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Tag: Afghanistan

I giovani afghani nella morsa della dipendenza

Illya, 8Am Media, 29 marzo 2026

Un certo numero di residenti di Kabul esprime preoccupazione per il crescente consumo di “pan” tra giovani e adolescenti. Affermano che l’uso di questa sostanza, soprattutto nelle vicinanze delle scuole e nei luoghi di ritrovo giovanili, è aumentato e che la mancanza di controlli seri ha reso facile l’accesso perfino ai bambini. Secondo queste persone, il basso prezzo, la facile disponibilità e la scarsa consapevolezza delle famiglie sui suoi effetti hanno fatto sì che l’uso del pan diventasse qualcosa di normale nella società, soprattutto tra i giovani.

Sottolineano che il proseguimento di questa tendenza potrebbe trasformarsi in un problema sociale in futuro e minacciare seriamente la salute delle nuove generazioni. Inoltre, una delle principali preoccupazioni è la falsa convinzione diffusa tra la popolazione che questa sostanza non sia dannosa. Ritengono che limitarne l’accesso ridurrebbe anche l’interesse di giovani e adolescenti. I residenti chiedono ai talebani di vietarne la vendita ai minori, limitarne la diffusione e allo stesso tempo avviare campagne di sensibilizzazione sui possibili danni.

In questi giorni, agli angoli delle strade di Kabul, si vedono piccoli sacchetti bianchi venduti a basso costo sotto il nome di “pan”, disponibili in vari gusti e confezioni per giovani e adolescenti. Questi sacchetti sono diventati rapidamente popolari, tanto che alcuni giovani considerano il loro uso qualcosa di normale.

Sottovalutazione degli effetti dannosi

Ahmad, uno dei residenti di Kabul, afferma che l’aumento del consumo di pan tra giovani e adolescenti è preoccupante. Secondo lui, il problema più grave è la falsa convinzione della gente su questa sostanza, poiché molte famiglie non sono sufficientemente informate sui suoi danni. Chiede ai media di sensibilizzare sui rischi del pan affinché i giovani non vi si avvicinino nemmeno per curiosità.

Aggiunge: “Molte persone pensano che il pan sia oggi meno dannoso rispetto al passato. Prima veniva venduto in confezioni diverse, ma ora è immesso sul mercato con un packaging differente e alcuni credono che sia innocuo. Non è così, anzi contiene ancora più sostanze aggiuntive. Poiché è prodotto in India, il suo contenuto di nicotina è elevato.”
Ahmad sottolinea che il consumo di pan può causare gravi danni alla salute. Dice che smettere è persino più difficile che abbandonare hashish o altre sostanze stupefacenti. “Il pan danneggia bocca e denti, aumenta il rischio di cancro e può causare problemi cardiaci. I giovani non dovrebbero usarlo. Smettere è molto difficile: ho visto persone che hanno cercato di farlo e non è affatto semplice.”

Hasan Gol, un altro residente, afferma che il pan è molto dannoso e i giovani non dovrebbero consumarlo. Chiede ai talebani di vietarne la vendita, soprattutto vicino alle scuole maschili. Avverte che, senza restrizioni, il consumo tra giovani e adolescenti continuerà ad aumentare.

Aggiunge: “Sia il pan che il naswar sono dannosi e non ne raccomandiamo l’uso. Tuttavia, alcune persone credono che il pan sia meno nocivo del naswar. Mentre il naswar è più diffuso tra uomini anziani, il pan sta diventando sempre più popolare tra i giovani. Il consumo di queste sostanze ha anche conseguenze sociali. Ogni cosa ha la sua cultura d’uso, ma il pan, utilizzato da alcuni giovani, contribuisce anche a inquinare l’ambiente.”

D’altra parte, alcuni giovani consumatori ritengono il pan migliore del naswar, sostenendo che sia più pratico da usare in qualsiasi luogo e momento.
Shir Alam, un altro residente, afferma che il pan è migliore del naswar e, a suo avviso, può essere utilizzato. Dice che viene venduto in confezioni migliori e non provoca cattivo odore in bocca.

Aggiunge: “Dal punto di vista sanitario, il pan è migliore del naswar, perché quest’ultimo è un po’ dannoso e sporca l’ambiente, mentre il pan non presenta questi problemi. I residui sono più facili da smaltire e può essere usato facilmente in ogni situazione. Non causa alito cattivo. Anche economicamente è più conveniente, perché il processo di preparazione è più semplice e richiede meno sforzo.”

Nel frattempo, alcuni medici esprimono preoccupazione e avvertono che il consumo di qualsiasi sostanza contenente tabacco può causare tumori dell’esofago, dello stomaco, delle labbra, della bocca, dei denti, dei polmoni e del pancreas. Il consumo di tabacco può inoltre provocare danni ai polmoni e al sistema respiratorio, problemi cardiovascolari, ictus, riduzione della fertilità in uomini e donne e un aumento del rischio di aborto spontaneo o di nascita prematura e sottopeso.

Consumo in forte aumento

Bismillah Ghafari, un medico, afferma che il pan crea dipendenza e non dovrebbe essere consumato. Spiega: “Il pan è un prodotto industriale e in molti paesi asiatici, tra cui l’Afghanistan, viene usato per ridurre lo stress o per piacere. È una sostanza che crea dipendenza, principalmente a causa della nicotina che contiene. Smettere può causare ansia e irritabilità. Danneggia il cervello e provoca problemi alla bocca e ai denti, come infiammazione delle gengive, alito cattivo, denti mobili e macchie bianche. Può inoltre portare a diversi tipi di cancro.”

In precedenza, l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva avvertito che il consumo di tabacco tra giovani e adolescenti in Afghanistan è in forte aumento, aggiungendo che una persona adulta su quattro nel paese ne fa uso.

Il pan è una sostanza artificiale che i trafficanti vendono come deodorante per l’alito o sotto vari nomi commerciali. Attualmente esistono diversi tipi di pan sul mercato, tra cui Pan 55, Pan 555, Pan 24, Pan 66 e Pan Cool. Queste varianti differiscono per qualità e sapore, ma hanno prezzi simili. In realtà, sono una versione del naswar indiano e pakistano.

Afghanistan. Le sanzioni bastano?

Redazione, CISDA, 2 aprile 2026

Il 10 marzo il Comitato per le sanzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha aggiornato l’elenco dei membri e dei funzionari di alto livello dei talebani soggetti a misure restrittive, in base alla Risoluzione 1988 del 2011. Tale risoluzione istituisce un regime sanzionatorio specifico contro i talebani e individui o gruppi associati, che comprende il congelamento dei beni, il divieto di viaggio e l’embargo sulle armi. Il Comitato ha inoltre deciso di prorogare di un anno il mandato dell’organo incaricato di monitorare l’attuazione delle sanzioni.

Un governo quasi interamente sanzionato

L’elenco aggiornato comprende 22 funzionari talebani, tra cui 14 membri dell’esecutivo, inclusi il primo ministro Mohammad Hassan Akhund e diversi ministri chiave responsabili degli interni, degli affari esteri, dell’economia, della difesa, dei trasporti, dell’istruzione e degli affari religiosi. Accanto ai vertici governativi figurano anche figure strategiche come il capo dell’intelligence e altri responsabili amministrativi e provinciali.

In sostanza, quasi l’intero governo talebano è soggetto a sanzioni, ma non il leader supremo Hibatullah Akhundzada, pur essendo il principale responsabile della politica afghana.

Come nasce il regime sanzionatorio

Le prime misure del Comitato per le sanzioni risalgono al 1999, quando furono imposte sanzioni al regime talebano per il sostegno ad al-Qaeda e per il rifiuto di consegnare Osama bin Laden.

Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e l’intervento militare della coalizione internazionale, le misure furono progressivamente riorientate verso individui e gruppi legati al terrorismo, con l’obiettivo di colpire reti specifiche anziché l’economia afghana nel suo complesso.

Per due decenni, quindi, l’Afghanistan è rimasto formalmente sotto un regime di sanzioni selettive, beneficiando al contempo di ingenti aiuti esteri e di un certo accesso al sistema finanziario globale.

La svolta è arrivata nell’agosto 2021, con il ritorno dei talebani al potere: gli Stati Uniti, l’Unione europea e altri Paesi hanno congelato miliardi di dollari di riserve della banca centrale afghana e interrotto gran parte dei flussi finanziari, paralizzando il sistema bancario e limitando drasticamente le relazioni economiche internazionali.

