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Tag: Afghanistan

In seguito alla sparatoria a Washington, Trump vuole sospendere le immigrazioni dall’Afghanistan

ultimavoce.it Lucrezia Agliani 27 novembre 2025

L’episodio della sparatoria a Washington ha coinvolto due membri della Guardia Nazionale, colpiti in pieno giorno mentre erano in pattuglia nei pressi di Farragut Square, una zona centrale frequentata dagli impiegati federali e affollata all’ora di pranzo. Poco dopo le 14:15, un uomo ha aperto il fuoco contro i militari, ferendoli gravemente prima di essere a sua volta colpito e immobilizzato da altri colleghi accorsi sul posto.Da qui, Donald Trump ha impiegato veramente poco tempo per costruire una retorica xenofoba: questa volta, il dito è stato puntato sulle immigrazioni dall’Afghanistan.La polizia ha descritto la scena della sparatoria a Washington come un’“imboscata”: il sospettato sarebbe spuntato all’improvviso da un angolo della strada, sparando immediatamente contro i due soldati. Testimoni hanno riferito di aver udito una serie di colpi seguiti dal panico della folla che cercava rifugio nei negozi vicini. Le immagini girate da alcuni automobilisti mostrano i due militari distesi sull’asfalto, circondati dai medici che tentavano di stabilizzarli.

L’identificazione del sospettato
Poche ore dopo la sparatoria a Washington DC, le forze dell’ordine hanno identificato il presunto aggressore: Rahmanullah Lakanwal, 29 anni, residente nello Stato di Washington. Fonti investigative hanno confermato che si tratta di un cittadino afgano arrivato negli Stati Uniti nel 2021, nei mesi successivi alla presa di Kabul da parte dei talebani.

Secondo quanto riferito da un familiare, Lakanwal avrebbe passato dieci anni nell’esercito afgano, collaborando anche con le forze speciali statunitensi. Per questo motivo avrebbe ottenuto protezione nell’ambito dei programmi dedicati agli afghani che rischiavano ritorsioni dopo il ritorno al potere dei talebani. La stessa fonte ha dichiarato ai media di essere sconvolta: «Eravamo noi il bersaglio dei talebani, non riesco a immaginare cosa sia successo».

Il programma di accoglienza e la richiesta d’asilo per le immigrazioni dall’Afghanistan

Il nome di Lakanwal era stato registrato nel 2021 all’interno di Operation Allies Welcome, l’iniziativa lanciata dall’amministrazione Biden per accogliere gli afghani che avevano collaborato con gli Stati Uniti durante la guerra. Nel 2024 aveva presentato una richiesta formale di asilo politico, che sarebbe stata accettata all’inizio di quest’anno.

Ma dopo l’attacco di Washington, le autorità hanno dichiarato che il sospettato non starebbe collaborando con gli investigatori e al momento non è stato reso noto il movente. Il sindaco Muriel Bowser, pur evitando conclusioni affrettate, ha definito l’episodio «una sparatoria mirata», suggerendo che i militari fossero l’obiettivo diretto.

A poche ore dalla conferma dell’identità del sospetto, Donald Trump ha utilizzato l’episodio per lanciare un attacco politico contro le politiche migratorie dell’amministrazione Biden. Da un palco, il Presidente ha chiesto «un riesame immediato di ogni cittadino afgano entrato nel Paese sotto il mandato di Biden», definendo la sparatoria «un atto di terrore».

Quasi in contemporanea, il Dipartimento della Sicurezza Interna ha annunciato la sospensione a tempo indeterminato di tutte le procedure di immigrazione dall’Afghanistan, in attesa di una revisione dei protocolli di sicurezza. Una misura immediatamente contestata da gruppi per i diritti dei rifugiati, che la considerano una reazione politica sproporzionata.

Un clima di militarizzazione crescente
Negli ultimi mesi la capitale americana ha visto un massiccio dispiegamento della Guardia Nazionale, schierata su ordine di Trump – con il benestare del Pentagono – per contrastare quello che il Presidente ha definito un aumento incontrollato della criminalità. Al momento, oltre duemila riservisti pattugliano le strade della città, pur senza poteri di arresto.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato l’imminente arrivo di altri 500 militari, dichiarando che l’attacco «non farà che rafforzare la nostra determinazione nel rendere Washington più sicura». Una scelta che riaccende il dibattito su fino a che punto sia opportuno utilizzare forze militari in ruoli tipicamente civili.

La questione delle immigrazioni dall’Afghanistan negli Stati Uniti
La sparatoria a Washington riapre una discussione mai sopita: quella sull’accoglienza degli afgani arrivati dopo il ritiro statunitense del 2021. Decine di migliaia di persone sono entrate nel Paese con protezioni speciali, tra visti umanitari, asilo e programmi dedicati agli ex collaboratori delle forze armate statunitensi.

Negli ultimi mesi, l’amministrazione Trump aveva già annunciato restrizioni ai visti, inclusi divieti di viaggio per i cittadini di vari Paesi tra cui l’Afghanistan. In un documento trapelato due giorni prima della sparatoria, veniva indicata la volontà di esaminare nuovamente tutti i rifugiati ammessi durante la presidenza Biden, un processo che potrebbe interessare oltre 200.000 persone.

Un Paese diviso tra accoglienza e timori per la sicurezza
L’episodio della sparatoria a Washington rischia di diventare un nuovo punto di frattura nel dibattito americano sulle immigrazioni dall’Afghanistan e più in generale. Da una parte, chi teme che l’ingresso accelerato di migliaia di afghani abbia comportato un abbassamento degli standard di controllo; dall’altra, chi ricorda che molte di quelle persone hanno messo a rischio la propria vita collaborando con gli Stati Uniti.

Con il sospettato ancora ricoverato e senza una chiara ricostruzione delle sue motivazioni, le risposte definitive tardano ad arrivare. Nel frattempo, la questione migratoria torna a dominare la scena politica, mentre Washington tenta di fare i conti con un attacco che, più del suo bilancio, sembra destinato a lasciare un’impronta profonda nel clima del Paese.

La migrazione è diventata il banco di prova delle democrazie contemporanee: misura la capacità degli Stati di bilanciare sicurezza e diritti, ordine pubblico e valori costituzionali, pragmatismo e solidarietà. Le difficoltà di gestione non devono però oscurare una verità fondamentale: la mobilità è parte integrante della società globale e non può essere governata esclusivamente con logiche emergenziali o punitive, che spesso nascondono politiche xenofobe.

 

 

Torna la morte dal cielo

Enrico Campofreda dal suo Blog 25 novembre 2025

La quiete dopo vent’anni di tempesta che aveva caratterizzato il primo biennio del secondo Emirato afghano, fino più o meno all’inverno 2023, ha definitivamente ceduto il passo a nuovi venti di guerra. Per chi abita sul confine orientale afghano e occidentale pakistano riappaiono tensione e morte. Stanotte, violando un cessate il fuoco stabilito nelle scorse settimane grazie alla mediazione di Qatar e Turchia, l’aviazione pakistana ha bombardato il distretto di Gurbuz, uccidendo nove bambini in un’abitazione di Khost. Squassate dal cielo anche altre abitazioni nelle province di Kunar e Paktika che registrano feriti. La risposta del portavoce talebano da Kabul è stata perentoria: dopo l’ennesima ostilità contro i civili le forze dell’Emirato reagiranno. Reagiranno come? In un’ottica militare la partita è improponibile. I talebani afghani non hanno né aviazione né un esercito degno di questo nome. Negli anni della resistenza anti Nato la loro forza s’è basata sulla guerriglia locale e urbana e sull’infiltrazione nell’esercito che gli Stati Uniti avevano predisposto durante i governi collaborazionisti di Karzai e Ghani. Opporsi a un gigante militare come il Pakistan risulta difficile anche alla ciclopica India, figurarsi cosa pensano le stellette d’Islamabad dei vicini in turbante. Poco meno che profughi, come i milioni ammassati nell’area di Peshawar. Però quei vicini, quegli ex mujaheddin risultano formidabili combattenti territoriali e in tutto il periodo della guerra civile afghana negli anni Novanta e del successivo ventennio di occupazione Nato, i governi e le Forze armate pakistane provavano a influenzare il disastrato territorio di confine senza riuscirci, al di là di qualche attentato magari organizzato dall’agenzia Inter Services Intelligence che tornava comodo agli stessi taliban.

