Passa al contenuto principale

Il riconoscimento giuridico dell’apartheid di genere: resistenza epistemica e responsabilità

|

Tahmina Sabet, AWSA, s.d.

In questo articolo, l’autrice esamina la crescente richiesta di riconoscimento e criminalizzazione dell’«apartheid di genere» nel contesto delle lotte delle donne afghane. Pur riconoscendo il potenziale del concetto di apartheid di genere nel dare un nome alla natura strutturale e sistematica dell’oppressione delle donne e nel rafforzare la responsabilità internazionale, l’articolo sottolinea la necessità di valutare più attentamente questo quadro concettuale da una prospettiva femminista, transnazionale e anticoloniale.

Tra i principali temi affrontati figurano il rischio che questa rivendicazione venga ridotta a uno slogan simbolico e propagandistico; le sfide giuridiche e pratiche legate al riconoscimento e all’applicazione del concetto; la possibilità che esso venga utilizzato in modo selettivo e strumentale nelle relazioni internazionali; e le potenziali conseguenze di politiche quali l’isolamento e le sanzioni per le donne che vivono in Afghanistan.

In conclusione, l’articolo sostiene che questa rivendicazione debba essere perseguita nell’ambito di un approccio globale, capace di affrontare anche le strutture che producono e riproducono l’oppressione di genere.

Alla fine del 2022, Tamana Zaryab Paryani, una «donna che protesta»[1] afghana in esilio, ha iniziato uno sciopero della fame chiedendo alla comunità internazionale di riconoscere formalmente l’apartheid di genere[2] come crimine contro l’umanità. Questo atto di protesta e resistenza incarna una lotta persistente contro il governo dei talebani, che esclude sistematicamente le donne dalla vita pubblica.

La sua iniziativa, insieme alle altre proteste civili in Afghanistan e nella diaspora, rappresenta la continuazione di un’eredità di resistenza fondata da altre correnti e organizzazioni di donne afghane negli anni Novanta, durante il primo periodo di governo dei talebani. Questa resistenza non si limita a contrastare la repressione fisica e politica, ma costituisce anche una forma fondamentale di resistenza epistemica[3]: da un lato, mette in discussione le narrazioni e i sistemi dominanti di produzione del sapere attraverso cui le donne afghane vengono definite dall’esterno, le loro esperienze vengono marginalizzate e la validità delle loro conoscenze viene ignorata; dall’altro, consente loro di riconquistare la propria autorità nel raccontare le proprie storie, esprimere i propri punti di vista e definire la complessità della propria realtà, producendo conoscenze alternative radicate nelle esperienze vissute.

Nonostante l’ipervisibilità[4] delle donne afghane nei discorsi politici e nei media mainstream nel 2001 — quando l’intervento militare degli Stati Uniti in Afghanistan veniva giustificato come una missione per «liberare e salvare» le donne afghane —, le loro esperienze, richieste e prospettive non sono state prese seriamente in considerazione durante i negoziati di pace del 2019 tra gli Stati Uniti e i talebani. Dopo il ritorno al potere dei talebani nel 2021, la loro voce e la loro capacità di agire politicamente sono state ulteriormente marginalizzate.

Storicamente, nei progetti imperialisti di «modernizzazione», i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere sono stati spesso ridotti a manifestazioni simboliche di sviluppo. Allo stesso tempo, le voci e le narrazioni delle donne afghane sono state messe al servizio di interessi geopolitici più ampi. Di conseguenza, privare le donne afghane della loro autorità epistemica[5] — vale a dire escluderle dai processi di produzione e controllo della conoscenza riguardante le loro vite e negare legittimità alle loro narrazioni ed esperienze — continua a rappresentare una delle forme più evidenti di ingiustizia epistemica[6].

Ciononostante, diversi gruppi di donne afghane continuano a riconquistare la propria autorità, soprattutto quella epistemica, attraverso varie forme di disobbedienza e resistenza civile, anche sotto il dominio repressivo dei talebani. Esse elaborano inoltre quadri alternativi in opposizione alla tendenza imperialista a promuovere la guerra. Una delle manifestazioni più significative di questo processo è la richiesta di riconoscere e criminalizzare l’apartheid di genere come crimine contro l’umanità nel diritto internazionale.