Perché i talebani sono sanzionati oggi

Sebbene il principale motivo alla base dell’introduzione del regime sanzionatorio nei confronti dei talebani è stato il loro rifiuto di consegnare Osama bin Laden, le misure continuano a essere applicate poiché i talebani, sostenendo o tollerando gruppi armati e jihadisti, sono accusati di rappresentare una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale, contribuendo alla destabilizzazione dell’Afghanistan e dell’intera regione.

Dopo il ritorno dei talebani al potere nel 2021, le sanzioni sono state mantenute anche in ragione delle gravi violazioni dei diritti umani, tra cui la discriminazione sistematica nei confronti delle donne e la repressione di oppositori politici e minoranze.

Sebbene questi elementi non costituiscano la base giuridica originaria delle sanzioni, essi rappresentano oggi un fattore centrale nella loro giustificazione politica.

Le sanzioni trovano inoltre fondamento nel coinvolgimento dei talebani nella produzione e nel traffico di oppio e di droghe sintetiche, utilizzati come fonte di finanziamento del gruppo.

Infine, sono giustificate  dalla violazione di obblighi internazionali, in particolare per il mancato rispetto delle risoluzioni delle Nazioni Unite e per il rifiuto di cooperare con la comunità internazionale.

Come funzionano le sanzioni

Le sanzioni contro i talebani combinano misure economiche, politiche e di sicurezza.

Le più conosciute e visibili sono quelle economico-finanziarie (congelamento dei beni, blocco di conti e asset all’estero e restrizioni ai flussi finanziari) che hanno l’obiettivo di colpire le risorse di leader e reti talebane.

A queste si affiancano sanzioni personali per i leader talebani inseriti nelle liste ONU, come il divieto di viaggio all’estero, volto a limitarne i contatti internazionali e l’azione diplomatica.

Vi è poi l’embargo sulle armi, che proibisce la fornitura di armamenti e assistenza militare, inclusi addestramento e supporto tecnico, per impedirne il rafforzamento.

Infine le sanzioni politiche: il mancato riconoscimento internazionale del governo talebano e l’esclusione da molte istituzioni internazionali, prima fra tutte l’ONU.

Esenzioni e deroghe

Le sanzioni internazionali non colpiscono direttamente le imprese afghane, ma nella pratica ne compromettono gravemente l’operatività. Il congelamento dei fondi statali all’estero e la riluttanza delle banche internazionali a effettuare transazioni con l’Afghanistan, per timore di violare le sanzioni, generano una forte carenza di liquidità. Di conseguenza, molte aziende faticano a pagare fornitori e dipendenti o ad accedere al credito, riducendo o sospendendo le attività, con effetti negativi anche sulla distribuzione degli aiuti umanitari.

Sebbene i settori essenziali, come sanità, alimentazione e istruzione, siano formalmente esclusi dalle sanzioni grazie alle esenzioni previste dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, tali deroghe risultano spesso inefficaci perché le istituzioni finanziarie tendono a evitare qualsiasi operazione legata all’Afghanistan, bloccando anche quelle lecite.

Le ONG e le organizzazioni internazionali, pur autorizzate a svolgere operazioni indispensabili per garantire gli aiuti umanitari (trasferimento di fondi, pagamento del personale, acquisto di beni essenziali), sono quindi costrette a ricorrere a soluzioni alternative e meno efficienti.

La strategia più diffusa è il ritorno al contante: grandi quantità di denaro vengono trasferite fisicamente nel paese e distribuite direttamente a famiglie, lavoratori e fornitori locali.

Quando i canali ufficiali non sono praticabili, entrano in gioco sistemi informali come l’hawala, una rete di intermediari che si basa sulla fiducia personale e consente trasferimenti rapidi aggirando il circuito bancario formale.

Parallelamente, le organizzazioni cercano di utilizzare canali finanziari autorizzati, resi possibili da licenze speciali rilasciate da autorità come l’Office of Foreign Assets Control, anche se nella pratica restano difficili da attivare.

Per ridurre ulteriormente la dipendenza dal denaro, molte ONG puntano sulla distribuzione diretta di beni – cibo, medicinali, carburante – o su sistemi di voucher spendibili in reti di negozi locali.

Sono inoltre previste deroghe per il trasporto di contante, i voli umanitari e l’importazione di beni di prima necessità. Un ruolo centrale è svolto dalle grandi agenzie internazionali, che, grazie al loro peso istituzionale, riescono a mantenere attivi i canali operativi e l’accesso agli aiuti.

Come i talebani aggirano le sanzioni

I talebani eludono le sanzioni in diversi modi, grazie a una combinazione di adattamenti economici, reti informali e relazioni regionali.

Anche per loro il principale strumento è l’hawala, dato che non lascia tracce facilmente monitorabili, consentendo trasferimenti internazionali anche in presenza di sanzioni e permettendo, quindi, il pagamento di funzionari e il finanziamento di attività governative. È uno dei motivi principali per cui le sanzioni finanziarie hanno efficacia limitata.

L’Afghanistan talebano è diventato ancora più dipendente dal contante e poco integrato nel sistema bancario globale. Questo significa minore esposizione al congelamento dei conti e ridotta dipendenza dai circuiti finanziari internazionali controllati

I talebani finanziano gran parte delle loro attività interne con le tasse sul commercio e i trasporti, i dazi alle frontiere, lo sfruttamento delle miniere (carbone, pietre preziose, ecc.) e con la produzione e il traffico di oppio e droghe sistetiche. Questo riduce la loro dipendenza da finanziamenti esteri.

Pur non essendo ampiamente riconosciuti a livello internazionale (solo la Russia ha formalmente riconosciuto il governo talebano nel 2025), i talebani mantengono rapporti economici con diversi Paesi della regione, tra cui Pakistan, Iran, Cina e Russia. Queste relazioni, pur senza violare formalmente le sanzioni, contribuiscono a creare canali economici alternativi, attenuando gli effetti dell’isolamento internazionale.

Infine, i leader sanzionati operano tramite intermediari e prestanome per le operazioni più sensibili, così restano formalmente esclusi dalle transazioni ma le loro attività economiche continuano indirettamente.

Non bisogna dimenticare, infine, che anche i flussi di aiuti umanitari internazionali, pur non essendo destinati direttamente al governo talebano, finiscono per favorire indirettamente i talebani e incidere sull’economia complessiva, liberando risorse interne che possono sostenere il funzionamento del sistema.

Come bucare l’isolamento

Anche le sanzioni sui viaggi vengono eluse, soprattutto dai leader del gruppo talebano, attraverso deroghe e autorizzazioni speciali che sospendono temporaneamente e in ambiti limitati il divieto di viaggio per persone specifiche, permettendo a leader o ministri talebani di recarsi legalmente all’estero nonostante le sanzioni.

La possibilità di sospendere le sanzioni è espressamente prevista dal sistema sanzionatorio per favorire il dialogo politico, consentendo la partecipazione a colloqui di pace o sicurezza per favorire negoziati diplomatici con altri Paesi e per facilitare il coordinamento su aiuti umanitari.

Le deroghe hanno permesso missioni soprattutto verso il Qatar, sede dei colloqui con USA e ONU, ma anche con Russia e Cina, impegnate per un riconoscimento internazionale, e con il Pakistan e l’Iran, paesi vicini particolarmente coinvolti con la politica afghana.

Ne hanno usufruito in molti tra i membri di alto livello del governo talebano, suscitando discussioni e critiche. Senza queste eccezioni, i talebani sarebbero completamente isolati.

I talebani possono anche usufruire di esenzioni per cure mediche all’estero. Concesse ufficialmente per motivi umanitari, in alcuni casi si sospetta una commistione con finalità diplomatiche, soprattutto quando coinvolgono Paesi del Golfo.

L’isolamento politico è la vera leva

Le sanzioni imposte ai Talebani non colpiscono solo individui e strutture economiche a loro legate, ma hanno anche un impatto concreto sull’economia e sulle condizioni di vita della popolazione afghana. È quindi lecito interrogarsi sull’opportunità e sull’efficacia di questo regime sanzionatorio.

Il regime specifico per i Talebani è iniziato nel 2011. Prima del 2021, oltre 100 membri del gruppo erano già inseriti nella lista delle sanzioni per terrorismo. Nonostante ciò, gli Stati Uniti hanno comunque negoziato con loro per l’uscita dall’Afghanistan, rilasciato migliaia di affiliati e firmato accordi che di fatto hanno lasciato il Paese nelle mani di Talebani accusati di terrorismo.

