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Tag: Afghanistan

Mestruazioni: il dolore non è fisico, è sociale

Muhadisa Ibrahimi,  8 AM Media, 3 giugno 2026

Nel nostro corso di inglese, noi cinque eravamo diventate amiche molto strette. Ogni venerdì ci riunivamo a casa di una di noi per esercitarci a parlare inglese. Questi incontri non riguardavano solo l’apprendimento della lingua; ci avvicinavano anche l’una all’altra e ci davano l’opportunità di parlare di argomenti di cui raramente avevamo la possibilità di discutere nella vita quotidiana. A volte parlavamo del futuro, a volte dei nostri sogni e altre volte delle sfide che le ragazze affrontano nella società.

Lo scorso venerdì era il nostro turno di ospitare l’incontro a casa nostra. Le mie amiche arrivarono alle 12:40. Preparai il tè e, sorridendo, dissi: «Mentre porto il tè, scegliete l’argomento di oggi».

Quando tornai, vidi che nessun argomento era stato ancora scelto. Tutte sembravano perse nei propri pensieri. Un silenzio tranquillo riempiva la stanza, interrotto solo dal lieve rumore del ventilatore. Ognuna di noi stava riflettendo su qualcosa. Improvvisamente, la mia mente tornò a un’esperienza a cui avevo assistito tempo prima, un’esperienza che aveva cambiato la mia comprensione delle mestruazioni.

Una nostra conoscente era una ragazza le cui condizioni erano diventate molto gravi a causa di complicazioni legate alle mestruazioni. La sua famiglia considerava la questione vergognosa e si rifiutava di portarla da un medico. Soffrì forti dolori per giorni, ma nessuno prese sul serio la sua condizione. Quando finalmente riuscimmo, dopo molte insistenze, a portarla da un medico e a farle fare degli esami, risultò chiaro che la sua situazione era peggiorata in modo pericoloso. Il medico disse che, se fosse stata portata più tardi, avrebbe potuto subire gravi conseguenze.

Quel giorno capii che l’ignoranza e il silenzio possono talvolta essere più pericolosi del dolore stesso.

Anni di silenzio

Ricordando quell’episodio, mi voltai verso le mie amiche e dissi: «Parliamo oggi delle mestruazioni».

Per un momento ci fu silenzio. Alcune di loro si sentirono imbarazzate, altre abbassarono lo sguardo, ma gradualmente l’atmosfera si aprì e la conversazione ebbe inizio. Una delle mie amiche disse: «Non sono mai riuscita a parlare tranquillamente di questo argomento a casa». Un’altra aggiunse: «Quando sto male a scuola, non oso nemmeno spiegare il motivo del mio malessere».

Le loro parole mi colpirono profondamente. Come poteva qualcosa di così naturale rimanere nascosto dietro tanto silenzio e tanta vergogna? Con calma dissi: «Le mestruazioni non sono una malattia. Sono una parte naturale del nostro corpo. Sono un segno di crescita e maturità, non qualcosa di cui vergognarsi».

Tutte tornarono a tacere. Sembrava che ognuna di noi fosse ritornata con la mente alle proprie esperienze personali. In quel momento capii che non stavamo semplicemente discutendo di un argomento; stavamo parlando di anni di silenzio.

Una delle mie amiche disse sottovoce: «Il problema non è solo il dolore; il problema è che abbiamo imparato a rimanere in silenzio nel dolore». Le sue parole mi rimasero impresse. Perché una ragazza che soffre dovrebbe restare in silenzio invece di ricevere sostegno? Perché qualcosa di così naturale dovrebbe diventare un segreto?

In silenzio con dolore

Guardai la mia tazza di tè e continuai: «Come ragazze, proviamo dolore ogni mese, eppure andiamo avanti. Studiamo, lavoriamo, sorridiamo e continuiamo a impegnarci per il futuro. Questa non è debolezza; è forza».

Gradualmente l’atmosfera nella stanza cambiò. Il silenzio iniziale lasciò spazio al dialogo. Ognuna di noi aveva esperienze che forse non aveva mai condiviso prima. Mi sentii come se un grande peso fosse stato sollevato dalle nostre menti.

Poi decidemmo non solo di parlare di questo tema, ma anche di sensibilizzare le altre persone. Decidemmo che, se avessimo incontrato una ragazza che si vergognava del proprio dolore, le saremmo state accanto. Le avremmo detto che le mestruazioni non sono vergognose, non sono un peccato e non sono un segno di debolezza, ma una parte naturale del ciclo della vita.

Una delle mie amiche disse: «Se diventiamo consapevoli, forse possiamo aiutare anche altre ragazze». Le sue parole ci diedero speranza. Comprendemmo che il cambiamento inizia sempre da un piccolo gruppo. Quel giorno la nostra sessione di pratica dell’inglese forse non si svolse come al solito, ma imparammo qualcosa di molto più importante. Imparammo che parlare del dolore può essere l’inizio della consapevolezza. Imparammo che il silenzio non è sempre un segno di rispetto; a volte è un segno di paura e ignoranza.

Il silenzio è paura e ignoranza

Dopo che le mie amiche lasciarono casa nostra, continuai a pensare a lungo alla nostra conversazione. Sentivo che non eravamo semplicemente cinque ragazze sedute attorno a un tavolo; eravamo la voce di ragazze che hanno vissuto nel silenzio per anni.

Alcune ferite non sono causate dalla malattia, ma dall’ignoranza e dal giudizio delle persone. Se ci fosse maggiore consapevolezza, se le famiglie rispondessero con comprensione invece che con vergogna e se le scuole educassero gli studenti su questo argomento, molte sofferenze potrebbero essere ridotte.

Nessuna ragazza dovrebbe vergognarsi del proprio corpo. Nessuna ragazza dovrebbe soffrire in silenzio. Le mestruazioni sono un processo naturale della vita; sono un segno della forza del corpo femminile, un segno di maturità, crescita e continuità della vita.

Verrà un giorno in cui le ragazze potranno parlare del proprio corpo senza paura, parlare del proprio dolore senza vergogna e vivere senza essere giudicate; un giorno in cui la consapevolezza sostituirà la superstizione e l’umanità sostituirà il silenzio. Le mestruazioni non sono un tabù, ma un segno della maturità fisica, emotiva e intellettuale delle ragazze.

