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Tag: Afghanistan

Luci abbaglianti, stomaci vuoti: la ricostruzione di facciata dei talebani

Wajed Rohani, Shafaqna Afghanistan (شفقنا افغانستان), 8 febbraio 2026

Alcune strade delle città afghane brillano di luci, vernici fresche e decorazioni scenografiche. Ma sotto quelle stesse luci, milioni di persone lottano contro povertà, fame e l’impossibilità di assicurarsi il pane quotidiano. Questo contrasto è diventato uno dei tratti più evidenti del governo talebano.

Nei giorni scorsi, Haji Zaid, portavoce del governatore talebano di Balkh, ha pubblicato diverse fotografie che mostrano l’illuminazione e l’abbellimento di Mazar-i-Sharif, capoluogo della provincia nel nord dell’Afghanistan. Le immagini mettono in evidenza strade specifiche, giochi di luce, colori vivaci e facciate rinnovate, nel tentativo di offrire un’immagine ordinata e decorosa della città sotto l’amministrazione talebana.

Tuttavia, queste iniziative limitate sembrano più orientate a trasmettere un messaggio politico che a rappresentare un piano organico di sviluppo urbano. L’obiettivo appare quello di dimostrare che il regime si dedica alla ricostruzione e al decoro delle città. Ma questa operazione di facciata contrasta apertamente con la realtà quotidiana della maggioranza della popolazione, per la quale povertà, disoccupazione e difficoltà nel soddisfare i bisogni primari — incluso l’acquisto di pane fresco — sono diventati parte integrante della vita di ogni giorno.

Fonti locali riferiscono che, su ordine di Haji Yousuf Wafa, governatore talebano di Balkh e figura vicina al leader del movimento talebano, è stato costruito un pennone alto 60 metri davanti alla sede del governo provinciale per issare la bandiera talebana. Il costo dell’opera non è stato reso noto. Per molti osservatori, tuttavia, questo gesto simbolico riflette chiaramente le priorità dell’attuale amministrazione: ostentazione del potere, simbolismo ideologico e cura dell’immagine, più che attenzione ai bisogni essenziali della popolazione.

Eppure, nella stessa provincia di Balkh, giornalisti locali avevano già segnalato che molte famiglie, a causa dell’aggravarsi della crisi economica, sono costrette a consumare pane secco e raffermo, non potendosi permettere quello fresco. Per numerosi cittadini, anche garantirsi il pane quotidiano è diventata una sfida. Le tavole si fanno sempre più povere, mentre le difficoltà aumentano.

Immagini propagandistiche

Nonostante questo scenario, le autorità talebane locali sembrano concentrarsi soprattutto su illuminazioni, tinteggiature e costruzioni simboliche in alcune zone selezionate di Mazar-i-Sharif. Si tratta di interventi funzionali alla produzione di un’immagine propagandistica, più che alla soluzione dei problemi strutturali che affliggono la popolazione.

Questo approccio non riguarda solo Mazar-i-Sharif. In altre province e grandi città — tra cui Kabul ed Herat — i talebani hanno promosso progetti simili di abbellimento urbano: decorazioni luminose, verniciature, interventi estetici. Nella capitale, in particolare, l’apertura di questi progetti viene accompagnata dall’invito ai media locali, a creatori di contenuti online e a youtuber, affinché ne diano ampia copertura.

Il risultato è la diffusione sui social network di un’immagine selettiva e abbellita delle città afghane. Alcuni visitatori stranieri e membri della diaspora afghana in Europa e negli Stati Uniti, condividendo fotografie e video di strade illuminate e spazi decorati, finiscono involontariamente per rafforzare la narrativa promozionale del regime, che tenta di nascondere dietro luci e colori la realtà di una crisi umanitaria profonda.

Il caso emblematico di Nuriya

Nel frattempo, mentre si spendono risorse per l’estetica urbana, una larga parte della popolazione affronta fame e indigenza. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), nel 2026 circa 21,9 milioni di persone — quasi il 45% della popolazione afghana — avranno bisogno di assistenza umanitaria.

Un caso emblematico delle conseguenze della povertà è quello di Nuriya, una giovane della provincia di Helmand, nel sud del Paese. Negli ultimi tre anni è stata costretta a vestirsi da uomo e a tagliarsi i capelli corti per poter lavorare in un caffè, dal momento che alle donne è vietato lavorare in gran parte dei settori pubblici e privati. La sua scelta non era un gesto di ribellione, ma un tentativo di sopravvivenza.

Le autorità talebane di Helmand l’hanno arrestata e hanno diffuso un video in cui la giovane spiega di aver agito per necessità, a causa della povertà e dell’assenza di un capofamiglia. Racconta di lavorare da tre anni nello stesso locale, percependo uno stipendio mensile di diecimila afghani, e di non avere altra alternativa. «Non lo faccio per capriccio», dice nel video. «Mio padre è morto, non ho nessuno.»

Da allora non si hanno più notizie di lei.

Il caso di Nuriya mostra come il divieto di lavoro imposto alle donne le spinga verso scelte forzate e rischiose. E mentre la leadership talebana continua a privilegiare una rigorosa interpretazione della sharia, senza aperture sui diritti e le libertà femminili, nei discorsi pubblici invita i cittadini benestanti ad aiutare i poveri e sollecita questi ultimi ad accettare la propria condizione senza lamentarsi.

Tali appelli, tuttavia, contrastano con la destinazione di gran parte delle risorse disponibili verso spese per la sicurezza, progetti simbolici, decorazioni urbane e opere di forte valore propagandistico. Investimenti che non affrontano le necessità fondamentali della popolazione, ma rafforzano l’immagine e il controllo del potere.

Scuole talebane: formare una generazione estremista e cancellare l’identità di un popolo

Adela Ayub Hakimi, Shafaqna Afghanistan (شفقنا افغانستان), 9 febbraio 2026

Nel XXI secolo, mentre le società globali avanzano lungo il cammino del progresso fondato su ragione, conoscenza e dignità umana, i cittadini dell’Afghanistan assistono a un ritorno inquietante alle forme più oscure di dominio e violenza organizzata. Il regime talebano, nel silenzio pesante e preoccupante della comunità internazionale, sta portando avanti con rapidità calcolata un progetto pericoloso: l’ingegnerizzazione ideologica di un’intera generazione attraverso una vasta rete di scuole religiose estremiste.

Queste istituzioni, apparentemente centri educativi, sono in realtà strumenti di controllo mentale, repressione identitaria e riproduzione della violenza. L’obiettivo non è l’istruzione, ma il lavaggio del cervello dei bambini, il taglio dei legami con cultura, scienza e pensiero critico, e la formazione di una generazione obbediente, aggressiva e incapace di interrogarsi. Ciò che avviene in queste scuole non è soltanto una crisi educativa: è un crimine sistematico contro i diritti umani, le cui conseguenze minacciano non solo l’Afghanistan, ma anche la sicurezza regionale e globale.

Abusi sistematici sui minori

I talebani hanno trasformato l’educazione in uno strumento di consolidamento del proprio potere esclusivo. Mentre milioni di afghani lottano contro povertà, fame e collasso economico, ingenti risorse vengono investite nell’espansione delle scuole religiose. In questi centri, al posto di scienze, competenze di vita e educazione civica, bambini e adolescenti vengono nutriti con ideologia estremista, sacralizzazione della violenza e obbedienza cieca. Concetti come jihad radicale, odio verso “l’altro” e negazione della dignità umana vengono inculcati sistematicamente.

Le ragazze, fin dall’inizio, ricevono il messaggio dell’esclusione, del silenzio e dell’obbedienza assoluta; i ragazzi crescono con insegnamenti che presentano la donna come inferiore, pericolosa o oggetto di possesso. Questo sistema educativo riproduce e radica un apartheid di genere a un livello più profondo e duraturo.

Accanto a questa tragedia, uno degli aspetti più oscuri e meno documentati riguarda le aggressioni sessuali e gli abusi sistematici sui minori — un crimine che colpisce sia ragazze che ragazzi, in particolare i più piccoli. Rapporti provenienti dall’interno dell’Afghanistan indicano molteplici casi di violenza sessuale in ambienti scolastici religiosi, dove non esistono meccanismi indipendenti di supervisione, né canali sicuri di denuncia, né percorsi di giustizia. I bambini, soprattutto le bambine, sono lasciati completamente indifesi in una struttura chiusa, armata e ideologizzata.

Si tratta di una violazione evidente della Convenzione sui diritti dell’infanzia, della Convenzione contro la tortura e dei principi fondamentali dei diritti umani.

Una rete organizzata di violenza sessuale

Ancora più allarmanti sono le segnalazioni documentate sulla distribuzione di sostanze stupefacenti e di pillole note come “K” tra alcune studentesse, utilizzate per stordirle, renderle dipendenti e facilitare abusi sessuali. Questo rappresenta un grave campanello d’allarme per la comunità internazionale. Drogare le ragazze non solo distrugge la loro salute fisica e mentale, ma le trasforma in vittime silenziose di una rete organizzata di violenza sessuale. Ignorare tali rapporti equivale a chiudere gli occhi su una delle forme più atroci di sfruttamento sessuale minorile nel mondo contemporaneo.

La violenza sessuale non si limita alle scuole. Rapporti credibili denunciano stupri, torture e abusi sessuali contro donne detenute nelle carceri talebane. Donne arrestate per attività civiche, proteste o accuse infondate subiscono umiliazioni, minacce e violenze sistematiche durante la detenzione. Questi atti costituiscono un chiaro crimine contro l’umanità e comportano responsabilità giuridiche e morali dirette non solo per i responsabili, ma anche per le istituzioni internazionali che restano in silenzio.