In genere è accaduto il contrario: talune zone pakistane abitate da gruppi tribali che si rapportano ai talebani hanno rappresentato porti franchi e nascondigli per miliziani del jihad. Questa è l’accusa che apertamente da più d’un anno il governo guidato da Sharif in connubio col super generale Munir lancia all’Emirato: voi ospitate e proteggete quei nuclei fondamentalisti (Tehreek-i Taliban, Jamat-ul Ahrar) che seminano autobombe nelle metropoli pakistane. L’ultima esplosione è di tre settimane fa a Islamabad e voi siete corresponsabili. Un’accusa non accertata risponde Kabul, sebbene ciascuna parte sa che quando si parla dei confini citati non c’è limitazione che tenga, perché è la stessa popolazione frontaliera ad attraversarli in continuazione per i propri traffici mercantili. E’ stato provato che in varie circostanze i nuclei di attentatori camuffano le trasmigrazioni bombarole con sembianze mercantili. Per la politica interna di Islamabad, recentemente suffragata da una svolta ancora più favorevole alle Forze Armate attraverso una modifica costituzionale, è in gioco la credibilità del proprio potere. Visto che gli agguati dei TTP si ripetono con frequenza, fra domenica e lunedì è stata attaccata una caserma di polizia a Peshawar. Così avere un nemico esterno su cui convogliare l’adesione patriottica della propria gente è un salvagente per la leadership del partito di governo Lega Musulmana-N. Meno favorevole diventa la linea degli avversari diffusi e crearsene sui confini orientali (India) e occidentali (Afghanistan) come sta facendo Shahbaz Sharif diventa una tattica nient’affatto vantaggiosa. Gli stessi rappresentanti della riconciliazione locale sono preoccupati: l’afghano-statunitense Khalilzad che traghettò il passaggio all’attuale regime di Kabul ha dichiarato che non è possibile tornare a uccidere i civili in un territorio martoriato da cinquant’anni di conflitti.

La fame all’ombra dell’inflazione e della negligenza dei talebani

Nima, 8AM Media, 22 novembre 2025

Diversi cittadini del Paese lamentano l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. Affermano che, dopo il blocco del commercio e del transito con il Pakistan, i prezzi del riso, del petrolio e di altri prodotti alimentari sono aumentati senza precedenti e, in una situazione di disoccupazione e povertà, le persone non sono in grado di acquistare i beni di prima necessità.

I ​​cittadini sottolineano che i talebani non prestano attenzione alla fame e all’impotenza della popolazione e sono tutti concentrati sul saccheggio delle miniere, sul traffico di droga e sull’estorsione di denaro, senza preoccuparsi di fornire opportunità di lavoro alla popolazione affamata perché possa soddisfare i propri bisogni primari. Secondo i dati forniti dalla popolazione, il prezzo della farina è aumentato di 100-150 afghani, il prezzo dell’ olio di 150-200 afghani e il prezzo di un sacco di riso di 350-400 afghani.

Dopo 40 giorni di chiusura dei valichi di frontiera e degli scambi commerciali con il Pakistan, diversi cittadini sono estremamente preoccupati per il perdurare della situazione, perché il prezzo dei  beni di prima necessità aumenta di giorno in giorno. Se continueranno a salire con questo ritmo, molte famiglie non saranno in grado di soddisfare i loro bisogni più elementari.

La chiusura delle frontiere fa aumentare i prezzi

Simin (pseudonimo), un residente di Kabul, preoccupato per l’aumento dei prezzi, afferma: “Quando sono andato al mercato qualche tempo fa, il riso Qush Tipa costava 2.500 afghani, ma oggi è arrivato a 3.000 afghani. Cinque litri di olio, che costavano 600 afghani, ora costano 800 afghani. Anche un cartone di pasta, che prima costava 750 afghani, è aumentato a 850-900 afghani”. Persino prodotti come gli scialli pakistani, che prima costavano 300 afghani, ora costano 550 afghani.

Aggiunge: “Quando si chiede ai negozianti il ​​motivo dell’aumento dei prezzi, rispondono che le strade sono chiuse e che stanno importando meno dall’Iran a causa delle elevate tasse doganali. Alcuni sostengono addirittura che i prezzi dei prodotti alimentari saliranno ulteriormente perché questi articoli non sono disponibili all’interno del Paese”.

Amrullah, un altro cittadino del paese, racconta: ” A volte i commercianti e i negozianti, quando sentono che le strade sono chiuse, se ne approfittano aumentando i prezzi dei beni acquistati due mesi prima. La maggior parte delle forniture alimentari viene importata dall’Asia centrale e dall’Iran, e anche la farina proviene dal Kazakistan. Qualche tempo fa, il prezzo della farina era di 1.400 afghani, ma due giorni fa, quando l’abbiamo comprata, è arrivato a 1.650 afghani. L’olio di semi di girasole, venduto in quattro bottiglie in un cartone, costava 2.700 afghani, ma ora è salito a 3.500 afghani”.

Tanin, un residente di Ghor, afferma: “I talebani non si preoccupano della fame e della morte del popolo afghano. Chi è diventato proprietario di case, terreni, automobili e servizi sociali, non capisce cosa stia passando la povera gente. A Ghor, nessuno può permettersi di comprare un barile di petrolio o un sacco di riso. I talebani non sono consapevoli di questi problemi; tutte le miniere sono al loro servizio e riscuotono con la forza varie tasse, zakat e ushr dalla popolazione. Ricevono anche denaro da paesi e istituzioni alleati, e la chiusura del confine e l’aumento dei prezzi non hanno alcun effetto su di loro”.

Manijeh (pseudonimo) afferma: “In questi giorni caratterizzati da politiche incerte e dal governo dei talebani, affrontiamo ogni giorno una nuova sfida e una nuova crisi: dalla disoccupazione alla povertà, all’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. Non è chiaro se Torkham sia chiuso o se il Pakistan abbia preso questa decisione per proteggere la sua popolazione; ma alla fine saranno i più poveri a essere colpiti più duramente”.

Perdite anche per i commercianti

Sono passati più di quaranta giorni dalla chiusura dei valichi di frontiera tra Afghanistan e Pakistan. La Camera di Commercio e Investimenti afghana aveva precedentemente avvertito che la chiusura avrebbe causato perdite fino a 200 milioni di dollari al mese per entrambe le parti. Il quotidiano Express Tribune riportava ieri che la continua chiusura del confine di Torkham ha creato una grave crisi finanziaria per i grossisti di Rawalpindi e Islamabad e decine di commercianti di grandi e medie dimensioni sono a rischio fallimento.

Secondo il rapporto, sono stati effettuati ingenti pagamenti anticipati ai fornitori afghani per spedizioni di frutta fresca, tra cui uva e melograni Kandahari, verdura e frutta secca come uvetta e albicocche. Il rapporto afferma che queste spedizioni sono rimaste bloccate per settimane sul lato afghano del confine di Torkham e che gran parte dei prodotti freschi si è deteriorata. Secondo l’organo di stampa, i commercianti afghani si sono rifiutati di rimborsare i pagamenti e insistono sul fatto di non essere responsabili del deterioramento delle merci dovuto alla chiusura del confine.

Secondo quanto riferito, la situazione ha causato perdite individuali tra i 40 e i 150 milioni di rupie pakistane. I commercianti hanno chiesto al governo pakistano di consentire eccezionalmente l’ingresso nel paese dei container e dei camion bloccati per risolvere la crisi e di avviare colloqui immediati con i funzionari talebani. Oltre a danneggiare gli importatori, questa situazione ha anche portato a un blocco delle esportazioni pakistane in Afghanistan, causando perdite economiche reciproche. Alcuni grossisti sono stati inoltre costretti a contrarre nuovi prestiti per continuare le loro attività e riprendere il loro limitato commercio locale.

Reprimere la memoria, l’identità e le possibilità future

 

Richard Bennett: L’Afghanistan affronta una repressione a lungo termine della memoria, dell’identità e delle possibilità future

‎Shafaq Hamrah‎, Facebook, 22 novembre 2025
Il relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Afghanistan afferma che le restrizioni imposte dai talebani ai media e ai giornalisti afghani fanno parte di un più ampio sforzo per mettere a tacere il pensiero indipendente ed eliminare spazi in cui gli afghani possono mettere in discussione, immaginare o persino sperare.

Negli ultimi quattro anni i media hanno assistito a più di 550 casi di violazioni della libertà di informazione e violenze da parte dei talebani.
“Queste misure fanno parte di un più ampio sforzo per mettere a tacere il pensiero indipendente e distruggere spazi in cui gli afghani possono porre domande, immaginare o persino sperare”, ha aggiunto Richard Bennett venerdì 21 novembre, in un discorso online al forum “Afghanistan Press Freedom”. “L’impatto complessivo è profondo e non riguarda solo le libertà che ho menzionato prima. L’Afghanistan si trova ad affrontare una soppressione a lungo termine della memoria, dell’identità e delle possibilità future”.

