio martoriato da cinquant’anni di conflitti.

Il destino del popolo curdo tra il nuovo ordine mondiale e il processo di pace in Medio Oriente

patriaindipendente.it Carla Gagliardini* 26 novembre.it

Il rischio per i curdi è ora quello di rimanere schiacciati dalle manovre che Usa, Israele, Iran e Turchia portano avanti nell’area. Se ne è parlato a Bologna durante l’assemblea di Retekurdistan. Adem Uzun, dell’esecutivo Knk, nel segno del confederalismo democratico di Abdullah Öcalan, ha invitato a muoversi in modo unito e intelligente e sostenuto che la “nuova fase” potrebbe determinare anche la possibilità di un intervento davanti al Parlamento dello stesso leader del Pkk rinchiuso da quasi ventisette anni nel carcere di massima sicurezza sull’isola turca di Imrali. Sarebbe un grande fatto storico

Il processo di pace che deve guidare fuori dalle intemperie del conflitto armato sia lo Stato turco sia il Pkk, che continua ad avere al suo seguito milioni di curdi che da decenni subiscono discriminazioni e sono soggetti a una dura repressione da parte dello Stato, prosegue all’interno di un percorso complesso e difficile che alterna speranze e timori.

Tutto nasce nel tradimento siglato con gli accordi di Losanna del 1923 che con il benestare delle potenze europee ha affossato il sogno di uno Stato indipendente curdo. Quel sogno fa ormai parte della storia per il leader del Pkk, Abdullah Öcalan. Infatti già alla fine degli anni novanta Öcalan ha ripensato alla strategia del suo progetto politico e abbandonato l’idea della costruzione di uno Stato-Nazione indipendente. Perché? Negli Stati-Nazione il leader curdo vede chiaramente il proliferare di politiche nazionaliste volte a schiacciare e cancellare le minoranze nel nome di una sola cultura, di una sola religione e di una sola lingua. Il sistema capitalista, a cui gli Stati-Nazione sono asserviti, inasprisce drammaticamente lo scenario causando discriminazioni e guerre che sono insite nel sistema stesso.

La strategia di Öcalan si è pertanto trasformata e si è tradotta nell’abbattimento dello Stato-Nazione per lasciare lo spazio al confederalismo democratico, un progetto politico da costruire per fasi e il cui obiettivo finale è l’autodeterminazione dei popoli basata su comunità che si confederano per soddisfare in chiave socialista necessità comuni, nel rispetto dei tre pilastri imprescindibili per la sua piena realizzazione: una democrazia radicale e partecipata, la liberazione delle donne e la realizzazione della società ecologica.

La lunga battaglia combattuta dal Pkk, fondato nel 1978, ha portato, secondo Öcalan, al raggiungimento di risultati importanti, primo fra tutti il riconoscimento del popolo curdo nella sua dimensione culturale, sociale e politica. Tuttavia tale riconoscimento, per il momento, non ha ancora ottenuto le garanzie legislative necessarie per mettere in salvo queste conquiste.

È il “nuovo” processo di pace in corso, iniziato a ottobre 2024 con l’appello di Devlet Bahceli, leader del partito islamista estremista, Mhp, rivolto a Öcalan che dovrebbe condurre a questo risultato.

“Nuovo” perché in passato altre volte è stata percorsa questa via che tuttavia non ha portato ai risultati sperati. L’ultimo tentativo è finito drammaticamente nel 2015 in una repressione durissima da parte dello Stato turco nei confronti dei leader curdi del partito Hdp, considerato filo Pkk, e dei suoi sostenitori.

A Bologna presso il Centro sociale TPO si è tenuta, lo scorso 25 ottobre, l’assemblea di Retekurdistan, costituita da organizzazioni che sostengono la causa curda. Al centro della discussione non poteva che esserci il processo di pace in corso e la grave situazione mediorientale. Adem Uzun, esecutivo del Congresso Nazionale del Kurdistan (Knk), ha detto che è necessario “mettere la nostra agenda sul tavolo e perseguirla, dimostrando di avere il potere di portare avanti la nostra visione. Abbiamo bisogno di solidarietà e di alleanze. Ci vogliono dividere e farci ritrovare soli ma noi dobbiamo opporci”. Analizzando la situazione internazionale ha aggiunto: “Siamo in un periodo di transizione. Si tratta di un periodo di caos e noi dobbiamo avere il nostro disegno, il nostro obiettivo. Pensiamo che nel periodo di transizione sia necessaria della flessibilità senza però mai perdere l’obiettivo principale. La flessibilità può essere solo politica ma non ideologica”.

Lo scenario internazionale, con i mutamenti dovuti al formarsi di un nuovo ordine mondiale, interrogano anche il popolo curdo. Con uno sguardo rivolto al Medio Oriente, Uzun è entrato nel merito dicendo che “abbiamo di fronte una lotta tra poteri. Israele vuole ridisegnare il Medio Oriente e per questo crea nemici e porta avanti la campagna di genocidio verso il popolo palestinese. Deve indebolire i suoi nemici. La situazione ora si è calmata perché i governi hanno dovuto fare i conti con le manifestazioni di piazza ma il progetto genocidario va avanti. La Turchia, l’Iran e Israele hanno tutti in testa un simile progetto. Il prossimo scenario di destabilizzazione sarà in Iraq”.

Uzun infatti ritiene che le tensioni presenti oggi in Iraq e che coinvolgono la fazione sciita, maggioritaria nel Paese ma divisa al suo interno, favoriscano l’indebolimento dell’Iran. Le turbolenze irachene sono un’occasione che Stati Uniti e Israele non vogliono farsi sfuggire, interferendo con la politica interna del Paese e continuando nella strategia di riconfigurazione del Medio Oriente. Nella partita entrano inevitabilmente le risorse energetiche e i vari corridoi che devono passare dalla regione per unire l’Asia all’Europa.