Affrontare la natura strutturale e sistematica dell’«apartheid di genere» richiede una risposta globale e articolata, capace di mettere in discussione le molteplici eredità dell’imperialismo, le relazioni di potere diseguali e l’espansione della logica e delle strutture militari nella sfera politica, intervenendo sui fattori che continuano a produrre e riprodurre questa oppressione.

Questo articolo propone un ripensamento radicale delle strategie di rivendicazione della giustizia e dei quadri giuridici, affinché sia i talebani sia le potenze internazionali siano chiamati a rispondere del proprio ruolo nella formazione e nella perpetuazione delle strutture che continuano a plasmare e condizionare la vita delle donne afghane.

L’articolo sottolinea inoltre la necessità di condurre ricerche rigorose e critiche per chiarire fino a che punto, e attraverso quali modalità concrete, il concetto di «apartheid di genere» possa contribuire ad affrontare le cause profonde dell’oppressione delle donne in Afghanistan.

In assenza di un’analisi critica di questo tipo, rischiamo di ripetere lo stesso ciclo di approcci riduzionisti alla condizione delle donne afghane: approcci che ignorano la complessità delle loro esperienze e delle loro condizioni storiche e che, ripetutamente, non sono riusciti a realizzare la giustizia né a produrre cambiamenti significativi nelle loro vite.

L’eredità dell’emancipazione e l’emergere dell’apartheid di genere: un nuovo quadro giuridico

Quello che viene definito il «successo» dei programmi di «emancipazione»[7] delle donne in Afghanistan[8] è stato spesso valutato sulla base di una serie di criteri superficiali e formali e presentato, nell’ambito delle agende neoliberiste, come un indicatore di sviluppo.

Femministe e studiose come Lila Abu-Lughod[9] hanno criticato questo approccio, mostrando come i discorsi occidentali impongano alle donne non occidentali un modello unico e imperialista di «modernità», ignorando la pluralità, le differenze e i complessi processi storici, sociali, politici e culturali che caratterizzano le loro vite.

Questa prospettiva ridimensiona la capacità d’azione delle donne afghane, poiché riduce le loro lotte, presentate attraverso le categorie dell’inclusione e della partecipazione, a una serie di indicatori astratti e formali. Più che trasformare realmente i rapporti di potere, tali indicatori vengono utilizzati per completare i rapporti di progetto e offrire una rappresentazione superficiale della presenza e della partecipazione femminile.

Nel frattempo, con l’espansione delle politiche repressive dei talebani — tra cui l’approvazione della «legge sulla promozione della virtù e la prevenzione del vizio», che vieta persino alle donne di far sentire la propria voce in pubblico —, la violazione estesa e sistematica dei diritti delle donne ha raggiunto una fase critica.

Di conseguenza, il concetto di «apartheid di genere» è tornato a occupare una posizione centrale tra le attiviste e nelle manifestazioni di protesta in Afghanistan e nelle comunità della diaspora. È diventato un quadro importante per dare un nome a questo sistema organizzato di oppressione, comprenderlo e contestarlo.

Il concetto di «apartheid di genere» affonda le proprie radici nel quadro concettuale e giuridico dell’apartheid razziale. La sua denominazione e il suo riconoscimento giuridico hanno svolto un ruolo determinante nella lotta per smantellare il sistema istituzionalizzato di oppressione razziale in Sudafrica.

Analogamente, l’apartheid di genere potrebbe offrire un potente quadro giuridico per identificare e contrastare l’oppressione organizzata di individui e gruppi sociali a causa della loro identità di genere.

Sebbene i meccanismi giuridici esistenti, tra cui lo Statuto di Roma, forniscano una base per perseguire penalmente la «persecuzione fondata sul genere»[10], la loro applicazione è spesso lenta e il loro potenziale non viene sfruttato adeguatamente.

