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Tag: Afghanistan

Missioni diplomatiche dell’Afghanistan: hanno validità legale?

La continuità delle missioni diplomatiche dell’Afghanistan: perché gli Stati ospitanti non possono invalidare i diplomatici dell’era repubblicana
Sirio, 8AM Media, 16 novembre 2025

I recenti dibattiti sul futuro di diverse ambasciate afghane all’estero, in particolare in Australia, hanno riportato l’attenzione sulla natura giuridica e politica della rappresentanza legittima dell’Afghanistan. Sono emerse idee errate secondo cui gli Stati ospitanti possono rifiutare unilateralmente di rinnovare le credenziali degli ambasciatori nominati durante la Repubblica o porre fine alle loro missioni. Tali supposizioni non sono in linea né con il diritto internazionale. né con le norme consolidate codificate nelle Convenzioni di Vienna.

Il diritto internazionale opera una chiara distinzione tra Stato e governo. Lo Stato dell’Afghanistan, in quanto entità giuridica sovrana nel sistema internazionale, continua ad esistere indipendentemente dai rivolgimenti politici interni. Ciò che è accaduto in Afghanistan nel 2021 è stato il crollo di un governo legittimo e l’ascesa di un regime autoritario, non lo scioglimento dello Stato afghano. Per questo motivo, le missioni diplomatiche nominate durante la Repubblica rimangono i rappresentanti legittimi del popolo afghano e nessun regime autoritario o illegittimo può rivendicare o imporre la successione su di esse.

La Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche del 1961 afferma esplicitamente che l’accettazione di un ambasciatore viene valutata solo nel momento in cui lo Stato di invio presenta la sua richiesta di accordo. Dopo che un ambasciatore è stato formalmente accettato, la sua missione può terminare solo attraverso una dichiarazione ufficiale di “persona non grata”, una misura con un peso politico significativo e invocata solo in circostanze eccezionali. Un cambio di potere nello Stato di invio, soprattutto quando la nuova autorità non è riconosciuta, non costituisce mai un motivo valido per una tale dichiarazione. Pertanto, l’affermazione secondo cui un paese ospitante può rifiutare di rinnovare le credenziali di un ambasciatore o interrompere la sua missione a causa degli eventi politici interni dell’Afghanistan non ha alcun fondamento giuridico valido ed è contraria alle norme diplomatiche consolidate.

Al di là di questi principi giuridici, esiste una realtà innegabile: nessun governo al mondo, ad eccezione della Russia, riconosce il regime autoritario dei talebani. In assenza di tale riconoscimento, il regime non ha né il diritto di nominare rappresentanti diplomatici. né l’autorità di sostituire o invalidare le missioni legittime dello Stato afghano. Allo stesso modo, gli Stati ospitanti non hanno alcuna base giuridica o politica per accettare diplomatici nominati dai talebani, poiché ciò equivarrebbe a un riconoscimento indiretto del regime, un’azione incompatibile con gli impegni in materia di diritti umani e i principi di politica estera di molte nazioni.

La dimensione umana della questione non deve essere oscurata dai dibattiti giuridici. Le ambasciate afghane all’estero, che continuano a operare sotto la guida di diplomatici nominati dalla precedente Repubblica, rimangono un’ancora di salvezza fondamentale per migliaia di cittadini afghani. Le persone si affidano a queste missioni per ottenere passaporti, registrazioni di nascita, verifiche di documenti accademici e legali, certificati di matrimonio, attestati di identità e decine di altri servizi essenziali. La chiusura o l’indebolimento di queste missioni lascerebbe i cittadini afghani in uno stato di apolidia amministrativa, privandoli dei loro diritti più fondamentali, un risultato che contraddice i principi fondamentali dei diritti umani e mina la responsabilità morale e legale degli Stati ospitanti di proteggere le popolazioni vulnerabili.

Da un punto di vista politico, qualsiasi azione che possa essere interpretata, direttamente o indirettamente, come allineata alle preferenze del regime autoritario dei talebani non fa altro che indebolire il popolo afghano e rafforzare le rivendicazioni di legittimità del regime. Tali misure consentirebbero di fatto ai talebani di presentare la chiusura o il declassamento di queste ambasciate come una forma di “riconoscimento implicito”, nonostante le ripetute dichiarazioni della comunità internazionale secondo cui il regime viola sistematicamente i diritti umani e manca di qualsiasi legittimità politica.

Nell’attuale panorama politico, nessun governo ha riconosciuto i talebani come governo legittimo dell’Afghanistan. Le interazioni che alcuni paesi intrattengono occasionalmente con il gruppo sono strettamente de facto: limitate, tecniche e temporanee. Questi rapporti sono motivati principalmente da imperativi di sicurezza, tra cui la lotta al terrorismo, il controllo degli stupefacenti, la gestione delle migrazioni e la sicurezza delle frontiere, o da necessità economiche a breve termine. Tali contatti non costituiscono un riconoscimento politico e non possono conferire ai talebani alcuna autorità sulle missioni diplomatiche dell’Afghanistan. Accettare i rappresentanti nominati dai talebani equivarrebbe, in effetti, a un riconoscimento indiretto, un atto fondamentalmente in contrasto con i principi dei diritti umani, gli standard di politica estera degli Stati democratici e le considerazioni etiche della comunità internazionale. Non sorprende che tali rapporti con i talebani siano in gran parte limitati a regimi autoritari, repressivi o chiusi, privi di valori democratici.

Di conseguenza, la conclusione è chiara e fondata: tutte le ambasciate e le missioni diplomatiche afghane amministrate dai diplomatici dell’era repubblicana rimangono i rappresentanti legittimi del popolo afghano nel sistema internazionale fino a quando non sarà istituito in Afghanistan un governo legittimo, eletto e riconosciuto a livello internazionale. Nessuno Stato ospitante ha il diritto di interrompere il loro mandato sulla base degli sviluppi politici interni in Afghanistan, né può sostituirli con rappresentanti nominati dal regime talebano. Il funzionamento continuativo di queste ambasciate è una necessità legale, etica e umanitaria. Una politica internazionale sana richiede che queste missioni mantengano le loro funzioni legittime in modo che i cittadini afghani all’estero non perdano la loro identità legale o l’accesso alla documentazione essenziale.

 

Dai red carpet alla geopolitica

Cinematografo, 15 novembre 2025, di Marco Spagnoli

Social SurfingGli influencer, con un linguaggio fintamente “autentico”, sono ormai potenti strumenti per plasmare la percezione pubblica, soprattutto tra i più giovani

“La vita quotidiana dell’Afghanistan è funestata dalla povertà e da restrizioni per le donne cui è stata limitata la possibilità di avere un’educazione e di svolgere funzioni pubbliche”. Questa frase a dir poco eufemistica e riduttiva nella migliore delle ipotesi che, di fatto, nega e, forse, perfino avalla involontariamente la violenza, l’oscurantismo e l’orrore della condizione delle donne e, dunque, della società nello sventurato paese asiatico è parte di una serie di video con sinuosa musica jazz di sottofondo e una tazza di caffè in mano volti a spiegarci come va il mondo (davvero) e come potete sapere qualcosa di ogni nazione sulla Terra a partire dall’Afghanistan… (lettera A).

L’elegante e avvenente autrice è una giovane autodichiarata “nerd” di politica internazionale dall’accento, dai modi e dalla spocchia colonialista tipicamente british che in altri video ci insegna anche, forse, con migliore fortuna le buone maniere a tavola. Una clip visionata da oltre 350.000 persone con commenti entusiastici dove non si tiene conto che in due minuti non si può raccontare la complessità della Storia e della politica e non si deve, laddove è necessario, tacere dinanzi all’orrore della dittatura e della sopraffazione quotidiana. Del resto, come stupirsi?

In un’era in cui i media tradizionali sono sotto costante attacco su ogni fronte e perfino quotidiani rispettati raccontano, con dovizia di dettagli da tempesta ormonale, gli inseguimenti di avvenenti influencer di star hollywoodiane, anziché scrivere una qualche considerazione sul contenuto del film in cui è presente quell’attore, questa è la nuova normalità. Hai un problema come un’invasione, un genocidio, una società tribale che bastona le donne, impedisce alle bambine di studiare e spaccia oppio in tutto il mondo? Ci pensano gli influencer che dopo avere ammazzato il giornalismo serio, oggi, si fanno pagare per riscrivere a colpi di video cretini e ammiccanti la geopolitica internazionale.

Una mossa che avrebbe lasciato esterrefatto pure Goebbels e che oggi, invece, è lì a portata di mano per autocrati, assassini, dittatori, generali senza scrupoli: negli ultimi dieci anni, la comunicazione politica e militare ha, di fatto, subito una trasformazione radicale. Se un tempo la propaganda passava principalmente attraverso i media tradizionali, oggi si sfruttano figure carismatiche sui social media per veicolare messaggi mirati. Gli influencer – con milioni di follower e un linguaggio diretto, emotivo e fintamente “autentico” – sono diventati strumenti potenti per plasmare la percezione pubblica, soprattutto tra i più giovani. Israele e i talebani, pur operando in contesti e con obiettivi molto diversi, hanno entrambi utilizzato questa strategia per “rinnegare” o reinterpretare narrazioni storiche e fatti documentati, cercando di sostituirli con versioni più favorevoli ai propri interessi.