Il progetto talebano non è soltanto religioso; ha una natura profondamente ostile alla cultura e centrata su un’etnia dominante. L’eliminazione della lingua e della letteratura persiana dal sistema educativo, la distorsione della storia, l’indebolimento dell’identità culturale delle etnie non pashtun e la pressione sistematica sulle minoranze etniche e religiose fanno parte di una pianificata operazione di cancellazione identitaria. Scienze, arti, filosofia, pensiero critico ed educazione civica vengono rimossi per costruire una società silenziosa, sradicata e obbediente. Il risultato è una generazione priva delle competenze necessarie nel mondo contemporaneo, ma vulnerabile all’estremismo, alla violenza e all’instabilità.

Di fronte a questa catastrofe, la risposta della comunità internazionale si è limitata in gran parte a dichiarazioni inefficaci e generiche espressioni di “preoccupazione”. Questo silenzio e questa inattività non sono semplice indifferenza; rappresentano una forma di complicità indiretta con crimini commessi contro donne, bambini e il futuro di un’intera nazione.

Perché non vengono esercitate pressioni reali e mirate? Perché gli architetti di questo sistema educativo e repressivo non vengono perseguiti a livello internazionale per crimini organizzati contro i diritti umani?

Come donna e difensora dei diritti umani in Afghanistan, considero questo silenzio un tradimento evidente dei valori universali di giustizia, dignità umana e diritti fondamentali.

E’ necessario un intervento urgante

Avverto che le conseguenze di questa irresponsabilità non resteranno confinate entro i confini afghani. L’estremismo coltivato oggi nelle scuole e nelle carceri diventerà domani una minaccia transnazionale per la regione e per il mondo. Se la comunità internazionale non si opporrà ora alle violazioni sistematiche dei diritti di donne e bambini in Afghanistan, domani pagherà un prezzo molto più alto.

Il tempo delle dichiarazioni è finito. È necessario un intervento urgente, deciso e coordinato: indagini internazionali indipendenti sulle violenze sessuali in scuole e carceri; responsabilità penale per i responsabili; sanzioni complete contro le strutture coinvolte; sostegno concreto a un’istruzione sicura e indipendente; e percorsi immediati di protezione e salvezza per donne e bambini a rischio.

Il popolo afghano, in particolare le donne, è in prima linea nella difesa dell’umanità. Restare in silenzio davanti alla loro sofferenza è una scelta consapevole — una scelta che influenzerà anche il futuro del mondo.

20 Dalwa 1404 — Hasht-e Sobh

Testimoniare nel tempo della repressione: non voglio che il mondo ricordi solo le statistiche

Gisu, Facebook, 8 febbraio

Feci un respiro profondo; i miei occhi non riuscivano a sopportare la vista dei miei bei capelli mentre venivano tagliati. Le fredde lame di ferro delle forbici affondavano tra le mie ciocche e, con il movimento della mano del parrucchiere, le recidevano senza pietà. Sentivo il peso dei capelli tagliati sulle spalle e, allo stesso tempo, pensavo ai miei dolori che avrebbero dovuto cadere insieme a quelle ciocche. Poi, con la testa più leggera e una sensazione di sollievo mescolata a rimorso, percorsi il sentiero innevato verso casa.

Taglio sempre i capelli per attraversare i giorni difficili; più dei miei pensieri, sono i capelli a pesarmi sul collo. Alla fine di novembre il mio contratto di lavoro è terminato, e questa fine ha coinciso con altri eventi spiacevoli in famiglia che mi hanno ferita profondamente. La pressione economica e il peso psicologico che ne è derivato, le restrizioni sempre più stringenti e la mancanza di opportunità lavorative si sono aggiunte alle mie preoccupazioni quotidiane. Anche solo immaginare di allontanarmi dalla mia professione e dal mio ruolo di giornalista indipendente rendeva la vita ancora più amara.

Sì; questa è la mia vita come donna giornalista indipendente in Afghanistan. Dopo una pausa, un respiro profondo e talvolta giorni di ansia e tormento, decido di ricominciare. Penso a quelle donne che, durante le interviste, cercano di raccontarmi ciò che hanno vissuto e sperimentato come donne afghane; per lasciare alle generazioni future una testimonianza di lotta, resistenza e perseveranza contro le restrizioni, e forse impedire che si ripeta. L’unica speranza che queste storie sopravvivano sono i media indipendenti e i giornalisti che, nonostante tutte le sfide, continuano a lavorare per mantenere viva la voce della resistenza.

Far sentire la voce delle donne

Proprio due giorni fa un’infermiera dell’Uruzgan mi ha scritto che una ragazza, vittima di violenza domestica, era ferita e aveva bisogno di aiuto; dovevamo far sentire la sua voce. Poco dopo, però, mi ha inviato un altro messaggio: la pubblicazione della notizia avrebbe potuto mettere di nuovo in pericolo la vita della ragazza. Sono ancora intrappolata tra la scelta di scrivere di quella violenza o tacere per non peggiorare la situazione della vittima. Questo dilemma mi tormenta.

Negli ultimi quattro anni ho raccontato le esperienze e le testimonianze di molte donne: dalle vittime di violenza domestica alle donne e ragazze imprigionate e torturate per aver protestato contro le politiche del gruppo talebano o con accuse come il “mancato rispetto dell’hijab obbligatorio”.

In questi quattro anni, raccogliere informazioni e proteggere fonti e vittime, mentre le restrizioni contro i giornalisti indipendenti aumentavano di giorno in giorno, è stata una delle sfide più difficili. Uscire di casa per realizzare un reportage o un’intervista e attraversare i posti di blocco dei talebani era come vivere un incubo ricorrente che ancora oggi non mi abbandona. Abbiamo visto come i combattenti talebani violino la privacy dei cittadini, controllando telefoni cellulari — spesso di donne e ragazze — nelle strade di Kabul, talvolta arrivando a perquisizioni corporali per identificare oppositori, manifestanti, giornalisti indipendenti e attivisti civili. Anche io, come giornalista, ho vissuto questa esperienza spaventosa che mi ha portata fino a un centro di detenzione talebano, e sono stata salvata solo grazie all’intervento di mio marito e di mio fratello.

Ho sempre desiderato, come giornalista, adempiere al mio dovere contro l’ingiustizia e la discriminazione, raccontare verità capaci di contribuire al miglioramento della società e al raggiungimento della libertà, affinché la mia famiglia e i miei amici potessero essere orgogliosi di me. Ma negli ultimi quattro anni io e i miei colleghi, come giornalisti indipendenti, siamo stati costretti a lavorare nell’anonimato e a vivere nell’ombra. Sotto il dominio dei talebani, dire la verità e raccontare ciò che accade alle donne e alle ragazze in Afghanistan viene considerato “propaganda contro il regime” e “collaborazione con stranieri” ed è criminalizzato. Così la narrazione delle ingiustizie e delle violenze sistematiche viene soffocata con l’etichetta di “propaganda contro il sistema”. I giornalisti detenuti nelle carceri talebane, di cui non si hanno notizie, sono la prova evidente di questa repressione.

Tempo fa ho ascoltato il racconto della famiglia di un giornalista torturato. Dicevano che per estorcergli una confessione forzata i talebani lo avevano appeso per i piedi e soffocato con un sacchetto di plastica, costringendolo ad ammettere di aver fatto propaganda contro il regime. Dopo le torture, gli avevano imposto di promettere che non avrebbe mai più lavorato come giornalista. Ma questa è solo una parte della realtà: dall’altra, la parte peggiore è quando anche i media, in tali condizioni, abbandonano i giornalisti e le loro famiglie, rendendo le loro vite ancora più difficili.

I nomi, le voci e le paure nascoste dietro ogni notizia pubblicata

Io, come donna giornalista indipendente, non voglio che il mondo ricordi soltanto le statistiche; voglio che ricordi i nomi, le voci e le paure nascoste dietro ogni notizia pubblicata dall’Afghanistan. Voglio dire che il prezzo dello scrivere sotto il dominio talebano non è solo la perdita del lavoro; è vivere nella paura costante, dimenticare il proprio nome, nascondere la propria voce e accettare un’esistenza nell’ombra. Ma sappiamo che proprio lo scrivere e creare narrazioni è ciò che impedisce alla violenza dei talebani di diventare normale.

Voglio anche dire che finché anche una sola donna in questa terra sarà costretta al silenzio, finché i capelli tagliati saranno segno di lutto e protesta, io non smetterò di scrivere. Per me il giornalismo non è un mestiere; è una forma di resistenza, uno sforzo per preservare la memoria collettiva contro l’oblio imposto. Forse non posso cambiare il mondo, ma posso impedire che ciò che abbiamo vissuto venga sepolto senza nome e senza voce. Fino alla libertà, continuerò a raccontare.

«Pane, lavoro, libertà» — «Donna, vita, libertà»

* Gisu (pseudonimo), giornalista di Nimrukh

I talebani iniziano ad applicare il nuovo codice penale

Milad Sayar, Amu TV, 15 febbraio 2026

I talebani hanno iniziato ad applicare il loro nuovo codice penale, recentemente approvato, condannando un uomo nell’Afghanistan occidentale a un anno di carcere e a 39 frustate per aver presumibilmente insultato il loro leader supremo, secondo tre fonti locali e informate.

La sentenza, emessa da un tribunale talebano di primo grado nella provincia di Badghis, sembra essere la prima applicazione nota del nuovo codice da quando è stato formalmente approvato dal leader dei talebani. Nonostante le critiche interne e internazionali al documento, le autorità talebane hanno proceduto con la sua attuazione.

L’uomo, identificato come Abdulkhaliq, figlio di Abdul Qadoos, è residente nel villaggio di Jahandosti, nel distretto di Bala Murghab. Secondo le fonti, avrebbe fatto commenti sul leader talebano durante un raduno pubblico. Un membro dei talebani presente sul posto ha sporto denuncia e Abdulkhaliq è stato fermato sul momento.

Successivamente è stato processato ai sensi dell’Articolo 18 del codice penale talebano e condannato per oltraggio al leader. Il tribunale lo ha condannato a un anno di reclusione e a 39 frustate, hanno riferito le fonti. Non è  chiaro se la fustigazione sia stata eseguita.