Questo solleva un interrogativo: quale peso politico potrà avere l’allargamento delle sanzioni? Potrà davvero costringere il governo de facto a cambiare politica?

Finora, i Talebani hanno mantenuto il potere senza mostrare cedimenti, imponendo il terrore interno e privando donne e popolazione dei diritti fondamentali. In questo contesto, le sanzioni rischiano di apparire un’inutile richiesta di democrazia, con oltretutto effetti pesanti sulla popolazione già ridotta alla fame.

L’efficacia delle diverse misure varia: le più incisive sul piano pratico sono le restrizioni finanziarie e bancarie, che incidono direttamente sulle transazioni internazionali, e i divieti di viaggio, che limitano i contatti diplomatici.

Il maggiore impatto è però quello politico e simbolico: le sanzioni mantengono il regime in isolamento internazionale e ne negano il riconoscimento legale. Per i Talebani, la reputazione politica globale è cruciale: il riconoscimento internazionale è necessario per stabilizzare i rapporti economici e consolidare la posizione geopolitica in Asia centrale e nel mondo.

Hanno dimostrato di riuscire a mantenere il loro governo sia grazie al terrore imposto nel paese, sia ai finanziamenti internazionali, motivati dal timore di conseguenze peggiori. Ma per progredire e ottenere un riconoscimento legale, il paese deve normalizzare i rapporti politici, così da stabilizzare le relazioni economiche e rafforzare la propria posizione geopolitica in Asia centrale e nel mondo.

Uno strumento insufficiente

Pur sembrando uno strumento debole, le sanzioni sono la base giuridica internazionale per il non riconoscimento del governo talebano, che fonda il proprio sistema su apartheid di genere e oppressione della popolazione. Sono una dichiarazione di responsabilità, come lo è la denuncia della Corte Penale Internazionale (CPI) nel 2025 contro due talebani di governo. Queste azioni dovrebbero estendersi a tutti i nuovi ministri sanzionati.

Ma le difficoltà sono evidenti: la CPI ha bisogno di fondi e strumenti operativi per sostenere le accuse, mentre la campagna di discredito internazionale contro l’istituzione cresce e i finanziamenti diminuiscono.

Una possibile via di speranza è il nuovo meccanismo investigativo indipendente sull’Afghanistan (IIMA), istituito nel 2025 dal Consiglio per i diritti umani dell’ONU, che può costituire una nuova base per le indagini della CPI. Documentando sistematicamente le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale e preservando le prove, può supportare eventuali procedimenti futuri, rafforzando le campagne di denuncia portate avanti da donne e ONG.

Le sanzioni restano uno strumento necessario, utile come leva politica e giudiziaria. Sono legittime e necessarie soprattutto se mirate contro singoli individui, colpendo direttamente i responsabili senza penalizzare l’intera popolazione.

Da sole, però, non bastano: devono essere inserite in una strategia più ampia, che comprenda giustizia internazionale, pressione diplomatica coordinata e protezione concreta della popolazione civile.

Finora la comunità internazionale non solo non è riuscita a definire una strategia efficace ma sembra abbia dimenticato le donne e la popolazione afghana.

 

 

Silenziate, prese di mira, cancellate: le giornaliste sotto i Talebani

 

Zibak, Badakhshan, Afghanistan, 10 maggio 2024. Capelli intrecciati, silenziosa sfida in piena vista. Un simbolo di cura, continuità e dignità. (Foto: © Kiana Hayeri per Fondation Carmignac)

Leyla Eminova, blog Rawa, 7 marzo 2026

Zibak, Badakhshan, Afghanistan, 10 maggio 2024. Capelli intrecciati, una silenziosa sfida in piena vista. Un simbolo di cura, continuità e dignità.

Da quando i Talebani sono tornati al potere in Afghanistan nel 2021, le donne sono state sistematicamente cancellate dalla vita pubblica. Essere donna lì significa essere private dell’istruzione oltre la sesta classe e delle libertà fondamentali, come ridere in pubblico, insieme a decine di altre restrizioni. Essere una giornalista è ancora più difficile. In un paese la cui instabilità politica e sociale è stata alimentata per decenni dall’intervento violento di potenze esterne, e che Reporter Senza Frontiere classifica come uno degli ambienti mediatici più repressivi al mondo, le reporter affrontano una discriminazione aggravata e violenza di genere.

La storia di Kiana Hayeri

Kiana Hayeri, fotogiornalista iraniano-canadese premiata, ha vissuto e lavorato in Afghanistan dal 2014 al 2022. Prima del ritorno dei Talebani, ricorda quegli anni come “tra i migliori della sua vita”. Dopo la loro presa del potere, tutto è cambiato – soprattutto per le donne afghane – e alla fine è stata costretta a partire.

Tuttavia, Hayeri ha continuato a tornare per lavoro. Le sue visite più recenti risalgono al 2024. Questi viaggi, intrapresi insieme alla ricercatrice sui diritti delle donne e avvocata Melissa Cornet, sono diventati la base del loro progetto collaborativo No Women’s Land, una cronaca fotografica della vita delle donne afghane oggi, culminata nella pubblicazione di un libro nel dicembre 2025.

“Abbiamo deciso di unire le nostre competenze complementari per mostrare un’ultima volta cosa significa essere una donna in Afghanistan oggi,” dice Hayeri. Era consapevole del rischio: dopo questo progetto, potrebbe non essere più in grado di tornare. “Ma ne è valsa la pena,” aggiunge.

A ogni ritorno, racconta, trovava il suo ex paese sempre meno riconoscibile. “Ci tornavo spesso, eppure ogni viaggio mostrava cambiamenti drastici – dall’aspetto della città al modo in cui le persone si vestono, fino a come si sentono per strada,” ricorda. “C’era molta tristezza, un senso di pesantezza. E poi sembrava diffondersi lentamente anche nelle case.”

Kabul, Afghanistan, 28 febbraio 2024. Un abito è appeso all’interno di un negozio vuoto. Una silenziosa metafora di assenza e nostalgia nel nuovo silenzio della città. (Foto: © Kiana Hayeri per Fondation Carmignac)

 

Anche la pratica giornalistica è cambiata. Prima del ritorno dei Talebani, Hayeri sentiva di occupare, come donna, uno spazio quasi neutrale: aveva accesso agli stessi ambienti degli uomini e poteva entrare anche negli spazi femminili e nelle case private. Dopo il 2021, questa libertà è svanita. Ricorda funzionari talebani che rifiutavano di incontrarla nella stessa stanza o concederle interviste solo perché era una donna.

Entrare nel paese e muoversi a Kabul era possibile, ma fuori dalla città la situazione cambiava. In molte zone non erano benvenute. Quando necessario, Hayeri e Cornet cercavano di mimetizzarsi con abiti conservatori. Ma quando dovevano lavorare in pubblico, volevano restare visibili come donne straniere. “Mi sono rifiutata di coprire il volto per la maggior parte del viaggio,” afferma.

L’accesso si è ridotto rapidamente: sempre meno persone accettavano di parlare o mostrarsi. Nonostante ciò, Hayeri elogia il coraggio delle donne afghane che hanno accettato di essere intervistate e fotografate.

Il suo lavoro ha avuto conseguenze: arresti, minacce e pericoli. Racconta un episodio in cui temevano che i Talebani fossero alla porta e hanno dovuto eliminare prove e fare telefonate urgenti. L’allarme si è rivelato falso, ma, sottolinea, “rispetto a ciò che vivono gli afghani, non è nulla.”

Come i Talebani mettono a tacere le giornaliste

La situazione delle giornaliste in Afghanistan è sempre stata difficile, ma è peggiorata dopo il 2021. Secondo Akriti Saraswat di Free Press Unlimited, l’organizzazione ha dovuto intensificare gli sforzi, tra evacuazioni, formazione sulla sicurezza e supporto psicologico.

L’Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan (RAWA) riferisce che i Talebani hanno emanato almeno 22 direttive che limitano i media, sette delle quali colpiscono direttamente le donne. In alcune province, alle donne è vietato lavorare nei media.

Non è possibile sapere con precisione quante giornaliste lavorino nel paese: creare un elenco sarebbe pericoloso. Tuttavia, il loro numero è drasticamente diminuito. Molte lavorano in anonimato, usando pseudonimi e canali criptati. Circa il 92% è stato costretto a censurare il proprio lavoro.

Molte lavorano dall’esilio, in Pakistan, Iran o Europa. Tuttavia, anche lì affrontano limiti editoriali e legali.