Verosimilmente il video citato all’inizio di questo articolo non è parte dell’aberrante operazione di maquillage istituzionale di Kabul, ma poco importa: l’esito è, in fin dei conti, molto simile a quello di chi suggerisce più o meno esplicitamente che l’Afghanistan sia un bel posto dove andare a fare una vacanza e che i talebani – in fondo – sono solo ragazzi “che hanno sbagliato”, ma che oggi stanno ritrovando la retta via. Dopo la riconquista dell’Afghanistan nell’agosto 2021, questi ultimi hanno ben compreso l’importanza di controllare o comunque provare ad influenzare la narrazione internazionale.

Oltre ai portavoce ufficiali, hanno iniziato a utilizzare figure popolari sui social – spesso giovani afghani o simpatizzanti all’estero – per diffondere un’immagine “normalizzata” del loro governo. Racconti di vita quotidiana: influencer che mostrano mercati pieni, scuole “aperte” (solo per maschi), e città, finalmente, “sicure” sotto il nuovo regime dove i bambini danzano felici in cerchio a piedi nudi. “Reportage” (Oriana Fallaci perdonaci…) dove viene minimizzata o negata ogni forma di restrizione sui diritti delle donne, della repressione delle minoranze etniche e religiose, e delle esecuzioni sommarie documentate da ONG.

Tutto questo con il linguaggio comune e “fresco” dei TikToker che scherzano pure sulle esecuzioni e fanno parodie dei rapimenti pur di celebrare il nuovo regime che si presenta come nazionalista” e “anticorruzione”, cancellando la memoria delle violenze degli anni ’90 e dei primi anni 2000. Ovviamente entrando nel campo della comunicazione internazionale così come i simpatizzanti di estrema destra dell’AFD in Germania veicolano messaggi agghiaccianti con belle ragazze e bei ragazzi che ballano al ritmo della techno, qui ci troviamo a vedere utilizzati influencer che non vivono in Afghanistan, ma operano da Paesi occidentali, parlando in inglese o in lingue europee per raggiungere un pubblico internazionale evitando la censura, usando un linguaggio accessibile e con grande autenticità e freschezza negare gli abusi, le violenze e i soprusi soprattutto nei confronti delle donne, delle ragazze, delle studentesse rispedite a calci (ahimé non figurati…) indietro nel medioevo 2.0.

In luoghi dove giornalisti accreditati non possono entrare o dove vengono seriamente minacciati (vedi il caso Cecilia Sala), ecco che si pagano un po’ di influencer per dire che a Gaza si sta benissimo e non ci sono problemi di carestia, che l’Afghanistan è un paese bellissimo, che la Corea del Nord è una nazione dove fare le vacanze e dove non c’è overtourism… Come sia possibile essere arrivati a questo è un altro paio di maniche: l’autenticità percepita degli influencer fa sì (questo nel mondo del cinema succede oramai da tempo) che siano visti come “persone comuni” e non come portavoce ufficiali e tantomeno a pagamento. Al tempo stesso, i contenuti social raggiungono milioni di persone in poche ore e gli algoritmi rafforzano le convinzioni preesistenti, riducendo l’esposizione a fonti contrarie.

Eppoi c’è anche un bias cognitivo: così come in politica un sound byte, ovvero una dichiarazione è più efficace di un lungo discorso, le immagini e i video brevi, da toni forti, accattivanti, rassicuranti e perfino sexy colpiscono più delle analisi lunghe e complesse. In più l’assenza di giornalisti indipendenti impedisce di verificare la veridicità delle affermazioni degli influencer, che oltre a fotografare una cosa per un’altra, ripetono come nella Fattoria degli Animali di Orwell frasi che hanno letto prestampate nei loro profumati e grassi contratti. Il risultato è una narrazione alternativa che, pur contestata da osservatori e organizzazioni internazionali, riesce a sedimentarsi nell’immaginario di milioni di persone, influenzando la percezione della realtà e, potenzialmente, le decisioni politiche e diplomatiche.

Un cambio di paradigma inquietante che, pur essendo stato denunciato nella sua fenomenologia dalla stampa internazionale, ONG e da tante istituzioni, segna l’inizio di un’epoca inquietante in cui tutti parlano di tutti, ma mentre una cosa (forse non meno grave) è mandare la gente a vedere un film non riuscito o a banalizzare il gusto e l’estetica artistica, un’altra è legittimare la violenza, il sopruso e la giustizia sommaria contro donne, bambini, dissidenti, innocenti.

E dire che, come ci ricorda il giornalista (vero) Edoardo Giribaldi, in un articolo pubblicato sull’Huffington Post, “trent’anni fa il governo dei talebani eliminava televisioni e antenne paraboliche: nel 1998, infatti, i Talebani incaricavano il Ministero per la promozione della Virtù e la prevenzione del Vizio di ‘distruggere’ ogni tipo di televisore, registratore, videocassetta ed antenna parabolica in mano alla popolazione. Le autorità governative ritenevano che tramite i media le persone potessero venire indotte in comportamenti che violassero le interpretazioni talebane del Corano e della Shari’a. Mentre oggi si sfruttano le nuove piattaforme per ripulire la propria immagine agli occhi della comunità internazionale”.

Una nuova propaganda subdola e difficile da eliminare che oltre ad avere danneggiato la cultura, oggi, continua ad erodere la Storia. Come ci avevano avvertito Ray Bradbury e George Orwell… e non è più (solo) fantascienza.

La guerra segreta della CIA ai papaveri afghani, il piano costoso poi fallito

La V0ce di New York, 15 novembre 2025, di Dania Ceragioli

Per vent’anni, nei cieli dell’Afghanistan non sono caduti soltanto missili e ordigni. Fra un bombardamento e l’altro, spesso si diffondevano minuscoli semi di papavero: miliardi di granelli protettivi per indebolire il traffico di eroina. Non era una leggenda contadina, ma una delle operazioni più riservate condotte dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre, un programma che, come raccontato dal The Washington Post , avrebbe dovuto trasformare il cuore dell’economia dell’oppio afghano intervenendo direttamente sulla genetica delle coltivazioni.

Dal 2004 al 2015, la CIA ha lanciato dall’alto sementi selezionate per generare piante quasi private degli alcaloidi necessari alla produzione di droga. Una strategia definita da alcune fonti del giornale americano come un tentativo “creativo e non militare” per indebolire la base finanziaria dei talebani, e allo stesso tempo tagliare alla principale fonte di “polvere bianca” destinata ai mercati europei e asiatici.

In base a quanto riportato, quattordici persone che erano a conoscenza dell’operazione, tutte rimaste rigorosamente anonime, hanno confermato che l’iniziativa fu autorizzata direttamente dall’ex presidente George W. Bush attraverso un documento classificato. Il programma prevedeva voli notturni, spesso con aerei cargo britannici, per disperdere i microscopici bambini senza essere intercettati e senza attirare l’attenzione degli agricoltori.

Le piante nate da quei semi non solo avevano un contenuto di morfina insignificante, ma erano anche progettate per germogliare prima e produrre fiori più appariscenti, così da indurre i contadini a conservarne e ripiantarne i derivati. L’obiettivo dichiarato era quello di far incrociare le nuove piantagioni con quelle locali, facendole divenire nel tempo dominanti e indebolendo il raccolto dei trafficanti.

Fonti citate dal quotidiano sostengono che in alcuni periodi, in particolare tra il 2007 e il 2011, l’ambizioso progetto sembrò funzionare: le superfici coltivate diminuivano sensibilmente, e le intercettazioni registravano la frustrazione dei produttori. Qualcuno lo definisce un raro esempio di “pensiero fuori dagli schemi” all’interno della guerra alla droga.

Il piano era talmente riservato che, perfino alti funzionari del Pentagono e del Dipartimento di Stato affermano di non esserne mai stati informati. Intanto, il costo dell’operazione lievitava: tanto che negli anni finali la CIA tentò di coinvolgere altre agenzie per coprire spese come carburante e manutenzione. Gli Stati Uniti, dal 2001, si stima abbiano speso circa 9 miliardi di dollari nel contrasto alla lotta all’eroina che uscì dalla Nazione,

La segretezza non impedì però la diffusione dei sospetti nelle campagne afghane: per anni si mormorò che “gli stranieri avrebbero adulterato i campi”, modificando fertilizzanti o spargendo sostanze sconosciute. Una versione che, alla luce dei fatti, non era così distante dalla realtà.

Il contesto, ricostruito dal Washington Post , appareva come un intrico di responsabilità sovrapposte, tensione tra le diversi organismi federali e profonde divergenze con gli alleati: alcuni spingevano per l’irrorazione di erbicidi, altri mettevano in guardia dai possibili danni alle comunità rurali e altri ancora, ritenevano invece prioritario mantenere il controllo militare delle aree sensibili.

L’intera strategia antidroga in Afghanistan, osservano vari funzionari citati, fu minata da dispute politiche, dall’instabilità del governo Karzai e da un’economia che faceva dell’oppio un pilastro quasi insostituibile. Mentre Washington combatteva per ridurre i raccolti, i talebani continuavano ad autofinanziare la loro insurrezione grazie al “gasdotto dell’eroina”.