Russia e Afghanistan firmano un accordo di cooperazione tecnico-militare

Analisi Difesa, redazione, 5 giugno 2026

Il 27 maggio Russia e Afghanistan hanno firmato un accordo di cooperazione tecnico-militare, in occasione del primo Forum Internazionale sulla Sicurezza, ospitato dal Consiglio di Sicurezza russo che si è svolto dal 26 al 29 maggio nella regione di Mosca.

L’accordo è stato firmato dopo che il Cremlino, nell’aprile 2025, ha rimosso i talebani dalla lista dei gruppi terroristici dove erano inseriti dal 2003: in luglio dello scorso anno la Russia è diventata il primo e unico Paese a riconoscere formalmente i talebani come governanti dell’Afghanistan.

L’accordo è stato sottoscritto dal segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, Sergei Shoigu, e dal ministro della Difesa afgano Mohammad Yaqoob Mujahid, figlio del fondatore dei talebani Mullah Omar,

L’intesa militare sottolinea quindi il rafforzamento dei legami tra il Cremlino e i talebani i cui dettagli restano tuttavia poco chiari ma il ministro della Difesa afghano Mohammad Yaqoub ha affermato che segna un’espansione delle relazioni bilaterali tra i due Paesi.

Talebani soddisfatti

“L’interazione con la Russia è importante per noi”, ha dichiarato Yaqoub dopo un incontro con il segretario del Consiglio di sicurezza russo Sergei Shoigu. “Afghanistan e Russia hanno relazioni di lunga data e storiche e vogliamo progredire in questa direzione”.

Il Pakistan, impegnato da tempo in scontri di frontiera con l’Afghanistan, ha ridimensionato la portata del nuovo accordo di cooperazione militare russo-afghano, sostenendo che l’intesa non modificherà in modo significativo gli equilibri di sicurezza nella regione nè limiterà la capacità di Islamabad di colpire gruppi armati presenti oltre confine.

Secondo fonti afgane citate dal quotidiano “Nikkei” riprese in Italia da Agenzia Nova, l’intesa potrebbe comportare forniture di armamenti, trasferimenti tecnologici, addestramento e progetti congiunti nel settore della difesa. Tuttavia, il rappresentante speciale russo per l’Afghanistan, Zamir Kabulov, ha indicato che il fulcro dell’accordo riguarda soprattutto la manutenzione e il ripristino di equipaggiamenti militari di fabbricazione sovietica o russa già presenti nel Paese.

Tra questi spiccano 5 elicotteri da combattimento Mi-24/35, 5 multiruolo Mi-17 diversi obici da 122 mm e alcuni tank T-62 secondo il Military Balance.

Chi ne trarrà vantaggio?

L’intesa arriva in una fase di forte tensione tra Afghanistan e Pakistan. I rapporti si sono deteriorati dopo i raid aerei condotti da Islamabad contro basi del gruppo armato Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP, il Movimento dei Talebani del Pakistan) sul territorio afgano e le successive rappresaglie e schermaglie lungo il confine.

Kabul accusa il Pakistan di violare la propria sovranità territoriale, mentre Islamabad sostiene che i talebani offrano rifugio ai militanti del TTP.

Al ritorno da Mosca, Yaqoob ha dichiarato che una volta entrato in vigore l’accordo il Pakistan non oserà più attaccare il territorio afgano, alimentando speculazioni sulla possibile acquisizione di sistemi di difesa aerea. Tuttavia, funzionari pachistani e analisti ritengono improbabile che la Russia fornisca capacità tali da neutralizzare la superiorità aerea pachistana.

Analisti regionali osservano infine che un maggiore coinvolgimento della Russia negli affari afgani potrebbe persino favorire gli interessi pachistani, aumentando la pressione internazionale sui talebani affinché contrastino i gruppi estremisti e jihadisti che continuano a operare dal territorio afgano.

Vendere figli per sopravvivere

Yogita Limaye, Rawa.org, 1 giugno 2026

All’alba, centinaia di uomini si radunano in una piazza polverosa di Chaghcharan, capoluogo della provincia di Ghor, in Afghanistan.

Si accalcano lungo la strada con volti stanchi, sperando che qualcuno si presenti offrendo un qualsiasi lavoro. Da questo dipenderà se le loro famiglie avranno da mangiare quel giorno.

La probabilità di successo, tuttavia, è bassa.

Juma Khan, 45 anni, ha trovato lavoro solo tre giorni nelle ultime sei settimane, con una retribuzione giornaliera compresa tra 150 e 200 afghani (2,35-3,13 dollari; 1,76-2,34 sterline).

“I miei figli sono andati a letto affamati per tre notti di fila. Mia moglie piangeva, e anche i miei figli. Così ho chiesto l’elemosina a un vicino per comprare della farina”, racconta. “Vivo nel terrore che i miei figli muoiano di fame.”

Povertà dilagante

La sua storia non è affatto unica.

In Afghanistan, oggi, ben tre persone su quattro non riescono a soddisfare i propri bisogni primari, secondo le Nazioni Unite. La disoccupazione è dilagante, il sistema sanitario è in difficoltà e gli aiuti che un tempo garantivano i beni di prima necessità a milioni di persone si sono ridotti a una frazione di quelli di un tempo.

Il Paese sta affrontando livelli record di fame, con 4,7 milioni di persone – oltre un decimo della popolazione afgana – che si stima siano a un passo dalla carestia.

Ghor è una delle province più colpite.

Gli uomini qui sono disperati.

“Ho ricevuto una telefonata in cui mi dicevano che i miei figli non mangiavano da due giorni”, racconta Rabani con la voce rotta dall’emozione. “Ho pensato che avrei dovuto suicidarmi. Ma poi ho pensato: come potrei aiutare la mia famiglia? Quindi eccomi qui a cercare lavoro.”

Khwaja Ahmad riesce a malapena a pronunciare poche parole prima di scoppiare in lacrime. “Stiamo morendo di fame. I miei figli più grandi sono morti, quindi devo lavorare per sfamare la mia famiglia. Ma sono vecchio, quindi nessuno vuole darmi lavoro”, dice.

Quando un panificio locale vicino alla piazza apre i battenti, il proprietario distribuisce pane raffermo alla folla. In pochi secondi, le pagnotte vengono strappate a pezzi, con una mezza dozzina di uomini che si aggrappano ai preziosi bocconi.