La situazione dei curdi è molto delicata perché devono evitare di rimanere schiacciati dalle manovre che ciascuna potenza (Usa, Israele, Iran e Turchia) cerca di portare avanti nell’area in questo gioco egemonico. Uzun ha spiegato come Israele stia tentando di rafforzare i gruppi curdi nazionalisti e sciovinisti ai danni della Turchia e dell’Iran mentre questi due Paesi vogliono indebolirli per sottrarre a Israele questa carta. Per questo il movimento curdo deve essere capace di muoversi in modo unito e intelligente e “non deve diventare né vittima né complice del genocidio”. Secondo Uzun, ideologicamente sono due le strade percorribili: la modernità capitalista o la modernità democratica. Quest’ultima può concretizzarsi attraverso il confederalismo democratico il quale però “non può realizzarsi nei sistemi fascisti e dunque occorre prima fare dei passi verso la democratizzazione della società”. Il sistema capitalista invece si fonda sull’idea della guerra perpetua, in netto contrasto con la proposta curda che invece vuole fermarla, come si evince dalla ostinata volontà di Öcalan di portare a termine positivamente il processo di pace. Uzun ha sostenuto che il problema curdo non è stato creato dalla Turchia, dall’Iran o dagli Stati Uniti ma è il frutto del sistema capitalista, quindi da qui deve partire il cambiamento. Per raggiungere il risultato, duraturo e strutturale, non è sufficiente ottenere successi militari o nazionali, perché se il sistema non cambia “la vittoria rischia di trasformarsi in sconfitta, come è già successo in lotte di liberazione passate”.

Ha concluso il suo intervento soffermandosi sul processo di pace in corso, ammettendo che avanza troppo lentamente. Öcalan sta guidando il suo popolo attraverso questa fase delicata, chiedendogli anche sacrifici e sforzi. La sua autorevolezza ha consentito di ottenere risposte positive ad ogni sua chiamata, come la dichiarazione di scioglimento del Pkk, il gesto simbolico di distruzione delle armi da parte di trenta combattenti, quindici donne e quindici uomini, sulle montagne di Sulaimaniyah, e proprio il 25 ottobre (giorno dell’Assemblea di Retekurdistan) il ritiro dei e delle combattenti dal Bakur (Nord del Kurdistan, ossia la zona sud-orientale della Turchia), che si sono spostati nelle basi sui monti Qandil, in Bașur (Kurdistan meridionale, nel nord dell’Iraq).

Nell’assemblea è stato messo in risalto il ruolo delle donne nella costruzione del confederalismo democratico attraverso le parole di Zilan Diyar, appartenente al Confederalismo mondiale delle donne, che ha sottolineato la loro importanza nel processo di trasformazione del sistema. Si tratta di donne che studiano e si confrontano sui grandi temi sociali, di politica nazionale e internazionale, che cercano alleanze a livello mondiale con altri movimenti di liberazione delle donne. Al centro della loro attenzione c’è la crescita culturale e politica come strumento indispensabile per incidere consapevolmente e strategicamente sul cambiamento, il quale deve portare all’abbattimento delle società patriarcali.

Lo scorso agosto si è costituita in Turchia la Commissione parlamentare che ha il compito di trovare le soluzioni negoziate per il successo del processo di pace. I lavori procedono lentamente. Due sono gli obiettivi fondamentali: la modifica della legge antiterrorismo, che consenta anche ai combattenti del Pkk di fare ritorno ed essere integrati nella società, anche politicamente, e una nuova Costituzione che sia finalmente democratica. Il processo di pace in Turchia avrà delle ricadute sul Rojava ma anche nelle altre zone dove il confederalismo democratico è realtà, come nel campo profughi curdo di Makhmur e nel distretto di Shengal, entrambi in Iraq.

Il Kck si aspetta, come ha sottolineato Uzun, che sia in Turchia che in Siria ci siano, entro la fine dell’anno, dei cambiamenti legislativi che favoriscano il riconoscimento di una forma di autogoverno decentralizzata a beneficio non solo dei curdi ma di tutte le comunità che ne fossero interessate.

Intanto Erdogan ha rilasciato una dichiarazione il 5 novembre scorso con la quale ha detto che “sembra che siamo giunti a un nuovo bivio nel cammino verso una Turchia libera dal terrorismo. Tutti devono farsi avanti e fare la propria parte”. Questa “nuova fase”, come l’ha definita, potrebbe portare a un intervento davanti al parlamento di Abdullah Öcalan, rinchiuso da quasi ventisette anni nel carcere di massima sicurezza sull’isola turca di Imrali.

PIAZZA MONTECITORIO, SIT-IN DI PROTESTA PER CHIEDERE LA LIBERAZIONE DEL LEADER CURDO ABDULLAH OCALAN DETENUTO DAL 1999

Il 7 novembre è circolata sugli organi di informazione la notizia che entro la fine dell’anno potrebbe approdare nel Parlamento turco una proposta di legge per fare rientrare i combattenti del Pkk e le loro famiglie in Turchia. La storia dei processi di pace in Turchia insegna che bisogna non farsi illusioni ed essere cauti, ma un Öcalan che dovesse tenere un discorso in Parlamento, meglio ancora se da uomo libero, avrebbe un impatto anche mediatico straordinario e potrebbe dare maggiore speranza nel successo del processo di pace. Se invece le negoziazioni dovessero naufragare e portare a un nuovo fallimento, è facile immaginare che gli effetti non sarebbero indolore e un’altra fase di sanguinoso conflitto si aprirebbe.

*Carla Gagliardini, vicepresidente Anpi provinciale di Alessandria e componente del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan odv

 

 

 

Dieci morti nei bombardamenti nell’est dell’Afghanistan

internazionale.it Afp 25 novembre 2025

Almeno dieci persone, tra cui nove bambini, sono morte nella notte tra il 24 e il 25 novembre nei bombardamenti nell’est dell’Afghanistan, ha annunciato Zabihullah Mujahid, portavoce del regime dei taliban.

Kabul ha attribuito gli attacchi alle forze armate pachistane, che però hanno smentito il loro coinvolgimento, in un contesto di forti tensioni tra i due paesi asiatici.

“Intorno alla mezzanotte le forze pachistane hanno bombardato una casa nella provincia di Khost, uccidendo nove bambini (cinque maschi e quattro femmine) e una donna”, ha precisato Mujahid sul social network X.

Il portavoce ha riferito di altri attacchi nelle province di Kunar e Paktika, al confine con il Pakistan, che hanno causato quattro feriti.

In un messaggio pubblicato qualche ora dopo Mujahid ha condannato “con la massima fermezza questo crimine”, al quale Kabul “risponderà in modo adeguato e a tempo debito”.

Il Pakistan ha però smentito di aver condotto attacchi in Afghanistan durante la notte.

“Quando conduciamo un attacco ce ne assumiamo la responsabilità”, ha assicurato Ahmed Chaudhry, portavoce dell’esercito pachistano, sull’emittente statale Ptv. Chaudhry ha aggiunto che le accuse di Kabul sono “infondate” e che l’esercito pachistano “non attacca i civili”.