Alla fine, il programma dei semi “sterili” non resistette ai tagli di bilancio, quando venne chiuso, nel 2015, i raccolti avevano ricominciato a crescere. Un rapporto del 2018 dell’ispettorato speciale statunitense per la ricostruzione del Paese che non era stato informato dell’operazione segreta, concluse che nessuna delle iniziative antinarcotici americane aveva provocato “riduzioni durature” della produzione di oppio.

Quando gli USA lasciano il territorio nel 2021, la sostanza rappresentava ancora fino al 14% del PIL afghano e anche il divieto imposto dai talebani nel 2022 ha solo temporaneamente fermato le coltivazioni, poi rimbalzate l’anno successivo, spostandosi verso altre regioni.

Il fragile diritto all’apprendimento: come ai bambini afghani viene sistematicamente negata l’istruzione in Iran

Zan Times, 14 novembre 2025, di Homa Majid

Ho accompagnato una donna afghana di nome Maryam al Dipartimento dell’Istruzione del suo distretto e alla scuola che un tempo frequentava suo figlio dodicenne, Mohammad. Originaria di Mazar-e-Sharif, Maryam vive in Iran da 24 anni. Quest’anno, a suo figlio è stata negata l’iscrizione. Maryam sperava che avere un cittadino iraniano al suo fianco potesse facilitare la procedura.

Portava con sé una lettera di raccomandazione rilasciata dal Ministero dell’Interno, che suo marito aveva ottenuto dopo aver trascorso 10 estenuanti giorni in fila e suppliche presso l’ufficio responsabile del rilascio di questi certificati per i bambini afghani. Maryam consegnò la lettera al funzionario responsabile delle scuole primarie e chiese una raccomandazione scritta affinché Mohammad potesse essere iscritto alla sua ex scuola, la Be’sat Elementary.

Il funzionario ha chiesto i documenti della famiglia: quelli di Maryam, di suo marito e di Mohammad. Il marito aveva un passaporto, ma lei e suo figlio avevano solo le ricevute del censimento, che sono documenti di registrazione temporanei. Dopo aver esaminato tutti i documenti, il funzionario ha detto senza mezzi termini: “Le scuole non iscrivono persone con due tipi diversi di documenti”.

Maryam chiese: “Allora perché il Ministero degli Interni ci ha dato questa lettera di segnalazione?”

Il funzionario alzò le spalle. “Non so nemmeno perché vi lascino stare qui”, rispose. “In ogni caso, vostro figlio non verrà iscritto.”

Decenni di incertezza
Negli ultimi quattro decenni, l’istruzione dei bambini afghani in Iran è stata segnata da una costante incertezza. Nonostante l’adesione del governo iraniano alla Convenzione sui diritti dell’infanzia all’inizio del 1994, il diritto all’istruzione dei bambini rifugiati è stato ripetutamente minato dall’orientamento delle politiche statali verso i cittadini stranieri.

In alcuni anni, alle scuole è stato imposto di accettare tutti i bambini, indipendentemente dal fatto che avessero o meno documenti ufficiali. In altri, soprattutto di recente, le autorità hanno imposto severe restrizioni al diritto all’istruzione in base allo status di residenza delle famiglie. Anche la possibilità per i bambini afghani di studiare gratuitamente o di pagare tasse aggiuntive per “studenti stranieri” è variata arbitrariamente di anno in anno.

Dal 2006, il numero di studenti non iraniani nelle scuole iraniane è aumentato costantemente. Quest’anno, a seguito dell’espulsione di massa degli afghani dall’Iran, le iscrizioni degli studenti afghani sono diminuite di oltre il 50%. Il 4 novembre, il Ministero dell’Interno ha annunciato: “L’anno scorso, c’erano 700.000 studenti afghani nelle nostre scuole. Di questi, 280.000 hanno lasciato l’Iran e quest’anno solo circa 320.000 rimangono iscritti”.

Labirinto burocratico
A fine settembre, le autorità hanno modificato le regole di iscrizione all’istruzione per i bambini in possesso di cedolini del censimento. Se un genitore era in possesso di documenti di residenza validi, come una carta di rifugiato Amayesh, un passaporto familiare o un passaporto di residenza, poteva ottenere una lettera di segnalazione per il proprio figlio da un centro designato a Eslamshahr. La lettera di Mohammad era stata emessa in base a questa politica.

Confidando nella validità dell’annuncio di settembre, insistemmo, sostenendo che Mohammad aveva diritto all’iscrizione. Il funzionario ci disse di aspettare fuori mentre controllava la capienza della scuola. Trascorsero dieci minuti, poi venti, senza una parola. Finalmente, un uomo di grado superiore passò di lì, notò i nostri volti ansiosi e capì che l’impiegato ci stava deliberatamente ritardando. Prese la lettera di presentazione, firmò sul retro e scrisse:

“Al caro preside di [nome della scuola], la prego di iscrivere Mohammad … in sesta elementare.”

Il volto di Maryam si illuminò all’istante, cancellando la stanchezza che aveva provato fino a quel momento. Ci avviammo verso la scuola, speranzosi che questo lungo e umiliante processo potesse finalmente concludersi con successo.

Un certificato senza credibilità

Il preside non era a scuola, quindi siamo andati a trovare il segretario scolastico. Quando ha visto la lettera di presentazione e la nota scritta sul retro, ha chiesto i documenti di Maryam e poi ha ripetuto la stessa scusa che avevamo sentito in segreteria: “Non iscriviamo studenti con due tipi di documenti diversi”.

Maryam protestò: “Ci avevate detto che se avessimo portato una lettera di raccomandazione il problema sarebbe stato risolto”. L’impiegato rispose che la decisione spettava al preside. Chiedemmo quando sarebbe tornato. “Un’ora, due ore… forse non tornerà affatto”, fu la risposta.

Maryam e io ci siamo seduti sulle sedie nel corridoio e abbiamo iniziato a parlare. Le ho chiesto cosa le fosse successo durante gli ultimi mesi di turbolenze che i residenti afghani hanno sopportato in Iran. Lei ha risposto: “Eravamo terribilmente preoccupati di essere costretti a lasciare l’Iran. Ormai non ricordo quasi più l’Afghanistan. I miei figli sono nati qui e non l’hanno mai visto. Ogni volta che si presentava la possibilità di andarsene, Mohammad chiedeva se poteva andare a scuola lì. Gli abbiamo detto che la maggior parte delle scuole in Afghanistan sono religiose e che bisogna indossare un lungi e una camicia lunga. Lui diceva sempre che non voleva andarci”.

Suonò la campanella della ricreazione. Bambini bassi e irrequieti uscirono dalle aule e corsero in cortile a giocare. Tra loro notai due o tre bambini afghani. Dissi a Maryam che avevo notato quanto la scuola sembrasse vuota. Mi spiegò che era perché “quest’anno non hanno iscritto molti bambini afghani. Molti dei nostri connazionali vivono in questa zona di Teheran, quindi questa scuola aveva molti alunni afghani. Ma quest’anno non ne è stato iscritto quasi nessuno. Mohammad ha studiato in questa stessa scuola per cinque anni”.

Preoccupata per il probabile rifiuto del preside, Maryam si sentiva disperata: “Voglio dire loro che pulirò la vostra scuola gratis, accettate pure mio figlio”. Le dissi: “Non offrite niente del genere. Abbiamo una lettera ufficiale del Ministero degli Interni firmata da uno dei direttori dell’istruzione. Non dovete loro nulla. Pagheremo anche le tasse richieste”. Chiesi a Maryam di lasciarmi parlare se il preside fosse tornato a scuola.

Dopo un’ora o due di attesa, si è presentato il preside. Gli abbiamo mostrato la lettera di presentazione e i documenti e abbiamo sentito la stessa risposta data dal suo impiegato: “Non iscriviamo persone con documentazione mista. Mi dispiace”. Ho chiesto al preside: “Quindi la lettera del Ministero dell’Interno e la firma del signor X non hanno alcun significato?”

Lui rispose: “Rilasciano le loro autorizzazioni, ma poi un paio di giorni dopo vengono a fare delle ispezioni e mi criticano per aver iscritto un bambino con documenti incompleti o con una scheda del censimento; questo mi crea problemi. Solo lo scorso giugno, su 350 alunni afghani della mia scuola, a 330 è stata negata la pagella finale, nonostante fossero stati ufficialmente registrati”.

Ho detto: “Non si possono avere doppi standard. Il padre del ragazzo ha passato 10 giorni, dalle due del mattino alle due del pomeriggio, in fila a Eslamshahr per ottenere questo documento che ora dici non essere valido. Si è affidato a quello che hai detto. Per favore, permetti a Mohammad di completare il suo ultimo anno di scuola primaria nella stessa scuola dove ha già trascorso cinque anni. Perché è colpa del bambino se le diverse agenzie non riescono a concordare le proprie regole?”

[Trad. automatica]

Islamabad accusa talebani pakistani per l’attentato, Kabul chiude il commercio

Asia News, 12 novembre 2025

Dopo le 12 persone uccise dall’esplosione al tribunale distrettuale, il governo pakistano punta il dito contro Tehrik-i Taliban Pakistan (TTP), formazione accusata di agire col sostegno di Kabul e dell’India. In risposta, l’Afghanistan ha sospeso tutti gli scambi commerciali, bloccando anche le importazioni di farmaci. Mentre un rapporto dell’ONU denuncia una situazione umanitaria sempre più grave tra profughi afghani rimpatriati in estrema povertà e il 90% delle famiglie alla fame.