Preoccupazioni di religiosi e attivisti per i diritti umani

L’applicazione segue la ratifica del codice penale da parte del leader talebano. Il documento è composto da 10 capitoli e 119 articoli. Diverse disposizioni hanno suscitato preoccupazione tra attivisti, studiosi religiosi e organizzazioni per i diritti umani, che denunciano un ampliamento della criminalizzazione del dissenso, la formalizzazione delle punizioni corporali e un’ulteriore concentrazione di potere nelle mani della leadership.

Dopo l’entrata in vigore del testo, i critici hanno avvertito che alcune norme potrebbero essere utilizzate per reprimere il dissenso e limitare le libertà fondamentali. Le autorità talebane non hanno risposto nel merito delle accuse, ma hanno avvertito che l’opposizione al codice potrebbe comportare conseguenze legali.

«Quando persino la critica a un leader diventa reato, si mette in discussione il diritto dei cittadini a esprimere opinioni e il principio dello stato di diritto», ha dichiarato l’attivista sociale Nargis Haidari. «Attribuire un ruolo intoccabile a un singolo individuo e punire ogni voce contraria contrasta con i principi di una società aperta e responsabile».

Il portavoce talebano Zabihullah Mujahid ha difeso il provvedimento, sostenendo che il codice si fonda sulla legge islamica. «Si tratta di un codice basato sulla Sharia. Chiediamo a chi lo contesta di fare riferimento prima alla Sharia», ha affermato.

Anche alcuni religiosi hanno espresso riserve su specifiche disposizioni. In un video diffuso sui social media, un chierico ha sostenuto che alcune pene previste non sarebbero coerenti con la giurisprudenza islamica e con la scuola hanafita, sottolineando che pene detentive prolungate potrebbero configurare un’ingiustizia con ripercussioni sull’intero nucleo familiare.

Le organizzazioni per i diritti umani segnalano inoltre che il nuovo impianto normativo prevede sanzioni severe per una vasta gamma di reati, attribuendo al contempo ampia discrezionalità alle autorità talebane. Secondo i critici, il rischio è quello di un’applicazione diseguale della legge e di una sostanziale impunità per i talebani e i loro sostenitori.

Finora i talebani non hanno diffuso una replica dettagliata alle accuse mosse da attivisti e osservatori internazionali.

 

Incontri tecnici, gesti innocui: così la legittimazione dei talebani avanza senza clamore

CISDA Redazione 7 febbraio 2026

Si chiude senza sorprese l’ultima edizione del “Processo di Doha”: le parti hanno ribadito posizioni già espresse, senza aperture dei talebani su diritti umani e inclusività, né segnali di concessione o riconoscimento ufficiale da parte dell’ONU.

Non sorprende l’assenza di una dichiarazione ufficiale congiunta con i talebani al termine degli incontri: l’unico terreno di convergenza è stato il tavolo tecnico sulla lotta alla droga, chiuso il 4 febbraio con un accordo limitato al compiacimento per la riduzione della produzione di papavero dichiarata dai talebani – che hanno inoltre affermato senza esitazioni che in Afghanistan non verrebbe prodotta la droga sintetica che ha ormai inondato i mercati mondiali. 

La Sottosegretaria Generale dell’ONU per gli Affari Politici e la Costruzione della Pace, Rosemary DiCarlo, stavolta si è recata a Kabul per incontrare i talebani nell’ambito della continuazione del dialogo internazionale guidato dalle Nazioni Unite per l’interazione tra talebani, ONU e comunità internazionale, il cosiddetto Doha 3.

In particolare ha incontrato il ministro degli Esteri Amir Khan Muttaqi e il ministro dell’Interno Sirajuddin  Haqqani, ma anche diplomatici presenti a Kabul, rappresentanti della società civile afghana e donne che lavorano per le Nazioni Unite. 

L’UNAMA, la Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan, ha diffuso un comunicato in cui ribadisce la continuità dell’impegno diplomatico e del dialogo nel quadro del “Processo di Doha”. Nel testo si riferisce inoltre che Rosemary DiCarlo ha espresso profonda preoccupazione per le restrizioni imposte alle donne in Afghanistan, in particolare per le limitazioni all’accesso all’istruzione, al lavoro e alla partecipazione alla vita pubblica, nonché per il divieto imposto al personale femminile afghano di lavorare per le Nazioni Unite. DiCarlo ha quindi esortato le autorità talebane a revocare immediatamente tali misure e a rispettare i diritti fondamentali delle donne e delle ragazze. 

Inoltre, ha esortato i talebani a rimuovere ogni ostacolo al passaggio dell’assistenza umanitaria e a cooperare con le agenzie delle Nazioni Unite affinché gli aiuti raggiungano senza interferenze le popolazioni in stato di bisogno. Ha quindi ribadito la necessità di mantenere aperto e operativo il dialogo diplomatico nel quadro del “Processo di Doha”, sollecitando una partecipazione concreta dei talebani, in particolare nei gruppi di lavoro tecnici sulla lotta alla droga e sul settore privato. Ha definito il dialogo costante come vantaggioso per tutte le parti interessate coinvolte nel futuro dell’Afghanistan, e ha invitato i talebani ad adempiere agli obblighi internazionali.

Infine ha confermato l’intenzione di convocare una quarta riunione del Processo di Doha, ma senza concedere legittimità politica formale ai talebani.

Da parte loro, le fonti riferiscono che Muttaqi ha rivendicato l’operato politico del suo governo, soffermandosi in particolare sulle misure di sicurezza adottate e sulla gestione dei rifugiati. Ha inoltre ribadito la richiesta alle Nazioni Unite di adoperarsi per la revoca delle sanzioni bancarie imposte all’Afghanistan e di facilitare lo sblocco dei beni afghani congelati dagli Usa. 

Una situazione di stallo

Le trattative sembrano ormai in una situazione di stallo. È lecito chiedersi chi continui davvero a credere nei negoziati e chi li ritenga ancora uno strumento efficace per condizionare le scelte politiche dei talebani. Di certo non la Russia, che ha già riconosciuto il governo talebano; né l’India, la Cina e gli altri Paesi dell’area e del Medio Oriente, che hanno aperto canali diplomatici con Kabul senza mai ritenere prioritario il riconoscimento dei diritti delle donne o l’inclusività del governo come prerequisito per l’avvio di relazioni economiche e politiche con l’esecutivo de facto.

Ma lo scetticismo non sembra riguardare solo questi attori. Nell’ultimo anno, anche alcuni Paesi europei e la stessa Unione europea hanno progressivamente e più o meno apertamente cercato un dialogo diretto e forme di apertura diplomatica verso i talebani, soprattutto con l’obiettivo di contenere i flussi migratori. Analogamente, gli Stati Uniti, pur rivendicando pubblicamente il blocco dei finanziamenti per evitare di sostenere indirettamente un regime considerato terrorista, hanno comunque avviato contatti e intese con i talebani per ottenere la liberazione e lo scambio di prigionieri.

Tutte queste iniziative unilaterali fanno pensare che molti Paesi nutrano scarsa fiducia nella capacità del Processo di Doha e del Mosaico di pace di influenzare le decisioni dei talebani, spingendoli verso aperture sui diritti e sulla democrazia.  La recente introduzione del Codice penale talebano, che istituzionalizza la schiavitù, la divisione in caste e il rifiuto di qualsiasi religione o corrente diversa dall’interpretazione hanafita, rappresentando un ulteriore duro colpo alla speranza di moderare il fondamentalismo dei talebani. 

Anche sulla capacità dell’UNAMA di «promuovere l’obiettivo di un Afghanistan sicuro, stabile, prospero e inclusivo» attraverso il dialogo con le autorità al potere e la gestione dell’assistenza umanitaria, come previsto dalla Valutazione Indipendente commissionata dal Consiglio di Sicurezza e diventata, dal dicembre 2023, la linea guida della strategia politica dell’ONU per l’Afghanistan, persistono molti dubbi, persino tra i membri del Consiglio stesso, che avanzano proposte di cambiamento. 

Nel frattempo, però, il meccanismo non si ferma: il carrozzone procede comunque e già si parla di organizzare il Doha 4 a Kabul. Pur senza un riconoscimento ufficiale del governo talebano, il passo verso una legittimazione de facto sembra avvicinarsi sempre di più. 

Riconoscimento soft

Mentre cresce la pressione affinché i talebani e il loro governo siano chiamati a rispondere delle proprie azioni, e proprio in questi giorni gli esperti del Consiglio dei diritti umani dell’ONU hanno invitato gli Stati a dare voce alle donne afghane e a sostenerne attivamente l’inclusione del reato di Apartheid di genere nel Trattato per la prevenzione e la repressione dei crimini contro l’umanità che nei prossimi mesi entrerà in una fase cruciale, gli Stati “democratici” occidentali e l’UE procedono invece a piccoli passi diplomatici verso un pericoloso riconoscimento di fatto. 

 Tutto avviene tramite la normalizzazione dei contatti e le interazioni apparentemente “tecniche”: incontri di lavoro che si moltiplicano, gesti protocollari insignificanti, immagini ufficiali, pratiche operative che, con il tempo e la ripetizione, assumono più peso delle dichiarazioni ufficiali. Una sequenza di gesti minori e apparentemente neutri che scavalcano le cautele verbali dietro cui si mascherano i diplomatici.

È un riconoscimento soft, perciò non allarma né i politici – sempre distratti da altre emergenze – né l’opinione pubblica internazionale, che non ne viene informata dai media e non percepisce scandalo. Una gestione  dei rapporti volutamente ambigua, che finisce per produrre effetti politici sostanziali senza che nessuno sembri accorgersene.