Improvvisamente scoppia un’altra rissa. Arriva un uomo in motocicletta che vuole assumere un operaio per trasportare mattoni. Decine di uomini gli si avventano contro.

Vendere le figlie

Nelle due ore in cui siamo stati lì, sono stati assunti solo tre uomini.

Nelle comunità circostanti – case spoglie sparse su colline brulle e marroni, sullo sfondo delle cime innevate della catena montuosa di Siah Koh – l’impatto devastante della disoccupazione è evidente.

Abdul Rashid Azimi ci fa entrare in casa sua e ci presenta due dei suoi figli: le gemelle di sette anni Roqia e Rohila. Le stringe a sé, desideroso di spiegare il perché delle sue scelte insopportabili.

«Sono disposto a vendere le mie figlie», piange. «Sono povero, pieno di debiti e disperato. Torno a casa dal lavoro con le labbra riarse, affamato, assetato, angosciato e confuso. I miei figli mi vengono incontro dicendo: “Papà, dacci del pane”. Ma cosa posso dare? Dove trovo lavoro?»

Abdul ci dice di essere disposto a vendere le sue figlie in cambio di matrimonio o di lavori domestici. “Se vendo una figlia, potrei sfamare tutti gli altri miei figli per almeno quattro anni”, afferma.

Abbraccia Rohila, baciandola mentre piange. “Mi si spezza il cuore, ma è l’unico modo.”

“Tutto quello che abbiamo da mangiare è pane e acqua calda, nemmeno il tè”, dice la loro madre, Kayhan.

Una voce dall’Afghanistan: le amiche di Rawa ci informano

RAWA, Comunicato, 25 maggio 2026

La guerra in corso contro l’Iran ha avuto conseguenze rilevanti in tutta la regione, a causa delle ripercussioni derivanti dall’interruzione del transito del petrolio, in particolare attraverso lo Stretto di Hormuz. Tuttavia, l’Afghanistan ne sta risentendo in modo ancora più diretto, poiché il conflitto ha provocato anche l‘interruzione di importanti rotte commerciali.

Da mesi, a seguito delle tensioni e dei conflitti tra Afghanistan e Pakistan, le vie di transito sono state chiuse, determinando un forte aumento dei prezzi dei generi alimentari e dei beni di prima necessità, che arrivavano prevalentemente attraverso quel percorso.

L’Iran ha tradizionalmente rappresentato una seconda importante via commerciale, ma ora anche questo canale è stato interrotto, causando un ulteriore aumento dei costi delle merci importate, in particolare del carburante. In un contesto caratterizzato da povertà diffusa e alta disoccupazione, questi sviluppi hanno aggravato la crisi economica e peggiorato ulteriormente le condizioni di vita della popolazione.

Inoltre, il ritorno di un gran numero di migranti dall’Iran, insieme alla continua espulsione di afghani dal Pakistan, ha sottoposto la società a ulteriori pressioni. Molti rimpatriati non riescono a trovare né un lavoro né un alloggio. A Kabul, i prezzi degli affitti sono aumentati fino a superare quelli registrati durante il precedente governo, e trovare una casa è diventato estremamente difficile.

Le autorità talebane non hanno assunto responsabilità concrete nell’affrontare questi problemi, sostenendo che il sostentamento della popolazione non rientri tra i loro compiti. Di conseguenza, la popolazione si trova ad affrontare difficoltà sempre più gravi e diffuse.

Per quanto riguarda le tensioni tra Pakistan e Afghanistan, è importante sottolineare che le principali vittime degli attacchi transfrontalieri sono i civili, non i talebani. Nelle province di confine, come Kunar e Nuristan, molti residenti sono stati costretti a lasciare le proprie case e, nelle aree più remote, le difficoltà di accesso hanno provocato gravi carenze di beni essenziali e, in alcuni casi, condizioni prossime alla carestia.

Allo stesso tempo, le crescenti tensioni tra i talebani e il Pakistan, dovute anche ai cambiamenti negli equilibri regionali, sono degenerate fino a sfociare in scontri lungo il confine. I talebani, privi di un ampio sostegno popolare, sembrano sfruttare queste tensioni per presentarsi come difensori della sovranità nazionale. Tuttavia, il costo umano di questo conflitto continua a ricadere soprattutto sulla popolazione civile.

 

Perché Pakistan e Afghanistan sono ancora in guerra

Elian Peltier, EZia ur-Rehman, International NYT, 28 maggio 2026

I leader pakistani stanno giocando un ruolo importante sulla scena globale, viaggiando in tutto il mondo per cercare di mediare la pace tra gli Stati Uniti e l’Iran.
Ma mentre si propone come pacificatore, il Pakistan rimane intrappolato in un conflitto interno, combattendo contro il vicino Afghanistan, senza che se ne intraveda la fine.

Nessun passo indietro

Da quando il Pakistan ha dichiarato “guerra aperta” all’Afghanistan alla fine di febbraio, i due Paesi si sono scontrati regolarmente, nonostante gli sforzi della Cina per risolvere la controversia inviando un emissario in entrambe le capitali e ospitando colloqui il mese scorso.
Con l’intensificarsi delle violenze a marzo, il Pakistan ha colpito città e infrastrutture militari afghane con decine di raid aerei. Sebbene l’intensità delle violenze si sia ridotta, i combattimenti continuano a causare vittime quasi settimanalmente, con centinaia di civili uccisi negli ultimi tre mesi.
Nessuno dei due paesi sembra disposto a fare un passo indietro.
” Con il Pakistan eravamo uniti come da una forza magnetica”, ha dichiarato Abdul Mateen Qani, portavoce del ministero dell’Interno afghano, in un’intervista a marzo. “Ora ci respingiamo a vicenda, e la situazione non potrà che peggiorare”.