Collaborare con media stranieri dall’interno del paese è rischioso. I giornalisti devono operare segretamente. In alcuni casi, persone arrestate sono state costrette a confessioni pubbliche.

Le conseguenze per chi sfida le regole variano, ma includono arresti, aggressioni, minacce e divieti permanenti. Alcuni media sono stati chiusi, e anche voci indipendenti online sono state prese di mira.

Le giornaliste subiscono una doppia discriminazione: come donne e come giornaliste. Devono rispettare codici di abbigliamento rigidi, limitazioni nei viaggi e spesso necessitano di un tutore maschile.

I dati mostrano una situazione grave: molte giornaliste hanno ricevuto minacce, molte lavorano clandestinamente, e una grande percentuale ha perso il lavoro o lasciato la professione.

Kabul, Afghanistan, 17 febbraio 2024. Nonostante i rischi, questa scuola privata accoglie ogni giorno 700 ragazze. Studiano in silenzio, lasciano gli zaini all’ingresso e se ne vanno con discrezione, una dopo l’altra. (Foto: © Kiana Hayeri per la Fondation Carmignac)

“Esistere è una forma di resistenza”

Nonostante tutto, molte giornaliste continuano a raccontare temi sociali, adattando il linguaggio per evitare ritorsioni.

Molte ragazze continuano a sognare il giornalismo. Prima dei Talebani, era una professione molto rispettata.

Hayeri racconta di aver incontrato giovani aspiranti giornaliste e di averle sostenute. Alcune hanno dovuto interrompere gli studi ma cercano opportunità all’estero.

Esistono anche scuole clandestine dove donne e ragazze continuano a studiare.

Secondo Saraswat, il giornalismo non richiede necessariamente un’istruzione formale: nasce spesso dalla necessità di raccontare la propria realtà.

Hayeri descrive questa resistenza come sopravvivenza: “Le donne continuano a esistere non perché sia facile, ma perché non hanno altra scelta. Per le donne afghane, esistere è già una forma di resistenza.”

Cosa possiamo fare?

Secondo RAWA, la comunità internazionale ha in gran parte ignorato la situazione.

L’organizzazione critica l’ipocrisia di alcuni governi occidentali, che condannano i Talebani ma continuano a dialogare con loro.

RAWA invita le persone a livello globale a sostenere i diritti delle donne afghane.

Kabul, Afghanistan. 6 febbraio 2024. Manichini ricoperti di plastica riflettono il divieto di esporre in pubblico qualsiasi rappresentazione di donne. (Foto: © Kiana Hayeri per Fondation Carmignac)

 

Saraswat suggerisce azioni concrete: assumere giornalisti afghani, leggere autori afghani, informarsi, amplificare le loro storie e sostenere i media.

Hayeri conclude con un monito: “Guardare queste immagini significa capire che bisogna agire. Altrimenti, si sta guardando quello che potrebbe essere il futuro.”

Risorse di supporto per giornalisti

Di seguito alcune organizzazioni che offrono supporto a giornalisti a rischio:

 

16 politiche dei talebani violano il Trattato internazionale sui diritti delle donne, CEDAW

Kabul Now, 3 aprile 2026

Una analisi giuridica delle Nazioni Unite ha concluso che 16 provvedimenti imposti dai talebani dall’agosto 2021 costituiscono una discriminazione sistemica nei confronti di donne e ragazze, violando gli obblighi dell’Afghanistan ai sensi della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW).

Il rapporto di 52 pagine, pubblicato congiuntamente dall’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) e da UN Women, esamina ogni direttiva e legge talebana alla luce di specifici articoli del trattato. L’Afghanistan ha ratificato la CEDAW nel 2003 e rimane vincolato da essa indipendentemente dal governo in carica.

Tutti i divieti

La revisione esamina le politiche emanate tra il 2021 e il 2025, tra cui i divieti di istruzione secondaria e superiore per le ragazze, le restrizioni alla partecipazione delle donne agli istituti di formazione medica, i limiti al rientro al lavoro delle dipendenti pubbliche e i divieti di lavoro per le donne presso ONG o le Nazioni Unite.

Il provvedimento riguarda anche la chiusura dei saloni di bellezza femminili, l’obbligo di avere un accompagnatore maschile durante i viaggi, le norme sull’hijab che prevedono anche la copertura del viso, e la Legge del 2024 sulla promozione della virtù e la prevenzione del vizio, che impone codici di abbigliamento, l’obbligo di parlare a voce alta e restrizioni sull’uso dei mezzi pubblici da parte delle donne.

Il rapporto evidenzia i divieti di accesso all’istruzione come violazioni particolarmente gravi, descrivendo l’istruzione come un “diritto fondamentale” la cui negazione comporta danni più ampi in termini di occupazione, indipendenza economica, accesso all’assistenza sanitaria e partecipazione alla vita pubblica.

Inoltre evidenzia il divieto di accesso per donne e ragazze agli istituti medici, evidenziandone il potenziale impatto a lungo termine sulla salute pubblica e avvertendo che la conseguente carenza di professioniste sanitarie potrebbe limitare l’accesso delle donne alle cure, in particolare ai servizi di salute riproduttiva e materna, e aumentare rischi come la mortalità materna, in violazione dell’articolo 12 della CEDAW.

Le restrizioni alla libertà di movimento, all’occupazione e alla partecipazione pubblica, comprese le direttive sull’hijab, sul silenzio e sull’obbligo di accompagnamento maschile, sono descritte come violazioni della libertà di movimento, della libertà di espressione e dell’obbligo di eliminare costumi e stereotipi discriminatori.

Violazioni sistematiche della CEDAW

La revisione conclude che le 16 politiche nel loro insieme costituiscono un “sistema di discriminazione istituzionalizzata“, in cui le restrizioni in un ambito ne rafforzano altre in ambito politico, economico, sociale e culturale. Tutte le misure sono considerate violazioni sistematiche dei principi fondamentali della CEDAW, tra cui la non discriminazione, l’uguaglianza davanti alla legge e l’obbligo degli Stati di eliminare le pratiche discriminatorie.

L’OHCHR e UN Women presentano la revisione come uno strumento giuridico neutrale a supporto della responsabilizzazione, senza tuttavia formulare raccomandazioni politiche.

Le autorità talebane non hanno commentato il rapporto. In precedenza, avevano difeso le proprie azioni sostenendo che fossero coerenti con la loro interpretazione della legge islamica e avevano accusato i critici internazionali di pregiudizi contro l’Islam.

Questi risultati giungono in un contesto di crescente preoccupazione internazionale per la progressiva riduzione delle opportunità per donne e ragazze in Afghanistan, dove l’accesso all’istruzione, all’occupazione e all’assistenza sanitaria rimane fortemente limitato sotto il regime talebano. Esperti delle Nazioni Unite e organizzazioni per i diritti umani avvertono che tali politiche minano decenni di progressi in materia di diritti delle donne e costituiscono “crimini contro l’umanità” ai sensi del diritto internazionale.

Come ricostruire la narrativa del potere

Khaled Mohammadi, Etilaat Roz, 28 marzo 2026

I talebani, oltre a disporre di attentatori suicidi umani, hanno ora acquisito anche droni suicidi; uno strumento che non ha solo una dimensione militare, ma è diventato anche un importante mezzo di propaganda e guerra psicologica. Questo gruppo ha rivelato per la prima volta questa capacità durante le recenti tensioni con il Pakistan, utilizzandola sul campo: una dimostrazione che rappresenta non solo un’azione operativa, ma anche l’ingresso dei talebani nel mondo della guerra moderna.

In condizioni in cui il governo talebano non possiede una forza aerea classica né caccia avanzati, i droni suicidi rappresentano un’alternativa economica ma efficace per colmare questo vuoto. Dopo gli attacchi aerei del Pakistan contro l’Afghanistan, inclusi Kabul e Kandahar, i talebani hanno utilizzato questi droni per colpire parti del territorio pakistano, tra cui Islamabad. Il fatto che questi droni siano riusciti a oltrepassare i sistemi di difesa e radar pakistani, anche senza colpire con successo, ha trasmesso un messaggio importante: la vulnerabilità dello spazio aereo pakistano.

Sebbene il Pakistan affermi di aver intercettato e abbattuto questi droni, il loro ingresso nello spazio aereo protetto del paese rappresenta comunque una sfida significativa per l’apparato militare pakistano, evidenziando soprattutto le difficoltà nel contrastare guerre asimmetriche.