Il concetto di apartheid di genere, al contrario, rappresenta più accuratamente la natura strutturale e persistente della discriminazione basata sul genere: non la considera una serie di atti isolati e frammentari, ma parte di un regime organizzato di oppressione che soddisfa i criteri giuridici necessari per essere riconosciuto come apartheid.

La richiesta di riconoscere e criminalizzare giuridicamente l’apartheid di genere ha ricevuto un sostegno considerevole da parte di esperti delle Nazioni Unite, organizzazioni internazionali e Parlamento europeo. La crescita di questo sostegno segnala un progresso storico verso il riconoscimento giuridico di tale sistema di oppressione, proponendo un’alternativa al ricorso alla guerra imperialista.

In linea teorica, il riconoscimento e la criminalizzazione dell’apartheid di genere potrebbero creare obblighi giuridici più stringenti per gli Stati e fornire loro strumenti concreti per adempiere agli impegni internazionali nella lotta contro la discriminazione di genere.

Questo riconoscimento giuridico chiamerebbe inoltre la comunità internazionale a una maggiore responsabilità. Nei confronti dell’Afghanistan, infatti, essa ha di fatto adottato un atteggiamento di inazione, mentre il governo dei talebani continua a compromettere e limitare sistematicamente i diritti umani, in particolare quelli delle donne.

Come dimostra anche la sua applicazione nella lotta contro l’apartheid razziale in Sudafrica, il concetto di apartheid possiede una notevole forza simbolica e politica.

Nel diritto internazionale, il divieto di apartheid è riconosciuto come una norma imperativa (jus cogens)[11], ossia un principio fondamentale dal quale non è consentito derogare in alcuna circostanza.

Il riconoscimento e la criminalizzazione dell’apartheid di genere potrebbero fornire alla comunità internazionale un potente strumento di «politica della stigmatizzazione», esercitando pressioni sugli Stati affinché reagiscano alle molteplici e persistenti violazioni dei diritti delle donne.

In queste circostanze, paesi come Iran, Russia, Pakistan, Cina e altri che mantengono relazioni con i talebani si troverebbero ad affrontare pressioni crescenti per allineare le proprie politiche estere agli standard dei diritti umani ed evitare di essere considerati complici di un regime fondato sull’apartheid.

In questo modo, il riconoscimento dell’apartheid di genere potrebbe contribuire alla formazione di un movimento sociale globale che, aumentando l’isolamento di regimi come quello talebano, impedisca la normalizzazione della repressione sistematica di genere.

Considerazioni critiche sulla criminalizzazione dell’apartheid di genere

Sebbene il riconoscimento dell’apartheid di genere possa offrire un quadro decisivo per contrastare l’oppressione sistematica, le sue conseguenze pratiche devono essere esaminate attentamente.

L’ampio consenso intorno a questo concetto non dovrebbe quindi impedire una valutazione critica dei suoi limiti e dei suoi possibili effetti, che vengono analizzati di seguito.

1. L’apartheid di genere come «termine di grande risonanza»[12]

La criminalizzazione dell’apartheid di genere rischia di ridursi a un gesto puramente simbolico nei discorsi giuridici e umanitari internazionali.

Le studiose femministe hanno più volte criticato la mercificazione delle lotte delle donne nell’ambito dei modelli neoliberisti di sviluppo. Si tratta di un processo attraverso il quale la sofferenza e le lotte delle donne nelle società non occidentali vengono trasformate in narrazioni e progetti economici e politici capaci di attirare attenzione, ottenere riconoscimento e assicurare finanziamenti.

In questi contesti, concetti come «emancipazione» e «uguaglianza di genere» vengono spesso svuotati del loro significato e della loro effettiva forza politica, finendo per essere appropriati e messi al servizio delle agende imperialiste.

Uno degli esempi più evidenti di questo processo è il discorso sulla «salvezza delle donne musulmane». Storicamente, soprattutto dopo la Guerra fredda, tale discorso è stato utilizzato per giustificare interventi militari e politici presentandoli come iniziative benevole finalizzate alla liberazione delle donne.

