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Tag: Afghanistan

Talebani: dal pulpito alla scuola

Come i mullah dei talebani promuovono misoginia e ostilità all’istruzione
Amin Kaveh, 8AM Media, 14 aprile 2026
Numerosi video diffusi sui social media mostrano che alcuni mullah affiliati ai talebani, nelle scuole e nelle moschee, promuovono apertamente misoginia e opposizione all’istruzione. Alcuni di questi religiosi, nei loro sermoni e discorsi, deridono le richieste e le rivendicazioni per il diritto all’istruzione delle donne, affermando che il posto della donna è “prima in casa e poi nel cimitero”.

Alcuni di loro dichiarano inoltre di odiare l’istruzione scolastica per natura e non permettono nemmeno ai propri figli di andare a scuola. Uno di questi mullah ha difeso il divieto dell’istruzione femminile, sostenendo che un medico uomo può persino “esaminare le parti intime di una donna”.

Dopo la presa del potere da parte dei talebani, oltre alle restrizioni imposte contro donne e ragazze, molti mullah nelle scuole religiose e nei pulpiti insultano apertamente le donne e umiliano gli studenti. I video pubblicati sui social mostrano che alcuni di questi sermoni vengono pronunciati davanti a centinaia di persone, senza che nessuno esprima critiche. In questo rapporto sono stati analizzati solo tre casi, nei quali le offese contro donne e studenti risultano particolarmente gravi.

Per le donne niente istruzione, solo ubbidienza al marito

Uno di questi mullah, i cui video sono diventati virali, afferma che per le donne la conoscenza è importante solo nella misura in cui consente loro di rispettare il marito e conoscere le tradizioni del profeta dell’Islam.
Egli dice: “La donna deve avere conoscenza solo quanto basta per sapere rispettare il marito e conoscere la tradizione del Profeta, e niente di più. Oltre a questo, l’istruzione non è lecita per le donne. La donna è l’ornamento della casa, non della scuola. Per le donne, il primo luogo sicuro è la casa e il secondo è il cimitero.”

Un altro video mostra Khalifa Din Mohammad, capo del Consiglio degli ulema talebani a Kabul, che in risposta alle critiche sulla violazione dei diritti delle donne afferma: “Dicono che i diritti delle donne siano stati violati. I diritti della donna sono questi: tenerla in casa, darle da mangiare, vestirla e avere rapporti coniugali con lei.”

Misoginia e ostilità verso l’istruzione

Questo mentre, in precedenza, erano circolati video che lo mostravano mentre negoziava il compenso per una cerimonia di matrimonio. Fonti riferiscono che attualmente risiede nel palazzo Darul Aman e che Sirajuddin Haqqani, ministro dell’Interno talebano, è tra i suoi seguaci.

Mufti Mohammad Bilal Taheri, insegnante in una scuola religiosa a Nangarhar, afferma: “Se le donne ricevono istruzione, inizieranno a scriversi lettere tra loro; questo è indicato nella sura An-Nur. Non è necessario che le donne studino tanto da diventare insegnanti o medici. E alcuni mullah, deboli in questo campo, dicono: quando una donna è malata la porti da un medico; ma non è meglio portarla da una dottoressa? Guardate gli insegnamenti religiosi: un medico uomo può vedere anche le parti intime della paziente.”

Lo stesso mullah afferma di odiare la scuola fin dalle basi e insulta i diplomati, definendoli “simboli di maleducazione”.
Dice: “Non mi è mai piaciuta la scuola. Non mando i miei figli a scuola.”
Aggiunge poi che permette a suo figlio di frequentare solo un corso per apprendere titoli e nozioni superficiali.

Prosegue: “Non mi piace la scuola per questo. Guardate i risultati: tremila studenti escono da qui e sono simboli di maleducazione. Tutti quelli che frequentano la scuola vengono indirizzati verso la mancanza di rispetto.”
Chiede poi: “In quale scuola si insegna il Corano anche solo per mezz’ora? Tutto il Paese parla di ‘leggi, leggi’, ma quando gli studenti si diplomano non comprendono né la traduzione né gli hadith.”

Questi tre esempi sono solo una parte delle numerose prediche dei mullah affiliati ai talebani che hanno suscitato reazioni sui social. Fonti affermano che questo fenomeno è purtroppo diffuso in tutto l’Afghanistan e che alcuni di questi religiosi stanno attivamente promuovendo misoginia e ostilità verso l’istruzione. Secondo tali fonti, la continuazione di questa situazione potrebbe trasformare questi atteggiamenti nella cultura dominante della società.

In precedenza, il giornale “8 AM Media” aveva ottenuto una registrazione audio di un discorso di Hibatullah Akhundzada, leader dei talebani, che mostrava come avesse ordinato la chiusura di tutte le scuole in Afghanistan, comprese quelle per ragazze e ragazzi. Nel discorso, egli confronta scuola e madrasa, sostenendo che la scuola corrompe la morale e cambia la mentalità delle persone, e quindi deve essere chiusa.