In visita alle forze pakistane questo mese, il Primo Ministro del Pakistan, Shehbaz Sharif, ha affermato che la campagna contro l’Afghanistan continua “con piena determinazione”

“Il regime talebano in Afghanistan deve intraprendere azioni concrete ed efficaci contro i gruppi terroristici”, ha dichiarato il 19 maggio, pochi giorni dopo diversi attacchi contro obiettivi civili e militari nel Pakistan nord-occidentale.
Il Pakistan ha attribuito a gruppi militanti con base in Afghanistan la responsabilità di migliaia di attacchi avvenuti negli ultimi anni, affermando che la sua campagna militare in Afghanistan ne ha ridotto il numero.
In privato, i funzionari dei talebani afghani ammettono che alcuni militanti afghani si stanno unendo al Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), il gruppo responsabile della maggior parte delle violenze in Pakistan. Tuttavia, affermano che, pur condividendo legami ideologici, non possono controllare la leadership del TTP. Negano inoltre di ospitare o agevolare il gruppo e dichiarano che il conflitto con il TTP è un problema del Pakistan.

Oltre ai raid aerei, il Pakistan ha reagito ai continui attacchi chiudendo i confini ed espellendo in massa gli afghani .

Le conseguenze umane e materiali degli scontri

Gli Stati Uniti hanno affermato che il Pakistan ha il diritto di difendersi, una posizione che, secondo i funzionari afghani, è stata interpretata come un via libera al Pakistan per condurre le proprie operazioni.
“Gli Stati Uniti hanno declassato l’Afghanistan tra le loro priorità e stanno appoggiando il Pakistan nei suoi piani per il Paese”, ha affermato Amira Jadoon, professoressa associata di scienze politiche alla Clemson University ed esperta di sicurezza dell’Asia meridionale. “I pakistani ne stanno approfittando”.
Secondo la missione delle Nazioni Unite in Afghanistan, almeno 372 civili afghani sono morti nei combattimenti e quasi 400 sono rimasti feriti.
La maggior parte degli scontri si è verificata lungo i 2.576 chilometri di confine tra i due Paesi. Al valico di frontiera di Torkham, nell’Afghanistan orientale, un mercato è andato a fuoco dopo essere stato colpito da un attacco pakistano a marzo. Nelle vicinanze, un centro di transito per gli afghani di ritorno dal Pakistan è rimasto vuoto per un mese dopo essere stato danneggiato dai bombardamenti.
L’incidente di gran lunga più letale si è verificato a metà marzo a Kabul, capitale dell’Afghanistan, quando il Pakistan ha colpito un centro di riabilitazione per tossicodipendenti con raid aerei che hanno ucciso almeno 269 tossicodipendenti in via di guarigione e ne hanno feriti altri 172, secondo i dati delle Nazioni Unite.

La chiusura del confine ha gravemente danneggiato l’economia afghana, che dipende dal Pakistan come destinazione per le esportazioni agricole e come fonte di importazione di altri prodotti alimentari, materiali da costruzione e forniture mediche.
I farmacisti afghani affermano di trovarsi ad affrontare una grave carenza di medicinali per il diabete e altre malattie. Il governo talebano ha ordinato alle aziende farmaceutiche nazionali di aumentare la produzione e ha chiesto aiuto a Russia e India per colmare il divario.
“Dipendiamo in gran parte dai farmaci stranieri”, ha affermato Parwez Khairi, un farmacista di Kabul. “L’Afghanistan è un paese senza sbocco sul mare ed è sempre stato, e continua ad essere, danneggiato dalle dispute di confine”.

Inutili le mediazioni

Il mese scorso, rappresentanti di Afghanistan e Pakistan si sono incontrati per otto giorni nella città di Urumqi, nella Cina nord-occidentale. Tuttavia, i colloqui sono stati viziati da una profonda sfiducia e da quella che ciascuna parte ha percepito come la riluttanza dell’altra a scendere a compromessi, secondo quanto riferito da un partecipante ai colloqui e da tre funzionari afghani e pakistani, attuali ed ex, con conoscenza diretta delle discussioni.

Un funzionario della sicurezza pakistana che si occupa di questioni afghane ha affermato che la Cina ha cercato di sfruttare i suoi stretti legami con entrambi i paesi per portarli al tavolo dei negoziati il ​​mese scorso, dopo che gli sforzi di mediazione di altri paesi si erano arenati.
Il funzionario, che ha parlato a condizione di anonimato per discutere di decisioni di alto livello, ha affermato che i continui attacchi terroristici hanno spinto il governo pakistano a sospendere i colloqui, nonostante le pressioni della Cina per proseguire il dialogo.
Il partecipante ai colloqui ha affermato che l’incontro di Urumqi è stata l’unica occasione in cui i due governi si sono parlati negli ultimi mesi.
I funzionari pakistani affermano che le loro controparti afghane non sono disposte a impegnarsi per iscritto a tenere a freno il TTP e altri gruppi.
Funzionari afghani hanno affermato che il Pakistan vuole che si assumano la responsabilità di tutti gli attacchi terroristici sul suo territorio, una richiesta che definiscono irrealistica. I funzionari talebani, dal canto loro, sostengono di credere che l’obiettivo a lungo termine del Pakistan sia rovesciare il loro governo, motivo per cui non sono disposti ad abbassare la guardia.

Yaqoob Akbary ha contribuito con un reportage da Kabul.
Elian Peltier è il caporedattore del Times per il Pakistan e l’Afghanistan, con sede a Islamabad. Elian Peltier ha riferito da Kabul, Afghanistan e Zia ur-Rehman da Islamabad

Talebani e “Bacha Bazi”: il “Daily Mail” rivela i continui abusi sessuali su minori in Afghanistan.

Amin Kawa, 8AM Media, 1 giugno 2026

Secondo un nuovo reportage del Daily Mail, la pratica del “bacha bazi”, ovvero la riduzione in schiavitù sessuale di giovani ragazzi, persiste in Afghanistan, con funzionari talebani e comandanti locali implicati negli abusi. Il reportage si basa sulle testimonianze delle vittime e sulla documentazione storica della pratica, rilevando che durante la guerra dei talebani contro il precedente governo, il gruppo impiegò decine di ragazzi, in particolare nella provincia di Uruzgan, per adescare e assassinare comandanti di polizia. Secondo il reportage, questo metodo ebbe successo in numerosi casi causando la morte di decine di soldati e agenti di polizia, documentati nel 2016. Le vittime di questa pratica, afferma il reportage, quando emergono da anni di stupri, violenze e abusi, si ritrovano ad affrontare gravi danni psicologici e fisici, dipendenza, povertà ed esclusione sociale. Anche le ragazze afghane sono descritte come altrettanto vulnerabili, molte delle quali vendute a matrimoni forzati da famiglie spinte alla disperazione dalle difficoltà economiche.