Sottolineando la necessità di sostenere i media in esilio e i giornalisti afghani, ha avvertito che se i giornalisti, nonostante la loro ferma volontà di informare liberamente, non avranno accesso alle risorse e alle strutture necessarie, la capacità del mondo di comprendere le attuali realtà in Afghanistan sarà gravemente ridotta.

L’incontro dell’AMSO

L’incontro è stato organizzato il 21 novembre a Berlino, in Germania, dall’Organizzazione di sostegno ai giornalisti afghani (AMSO).
Nasir Ahmad Andisheh, rappresentante permanente facente funzioni dell’Afghanistan presso le Nazioni Unite a Ginevra, ha inoltre affermato nel suo discorso all’incontro: “Il giornalismo indipendente è l’ultimo baluardo contro la distruzione, perché porta la verità alle orecchie del mondo.”

Riferendosi all’importanza dei media in esilio, ha aggiunto che questi media forniscono il 70 percento della copertura indipendente della situazione attuale in Afghanistan e che il sostegno globale nei loro confronti è la vera misura dell’impegno per i diritti umani.

L’Afghanistan Press Freedom Summit ha discusso argomenti quali la libertà di espressione e la situazione dei media in Afghanistan, le condizioni dei giornalisti afghani nei paesi vicini, le attività dei media in esilio e altre questioni correlate.

Dopo essere tornati al potere, i talebani hanno imposto severe restrizioni ai media e agli attivisti dei media. Zahir Cheragh, capo del Comitato per le relazioni con i media dell’Organizzazione afghana di supporto ai media, ha parlato dell’incontro a Radio Azadi e ha affermato: “Abbiamo chiesto a ricercatori, esperti e rappresentanti di diverse organizzazioni e istituzioni di prestare la massima attenzione all’attuale sistema mediatico in Afghanistan, e ai partecipanti e alle organizzazioni di supporto ai media di collaborare con i giornalisti afghani residenti in Iran, Pakistan e altri Paesi che si trovano in una situazione sfavorevole, prestando attenzione ai loro casi e al processo di elaborazione delle loro domande di asilo nel più breve tempo possibile.”

Dopo essere tornato al potere, il governo talebano ha imposto severe restrizioni ai media e ai giornalisti nel Paese, mentre i talebani continuano ad affermare  che la libertà dei media e dei giornalisti è garantita nel quadro degli “interessi nazionali, della legge islamica e della cultura afghana”, secondo i risultati dell’Organizzazione afghana di supporto ai media, negli ultimi quattro anni i media hanno assistito a più di 550 violazioni della libertà di espressione e violenze e a più di 25 decreti restrittivi da parte dei talebani.

Nell’Indice mondiale sulla libertà di stampa 2025 di Reporter senza frontiere, l’Afghanistan si classifica al 175° posto su 180 paesi e territori.

«Così puntiamo a cambiare il diritto internazionale»

Il Coordinamento italiano sostegno donne afghane (CISDA) ha lanciato una campagna perché la Corte penale internazionale e l’ONU riconoscano l’apartheid di genere come crimine contro l’umanità. Ne abbiamo parlato con la presidente dell’associazione, Graziella Mascheroni

Giacomo Butti, Il Corriere del Ticino, 22 novembre 2025

Era il 1999 quando l’espressione «apartheid di genere» entrò nelle sale delle Nazioni Unite. Abdelfattah Amor, allora relatore speciale ONU per l’eliminazione delle discriminazioni basate su religione o credo, definì così – «un sistema di apartheid nei confronti delle donne» – il trattamento riservato dai talebani alla popolazione femminile afghana. A quei tempi, le immagini dell’apartheid sudafricano erano fresche nella mente di tutti. Violenza, segregazione, oppressione, negazione dei diritti fondamentali. Era questo che anche le donne afghane stavano vivendo in quel momento, sotto il controllo del primo governo talebano (1996-2001). Ed è questo che stanno vivendo oggi, dopo il ritiro delle truppe statunitensi, la fine della Repubblica e il ritorno al potere degli «studenti» coranici.

Restrizioni alla libertà di movimento, divieto di studio e lavoro, divieto di parlare in pubblico. A quattro anni dalla caduta di Kabul, ne abbiamo parlato a più riprese, l’Afghanistan è tornato indietro nel tempo. Non è un caso, allora, che l’espressione «apartheid di genere», già largamente utilizzata dalle donne afghane un ventennio fa per descrivere la propria condizione, sia oggi ancora in uso. Ed è per questo che un gruppo della vicina Penisola, il Coordinamento italiano sostegno donne afghane (CISDA), punta a portare nuovamente il tema sotto i riflettori internazionali, con un’iniziativa che chiede che l’apartheid di genere sia riconosciuto quale crimine contro l’umanità (come già è il caso per l’apartheid razziale) all’interno dei Trattati internazionali. Ne abbiamo parlato con Graziella Mascheroni, presidente del CISDA.

La raccolta firme

Sin dal 1999 il CISDA è attivo per promuovere progetti di solidarietà a favore delle donne afghane. Ma nel suo statuto, voce “Oggetto e scopi”, viene esplicitato: tra gli obiettivi dell’associazione c’è quello di «realizzare una crescita ed uno sviluppo, sia a livello locale che internazionale, nella ricerca di una maggiore giustizia tra i popoli». Non stupisce, allora, che l’ente non profit si sia lanciato in un’azione particolarmente ambiziosa: cambiare il diritto internazionale, per combattere l’apartheid di genere in Afghanistan e nel mondo.

«Per lanciare il nostro progetto abbiamo lavorato in modo molto approfondito, consultandoci con giuristi ed esperti di diritto internazionale», ci racconta Mascheroni. «Da questa collaborazione è nato un documento sul quale abbiamo basato la campagna “Stop fondamentalismi – Stop apartheid di genere“».

La campagna, si legge sul sito del CISDA, chiede che l’apartheid di genere sia riconosciuto come crimine contro l’umanità e si riconosca che tale crimine viene applicato sistematicamente e istituzionalmente in Afghanistan. Inoltre, al fine di non legittimare i fondamentalisti al governo a Kabul, il CISDA chiede che l’ONU non dia riconoscimento né giuridico né di fatto al regime talebano, che il fondamentalismo talebano sia dichiarato illegale, che sia impedito il finanziamento e l’invio di armi da Paesi amici, che i rappresentanti talebani siano estromessi da incontri di diplomazia internazionale e riunioni ONU.

La petizione collegata alla campagna, aperta a dicembre 2024 e chiusa lo scorso aprile (ma firmare è ancora possibile), ha raccolto circa 2.000 firme e il sostegno di un’ottantina di associazioni. «La raccolta firma è stata inviata al governo italiano, perché si faccia portavoce degli obiettivi della campagna dinanzi alle istituzioni internazionali. Siamo in attesa, ora, di avere un’audizione in Senato», ci spiega Mascheroni, che sottolinea: «Il documento è stato inviato anche alla Sesta commissione ONU e alla Corte penale internazionale (CPI). Quest’ultima ci ha risposto spiegando i prossimi passi». Un grande orgoglio per una associazione come il CISDA, ci spiega la presidente, che tuttavia non si fa illusioni: «C’è ancora tantissimo da fare». Perché questa proposta di modifica dello Statuto di Roma (il trattato internazionale istitutivo della CPI) venga presa in considerazione, dovrà essere patrocinata da uno Stato membro. «Negli ultimi mesi ci siamo mossi per cercare l’appoggio di un Paese che senta l’importanza di questo tema». Sudafrica e Congo sono tra i papabili, ma ci vorrà ancora del tempo perché vengano avanzate proposte concrete. Certo è che se l’iniziativa dovesse avere successo, l’impatto sarebbe fondamentale, e globale.

La situazione in Afghanistan

Per le donne afghane ogni mese conta, perché ogni mese è peggiore del precedente. «La situazione continua a deteriorarsi», conferma la presidente del CISDA, che con i gruppi locali di sostegno alle donne mantiene stretti contatti. «E questo anche per colpa del progressivo riconoscimento – formale o informale – da parte di Paesi terzi, che con i talebani stanno portando avanti rapporti diplomatici». Proprio negli scorsi giorni, la Segreteria di Stato della migrazione (SEM) ha confermato di aver «invitato rappresentati del governo talebano non ufficiale all’aeroporto di Ginevra» per trattare il tema delle espulsioni di cittadini afghani verso il loro Paese d’origine. Negoziazioni che hanno permesso il ristabilimento di un canale con l’Afghanistan per le espulsioni di uomini la cui domanda di asilo è stata respinta.