Questo modo di inquadrare la questione, tuttavia, spesso esprime e riproduce visioni coloniali, rappresentando le donne musulmane attraverso una prospettiva orientalista[13], come un gruppo omogeneo, passivo e bisognoso di essere salvato.

In questo contesto, esiste il rischio che anche l’«apartheid di genere» si trasformi in un termine alla moda, utilizzato a fini propagandistici: un’etichetta impiegata per attirare l’attenzione e ottenere capitale politico senza un’adeguata elaborazione concettuale né il necessario impegno politico, e senza mettere in discussione le strutture profonde che perpetuano l’oppressione delle donne afghane.

Questa possibilità riflette una critica femminista più ampia alla trasformazione delle lotte delle donne in progetti istituzionali. In questo processo, le lotte spontanee e continuative dei diversi gruppi di donne vengono convertite, allo scopo di attirare l’attenzione internazionale, in narrazioni semplicistiche e facilmente consumabili, nonché in progetti presentabili alle istituzioni di sviluppo.

Tali narrazioni e progetti, pur servendo gli interessi neoliberisti, si allontanano dalle esperienze vissute proprio dalle donne che dichiarano di voler sostenere.

Il movimento[14] a favore del riconoscimento e della criminalizzazione dell’apartheid di genere non dovrebbe quindi ridurre semplicisticamente la complessa condizione delle donne afghane a quadri concettuali e terminologici coloniali.

Al contrario, dovrebbe esaminare con spirito autocritico il modo in cui il linguaggio e le cornici interpretative utilizzati per promuovere e sviluppare questo concetto rischiano di riprodurre le stesse relazioni di potere che il movimento intende contestare.

Il movimento dovrebbe inoltre chiarire le proprie richieste e i risultati che si aspetta dal processo di riconoscimento e criminalizzazione, assicurandosi che il concetto rimanga radicato nelle realtà concrete della vita dei diversi gruppi di donne in Afghanistan.

Il suo utilizzo dovrebbe essere accompagnato da un impegno duraturo e da una prospettiva di lungo periodo volta ad affrontare le condizioni strutturali che generano e perpetuano l’oppressione delle donne afghane.

2. Le sfide pratiche e giuridiche dell’attuazione

Il tentativo di ottenere il riconoscimento e la criminalizzazione dell’apartheid di genere potrebbe incontrare la resistenza degli Stati che non desiderano ampliare la portata del diritto internazionale dei diritti umani né assumere nuovi obblighi.

Sul piano pratico, si tratta inoltre di un processo lungo e privo di una tempistica definita. Trasformare questa rivendicazione in una norma riconosciuta del diritto internazionale richiede infatti una definizione precisa del crimine, l’individuazione dei suoi elementi giuridici, ampi negoziati e, soprattutto, la costruzione di un consenso tra gli Stati.

Per questo motivo, il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan sottolinea che non si dovrebbe rinviare la ricerca della giustizia e l’accertamento delle responsabilità fino alla conclusione di questo processo.

Al contrario, occorre utilizzare tutte le possibilità e i meccanismi giuridici già disponibili per chiamare la comunità internazionale e i talebani a rispondere delle proprie responsabilità. Il relatore definisce questo approccio l’impiego di «tutti gli strumenti disponibili».

Anche qualora l’apartheid di genere venisse riconosciuto con successo entro un periodo ragionevole e successivamente criminalizzato, la sua applicazione efficace continuerebbe a incontrare importanti ostacoli giuridici e pratici.

Uno di questi riguarda i limiti della Corte penale internazionale (CPI)[15]. In quanto istituzione incaricata di giudicare tali crimini, la Corte è stata criticata per la portata limitata della propria giurisdizione e per la sua efficacia.

Alcuni studiosi di diritto hanno sottolineato che la concentrazione della Corte sul perseguimento penale degli individui, anziché sulle strutture che generano la violenza sistematica, limita la sua capacità di produrre trasformazioni strutturali.