Ragazzi costretti alla schiavitù sessuale

Nonostante il divieto dichiarato dai talebani del “bacha bazi”, il Daily Mail riporta che gli abusi sessuali sui giovani ragazzi continuano senza sosta. Funzionari talebani, comandanti locali e altre figure influenti sono identificati come partecipanti attivi a questo sfruttamento.
Il rapporto descrive ragazzi costretti alla schiavitù sessuale con il pretesto di praticare il bacha bazi: truccati e vestiti con abiti femminili dai colori sgargianti, vengono poi fatti sfilare davanti a un gruppo di uomini potenti per ballare, prima di essere abusati sessualmente. Per migliaia di bambini poveri in tutto l’Afghanistan, afferma il rapporto, il “bacha bazi” non è una reliquia storica, ma una forma sistematica e ancora presente di sfruttamento sessuale.
Questa pratica si protrae da secoli, come riporta il documento, trasformando innumerevoli ragazzi in schiavi sessuali. I sopravvissuti raccontano di percosse, stupri e torture psicologiche. Non appena iniziano a crescere i peli sul viso, vengono scartati perché considerati indesiderabili, e molti si rifugiano nella prostituzione, nella tossicodipendenza o nel suicidio, incapaci di sfuggire al trauma subito.

Alcuni ragazzi si trovano ad affrontare nuove violenze al loro ritorno a casa. Il regime talebano, aggravato dalla sospensione di gran parte degli aiuti internazionali, ha lasciato le vittime con un accesso estremamente limitato ai servizi di supporto e riabilitazione. Il rapporto osserva inoltre che tutto ciò avviene in un Paese in cui l’omosessualità può essere punita con la pena di morte e la sodomia con lunghe pene detentive, eppure questa pratica continua a prosperare anche sotto un governo che la proibisce ufficialmente.

Citando il più recente rapporto del Dipartimento di Stato americano sulla tratta di esseri umani, il Daily Mail osserva che il reclutamento, la tratta e il “bacha bazi” di minori continuano in Afghanistan. Le conclusioni del Dipartimento di Stato indicano che i talebani reclutano bambini attraverso la coercizione e l’inganno, comprese false promesse, e che i casi documentati di “bacha bazi” coinvolgono funzionari talebani e altre fazioni armate.

Una pratica antica mai cessata

Il Daily Mail fa risalire le origini del “bacha bazi” almeno al XIII secolo, sottolineando come la pratica sia stata ampiamente documentata da intellettuali, storici e funzionari stranieri e nazionali che hanno viaggiato nella regione. La sua espansione più nota, tuttavia, si è verificata durante la guerra dei mujahidin contro l’Unione Sovietica negli anni ’80, quando diversi comandanti jihadisti divennero famosi per aver tenuto e sfruttato giovani ragazzi.

Quando i talebani presero il potere per la prima volta negli anni ’90, dichiararono il “bacha bazi” tra le loro principali rivendicazioni contro i signori della guerra dell’era precedente e misero al bando questa pratica. Tuttavia, dopo il crollo del loro primo governo nel 2001, la pratica continuò. Sebbene si dica che alcuni ragazzi entrino in questi accordi volontariamente, molti vengono venduti da famiglie impoverite che non hanno altri mezzi di sussistenza.

Il rapporto fa riferimento a fotografie e filmati diffusi durante gli incontri di “bacha bazi” e cita un rapporto della Commissione indipendente afgana per i diritti umani (AIHRC) redatto sotto il precedente governo. Tale rapporto affermava: “Le vittime del bacha bazi subiscono gravi traumi psicologici, poiché sono spesso soggette a stupri. Queste vittime sperimentano stress e un profondo senso di sfiducia, disperazione e pessimismo. Il bacha bazi genera paura tra i bambini e alimenta sentimenti di vendetta e ostilità”.

Charu Lata Hogg, ricercatrice presso Chatham House a Londra, ha dichiarato al Daily Mail che, senza servizi di trattamento e riabilitazione specifici, il futuro di questi bambini rimane profondamente incerto. Secondo quanto riportato, alcune testimonianze indicano che le vittime perpetuano lo stesso ciclo di abusi anche in età adulta. “Abbiamo sentito dire, in via informale, che molte di loro, una volta cresciute, continuano ad avere figli maschi, perpetuando così il ciclo di abusi”, ha affermato.

Una colpevole ambiguità Usa

Secondo il rapporto, le forze straniere in Afghanistan erano ben consapevoli di questa pratica, ma spesso non potevano intervenire perché molti dei comandanti locali su cui contavano come alleati erano a loro volta coinvolti. In alcuni ambienti religiosi conservatori, afferma il rapporto, il “bacha bazi” non è considerato riprovevole.

Il Daily Mail cita una valutazione del 2009 dell’Human Terrain Team, un’unità di ricerca a supporto dell’esercito statunitense, secondo la quale le norme sociali pashtun prevalenti non classificano il “bacha bazi” come non islamico o omosessuale. La valutazione afferma: “Se un uomo non ama il ragazzo, l’atto sessuale non è considerato riprovevole ed è visto come molto più etico dello stupro di una donna. Inoltre, poiché gli uomini penetrano i ragazzi, l’atto è considerato maschile piuttosto che omosessuale”.

Il rapporto racconta il caso di Dan Quinn, un ex comandante delle forze speciali statunitensi che fu rimosso dal suo incarico e allontanato dall’Afghanistan dopo aver affrontato fisicamente un comandante locale che teneva un ragazzo come schiavo sessuale. Quinn in seguito affermò che gli Stati Uniti erano entrati in Afghanistan dopo aver sentito parlare delle atrocità e delle violazioni dei diritti umani commesse dai talebani, finendo però per dare potere a individui la cui condotta era persino peggiore.

Il Daily Mail cita anche il padre del caporale Gregory Buckley Jr., un soldato americano ucciso nel 2012. Ha affermato che suo figlio poteva sentire le urla dei ragazzi che subivano abusi sessuali da parte della polizia dalla sua base militare nel sud dell’Afghanistan, e che alle truppe statunitensi era stato ordinato di non intervenire. “Mio figlio ha detto che i suoi ufficiali gli avevano detto di voltare lo sguardo dall’altra parte perché faceva parte della loro cultura”, ha dichiarato al New York Times.