Fondamentalismo islamico e produzione di stupefacenti in Afghanistan sostenuti dagli Stati Uniti

pravda,ru, Edu Montesanti. Intervista con RAWA, 4 febbraio 2026

L’Afghanistan, il peggior paese per le donne tra 188 paesi al mondo secondo Women, Peace and Security, un’istituzione affiliata alla Georgetown University degli Stati Uniti: questa non è una riproduzione di notizie post-11 settembre, quando l’allora presidente George W. Bush decise di invadere il paese asiatico più di 24 anni fa, presumibilmente per “liberare le donne afghane dall’oppressione”.

Lo scorso 31 dicembre, l’organizzazione americana ha affermato nel suo rapporto annuale che, esaminando la situazione delle donne in base a tre indicatori principali, inclusione, giustizia e sicurezza, lo studio dimostra ancora una volta che le donne e le ragazze, tra i gruppi sociali più vulnerabili in Afghanistan, si trovano nella posizione più bassa a livello mondiale in termini di sicurezza e accesso alla giustizia.

In Afghanistan, il diritto delle donne al lavoro e all’istruzione è stato gravemente limitato, e le ragazze e le donne sono state quotidianamente e atrocemente violentate e uccise dai talebani e da altri misogini. Persino l’accesso all’assistenza sanitaria è diventato sempre più difficile per le donne e le ragazze afghane. “Un clima di paura impedisce a molte donne persino di uscire di casa”, ha riferito UN Women lo scorso agosto.

Una tragedia che si ripete anno dopo anno nell’unico Paese al mondo in cui vige l’apartheid di genere. A lungo fuori dalle notizie internazionali, dopo un’isteria mondiale – iniziata con i media statunitensi che facevano eco alla Casa Bianca, poi dettavano legge ai media mondiali – quando la “Guerra al Terrore” era il fulcro della “politica” estera statunitense.

“Valori come “democrazia”, ​​”diritti delle donne” e “diritti umani” sono stati semplicemente usati come copertura per far sembrare umanitari l’invasione e l’occupazione”, afferma Friba, una leader delle donne afghane, a proposito dei 20 anni di occupazione statunitense nel suo paese, ora più che mai lacerato, nella seguente intervista.

Secondo la rappresentante della Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (RAWA) in questa intervista, i partiti jihadisti e i talebani sono sostenuti finanziariamente da Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita e addestrati dall’ISI pakistano. “Quando gli Stati Uniti sono arrivati, hanno fatto esattamente ciò che avevano fatto con al-Julani dell’ISIS in Siria: hanno portato al potere i sanguinari leader del fondamentalismo afghano, li hanno vestiti con giacca e cravatta e hanno permesso loro di servire gli interessi dell’Occidente”, racconta Friba.

La vecchia produzione di oppio in Afghanistan e il traffico di eroina sono ancora un grande business gestito dai Talebani, con il loro noto partner fin dagli anni ’80: gli Stati Uniti d’America. Un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine pubblicato lo scorso novembre afferma che la coltivazione di oppio è diminuita drasticamente in Afghanistan da quando i Talebani sono tornati al potere nell’agosto 2021, ma il traffico regionale è in aumento con l’aumento della produzione di droghe sintetiche, in particolare metanfetamine, e i sequestri in Afghanistan e dintorni erano superiori del 50% alla fine del 2024 rispetto all’anno precedente.

«Gli Stati Uniti, oltre a collaborare con i principali narcotrafficanti internazionali, sostengono e addestrano anche i gruppi locali coinvolti nella produzione di stupefacenti», afferma Friba, spiegando in dettaglio come storicamente gli USA si alleino con gli spacciatori afghani.

Nulla del genere è all’ordine del giorno della Casa Bianca. Nemmeno una parola del presidente Donald Trump. Lui che giustifica i diritti umani e la lotta alla droga in altre parti del mondo, per espandere illegalmente e brutalmente le basi militari statunitensi e imporre i propri interessi, rovesciando i governi locali violando le leggi internazionali e persino la Costituzione degli Stati Uniti.

“Gli Stati Uniti non possono presentarsi come paladini della lotta al terrorismo. La CIA, l’MI6, il Mossad e le agenzie di intelligence alleate non hanno mai smesso di finanziare, armare, addestrare e promuovere questi agenti regionali”, denuncia il rappresentante di RAWA nella seguente intervista.

Edu Montesanti: Descrivi la crisi umanitaria in Afghanistan, confrontando la situazione attuale con quella precedente all’occupazione statunitense del 2001, promettendo di portare la democrazia nel Paese, in particolare di liberare le donne afghane dall’oppressione.

Friba: Da oltre quarant’anni il popolo afghano brucia tra le fiamme della guerra, della povertà, della disoccupazione, della mancanza di una casa e della migrazione forzata, e questa insopportabile sofferenza continua con la stessa intensità ancora oggi.

I partiti jihadisti e i talebani, sostenuti finanziariamente da Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita e addestrati dall’ISI pakistano, hanno ridotto l’Afghanistan in rovina e spianato la strada all’invasione militare degli Stati Uniti e della NATO. Il fondamentalismo islamico, che ha costituito la base dell’influenza statunitense e occidentale in Afghanistan ed è stato rafforzato con dollari e armi dalle potenze imperialiste, è stato fonte di innumerevoli tragedie.

Le fazioni jihadiste e talebane hanno saccheggiato le ultime risorse rimaste all’Afghanistan e trasformato la vita della popolazione in un inferno. Ma quando gli Stati Uniti sono arrivati, hanno fatto esattamente ciò che avevano fatto con al-Julani dell’ISIS in Siria: hanno portato al potere i sanguinari leader del fondamentalismo afghano, li hanno vestiti in giacca e cravatta e hanno permesso loro di servire gli interessi dell’Occidente.

Naturalmente, ha anche permesso loro di dedicarsi liberamente a ogni forma di corruzione e criminalità. In nome della “democrazia”, ​​dei “diritti delle donne” e della “guerra alla droga”, gli Stati Uniti hanno occupato l’Afghanistan. Invece, hanno dato potere a coloro che erano i peggiori violatori della democrazia, ai signori della guerra più misogini e alle figure chiave della mafia della droga, fornendo loro ingenti somme di denaro e risorse.

Negli ultimi vent’anni, gli Stati Uniti hanno fatto tutto il possibile per impedire l’incriminazione dei signori della guerra; al contrario, li hanno sostenuti. [Abdul Rasul] Sayyaf, Atta Mohammad, [Mohammad Younus] Qanooni, [Mohammad] Fahim, Gulbuddin [Hekmatiar], [Abdul Rashid] Dostum, [Burhanuddin] Rabbani, Ismail Khan, [Karim] Khalili, [Mohammad] Mohaqiq, Haji Qadir, Hazrat Ali e molti altri sono stati tra i principali autori di massacri e distruzioni.

Gli Stati Uniti li hanno protetti e hanno impedito la pubblicazione di resoconti che documentavano i loro crimini. Prima dell’occupazione statunitense, il popolo afghano, in particolare le donne, era sottoposto alle più orribili atrocità da parte dei fondamentalisti.

Durante l’occupazione, non solo questa situazione è perdurata, ma anche a causa dei bombardamenti e dei crimini di guerra delle forze statunitensi e della NATO, decine di migliaia di innocenti sono stati massacrati. Rukhshana, Tabasoom, Farkhunda, Marwa, Zainora, Sheema Rezaee, Zulaikha, Mina Mangal e centinaia di altre donne sono state lapidate, uccise a colpi d’arma da fuoco o torturate a morte in presenza dell’occupazione statunitense.

Migliaia di altre donne furono stuprate e abusate, e i tassi di suicidio e autoimmolazione tra le donne raggiunsero livelli record. A causa del predominio dell’ideologia feudale e anti-femminista, anche questi episodi raramente raggiunsero i media.

Proprio come le fondamenta delle potenze imperialiste si sono sempre basate su forze corrotte e traditrici, anche in Afghanistan la loro base era costituita da criminali jihadisti e talebani. Valori come “democrazia”, ​​”diritti delle donne” e “diritti umani” sono stati semplicemente usati come copertura per far apparire umanitaria l’invasione e l’occupazione.

Come abbiamo affermato in tutte le nostre dichiarazioni, aspettarsi libertà e prosperità da qualsiasi forza occupante, compresi gli Stati Uniti, è un’illusione e un tradimento del sangue di migliaia di combattenti per la libertà che hanno dato la vita per la liberazione di questo Paese.

Come valuta il ritorno al potere dei talebani dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan? Un fatto storico molto particolare, dopo l’invasione americana, presumibilmente per combattere i talebani, che oggi è solo un tragico errore?

Non consideriamo il ritorno al potere dei Talebani come un “evento storico unico” o un “errore disastroso”. Al contrario, sia prima che dopo la reinstallazione di queste forze medievali, abbiamo chiaramente affermato in diverse nostre dichiarazioni che i Talebani, in quanto forza di riserva dell’imperialismo statunitense, sono stati creati e alimentati da Stati Uniti, Regno Unito, Arabia Saudita e Pakistan.

Questo gruppo combatte per i propri interessi e, quando necessario, tornerà al potere rimuovendo i suoi protetti tecnocratici. Nella nostra dichiarazione rilasciata il 15 agosto 2022, abbiamo chiaramente dichiarato la nostra posizione: l’imperialismo statunitense afferma di essere stato sorpreso dalla caduta di Kabul e dalla fuga di Ghani, ma la realtà è che il piano per consegnare il potere ai talebani era in atto dal momento in cui i leader talebani sono stati liberati da Guantanamo e Bagram, dalla rimozione di terroristi e criminali di guerra dalla lista nera delle Nazioni Unite, all’apertura dell’ufficio di Doha, all’avvio di negoziati multilaterali sotto la supervisione di traditori come Khalilzad, alla firma di un trattato vergognoso con i mostri, al rilascio di 5.000 prigionieri talebani e, infine, al completo passaggio di potere e alla fornitura di 85 miliardi di dollari di equipaggiamento militare di fabbricazione statunitense: tutto è andato esattamente secondo i piani.