Poiché la «politica della stigmatizzazione»[16] costituisce uno degli strumenti principali della risposta internazionale al crimine di apartheid, è necessario valutare attentamente quali risultati aggiuntivi potrebbe produrre un’intensificazione della condanna e della stigmatizzazione del governo talebano, già ampiamente isolato sul piano internazionale.

L’esperienza storica dimostra che la stigmatizzazione è una strategia a doppio taglio. Da un lato, può aumentare la pressione per il cambiamento rendendo visibili le violazioni dei diritti umani; dall’altro, può irrigidire e radicare ulteriormente le posizioni e le convinzioni ideologiche di chi detiene il potere.

I talebani, per esempio, legano la legittimità del proprio governo alla loro interpretazione radicale delle «tradizioni islamiche». Sebbene questa pretesa possa essere considerata una copertura per mantenere il potere e il controllo, essa può anche rafforzare la narrazione e l’interpretazione ideologica dei talebani e persino accrescerne il sostegno in alcuni settori della società.

Di conseguenza, un aumento delle pressioni esterne potrebbe non condurre alle riforme significative e durature auspicabili, ma spingere i talebani a irrigidire ulteriormente le proprie posizioni.

I talebani potrebbero inoltre trasformare le condanne internazionali in uno strumento per mobilitare i propri sostenitori e consolidare ulteriormente le convinzioni ideologiche tra i propri «seguaci».

Questa situazione mette in luce la complessità della stigmatizzazione come strategia politica e solleva seri interrogativi sulla sua efficacia pratica nei confronti di un governo capace di utilizzare le proprie posizioni ideologiche per resistere a qualsiasi cambiamento sociale.

Queste difficoltà sono aggravate dai limiti dei quadri giuridici internazionali nell’affrontare le condizioni strutturali che rendono possibile una repressione di genere complessa.

Affinché la criminalizzazione dell’apartheid di genere produca effetti significativi, il quadro giuridico e i relativi meccanismi di attuazione devono andare oltre procedimenti penali meramente simbolici e contrastare efficacemente i più ampi sistemi di disuguaglianza che perpetuano l’oppressione basata sul genere.

Una possibile soluzione consiste nel concentrare le attività di rivendicazione della giustizia del movimento su un approccio più globale, sottolineando chiaramente che gli interventi giuridici internazionali devono essere accompagnati da politiche dirette ad affrontare le cause profonde dell’apartheid di genere, tra cui l’imperialismo, il capitalismo, le disuguaglianze di classe ed economiche, l’espansione della logica della guerra e delle strutture militari, nonché le norme patriarcali.

3. La strumentalizzazione dell’apartheid di genere nel diritto internazionale

La criminalizzazione dell’apartheid di genere potrebbe essere utilizzata strumentalmente nell’ordinamento giuridico internazionale per promuovere obiettivi specifici.

Il diritto internazionale non è uno strumento neutrale: si è formato all’interno di relazioni storiche di potere e può riprodurre e rafforzare le gerarchie e le disuguaglianze esistenti.

Esiste pertanto il rischio che, anziché realizzare la giustizia, il diritto internazionale venga posto al servizio degli obiettivi politici e geopolitici delle grandi potenze mondiali.

Questa critica è al centro delle preoccupazioni femministe riguardo agli interventi giuridici internazionali, che spesso promuovono interessi geopolitici anziché affrontare le cause profonde dell’oppressione di genere.

Gli studiosi di diritto hanno criticato il modo in cui gli Stati più potenti utilizzano il diritto internazionale non come uno strumento per realizzare la giustizia nei confronti dei gruppi marginalizzati, ma come un mezzo per perseguire i propri interessi politici ed economici.

Secondo queste critiche, i quadri giuridici internazionali — compresi quelli elaborati con l’obiettivo di proteggere i diritti delle donne — vengono spesso utilizzati dalle potenze dominanti per legittimare interventi militari, sanzioni economiche o pressioni politiche, generalmente giustificati sulla base di presunti obiettivi umanitari.