Giovani ragazzi venduti ai talebani dalle tribù locali venivano utilizzati per infiltrarsi nelle basi con il pretesto di lavorare come ballerini e operai. Una volta all’interno, secondo il rapporto, avvelenavano o sparavano ai comandanti che li avevano aggrediti, neutralizzavano le guardie e aprivano i cancelli per i combattenti talebani in agguato all’esterno.

Nel corso del 2016, decine di soldati e poliziotti sono stati uccisi con questo metodo nel corso di diversi mesi. Nella provincia di Uruzgan, la tattica si è rivelata una “trappola a sorpresa” estremamente efficace per i talebani.

Ghulam Sakhi Rogh Lewanai, che ha ricoperto il ruolo di comandante di polizia a Uruzgan sotto il precedente governo, all’epoca dichiarò: “I talebani hanno scoperto il punto debole più grande della polizia e hanno inviato circa 100 ragazzi senza barba a infiltrarsi nei posti di blocco per avvelenare e uccidere gli agenti di polizia”.

Il Daily Mail cita anche il documentario “The Dancing Boys of Afghanistan”, diretto dal giornalista Najibullah Quraishi, che mostra con quanta facilità uomini potenti riescano ad avere accesso a questi bambini. Nel film, un uomo di nome Dastgir, descritto come un ex membro dell’Alleanza del Nord e una figura di notevole influenza nella provincia di Takhar, spiega il suo metodo di selezione dei ragazzi, basato su aspetto, età e capacità di ballo. Promette alle famiglie assistenza e sostegno finanziario per il bambino. Il Daily Mail riporta che Dastgir ha affermato nel documentario di aver “preso” più di duemila ragazzi.
Un altro individuo nel nord dell’Afghanistan, identificato solo come “Mustari”, ha raccontato ai registi che ogni comandante militare teneva con sé un ragazzino e che c’era una vera e propria competizione tra i comandanti per accaparrarseli.

Dastgir afferma testualmente: “Deve essere attraente, adatto alla danza, avere circa 12 o 13 anni ed essere di bell’aspetto. Prendo un ballerino che gli insegni a ballare. Diamo dei soldi alla famiglia e diciamo loro che mi prenderò cura di lui. Gli compro vestiti e gli do dei soldi. Pago tutte le sue spese. Non deve preoccuparsi di nulla.”

Usati e gettati via

Il Daily Mail cita anche un ragazzo di nome Ahmad, che nel 2007 aveva circa 17 anni e che ha dichiarato a Reuters: “Amo il mio padrone. Amo ballare, comportarmi come una donna e giocare con il mio padrone. Quando sarò grande, sarò un padrone e avrò i miei figli”. Il rapporto osserva che, una volta che le vittime sviluppano la barba e non sono più considerate desiderabili, vengono abbandonate, e molte vengono trascinate nell’uso di droghe, nell’accattonaggio o nella prostituzione.

Il fotografo Barat Ali Batoor, che ha trascorso mesi a documentare la vita di questi bambini per un documentario di Frontline, ha descritto un ragazzo di circa 13 anni che veniva portato alle feste e faceva uso di eroina per sopportare la sua situazione. Il ragazzo alla fine è fuggito ed è stato trovato a mendicare per le strade di Kabul.

Oltre al danno psicologico, le vittime del “bacha bazi” subiscono spesso gravi lesioni fisiche, tra cui emorragie interne, fratture ossee, rottura dei denti, soffocamento e, in alcuni casi, la morte.

Anche le ragazze vengono schiavizzate

In Afghanistan, le ragazze subiscono una forma parallela di sfruttamento. Secondo il rapporto, milioni di loro vengono vendute in matrimoni forzati da famiglie schiacciate dalla povertà, una pratica che è diventata una risposta abituale alla disperazione economica e che si prevede peggiorerà con l’aggravarsi della crisi economica del Paese. I talebani hanno intensificato la loro campagna contro donne e ragazze e, all’inizio di questo mese, hanno formalizzato i matrimoni precoci nella loro nuova legge.

Secondo i “Principi di separazione tra coniugi” dei talebani, il silenzio di una ragazza vergine viene interpretato come consenso al matrimonio, mentre lo stesso silenzio da parte di un uomo o di una donna precedentemente sposata non ha tale implicazione. I “Principi penali dei tribunali” dei talebani, afferma il rapporto, hanno creato una gerarchia legale che di fatto pone le donne su un piano equivalente a quello degli schiavi.

“No good men”, una storia d’amore nella Kabul minacciata dai talebani

agoravox.it Bruna Alasia 26 maggio2026

“No good men” è in uscita il 28 maggio al cinema. Orso d’oro al festival di Berlino, racconta di Naru, unica operatrice televisiva donna a Kabul.

Il periodo storico è quello prima del maggio 2021 quando le truppe USA si ritirarono e il 15 agosto dello stesso anno i talebani ripresero il potere. In un contesto fragile, minacciato dall’incombente regime fanatico e violento, lacerato da atti terroristici e opprimenti divieti. Naru, che ha lasciato il marito, frequenta un collega, conosciuto giornalista investigativo, sfidando la mentalità del luogo intollerante verso due persone sposate affiancate dal lavoro. Il film unisce all’interessante racconto sociale degli usi e costumi dell’Afghanistan – alla critica della condizione femminile continuamente svalutata e discriminata; al susseguirsi di fatti che videro i talebani prendere il potere, con drammatiche scene di fuga in aeroporto rimaste impresse – una sottile indagine psicologica dei sentimenti che coinvolgono coloro che sfidano la morale corrente.

La regista afghana Shahrbanoo Sadat, nei panni di Naru, è protagonista del film, affiancata dall’ottimo attore Anwar Hashimi, il giornalista che è volto di Kabul News. Questo film mette anche in discussione la popolare convinzione femminile che in Afghanistan “there are no good men”, non vi siano uomini buoni. Inoltre nei titoli di coda leggiamo che “No Good Men” è dedicato da Shahrbanoo Sadat alle vittime di un attentato del 2016 contro una stazione televisiva afghana. La regista ha dichiarato alla stampa di voler onorare i colleghi che lavoravano a Kabul TV) di cui lei stessa faceva parte, colpiti dall’atto terroristico. E’ credibile la narrazione della vita di Kabul, una capitale sulla quale l’occidente sa cinematograficamente ancora poco, le cui difficoltà umane e storiche rivelano aspetti universali che riguardano ogni individuo e territorio di questo nostro, sempre più connesso, martoriato e interdipendente, globo.