A Kabul, intanto, le donne di RAWA – l’Associazione rivoluzionaria delle donne afghane, gruppo politico, sociale e umanitario a sostegno di tutta la popolazione afghana – non hanno intenzione di mollare di fronte alle terribili condizioni di vita. «Le sentiamo regolarmente. Sono convinte che nessun vero cambiamento possa venire dall’esterno. Dicono che giustizia e libertà possano giungere solo attraverso la lotte cosciente e unita della popolazione. Questo è il credo di RAWA, che dagli anni Settanta – dall’invasione sovietica, passando per guerre civili, i governi talebani e anche il periodo americano – non ha mai smesso di lottare. Loro vivono da sempre in clandestinità e quindi stanno portando avanti il loro lavoro come fatto in passato. Più difficile, invece, operare per le ONG che fino a qualche anno fa lavoravano indisturbate e oggi devono stare invece molto attente alla sorveglianza dei talebani per portare avanti in segreto la formazione delle bambine, la cui istruzione è stata proibita».

Chi non fa parte di associazioni o gruppi, porta avanti l’opposizione come può. «Con il progressivo assestarsi del potere talebano, scendere in strada come nei mesi seguenti la caduta di Kabul non è più possibile. La resistenza si è quindi spostata sui social. Non è un caso se nelle ultime settimane alcune regioni dell’Afghanistan abbiano subito un blocco dell’accesso alla rete». E questo fenomeno, ci racconta Mascheroni, non riguarda solo le donne. «Tutta la popolazione è stanca, e anche gli uomini sono contrari al dominio talebano. La società afghana è patriarcale: nei centri abitati al di fuori delle grandi città, i capi villaggio sono esclusivamente uomini. Eppure collaborano strettamente con le associazioni femminili con cui siamo in contatto, specialmente nelle zone colpite recentemente dai terremoti, dove i talebani si sono ben guardati dal portare aiuti».

L’importanza dell’alfabetizzazione

Parallelamente alla campagna contro l’apartheid di genere, da anni il CISDA porta avanti una lunga serie di progetti in Afghanistan a sostegno della popolazione. «Grazie a un nostro generoso sponsor, a Kabul e in altre quattro province possiamo finanziare un corso di cucito che garantisce, parallelamente, l’alfabetizzazione delle bambine. Contemporaneamente sosteniamo un’unità mobile, un team sanitario che va di villaggio in villaggio a visitare i pazienti». In passato l’organizzazione italiana, spiega la presidente, finanziava «grandi case protette per le donne afghane, ma molte sono state chiuse dopo l’arrivo dei talebani nel 2021. In questo momento, quindi, stiamo aiutando uno “shelter” più piccolo – che passa quindi inosservato – che al momento ospita quattro donne vittime di violenza e i loro 9 figli». Ma non finisce qui. «Da una decina d’anni, il nostro progetto Vite preziose permette il sostegno a distanza per chi ha subito violenze: così sponsor esterni possono aiutare finanziariamente, di solito per un anno, una donna afghana in difficoltà. Giallo fiducia, invece, supporta una coltivazione di zafferano nelle zone di Herat. Le dodici donne che lavorano in questo campo partecipano a un corso di alfabetizzazione e a uno sui diritti umani».

Piccoli numeri che, moltiplicati per la loro capillarità, fanno la differenza in una resistenza che vede l’alfabetizzazione, come già evidenziato, tema principale. «In risposta alla chiusura degli istituti scolastici, sono sorte migliaia di piccole scuole clandestine che, sparse un po’ ovunque, vedono insegnanti mettere a disposizione la propria casa per portare avanti la formazione di piccoli numeri di ragazze. La risposta a simili iniziative è alta, perché c’è la consapevolezza che l’istruzione è alla base della società. Senza, ottenere o mantenere libertà diventa molto più difficile».

I bambini lavoratori vengono radunati, picchiati e imprigionati dai talebani

In Afghanistan oggi i più giovani e i più poveri sono intrappolati tra la fame in casa e la violenza per strada. I bambini lavoratori, già oberati dal sostentamento delle loro famiglie, rischiano l’arresto, i lavori forzati e il rischio di sparizione sotto in custodia dei talebani

Yalda Amini e Mahtab Safi, Zan Times, 2o novembre 2025

Haron aveva cinque anni quando iniziò a lavorare per le strade di Kabul. Ora che ha 11 anni, vende calzini da un cesto intrecciato e porta con sé una piccola bilancia affinché le persone possano pesarsi. Nei giorni migliori guadagna 200 afghani, appena sufficienti per sfamare la sua famiglia di sei persone, che comprende il padre paralizzato e la madre a cui non è permesso lavorare fuori casa.

Sogna di andare a scuola come gli altri bambini, ma sa che non è possibile, date le sue responsabilità nel provvedere alla famiglia. In questi giorni, la sua più grande paura non è la fame, sono i talebani. È stato arrestato sei volte dallo scorso inverno.

Haron è tra il numero crescente di bambini costretti a vivere per strada a causa della fame, che minaccia circa 23 milioni di persone in Afghanistan, tra cui 12 milioni di bambini, secondo l’UNICEF. Una volta in strada, diventano bersaglio dei talebani e della loro lunga campagna di “rastrellamento dei mendicanti”. Con oltre 800.000 bambini che si prevede saranno deportati in Afghanistan da Iran e Pakistan solo quest’anno, il numero di bambini vulnerabili che vivono per strada è in aumento, così come i pericoli che corrono.

“Rastrellare i mendicanti”

Zan Times ha parlato con alcuni di questi bambini arrestati dai talebani, che hanno raccontato le loro esperienze di arresto, lavori forzati e brutali percosse da parte delle forze talebane. Alcuni hanno trascorso fino a 15 notti in prigione. Tutti i bambini raccontano storie simili, rivelando un modello di violenza all’interno di centri di detenzione come Badam Bagh, dove bambini di appena nove anni raccontano di aver visto teste spaccate a causa delle percosse.

Haron ricorda ognuno dei suoi sei arresti. Il primo fu a Pul-e-Sorkh. “Stavo vendendo calzini quando diversi talebani mi chiamarono”, racconta. “Quando andai da loro, mi misero nella loro Ranger e mi portarono in prigione”. Trascorse 15 giorni in detenzione. I suoi genitori lo cercarono per tutta la prima notte, finché non trovarono altri bambini di strada che dissero loro che era stato rapito dai talebani.

Basandosi sulle sue esperienze e su quelle di altri mendicanti di strada, Haron racconta a Zan Times come funziona la repressione a Kabul: i bambini, sia mendicanti che lavoratori di strada, vengono portati a Badam Bagh, una prigione femminile che ora ospita anche minori. Alcuni dei bambini sono trasferiti da Badam Bagh a Qasaba. Due amici di Haron, Murtaza e Nasir, “sono ancora dispersi” dopo essere stati trasferiti a Qasaba, racconta.

La campagna per “rastrellare i mendicanti” ha ricevuto un’accelerazione nell’aprile 2024, quando il leader talebano ha approvato la legge sulla raccolta dei mendicanti e sulla prevenzione dell’accattonaggio. In base a questa legge, chiunque abbia “cibo a sufficienza per un giorno” è considerato un criminale se trovato a mendicare.

La commissione incaricata dell’attuazione della legge è guidata dal vice-ministro antidroga del Ministero dell’Interno talebano. Nell’ottobre 2024, il suo leader ha dichiarato alla radio e televisione nazionale afghana che le autorità avevano rastrellato circa 58.000 mendicanti in tutto il Paese, tra cui un gran numero di bambini. La trasmissione mostrava file di bambini spaventati, alcuni apparentemente non più grandi di cinque anni, che fissavano direttamente la telecamera.

I funzionari hanno affermato che i detenuti sono classificati come “indigenti”, “professionisti” o “in rete”, e che i loro dati biometrici sono stati raccolti e archiviati in un database. Coloro che sono sospettati di essere “professionisti” e “in rete” rischiano punizioni, affermano.

Violenze e lavori forzati

Secondo Haron e altri bambini intervistati da Zan Times, le condizioni a Badam Bagh sono dure e violente. “Ci hanno fatto pulire i muri”, racconta l’undicenne, descrivendo il lavoro forzato imposto ai bambini al loro arrivo nel centro di detenzione. I bambini che disobbediscono o “lavorano troppo lentamente”, aggiunge, vengono trasferiti a Qasaba.

Ricorda di aver sentito anche le urla delle donne. “Anche le mendicanti venivano portate lì”, racconta. “Potevamo sentire il rumore delle loro percosse”. Haron e altri due bambini detenuti raccontano di aver visto ragazzi picchiati fino a spaccarsi il cranio. “Un ragazzo è stato picchiato così forte che gli è scoppiato un occhio”, ricorda Haron. In prigione era presente un solo medico. A nessun detenuto era permesso accedere a cure mediche esterne.