Gli Stati Uniti e la NATO, durante la loro occupazione ventennale, hanno mantenuto i talebani come forza di riserva e, con il pretesto di un gioco del gatto e del topo, li hanno segretamente rafforzati.

Nel corso di quegli anni, i talebani hanno commesso innumerevoli atti di terrorismo, attentati suicidi ed esplosioni, prendendo di mira civili afghani innocenti e non gli occupanti americani o della NATO.

Non è un segreto per nessuno che l’imperialismo statunitense e i suoi alleati abbiano insanguinato le loro mani nel creare e sostenere gruppi brutali come i talebani, l’ISIS, Al-Qaeda e le fazioni jihadiste.

Gli Stati Uniti non possono presentarsi come campioni nella lotta al terrorismo limitandosi a eliminare una o due pedine esauste o disobbedienti. L’assassinio di al-Zawahiri a Kabul è stato più un’operazione propagandistica mirata alle elezioni presidenziali statunitensi che un autentico tentativo di smantellare le reti terroristiche.

La CIA, l’MI6, il Mossad e le agenzie di intelligence alleate non hanno mai smesso di finanziare, armare, addestrare e promuovere questi agenti regionali.

Per oltre quarant’anni, i governi di Pakistan, Iran, Turchia e Arabia Saudita hanno svolto un ruolo centrale nell’alimentare questo fenomeno cancerogeno. L’accoglienza riservata dal Pakistan a criminali di guerra e traditori delle fazioni jihadiste, insieme all’esistenza di 30.000 madrase religiose finanziate da fonti americane e alleate, sono una chiara prova del profondo sostegno dell’ISI al terrorismo.

Gli Stati Uniti non hanno abbandonato l’Afghanistan, nemmeno per un secondo, nel tentativo di preservare i propri interessi strategici e contrastare Cina e Russia. Sebbene possano imporre apertamente sanzioni ai talebani e dichiarare di non riconoscerli, continuano a iniettare dollari nel regime con vari pretesti per impedirne il collasso.

Queste potenze imperialiste stanno ora spingendo per la creazione di un cosiddetto “governo inclusivo”, in modo che alcune delle loro spie più esperte possano essere inserite nell’amministrazione talebana.

Inoltre, gli Stati Uniti stanno attivamente rafforzando l’ISIS nella regione. Come riportato dai media, il reclutamento dell’ISIS è triplicato nell’ultimo anno. Il trasferimento di combattenti dell’ISIS dalla Siria al Waziristan e poi nell’Afghanistan orientale dimostra che l’ISIS si sta preparando a diventare il prossimo strumento di caos regionale, volto a esercitare pressione su Cina e Russia. Ancora una volta, sarà il nostro popolo a sopportare il peso di questo terrorismo.

In alcune interviste con me di anni fa, durante l’occupazione americana, hai denunciato il coinvolgimento degli Stati Uniti nella produzione di oppio in Afghanistan e nel traffico di eroina. Per favore, oggi puoi approfondire un po’ di più questa oscura vicenda.

Come abbiamo già affermato, in ogni Paese in cui gli Stati Uniti sono intervenuti, oltre ad altre conseguenze, la coltivazione, la produzione e il traffico di stupefacenti hanno raggiunto livelli senza precedenti. A tal fine, gli Stati Uniti, oltre a collaborare con i principali narcotrafficanti internazionali, sostengono e addestrano anche i gruppi locali coinvolti nella produzione di stupefacenti.

Durante la guerra del Vietnam, ad esempio, Frank Lucas, un importante narcotrafficante, collaborò con le forze armate americane per trasportare grandi quantità di stupefacenti negli Stati Uniti nelle bare dei soldati deceduti (per maggiori dettagli, vedere il film American Gangster). Analogamente, in Afghanistan, gli Stati Uniti pagarono i talebani per proteggere i campi di oppio.

I comandanti americani nelle regioni con estese coltivazioni di droga, come Helmand, utilizzavano le proprie piattaforme mediatiche per dipingere queste aree come insicure. Fornivano ai leader talebani ingenti somme di denaro e armi per impedire alle forze governative di entrare in quei distretti. Dopo la raccolta, gli stupefacenti venivano trasportati verso basi britanniche e poi trafficati negli Stati Uniti e nel Regno Unito a bordo di aerei militari.

Questo contesto spiega perché il capo squadriglia Steve Smith, responsabile senior del controllo del traffico aereo presso Camp Bastion a Helmand, abbia affermato che l’aeroporto gestiva una media di 400 voli al giorno, un numero straordinariamente alto per una provincia remota, rivelando il vero scopo dietro un traffico aereo così intenso.

Per garantire il controllo dei talebani sulle zone di produzione di droga, gli Stati Uniti hanno anche mantenuto stretti rapporti con i principali trafficanti affiliati ai talebani, come Haji Bashir Noorzai.

Di conseguenza, dall’intervento degli Stati Uniti nel 2001 fino al loro ritiro, circa 200.000 ettari di terra sono rimasti coltivati ​​ad oppio e più di tre milioni di uomini e donne afghani sono diventati dipendenti dagli stupefacenti.

Potreste chiedervi: quali benefici traggono gli Stati Uniti dalla produzione di stupefacenti? La risposta è piuttosto semplice. Proprio come la Gran Bretagna, durante le Guerre dell’Oppio, cercò di rendere dipendente la popolazione cinese per dominare il proprio commercio e il proprio territorio, allo stesso modo gli Stati Uniti mirano a rendere i giovani dipendenti da queste sostanze velenose in modo che i paesi possano essere sottomessi uno dopo l’altro con facilità. Cercano anche di rendere la propria popolazione suscettibile alla dipendenza, assicurandosi che nessuno sia più in grado di mettere in discussione i propri crimini, omicidi e sfruttamento.

Alcuni hanno discusso, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa, dell’opportunità di approvare nuove leggi internazionali per impedire ai talebani di commettere crimini: non sembra un’ulteriore distrazione, visto che il problema non è la mancanza di leggi, ma l’applicazione di molte di quelle esistenti per punire i talebani?

In effetti, hai ragione: il nostro problema non sono le leggi in sé. Durante i vent’anni di occupazione dell’Afghanistan da parte della NATO e degli Stati Uniti, sono state redatte decine di leggi, presumibilmente per proteggere le donne. Eppure, tutte si sono rivelate nient’altro che inutili pezzi di carta. I talebani non rispettano la legge né le attribuiscono alcun valore.

Tali resoconti e indagini vengono condotti su richiesta dei sostenitori stranieri dei talebani per minimizzare i crimini, la brutalità, l’oppressione e la ferocia di questo gruppo medievale contro il popolo afghano, in particolare le donne, e per distogliere l’attenzione dalla verità.

Chiunque elabori leggi per questo regime omicida e misogino sta, di fatto, tradendo il popolo afghano, e in particolar modo le sue donne.

Non crediamo in alcun modo che i talebani possano essere riformati attraverso la legislazione. Piuttosto, chiediamo il rovesciamento di questo regime tirannico, anti-femminista, anti-civiltà e anti-umano.

È interessante notare il silenzio del mondo di fronte all’attuale tragedia afghana, soprattutto da parte dei media e della cosiddetta “comunità internazionale”, dopo la frenetica preoccupazione per il Paese in seguito agli attacchi dell’11 settembre, eh, Friba? Come la vede?

Nel mondo odierno, i media aziendali e quella che viene definita “comunità internazionale” sono esclusivamente strumenti al servizio dell’imperialismo, in particolare di quello degli Stati Uniti.

Abbiamo visto come, quando i budget del Dipartimento di Stato americano e dell’USAID sono stati tagliati sotto Trump, le attività di centinaia di organi di stampa sono cessate non solo negli Stati Uniti, ma a livello globale. Questi organi di stampa, dopo la stessa macchina da guerra imperialista, svolgono il ruolo più importante e occulto nel sostenere ondate di barbarie e guerre criminali in tutto il mondo.

I media statunitensi e quelli affiliati all’Occidente parlano di criminali di guerra solo quando ciò serve agli interessi americani. Quando necessario, possono dipingere un noto terrorista sanguinario come al-Julani come un “democratico”, un “difensore dei diritti umani”, un “sostenitore dei diritti delle donne” e un “sostenitore dei diritti delle minoranze”.

Solo due anni fa, il governo degli Stati Uniti aveva messo una taglia di 10 milioni di dollari su Sirajuddin Haqqani (il ministro degli Interni dei Talebani). Eppure, oggi tutti i media, tra cui il New York Times, il Washington Post e vari organi di stampa afghani finanziati dall’Occidente, promuovono Haqqani come un “politico”, un “sostenitore dell’istruzione femminile” e un “moderato”!

Questi stessi media comprati e pagati una volta hanno addirittura bollato Ashraf Ghani come il cervello marcio del mondo, definendolo il “secondo pensatore più intelligente sulla Terra” da un giorno all’altro!

Dopo il reinsediamento dei talebani, la prima mossa degli Stati Uniti fu quella di finanziare diverse testate giornalistiche afghane che trasmettevano dal suolo americano in Afghanistan. Ad esempio, il canale televisivo Amu fu rapidamente lanciato con ingenti risorse e il reclutamento di diverse personalità del mondo dei media formate negli Stati Uniti.

Attraverso trasmissioni satellitari e social media, questo canale ha iniziato a manipolare l’opinione pubblica. Ora glorifica i traditori del cosiddetto regime della “Repubblica” e alcune figure jihadiste in fuga che condividono il terreno ideologico dei talebani e sono esse stesse responsabili della miseria dell’Afghanistan.

In particolare, stanno elogiando Ahmad Massoud, che non ha alcuna reale superiorità sui talebani, preparandolo a diventare un potenziale burattino occidentale per il potere futuro.

Questi media non solo insabbiano i criminali di guerra di secondo e terzo livello, ma sterilizzano anche l’immagine di grandi criminali di guerra come Netanyahu, Trump, Macron e altri.