L’episodio arriva in un contesto di forti tensioni tra Kabul e Islamabad, aggravate da un attentato suicida compiuto il 24 novembre contro il quartier generale della polizia di frontiera a Peshawar, capoluogo della provincia pachistana di Khyber Pakhtunkhwa, che aveva causato tre morti. L’attentato non è stato rivendicato.

L’11 novembre un altro attentato davanti a un tribunale di Islamabad, la capitale del Pakistan, aveva causato dodici morti e decine di feriti, ed era stato rivendicato dal gruppo Tehrik-i-taliban Pakistan (Ttp, i taliban pachistani). Le autorità pachistane avevano attribuito l’attentato a “una cellula terroristica diretta e guidata dall’alto comando afgano”.

Dopo uno scontro armato di rara intensità a ottobre, che aveva causato una settantina di morti, i due paesi avevano concordato una fragile tregua, i cui dettagli non sono ancora stati definiti, nonostante vari cicli di negoziati.

Islamabad accusa Kabul di ospitare terroristi sul suo territorio, in particolare quelli del Ttp. Negli ultimi mesi il gruppo ha intensificato gli attacchi contro le forze di sicurezza pachistane nelle zone montuose al confine tra i due paesi.

Kabul afferma invece di non avere niente a che fare con il Ttp e accusa a sua volta Islamabad di sostenere i terroristi del gruppo Stato islamico, oltre che di espellere gli afgani che vivono nel paese.

L’Iran emana nuove regole per i residenti afghani con libretti di residenza

amu.tv  22 novembre 2025

Il Ministero degli Interni iraniano ha emanato una direttiva che specifica le nuove condizioni in base alle quali i cittadini afghani in possesso di libretti di residenza possono accedere ai servizi, ha annunciato sabato il centro per le migrazioni del governo.

Secondo i media iraniani, la circolare delinea tre categorie distinte e impone a tutti gli uffici di sponsorizzazione di applicare le regole “immediatamente e senza discrezione”.

Nella prima categoria, i cittadini afghani a cui sono state rilevate le impronte digitali ma che non sono mai stati formalmente registrati possono ora ricevere un codice identificativo dedicato e certificati di istruzione. La seconda categoria si riferisce a coloro che non hanno precedenti di registrazione, che saranno identificati tramite un sistema speciale e a cui saranno poi concessi servizi di residenza. L’ultima categoria riguarda coloro che sono già stati registrati: solo gli individui inseriti nel sistema prima di metà settembre hanno diritto ai sussidi, mentre gli altri appartenenti a questo gruppo non possono ricevere ulteriori servizi.

Le autorità affermano che la direttiva è stata motivata dalle segnalazioni di un’applicazione incoerente delle normative negli uffici kafalat e di servizi negati ad alcuni richiedenti.

La nuova politica giunge in un momento di crescente pressione sulla popolazione migrante afghana in Iran, che continua a subire espulsioni e restrizioni su larga scala nonostante sia in possesso di documenti legali.

 

La fame all’ombra dell’inflazione e della negligenza dei talebani

Nima, 8AM Media, 22 novembre 2025

Diversi cittadini del Paese lamentano l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. Affermano che, dopo il blocco del commercio e del transito con il Pakistan, i prezzi del riso, del petrolio e di altri prodotti alimentari sono aumentati senza precedenti e, in una situazione di disoccupazione e povertà, le persone non sono in grado di acquistare i beni di prima necessità.

I ​​cittadini sottolineano che i talebani non prestano attenzione alla fame e all’impotenza della popolazione e sono tutti concentrati sul saccheggio delle miniere, sul traffico di droga e sull’estorsione di denaro, senza preoccuparsi di fornire opportunità di lavoro alla popolazione affamata perché possa soddisfare i propri bisogni primari. Secondo i dati forniti dalla popolazione, il prezzo della farina è aumentato di 100-150 afghani, il prezzo dell’ olio di 150-200 afghani e il prezzo di un sacco di riso di 350-400 afghani.

Dopo 40 giorni di chiusura dei valichi di frontiera e degli scambi commerciali con il Pakistan, diversi cittadini sono estremamente preoccupati per il perdurare della situazione, perché il prezzo dei  beni di prima necessità aumenta di giorno in giorno. Se continueranno a salire con questo ritmo, molte famiglie non saranno in grado di soddisfare i loro bisogni più elementari.

La chiusura delle frontiere fa aumentare i prezzi

Simin (pseudonimo), un residente di Kabul, preoccupato per l’aumento dei prezzi, afferma: “Quando sono andato al mercato qualche tempo fa, il riso Qush Tipa costava 2.500 afghani, ma oggi è arrivato a 3.000 afghani. Cinque litri di olio, che costavano 600 afghani, ora costano 800 afghani. Anche un cartone di pasta, che prima costava 750 afghani, è aumentato a 850-900 afghani”. Persino prodotti come gli scialli pakistani, che prima costavano 300 afghani, ora costano 550 afghani.

Aggiunge: “Quando si chiede ai negozianti il ​​motivo dell’aumento dei prezzi, rispondono che le strade sono chiuse e che stanno importando meno dall’Iran a causa delle elevate tasse doganali. Alcuni sostengono addirittura che i prezzi dei prodotti alimentari saliranno ulteriormente perché questi articoli non sono disponibili all’interno del Paese”.

Amrullah, un altro cittadino del paese, racconta: ” A volte i commercianti e i negozianti, quando sentono che le strade sono chiuse, se ne approfittano aumentando i prezzi dei beni acquistati due mesi prima. La maggior parte delle forniture alimentari viene importata dall’Asia centrale e dall’Iran, e anche la farina proviene dal Kazakistan. Qualche tempo fa, il prezzo della farina era di 1.400 afghani, ma due giorni fa, quando l’abbiamo comprata, è arrivato a 1.650 afghani. L’olio di semi di girasole, venduto in quattro bottiglie in un cartone, costava 2.700 afghani, ma ora è salito a 3.500 afghani”.

Tanin, un residente di Ghor, afferma: “I talebani non si preoccupano della fame e della morte del popolo afghano. Chi è diventato proprietario di case, terreni, automobili e servizi sociali, non capisce cosa stia passando la povera gente. A Ghor, nessuno può permettersi di comprare un barile di petrolio o un sacco di riso. I talebani non sono consapevoli di questi problemi; tutte le miniere sono al loro servizio e riscuotono con la forza varie tasse, zakat e ushr dalla popolazione. Ricevono anche denaro da paesi e istituzioni alleati, e la chiusura del confine e l’aumento dei prezzi non hanno alcun effetto su di loro”.