Akhundzada afferma che la scuola è stata creata in opposizione alla madrasa e che i talebani dovrebbero costruire madrase al suo posto e mandarvi i propri figli. Definisce inoltre l’istruzione scolastica come “scienza dello stomaco”, dichiarando di non volerla.
Dice: “Questo popolo è senza dignità. Sono questi mercenari a distruggere l’Islam. Ne escono medici e ingegneri che, con il denaro, uccidono l’anima delle persone. Questa è tutta scienza dello stomaco, e noi non la vogliamo.”

I talebani hanno inoltre pubblicato, su ordine di Akhundzada, una legge sulla promozione della virtù e la prevenzione del vizio, secondo la quale la voce delle donne è considerata ‘awrah’ (parte da coprire). Le donne possono uscire solo in caso di necessità, con il volto coperto e senza alzare la voce. Anche ascoltare la voce di una donna dall’interno di una casa è proibito, e il trasporto di donne senza un accompagnatore maschile è vietato.

D’altra parte, il codice penale dei tribunali talebani, firmato lo scorso anno dal leader del gruppo, stabilisce un nuovo quadro del sistema giudiziario e legittima ampiamente la violenza contro donne e bambini. Secondo questo regolamento, i mariti possono picchiare le mogli purché non causino ferite gravi o fratture, e le punizioni per tali atti sono molto limitate.

Per le donne afghane, persino respirare all’aperto è proibito

Jarira Shekohman, Zan Times, 20 aprile 2026

Un’altra regola non scritta sembra prendere piede: il divieto silenzioso della presenza delle donne nella natura. Forse esiste da tempo, e noi, nel tentativo di normalizzare la nostra situazione, non siamo riusciti a vederla chiaramente. A Faizabad, una città pittoresca così spesso celebrata sui social media, il paesaggio ora appartiene agli uomini. Alle donne non è permesso mettere piede negli spazi pubblici ricreativi, soprattutto quelli legati alla natura.

Mentre le restrizioni dei talebani hanno confinato le donne nelle loro case in tutto l’Afghanistan, la sensazione di soffocamento è più acuta in luoghi come Badakhshan e in città più piccole come Faizabad e Taloqan. In alcuni aspetti, le regole qui sono persino più severe che a Kabul, come se Faizabad fosse modellata come la città ideale immaginata dai religiosi deobandi.

La città sembra svuotata. Non ci sono centri educativi per ragazze né opportunità per le donne di lavorare e sostenere le loro famiglie. Sotto la superficie silenziosa della città si nasconde una paura costante e inespressa di essere portate all’ufficio dei talebani. Se cammini troppo a lungo per le strade, rischi di essere portata lì. Rimani fuori dopo le cinque e rischi di essere portata lì. Vai da qualche parte da sola e rischi di essere portata lì. Poi tuo padre o tuo fratello vengono convocati, e torni a casa oppressa dall’umiliazione.

Le giovani donne di Faizabad parlano di una vita vissuta nel soffocamento: “I ‘custodi del vizio e della virtù’ operano qui con ancora maggiore libertà. Li ho incontrati prima del Ramadan. Non appena mi hanno vista, hanno detto: ‘Una maschera non è un hijab — devi indossare un burqa o una chadari.’ È come se i loro occhi fossero dotati di lenti speciali, capaci di individuare anche una sola ciocca di capelli o il minimo accenno del volto di una donna. Non so da dove traggano l’autorità per scrutinare le donne così da vicino, ma sembra far parte del loro dovere. Non si fermano mai a chiedersi quanto il loro sguardo sia violento — quanto somigli allo stesso sguardo predatorio da cui affermano di voler proteggere.”

Con l’arrivo della primavera, la natura umana desidera il rinnovamento. Il profumo dell’erba fresca e dei fiori, il suono degli uccelli, la vista della pioggia, delle nuvole e di un cielo limpido — non sono lussi, ma bisogni istintivi. In un luogo come Badakhshan, ricco di bellezza naturale, il cuore resiste alla reclusione. Eppure anche questo impulso umano più elementare deve essere represso. Cercare la natura significa rischiare una punizione.

I luoghi pubblici che un tempo offrivano rifugio alle donne per alleviare il dolore o sfuggire alla stanchezza, come il Giardino Agricolo o le rive del fiume Kokcha, sono ora loro preclusi. Le donne sono confinate in casa, tagliate fuori proprio dall’ambiente che sostiene la vita.

Un’amica, tornata in città dopo anni di assenza, ha condiviso la sua esperienza: “Un giorno, con un gruppo di donne della mia famiglia, abbiamo deciso di alleviare il peso della vita e visitare un paesaggio naturale rinato con la primavera. Siamo uscite di casa indossando il velo islamico completo e con la sincera intenzione di godere di ciò che Dio ci ha concesso. Ma proprio mentre attraversavamo il ponte in direzione dell’Orto Agricolo, un veicolo con a bordo degli agenti si è avvicinato a noi.»