Nonostante i massacri, la distruzione e la carestia inflitti alla popolazione di Gaza negli ultimi due anni, queste stesse piattaforme mediatiche continuano a presentare Trump come un “amante della pace” e rimangono praticamente in silenzio sull’Olocausto di Gaza.

Quando parlano, attribuiscono tutta la colpa ad “Hamas”, presentandolo come la causa di tutte le sofferenze e delle uccisioni di massa.

Di recente, gli stessi media hanno lanciato campagne di propaganda per insabbiare i Talebani, sostenendo che la coltivazione del papavero da oppio e il traffico di droga in Afghanistan sono diminuiti o quasi cessati. Tuttavia, secondo prove e conversazioni con la popolazione di province remote, queste affermazioni sono false.

In realtà, la coltivazione del papavero è diminuita solo nel primo anno del ritorno al potere dei talebani, anche perché i magazzini dei principali trafficanti (molti dei quali finanziano e appartengono ai talebani) erano già pieni.

Con la riduzione della coltivazione, la domanda di oppio e droghe aumentò, consentendo ai talebani e ai loro sostenitori di trarne enormi profitti.

A nostro avviso, proprio come il clamore mediatico prima dell’11 settembre 2001 era allineato agli interessi politici degli Stati Uniti, l’attuale silenzio mediatico sulla catastrofe in Afghanistan, in particolare sulla terribile situazione delle donne, private dei loro diritti più elementari, escluse dal lavoro e dall’istruzione e uccise con vari pretesti, riflette le stesse politiche e gli stessi interessi degli Stati Uniti e dell’Occidente.

Né la Cina né la Russia si sono opposte al ritorno al potere dei Talebani, e la Russia è stata addirittura il primo Paese a riconoscerli ufficialmente. RAWA insiste da tempo, anche nelle interviste con me, sul fatto che la Russia abbia “i suoi Talebani” in Afghanistan per interessi economici e geostrategici. Può descrivere come operano entrambi i Paesi in Afghanistan in questo momento e come si sono sviluppati i loro legami con i Talebani nel corso degli anni?

Ciò che è chiaro, e che abbiamo ripetutamente sottolineato, è che le forze reazionarie e religiose sono intrinsecamente opportuniste e pronte a svendersi. Sono pronte a concludere accordi in cambio di denaro e privilegi.

In Afghanistan, abbiamo visto come i partiti jihadisti si siano venduti a Pakistan, Stati Uniti, Israele, Iran, Arabia Saudita, Francia e Regno Unito. Hanno lacerato il Paese e lo hanno trasformato in un bagno di sangue. I talebani sono i gemelli ideologici dei jihadisti.

Durante i vent’anni di occupazione statunitense dell’Afghanistan, sia la Russia che la Cina hanno avuto sotto la loro influenza alcune fazioni all’interno dei talebani per proteggere i propri interessi, in particolare per impedire l’infiltrazione dell’ISIS in Asia centrale e ai suoi confini, e per colpire le forze americane. In questo senso, hanno avuto un discreto successo.

Dopo il ritorno al potere dei talebani, sia la Russia che la Cina, che avevano già stretto legami con questo gruppo, si sono rese conto del vuoto lasciato dal loro rivale e hanno colto l’opportunità per portare avanti i propri programmi politici ed economici.

Hanno cercato di tenere a freno i talebani e consolidare la loro influenza in Afghanistan. Queste potenze sanno bene che gli Stati Uniti non cederanno facilmente la presa su questa regione strategicamente vitale, motivo per cui Russia e Cina stanno cercando di usare i talebani contro gli Stati Uniti.

Hanno anche compreso il declino della forza globale degli Stati Uniti e credono di poterli cacciare dall’Afghanistan, un territorio di fondamentale importanza strategica in Asia. La Russia è stata il primo Paese a riconoscere formalmente questo gruppo criminale e terroristico, nella speranza che, offrendo questa legittimità, potesse ulteriormente vincolare i talebani ai propri interessi.

Riteniamo che questi due paesi, e anche l’Iran, siano riusciti in larga misura a influenzare i talebani e a promuovere i loro obiettivi economici, in particolare assicurandosi contratti per le ricche risorse minerarie dell’Afghanistan.

Tuttavia, il loro silenzio di fronte alla tirannia dei talebani, in particolare all’oppressione delle donne, è imperdonabile e non sarà dimenticato dal popolo afghano.

RAWA è molto preoccupata per un gruppo di donne afghane, etichettandole come “traditrici” e “ancora più dei talebani”. È una cosa seria, non una notizia dei media mondiali. Per favore, Friba, dicci chi sono, cosa stanno facendo, dove e, se possibile, cita i loro nomi.

Sì, cara amica, RAWA ha ripetutamente sottolineato che le donne che agiscono per interessi personali e sono finanziate dall’Occidente, come Mahbouba Seraj, Shahrzad Akbar, Habiba Sarabi, Mari Akrami, Nargis Nehan, Farkhunda Zahra Naderi, Sima Samar, Shukria Barakzai, Rangina Hamidi, Zarifa Ghafari, Asila Wardak, Roya Rahmani, Adela Raz, Naheed Farid, Shahgul Rezai, Sharifa Zormati, Fawzia Koofi, Shinkai Karokhail, Manizha Bakhtari e altre che partecipano a conferenze e programmi internazionali sotto il nome di “rappresentanti delle donne afghane”, ricevono premi, sono state promosse e sono tutte traditrici degli interessi delle donne prigioniere dell’Afghanistan.

Sono collaboratrici e difensori degli interessi occidentali e dei loro burattini jihadisti e talebani. La maggior parte di queste donne, insieme a un gruppo di uomini, è stata nutrita dall’Occidente durante i vent’anni di occupazione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti e della NATO.

Alcune di loro sono state formate anche grazie alle borse di studio Fulbright e Chevening, e in seguito hanno ricoperto incarichi governativi nei regimi fantoccio di Hamid Karzai e Ashraf Ghani. In linea con gli interessi occidentali, la loro missione era giustificare l’occupazione militare dell’Afghanistan e presentarla come una difesa dei diritti delle donne afghane e della democrazia. In quanto pseudo-intellettuali filo-occidentali, stavano edulcorando gli invasori USA/NATO e i loro burattini.

Il loro obiettivo era influenzare il pensiero delle donne in modo tale che sostenessero le forze di occupazione americane e accettassero i loro governi fantoccio. Per anni, hanno lavorato per instillare la cultura e l’ideologia tossiche dell’imperialismo e del fondamentalismo nelle menti dei nostri giovani, deviando così le lotte rivoluzionarie, indipendentiste e progressiste dal loro vero percorso.

Queste donne hanno fondato ONG e cosiddette “organizzazioni della società civile”, attraverso le quali hanno ricevuto ingenti somme di denaro da donatori occidentali a nome delle donne afghane, trasformando la lotta in un business. Di conseguenza, sono diventate parte di una classe privilegiata che vive nel lusso e negli agi.

Queste stesse donne opportuniste si nascondevano accanto ai principali criminali jihadisti del regime corrotto e fantoccio di Ashraf Ghani, recandosi a Dubai, in Qatar e a Mosca per i cosiddetti “colloqui di pace” con i talebani.

Seguendo i desideri dei loro padroni americani e britannici, fecero propaganda a favore dei talebani, parlando della loro “natura cambiata” e persino elogiando la loro “fragranza” e i loro “vestiti di lusso” al popolo!

Queste donne ornamentali si sono presentate sui media per parlare degli ottimi programmi dei talebani per le donne afghane. Tuttavia, prima che gli Stati Uniti e l’Occidente restituissero nuovamente il potere ai talebani, sono state rispettosamente evacuate in Occidente a bordo degli stessi aerei americani che in precedenza avevano sganciato bombe e fuoco sul popolo afghano.

Negli ultimi quattro anni hanno operato da lì come portavoce dell’America, cercando di confondere e manipolare l’opinione pubblica.

Pensi che queste donne siano state finanziate per comportarsi in questo modo? Se sì, da chi?

Sì, siamo certe al cento per cento che a queste donne, in cambio di denaro, premi, posizioni e futuri incarichi nei governi stabiliti dagli Stati Uniti e dall’Occidente, è stata assegnata la missione di agire in base alle loro politiche e ai loro interessi.

Gli Stati Uniti, la Francia, la Germania, il Regno Unito e altri paesi imperialisti promuovono e glorificano queste donne proprio perché fungono da pedine per loro.

RAWA continua a impegnarsi a favore delle donne in tutto il Paese? Descrivi i rischi che RAWA ha dovuto affrontare nel tempo a causa di questo lavoro.

Sì, fin dal primo giorno abbiamo creduto nella lotta e nel potere inespresso delle nostre donne e continuiamo a percorrere questa strada con determinazione, nonostante tutti i pericoli.

Oggi, RAWA continua il suo lavoro di sensibilizzazione e mobilitazione delle donne. Organizziamo corsi segreti di politica e formazione sia a Kabul che nelle province. In caso di emergenze, come inondazioni, terremoti, epidemie di malattie infettive e così via, forniamo assistenza medica, cibo e vestiario alle comunità colpite attraverso un team di soccorso dedicato, facendo tutto il possibile per contribuire a curare le loro ferite.

Anche la sensibilizzazione mediatica e la sensibilizzazione politica sono parte essenziale del nostro lavoro. Crediamo che il regime talebano, dominato dall’ignoranza e dalla barbarie, crollerà sotto la pressione della resistenza e della lotta del popolo. Il popolo afghano odia profondamente il regime corrotto e medievale dei talebani, che ha privato la società di ogni libertà e l’ha trascinata nell’oscurità dell’età della pietra, nella povertà e in sofferenze insopportabili.

Edu Montesanti
Giornalista, Autore, Insegnante, Traduttore
edumontesanti.wordpress.com

[Trad. automatica]

 

L’UNAMA afferma che l’Afghanistan è il terzo paese al mondo per vittime di ordigni esplosivi

amuTV, 3 febbraio 2026, di Ahmad Azizi

La Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) ha dichiarato martedì che l’Afghanistan è il terzo paese al mondo per numero di vittime causate da mine terrestri, ordigni inesplosi e altri residuati bellici esplosivi.