Islamabad (AsiaNews) – L’Afghanistan ha annunciato che non riprenderà i commerci con il Pakistan in seguito all’attentato che si è verificato ieri a Islamabad. Anche le importazioni di farmaci sono state bloccate, hanno riferito i talebani, nonostante nel Paese la stragrande maggioranza della popolazione viva al di sotto della soglia di povertà.

Il ministro dell’Interno pakistano, sebbene abbia dichiarato che le autorità stiano “esaminando tutti gli aspetti” riguardo all’esplosione, ieri ha incolpato come responsabili “elementi sostenuti dall’India e agenti dei talebani afghani”, riferendosi ai Tehrik-i Taliban Pakistan, conosciuti come TTP, principali responsabili dell’aumento degli attentati terroristici negli ultimi anni. La riconquista dell’Afghanistan da parte dei talebani nel 2021 ha infatti galvanizzato i TTP che puntano a ricreare anche in Pakistan un Emirato islamico su modello di quello afghano.

L’attacco di ieri di fronte al tribunale distrettuale di Islamabad, in cui sono morte 12 persone, ha fatto riemergere una serie di preoccupazioni nell’opinione pubblica: nonostante le diverse operazioni delle forze di sicurezza lanciate nelle aree di confine nel tentativo di eliminare i gruppi terroristici legati al TTP, questi sembrano essere in grado di organizzare attentati nella capitale, che era considerata, come diversi altri centri urbani, un territorio tutto sommato sicuro.

Il TTP ha negato il proprio coinvolgimento, mentre una fazione separatista, la Jamaat-ul-Ahrar, ne ha poi in un primo momento rivendicato la responsabilità, poi smentita dal comandante del gruppo. La Jamaat-ul-Ahrar ha un rapporto conflittuale con i TTP: si era separata come fazione indipendente nel 2014 e aveva scelto come base operativa la provincia afghana di Nangarhar, per poi tornare tra i ranghi nel 2020, ma le recenti dichiarazioni mostrano come i TTP non siano un gruppo unitario, ma un insieme di milizie che a volte perseguono azioni in maniera indipendente. Nel 2022 il leader della Jamaat-ul-Ahrar, conosciuto come Abdul Wadi, era stato ucciso in Afghanistan.

L’attentato a Islamabad, inoltre, ha fatto seguito a un assalto a una scuola militare a Wana, nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa, epicentro delle violenze e degli scontri tra esercito pakistano e talebani. Secondo le autorità i combattenti che hanno preso d’assalto l’istituto (dove centinaia di studenti sono stati evacuati) volevano replicare gli attentati contro le scuole di Peshawar del 2014.

Nel frattempo, il mullah Baradar Akhund, vice ministro per gli Affari economici, ha dichiarato: “Per salvaguardare la dignità nazionale, gli interessi economici e i diritti dei nostri cittadini, i commercianti afghani dovrebbero ridurre al minimo i loro scambi commerciali con il Pakistan e cercare vie di transito alternative. Se, a partire da oggi, un commerciante dovesse incontrare problemi in Pakistan, il governo afghano non ascolterà le sue rimostranze né si occuperà delle sue questioni”. Nel corso della stessa conferenza stampa, il ministro dell’Industria e del Commercio, Nooruddin Azizi, ha rivelato che la chiusura del valico di Torkham, durata un mese, è costata ai commercianti afghani circa 200 milioni di dollari.

Le tensioni tra Pakistan e Afghanistan erano sfociate in un conflitto il mese scorso, a inizio ottobre, quando Islamabad ha lanciato una serie di attacchi, compreso il lancio di una serie di droni contro la capitale, Kabul. Sono poi scoppiati scontri transfrontalieri, a cui la mediazione del Qatar ha messo fine il 19 ottobre, ma una soluzione definitiva non è stata ancora trovata tra i due Paesi, e secondo gli esperti una de-escalation non sembra essere in vista.

Nel frattempo, però, le condizioni di vita della popolazione continuano a essere drammatiche: negli ultimi anni il Pakistan, per fare pressioni ai talebani affinché mettessero fine agli attentati dei TTP (una questione su cui Kabul dice di non avere potere) ha espulso milioni di profughi afghani che avevano trovato rifugio in Pakistan, in particolare dopo il 2021. Circa 4,5 milioni di persone sono rientrate a partire da settembre 2023.

Secondo un rapporto pubblicato oggi dal Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo (UNDP), crisi sovrapposte (povertà cronica, rimpatri involontari su vasta scala, gli shock climatici e catastrofi naturali, il calo degli aiuti e l’esclusione delle donne dalla vita pubblica imposta dai talebani) hanno creato una “tempesta perfetta” che sta aggravando la povertà in tutto l’Afghanistan, al punto che 9 famiglie su 10 soffrono la fame. Più della metà delle famiglie che sono rientrate in Afghanistan rinuncia alle cure mediche per permettersi il cibo, mentre oltre il 90% ha contratto debiti per far fronte alla situazione. I debiti vanno dai 373 a 900 dollari, mentre uno stipendio medio in Afghanistan si attesta sui 100 dollari al mese. La disoccupazione è stimata tra l’80% e il 95% tra le famiglie rimpatriate, di cui una su quattro è guidata da donne, mentre circa il 30% dei bambini è costretto a lavorare. Il 75% delle famiglie rientrate risiede in aree rurali, dove i costi degli affitti sono aumentati dal 100% al 300% in alcune regioni.

Oltre 150.000 afghani sono tornati da Pakistan, Iran e Turchia in 15 giorni

RAWA News, 10 novembre 2025

I rimpatriati chiedono maggiore assistenza e la creazione di opportunità di lavoro.

Abdulmutalib Haqqani, portavoce del Ministero, ha dichiarato a TOLOnews: “Durante questo periodo, 24.787 famiglie sono tornate dal Pakistan, 1.251 dall’Iran e 6 dalla Turchia”.

Tra i rimpatriati non ci sono solo bambini, ma anche adulti come Noorullah e Mohammad Amir, che sono tornati nella loro patria per la prima volta e raccontano le dolorose esperienze di perdita di un rifugio durante la loro vita all’estero.

Noorullah, espulso dal Pakistan, ha dichiarato: “Siamo rimasti al confine per due settimane, poi una settimana a Kandahar e ora quattro giorni qui nel campo di Kabul. Finora, nessun mezzo è arrivato per riportarci nella nostra provincia”.

Mohammad Amir, un altro deportato dal Pakistan, ha raccontato: “La polizia pakistana veniva ogni giorno e ci dava delle scadenze. Un giorno ci dicevano che avevamo una settimana, il giorno dopo tre giorni. Alla fine, ci hanno costretti ad andarcene”.

Mullah Gul, anche lui deportato dal Pakistan, ha dichiarato a TOLOnews: “Il Pakistan ci ha trattato duramente, ci ha preso i soldi e i telefoni solo perché sono afghano?”

I rimpatriati chiedono maggiore assistenza e la creazione di opportunità di lavoro.

Abdulhamid, deportato dal Pakistan, ha dichiarato: “Ci sono molti problemi. Come faranno i nostri figli a sopravvivere a questo inverno? Abbiamo bisogno di aiuto, lavoro e un riparo”.

Gulbuddin, un altro deportato, ha affermato: “Dovrebbero aumentare gli aiuti, quello che stiamo ricevendo non è sufficiente”.

Sebbene il campo di rimpatrio di Kabul ospiti ancora oltre 7.000 persone, i funzionari dell’Emirato islamico hanno chiesto ai paesi vicini di porre fine alle deportazioni forzate dei rifugiati afghani.

[Trad. automatica]

 

 

Influencer occidentali banalizzano la brutale realtà dell’Afghanistan

blue News, 10 novembre 2025, di Lea Oetiker

Sempre più influencer occidentali si recano in Afghanistan e nei loro video mostrano il lato ospitale del Paese. Gli osservatori criticano il fatto che il regime repressivo dei talebani venga ignorato.

Bevono tè con i talebani, sorridono alla macchina fotografica per foto e video, nuotano in laghi blu turchese o addirittura hanno appuntamenti con i combattenti della milizia.

Sempre più influencer – tra cui molte giovani donne – si recano in Afghanistan. I loro filmati ottengono centinaia di migliaia, a volte addirittura milioni, di visualizzazioni.

Anche il travel influencer Harry Jaggard ha visitato l’Afghanistan. Nei suoi video, descrive il Paese come il suo numero uno e sottolinea l’eccezionale cordialità della gente. I suoi contributi sono accolti con grande incoraggiamento e reazioni entusiaste nei commenti.

Da quando, quattro anni fa, i militanti islamisti talebani hanno ripreso il potere a Kabul, un numero impressionante di influencer dei Paesi occidentali è stato attirato in Afghanistan.

C’è anche un calcolo dietro questo fenomeno: mentre i giornalisti e gli osservatori dei diritti umani sono raramente ammessi nel Paese, gli influencer diffondono immagini che banalizzano, o addirittura normalizzano, il regime.

«Il turismo porta molti benefici a un Paese»
«Gli afghani sono calorosi e ospitali e non vedono l’ora di accogliere turisti di altri Paesi e interagire con loro», ha dichiarato il viceministro del turismo Quadratullah Jamal in un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa Associated Press (AP) all’inizio di giugno.