Ieri oltre 5.000 persone sono rientrate in Afghanistan.

AmuTV, 18 maggio 2026

I talebani hanno annunciato che ieri 1.033 famiglie, per un totale di 5.363 persone, sono state rimpatriate forzatamente in Afghanistan.

Hamdullah Fitrat, vice portavoce dei talebani, ha dichiarato in un comunicato stampa diffuso lunedì 18 maggio che solo attraverso il valico di Torkham sono entrate nel Paese 839 famiglie per un totale di 4.469 persone.

Secondo quanto riportato nel comunicato, 110 famiglie sono state rimpatriate attraverso il valico di Spin Boldak a Kandahar, 54 famiglie attraverso il valico di Nimruz e 30 famiglie attraverso il valico di Islam Qala a Herat.

Nel frattempo, negli ultimi mesi, il processo di rimpatrio dei migranti afghani si è intensificato, aumentando la pressione sociale ed economica sulle famiglie vulnerabili e sulle comunità ospitanti.

Negli ultimi giorni, le organizzazioni umanitarie internazionali hanno espresso preoccupazione per le deportazioni su larga scala di migranti afghani provenienti da Iran e Pakistan.

NU: il 74% degli afghani non è in grado di soddisfare i propri bisogni primari.

Siyar Sirat, Amu Tv, 13 maggio 2026

Secondo un nuovo rapporto del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite, quasi tre quarti della popolazione afgana non riesce ancora a soddisfare i bisogni primari di sussistenza. Il rapporto avverte inoltre che il peggioramento delle pressioni economiche, i massicci rimpatri dai paesi limitrofi e la grave siccità stanno aggravando la crisi umanitaria nel paese.

Il rapporto ha rilevato che nel 2025 il 74% degli afghani era classificato come “insicuro dal punto di vista della sussistenza”, il che significa che si trovava ad affrontare gravi privazioni in termini di cibo, assistenza sanitaria, alloggio, acqua e mezzi di sussistenza. La cifra è rimasta invariata rispetto all’anno precedente, sottolineando quella che il rapporto descrive come una situazione di difficoltà radicata e diffusa in tutto il paese.

I risultati sono stati pubblicati nella Relazione socioeconomica sull’Afghanistan 2024-2025 dal Programma di sviluppo delle Nazioni Unite.

Nonostante una modesta crescita economica, il rapporto afferma che l’economia afghana rimane troppo debole per tenere il passo con la rapida crescita demografica, trainata dal ritorno di milioni di afghani dall’Iran e dal Pakistan.

Il prodotto interno lordo reale è cresciuto dell’1,9% nell’anno fiscale 2024-2025, ma si stima che il reddito pro capite sia diminuito del 2,1% a causa della forte espansione demografica del paese.

Secondo il rapporto, 2,7 milioni di afghani sono rientrati dall’Iran e dal Pakistan solo nel 2025, portando il numero totale di rimpatriati dal 2023 a 4,9 milioni: uno dei più grandi movimenti migratori degli ultimi tempi a livello mondiale.

Molti rimpatriati sono arrivati ​​senza lavoro, documenti o risparmi, mettendo a dura prova comunità già alle prese con l’aumento della disoccupazione, la riduzione degli aiuti e gli shock legati ai cambiamenti climatici, si legge nel rapporto. Solo il 3% delle famiglie rientrate di recente aveva un impiego formale, mentre il 78% si affidava a lavori occasionali.

Il rapporto ha descritto un ampliamento delle disparità regionali, con un’insicurezza di sussistenza che varia dal 53% nell’Afghanistan centrale al 92% nella regione orientale, dove le inondazioni e i grandi afflussi di rimpatriati hanno intensificato la pressione economica.

Le comunità rurali hanno continuato a registrare risultati peggiori rispetto alle aree urbane. Circa il 78% delle famiglie rurali è stato classificato come insicuro dal punto di vista della sussistenza, rispetto al 62% nelle città.

Le Nazioni Unite hanno inoltre lanciato l’allarme sul peggioramento dell’insicurezza alimentare e sull’aumento del debito delle famiglie. Nel 2025, circa l’81% delle famiglie era indebitato, mentre quasi tre quarti di esse facevano affidamento su meccanismi di adattamento per sopravvivere alle difficoltà economiche.

La siccità si è rivelata una delle problematiche più gravi per il Paese. Il rapporto indica che le condizioni di siccità sono quasi raddoppiate nell’ultimo anno, colpendo il 64% delle famiglie a livello nazionale, mentre la carenza idrica è peggiorata drasticamente. L’accesso nazionale a una quantità sufficiente di acqua potabile è sceso dal 59% al 44%.

Secondo il rapporto, anche il settore sanitario ha mostrato segni di collasso. Più di 440 centri sanitari hanno sospeso le attività o chiuso nel 2025 a causa della mancanza di fondi, lasciando molti afghani senza accesso alle cure mediche.

Le donne e le ragazze sono rimaste tra le categorie più colpite dalla crisi

Secondo il rapporto, le restrizioni imposte dai talebani all’istruzione, all’occupazione e alla libertà di movimento delle donne hanno aggravato la “crisi delle capacità umane” dell’Afghanistan. L’Afghanistan rimane l’unico Paese al mondo in cui alle ragazze è vietato l’accesso all’istruzione secondaria e universitaria.

Nel 2025, la frequenza scolastica delle ragazze si è attestata al 42%, contro il 73% dei ragazzi, mentre l’alfabetizzazione femminile tra le capofamiglia si è attestata al 29%, meno della metà rispetto a quella maschile.

Secondo il rapporto, le restrizioni alla partecipazione delle donne alla vita pubblica stavano compromettendo la ripresa economica e indebolendo l’erogazione di servizi essenziali, in particolare sanità e istruzione.

Anche gli aiuti internazionali all’Afghanistan sono diminuiti drasticamente nel 2025.