Manijeh (pseudonimo) afferma: “In questi giorni caratterizzati da politiche incerte e dal governo dei talebani, affrontiamo ogni giorno una nuova sfida e una nuova crisi: dalla disoccupazione alla povertà, all’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. Non è chiaro se Torkham sia chiuso o se il Pakistan abbia preso questa decisione per proteggere la sua popolazione; ma alla fine saranno i più poveri a essere colpiti più duramente”.

Perdite anche per i commercianti

Sono passati più di quaranta giorni dalla chiusura dei valichi di frontiera tra Afghanistan e Pakistan. La Camera di Commercio e Investimenti afghana aveva precedentemente avvertito che la chiusura avrebbe causato perdite fino a 200 milioni di dollari al mese per entrambe le parti. Il quotidiano Express Tribune riportava ieri che la continua chiusura del confine di Torkham ha creato una grave crisi finanziaria per i grossisti di Rawalpindi e Islamabad e decine di commercianti di grandi e medie dimensioni sono a rischio fallimento.

Secondo il rapporto, sono stati effettuati ingenti pagamenti anticipati ai fornitori afghani per spedizioni di frutta fresca, tra cui uva e melograni Kandahari, verdura e frutta secca come uvetta e albicocche. Il rapporto afferma che queste spedizioni sono rimaste bloccate per settimane sul lato afghano del confine di Torkham e che gran parte dei prodotti freschi si è deteriorata. Secondo l’organo di stampa, i commercianti afghani si sono rifiutati di rimborsare i pagamenti e insistono sul fatto di non essere responsabili del deterioramento delle merci dovuto alla chiusura del confine.

Secondo quanto riferito, la situazione ha causato perdite individuali tra i 40 e i 150 milioni di rupie pakistane. I commercianti hanno chiesto al governo pakistano di consentire eccezionalmente l’ingresso nel paese dei container e dei camion bloccati per risolvere la crisi e di avviare colloqui immediati con i funzionari talebani. Oltre a danneggiare gli importatori, questa situazione ha anche portato a un blocco delle esportazioni pakistane in Afghanistan, causando perdite economiche reciproche. Alcuni grossisti sono stati inoltre costretti a contrarre nuovi prestiti per continuare le loro attività e riprendere il loro limitato commercio locale.

Reprimere la memoria, l’identità e le possibilità future

 

Richard Bennett: L’Afghanistan affronta una repressione a lungo termine della memoria, dell’identità e delle possibilità future

‎Shafaq Hamrah‎, Facebook, 22 novembre 2025
Il relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Afghanistan afferma che le restrizioni imposte dai talebani ai media e ai giornalisti afghani fanno parte di un più ampio sforzo per mettere a tacere il pensiero indipendente ed eliminare spazi in cui gli afghani possono mettere in discussione, immaginare o persino sperare.

Negli ultimi quattro anni i media hanno assistito a più di 550 casi di violazioni della libertà di informazione e violenze da parte dei talebani.
“Queste misure fanno parte di un più ampio sforzo per mettere a tacere il pensiero indipendente e distruggere spazi in cui gli afghani possono porre domande, immaginare o persino sperare”, ha aggiunto Richard Bennett venerdì 21 novembre, in un discorso online al forum “Afghanistan Press Freedom”. “L’impatto complessivo è profondo e non riguarda solo le libertà che ho menzionato prima. L’Afghanistan si trova ad affrontare una soppressione a lungo termine della memoria, dell’identità e delle possibilità future”.

Sottolineando la necessità di sostenere i media in esilio e i giornalisti afghani, ha avvertito che se i giornalisti, nonostante la loro ferma volontà di informare liberamente, non avranno accesso alle risorse e alle strutture necessarie, la capacità del mondo di comprendere le attuali realtà in Afghanistan sarà gravemente ridotta.

L’incontro dell’AMSO

L’incontro è stato organizzato il 21 novembre a Berlino, in Germania, dall’Organizzazione di sostegno ai giornalisti afghani (AMSO).
Nasir Ahmad Andisheh, rappresentante permanente facente funzioni dell’Afghanistan presso le Nazioni Unite a Ginevra, ha inoltre affermato nel suo discorso all’incontro: “Il giornalismo indipendente è l’ultimo baluardo contro la distruzione, perché porta la verità alle orecchie del mondo.”

Riferendosi all’importanza dei media in esilio, ha aggiunto che questi media forniscono il 70 percento della copertura indipendente della situazione attuale in Afghanistan e che il sostegno globale nei loro confronti è la vera misura dell’impegno per i diritti umani.

L’Afghanistan Press Freedom Summit ha discusso argomenti quali la libertà di espressione e la situazione dei media in Afghanistan, le condizioni dei giornalisti afghani nei paesi vicini, le attività dei media in esilio e altre questioni correlate.

Dopo essere tornati al potere, i talebani hanno imposto severe restrizioni ai media e agli attivisti dei media. Zahir Cheragh, capo del Comitato per le relazioni con i media dell’Organizzazione afghana di supporto ai media, ha parlato dell’incontro a Radio Azadi e ha affermato: “Abbiamo chiesto a ricercatori, esperti e rappresentanti di diverse organizzazioni e istituzioni di prestare la massima attenzione all’attuale sistema mediatico in Afghanistan, e ai partecipanti e alle organizzazioni di supporto ai media di collaborare con i giornalisti afghani residenti in Iran, Pakistan e altri Paesi che si trovano in una situazione sfavorevole, prestando attenzione ai loro casi e al processo di elaborazione delle loro domande di asilo nel più breve tempo possibile.”

Dopo essere tornato al potere, il governo talebano ha imposto severe restrizioni ai media e ai giornalisti nel Paese, mentre i talebani continuano ad affermare  che la libertà dei media e dei giornalisti è garantita nel quadro degli “interessi nazionali, della legge islamica e della cultura afghana”, secondo i risultati dell’Organizzazione afghana di supporto ai media, negli ultimi quattro anni i media hanno assistito a più di 550 violazioni della libertà di espressione e violenze e a più di 25 decreti restrittivi da parte dei talebani.

Nell’Indice mondiale sulla libertà di stampa 2025 di Reporter senza frontiere, l’Afghanistan si classifica al 175° posto su 180 paesi e territori.