La sfida principale consiste nel fatto che, in assenza di rigorosi meccanismi di tutela e controllo, anche l’enfasi sul riconoscimento dell’apartheid di genere nel diritto internazionale potrebbe essere utilizzata selettivamente, in linea con le priorità degli Stati più potenti, allo scopo di esercitare pressioni politiche, mentre altri casi di oppressione sistematica di genere verrebbero ignorati.

Le reazioni internazionali alle violazioni dei diritti umani in paesi come l’Arabia Saudita e l’Iran dimostrano che, nell’affrontare le violazioni dei diritti delle donne, spesso non esistono criteri uniformi e coerenti. La natura e l’intensità delle reazioni dipendono invece dalla posizione geopolitica e dall’importanza strategica del paese interessato.

Per prevenire questo tipo di sfruttamento politico e strumentalizzazione, gli sforzi giuridici internazionali devono fondarsi su una solidarietà autentica con i diversi gruppi e settori delle donne afghane.

Ciò richiede la partecipazione attiva e sostanziale delle diverse componenti del movimento delle donne alla formulazione, all’interpretazione e all’attuazione degli strumenti giuridici relativi all’apartheid di genere.

Inoltre, la costruzione di alleanze e la convergenza con i movimenti femministi e con i movimenti di resistenza attivi possono generare una forza collettiva più efficace, capace di opporsi all’uso politico e strumentale dei diritti delle donne.

L’analisi dei sistemi patriarcali dovrebbe inoltre trarre beneficio dagli apporti del femminismo transnazionale[17] e del femminismo postcoloniale e decoloniale[18]: approcci che mostrano come l’imperialismo non soltanto plasmi le relazioni geopolitiche, ma riproduca e consolidi anche le gerarchie di genere.

Le solidarietà transnazionali devono mettere simultaneamente in discussione le strutture patriarcali e i sistemi imperialisti che le sostengono, affinché gli interventi giuridici siano al servizio della giustizia sociale e non delle strategie geopolitiche delle grandi potenze.

Infine, la creazione di meccanismi efficaci di responsabilizzazione e controllo sull’attuazione del diritto internazionale potrebbe prevenire gli abusi e aumentare la trasparenza dei processi applicativi.

4. Una nuova era nelle lotte delle donne afghane

Le lotte dei diversi gruppi di donne all’interno dei confini politici dell’Afghanistan e nelle comunità della diaspora devono andare oltre la semplice rivendicazione del riconoscimento e della criminalizzazione dell’apartheid di genere, sviluppando una critica più ampia che mostri come le potenze imperialiste continuino a contribuire alla riproduzione e alla perpetuazione della crisi afghana, nonostante i numerosi principi e obblighi sanciti dal diritto internazionale.

Sebbene il movimento delle donne afghane sia riuscito ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica occidentale sulla richiesta di criminalizzazione dell’apartheid di genere, questa attenzione[19] è spesso rimasta confinata a manifestazioni simboliche di solidarietà, senza tradursi in una trasformazione fondamentale delle strategie geopolitiche, che, per esempio, possono rendere possibili o facilitare cambiamenti e instabilità politiche funzionali a interessi più ampi.

Per questo motivo, il movimento dovrebbe esaminare criticamente il discorso sui diritti umani e politico sviluppatosi intorno all’apartheid di genere, spiegare chiaramente le proprie richieste e i risultati attesi da questo processo e contestare le forme superficiali e simboliche di sostegno e solidarietà che ignorano le conseguenze più profonde e le complessità geopolitiche.

Se la richiesta di criminalizzare l’apartheid di genere dovesse portare a un ulteriore isolamento del regime talebano, all’interruzione degli aiuti umanitari internazionali o all’imposizione di sanzioni generalizzate, le conseguenze di tali misure sulla vita delle donne che si trovano in Afghanistan dovrebbero essere valutate in modo critico e prudente.

È probabile che queste misure aggravino le sofferenze che le donne sperimentano quotidianamente e in modo continuativo sotto il governo repressivo dei talebani.