I finanziamenti umanitari sono diminuiti di quasi il 44%, passando da 1,62 miliardi di dollari nel 2024 a 910 milioni di dollari nel 2025, nonostante i bisogni umanitari siano rimasti eccezionalmente elevati. Nello stesso periodo, l’assistenza internazionale complessiva è calata da 3,21 miliardi di dollari a 2,68 miliardi di dollari.

Il rapporto avvertiva che, senza un sostegno internazionale costante, programmi di sostentamento ampliati e la rimozione delle restrizioni imposte a donne e ragazze, le condizioni economiche e umanitarie dell’Afghanistan rischiavano di peggiorare ulteriormente.

Sotto gli stivali insanguinati dei talebani: uomini e donne torturati in silenzio

Amin Kawa, 8AM Media,  9 maggio 2026

Le torture, le percosse, le umiliazioni e le degradazioni pubbliche inflitte dai Taliban ai cittadini non mostrano alcun segno di arresto. Negli ultimi giorni, almeno tre video si sono diffusi ampiamente sui social media, mostrando una donna, un bambino e un giovane torturati pubblicamente da combattenti talebani.

Dopo la diffusione dei filmati, diversi cittadini hanno dichiarato che paura e violenza dominano ormai strade che dovrebbero essere sicure per la vita quotidiana. Secondo loro, i video rappresentano solo una minima parte delle violenze commesse dai Talebani contro la popolazione: soltanto quelle che vengono filmate e condivise. Hanno sottolineato che scene simili si verificano ogni giorno nelle strade di tutto il Paese. A loro avviso, il popolo non ha voce mentre i Talebani continuano repressione e torture senza alcun freno.

I video di abusi diffusi sui social

Con il proseguire degli abusi nelle strade, sono emersi nuovi filmati che mostrano combattenti talebani mentre picchiano donne, bambini e uomini, suscitando ampia condanna.

I video mostrano persone umiliate, insultate e torturate fisicamente davanti ai passanti, alcune già con le mani legate.

In uno dei video più condivisi, un combattente talebano aggredisce un bambino in bicicletta. Gli conficca il calcio del fucile nel petto, poi lo prende a calci allo stomaco e al volto. Successivamente lo fa cadere di nuovo a terra, lo calpesta e continua a colpirlo con il fucile.

Secondo alcune fonti, il filmato sarebbe stato registrato nel quartiere di Taimani, a Kabul.

In un secondo video, un giovane viene scaraventato violentemente a terra dai combattenti talebani. Ha le mani legate dietro la schiena e viene caricato su una motocicletta per essere portato via.

Un terzo video, anch’esso diffusissimo sui social media, mostra una donna picchiata dalla cosiddetta Polizia della Moralità dei Taliban.

Nel filmato, un’agente donna talebana sbatte la testa della vittima contro un veicolo. Anche questo episodio sarebbe avvenuto a Taimani e, secondo le fonti, la Polizia della Moralità molesterebbe regolarmente le donne per strada.

Un precedente video, girato nel quartiere di Jibrail a Herat, mostrava membri della Polizia della Moralità e combattenti talebani mentre torturavano un giovane con le mani legate, sotto gli occhi della madre e di altri residenti.

I miliziani lo colpiscono ripetutamente con pugni e calci al volto e alla testa. In seguito, lo costringono a registrare una confessione che verrà poi pubblicata.

Le reazioni dei cittadini

Molti cittadini che hanno ricondiviso i video sui social hanno affermato che la crudeltà dei Talebani si manifesta ormai in pieno giorno. Secondo loro, il gruppo non solo non è cambiato, ma è diventato ancora più brutale.

L’attivista per i diritti delle donne Sanam Kabiri ha scritto:  “L’oppressione e la violenza del gruppo terroristico dei Talebani non hanno fine.”

Condividendo uno dei video, ha aggiunto: “In queste immagini si vede un giovane brutalmente torturato con un’arma dai membri dei Talebani. La natura di questo gruppo non è altro che uccisione, oppressione e violenza. Quello che appare qui è solo un esempio, mentre migliaia di casi simili avvengono ogni giorno contro il popolo afghano.”

Anche un altro utente, Mojeeb Karimi, ha denunciato: “Ogni giorno i Talebani picchiano, umiliano e arrestano centinaia di nostri connazionali. I video pubblicati negli ultimi giorni mostrano chiaramente ciò che il popolo afghano sta subendo e quanto sia impotente davanti a questa oppressione.”

Ha aggiunto che i filmati rappresentano solo un frammento di una realtà amara vissuta quotidianamente da migliaia di famiglie, mentre dignità umana e diritti fondamentali vengono completamente ignorati.

Un’utente di nome Sahar ha scritto: “Coloro che vivono comodamente in Occidente mentre fanno pressione a favore di questi terroristi dovrebbero guardare bene queste immagini. State sostenendo persone che umiliano e torturano i giovani.”

Le testimonianze delle donne detenute

In precedenza, alcune donne manifestanti detenute dai Taliban avevano confermato, in interviste rilasciate all’Hasht-e Subh Daily, di essere state costrette a confessioni forzate e sottoposte a trattamenti degradanti durante la prigionia.

Hanno inoltre raccontato di essere state minacciate di morte, lapidazione, esecuzione e rappresaglie contro le loro famiglie.

Le denunce di ONU e Amnesty International

Le Nazioni Unite hanno espresso in numerosi rapporti forte preoccupazione per le diffuse violazioni dei diritti umani in Afghanistan da parte dei Talebani.

Secondo l’ONU, il gruppo continua a imporre punizioni crudeli, disumane e degradanti, oltre a eseguire uccisioni extragiudiziali di persone accusate di vari reati. Un rapporto ha rilevato che molti arresti avvengono senza alcun procedimento legale e spesso sono accompagnati da maltrattamenti.

Anche Amnesty International ha documentato diffuse violazioni dei diritti umani da parte dei Talebani, soprattutto contro donne e ragazze. L’organizzazione sostiene che il gruppo abbia intensificato la propria campagna sistematica contro i diritti femminili.

Secondo Amnesty, i Talebani avrebbero inoltre discriminato comunità etnico-religiose, compresi i fedeli ismailiti, costringendoli in alcuni casi a convertirsi all’Islam sunnita.