In una dichiarazione, l’UNAMA ha affermato che le mine e i residui del conflitto sono ancora diffusi in tutto il Paese e continuano a uccidere e ferire civili anche anni dopo la fine dei principali combattimenti.

Le Nazioni Unite continuano a sostenere e a promuovere finanziamenti costanti per le organizzazioni non governative coinvolte nello sminamento, ha affermato l’UNAMA, sottolineando che questi gruppi lavorano quotidianamente per rimuovere esplosivi mortali e gestiscono programmi di sensibilizzazione sui rischi per educare le comunità sui pericoli.

Secondo l’UNAMA, i bambini sono i più colpiti, rappresentando circa l’80% delle vittime. Molti rimangono feriti o uccisi dopo essere entrati in contatto con munizioni inesplose mentre giocavano.

L’UNAMA ha aggiunto che una maggiore consapevolezza e un’azione collettiva potrebbero salvare vite umane.

L’allarme fa eco alle precedenti conclusioni del Comitato Internazionale della Croce Rossa, che ha affermato che l’Afghanistan è tra i Paesi più gravemente contaminati da mine antiuomo e ordigni inesplosi lasciati da decenni di guerra. Il CICR ha affermato di continuare a gestire programmi volti a sensibilizzare sui rischi legati agli esplosivi.

L’organizzazione di sminamento Halo Trust ha dichiarato in un rapporto dell’anno scorso che il territorio contaminato da ordigni esplosivi improvvisati in Afghanistan si era esteso a oltre 65 chilometri quadrati, rispetto ai circa 53 chilometri quadrati alla fine del 2022. La contaminazione è stata individuata in 26 province dell’Afghanistan, ha affermato.

Secondo i dati delle Nazioni Unite, l’Afghanistan resta uno dei Paesi più colpiti da mine antiuomo, ordigni inesplosi e altri residuati bellici esplosivi, che rappresentano una minaccia persistente per i civili e rallentano gli sforzi di sviluppo.

Secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite, in Afghanistan circa 6,4 milioni di persone sono a rischio a causa di ordigni inesplosi e circa l’80% delle vittime delle esplosioni sono bambini.

Secondo i dati dei gruppi di sminamento citati da fonti delle Nazioni Unite, ogni mese circa 50 persone muoiono o rimangono gravemente ferite in incidenti causati da esplosioni.

Decine di migliaia di persone sono state uccise o ferite dalle mine antiuomo e dai residuati bellici esplosivi negli ultimi decenni, ha avvertito l’UNAMA, sottolineando la sfida umanitaria e di sviluppo a lungo termine posta da queste armi.

I rimpatri verso Siria e Afghanistan

Riforma.it, 2 febbraio 2026

Una nuova rubrica mensile della Federazione delle chiese evangeliche in Italia su diritto d’asilo e dell’accoglienza. Il primo approfondimento è a cura di Giulia Gori

Questa rubrica mensile nasce per dare uno sguardo a quanto succede in Europa e provare, attraverso gli operatori e le operatrici della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, a tradurre in modo semplice passaggi burocratici, normativi e politici, riguardo alle tematiche del diritto d’asilo e dell’accoglienza. Il primo approfondimento è a cura di Giulia Gori.

Il 22 gennaio scorso a Cipro i ministri degli Interni dell’UE si sono incontrati per una riunione informale del Consiglio per la Giustizia e gli Affari Interni (GAI). Tra i punti all’ordine del giorno, si è discusso di come effettuare rimpatri verso Siria e Afghanistan di persone provenienti da questi Paesi e già sul suolo comunitario. Cerchiamo quindi di capire il contesto di tale dibattito e quanto sta accadendo, oggi, in Europa.

Siria e Afghanistan sono considerati paesi sicuri? È attualmente già possibile rimpatriare le persone verso Siria e Afghanistan?

No, né l’Afghanistan né la Siria compaiono nella lista europea dei “Paesi di origine sicuri”. Non si può quindi assumere che una persona rimpatriata in questi due paesi non rischi di subite atti di persecuzione, tortura o violenza indiscriminata, gravi violazioni dei diritti umani.

La lista europea dei “Paesi di origine sicuri” è uno strumento introdotto il 18 dicembre dello scorso anno nell’ambito dell’applicazione di quanto previsto dal Patto su migrazione e asilo. La lista europea è un elenco unico a livello dell’Unione europea di paesi di origine considerati “sicuri”, inclusi Stati come Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. Le persone provenienti da questi paesi saranno considerate a priori non bisognose di protezione e indirizzate verso una procedura di valutazione accelerata della domanda, senza procedere a esami nel merito (e potranno essere deportate verso “Paesi terzi sicuri”, dove le loro domande di asilo potrebbero essere esaminate).

Ci sono già stati rimpatri di cittadini afghani o siriani?

Purtroppo, sì. La Germania sta procedendo da sola per il ritorno degli afghani. Il ministro dell’Interno tedesco ha affermato che Berlino è vicina a concludere un accordo con le autorità talebane di Kabul per riavviare i voli regolari di deportazione.

Anche il Belgio spinge per un coordinamento a livello UE sull’espulsione di cittadini afghani irregolari e considerati una minaccia per l’ordine pubblico, ottenendo il sostegno di altri 19 paesi, Italia inclusa, che hanno sottoscritto una lettera congiunta indirizzata al responsabile dell’UE per la migrazione, Magnus Brunner.

Anche per i siriani, la situazione non è più semplice. A seguito della caduta del regime di Assad, diversi Stati membri hanno sospeso la valutazione delle richieste di asilo da parte di siriani e hanno annunciato piani per il rimpatrio forzato dei siriani attualmente sotto protezione.

L’Austria è stato il primo paese a spingere con forza per un programma di rimpatrio ed espulsione, sospendendo i ricongiungimenti familiari per i rifugiati siriani arrivati da meno di cinque anni.

Paesi Bassi, Danimarca, Germania e Grecia fanno parte del gruppo di stati che spingono per una stretta sulle procedure di asilo e rimpatri.

L’Italia ha sospeso la valutazione delle nuove richieste di asilo da parte dei siriani, così come, ormai da un anno, gli arrivi dei siriani attraverso il programma dei corridoi umanitari.

Qual è l’impatto sui corridoi umanitari della FCEI?

Dall’inizio del 2025 non ci sono stati arrivi di cittadini siriani attraverso i nostri corridoi umanitari benché in Libano continuino ad esserci centinaia di famiglia siriane che non possono e non vogliono tornare in Siria, perché rischierebbero di subire violenze e gravi violazioni dei loro diritti. Queste persone continuano ad essere nelle nostre liste – dove cioè sono inserite le persone che potranno partecipare al progetto – e al centro dei nostri pensieri e del nostro lavoro quotidiano, ma non possiamo, ad oggi, dare loro risposte concrete. Manteniamo in ogni caso alta l’attenzione verso le persone siriane e continuiamo a occuparcene con il massimo impegno.

Conclusioni

Questi sviluppi sui rimpatri sollevano urgenti interrogativi circa la conformità della condotta degli Stati membri agli obblighi internazionali in materia di rifugiati e diritti umani, in particolare al principio di non respingimento. Come ha ricordato Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, “In virtù del principio di non respingimento, nessuna persona può essere rimandata in una situazione in cui corre un reale rischio di subire danni. Su questa base, il rapido cambiamento delle condizioni nel territorio siriano esige decisioni caute basate su prove”.

Il divieto di controllo delle nascite ha effetti devastanti per le donne afghane

Sana Atef, Mahtab Safi, Mahsa Elham, Zan Times, 29 gennaio 2026

Parwana* non riconosce più i suoi figli. Un tempo nota nel suo villaggio di Kandahar per la sua bellezza, la trentaseienne ora siede sul pavimento della casa della madre, dondolandosi silenziosamente. Dopo nove gravidanze e sei aborti spontanei, molti dei quali causati dalle pressioni del marito e dei suoceri, Parwana è caduta in uno stato di confusione permanente.

“È persa”, dice sua madre Sharifa. “L’hanno distrutta con la paura, con le gravidanze, con la violenza”.

In Afghanistan oggi, la sua storia non è un’anomalia. In tutto il paese, le donne parlano della stessa storia: gravidanze che non possono prevenire, aborti spontanei che non possono curare e violenze a cui non possono sfuggire. Da quando il divieto informale dei talebani sul controllo delle nascite ha iniziato a diffondersi silenziosamente nelle cliniche all’inizio del 2023, i contraccettivi sono scomparsi, le cliniche hanno chiuso e la fame è aumentata. Interviste da sette province rivelano un sistema di salute riproduttiva in caduta libera, dove gravidanze forzate, complicazioni non trattate e povertà implacabile ora definiscono la vita quotidiana. La storia di Parwana è solo un aspetto di una crisi nazionale.

Quando Shakiba*, 42 anni, crolla accanto al fuoco del tandoor mentre cuoce il pane, il suo bambino inizia a piangere. La madre di dodici figli di Kandahar non riesce ad alzarsi senza sentirsi mancare. I capelli le cadono a ciocche. Le ossa le fanno costantemente male. È di nuovo incinta.

La clinica locale non offre più contraccettivi. Suo marito le proibisce di cercarli altrove.


È una delle tante donne colpite dalla silenziosa repressione della pianificazione familiare da parte dei talebani. Il divieto non è mai stato annunciato formalmente, ma è stato riportato dai media nel febbraio 2023. Lentamente e provincia per provincia, i talebani stanno attuando questa politica. All’inizio del 2023, medici e ostetriche di diverse province hanno segnalato lo stesso schema: le forniture arrivavano in ritardo, poi in quantità minori, poi per niente. Tuttavia, questo non è il caso in tutte le province. A Balkh e Takhar, in alcuni distretti, il controllo delle nascite è ancora disponibile.