Il cibo era scarso: ogni 24 ore tre persone condividevano una pagnotta di pane secco e una ciotola di lenticchie. “Nessuno di noi era sazio”, racconta.

Durante la detenzione, le forze talebane hanno preso le impronte digitali e fotografato i bambini con la forza. “Ci hanno afferrato per il colletto per i dati biometrici”, racconta Haron. “Ci hanno detto che ci avrebbero dato le tessere di aiuto, ma non ci hanno dato nulla”. Hanno anche confiscato i beni dei bambini e la paghetta. “Ci hanno preso tutto”, racconta. “Quando ci hanno rilasciato, non ci hanno restituito nulla”.

Questa inchiesta fa seguito a un precedente articolo di Zan Times su come una donna, detenuta per “accattonaggio”, abbia assistito alla morte di due bambini in custodia dei talebani. La donna ha dichiarato a Zan Times che le guardie hanno picchiato i ragazzi con dei cavi “fino alla morte”, ricordando come i detenuti fossero minacciati di percosse se avessero protestato o parlato.

La legge dei talebani sembra prevedere che i detenuti muoiano in custodia. L’articolo 25 della legge del 2024 delinea le procedure di sepoltura per chiunque muoia in detenzione senza che vi siano parenti che ne reclamino il corpo.

Costretti dalla fame all’accattonaggio

Per molte famiglie, la fame a casa non lascia altra scelta che mandare i figli in strada, anche a rischio di essere arrestati dai talebani. Esmat, un bambino lavoratore di nove anni a Kabul, ha trascorso 10 giorni a Badam Bagh. È stato rilasciato dopo che i suoi genitori hanno implorato i funzionari talebani e firmato una garanzia. “Ci hanno detto di non lavorare più per strada”, racconta. Ma né lui né i suoi genitori hanno ricevuto assistenza.

Salima deve mandare il figlio dodicenne a raccogliere la spazzatura perché non le è permesso lavorare e suo marito è scomparso 12 anni fa. “A volte mio figlio piange”, racconta allo Zan Times. “Lo picchiano. È molto difficile mandarlo fuori con un carrello a rovistare tra i rifiuti. Ma non ho altra scelta”. Nessuna agenzia umanitaria o ufficio talebano le ha offerto aiuto.

La pressione sulle famiglie sta aumentando in tutto l’Afghanistan. Secondo Save the Children, i bambini vengono deportati in Afghanistan dall’Iran al ritmo di uno ogni 30 secondi. Migliaia di questi bambini arrivano soli e molti sono nati all’estero e non hanno mai vissuto in Afghanistan. Tornano in un Paese alle prese con fame, sfollamenti interni di massa, terremoti e siccità causati dai cambiamenti climatici nel nord, che stanno distruggendo i raccolti e prosciugando le fonti d’acqua.

A Kandahar, Ali, 12 anni, racconta che la sua famiglia di 13 persone è stata rimpatriata forzatamente da Karachi sei mesi fa. Suo padre è paralizzato, il che rende Ali il principale sostentamento della famiglia. “Esco di casa alle cinque del mattino e resto fuori fino alle undici di sera”, racconta. Raccoglie lattine in un sacco. “Guadagno dai 60 ai 70 afghani al giorno. Compriamo pane secco. A volte dormiamo affamati. Il nostro affitto costa 2.500 afghani e siamo sempre indebitati”.

Quindici bambini lavoratori intervistati da Zan Times a Kabul, Kandahar e Jawzjan affermano di essere i principali fornitori di cibo per le loro famiglie.

Uno di questi è Ahmed, 11 anni, che vende sambusa per le strade di Sheberghan. Suo padre è partito per l’Iran dopo la presa del potere da parte dei talebani e da allora la sua famiglia non ha più sue notizie. Non potendo permettersi le cure mediche per una ferita alla gamba, Ahmed sopravvive per strada con 60 afghani al giorno. “Voglio crescere e andare in Iran a trovare mio padre”, dice.

Come Ahmed, Saboor, 12 anni, vive a Sherberghan. Raccoglie lattine insieme ai suoi due fratelli minori. “Ci sono troppi ragazzi che raccolgono lattine ormai”, dice. “Quando qualcuno lancia una lattina, tutti corrono”. Anche suo padre è partito per l’Iran e non è mai tornato. “Indossiamo sempre i vestiti vecchi della gente”, dice. Sogna di andare a scuola e che sua sorella malnutrita torni in salute.

L’Afghanistan è oggi un paese in cui i più giovani e i più poveri sono intrappolati tra la fame in casa e la violenza per strada. I bambini lavoratori, già oberati dal sostentamento delle loro famiglie, rischiano l’arresto, i lavori forzati e il rischio di sparizione sotto la custodia dei talebani.

Per Haron, ogni giorno porta con sé la stessa paura. Continua a vendere calzini, sperando che i Rangers non si fermino più per lui.

I nomi sono stati cambiati per proteggere l’identità degli intervistati e dell’autore. Mahtab Safi è lo pseudonimo di un giornalista dello Zan Times in Afghanistan. Sana Atef e Hura Omar hanno contribuito a questo articolo.

 

Siccità inesorabile in Afghanistan: gli agricoltori in una crisi senza precedenti

Avizha Khorshid, 8M Media, 20 novembre 2025
Gli agricoltori afghani lamentano il calo dei livelli idrici e l’aggravarsi della siccità. Sottolineano che la scarsità d’acqua ha causato un calo senza precedenti delle rese, una diffusa moria di bestiame e un forte aumento dei prezzi di cibo e mangimi, una situazione che ha spinto le comunità rurali in una crisi di sostentamento e nella fame. Allo stesso tempo, esperti economici e ambientali avvertono che, se questa tendenza dovesse continuare, potrebbe infliggere un duro colpo all’economia nazionale e, senza un’immediata assistenza globale e una gestione scientifica delle risorse idriche, la portata di questo disastro non potrà che aumentare.

Siccità senza precedenti

Alcuni agricoltori hanno dichiarato all’Hasht-e Subh Daily che la siccità di quest’anno ha causato danni molto maggiori alle loro terre e al loro bestiame rispetto agli anni precedenti.

Naseer, uno degli agricoltori del distretto di Jalrez, nella provincia di Maidan Wardak, ha espresso preoccupazione per la grave siccità che ha ridotto la produzione agricola e causato la perdita di circa 200 capi di bestiame. Ha aggiunto che la scarsità d’acqua e l’aumento del costo del cibo e del foraggio hanno messo a dura prova i loro mezzi di sussistenza.

L’agricoltore ha aggiunto: “Coltiviamo principalmente grano e fagioli. Quest’anno, a causa della grave siccità, la nostra produzione è scesa dal 100% a circa il 70%. Abbiamo anche perso circa 200 capi di bestiame. Il prezzo del foraggio è aumentato, tanto che, mentre prima un’unità di foraggio costava circa 8.000 Afghani, ora ha raggiunto gli 8.200 Afghani. Questo calo della produzione e l’aumento delle spese hanno esercitato una forte pressione sulle famiglie e ridotto il potere d’acquisto di agricoltori e proprietari di frutteti”.

Osman Momand, un altro agricoltore del distretto di Darah Noor, nella provincia di Nangarhar, ha spiegato che circa l’80% dei terreni agricoli della provincia è prosciugato e il 95% dei raccolti è stato danneggiato. Ha sottolineato che l’inaridimento delle sorgenti e la scarsità d’acqua hanno privato il 70% della popolazione dell’accesso all’acqua potabile, spingendola verso una grave carestia.

Momand ha aggiunto che la carenza di foraggio ha paralizzato l’allevamento del bestiame e molte persone sono state costrette a vendere i propri animali per coprire le spese. Ha sottolineato: “Attualmente, circa l’80% della popolazione soffre la fame e la carenza di cibo. In inverno, non abbiamo foraggio per gli animali a causa della grave siccità. Siamo stati costretti a chiedere prestiti. Personalmente, ho venduto due mucche e una capra, e la maggior parte del bestiame è stata venduta per garantire il foraggio per gli animali rimanenti. Il problema principale è la diminuzione delle fonti d’acqua. I pozzi si sono prosciugati e il livello delle falde acquifere in montagna è diminuito. Personalmente, avevo cinque animali e ne ho venduti tre”.

Fondamentali gli aiuti per gestire la crisi idrica

Nel frattempo, gli esperti economici e ambientali, mettendo in guardia dal persistere della siccità, chiedono un maggiore aiuto internazionale e misure fondamentali per gestire la crisi idrica dell’Afghanistan.