«Il turismo porta molti benefici a un Paese. Li abbiamo considerati e vogliamo che il nostro Paese li sfrutti appieno».

Il turismo è un’importante fonte di reddito per molti Paesi. In Afghanistan però l’isolamento internazionale, dovuto principalmente alle rigide restrizioni imposte dai talebani sulle donne, ha portato gran parte dei 41 milioni di abitanti a vivere in povertà.

Dato che è difficile attrarre investitori stranieri, il Governo riconosce comunque chiaramente il grande potenziale economico del turismo.

9.000 turisti nel 2024
«Attualmente stiamo generando entrate significative da questo settore e speriamo che continui a crescere in futuro», ha dichiarato Jamal. Che ha inoltre sottolineato che la spesa dei visitatori raggiunge più fasce della popolazione rispetto alle entrate provenienti da altri settori.

Sebbene il numero di visitatori sia ancora basso, è in aumento. L’anno scorso quasi 9.000 turisti stranieri hanno visitato l’Afghanistan, mentre nei primi tre mesi di quest’anno sono stati quasi 3.000, ha detto Jamal.

In Afghanistan esistono anche regole chiare per i turisti. Ad esempio è vietato avvicinare o filmare le donne. Molti utenti esprimono anche critiche nei video postati dai viaggiatori e dagli influencer sui social network, soprattutto in considerazione del fatto che il governo del Paese continua a discriminare massicciamente metà della popolazione.

Le donne sono ancora oppresse
Da quando i talebani hanno preso il potere, molti diritti fondamentali delle donne sono stati drasticamente limitati o completamente vietati. Le donne sono in gran parte bandite dalla vita pubblica e la loro libertà di movimento è fortemente ridotta.

Dall’introduzione della legge sulla virtù, avvenuta al più tardi nel 2024, sono in vigore codici di abbigliamento restrittivi e le donne possono uscire di casa solo completamente velate e accompagnate da un uomo.

Inoltre, non possono più andare a scuola a partire dalla sesta classe. Anche i saloni di bellezza sono stati chiusi. Studiare? Vietato. Lavorare? Quasi impossibile.

Non possono praticare sport, guidare, cantare o parlare ad alta voce in pubblico. La legge vieta anche agli autisti dei mezzi pubblici di trasportare le donne senza una scorta maschile.

Alla fine di dicembre 2024, i talebani hanno preso un’altra decisione controversa: un nuovo decreto vieta l’installazione di finestre negli edifici residenziali attraverso le quali si possano vedere le aree utilizzate dalle donne.

In futuro, i nuovi edifici non potranno più avere aperture che consentano di vedere cortili, cucine, pozzi dei vicini o altri luoghi solitamente frequentati dalle donne.

Regole anche per gli uomini
Le regole valgono anche per gli uomini: ad esempio, secondo la legge della virtù, devono indossare pantaloni al ginocchio e barba. Sono vietate le relazioni omosessuali, l’adulterio e il gioco d’azzardo, così come la produzione e la visione di video o immagini che ritraggono esseri viventi. Anche le preghiere mancate e la disobbedienza ai genitori possono essere punite.

Chiunque violi queste rigide regole deve aspettarsi avvertimenti, multe, carcere o altre sanzioni. Persino la morte.

Inoltre, i talebani hanno bloccato o severamente limitato l’accesso a internet in Afghanistan in diverse occasioni, tra cui nel settembre e nell’ottobre 2025. La ragione ufficiale addotta per l’interruzione è stata quella di impedire contenuti immorali.

Il DFAE sconsiglia di recarsi in Afghanistan
«I viaggi in Afghanistan e i soggiorni di qualsiasi tipo nel Paese sono sconsigliati a causa degli elevati rischi per la sicurezza», scrive una portavoce del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) su richiesta di blue News. La valutazione della situazione sarà riesaminata costantemente e, se necessario, modificata.

«I viaggiatori decidono la pianificazione e l’esecuzione di un viaggio sotto la propria responsabilità», prosegue. «Devono essere consapevoli che la Svizzera ha solo possibilità molto limitate – e a seconda della situazione, nessuna – di fornire assistenza nelle aree di crisi o di sostenere la loro partenza», ha dichiarato il portavoce a blue News.

Secondo gli attuali consigli di viaggio del DFAE, «la situazione rimane fragile e instabile. Combattimenti e attacchi possono avvenire ovunque e in qualsiasi momento. In tutto il Paese vi sono elevati rischi per la sicurezza: attacchi missilistici, attacchi terroristici, rapimenti e attacchi criminali violenti, tra cui stupri e rapine a mano armata».

Secondo le informazioni, i cittadini stranieri sono sempre più nel mirino delle autorità. Gli arresti avvengono sempre più spesso per sospette violazioni della legge o per non aver rispettato le tradizioni locali.

«In caso di rapimento, le autorità locali sono responsabili; il DFAE e le sue ambasciate e consolati all’estero hanno un’influenza limitata», ha dichiarato il portavoce.

«Alcune cose non mi sembravano moralmente giuste»
Perché le persone vogliono ancora recarsi in Afghanistan? Molti riferiscono di voler semplicemente vedere il Paese di persona.

Una turista ha raccontato all’AP che lei e il suo compagno hanno passato circa un anno a pensare di attraversare l’Afghanistan come parte di un viaggio in camper dal Regno Unito al Giappone. «Alcune cose non mi sembravano moralmente giuste», ha detto.

Ma una volta qui, hanno riferito di un popolo caldo, ospitale e accogliente e di paesaggi bellissimi. Non hanno avuto l’impressione che la loro presenza rappresentasse una forma di sostegno ai talebani. «Viaggiando si mettono i soldi nelle mani della gente e non del Governo», ha detto il turista.

La tiktoker che ha avuto un appuntamento con un talebano ha anche detto a «Der Spiegel» che con i suoi video voleva soprattutto mostrare i lati belli dell’Afghanistan, perché il Paese è troppo spesso associato alla violenza e ad altri aspetti negativi.

Gli influencer sono accecati dai talebani
Questo «turismo delle catastrofi non solo distorce sistematicamente la realtà sul campo, ma si prende anche gioco delle persone che devono vivere sotto un regime brutale», ha dichiarato a «Der Spiegel» la scrittrice tedesco-afghana Mina Jawad.

Gli influencer che viaggiano nel Paese non parlano la lingua locale e hanno poca idea dei costumi, delle tradizioni e del carattere del regime talebano. Questo permette ai talebani di elogiarsi come protettori delle donne.

Alcuni influencer si lasciano accecare dall’apparenza ingannevole e dipingono un quadro che fa comodo solo a chi è al potere: l’Afghanistan sembra essere un Paese tradizionalista, ma sicuro.

«Si tratta di travisamenti grotteschi, ma è proprio così che funziona la logica dei social media», dice Jawad. Molti di questi video le ricordano i diari di viaggio coloniali in cui i visitatori occidentali esplorano il «selvaggio Afghanistan».

Sotto i talebani il turismo è promosso da influencer occidentali


Aumentano i viaggiatori che scelgono l’Afghanistan, spinti dal fascino dell’esotico e dai racconti degli influencer. Ma ogni scatto condiviso rischia di oscurare la verità di un paese dove alle donne è negato tutto

Lucia Bellinello, Wired, 8 novembre 2025

Paesaggi mozzafiato. Cime coperte di neve e una natura incontaminata. Non siamo in Svizzera, ma tra le montagne dell’Afghanistan. Uno dei paesi meno liberi al mondo, dove il governo dei talebani ha abolito tutti i diritti politici e civili, introducendo di fatto l’apartheid di genere per le donne.

Cosa ci fanno degli influencer occidentali in Afghanistan?

Nonostante le gravi violazioni che hanno portato il governo dei talebani a non essere riconosciuto da nessuna nazione al mondo, ad eccezione della Russia, si sta registrando un curioso aumento degli influencer occidentali che visitano il paese. E che raccontano sui social una realtà edulcorata, fatta di paesaggi pittoreschi ed “esperienze culturali autentiche”, senza però menzionare le barbare condizioni di vita alle quali sono costrette le donne.

In alcuni casi, dietro a questi contenuti che diventano virali ci sarebbe la mano del governo locale, che sta cercando di attrarre turismo, denaro e legittimazione internazionale proprio grazie alla potenza del web. Una pratica che in parte ricorda quella del tourismwashing adottata da Israele, che di recente ha portato dieci influencer a Gaza per diffondere propaganda proprio da quei luoghi dove la stampa internazionale da quasi due anni non può più entrare.

Il turismo (e il tourismwashing) in aumento

Sebbene il numero di visitatori in Afghanistan sia ancora limitato, le cifre sono in aumento. Secondo le dichiarazioni del viceministro del Turismo Qudratullah Jamal, nel 2024 i visitatori stranieri sono stati quasi 9mila; circa 3mila nei primi tre mesi del 2025. Per fare un confronto, nel 2022 erano stati 2.300.

La guerra in Afghanistan lanciata dagli Stati Uniti nel 2001 dopo l’attacco terroristico alle Torri Gemelle ha tenuto i turisti alla larga per molti anni. Il ritiro delle truppe americane e la salita al potere dei talebani, nell’agosto del 2021, hanno spinto il paese nel caos e migliaia di afghani alla fuga. Ma con la fine dell’insurrezione, lo spargimento di sangue si è in parte placato. E anche se i paesi occidentali continuano a sconsigliare i viaggi nell’Emirato islamico, c’è chi si avventura lo stesso. I turisti stranieri arrivano in aereo, in moto, in camper e persino in bicicletta. Arrivano da soli o accompagnati. E il governo talebano è molto felice di accoglierli.