Questo sviluppo riflette una realtà più ampia: la superiorità del Pakistan nella guerra convenzionale non implica necessariamente superiorità nella guerra asimmetrica. Il paese dispone di una delle forze aeree più potenti della regione e lo ha dimostrato anche nel conflitto con l’India, ma queste capacità sono progettate per minacce tradizionali. Al contrario, droni piccoli, economici e diffusi — soprattutto in forma suicida — creano sfide diverse, difficili da gestire con sistemi difensivi convenzionali. La situazione è ulteriormente complicata dal fatto che anche gruppi interni al Pakistan, come il Tehrik-e-Taliban Pakistan, utilizzano droni commerciali per attaccare obiettivi militari. In questo modo, il drone diventa una “tecnologia ribelle” accessibile anche ad attori non statali.

I droni nei cieli del Pakistan

Circa 10 giorni fa, il sito “Al-Mersad”, affiliato all’intelligence talebana, ha dichiarato che, in risposta agli attacchi aerei pakistani, “droni martiri” hanno colpito obiettivi sensibili nel paese. L’uso del termine “martire” rappresenta un tentativo di collegare la tradizione degli attentati suicidi con la nuova tecnologia dei droni.

Secondo il rapporto, si tratta della prima volta che i talebani utilizzano droni suicidi contro basi pakistane. Il ministero della Difesa talebano ha confermato alcuni attacchi, ma senza usare questa terminologia ideologica.

Dal canto suo, l’esercito pakistano ha dichiarato di aver intercettato e abbattuto i droni a Islamabad, Quetta e Kohat. Tuttavia, il fatto che siano arrivati fino alla capitale suggerisce comunque una certa capacità di penetrazione. Anche i talebani sostengono di aver abbattuto droni pakistani, in una guerra di narrazioni tra le due parti.

Catena di approvvigionamento: ambiguità e competizione regionale

A livello regionale, l’origine di questi droni resta incerta. I talebani hanno recuperato resti di droni statunitensi, NATO e iraniani e potrebbero averli copiati, ma non è chiaro quanto abbiano sviluppato una produzione autonoma o ricevuto supporto esterno. I rapporti con Russia, Cina e Iran alimentano speculazioni, ma senza prove definitive.

Dal punto di vista tecnico, i talebani usano due tipi di droni: quadricotteri e droni ad ala fissa. Questi ultimi, più adatti a lunghe distanze, funzionano come piccoli aerei e possono restare in volo più a lungo. Sebbene molti componenti siano disponibili sul mercato civile, il loro uso militare richiede competenze avanzate.

I primi segnali dell’uso di droni risalgono all’anno scorso, ma ora fanno parte della strategia ufficiale. Mullah Abdul Ghani Baradar aveva dichiarato che gli attacchi suicidi tradizionali non sono più efficaci e che bisogna puntare su tecnologie come droni e missili.

Avvertimento di Mullah Yaqoob

Dopo i bombardamenti pakistani su Kabul, circa 20 giorni fa il ministro della Difesa talebano ha avvertito che, se Kabul diventa insicura, anche Islamabad subirà lo stesso destino. Dopo questo avvertimento, i talebani hanno pubblicato video dei loro droni e rivendicato attacchi contro il Pakistan.

In risposta, jet pakistani hanno colpito obiettivi a Kandahar, inclusi siti legati alla sicurezza del leader talebano Hibatullah Akhundzada, e anche una struttura a Kabul.

Una “insicurezza su commissione”

Durante il precedente governo afghano, l’uso dei droni era limitato e sotto supervisione degli Stati Uniti. Dopo il ritiro americano nell’agosto 2021 e la caduta di Kabul, molte attrezzature militari sono state disattivate, spingendo i talebani verso soluzioni più economiche come i droni.

Paesi come Iran e Russia hanno sviluppato capacità avanzate in questo campo, mentre la Cina sembra meno coinvolta. La Russia, che ha riconosciuto il governo talebano, teme l’instabilità in Asia centrale.

L’ex capo dell’intelligence afghana Rahmatullah Nabil ha ipotizzato che i talebani possano essere stati equipaggiati con droni non identificati e ha parlato di strategie regionali basate sull’uso di gruppi armati come strumenti di pressione geopolitica.

Migranti afghani: i primi al mondo per numero di vittime

Siyar Sirat, AMU Tv, 31 marzo 2026

Almeno 1.492 cittadini afghani sono morti o risultano dispersi durante viaggi migratori in tutto il mondo nel 2025, secondo quanto dichiarato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), sottolineando i persistenti pericoli affrontati dai migranti provenienti dall’Afghanistan.

Questa cifra rende gli afghani il gruppo più numeroso tra i 2.722 migranti dell’Asia e del Pacifico morti o scomparsi lo scorso anno, secondo il progetto Missing Migrants dell’agenzia.

I risultati, basati sulla panoramica regionale annuale dell’organizzazione, collocano l’Afghanistan davanti al Myanmar, i cui cittadini rappresentano il secondo numero più alto di vittime, molte delle quali rifugiati Rohingya.

La maggior parte dei decessi che coinvolgono migranti afghani si è verificata lungo le rotte terrestri tra Afghanistan e Iran — un importante corridoio di transito per chi cerca di raggiungere la Turchia e, infine, l’Europa. Il rapporto afferma che almeno 1.323 morti afghani sono stati registrati lungo questa sola rotta.

Altre vittime sono state documentate lungo le rotte migratorie dall’Iran verso la Turchia, nonché durante i rientri da Iran e Pakistan, dove sono stati registrati almeno 102 decessi.

Il rapporto rileva che il 91% di tutte le morti di migranti dell’Asia-Pacifico è avvenuto all’interno della stessa regione, riflettendo i rischi associati alle rotte migratorie vicine piuttosto che ai viaggi a lunga distanza.

Al di fuori della regione, almeno 251 migranti provenienti da Paesi dell’Asia-Pacifico sono morti o scomparsi lungo rotte verso altre parti del mondo, per lo più durante viaggi verso o all’interno dell’Europa.

Le cause di morte

L’annegamento è stata la principale causa di morte a livello globale, con almeno 863 vittime, pari a circa un terzo del totale. Le malattie e la mancanza di accesso alle cure mediche durante il viaggio migratorio rappresentano la seconda causa principale, seguite da incidenti stradali e condizioni di trasporto pericolose.

I cittadini afghani rappresentano la maggioranza dei decessi legati a malattie e incidenti nei trasporti, con un totale combinato di oltre 900 vittime in queste categorie.

Il rapporto segnala inoltre un aumento delle morti legate a condizioni ambientali estreme, inclusa l’esposizione al freddo intenso, con almeno 117 decessi registrati nel 2025 — più del doppio rispetto all’anno precedente.

Difficile reperire i dati

I dati su età e genere restano incompleti, con circa il 40% dei casi registrati privi di tali informazioni. Le informazioni disponibili suggeriscono che la maggior parte delle vittime afghane erano uomini adulti, riflettendo modelli migratori in cui gli uomini sono più propensi a intraprendere viaggi terrestri pericolosi.

L’organizzazione avverte che il numero reale di morti è probabilmente significativamente più alto, a causa delle difficoltà nel monitorare la migrazione irregolare e nel raccogliere dati in zone di conflitto e aree remote.

Questi risultati segnano il secondo anno consecutivo in cui oltre 2.700 migranti dell’Asia-Pacifico sono morti o scomparsi a livello globale, evidenziando quelli che l’agenzia definisce “rischi persistenti” e la necessità urgente di protezioni più forti per le persone in movimento.

«Nonostante l’elevato numero di morti e scomparse registrate, i dati devono essere considerati una stima minima», afferma il rapporto, sottolineando che molti casi non vengono documentati.

L’organizzazione aggiunge che queste morti hanno avuto conseguenze profonde per le famiglie e le comunità rimaste indietro, chiedendo un miglioramento nella raccolta dei dati e la creazione di percorsi migratori più sicuri.

Il Nuovo Grande gioco afghano

L’articolo avanza una interessante ipotesi sulla strategia della Cina nei confronti di Afghanistan e Pakistan, che risolverebbe la guerra ed emarginerebbe l’India

Manoj Gupta, CNN-News18, 1 aprile 2026

In un importante cambio diplomatico che potrebbe ridefinire gli equilibri geopolitici dell’Asia meridionale, Pechino ha avviato un’iniziativa ad alto rischio per mediare una tregua permanente tra i Talebani afghani e Islamabad. Secondo informazioni esclusive condivise con CNN-News18 da un alto diplomatico cinese, la Cina sta facendo forti pressioni sulla leadership di Kabul affinché dia priorità alla relazione con il Pakistan rispetto ai suoi storici legami con l’India. Il messaggio da Pechino è netto: “Non c’è bisogno di andare a Nuova Delhi”.