Azarakhsh Hafizi, esperto economico, ha affermato che nei paesi in cui non esistono sistemi di irrigazione precisi e moderni e non è stata implementata l’irrigazione a goccia, la siccità e la scarsità d’acqua possono causare disastri su larga scala nel settore agricolo. Ha aggiunto che tra le conseguenze di questa situazione rientrano la riduzione della produzione agricola, il calo del potere d’acquisto di agricoltori e proprietari di frutteti e gli effetti negativi generali sull’economia nazionale, soprattutto in un paese come l’Afghanistan che dipende fortemente dai prodotti agricoli e dai beni primari.

Hafizi ha dichiarato: “Quando si verifica la siccità, il suo impatto sul nostro Paese raddoppia perché non esiste un sistema adeguato per l’irrigazione di frutteti e terreni agricoli. Per contrastare questa crisi, è necessario adottare misure fondamentali, tra cui immagazzinare acqua in inverno, costruire dighe di deviazione e gestire correttamente le risorse idriche”.

Sayed Mohammad Sulaimankhil, esperto ambientale, ha sottolineato che l’Afghanistan perde oltre 400 miliardi di dollari all’anno a causa della siccità. Ha aggiunto che il cambiamento climatico non è un fenomeno che può essere controllato solo attraverso le conoscenze di base delle persone o degli agricoltori. Sulaimankhil ha sottolineato che questo problema richiede cooperazione internazionale e sostegno finanziario affinché le comunità rurali possano essere rafforzate, adattarsi agli impatti della siccità e ridurre l’entità dei danni.

L’esperto ambientale ha affermato: “Le strategie per affrontare la siccità rientrano in due categorie. La prima è il sostegno internazionale, attraverso il quale la comunità globale può assistere l’Afghanistan, finanziariamente e tecnicamente, nell’affrontare e adattarsi ai cambiamenti climatici. La seconda include strategie regionali e locali attraverso le quali le comunità stesse possono adattarsi alla siccità con metodi basati sulla comunità. Ad esempio, distribuendo agli agricoltori sementi migliorate resistenti alla siccità, formandoli su metodi di coltivazione adatti a condizioni di scarsità d’acqua e selezionando colture resistenti”.

Conseguenze del cambiamento climatico

Questo avviene mentre l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha annunciato che l’Afghanistan sta affrontando una delle peggiori siccità degli ultimi decenni. Secondo questo rapporto, quest’anno i prodotti agricoli sono andati distrutti, il bestiame è rimasto senza foraggio e centinaia di famiglie sono state costrette ad abbandonare le proprie case in cerca di acqua e cibo.

In precedenza, il Programma Alimentare Mondiale (WFP) e l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) avevano dichiarato in due rapporti separati che l’Afghanistan stava affrontando una delle peggiori crisi alimentari al mondo. Secondo questi rapporti, l’Afghanistan è tra i 10 paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici al mondo.

Queste preoccupazioni sono state sollevate durante la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30), in programma dal 10 al 21 novembre 2025 nella città di Belém, in Brasile, per discutere misure come la limitazione dell’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi Celsius, il supporto alle comunità vulnerabili nell’adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici e il raggiungimento di emissioni nette pari a zero entro il 2050.

Trattare con i Talebani per “contrastare” i flussi migratori. Il vero volto della solidarietà europea

A fine ottobre la Commissione europea ha scritto ai 27 Stati membri per esortarli ad accelerare i rimpatri e implementare gli accordi bilaterali con Paesi extra-Ue, anche con quelli che non rispettano il diritto umanitario, come l’Afghanistan. Una strategia brutale che getta una luce inquietante sugli aiuti umanitari che Bruxelles sta garantendo a Kabul

Beatrice Biliato, Altreconomia, 18 novembre 2025

L’Unione europea sta rispondendo con prontezza alle richieste delle Nazioni Unite e delle agenzie umanitarie di inviare aiuti all’Afghanistan alle prese con il freddo che avanza, catastrofi naturali, crisi economica e sospensione dei finanziamenti statunitensi.

Ma è autentica solidarietà, generosa e disinteressata, o piuttosto un calcolato avvicinamento al governo talebano per convincerlo a riprendersi i “suoi” immigrati in Europa, in risposta alla sempre maggiore pressione delle forze di destra perché si liberino di questo “fardello”? Per provare a rispondere è utile fare un passo indietro e osservare come si sono mossi alcuni Stati europei in questi ultimi mesi.

L’isolamento in cui il governo di fatto dell’Afghanistan è stato confinato con le sanzioni comminate nei confronti dei ministri talebani, che impediscono loro di viaggiare, dovrebbe rendergli impossibile incontrare funzionari di Paesi dell’Unione, tanto più in Europa.

Invece la Germania già il 21 luglio non solo ha deportato a Kabul 81 migranti con il coordinamento dell’amministrazione talebana e l’aiuto del Qatar, ha persino invitato due rappresentanti diplomatici del governo talebano in Europa perché seguissero le pratiche dei respingimenti in futuro.

E questi personaggi non sono stati trattati da funzionari con mansioni “tecniche”: sono stati riconosciuti come nuovi portavoce facenti funzioni consolari, dopo che i precedenti della vecchia Repubblica hanno dato le dimissioni proprio per protesta contro l’invito ai “nuovi” delegati. Si è così scavalcato di fatto ogni impegno al non riconoscimento del governo talebano che gli Stati europei e la stessa Germania continuano a ribadire come loro vincolo imperativo, prefigurando un cambio della politica europea nei confronti del governo de facto.

La pensano così anche i Talebani, che infatti si sono affrettati a mettere in risalto il loro nuovo ruolo e a occupare tutti gli spazi resi disponibili in questo nuovo contesto, con grande rischio per gli emigrati e per le loro famiglie perché ora tutta la documentazione relativa ai profughi che vivono in Germania e alle loro famiglie rimaste in Afghanistan sono stati ceduti nelle loro mani.

Questa decisione di Berlino ha creato un gravissimo precedente, che altri Stati europei si sono affrettati a seguire. Infatti già il 29 luglio funzionari svizzeri hanno chiesto al loro governo un dialogo diretto con i funzionari dell’Emirato islamico dell’Afghanistan per facilitare il processo di rimpatrio forzato dei richiedenti asilo afghani.

Il 30 luglio anche la Svezia ha tentato di ricorrere alla burocrazia per rendere la vita difficile agli immigrati afghani e prepararne l’espulsione, dichiarando nulli i documenti di viaggio non regolari, unici documenti di cui sono in possesso i fuggitivi dall’Afghanistan.

Intanto i Talebani hanno alzato il tiro: hanno informato la Svizzera che non avrebbero più accettato i rimpatri che non fossero stati firmati da esponenti del proprio governo, imponendo così di fatto i loro funzionari, tanto che il 23 agosto si sono recati a Ginevra per aiutare a identificare chi dovesse essere deportato in Afghanistan.

Anche Vienna si è fatta avanti. A metà settembre una delegazione di cinque membri del ministero degli Esteri talebano si è recata nella capitale austriaca per discutere le missioni diplomatiche e i servizi consolari ai cittadini afghani che vivono in Austria e in altri Paesi europei.

Ma la tappa decisiva è stata l’istanza dei 19 Paesi europei che hanno sottoscritto il 19 ottobre di quest’anno una richiesta al Commissario europeo per gli Affari interni e le migrazioni affinché venga facilitato il rimpatrio, volontario o forzato, dei cittadini extra-europei senza permesso di soggiorno o asilo, chiedendo quindi che le deportazioni siano trattate come una “responsabilità condivisa a livello dell’Ue”.

A sottoscrivere il documento sono stati i governi di Bulgaria, Cipro, Estonia, Finlandia, Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Austria, Polonia, Slovacchia, Svezia, Repubblica Ceca e Paesi Bassi. Si è poi aggiunta la Norvegia la quale, pur non essendo membro dell’Ue, è un Paese Schengen.

Questa stretta migratoria, se è molto grave perché rischia di ripercuotersi pesantemente su tutti i profughi rifugiatisi in Europa, ha una ricaduta ancora più inquietante quando i migranti presi di mira sono cittadini afghani, costretti a tornare a vivere sotto un regime dittatoriale e repressivo dal quale erano fuggiti spesso per salvare la pelle. Ma è ancor più grave per il risvolto internazionale che prefigura, perché si ripercuote sulle relazioni tra Europa e Afghanistan, facendo diventare il governo afghano protagonista di una trattativa che lo riconosce di fatto se non di diritto, secondo una scelta che sembra essere sempre più considerata necessaria anche ai Paesi occidentali in quanto giustificata da esigenze pragmatiche.