“Attualmente ricaviamo un fatturato considerevole da questo settore e speriamo che cresca ulteriormente”, ha detto il vice ministro del turismo Qudratullah Jamal.

“Il 95% dei turisti ha un’opinione negativa dell’Afghanistan a causa delle informazioni errate diffuse dai media”, ha dichiarato Khobaib Ghofran, portavoce del ministero dell’Informazione e della Cultura di Kabul. E così si cerca di invertire questa tendenza.

Il governo talebano infatti promuove il turismo sui propri siti ufficiali e sui social network. E le agenzie turistiche locali (circa tremila) hanno lanciato campagne promozionali per farsi conoscere all’estero, talvolta con pubblicità di dubbio gusto.

Un video che calpesta la dignità di chi ha vissuto la violenza talebana

Ad esempio, ha fatto scalpore un video in cui si vedono tre uomini inginocchiati e con la testa coperta. Dietro di loro c’è un plotone di esecuzione con i fucili in mano. “Abbiamo un messaggio per l’America”, dice uno degli uomini in piedi, togliendo il sacco nero dalla testa di uno degli ostaggi. Da sotto il sacco spunta il sorriso sornione di un ragazzo occidentale, che dice, ridendo: “Welcome to Afghanistan”. L’agghiacciante spot pubblicitario è stato girato da un operatore turistico afghano-americano, Yosaf Aryubi, che vive tra la California e la capitale afghana Kabul. Con quel video, ha detto, voleva prendere in giro il modo in cui la maggior parte degli occidentali vede l’Afghanistan.

Di recente, poi, un influencer di viaggi britannico ha sollevato un polverone per aver incoraggiato altri viaggiatori a partecipare a un tour per soli uomini in Afghanistan, dove secondo lui si mangiano i migliori kebab del mondo e ci sono montagne maestose che fanno impallidire le Alpi svizzere. Nella caption di un video pubblicato sul suo profilo Instagram, seguito da 150mila persone, l’influencer ha scritto: “Dimentica Ibiza o Marbella, perché non vai in Afghanistan con gli amici quest’estate?”.

Per attrarre i turisti e dare l’impressione di stabilità, infatti, i talebani si affidano anche a youtuber e influencer, molti dei quali parlano di un paese sicuro, pittoresco e accogliente. Nella vita reale, però, la situazione è molto più complessa. Soprattutto per le donne.

La condizione delle donne in Afghanistan

L’Afghanistan è un paese che ha completamente escluso le donne dalla vita pubblica, vietando loro di frequentare scuole, università e spazi pubblici. Non possono lavorare in moltissimi settori e sono costrette a uscire di casa con il capo coperto e solo se accompagnate da un uomo. Con la chiusura delle palestre femminili e dei saloni di bellezza, gli spazi dove le donne possono incontrarsi al di fuori della propria casa sono sempre più limitati. Ma proprio per lanciare un segnale di apertura verso i visitatori stranieri, l’unico hotel a cinque stelle del paese, il Serena, dopo mesi di chiusura ha riaperto la spa e il salone femminile per le donne straniere. Per accedere ai servizi, le clienti devono mostrare il passaporto. Le locali invece non possono entrare.

“Le Nazioni Unite hanno definito l’Afghanistan sotto i talebani come un paese dove vige l’apartheid di genere”, ha detto Elaine Pearson, direttrice Asia di Human Rights Watch. E la corte penale internazionale ha addirittura emesso dei mandati di arresto contro due leader talebani per la persecuzione delle donne e delle ragazze.

L’isolamento dell’Afghanistan sulla scena internazionale, dovuto in larga parte alle gravi violazioni dei diritti umani, non ha fatto che peggiorare le condizioni di vita delle persone. Secondo Human Rights Watch, su una popolazione di 40 milioni di abitanti, più della metà nel 2024 ha avuto bisogno di assistenza umanitaria urgente; 12,4 milioni di persone sono affette da carenza alimentare e quasi tre milioni soffrono la fame in maniera grave.

La perdita del sostegno internazionale ha colpito duramente anche il sistema sanitario e molti programmi umanitari sono stati chiusi per mancanza di fondi. Inoltre, un rapporto del consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite segnala la presenza di gruppi terroristici, considerati un potenziale fattore di instabilità nella regione.

La Farnesina sconsiglia i viaggi in Afghanistan a qualsiasi titolo e avverte che il rischio attentati in tutto il paese resta elevato.

Il punto di vista delle viaggiatrici occidentali

Tra gli influencer che negli ultimi anni hanno avuto la possibilità di visitare questa terra ci sono anche delle donne. Come Zoe Stephen, una travel vlogger britannica con migliaia di follower su Instagram, che sotto ai suoi post scrive: “La sicurezza è relativa. Può essere molto più sicuro viaggiare in Afghanistan che viaggiare in alcune capitali europee. Naturalmente, ci sono problemi e rischi specifici di cui bisogna tener conto”. E aggiunge: “Ogni volta che visito l’Afghanistan mi rendo sempre più conto di quanto i media siano polarizzati su questo paese, che non è solo la somma della sua politica. Non è che qui sia davvero così folle o pericoloso, ma è che la normalità e la quotidianità non fanno notizia”.

L’attivista e studiosa afghana Orzala Nemat, ricercatrice ospite presso il think tank londinese Royal United Services Institute (Rusi), ha definito preoccupante l’ondata di influencer stranieri in Afghanistan. “Quello che vediamo è una versione edulcorata e censurata del paese, che cancella la brutale realtà a cui sono costrette le donne sotto il regime talebano”, ha detto.

“In un momento in cui le ragazze e le donne afghane sono private dei loro diritti più elementari, è profondamente preoccupante e inaccettabile vedere qualcuno che si reca in Afghanistan e fa lobby a favore dei talebani”, ha affermato Niloofar Naeimi, attivista per i diritti umani che si occupa delle questioni relative alle donne afghane.

Di opinione contraria invece la turista franco-peruviana Ilary Gomez, che con il suo compagno britannico ha visitato l’Afghanistan in camper. “Alcune cose non mi sono sembrate moralmente giuste”, ha detto. Ma ha aggiunto di non credere che la loro presenza abbia rappresentato una forma di sostegno ai talebani. “Viaggiando si mettono i soldi nelle mani delle persone, non del governo”, ha argomentato Gomez.

Chi sono i turisti che visitano l’Afghanistan

Secondo quanto riferito dai funzionari locali, i visitatori stranieri provengono perlopiù da Cina, Russia, Irlanda, Polonia, Canada, Taiwan, Germania, Francia, Pakistan, Estonia e Svezia.

Molti si avventurano nel distretto di Bamiyan, a ovest di Kabul, per vedere i resti delle statue del Buddha, scolpite nelle rocce più di 1.600 anni fa e demolite all’inizio del 2001 dai talebani per motivi ideologici. La maggior parte delle visite avviene senza particolari problemi, ma in questo luogo nella primavera 2024 tre turisti spagnoli sono stati uccisi nel primo attacco mortale contro turisti stranieri da quando i talebani hanno ripreso il potere.

Un altro argomento sensibile è la distruzione dei reperti archeologici e delle opere d’arte antiche compiuta dai talebani all’inizio del 2001 nel museo nazionale dell’Afghanistan, a Kabul, uno dei luoghi più visitati dai turisti.

Un dilemma morale e la questione sicurezza

Il problema, dunque, non è mostrare le bellezze dell’Afghanistan, la sua storia millenaria o l’accoglienza della gente. Il vero problema, dicono gli esperti, è quello che non viene raccontato, ovvero la difficile quotidianità alla quale sono costrette le persone che vivono sotto un regime autoritario che impone l’apartheid di genere, reprime ogni forma di dissenso e limita diritti civili, politici e giuridici.

“Non è che si vogliano incolpare solo gli influencer. Il problema è la comunicazione superficiale fatta sui social”, ha commentato a Wired Eleonora Sacco, esperta di viaggi, fondatrice di Kukushka Tours, un operatore turistico specializzato in viaggi responsabili. “Gli influencer ovviamente hanno bisogno di fare visualizzazioni e contenuti accattivanti; dall’altro lato c’è un pubblico grandissimo che intercetta quei messaggi senza conoscere il contesto del paese. Di per sé magari non si tratta sempre di contenuti falsi o inesatti, ma se letti senza contesto portano a dei messaggi fuorvianti. Ciò non vuol dire che non si possa viaggiare in maniera sicura, o che non esistano zone relativamente sicure in paesi come l’Afghanistan o l’Iraq. Si può viaggiare in maniera sicura se sei nelle mani giuste, se sai dove stai andando, se hai buoni contatti, se conosci il contesto. Bisogna sempre tenere un comportamento e un abbigliamento adeguati, bisogna avere rispetto e comprensione delle usanze locali. Tutte cose che non si riescono a comunicare in un reel di venti secondi su Instagram”.