Nella zona rurale di Jawzjan, un medico che gestisce una clinica da tre decenni afferma che la scomparsa è stata rapida.

Contraccettivi vietati e spariti

“Dopo l’arrivo dei talebani, i contraccettivi hanno iniziato a ridursi. Nel giro di pochi mesi, erano spariti”, racconta. “Prima, almeno 30 donne su 70 che si rivolgevano alla clinica avevano bisogno di contraccettivi. Ora diciamo loro: non abbiamo più niente”.

A Badghis, i combattenti talebani sono arrivati ​​in una clinica privata e hanno ordinato al personale di distruggere tutti i contraccettivi. “Se vediamo che date di nuovo questo alle donne, chiuderemo la clinica”, hanno detto”, ricorda il medico. “Abbiamo smesso immediatamente”.

Due anni fa, dopo che un terremoto ha costretto Zarghona*, 29 anni, a vivere con la sua famiglia in una tenda, è rimasta per tre giorni senza accesso a un bagno e ha sviluppato un blocco intestinale potenzialmente letale. I chirurghi l’hanno operata e hanno avvertito chiaramente il marito: un’altra gravidanza avrebbe potuto ucciderla.

Un anno dopo l’intervento, senza contraccettivi disponibili e con un marito che insisteva di aver bisogno di “una figlia femmina”, Zarghona rimase di nuovo incinta. Trascorse nove mesi nella paura, cercò di interrompere la gravidanza con erbe e zafferano e riuscì a fare solo una visita prenatale. Quando iniziò il travaglio, i medici di Herat le dissero che sia il parto cesareo che quello naturale comportavano un’alta probabilità di morte. Sopravvisse, ma settimane dopo sanguina ancora, non riesce a dormire e vive con dolori costanti.

I medici dicono che non dovrà mai più rimanere incinta. Eppure non ci sono iniezioni, né contraccettivi nella sua zona. “Ho raggiunto la morte e sono tornata in vita”, dice. “Ma sono ancora terrorizzata. Non ho modo di proteggermi”.

Il divieto di contraccettivi si sta diffondendo in un sistema sanitario già sull’orlo del collasso. Secondo le Nazioni Unite e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, oltre 440 ospedali e cliniche hanno chiuso o ridotto i servizi dopo i tagli ai finanziamenti internazionali del 2025.

Per le donne delle province rurali, questo significa dover camminare per ore o partorire in casa, spesso da sole.

A Ghor, dove i villaggi sono isolati dalle montagne e dalle strade fangose, le ostetriche raccontano che le donne sanguinano per giorni prima di raggiungere una clinica. Alcune muoiono durante il tragitto.

La crisi riproduttiva è diventata inseparabile dal collasso economico. La malnutrizione ormai caratterizza ogni gravidanza. Un medico di Jawzjan stima che l’80% delle donne incinte e in allattamento che visita siano malnutrite.

“Soffrono di anemia, carenze vitaminiche, pressione bassa. I loro corpi sono troppo deboli per portare avanti una gravidanza in sicurezza.”

La violenza domestica emerge ripetutamente nelle testimonianze delle donne sia come causa di aborto spontaneo sia come metodo di controllo nelle famiglie in cui le donne non possono scappare, non possono cercare riparo e non possono accedere alla contraccezione.

A Kandahar, Reyhana* racconta di come sua sorella Sakina*, una giovane vedova, sia stata costretta dai suoceri a sposare il cognato. Quando si è opposta, l’hanno picchiata ripetutamente. “Ogni volta che la picchiavano, sanguinava”, racconta Reyhana. “Ha perso il suo bambino”.


L’ostetrica Hamida*, che lavora in un affollato reparto maternità di Kandahar, afferma che la violenza è una delle principali cause di aborto spontaneo che vede.

“Ogni 24 ore assistiamo a oltre 100 parti: fisiologici, prematuri, cesarei e aborti spontanei”, racconta. “Circa sei aborti spontanei si verificano ogni giorno. Molti sono dovuti a percosse. Molti sono causati da donne che trasportano carichi pesanti”.

A Herat, una donna racconta di aver avuto un aborto spontaneo dopo essere stata picchiata durante una lite familiare. In Badakhshan, Humaira*, 38 anni, ha preso la pillola abortiva quando ha scoperto di essere incinta di una bambina. “Mio marito voleva un figlio maschio”, racconta. “Se avessi dato alla luce un’altra figlia femmina, mi avrebbe picchiata o avrebbe divorziato. Così ho comprato le medicine di nascosto”.

Le pillole funzionavano, ma la lasciavano sterile, con sanguinamenti cronici e terrorizzata.

Aborti spontanei e violenza

La sua storia è condivisa dalle donne di Kandahar e Jawzjan che hanno descritto aborti spontanei forzati, autoindotti o dovuti ad abusi, dopo che le ecografie avevano mostrato che il feto era femmina.

A Ghor, una ragazza di 15 anni ha avuto un aborto spontaneo dopo aver trasportato due taniche piene su per una ripida collina.

“Mi vergognavo di dirlo a qualcuno”, racconta. “Quando mia madre mi ha vista, era troppo tardi.”

Nella remota Herat, Shamsia*, 38 anni, racconta di aver lavorato nell’edilizia e nella produzione di mattoni durante le sue gravidanze. “Mia suocera mi ha costretta ad allattare anche il suo bambino”, racconta. “Diventavo ogni giorno più debole”. Quando il medico le disse che aveva bisogno di una trasfusione di sangue, la sua famiglia si rifiutò, definendola “haram”.

Prima del divieto, le cliniche rurali tenevano regolarmente sessioni sulla distanziazione delle nascite. Ora quei programmi sono scomparsi.

“Non ha senso sensibilizzare l’opinione pubblica quando non ci sono medicine”, afferma un medico di Jawzjan. “I talebani non hanno dato ordini scritti, ma la paura è reale. Se parliamo apertamente, potrebbero bloccarci”.

Nelle famiglie già segnate da povertà e violenza, la perdita della contraccezione ha chiuso ogni via d’uscita per le donne. Non possono scegliere quando avere figli. Non possono riposare dopo il parto. Non possono sfuggire agli abusi. Non possono garantire la sicurezza delle loro figlie. E con la chiusura delle cliniche, non possono nemmeno chiedere aiuto.

*I nomi sono stati cambiati per motivi di sicurezza.

*Sana Atef, Mahsa Elham e Mahtab Safi sono pseudonimi di giornaliste afghane.

Freshta Ghani ha contribuito a questo rapporto.

Questo rapporto è stato pubblicato in collaborazione con il Guardian.

Dare un nome all’apartheid di genere

Alto Commissario NU, Comunicato, 19 gennaio 2026

Gli Stati devono garantire la partecipazione significativa delle leader afghane e degli attivisti per la giustizia di genere agli imminenti negoziati sul nuovo Trattato per la prevenzione e la repressione dei crimini contro l’umanità, hanno affermato il 19 gennaio a Ginevra gli esperti delle Nazioni Unite*. Hanno rilasciato la seguente dichiarazione:

“Affinché il Trattato sulla Prevenzione e la Repressione dei Crimini contro l’Umanità sia uno strumento di giustizia trasformativo, non può essere redatto dal nulla. La sua legittimità dipenderà dalla sua capacità di consentire una partecipazione significativa a coloro che vivono le stesse atrocità che il Trattato si propone di affrontare e prevenire. Gli Stati devono pertanto essere solidali con le donne, le ragazze e le altre persone afghane prese di mira in base al loro genere, garantendone una significativa inclusione e tenendo seriamente in considerazione la realtà vissuta sul campo in Afghanistan.

Esortiamo gli Stati membri ad ascoltare gli appelli delle donne afghane, delle persone LGBT+ e di altri attivisti affinché includano il crimine di apartheid di genere nel nuovo trattato.

L’Afghanistan rappresenta uno degli esempi più chiari e urgenti dell’indispensabilità della partecipazione inclusiva delle sopravvissute. Da quando hanno ripreso il potere nel 2021, i Talebani hanno avviato una campagna sistematica e istituzionalizzata volta a cancellare le donne e le ragazze afghane, anche attraverso una pletora di editti restrittivi. Le autorità di fatto hanno vietato alle ragazze l’istruzione oltre la sesta elementare, hanno fortemente limitato il diritto delle donne al lavoro e hanno di fatto criminalizzato la loro presenza nella vita pubblica.

Le voci delle donne afghane nella società civile non sono semplici testimonianze; sono fonti autorevoli ed esperte di primo piano sull’oppressione che subiscono. La loro partecipazione è essenziale per garantire che il diritto internazionale si evolva per affrontare la realtà delle atrocità che si stanno verificando oggi.

Invitiamo tutti gli Stati partecipanti ai negoziati e le Nazioni Unite a garantire la partecipazione inclusiva e sicura delle organizzazioni femminili, anche garantendo pari opportunità di partecipazione alle organizzazioni non accreditate dall’ECOSOC e alle persone con diritto di parola. Gli Stati dovrebbero sostenere la codificazione dell’apartheid di genere come crimine contro l’umanità e sostenere le disposizioni che tengono conto delle questioni di genere in tutto il trattato. Allo stesso tempo, esortiamo gli Stati a rafforzare altre modalità di sostegno alle donne, alle ragazze e alle persone con diversità di genere afghane, anche impedendo attivamente la normalizzazione del regime de facto dei talebani, istituendo percorsi di immigrazione sicuri, legali e a lungo termine e fornendo finanziamenti costanti alla società civile guidata dalle donne.

Dare un nome all’apartheid di genere è un passo necessario per smantellarlo.

Dobbiamo essere solidali con coloro che sono in prima linea, fornendo un nome legale alla loro realtà vissuta, assicurandoci che la comunità internazionale possa ritenere i responsabili responsabili della totalità dei loro crimini”.