Infatti il respingimento degli afghani nel Paese di origine necessita dell’accordo con il governo dei Talebani, fondamentalista e gravemente persecutorio nei confronti delle donne, che nessuno al mondo tranne la Russia ha voluto finora riconoscere. Ma questo governo è disponibile a dare il suo consenso al rientro dei suoi concittadini solo in cambio di un avanzamento del suo posizionamento nel mondo verso il riconoscimento legale. Posizione che rimane sottotraccia nella richiesta di deportazione avanzata degli Stati europei.

A estendere la nuova “linea politica” ci ha pensato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, inviando il 22 ottobre una lettera a tutti i 27 Stati dell’Unione per esortarli ad accelerare i rimpatri e implementare gli accordi bilaterali con i Paesi extra-Ue, anche con quelli che non rispettano il diritto umanitario, tipo l’Afghanistan.

Quindi trattare con il governo talebano, aprendo al dialogo e ai suoi ambasciatori, riconoscendogli di fatto un ruolo ufficiale sebbene ciò contraddica le dichiarazioni che la stessa Ue continua a proclamare, è la nuova strategia europea per “ridurre” l’immigrazione. La politica di dialogo dell’Ue con il governo talebano è stata del resto ribadita anche dal nuovo rappresentante Ue per l’Afghanistan, Gilles Bertrand, che appena eletto si è recato a Kabul per confermare direttamente ai Talebani l’intenzione dell’Ue a portare avanti il processo di dialogo stabilito nell’ambito degli accordi di Doha 3 – quelli cioè che escludono qualsiasi trattativa sui diritti delle donne per far piacere ai Talebani- offrendo e chiedendo collaborazione a vari livelli.

È quanto del resto ha ribadito il Parlamento europeo nel suo ultimo comunicato in cui, mentre prende una decisa posizione contro l’apartheid di genere e denuncia le responsabilità dei Talebani, anziché proporre provvedimenti per isolarli stringe i legami attraverso viaggi in Afghanistan e contatti segreti tra diplomatici, giustamente denunciati da alcune deputate europee.

In questa ottica, assume una luce più inquietante e interessata l’erogazione di aiuti umanitari che Bruxelles sta garantendo a Kabul sotto varie forme: non appare come un libero impegno dei Paesi europei democratici, solidali nei confronti del popolo afghano affamato, ma invece come un sostegno al governo talebano per avere in cambio la deportazione dei migranti afghani e agevolare il consenso dell’opinione pubblica europea sempre più xenofoba.

Missioni diplomatiche dell’Afghanistan: hanno validità legale?

La continuità delle missioni diplomatiche dell’Afghanistan: perché gli Stati ospitanti non possono invalidare i diplomatici dell’era repubblicana
Sirio, 8AM Media, 16 novembre 2025

I recenti dibattiti sul futuro di diverse ambasciate afghane all’estero, in particolare in Australia, hanno riportato l’attenzione sulla natura giuridica e politica della rappresentanza legittima dell’Afghanistan. Sono emerse idee errate secondo cui gli Stati ospitanti possono rifiutare unilateralmente di rinnovare le credenziali degli ambasciatori nominati durante la Repubblica o porre fine alle loro missioni. Tali supposizioni non sono in linea né con il diritto internazionale. né con le norme consolidate codificate nelle Convenzioni di Vienna.

Il diritto internazionale opera una chiara distinzione tra Stato e governo. Lo Stato dell’Afghanistan, in quanto entità giuridica sovrana nel sistema internazionale, continua ad esistere indipendentemente dai rivolgimenti politici interni. Ciò che è accaduto in Afghanistan nel 2021 è stato il crollo di un governo legittimo e l’ascesa di un regime autoritario, non lo scioglimento dello Stato afghano. Per questo motivo, le missioni diplomatiche nominate durante la Repubblica rimangono i rappresentanti legittimi del popolo afghano e nessun regime autoritario o illegittimo può rivendicare o imporre la successione su di esse.

La Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche del 1961 afferma esplicitamente che l’accettazione di un ambasciatore viene valutata solo nel momento in cui lo Stato di invio presenta la sua richiesta di accordo. Dopo che un ambasciatore è stato formalmente accettato, la sua missione può terminare solo attraverso una dichiarazione ufficiale di “persona non grata”, una misura con un peso politico significativo e invocata solo in circostanze eccezionali. Un cambio di potere nello Stato di invio, soprattutto quando la nuova autorità non è riconosciuta, non costituisce mai un motivo valido per una tale dichiarazione. Pertanto, l’affermazione secondo cui un paese ospitante può rifiutare di rinnovare le credenziali di un ambasciatore o interrompere la sua missione a causa degli eventi politici interni dell’Afghanistan non ha alcun fondamento giuridico valido ed è contraria alle norme diplomatiche consolidate.

Al di là di questi principi giuridici, esiste una realtà innegabile: nessun governo al mondo, ad eccezione della Russia, riconosce il regime autoritario dei talebani. In assenza di tale riconoscimento, il regime non ha né il diritto di nominare rappresentanti diplomatici. né l’autorità di sostituire o invalidare le missioni legittime dello Stato afghano. Allo stesso modo, gli Stati ospitanti non hanno alcuna base giuridica o politica per accettare diplomatici nominati dai talebani, poiché ciò equivarrebbe a un riconoscimento indiretto del regime, un’azione incompatibile con gli impegni in materia di diritti umani e i principi di politica estera di molte nazioni.

La dimensione umana della questione non deve essere oscurata dai dibattiti giuridici. Le ambasciate afghane all’estero, che continuano a operare sotto la guida di diplomatici nominati dalla precedente Repubblica, rimangono un’ancora di salvezza fondamentale per migliaia di cittadini afghani. Le persone si affidano a queste missioni per ottenere passaporti, registrazioni di nascita, verifiche di documenti accademici e legali, certificati di matrimonio, attestati di identità e decine di altri servizi essenziali. La chiusura o l’indebolimento di queste missioni lascerebbe i cittadini afghani in uno stato di apolidia amministrativa, privandoli dei loro diritti più fondamentali, un risultato che contraddice i principi fondamentali dei diritti umani e mina la responsabilità morale e legale degli Stati ospitanti di proteggere le popolazioni vulnerabili.

Da un punto di vista politico, qualsiasi azione che possa essere interpretata, direttamente o indirettamente, come allineata alle preferenze del regime autoritario dei talebani non fa altro che indebolire il popolo afghano e rafforzare le rivendicazioni di legittimità del regime. Tali misure consentirebbero di fatto ai talebani di presentare la chiusura o il declassamento di queste ambasciate come una forma di “riconoscimento implicito”, nonostante le ripetute dichiarazioni della comunità internazionale secondo cui il regime viola sistematicamente i diritti umani e manca di qualsiasi legittimità politica.

Nell’attuale panorama politico, nessun governo ha riconosciuto i talebani come governo legittimo dell’Afghanistan. Le interazioni che alcuni paesi intrattengono occasionalmente con il gruppo sono strettamente de facto: limitate, tecniche e temporanee. Questi rapporti sono motivati principalmente da imperativi di sicurezza, tra cui la lotta al terrorismo, il controllo degli stupefacenti, la gestione delle migrazioni e la sicurezza delle frontiere, o da necessità economiche a breve termine. Tali contatti non costituiscono un riconoscimento politico e non possono conferire ai talebani alcuna autorità sulle missioni diplomatiche dell’Afghanistan. Accettare i rappresentanti nominati dai talebani equivarrebbe, in effetti, a un riconoscimento indiretto, un atto fondamentalmente in contrasto con i principi dei diritti umani, gli standard di politica estera degli Stati democratici e le considerazioni etiche della comunità internazionale. Non sorprende che tali rapporti con i talebani siano in gran parte limitati a regimi autoritari, repressivi o chiusi, privi di valori democratici.

Di conseguenza, la conclusione è chiara e fondata: tutte le ambasciate e le missioni diplomatiche afghane amministrate dai diplomatici dell’era repubblicana rimangono i rappresentanti legittimi del popolo afghano nel sistema internazionale fino a quando non sarà istituito in Afghanistan un governo legittimo, eletto e riconosciuto a livello internazionale. Nessuno Stato ospitante ha il diritto di interrompere il loro mandato sulla base degli sviluppi politici interni in Afghanistan, né può sostituirli con rappresentanti nominati dal regime talebano. Il funzionamento continuativo di queste ambasciate è una necessità legale, etica e umanitaria. Una politica internazionale sana richiede che queste missioni mantengano le loro funzioni legittime in modo che i cittadini afghani all’estero non perdano la loro identità legale o l’accesso alla documentazione essenziale.