L’esperienza storica mostra che, nella maggior parte dei casi, i gruppi al potere riescono a sopravvivere all’isolamento e alle sanzioni economiche generalizzate, come dimostra il caso dell’Iran, mentre la popolazione — soprattutto le donne e i gruppi sociali vulnerabili — sopporta i costi umani ed economici di queste politiche.

Il regime di apartheid sudafricano, spesso citato come modello d’ispirazione, rappresenta più un’eccezione che una regola.

Sebbene le sanzioni internazionali abbiano svolto un ruolo fondamentale nello smantellamento di quel sistema, il loro successo è stato il risultato di una combinazione specifica di fattori.

A differenza della struttura di potere dei talebani, meno dipendente dai mercati dell’economia internazionale formale, l’economia sudafricana era profondamente integrata nel sistema del commercio mondiale e risultava quindi particolarmente vulnerabile alle sanzioni.

Inoltre, il movimento di resistenza interno sudafricano — dalle potenti organizzazioni sindacali ai movimenti civili e alle organizzazioni popolari ben strutturate — ha svolto un ruolo centrale nel mantenere e alimentare la pressione sul regime di apartheid dall’interno del paese.

Un livello di resistenza interna organizzata che manca in molti governi sottoposti a isolamento internazionale.

Il regime di apartheid sudafricano, inoltre, non disponeva dello stesso tipo di sostegno strategico regionale e internazionale di cui godono i talebani.

Di conseguenza, i talebani potrebbero rimanere in larga misura al riparo dagli effetti diretti delle sanzioni e continuare a esercitare il proprio dominio, mentre la popolazione afghana sopporterebbe il peso maggiore delle restrizioni, delle difficoltà e delle privazioni economiche che ne deriverebbero.

Il movimento dovrebbe quindi valutare le sfumature e le complessità storiche e geopolitiche di entrambi i contesti politici, interrogandosi sulla reale coerenza di queste strategie con i propri obiettivi.

Superare lo status quo in Afghanistan richiede la creazione di spazi partecipativi di dialogo e collaborazione, fondati sulla presenza e sulla centralità dei diversi gruppi di donne, sia all’interno sia al di fuori dei confini politici del paese.

In questi spazi, le diverse componenti del movimento delle donne dovrebbero poter esprimere e formulare le proprie rivendicazioni utilizzando il linguaggio, i concetti e le modalità che preferiscono, senza subire pressioni affinché adattino sé stesse e le proprie richieste alle aspettative, al linguaggio e ai quadri interpretativi coloniali.

In definitiva, la sfida principale consiste nel costruire un discorso che non si limiti a riprodurre le interpretazioni riduzioniste di alcune correnti del femminismo occidentale e dicotomie quali «arretrato/progressista»[20] e «secolare/religioso»[21], ma favorisca un ripensamento radicale del significato, delle possibilità e delle forme della rivendicazione della giustizia e della solidarietà.

È pertanto essenziale che il movimento delle donne afghane integri strategicamente il quadro dell’apartheid di genere in un approccio più ampio e multidimensionale alle proprie rivendicazioni.

Un simile approccio potrebbe accrescere la flessibilità del movimento e la sua capacità di rispondere a condizioni mutevoli, aiutandolo a mantenere la propria efficacia nel perseguimento di cambiamenti significativi e duraturi.

Note

[1] «Donna che protesta»

Nota di OSA: questa espressione è stata utilizzata, dopo il 2021, da alcune donne attive nei gruppi civili e contrarie alle politiche dei talebani all’interno dell’Afghanistan, come denominazione volta a consolidare la propria identità.

[2] Gender Apartheid — Apartheid di genere

Nota di OSA: il termine «apartheid di genere» non è ancora espressamente previsto come crimine nello Statuto di Roma. L’articolo 7 dello Statuto include tra i crimini contro l’umanità l’«apartheid razziale» e la «persecuzione fondata sul genere» (gender persecution).

La campagna per il riconoscimento e la criminalizzazione dell’apartheid di genere mira a definire più esplicitamente, nel diritto internazionale, la repressione sistematica e istituzionalizzata basata sul genere, rendendola perseguibile penalmente.