La proposta cinese mira a offrire ai Talebani afghani un’alternativa economica concreta agli investimenti indiani. Al centro di questa strategia c’è l’offerta di una quota garantita per Kabul nel porto di Gwadar, uno dei progetti simbolo del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC). Offrendo all’Afghanistan un accesso diretto al Mar Arabico attraverso il territorio pakistano, Pechino intende rendere l’economia senza sbocco sul mare del Paese dipendente dall’asse Pechino-Islamabad. In cambio, la Cina avrebbe offerto di assumersi “tutte le garanzie” per la stabilità dell’Afghanistan da parte del Pakistan, posizionandosi di fatto come arbitro finale della sicurezza nella regione.

I rapporti tra Afghanistan e Pakistan sono tesi dall’ottobre 2025

I colloqui di secondo livello tra Kabul e Islamabad, precedentemente bloccati a causa di scontri lungo il confine e tensioni legate al terrorismo, stanno riprendendo esclusivamente sotto la forte pressione cinese. La strategia di Pechino è duplice: garantire il progresso economico dell’Afghanistan e allo stesso tempo affrontare le gravi preoccupazioni di sicurezza del Pakistan riguardo alla militanza transfrontaliera. La Cina sta sfruttando la sua enorme potenza finanziaria per convincere entrambe le parti che la loro sopravvivenza reciproca dipende da un quadro integrato di sicurezza ed economia. Secondo quanto riferito, il Pakistan ha già accettato la proposta, vedendola come un modo per neutralizzare l’influenza indiana sul suo confine occidentale.

Secondo le fonti, l’obiettivo principale di Pechino è l’accerchiamento strategico totale degli interessi indiani nella regione. Dicendo ai Talebani che non hanno alcun bisogno funzionale dell’assistenza di Nuova Delhi, la Cina mira a smantellare il “soft power” e il capitale di fiducia costruito dall’India in Afghanistan in due decenni. Il diplomatico cinese ha indicato che Pechino è fiduciosa di poter raggiungere presto un accordo definitivo. Si prevede che i Talebani afghani rispondano alla proposta a breve, dopo consultazioni ad alto livello tra la leadership attualmente presente tra Kandahar e Kabul.

Se avrà successo, questo accordo rappresenterebbe un significativo passo indietro per gli obiettivi indiani di connettività regionale, incluso il potenziale del porto di Chabahar in Iran come porta d’accesso all’Asia centrale. Legando il destino economico dell’Afghanistan a Gwadar, la Cina si assicura che qualsiasi progresso regionale passi attraverso la propria visione strategica. Inoltre, le “garanzie” offerte dalla Cina implicano un coordinamento molto più profondo a livello militare e di intelligence tra i tre Paesi, creando potenzialmente un blocco formalizzato che escluderebbe l’India dal futuro della ricostruzione afghana.

In Afghanistan la resistenza la fanno le donne. Andando a scuola


Antonella Mariani, Avvenire, 1 aprile 2026
Anno quinto dell’era dei sogni spezzati. Giovedì scorso, nel silenzio pressoché totale del mondo, il governo dell’Emirato islamico dell’Afghanistan ha celebrato solennemente l’avvio del nuovo anno scolastico. Il quinto consecutivo in cui le aule sono rimaste chiuse per le ragazze dopo il sesto anno delle elementari, l’ultimo. Vietate le medie, vietate le superiori, vietata l’università. Altre 400mila adolescenti giovedì scorso hanno trovato la scuola chiusa, nell’unico Paese al mondo che teorizza e attua l’apartheid di genere.

«Avevo grandi progetti per il futuro. Volevo diventare dottoressa. Se tutto questo non fosse successo, oggi avrei dovuto iniziare l’ultimo anno delle superiori. Non accadrà. Anche i miei genitori avevano grandi aspettative su di me. Ora non c’è più speranza», ha detto Sonam, residente a Kabul, all’emittente afghana Amu Tv, che trasmette da Washington.

Gli effetti di questa disumana esclusione, che non ha ragion d’essere se non in una deformata e violenta interpretazione del Corano, sono ben noti: aumento esponenziale dei casi di depressione e di suicidi tra le giovanissime, forte esposizione a matrimoni e gravidanze precoci. Non è solo una ferita inguaribile sui percorsi individuali di migliaia di ragazze, bensì una drammatica ipoteca sul futuro di un intero Paese. Ventidue milioni di persone, la metà della popolazione, è messa ai margini, vessata, esclusa, impossibilitata a contribuire alla crescita e allo sviluppo della società in cui vive.

A chi interessa davvero?

Nel giorno dei sogni spezzati, viene da chiedersi a chi interessa davvero la sorte delle ragazze e delle donne afghane, che dall’agosto 2021, con la fuga precipitosa degli occidentali e il ritorno al potere dei taleban, sono state prese di mira da decine di editti e regolamenti che hanno distrutto ogni piccolo spazio di libertà.

Occorre riconoscere, tuttavia, che in Afghanistan l’istruzione non è scomparsa, bensì si è trasformata, perfino rivoluzionata. Dal marzo 2022, quando le scuole medie e superiori femminili sono state “temporaneamente chiuse”, l’istruzione ha superato gli ordini vessatori dei taleban, i limiti fisici delle classi, perfino i confini del Paese.

Se si crede che imparare “dalla culla alla tomba”, come lo stesso profeta Maometto prescrive, sia un’aspirazione e un’esigenza insopprimibile dell’essere umano, la dimostrazione è proprio in Afghanistan. È lì che ragazze stanno letteralmente ridefinendo l’istruzione, come scrive sul network di giornaliste afghane in esilio “Zan Times” la scienziata e attivista Amne Mehmood.

Un sistema di istruzione parallelo

Se da sempre l’istruzione si radica in un territorio e risponde alle regole di ciascun Paese, l’esperienza afghana sta cambiando le carte in tavola. Scuole clandestine, lezioni peer-to-peer (tra pari), corsi impartiti attraverso piattaforme digitali da ogni parte del mondo, trasmissioni radiofoniche, tutoraggi a migliaia di chilometri di distanza… Centinaia di migliaia di ragazze tengono viva la fiaccola della conoscenza in Afghanistan non solo come beneficiarie ma anche come educatrici e coordinatrici, sia clandestine all’interno del Paese sia nella diaspora in tutto il mondo.

L’istruzione secondaria inferiore e superiore (tre anni ciascuna), proibita per le ragazze, è sostituita da piattaforme come Learn Afghanistan, Daricha Education, Future Learn, Victory Afghanistan, Sahar e tante altre iniziative nate all’estero o, più raramente, clandestinamente nel Paese. I corsi universitari hanno il loro surrogato in decine di programmi di formazione professionale, in particolare nell’Informatica, come ad esempio Code to Inspire o She Codes Foundation. Altri programmi offerti dall’estero insistono sulle scienze, come Afghan Girls in Stem o Scholars in Stem. Ancora, esistono piattaforme che offrono webinar, forum academici e lezioni, attraversando confini immateriali per sostenere l’attività intellettuale delle donne nel Paese dei mille divieti.

Impossibile censire le iniziative extrascolastiche diffuse in Afghanistan; ciò che conta però non sono i numeri ma la loro stessa esistenza. Le allieve combattono contro l’instabilità della connessione, i continui blackout di Internet, i costi dei device, l’obbligo di stare chiuse in casa, ma tutte insieme queste piattaforme formano un ecosistema parallelo di educazione che dà speranza a migliaia di giovani.

Una rivoluzione “costretta” dagli assurdi divieti dei taleban, ma che paradossalmente potrebbe diventare, sostiene ancora la studiosa Amna Mehmood, un modello in tutte le situazioni in cui il sistema di istruzione formale collassa, a causa di guerre, calamità naturali indotte anche dal cambiamento climatico, esodi di popolazione.

Le ragazze afghane dimostrano, pur nella terribile e disumana realtà in cui vivono, che la conoscenza e l’istruzione non iniziano e non finiscono con una autorizzazione o un divieto, ma hanno a che fare con il desiderio e con l’impegno. Se le scuole e le università sono chiuse, la conoscenza non scompare. Si muove, si adatta, si trasforma. Un modello che, in definitiva, va sotto un solo nome: resistenza.