Se da un lato non è corretto accusare tutti coloro che visitano l’Afghanistan di simpatizzare con i talebani, bisogna ricordare che ogni immagine, ogni reel, ogni post contribuisce a costruire o distorcere la percezione di un luogo. E che non si è esenti dal rischio di contribuire, anche inconsapevolmente, a una campagna di propaganda per ripulire l’immagine di un paese dove le libertà e i diritti vengono gravemente calpestati ogni giorno. La domanda, allora, non è più soltanto “dove andiamo”, ma “che storia scegliamo di raccontare”. Perché viaggiare non è solo un privilegio, ma è un’azione che ha un impatto. Può generare conoscenza reciproca, empatia, solidarietà. Può portare benefici economici alle comunità o, al contrario, alimentare pratiche dannose che snaturano luoghi e tradizioni e, in alcuni casi, finanziare chi abusa del potere.

La differenza sta nel compiere scelte etiche e consapevoli, domandandosi sempre chi trae beneficio dalla nostra partenza.

I popoli dell’Afghanistan e del Pakistan hanno dolori e nemici comuni

 

I popoli dell’Afghanistan e del Pakistan sono intrappolati nello stesso circolo vizioso – vittime delle loro élite dominanti, militari e clericali che usano la religione e la guerra per il potere e il profitto. È tempo che i popoli di entrambi i paesi riconoscano il loro comune dolore, i loro nemici e il loro destino e si liberino dalle catene dell’estremismo e dello sfruttamento che le hanno ridotte in schiavitù per generazioni.

Keyvan, New Politics, 8 novembre 2025

Il 29 ottobre scorso l’Associated Press ha riferito del fallimento dei colloqui di pace tra il governo pakistano e il regime talebano tenutisi in Turchia; nel frattempo, è stato programmato un altro incontro. È ironico vedere due partiti guerrafondai parlare di pace – e ancora più ironico che il governo pakistano, che ha una lunga storia nella promozione e accoglienza di ogni tipo di fazione terroristica islamista, ora presenti un piano antiterrorismo ai talebani, che sono una sua creazione, e viceversa.

Le tensioni si sono riacutizzate quando il Pakistan ha effettuato attacchi aerei nel cuore di Kabul, vicino a piazza Macroryan, sostenendo di aver preso di mira Noor Wali Mehsud, il capo del Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP). Successivamente è emersa una registrazione audio di Mehsud, non verificata, dalla quale sembrava fosse vivo. Zabiullah Mujahid, portavoce ufficiale dei talebani, ha respinto le notizie su X, sostenendo che “va tutto bene” – mentre chiaramente non c’è nulla che vada bene. I talebani hanno reagito attaccando diversi posti di blocco dell’esercito pakistano lungo il confine e spingendo il Pakistan ad attacchi nei quali hanno perso la vita molti civili a Kandahar, Helmand, Paktika e ancora una volta a Kabul.

Il Pakistan ha affermato che i suoi attacchi avevano come obiettivo i militanti del TTP, presumibilmente protetti dai talebani afghani e sostenuti dalle agenzie indiane. Tuttavia, secondo un rapporto della BBC News pubblicato il 18 ottobre, che citava l’Afghan Cricket Board, tra i morti c’erano diversi civili – tra cui tre giocatori di cricket afghani e altre cinque persone – mentre altri sette sono rimasti feriti.

Ho partecipato alla cerimonia funebre di un parente della provincia di Parwan, ucciso nella seconda ondata di attacchi aerei su Kabul. Shakir, 22 anni, lavorava come conducente di tricicli per un’azienda che noleggia stoviglie. Aveva lasciato il suo villaggio a 13 anni per lavorare come addetto alle pulizie perché il loro piccolo appezzamento di terra non era sufficiente a mantenere la famiglia. Probabilmente né Shakir né la sua famiglia avevano mai sentito parlare del TTP né saprebbero dire qual è la capitale del Pakistan – eppure hanno perso il capofamiglia a causa del conflitto tra due mostri.

Il popolo pakistano si trova ad affrontare una tragedia simile. Ogni giorno civili perdono la vita in attentati suicidi, vittime delle stesse politiche alimentate dai gruppi fondamentalisti afghani e pakistani. I popoli di entrambi i paesi sono stati usati come carne da macello nelle guerre sporche degli Stati Uniti e della NATO, dell’ex Unione Sovietica, della Russia moderna e delle potenze regionali, nonché nei giochi di potere di generali e figure religiose.

Il fondamentalismo del Pakistan

La lunga storia d’amore del Pakistan con il fondamentalismo risale all’epoca di Zulfikar Ali Bhutto (1971-1977), una figura contraddittoria che indossava un berretto in stile Mao Zedong per far credere di avere ideali socialisti e allo stesso tempo si alleava con gruppi islamici. Durante il suo governo, il Pakistan addestrò gli afghani “Ikhwani” seguaci dell’ideologia egiziana dei Fratelli Musulmani, in seguito usati dalla CIA durante la Guerra Fredda. Bhutto inviò personaggi come Ahmad Shah Massoud e Gulbuddin Hekmatyar per destabilizzare il regime laico di Daud Khan, il primo reggente repubblicano dell’Afghanistan.

Il sanguinoso colpo di stato dell’aprile 1978 in Afghanistan, sostenuto dall’URSS, e la successiva occupazione sovietica – che commise alcuni dei crimini più efferati in nome del socialismo, del comunismo e dell’internazionalismo – fornirono al governo pakistano e alla CIA una comoda scusa per armare e alimentare ulteriormente i gruppi fondamentalisti islamici afghani. In seguito, per risentimento, questi gruppi divennero noti tra gli afghani come i “sette asini”, a causa della loro dipendenza dall’ISI pakistano. L’Unione Sovietica fece deragliare il potenziale percorso dell’Afghanistan verso la democrazia installando le sue fazioni fantoccio – Khalq e Parcham – durante gli anni ’70 e ’80. Oggi, la Federazione Russa sostiene ancora una volta i talebani, riconoscendo il loro regime e firmando accordi per “combattere l’Isis,” anche se in realtà cerca di trascinare i talebani nella propria sfera di influenza per allontanarli da Stati Uniti e NATO.

Il progetto fondamentalista si è espanso notevolmente nel 1978, sotto il dittatore militare Zia-ul-Haq. Il numero di collegi islamici (madrase) in Pakistan è salito alle stelle, passando da 700 negli anni ’70 a 40.000 negli anni 2000, generosamente finanziati dalla CIA e dalle monarchie arabe. Queste madrase hanno prodotto migliaia di jihadisti ed esportato estremismo in tutta la regione.

Il Pakistan ospita la più grande madrasa del mondo islamico, la Jamia Darul Uloom Haqqania, ad Akora Khattak, conosciuta come “Università della Jihad”, che segue la rigida ideologia Deobandi, radicata in un movimento un tempo incoraggiato dal Raj britannico per indebolire la resistenza laica e rivoluzionaria. La maggior parte dei leader talebani hanno studiato in questa madrasa e da essa ha preso il nome la Rete Haqqani.
Benazir Bhutto e il suo ministro degli interni (1993–1996), Naseerullah Babar, hanno ammesso con orgoglio il loro ruolo nella creazione dei talebani come loro rappresentanti. Umar Khan Ali Sherzai, console generale del Pakistan in Afghanistan durante il primo governo dei talebani, si vantò in seguito di aver contribuito all’insediamento del mullah Omar e di aver applicato ordini discriminatori, come quello di costringere i sikh afghani a indossare distintivi gialli.

L’Afghanistan sfruttato per decenni

Per decenni, le élite politiche e militari del Pakistan hanno trattato l’Afghanistan come una mucca da mungere. Durante la Guerra Fredda, l’establishment pakistano sottrasse un’enorme quota dei fondi e delle armi inviati dalla CIA e dai suoi alleati ai mujaheddin afghani. Durante la guerra civile degli anni ’90, l’equipaggiamento militare venne introdotto clandestinamente in Pakistan. Un tempo, tutti i finanziamenti delle ONG internazionali per l’Afghanistan passavano attraverso le banche pakistane, riversando milioni di dollari nella sua debole economia. Dopo l’11 settembre, il Pakistan ha guadagnato miliardi per aver concesso basi aeree e rotte di rifornimento alle forze statunitensi e della NATO. Prima del ritiro, gli Stati Uniti e la NATO hanno donato al Pakistan armamenti per un valore di 7 miliardi di dollari. Il governo pakistano ha guadagnato miliardi in più ospitando rifugiati afghani, facilitando le evacuazioni ed elaborando i visti, che ora costano agli afghani da 400 fino a 1.800 dollari sottobanco.

Il governo pakistano e i gruppi fondamentalisti godono da tempo di un rapporto reciprocamente vantaggioso, rafforzandosi a vicenda per reprimere il proprio popolo. Quando i talebani sono tornati al potere nell’agosto 2021, molti liberali pakistani hanno festeggiato. Ma la loro “vittoria” ha presto avvelenato entrambi i paesi.

In Afghanistan, le ragazze non possono andare a scuola, le donne non possono lavorare e i musicisti non possono esprimersi con la loro arte. In Pakistan accade qualcosa di simile: gli studenti sono stati massacrati, musicisti come Ali Haider e Haroon Bacha sono fuggiti per salvarsi la vita e gli attacchi estremisti sono diventati routine.
Mentre gli afghani sprofondano sempre più nella povertà a causa della guerra e della repressione, i pakistani non hanno di che sostentarsi a causa dello strangolamento economico inflitto dal FMI e altre istituzioni finanziarie.