«Così puntiamo a cambiare il diritto internazionale»

Il Coordinamento italiano sostegno donne afghane (CISDA) ha lanciato una campagna perché la Corte penale internazionale e l’ONU riconoscano l’apartheid di genere come crimine contro l’umanità. Ne abbiamo parlato con la presidente dell’associazione, Graziella Mascheroni

Giacomo Butti, Il Corriere del Ticino, 22 novembre 2025

Era il 1999 quando l’espressione «apartheid di genere» entrò nelle sale delle Nazioni Unite. Abdelfattah Amor, allora relatore speciale ONU per l’eliminazione delle discriminazioni basate su religione o credo, definì così – «un sistema di apartheid nei confronti delle donne» – il trattamento riservato dai talebani alla popolazione femminile afghana. A quei tempi, le immagini dell’apartheid sudafricano erano fresche nella mente di tutti. Violenza, segregazione, oppressione, negazione dei diritti fondamentali. Era questo che anche le donne afghane stavano vivendo in quel momento, sotto il controllo del primo governo talebano (1996-2001). Ed è questo che stanno vivendo oggi, dopo il ritiro delle truppe statunitensi, la fine della Repubblica e il ritorno al potere degli «studenti» coranici.

Restrizioni alla libertà di movimento, divieto di studio e lavoro, divieto di parlare in pubblico. A quattro anni dalla caduta di Kabul, ne abbiamo parlato a più riprese, l’Afghanistan è tornato indietro nel tempo. Non è un caso, allora, che l’espressione «apartheid di genere», già largamente utilizzata dalle donne afghane un ventennio fa per descrivere la propria condizione, sia oggi ancora in uso. Ed è per questo che un gruppo della vicina Penisola, il Coordinamento italiano sostegno donne afghane (CISDA), punta a portare nuovamente il tema sotto i riflettori internazionali, con un’iniziativa che chiede che l’apartheid di genere sia riconosciuto quale crimine contro l’umanità (come già è il caso per l’apartheid razziale) all’interno dei Trattati internazionali. Ne abbiamo parlato con Graziella Mascheroni, presidente del CISDA.

La raccolta firme

Sin dal 1999 il CISDA è attivo per promuovere progetti di solidarietà a favore delle donne afghane. Ma nel suo statuto, voce “Oggetto e scopi”, viene esplicitato: tra gli obiettivi dell’associazione c’è quello di «realizzare una crescita ed uno sviluppo, sia a livello locale che internazionale, nella ricerca di una maggiore giustizia tra i popoli». Non stupisce, allora, che l’ente non profit si sia lanciato in un’azione particolarmente ambiziosa: cambiare il diritto internazionale, per combattere l’apartheid di genere in Afghanistan e nel mondo.

«Per lanciare il nostro progetto abbiamo lavorato in modo molto approfondito, consultandoci con giuristi ed esperti di diritto internazionale», ci racconta Mascheroni. «Da questa collaborazione è nato un documento sul quale abbiamo basato la campagna “Stop fondamentalismi – Stop apartheid di genere“».

La campagna, si legge sul sito del CISDA, chiede che l’apartheid di genere sia riconosciuto come crimine contro l’umanità e si riconosca che tale crimine viene applicato sistematicamente e istituzionalmente in Afghanistan. Inoltre, al fine di non legittimare i fondamentalisti al governo a Kabul, il CISDA chiede che l’ONU non dia riconoscimento né giuridico né di fatto al regime talebano, che il fondamentalismo talebano sia dichiarato illegale, che sia impedito il finanziamento e l’invio di armi da Paesi amici, che i rappresentanti talebani siano estromessi da incontri di diplomazia internazionale e riunioni ONU.

La petizione collegata alla campagna, aperta a dicembre 2024 e chiusa lo scorso aprile (ma firmare è ancora possibile), ha raccolto circa 2.000 firme e il sostegno di un’ottantina di associazioni. «La raccolta firma è stata inviata al governo italiano, perché si faccia portavoce degli obiettivi della campagna dinanzi alle istituzioni internazionali. Siamo in attesa, ora, di avere un’audizione in Senato», ci spiega Mascheroni, che sottolinea: «Il documento è stato inviato anche alla Sesta commissione ONU e alla Corte penale internazionale (CPI). Quest’ultima ci ha risposto spiegando i prossimi passi». Un grande orgoglio per una associazione come il CISDA, ci spiega la presidente, che tuttavia non si fa illusioni: «C’è ancora tantissimo da fare». Perché questa proposta di modifica dello Statuto di Roma (il trattato internazionale istitutivo della CPI) venga presa in considerazione, dovrà essere patrocinata da uno Stato membro. «Negli ultimi mesi ci siamo mossi per cercare l’appoggio di un Paese che senta l’importanza di questo tema». Sudafrica e Congo sono tra i papabili, ma ci vorrà ancora del tempo perché vengano avanzate proposte concrete. Certo è che se l’iniziativa dovesse avere successo, l’impatto sarebbe fondamentale, e globale.

La situazione in Afghanistan

Per le donne afghane ogni mese conta, perché ogni mese è peggiore del precedente. «La situazione continua a deteriorarsi», conferma la presidente del CISDA, che con i gruppi locali di sostegno alle donne mantiene stretti contatti. «E questo anche per colpa del progressivo riconoscimento – formale o informale – da parte di Paesi terzi, che con i talebani stanno portando avanti rapporti diplomatici». Proprio negli scorsi giorni, la Segreteria di Stato della migrazione (SEM) ha confermato di aver «invitato rappresentati del governo talebano non ufficiale all’aeroporto di Ginevra» per trattare il tema delle espulsioni di cittadini afghani verso il loro Paese d’origine. Negoziazioni che hanno permesso il ristabilimento di un canale con l’Afghanistan per le espulsioni di uomini la cui domanda di asilo è stata respinta.

A Kabul, intanto, le donne di RAWA – l’Associazione rivoluzionaria delle donne afghane, gruppo politico, sociale e umanitario a sostegno di tutta la popolazione afghana – non hanno intenzione di mollare di fronte alle terribili condizioni di vita. «Le sentiamo regolarmente. Sono convinte che nessun vero cambiamento possa venire dall’esterno. Dicono che giustizia e libertà possano giungere solo attraverso la lotte cosciente e unita della popolazione. Questo è il credo di RAWA, che dagli anni Settanta – dall’invasione sovietica, passando per guerre civili, i governi talebani e anche il periodo americano – non ha mai smesso di lottare. Loro vivono da sempre in clandestinità e quindi stanno portando avanti il loro lavoro come fatto in passato. Più difficile, invece, operare per le ONG che fino a qualche anno fa lavoravano indisturbate e oggi devono stare invece molto attente alla sorveglianza dei talebani per portare avanti in segreto la formazione delle bambine, la cui istruzione è stata proibita».

Chi non fa parte di associazioni o gruppi, porta avanti l’opposizione come può. «Con il progressivo assestarsi del potere talebano, scendere in strada come nei mesi seguenti la caduta di Kabul non è più possibile. La resistenza si è quindi spostata sui social. Non è un caso se nelle ultime settimane alcune regioni dell’Afghanistan abbiano subito un blocco dell’accesso alla rete». E questo fenomeno, ci racconta Mascheroni, non riguarda solo le donne. «Tutta la popolazione è stanca, e anche gli uomini sono contrari al dominio talebano. La società afghana è patriarcale: nei centri abitati al di fuori delle grandi città, i capi villaggio sono esclusivamente uomini. Eppure collaborano strettamente con le associazioni femminili con cui siamo in contatto, specialmente nelle zone colpite recentemente dai terremoti, dove i talebani si sono ben guardati dal portare aiuti».

L’importanza dell’alfabetizzazione

Parallelamente alla campagna contro l’apartheid di genere, da anni il CISDA porta avanti una lunga serie di progetti in Afghanistan a sostegno della popolazione. «Grazie a un nostro generoso sponsor, a Kabul e in altre quattro province possiamo finanziare un corso di cucito che garantisce, parallelamente, l’alfabetizzazione delle bambine. Contemporaneamente sosteniamo un’unità mobile, un team sanitario che va di villaggio in villaggio a visitare i pazienti». In passato l’organizzazione italiana, spiega la presidente, finanziava «grandi case protette per le donne afghane, ma molte sono state chiuse dopo l’arrivo dei talebani nel 2021. In questo momento, quindi, stiamo aiutando uno “shelter” più piccolo – che passa quindi inosservato – che al momento ospita quattro donne vittime di violenza e i loro 9 figli». Ma non finisce qui. «Da una decina d’anni, il nostro progetto Vite preziose permette il sostegno a distanza per chi ha subito violenze: così sponsor esterni possono aiutare finanziariamente, di solito per un anno, una donna afghana in difficoltà. Giallo fiducia, invece, supporta una coltivazione di zafferano nelle zone di Herat. Le dodici donne che lavorano in questo campo partecipano a un corso di alfabetizzazione e a uno sui diritti umani».

Piccoli numeri che, moltiplicati per la loro capillarità, fanno la differenza in una resistenza che vede l’alfabetizzazione, come già evidenziato, tema principale. «In risposta alla chiusura degli istituti scolastici, sono sorte migliaia di piccole scuole clandestine che, sparse un po’ ovunque, vedono insegnanti mettere a disposizione la propria casa per portare avanti la formazione di piccoli numeri di ragazze. La risposta a simili iniziative è alta, perché c’è la consapevolezza che l’istruzione è alla base della società. Senza, ottenere o mantenere libertà diventa molto più difficile».

I bambini lavoratori vengono radunati, picchiati e imprigionati dai talebani

In Afghanistan oggi i più giovani e i più poveri sono intrappolati tra la fame in casa e la violenza per strada. I bambini lavoratori, già oberati dal sostentamento delle loro famiglie, rischiano l’arresto, i lavori forzati e il rischio di sparizione sotto in custodia dei talebani

Yalda Amini e Mahtab Safi, Zan Times, 2o novembre 2025

Haron aveva cinque anni quando iniziò a lavorare per le strade di Kabul. Ora che ha 11 anni, vende calzini da un cesto intrecciato e porta con sé una piccola bilancia affinché le persone possano pesarsi. Nei giorni migliori guadagna 200 afghani, appena sufficienti per sfamare la sua famiglia di sei persone, che comprende il padre paralizzato e la madre a cui non è permesso lavorare fuori casa.

Sogna di andare a scuola come gli altri bambini, ma sa che non è possibile, date le sue responsabilità nel provvedere alla famiglia. In questi giorni, la sua più grande paura non è la fame, sono i talebani. È stato arrestato sei volte dallo scorso inverno.

Haron è tra il numero crescente di bambini costretti a vivere per strada a causa della fame, che minaccia circa 23 milioni di persone in Afghanistan, tra cui 12 milioni di bambini, secondo l’UNICEF. Una volta in strada, diventano bersaglio dei talebani e della loro lunga campagna di “rastrellamento dei mendicanti”. Con oltre 800.000 bambini che si prevede saranno deportati in Afghanistan da Iran e Pakistan solo quest’anno, il numero di bambini vulnerabili che vivono per strada è in aumento, così come i pericoli che corrono.

“Rastrellare i mendicanti”

Zan Times ha parlato con alcuni di questi bambini arrestati dai talebani, che hanno raccontato le loro esperienze di arresto, lavori forzati e brutali percosse da parte delle forze talebane. Alcuni hanno trascorso fino a 15 notti in prigione. Tutti i bambini raccontano storie simili, rivelando un modello di violenza all’interno di centri di detenzione come Badam Bagh, dove bambini di appena nove anni raccontano di aver visto teste spaccate a causa delle percosse.

Haron ricorda ognuno dei suoi sei arresti. Il primo fu a Pul-e-Sorkh. “Stavo vendendo calzini quando diversi talebani mi chiamarono”, racconta. “Quando andai da loro, mi misero nella loro Ranger e mi portarono in prigione”. Trascorse 15 giorni in detenzione. I suoi genitori lo cercarono per tutta la prima notte, finché non trovarono altri bambini di strada che dissero loro che era stato rapito dai talebani.

Basandosi sulle sue esperienze e su quelle di altri mendicanti di strada, Haron racconta a Zan Times come funziona la repressione a Kabul: i bambini, sia mendicanti che lavoratori di strada, vengono portati a Badam Bagh, una prigione femminile che ora ospita anche minori. Alcuni dei bambini sono trasferiti da Badam Bagh a Qasaba. Due amici di Haron, Murtaza e Nasir, “sono ancora dispersi” dopo essere stati trasferiti a Qasaba, racconta.

La campagna per “rastrellare i mendicanti” ha ricevuto un’accelerazione nell’aprile 2024, quando il leader talebano ha approvato la legge sulla raccolta dei mendicanti e sulla prevenzione dell’accattonaggio. In base a questa legge, chiunque abbia “cibo a sufficienza per un giorno” è considerato un criminale se trovato a mendicare.

La commissione incaricata dell’attuazione della legge è guidata dal vice-ministro antidroga del Ministero dell’Interno talebano. Nell’ottobre 2024, il suo leader ha dichiarato alla radio e televisione nazionale afghana che le autorità avevano rastrellato circa 58.000 mendicanti in tutto il Paese, tra cui un gran numero di bambini. La trasmissione mostrava file di bambini spaventati, alcuni apparentemente non più grandi di cinque anni, che fissavano direttamente la telecamera.

I funzionari hanno affermato che i detenuti sono classificati come “indigenti”, “professionisti” o “in rete”, e che i loro dati biometrici sono stati raccolti e archiviati in un database. Coloro che sono sospettati di essere “professionisti” e “in rete” rischiano punizioni, affermano.

Violenze e lavori forzati

Secondo Haron e altri bambini intervistati da Zan Times, le condizioni a Badam Bagh sono dure e violente. “Ci hanno fatto pulire i muri”, racconta l’undicenne, descrivendo il lavoro forzato imposto ai bambini al loro arrivo nel centro di detenzione. I bambini che disobbediscono o “lavorano troppo lentamente”, aggiunge, vengono trasferiti a Qasaba.

Ricorda di aver sentito anche le urla delle donne. “Anche le mendicanti venivano portate lì”, racconta. “Potevamo sentire il rumore delle loro percosse”. Haron e altri due bambini detenuti raccontano di aver visto ragazzi picchiati fino a spaccarsi il cranio. “Un ragazzo è stato picchiato così forte che gli è scoppiato un occhio”, ricorda Haron. In prigione era presente un solo medico. A nessun detenuto era permesso accedere a cure mediche esterne.

Il cibo era scarso: ogni 24 ore tre persone condividevano una pagnotta di pane secco e una ciotola di lenticchie. “Nessuno di noi era sazio”, racconta.

Durante la detenzione, le forze talebane hanno preso le impronte digitali e fotografato i bambini con la forza. “Ci hanno afferrato per il colletto per i dati biometrici”, racconta Haron. “Ci hanno detto che ci avrebbero dato le tessere di aiuto, ma non ci hanno dato nulla”. Hanno anche confiscato i beni dei bambini e la paghetta. “Ci hanno preso tutto”, racconta. “Quando ci hanno rilasciato, non ci hanno restituito nulla”.

Questa inchiesta fa seguito a un precedente articolo di Zan Times su come una donna, detenuta per “accattonaggio”, abbia assistito alla morte di due bambini in custodia dei talebani. La donna ha dichiarato a Zan Times che le guardie hanno picchiato i ragazzi con dei cavi “fino alla morte”, ricordando come i detenuti fossero minacciati di percosse se avessero protestato o parlato.

La legge dei talebani sembra prevedere che i detenuti muoiano in custodia. L’articolo 25 della legge del 2024 delinea le procedure di sepoltura per chiunque muoia in detenzione senza che vi siano parenti che ne reclamino il corpo.

Costretti dalla fame all’accattonaggio

Per molte famiglie, la fame a casa non lascia altra scelta che mandare i figli in strada, anche a rischio di essere arrestati dai talebani. Esmat, un bambino lavoratore di nove anni a Kabul, ha trascorso 10 giorni a Badam Bagh. È stato rilasciato dopo che i suoi genitori hanno implorato i funzionari talebani e firmato una garanzia. “Ci hanno detto di non lavorare più per strada”, racconta. Ma né lui né i suoi genitori hanno ricevuto assistenza.

Salima deve mandare il figlio dodicenne a raccogliere la spazzatura perché non le è permesso lavorare e suo marito è scomparso 12 anni fa. “A volte mio figlio piange”, racconta allo Zan Times. “Lo picchiano. È molto difficile mandarlo fuori con un carrello a rovistare tra i rifiuti. Ma non ho altra scelta”. Nessuna agenzia umanitaria o ufficio talebano le ha offerto aiuto.

La pressione sulle famiglie sta aumentando in tutto l’Afghanistan. Secondo Save the Children, i bambini vengono deportati in Afghanistan dall’Iran al ritmo di uno ogni 30 secondi. Migliaia di questi bambini arrivano soli e molti sono nati all’estero e non hanno mai vissuto in Afghanistan. Tornano in un Paese alle prese con fame, sfollamenti interni di massa, terremoti e siccità causati dai cambiamenti climatici nel nord, che stanno distruggendo i raccolti e prosciugando le fonti d’acqua.

A Kandahar, Ali, 12 anni, racconta che la sua famiglia di 13 persone è stata rimpatriata forzatamente da Karachi sei mesi fa. Suo padre è paralizzato, il che rende Ali il principale sostentamento della famiglia. “Esco di casa alle cinque del mattino e resto fuori fino alle undici di sera”, racconta. Raccoglie lattine in un sacco. “Guadagno dai 60 ai 70 afghani al giorno. Compriamo pane secco. A volte dormiamo affamati. Il nostro affitto costa 2.500 afghani e siamo sempre indebitati”.

Quindici bambini lavoratori intervistati da Zan Times a Kabul, Kandahar e Jawzjan affermano di essere i principali fornitori di cibo per le loro famiglie.

Uno di questi è Ahmed, 11 anni, che vende sambusa per le strade di Sheberghan. Suo padre è partito per l’Iran dopo la presa del potere da parte dei talebani e da allora la sua famiglia non ha più sue notizie. Non potendo permettersi le cure mediche per una ferita alla gamba, Ahmed sopravvive per strada con 60 afghani al giorno. “Voglio crescere e andare in Iran a trovare mio padre”, dice.

Come Ahmed, Saboor, 12 anni, vive a Sherberghan. Raccoglie lattine insieme ai suoi due fratelli minori. “Ci sono troppi ragazzi che raccolgono lattine ormai”, dice. “Quando qualcuno lancia una lattina, tutti corrono”. Anche suo padre è partito per l’Iran e non è mai tornato. “Indossiamo sempre i vestiti vecchi della gente”, dice. Sogna di andare a scuola e che sua sorella malnutrita torni in salute.

L’Afghanistan è oggi un paese in cui i più giovani e i più poveri sono intrappolati tra la fame in casa e la violenza per strada. I bambini lavoratori, già oberati dal sostentamento delle loro famiglie, rischiano l’arresto, i lavori forzati e il rischio di sparizione sotto la custodia dei talebani.

Per Haron, ogni giorno porta con sé la stessa paura. Continua a vendere calzini, sperando che i Rangers non si fermino più per lui.

I nomi sono stati cambiati per proteggere l’identità degli intervistati e dell’autore. Mahtab Safi è lo pseudonimo di un giornalista dello Zan Times in Afghanistan. Sana Atef e Hura Omar hanno contribuito a questo articolo.

 

Siccità inesorabile in Afghanistan: gli agricoltori in una crisi senza precedenti

Avizha Khorshid, 8M Media, 20 novembre 2025
Gli agricoltori afghani lamentano il calo dei livelli idrici e l’aggravarsi della siccità. Sottolineano che la scarsità d’acqua ha causato un calo senza precedenti delle rese, una diffusa moria di bestiame e un forte aumento dei prezzi di cibo e mangimi, una situazione che ha spinto le comunità rurali in una crisi di sostentamento e nella fame. Allo stesso tempo, esperti economici e ambientali avvertono che, se questa tendenza dovesse continuare, potrebbe infliggere un duro colpo all’economia nazionale e, senza un’immediata assistenza globale e una gestione scientifica delle risorse idriche, la portata di questo disastro non potrà che aumentare.

Siccità senza precedenti

Alcuni agricoltori hanno dichiarato all’Hasht-e Subh Daily che la siccità di quest’anno ha causato danni molto maggiori alle loro terre e al loro bestiame rispetto agli anni precedenti.

Naseer, uno degli agricoltori del distretto di Jalrez, nella provincia di Maidan Wardak, ha espresso preoccupazione per la grave siccità che ha ridotto la produzione agricola e causato la perdita di circa 200 capi di bestiame. Ha aggiunto che la scarsità d’acqua e l’aumento del costo del cibo e del foraggio hanno messo a dura prova i loro mezzi di sussistenza.

L’agricoltore ha aggiunto: “Coltiviamo principalmente grano e fagioli. Quest’anno, a causa della grave siccità, la nostra produzione è scesa dal 100% a circa il 70%. Abbiamo anche perso circa 200 capi di bestiame. Il prezzo del foraggio è aumentato, tanto che, mentre prima un’unità di foraggio costava circa 8.000 Afghani, ora ha raggiunto gli 8.200 Afghani. Questo calo della produzione e l’aumento delle spese hanno esercitato una forte pressione sulle famiglie e ridotto il potere d’acquisto di agricoltori e proprietari di frutteti”.

Osman Momand, un altro agricoltore del distretto di Darah Noor, nella provincia di Nangarhar, ha spiegato che circa l’80% dei terreni agricoli della provincia è prosciugato e il 95% dei raccolti è stato danneggiato. Ha sottolineato che l’inaridimento delle sorgenti e la scarsità d’acqua hanno privato il 70% della popolazione dell’accesso all’acqua potabile, spingendola verso una grave carestia.

Momand ha aggiunto che la carenza di foraggio ha paralizzato l’allevamento del bestiame e molte persone sono state costrette a vendere i propri animali per coprire le spese. Ha sottolineato: “Attualmente, circa l’80% della popolazione soffre la fame e la carenza di cibo. In inverno, non abbiamo foraggio per gli animali a causa della grave siccità. Siamo stati costretti a chiedere prestiti. Personalmente, ho venduto due mucche e una capra, e la maggior parte del bestiame è stata venduta per garantire il foraggio per gli animali rimanenti. Il problema principale è la diminuzione delle fonti d’acqua. I pozzi si sono prosciugati e il livello delle falde acquifere in montagna è diminuito. Personalmente, avevo cinque animali e ne ho venduti tre”.

Fondamentali gli aiuti per gestire la crisi idrica

Nel frattempo, gli esperti economici e ambientali, mettendo in guardia dal persistere della siccità, chiedono un maggiore aiuto internazionale e misure fondamentali per gestire la crisi idrica dell’Afghanistan.

Azarakhsh Hafizi, esperto economico, ha affermato che nei paesi in cui non esistono sistemi di irrigazione precisi e moderni e non è stata implementata l’irrigazione a goccia, la siccità e la scarsità d’acqua possono causare disastri su larga scala nel settore agricolo. Ha aggiunto che tra le conseguenze di questa situazione rientrano la riduzione della produzione agricola, il calo del potere d’acquisto di agricoltori e proprietari di frutteti e gli effetti negativi generali sull’economia nazionale, soprattutto in un paese come l’Afghanistan che dipende fortemente dai prodotti agricoli e dai beni primari.

Hafizi ha dichiarato: “Quando si verifica la siccità, il suo impatto sul nostro Paese raddoppia perché non esiste un sistema adeguato per l’irrigazione di frutteti e terreni agricoli. Per contrastare questa crisi, è necessario adottare misure fondamentali, tra cui immagazzinare acqua in inverno, costruire dighe di deviazione e gestire correttamente le risorse idriche”.

Sayed Mohammad Sulaimankhil, esperto ambientale, ha sottolineato che l’Afghanistan perde oltre 400 miliardi di dollari all’anno a causa della siccità. Ha aggiunto che il cambiamento climatico non è un fenomeno che può essere controllato solo attraverso le conoscenze di base delle persone o degli agricoltori. Sulaimankhil ha sottolineato che questo problema richiede cooperazione internazionale e sostegno finanziario affinché le comunità rurali possano essere rafforzate, adattarsi agli impatti della siccità e ridurre l’entità dei danni.

L’esperto ambientale ha affermato: “Le strategie per affrontare la siccità rientrano in due categorie. La prima è il sostegno internazionale, attraverso il quale la comunità globale può assistere l’Afghanistan, finanziariamente e tecnicamente, nell’affrontare e adattarsi ai cambiamenti climatici. La seconda include strategie regionali e locali attraverso le quali le comunità stesse possono adattarsi alla siccità con metodi basati sulla comunità. Ad esempio, distribuendo agli agricoltori sementi migliorate resistenti alla siccità, formandoli su metodi di coltivazione adatti a condizioni di scarsità d’acqua e selezionando colture resistenti”.

Conseguenze del cambiamento climatico

Questo avviene mentre l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha annunciato che l’Afghanistan sta affrontando una delle peggiori siccità degli ultimi decenni. Secondo questo rapporto, quest’anno i prodotti agricoli sono andati distrutti, il bestiame è rimasto senza foraggio e centinaia di famiglie sono state costrette ad abbandonare le proprie case in cerca di acqua e cibo.

In precedenza, il Programma Alimentare Mondiale (WFP) e l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) avevano dichiarato in due rapporti separati che l’Afghanistan stava affrontando una delle peggiori crisi alimentari al mondo. Secondo questi rapporti, l’Afghanistan è tra i 10 paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici al mondo.

Queste preoccupazioni sono state sollevate durante la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30), in programma dal 10 al 21 novembre 2025 nella città di Belém, in Brasile, per discutere misure come la limitazione dell’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi Celsius, il supporto alle comunità vulnerabili nell’adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici e il raggiungimento di emissioni nette pari a zero entro il 2050.