Khadija Haidary. “L’Afghanistan è il mio posto. Ma ora lì non posso esistere”

Alessia Cesana, Altreconomia, 31 marzo 2026

Incontro a distanza con l’attivista e scrittrice afghana esiliata in Pakistan. Diventata giornalista per necessità e rabbia, prima del ritorno dei Talebani la sua vita era completamente diversa, fra uffici governativi e università. Invisa al regime per il suo impegno nelle scuole clandestine femminili e per i suoi articoli, è stata costretta a fuggire a fine 2024. Oggi lavora anche come editor di Zan Times e teme, come milioni di suoi connazionali, di essere rimpatriata con la forza

“Scrittrice, editor, giornalista, madre e rifugiata; mi sento anche una specie di femminista”. Khadija Haidary parla di sé seduta sul pavimento di una stanzetta in albergo a Islamabad, in Pakistan, dove si trova bloccata con la sua famiglia. Lavora per Zan Times, una testata che raccoglie articoli, voci e testimonianze femminili dall’Afghanistan.

Nel 2021, quando le truppe statunitensi e Nato si sono ritirate dal Paese dopo vent’anni, lei era impiegata come esperta di economia in un ufficio del governo. Del 15 agosto, il giorno della presa della capitale, Haidary ricorda la sensazione collettiva di incredulità: “Tutti erano sorpresi. Non ci credevamo. Certo, seguivamo le notizie, ma si pensava che non gliel’avrebbero lasciato fare”. Le amministrazioni pubbliche e la Corte Suprema, dove lavorava il marito Habib, sono stati chiusi lasciando entrambi per la prima volta senza impiego e segnando l’inizio dell’instabilità che ancora oggi condiziona le loro vite.

Mesi di fame, impieghi saltuari, resistenza clandestina e intimidazioni da parte dei Talebani hanno portato alla decisione sofferta di emigrare, anche per il bene del loro unico figlio, nato ad agosto 2022. A ottobre 2024, tornati da due mesi a Kabul nella casa della famiglia del marito -in cui non avevano né una stanza né un bagno-, due miliziani del governo si sono presentati alla porta: hanno chiesto di Habib, ma cercavano Khadija, ormai diventata troppo scomoda per il regime. Hanno messo sottosopra l’abitazione, senza trovare nulla di compromettente.

Perseguitata dagli incubi e dal senso di colpa, ha voluto prendere la situazione in mano: ha telefonato a Zahra Nader, direttrice di Zan Times, e le ha domandato se potesse assicurarle uno stipendio di 400 dollari nel caso si fosse trasferita. Quando ha ricevuto un sì, lei e suo marito hanno raccolto duemila dollari dalle due famiglie, hanno comprato un visto medico per il Pakistan per tre mesi, e sono partiti. Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), dalla fine del 2020 a giugno 2025 le persone costrette a lasciare il Paese sono passate da 5,8 milioni a più di 10 milioni. In Pakistan, a gennaio 2026, l’Unhcr stimava circa 1,92 milioni di rifugiati afghani; fra di loro, molti come Haidary e la sua famiglia, sono entrati con documenti che poi sono scaduti e, non essendo considerati residenti legali, rientrano nel piano di espulsione deciso nel settembre 2023 dal governo pakistano.

In quest’ultimo anno e mezzo la giornalista, col figlio e il marito, si è spostata da Quetta a Islamabad, fino a Karachi, in cui è riuscita a trovare solo un appartamento buio e insalubre a causa dell’irregolarità e della nazionalità. Ricorda momenti in cui cercavano nelle tasche e nei cassetti, sperando di trovarci un dollaro dimenticato. L’ostilità contro di loro cresceva, complice anche la nuova fiammata del conflitto fra Islamabad e Kabul: iniziato nel 2024, nel febbraio di quest’anno il Pakistan ha dichiarato “guerra aperta” e attaccato le province afghane meridionali di Nangarhar, Paktika e Khost.

Quando le hanno comunicato che non sarebbero potuti rimanere ancora in quella casa, Khadija ha provato sollievo. Ha preso l’informazione come un segno del destino per lasciare definitivamente il Pakistan e, con l’aiuto delle colleghe di Zan Times e dell’Unhcr, ha ottenuto dei visti turistici per la Tanzania. Ciononostante, il 26 febbraio non li hanno lasciati imbarcare perché nella data segnata sul loro biglietto di ritorno -che non avevano intenzione di usare- non avrebbero avuto documenti validi per rientrare nel Paese.

Notti di incubi

Poi la situazione internazionale è precipitata. Quando hanno ritentato il 28 febbraio, accompagnati in aeroporto da un avvocato dell’Unhcr, i voli sono stati cancellati per via degli attacchi israelo-statunitensi all’Iran. “È scoppiata la guerra mondiale. Per noi è stata una notte terribile perché nessuno voleva darci una stanza, nonostante il bambino piccolo. Appena vedevano i passaporti afghani, ci cacciavano. Stavo morendo di stress”, racconta Khadija. Il giorno successivo il consolato generale statunitense di Karachi è stata assaltato in protesta e i militari hanno aperto il fuoco sui manifestanti, uccidendone fra i 10 e 16 e ferendone altri 60. Il 4 marzo sono arrivati a Islamabad, da dove avrebbero continuato a tentare la fuga. Due giorni dopo i loro documenti per l’espatrio sono scaduti e ora sono in attesa di riottenerli.

“In queste notti di incubi mi sono vista come Anna Frank -dice, sorridendo nervosamente.- In clandestinità, nascosta dalla Gestapo”. Passa le giornate sperando di non sentire bussare alla porta: serra le tende, chiude la porta a chiave e fa silenzio ogni volta che pensa stia arrivando la polizia. Custodisce 400 dollari in contanti, ultima risorsa nel caso li scoprissero.

Conosce direttamente una giornalista connazionale che è riuscita a corrompere gli ufficiali una volta, ma poi dopo tre giorni è stata arrestata a Islamabad: prelevata dalla polizia senza poter raccogliere nulla -nemmeno documenti, abiti o medicine- è stata portata all’“Haji camp”, una base sorvegliata dai militari in cui non sono garantiti i diritti umani. È sovraffollata, caotica, non c’è acqua potabile né riscaldamento e le condizioni igieniche sono orribili.

Dopo poche ore è stata caricata su un autobus, è stata portata alla frontiera a Torkham e da lì è stata espulsa in Afghanistan. Nel 2025, secondo Unhcr e Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom), 995.700 persone sono rientrate dal Pakistan all’Afghanistan, di cui 140.500 deportate; solo nella prima metà di marzo sono rientrati in 7.788. Sempre lo scorso anno sono stati espulsi 1.879.200 afghani dall’Iran, di cui 1.261.600 deportati. Dall’inizio del 2026 più di mezzo milione di persone sono rientrate nel Paese, imponendo un ulteriore carico alla sua economia già precaria e impoverita.

Khadija Haidary dice che se lei dovesse essere rimpatriata, dovrebbe annullarsi: “Se torno a Kabul devo cambiare tutti i miei account social. Smettere di usare il mio nome, di nuovo. Devo nascondere tutto, vivere in clandestinità. Perderei il mio lavoro e la mia identità”. Diventata giornalista per necessità e rabbia, non è intenzionata a smarrirsi un’altra volta.

Scrivere come liberazione

Con l’avvento dei Talebani è dovuta andare a chiedere rifugio ai suoi genitori, nella parte rurale a Nord dello Stato. Spiega che suo padre attribuiva un grande valore all’istruzione -per lei, ma anche per le sue cinque sorelle e i suoi quattro fratelli-, e l’aveva convinta a iscriversi a una facoltà scientifica, nonostante il suo amore per la letteratura. “Quando sono arrivata a Kabul nel 2009 mi sembrava un sogno. Il dormitorio era stupendo, mi sentivo in un film”. Conseguita la magistrale, è rimasta in università dove ha conosciuto il marito, laureato in legge.

Dopo tre mesi dalla caduta di Kabul, a novembre 2021, sono tornati nella capitale, ospitati. Lui ha trovato lavoro come maestro, ma lei no e passava le giornate in casa. “Ero così depressa. Desideravo solo dormire, eppure non riuscivo. Ho deciso allora che dovevo fare qualcosa: sono diventata insegnante volontaria in una scuola clandestina per ragazze. Questa per me è la resistenza”, racconta. Quando era bambina la scuola era intermittente per via della guerra, spiega, ma si sapeva che prima o poi avrebbe riaperto, mentre ora era una decisione definitiva e a lei non stava bene.