[3] Resistenza epistemica (Epistemic Resistance)

Con «resistenza epistemica» si fa riferimento ad azioni individuali o collettive che mettono in discussione i sistemi dominanti di produzione, legittimazione e circolazione della conoscenza, soprattutto quando tali sistemi delegittimano o cancellano le esperienze e le interpretazioni dei gruppi marginalizzati.

Questa resistenza può assumere forme diverse: raccontare esperienze ignorate, elaborare concetti e terminologie alternativi oppure contestare i criteri con cui si stabilisce «chi viene riconosciuto come detentore di una conoscenza valida».

In questa ricerca, la resistenza epistemica si riferisce agli sforzi delle donne afghane per contestare le narrazioni e i criteri che marginalizzano le loro conoscenze e le loro esperienze vissute della guerra, della pace e della vita quotidiana.

Attraverso il racconto delle proprie esperienze, la produzione di analisi e la conservazione della memoria storica e collettiva, esse consolidano il proprio ruolo di produttrici di conoscenza e interpreti della realtà politica.

[4] Hypervisibility — Ipervisibilità

[5] Epistemic Authority — Autorità epistemica

[6] Epistemic Injustice — Ingiustizia epistemica

[7] Empowerment — Emancipazione e rafforzamento dell’autonomia

[8] Valutazione del «successo» dei programmi di emancipazione

Nota di OSA: per «definire come successo» si intende il processo attraverso il quale i risultati dei programmi di «emancipazione delle donne» vengono definiti e rappresentati come indicatori di sviluppo sulla base di criteri e indicatori quantitativi prestabiliti, come il numero di donne formate, la loro presenza nelle istituzioni o la loro partecipazione formale ai programmi.

La critica femminista a questo approccio riguarda la distanza tra questa rappresentazione misurabile del «successo» e i cambiamenti strutturali e materiali nei rapporti di potere e nelle condizioni materiali e sociali di vita delle donne.

[9] Lila Abu-Lughod

[10] Gender Persecution — Persecuzione fondata sul genere

[11] Norma imperativa (Jus cogens)

Nota di OSA: il termine jus cogens indica le norme imperative del diritto internazionale pubblico, riconosciute dalla comunità internazionale come norme inderogabili. Il divieto di apartheid razziale è generalmente considerato una di queste norme.

[12] Celebrity — Termine di grande risonanza

Nota di OSA: tenendo conto delle sfumature semantiche del termine celebrity nella versione inglese, il traduttore della versione persiana dell’articolo ha scelto l’espressione equivalente a «termine di grande risonanza», secondo la decisione editoriale.

[13] Orientalism — Orientalismo

[14] Il movimento

Nota di OSA: da questo punto in avanti, l’autrice utilizza il termine «movimento» per riferirsi alle lotte civili delle donne per il riconoscimento e la criminalizzazione dell’apartheid di genere.

[15] International Criminal Court (ICC) — Corte penale internazionale (CPI)

[16] Politics of Shaming — Politica della stigmatizzazione

Nota di OSA: nella letteratura sui diritti umani e sulle relazioni internazionali, la «politica della stigmatizzazione» indica una strategia che utilizza la denuncia pubblica, la condanna e altri costi politici per esercitare pressioni sugli Stati o su altri soggetti che violano le norme internazionali.

[17] Transnational Feminism — Femminismo transnazionale

[18] Post-colonial and Decolonial Feminism — Femminismo postcoloniale e decoloniale

[19] La campagna per il riconoscimento dell’apartheid di genere

Nota di OSA: al momento della pubblicazione della versione persiana di questo articolo, gli sforzi per ottenere il riconoscimento e la criminalizzazione dell’apartheid di genere erano ancora in corso.

[20] Backward vs. Progressive — Arretrato vs. progressista

[21] Secular vs. Religious — Secolare vs. religioso

Tahmina Sabet è Dottoranda in Studi sulle donne e di genere presso l’Università del Minnesota, negli Stati Uniti. I suoi principali ambiti di ricerca sono il femminismo transnazionale, la violenza epistemica e la politica della rappresentazione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *