Afghanistan, la CPI accusa i vertici talebani di persecuzione di genere

Focus on Africa, 2 novembre 2026, di Giorgia Pietropaoli
Cinque anni dopo il ritorno dei talebani, la Corte Penale Internazionale rende pubblici i mandati d’arresto contro quattro dei suoi massimi dirigenti. Per le donne afghane è una svolta attesa da tempo. Per i talebani è un’ingerenza da respingere.
Il 5 ottobre 2026 la Corte Penale Internazionale (CPI) ha reso pubblici i mandati d’arresto contro quattro alti funzionari talebani: la guida suprema Haibatullah Akhundzada, il capo della magistratura Abdul Hakim Haqqani, il ministro dell’Istruzione Habibullah Agha e il ministro dell’Istruzione superiore Neda Mohammad Nadim. L’accusa è persecuzione di genere, uno dei crimini contro l’umanità previsti dallo Statuto di Roma. Che la notizia arrivi ora non significa che la vicenda sia cominciata oggi. L’esistenza dei mandati contro Akhundzada e Haqqani era stata rivelata già nel 2025, subito dopo la loro emissione l’8 luglio, ma il contenuto restava riservato. Quelli contro Agha e Nadim, firmati il 9 settembre dello stesso anno, sono rimasti del tutto segreti fino al 5 ottobre 2026, quando la Corte ha reso pubblici i quattro documenti. Per i giudici ci sono fondati motivi per ritenere che tutti e quattro abbiano ordinato o incoraggiato una persecuzione sistematica: contro le ragazze e le donne, contro chiunque non si pieghi alla visione talebana di genere, identità ed espressione di genere, e contro chi, in quanto sostenitore delle donne, è stato considerato un nemico. C’è la persecuzione di genere, e c’è tutto ciò che le sta intorno: omicidi, detenzioni, torture, violenze sessuali, persone fatte sparire. Nei mandati le due cose non sono separate. Per chi da anni documenta ciò che accade in Afghanistan, c’è un passaggio ancora più significativo. La persecuzione, riconosce la Corte, non passa soltanto attraverso la violenza diretta, ma anche attraverso norme che cancellano i diritti per decreto. Niente scuola dopo la sesta classe, niente lavoro, niente spazi pubblici: non è un accumulo di divieti, è un progetto costruito pezzo per pezzo. Molte attiviste chiedono da anni di dare un nome giuridico a questo impianto: apartheid di genere.
Colpisce anche la scelta di includere i due ministri dell’Istruzione. La Corte sembra aver esteso la responsabilità individuale anche a chi applica i divieti ogni giorno, ovvero i ministri responsabili di far rispettare l’esclusione di ragazze e studentesse da scuole e università. È un messaggio rivolto a tutta la catena di comando. Questo risultato non è arrivato per caso: porta la firma di anni di lavoro di attiviste, giuriste e organizzazioni per i diritti umani. E porta soprattutto i volti delle donne e delle ragazze afghane che, dentro e fuori dal Paese, hanno continuato a raccogliere testimonianze, a denunciare, a non lasciare spegnere l’attenzione, spesso a un prezzo personale altissimo. Dal ritorno al potere, nell’agosto 2021, i talebani non hanno chiuso la porta alle donne con un solo atto. L’hanno fatto un decreto dopo l’altro, in modo metodico, fino a restringere lo spazio di un’intera esistenza. Prima le ragazze sono state escluse dalla scuola oltre la sesta classe. Poi, nel dicembre 2022, le università sono state chiuse alle studentesse e, pochi giorni dopo, le donne sono state allontanate dal lavoro nelle organizzazioni non governative. Sono arrivati quindi i divieti che entrano nella vita di ogni giorno: parchi e spazi ricreativi interdetti, saloni di bellezza, ultimo luogo di incontro tra donne, chiusi per decreto, spostamenti possibili solo con un uomo della famiglia. Il cerchio, intanto, non ha smesso di stringersi. Dal settembre 2025 le autorità talebane impediscono alle donne afghane, comprese le dipendenti delle Nazioni Unite, di varcare la soglia degli uffici e dei complessi dell’ONU. E a gennaio 2026 le dipendenti pubbliche, che già lavoravano con limitazioni e stipendi ridotti dal 2021, si sono sentite comunicare la fine del loro impiego, senza alcuna trasparenza e senza possibilità di difendersi. Le donne avevano già protestato in passato; a giugno 2026, però, l’esasperazione è esplosa in piazza, dopo che a Herat, secondo la missione ONU in Afghanistan (UNAMA), almeno trenta donne erano state fermate tra il 7 e l’8 giugno per presunte violazioni del codice di abbigliamento. Il 9 giugno gli abitanti del quartiere di Jebrail sono scesi in strada gridando «istruzione, lavoro, libertà», ma i talebani hanno disperso il corteo in pochi minuti a colpi di arma da fuoco. L’UNAMA ha confermato la morte di almeno una persona, un ragazzo di 15 anni.
Quei diritti negati hanno oggi, davanti a un tribunale internazionale, un’accusa precisa: persecuzione. Prima di essere un crimine, la persecuzione è stata una vita a cui è stato tolto tutto, un divieto alla volta. Dietro ogni divieto c’è una persona: una ragazza che ha smesso di andare a scuola, un’insegnante mandata a casa dall’oggi al domani, una madre che non può uscire da sola per portare un figlio in ospedale. È un disegno che costringe metà della popolazione a uscire dalla scuola, dal lavoro, dalla vita pubblica. I numeri dicono ciò che i decreti non dicono. Secondo UN Women, nel 2026 oltre 10,7 milioni tra donne e ragazze hanno bisogno di assistenza umanitaria. Solo il 7 per cento delle donne ha un lavoro, contro l’84 per cento degli uomini, e l’esclusione sociale ed economica potrebbe costare al Paese 920 milioni di dollari tra il 2024 e il 2026, il 5,8 per cento del PIL. L’UNICEF avverte che, se le restrizioni continueranno, entro il 2030 mancheranno 25.000 insegnanti e operatrici sanitarie. L’Afghanistan oggi è un Paese che si priva di chi potrebbe curare le sue bambine e istruirle. E ogni divieto lascia un segno anche dentro. Lo dice l’indagine di UN Women del 2026: sette afghane su dieci giudicano la propria salute mentale cattiva o molto cattiva, e il 59 per cento sente che è peggiorata solo negli ultimi sei mesi. Una donna afghana esce di casa una o due volte al mese. Un uomo, ogni giorno. È questo che la Corte riconduce a un’accusa precisa per i talebani: persecuzione di genere, come crimine contro l’umanità. Il percorso è stato lungo. Nel gennaio 2025 il procuratore Karim Khan aveva chiesto i primi mandati, e la richiesta doveva essere approvata dai giudici, con la cooperazione degli Stati membri. Da allora sono passati quasi due anni. La giustizia internazionale è lenta, e chi la attende lo sa meglio di chiunque altro. Ora il mandato d’arresto c’è, a eseguirlo, però, non c’è nessuno. La Corte penale internazionale non dispone di una propria polizia e dipende dagli Stati per ogni arresto. Per ora i quattro dirigenti talebani risultano latitanti, e senza la collaborazione dei governi quel mandato rischia di restare ciò che è sulla carta: un foglio, per quanto pesante. Per questo le organizzazioni per i diritti delle donne si rivolgono ai governi di tutto il mondo, chiedendo di cooperare con la Corte e di far rispettare questi mandati. Chi siede ai tavoli diplomatici con Kabul ha di fronte, ormai, uomini ricercati ufficialmente dalla giustizia internazionale.
La risposta dei talebani era prevedibile. L’amministrazione de facto di Kabul ha respinto in blocco l’autorità della Corte, sostenendo che l’adesione dell’Afghanistan allo Statuto di Roma, avvenuta nel 2003, sia giuridicamente nulla, e di non riconoscere alcun obbligo verso la CPI, perché si sente vincolata solo alla sharia. Definisce i mandati politicamente motivati, di parte, offensivi per i valori religiosi. Accusa inoltre la Corte di usare due pesi e due misure, perché avrebbe ignorato i presunti crimini delle forze straniere durante l’occupazione. Secondo la stampa internazionale, i talebani hanno fatto sapere che non intendono avere con la Corte alcuna forma di cooperazione né di dialogo.
Ottenere giustizia richiede tempo e fatica, ma non è un traguardo irraggiungibile. I mandati non restituiranno una scuola a una ragazza di tredici anni né un lavoro a una donna che lo ha perso. Segnano però un punto fermo: ciò che accade alle donne in Afghanistan è un crimine, e qualcuno ha il compito di dirlo ad alta voce. Ora tocca alla comunità internazionale trasformare quel riconoscimento in responsabilità concreta.


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