 

Dai red carpet alla geopolitica

Cinematografo, 15 novembre 2025, di Marco Spagnoli

Social SurfingGli influencer, con un linguaggio fintamente “autentico”, sono ormai potenti strumenti per plasmare la percezione pubblica, soprattutto tra i più giovani

“La vita quotidiana dell’Afghanistan è funestata dalla povertà e da restrizioni per le donne cui è stata limitata la possibilità di avere un’educazione e di svolgere funzioni pubbliche”. Questa frase a dir poco eufemistica e riduttiva nella migliore delle ipotesi che, di fatto, nega e, forse, perfino avalla involontariamente la violenza, l’oscurantismo e l’orrore della condizione delle donne e, dunque, della società nello sventurato paese asiatico è parte di una serie di video con sinuosa musica jazz di sottofondo e una tazza di caffè in mano volti a spiegarci come va il mondo (davvero) e come potete sapere qualcosa di ogni nazione sulla Terra a partire dall’Afghanistan… (lettera A).

L’elegante e avvenente autrice è una giovane autodichiarata “nerd” di politica internazionale dall’accento, dai modi e dalla spocchia colonialista tipicamente british che in altri video ci insegna anche, forse, con migliore fortuna le buone maniere a tavola. Una clip visionata da oltre 350.000 persone con commenti entusiastici dove non si tiene conto che in due minuti non si può raccontare la complessità della Storia e della politica e non si deve, laddove è necessario, tacere dinanzi all’orrore della dittatura e della sopraffazione quotidiana. Del resto, come stupirsi?

In un’era in cui i media tradizionali sono sotto costante attacco su ogni fronte e perfino quotidiani rispettati raccontano, con dovizia di dettagli da tempesta ormonale, gli inseguimenti di avvenenti influencer di star hollywoodiane, anziché scrivere una qualche considerazione sul contenuto del film in cui è presente quell’attore, questa è la nuova normalità. Hai un problema come un’invasione, un genocidio, una società tribale che bastona le donne, impedisce alle bambine di studiare e spaccia oppio in tutto il mondo? Ci pensano gli influencer che dopo avere ammazzato il giornalismo serio, oggi, si fanno pagare per riscrivere a colpi di video cretini e ammiccanti la geopolitica internazionale.

Una mossa che avrebbe lasciato esterrefatto pure Goebbels e che oggi, invece, è lì a portata di mano per autocrati, assassini, dittatori, generali senza scrupoli: negli ultimi dieci anni, la comunicazione politica e militare ha, di fatto, subito una trasformazione radicale. Se un tempo la propaganda passava principalmente attraverso i media tradizionali, oggi si sfruttano figure carismatiche sui social media per veicolare messaggi mirati. Gli influencer – con milioni di follower e un linguaggio diretto, emotivo e fintamente “autentico” – sono diventati strumenti potenti per plasmare la percezione pubblica, soprattutto tra i più giovani. Israele e i talebani, pur operando in contesti e con obiettivi molto diversi, hanno entrambi utilizzato questa strategia per “rinnegare” o reinterpretare narrazioni storiche e fatti documentati, cercando di sostituirli con versioni più favorevoli ai propri interessi.

Verosimilmente il video citato all’inizio di questo articolo non è parte dell’aberrante operazione di maquillage istituzionale di Kabul, ma poco importa: l’esito è, in fin dei conti, molto simile a quello di chi suggerisce più o meno esplicitamente che l’Afghanistan sia un bel posto dove andare a fare una vacanza e che i talebani – in fondo – sono solo ragazzi “che hanno sbagliato”, ma che oggi stanno ritrovando la retta via. Dopo la riconquista dell’Afghanistan nell’agosto 2021, questi ultimi hanno ben compreso l’importanza di controllare o comunque provare ad influenzare la narrazione internazionale.

Oltre ai portavoce ufficiali, hanno iniziato a utilizzare figure popolari sui social – spesso giovani afghani o simpatizzanti all’estero – per diffondere un’immagine “normalizzata” del loro governo. Racconti di vita quotidiana: influencer che mostrano mercati pieni, scuole “aperte” (solo per maschi), e città, finalmente, “sicure” sotto il nuovo regime dove i bambini danzano felici in cerchio a piedi nudi. “Reportage” (Oriana Fallaci perdonaci…) dove viene minimizzata o negata ogni forma di restrizione sui diritti delle donne, della repressione delle minoranze etniche e religiose, e delle esecuzioni sommarie documentate da ONG.

Tutto questo con il linguaggio comune e “fresco” dei TikToker che scherzano pure sulle esecuzioni e fanno parodie dei rapimenti pur di celebrare il nuovo regime che si presenta come nazionalista” e “anticorruzione”, cancellando la memoria delle violenze degli anni ’90 e dei primi anni 2000. Ovviamente entrando nel campo della comunicazione internazionale così come i simpatizzanti di estrema destra dell’AFD in Germania veicolano messaggi agghiaccianti con belle ragazze e bei ragazzi che ballano al ritmo della techno, qui ci troviamo a vedere utilizzati influencer che non vivono in Afghanistan, ma operano da Paesi occidentali, parlando in inglese o in lingue europee per raggiungere un pubblico internazionale evitando la censura, usando un linguaggio accessibile e con grande autenticità e freschezza negare gli abusi, le violenze e i soprusi soprattutto nei confronti delle donne, delle ragazze, delle studentesse rispedite a calci (ahimé non figurati…) indietro nel medioevo 2.0.

In luoghi dove giornalisti accreditati non possono entrare o dove vengono seriamente minacciati (vedi il caso Cecilia Sala), ecco che si pagano un po’ di influencer per dire che a Gaza si sta benissimo e non ci sono problemi di carestia, che l’Afghanistan è un paese bellissimo, che la Corea del Nord è una nazione dove fare le vacanze e dove non c’è overtourism… Come sia possibile essere arrivati a questo è un altro paio di maniche: l’autenticità percepita degli influencer fa sì (questo nel mondo del cinema succede oramai da tempo) che siano visti come “persone comuni” e non come portavoce ufficiali e tantomeno a pagamento. Al tempo stesso, i contenuti social raggiungono milioni di persone in poche ore e gli algoritmi rafforzano le convinzioni preesistenti, riducendo l’esposizione a fonti contrarie.

Eppoi c’è anche un bias cognitivo: così come in politica un sound byte, ovvero una dichiarazione è più efficace di un lungo discorso, le immagini e i video brevi, da toni forti, accattivanti, rassicuranti e perfino sexy colpiscono più delle analisi lunghe e complesse. In più l’assenza di giornalisti indipendenti impedisce di verificare la veridicità delle affermazioni degli influencer, che oltre a fotografare una cosa per un’altra, ripetono come nella Fattoria degli Animali di Orwell frasi che hanno letto prestampate nei loro profumati e grassi contratti. Il risultato è una narrazione alternativa che, pur contestata da osservatori e organizzazioni internazionali, riesce a sedimentarsi nell’immaginario di milioni di persone, influenzando la percezione della realtà e, potenzialmente, le decisioni politiche e diplomatiche.

Un cambio di paradigma inquietante che, pur essendo stato denunciato nella sua fenomenologia dalla stampa internazionale, ONG e da tante istituzioni, segna l’inizio di un’epoca inquietante in cui tutti parlano di tutti, ma mentre una cosa (forse non meno grave) è mandare la gente a vedere un film non riuscito o a banalizzare il gusto e l’estetica artistica, un’altra è legittimare la violenza, il sopruso e la giustizia sommaria contro donne, bambini, dissidenti, innocenti.

E dire che, come ci ricorda il giornalista (vero) Edoardo Giribaldi, in un articolo pubblicato sull’Huffington Post, “trent’anni fa il governo dei talebani eliminava televisioni e antenne paraboliche: nel 1998, infatti, i Talebani incaricavano il Ministero per la promozione della Virtù e la prevenzione del Vizio di ‘distruggere’ ogni tipo di televisore, registratore, videocassetta ed antenna parabolica in mano alla popolazione. Le autorità governative ritenevano che tramite i media le persone potessero venire indotte in comportamenti che violassero le interpretazioni talebane del Corano e della Shari’a. Mentre oggi si sfruttano le nuove piattaforme per ripulire la propria immagine agli occhi della comunità internazionale”.

Una nuova propaganda subdola e difficile da eliminare che oltre ad avere danneggiato la cultura, oggi, continua ad erodere la Storia. Come ci avevano avvertito Ray Bradbury e George Orwell… e non è più (solo) fantascienza.