La paura del pericolo che comportava questo atto era oscurata dall’indignazione: ogni volta che usciva vedeva i cartelloni giganteschi affissi dai Talebani che rappresentavano il modo corretto di vestirsi per le donne e questo la faceva sentire umiliata. Le strade erano pattugliate e le donne controllate strettamente. Ricorda un giorno specifico della sua gravidanza in cui un soldato l’ha fermata con fare minaccioso per via dell’abbigliamento e lei ha temuto di non sapersi contenere; aveva le ginocchia che tremavano ed è scoppiata in un pianto furioso appena le è stato permesso di allontanarsi.

Ha ritrovato uno spiraglio di speranza subito dopo il parto, ad agosto 2022, quando è riuscita a farsi assumere come professoressa in un’università privata. A dicembre, però, il futuro si è spezzato di nuovo perché le donne -e tutti i libri scritti da loro- sono state bandite dalla professione. E perdere il lavoro per la seconda volta è stato ancora più duro. “Vivevo chiusa dentro, tutto mi dava fastidio, qualsiasi rumore. Mi sono anche tagliata i capelli corti, come atto di protesta: era la prima volta in più di trent’anni. Questo è stato il momento in cui ho iniziato a scrivere”.

Una speranza nel giornalismo

Scriveva in protesta, voleva raccontare a tutte e tutti dell’oppressione, della reclusione, delle imposizioni assurde, delle scuole clandestine, della resistenza femminile, delle ristrettezze economiche. Mandava gli articoli a giornali locali e stranieri, con il suo vero nome. Quando dall’estero volevano pagarla 200 dollari per un suo pezzo -una piccola fortuna per lei in quel momento- ha avuto una rivelazione: poteva fare della scrittura il suo lavoro.

Entrata in contatto con Zan Times, ha cominciato a collaborare periodicamente con la testata. Alcune sue colleghe sono come lei, si sono dovute reinventare sotto il governo talebano, ma altre sono giornaliste professioniste anche da più di dieci anni; fra di loro, ad esempio, c’è la direttrice Zahra Nader, giornalista dal 2011 e collaboratrice del New York Times dal 2016. Qui le hanno imposto di usare uno pseudonimo per la sua sicurezza. “All’inizio mi sono opposta -racconta fieramente Haidary.- Dicevo loro di non preoccuparsi, che sapevo badare a me stessa. Mi sembrava di rinunciare alla mia identità che avevo ritrovato con tanta fatica”. Con il tempo, però, si è abituata al suo nuovo nome e ci si è affezionata.

Ma il suo attivismo nelle scuole, la sua schiettezza e il suo lavoro giornalistico non erano passati inosservati ai mille occhi del regime. Dopo l’ennesimo licenziamento del marito, che ha comportato un altro ritorno a casa dei suoi genitori, Khadija ha scoperto che i Talebani la stavano cercando. Erano andati a intimidire il padre: “Se volete una vita tranquilla, tua figlia non deve dire niente contro questo governo. Deve stare zitta”.

Khadija non era però disposta a rinunciare alla resistenza, per di più ora che stava ricevendo anche un’educazione giornalistica più formale. Allontanata dalla casa, la famiglia è tornata a Kabul. Qui hanno percepito che il rischio era troppo alto, fino al giorno della perquisizione della loro abitazione che li ha costretti a scappare. Se la giornalista fosse deportata, questa è la situazione che l’aspetterebbe. “L’Afghanistan è il mio Paese, il mio posto, il luogo dove sono nata e dove c’è la mia famiglia -confida Haidary.- Ma ora lì non può esistere Khadija”.

Afg-Pakistan in guerra

Enrico Campofreda dal suo Blog 18 marzo 2026

I venti di morte che squassano il vicino Medio Oriente allargano le ali e trovano imitazione più a est dell’Iran, lungo il tracciato ottocentesco ‘Durand’ che per decenni ha fatto parlare di Afg-Pakistan. Così a imitazione israelo-americana i jet pakistani vomitano bombe presso il famigerato Camp Phoenix di Kabul, dove le truppe Nato addestravano l’esercito dei governi fantoccio Kharzai e Ghani. Risultato: quattrocento morti. Né militari, né miliziani, ma tossicodipendenti in cura. Il perché dell’incursione s’articola sulla storia di due Stati relativamente giovani con un’anima comune, quella talebana. Che nel cosiddetto Pashtunistan, la terra dell’etnìa pashtun, cerca le sue radici, e se le ha ritrovate tramite l’Emirato Islamico ripristinato nel 2021 a Kabul, vede a Islamabad governi para occidentali con vocazione para militare. Strani generali quelli pakistani, votati all’Islam sin dall’epoca del golpista Zia-ul Haq che diede un impulso fondamentalista ben più serrato di quello impresso dal padre della patria Jinnah. Le stesse dinastie laiche che per decenni si sono divise il potere e i beni nazionali – i Bhutto e gli Sharif – hanno un esplicito richiamo ad Allah, tantoché l’attuale premier Shehbaz Sharif è fratello del fondatore del partito leader dell’attuale Parlamento la Lega Musulmana N. Enne da Nawaz Sharif ideatore del gruppo e uomo di spiccate simpatie wahhabite pur giocate negli agi delle monarchie del Golfo e di quella britannica. Quando in geopolitica si parla degli influssi del wahhabismo e deobandismo il rapporto stretto coi luoghi dove tali verbi del sunnismo fondamentalista circolano e lievitano, cioè moschee e madrase, è fittissimo. E il comune denominatore con scuole coraniche storiche come la Darul Uoom Haqqania, ubicata ad Akora Khattak nella provincia del Khyber Pakhtunkhawa, ne è un esempio lampante. Il corto circuito vive fra quegli ulema che lì abitano e pregano, i cittadini e i fedeli, gli attivisti e i militanti, i governatori e i governati. Cosicché da decenni il ceto politico pakistano naviga a vista, strizzando l’occhio a teorie che invocano la purezza islamica inseguita anche attraverso forme amministrative all’occidentale da cui i leader traggono prevalentemente profitti e vantaggi personali. I citati clan di Islamabad vantano appunto sequele di accuse e condanne per corruzione.

Contro quest’immagine statale si muove il prodotto estremo delle madrase, quei taliban che considerano kuffar quei politici e cercano l’Emirato, ritrovato in Afghanistan, vagheggiato nel più popoloso e complicato Pakistan. Quest’ultimo avvinghiato alle purulente attenzioni d’imperi passati, il britannico presente fino al 1947 sui territori di India e Pakistan e lo statunitense che durante e dopo la Guerra Fredda a lungo s’è servito dei governi di Rawalpindi e Islamabad da contrapporre alla “sovietica” New Dehli. Il partenariato americano, i suoi finanziamenti, le testate atomiche offerte a quelle Forze Armate hanno contribuito alla veste occidentalizzante d’un Paese orgogliosamente legato a tradizioni ed etnìe, dai numerosi punjabi, ai combattivi pashtun, agli autonomisti beluci e a gruppi minori che moltiplicati per una crescita demografica fra le più prolifiche del globo pongono il Paese ben oltre la soglia di 255 milioni di abitanti, quinta popolazione mondiale. C’è, dunque, un’apparente contraddizione fra i desiderata dell’establishment pakistano e i suoi figli degeneri, i turbanti locali (Tehreek-i Taliban e Tehreek-i Labbaik Pakistan le formazioni più organizzate e temute) che preme sui governanti per intimidirli, influenzarli più che scalzarli, volendoli orientare attraverso il ricatto di sanguinosissimi attentati verso una linea di loro piacimento che conservi, ad esempio l’autogestione delle Aree Tribali di Amministrazione Federale. E l’Afghanistan cosa c’entra? C’entra perché l’attuale direzione talebana è prossima ai gruppi tribali del Waziristan e di altre zone pashtun, dando ospitalità e protezione ai manipoli dei Tehreek che colpiscono in patria e si rifugiano oltre il confine afghano, limite senza limiti e ostacoli se non per tratti montuosi, aggirabili dai passi come il Khyber dove gente perseguitata da un cinquantennio di conflitti va e viene. Ovviamente dall’Emirato negano che tale solidarietà talebana sia in atto, però i militari di Islamabad che possono più dei politici insistono e dallo scorso ottobre colpiscono. Ora, con lo sdoganamento unilaterale dell’aggressione e del terrore, si può procedere in questo modo: uccidendo i deboli. I talebani incassano, ma meditano vendetta. Mentre India e Cina osservano e tifano, chi per una fumosa guerra, chi per una salvifica diplomazia.