I popoli dell’Afghanistan e del Pakistan sono intrappolati nello stesso circolo vizioso, vittime delle loro élite dominanti, militari e clericali che usano la religione e la guerra per il potere e il profitto. È tempo che i popoli di entrambi i paesi riconoscano il loro comune dolore, i loro nemici e il loro destino e si liberino dalle catene dell’estremismo e dello sfruttamento che le hanno ridotte in schiavitù per generazioni.

L’inno come arma di propaganda talebana


شفق همراه ,  Khalid Mohammadi, 7 novembre 2025

Il canto è un potente strumento di propaganda tra le forze talebane e i loro sostenitori. Oltre a usare il canto come mezzo per risollevare il morale delle loro truppe e trasmettere i loro messaggi ideologici, i talebani lo usano anche per minacciare altri paesi (tra cui Pakistan, Iran e Stati Uniti). Sebbene i talebani considerino la musica haram e proibita, cantare senza musica è diventato uno dei modi più efficaci per promuovere le opinioni del gruppo e mantenere vivo lo spirito militante tra le loro forze negli ultimi trent’anni.

Le canzoni talebane fanno parte della macchina “psicologica e propagandistica” del gruppo. I talebani sfruttano l’impatto del canto, del ritmo e della ripetizione possibili con i canti come mezzo per evocare “eccitazione e lealtà” e rafforzare il senso di solidarietà tra i loro combattenti. Di fatto l’inno per i talebani gioca lo stesso ruolo della musica militare per gli eserciti moderni. Questo semplice metodo ha aiutato i talebani a mantenere alto il morale delle loro forze durante lunghi anni di guerra e pressione.

Di recente, in una base militare talebana, un gruppo di cantanti ha intonato una poesia in lingua pashtu che avvertiva che la bandiera bianca dell'”Emirato Islamico dei Talebani” sarebbe stata issata a Lahore, in Pakistan. Parte della canzone recita: “Se non alzassi la bandiera bianca a Lahore, non sarei un bambino afghano. Se non vi lasciassi scappare, non sarei un bambino afghano”. La canzone è stata eseguita tra alti ufficiali talebani e molti militari in uniforme, e il pubblico l’ha ascoltata con entusiasmo. Alcune parti della canzone viene utilizzato un linguaggio offensivo esplicito nei confronti del Pakistan. Questa canzone anti-Pakistana è stata recitata in una delle basi militari talebane dopo essere passata attraverso i filtri del Ministero dell’Informazione e della Cultura.

La canzone è diventata popolare non solo lì ma anche sui social network e si è rapidamente diffusa tra i talebani e i loro fan sulla piattaforma X (ex Twitter).
Nel ripubblicarla, diversi utenti talebani hanno rimosso le parti offensive della canzone, evidenziando solo le parti che mettevano in guardia da un possibile attacco al Paese.

L’inno, scritto in pashtu e minaccioso per il Pakistan, giunge mentre le tensioni tra i talebani e Islamabad si sono intensificate negli ultimi mesi. (…)

Simboli di potere e onore

La minaccia attraverso il canto non si limita solo al Pakistan. A metà mese di quest’anno, Hamdullah Fattrat, il vice portavoce dei talebani, ha pubblicato una canzone sul suo account X in cui i membri talebani minacciavano gli Stati Uniti di attacchi suicidi, in risposta alle parole di Donald Trump che ha chiesto ai talebani di restituire la base di Bagram a Washington. Nel video si vedono quattro membri talebani cantare canzoni all’interno di una macchina Land Cruiser, dichiarando di essere pronti ad arruolarsi per compiere attacchi suicidi contro gli Stati Uniti.

Nella mentalità dei talebani, gli attacchi suicidi e le squadre suicide sono un simbolo di potere e onore. Hanno ripetutamente utilizzato queste forze per minacciare i loro avversari. Durante la guerra con gli Stati Uniti e la NATO, gli attacchi suicidi sono stati uno degli strumenti principali dei talebani, e ora il gruppo crede che, facendo nuovamente affidamento sullo stesso strumento, possa dimostrare la sua potenza contro i paesi della regione.
Due anni fa, quando le tensioni sui diritti idrici del fiume Helmand tra il governo talebano e l’Iran crescevano, una canzone talebana recitava: “Abbiamo il governo e il potere e riformeremo l’Iran. Il nostro leader Mullah Yaqub riformerà Teheran. Daremo il via a una grande e sanguinosa rivoluzione in Iran”. La canzone si riferiva agli attentatori suicidi talebani pronti a sacrificare la propria vita per il governo talebano.

Le minacce verbali e le canzoni di propaganda contro Iran, Pakistan e persino Stati Uniti dimostrano che i talebani non hanno abbandonato la letteratura jihadista e di guerra come parte della loro identità. Durante i quattro anni di ristabilimento dei talebani, le minacce di attacchi militari o suicidi attraverso le canzoni sono state ripetute più volte, e sembra che questa tendenza continuerà in futuro, data l’accettazione di tali produzioni da parte di alti dirigenti talebani.

Cento anni di propaganda attraverso gli inni

Durante i primi giorni del regime talebano, negli anni ’90, la stazione radio “Voice of Sharia” ha svolto un ruolo importante nella trasmissione di canzoni di propaganda. I talebani usavano la radio per trasmettere canzoni di guerra e di contenuto religioso per diffondere le proprie opinioni tra la gente. Con la caduta del governo talebano in seguito all’attacco della coalizione guidata dagli Stati Uniti nel 2001, questa tendenza si è interrotta per un po’; ma i talebani, tornati sul campo di battaglia con il supporto dell’esercito e dell’agenzia di intelligence militare pakistana (ISI), hanno fatto ancora una volta della canzone il loro principale strumento di propaganda.

Negli anni successivi, canzoni talebane con slogan come “lotta contro l’occupazione”, “jihad” e “stabilire la legge islamica” iniziarono a circolare tra la gente. Con l’aumento dell’accesso ai telefoni cellulari, queste canzoni vennero trasmesse tramite Bluetooth e WhatsApp tra combattenti e sostenitori talebani, svolgendo un ruolo importante nel rafforzare il loro spirito combattivo. I talebani producevano canzoni con risorse e spese minime, ma il loro impatto fu di gran lunga superiore a quello della propaganda ufficiale del governo repubblicano, prodotta con ingenti budget e attrezzature moderne.

Dopo la caduta della repubblica e il ritorno al potere dei Talebani, il gruppo ha preso il controllo dei media statali, tra cui la Radio e la Televisione Afghana. Da allora, i Talebani sono stati in grado di registrare e trasmettere le loro canzoni di propaganda con una qualità superiore utilizzando strutture all’avanguardia. Negli ultimi quattro anni, il Ministero dell’Informazione e della Cultura dei Talebani ha tenuto diversi recital di poesia, in cui alti funzionari, forze talebane e sostenitori hanno elogiato la guerra ventennale, i leader del gruppo e i Talebani. Molte di queste canzoni sono distribuite attraverso i media statali e i social media controllati dai Talebani.

Con il ritorno dei Talebani, il Ministero dell’Informazione e della Cultura del gruppo ha lanciato un programma per raccogliere e archiviare le più di 10.000 canzoni e naat [liriche] composte durante la guerra il cui contenuto principale è l’elogio della guerra dei Talebani, delle figure chiave del gruppo e degli attacchi esplosivi e suicidi.

Negli ultimi anni, i Talebani hanno utilizzato le canzoni come parte della loro guerra psicologica e della propaganda nello spazio digitale. Le loro canzoni, accompagnate da immagini del campo di battaglia, bandiere bianche e i volti delle loro truppe, vengono pubblicate su reti come X, Telegram, TikTok e YouTube, video prodotti con elementi essenziali ma carichi di emotività per avere un impatto psicologico sul pubblico.
Sono anche considerati una sorta di guerra psicologica contro gli oppositori e i “nemici” dei Talebani. Al contrario, l’opposizione ai Talebani non beneficia di un meccanismo di propaganda così coerente ed efficace e, nel campo di battaglia delle narrazioni, i Talebani hanno mantenuto la loro superiorità.

Con l’espansione delle attività culturali dei Talebani, il canto ha superato il livello militare ed è diventato parte integrante dell’atmosfera sociale dell’Afghanistan. Nelle scuole, negli istituti religiosi e nelle università, le canzoni di propaganda talebane hanno sostituito musica, inni e canti nazionali. Bambini e adolescenti sono esposti quotidianamente a parole come “jihad”, “martirio” e “nemico” e, di conseguenza, le menti delle nuove generazioni sono plasmate dall’ideologia del regime talebano.
Il canto è diventato parte integrante anche delle cerimonie ufficiali durante i programmi governativi, le occasioni religiose e le riunioni pubbliche. In questo modo, i Talebani non solo hanno ampliato il loro apparato di propaganda, ma hanno anche utilizzato le canzoni come strumento di ingegneria culturale della società e di riproduzione dell’identità collettiva.

Nel sistema di propaganda talebano, l’inno non è solo un canto religioso o culturale, ma uno strumento per ricostruire il potere, un tentativo di legittimare ideologicamente e mantenere alto il morale di forze che sono cresciute per anni in un clima di guerra, jihad e “nemicizzazione”.