Un “territorio maschile”

“Uno di loro è sceso. Non pensavo avessimo motivo di avere paura. L’ho guardato negli occhi, cercando di capire cosa avrebbe detto. Ma ha parlato con autorità, come se il posto di una donna fosse solo a casa. ‘Non ti vergogni?’ ha detto.

“‘Vergognarmi di cosa?’ ho chiesto.

“‘Questo posto non è per le donne. Qui le donne non sono ammesse. Non pensi a quanti uomini ti hanno vista dal ponte fino a qui?’

“Per me, essere vista in pubblico, vestita in modo appropriato, non era mai stato un problema. Ma le sue parole mi hanno trascinata in un mondo di pensiero decadente. Prima che potessi rispondere, ci ha ordinato di andarcene immediatamente o saremmo state portate all’ufficio. Dopo altri insulti, ce ne siamo andate, in silenzio, da quello che ormai sembrava un ‘territorio maschile’.”

Quando il controllo assoluto prende il sopravvento, anche la certezza di avere ragione inizia a sgretolarsi. Il ragionamento religioso, gli argomenti morali e gli appelli alla giustizia cominciano a sembrare inutili. Una strana vergogna febbrile si insinua nel corpo. Volenti o nolenti, la società inizia ad accettare questo ordine come inevitabile. Non ci si aspetta più che gli uomini parlino in tua difesa — alcuni sono d’accordo, altri hanno paura, mentre altri ancora restano in silenzio perché ne traggono vantaggio.

Ciò che rende il dolore ancora più profondo è che le donne che hanno perso il lavoro e le ragazze escluse dall’istruzione portano già il peso della frustrazione e della disperazione. Ora, senza accesso alla natura, non resta loro alcun rifugio.

Nel frattempo, gli uomini si muovono liberamente. Si radunano lungo il fiume Kokcha, scattano fotografie, passeggiano nei giardini e riempiono i polmoni con l’aria profumata di Faizabad. Le donne restano confinate nelle loro case.

Quando una donna cammina con sicurezza per la città, diventa oggetto di curiosità. Gli sguardi la seguono. Si levano sussurri: Chi è? Deve essere nuova. Come se fosse impensabile che una donna osi ancora rivendicare uno spazio pubblico. Molte hanno imparato a rinunciare ai propri diritti per evitare umiliazioni e proteggere le loro famiglie dal disonore.

Aree naturali distrutte

Dopo quattro anni di assenza, vedo come tanta attenzione sia stata rivolta al controllo delle donne, piuttosto che alla costruzione di una città funzionante.

Anche in una piccola città, i rifiuti di plastica si accumulano in piena vista. Le aree naturali “di proprietà maschile” vengono distrutte con la stessa brutalità dei diritti delle donne. Gli stessi uomini che si fissano sull’abbigliamento femminile sembrano avere poca cura per l’ambiente che appartiene loro. La natura è segnata da scavi, disseminata di plastica e rifiuti alimentari. Per chi detiene il potere, la terra del Badakhshan ha valore solo per il suo oro. Persone arrivano da tutto il paese, scavano dove vogliono, estraggono ciò che possono e lasciano dietro di sé un paesaggio in rovina. Nessuna autorità interviene.

In verità, trovo lo stato della natura del Badakhshan ancora più angosciante della condizione delle sue donne. La natura soffre in silenzio, mentre le donne trovano modi per dare voce al loro soffocamento.

Scrivo nella speranza che un giorno, quando tornerò a camminare in questi paesaggi, nessun funzionario o esecutore metterà in discussione il mio diritto di respirare. Tra tutte le dignità riconosciute a ogni essere umano, questa è quella che un giorno verrà finalmente rispettata.

L’Afghanistan al quinto posto tra i paesi con i più alti livelli di fame acuta

Habib Mohammadi, U, 26 aprile 2026

Secondo il Rapporto globale sulle crisi alimentari del 2026, l’Afghanistan si colloca al quinto posto tra i paesi più colpiti dalla fame acuta a livello mondiale, con 17,4 milioni di persone, circa il 36% della popolazione, che soffrono di grave insicurezza alimentare.

Il rapporto, pubblicato da un’alleanza di agenzie delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea e di organizzazioni partner, colloca l’Afghanistan tra un gruppo di 10 paesi che insieme rappresentano i due terzi della popolazione mondiale che soffre di fame grave.

Solo Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sudan e Yemen hanno segnalato un numero maggiore di persone che affrontano una grave insicurezza alimentare. Paesi come Myanmar, Bangladesh, Pakistan, Sud Sudan e Siria hanno riportato cifre inferiori rispetto all’Afghanistan, secondo il rapporto.

Secondo il rapporto, in Afghanistan circa 4,7 milioni di persone stanno vivendo una situazione di emergenza alimentare, caratterizzata da gravi carenze di cibo e un elevato rischio di carestia.

A livello globale, il rapporto ha rilevato che, nel 2025, 266 milioni di persone in 47 paesi hanno sofferto di elevati livelli di insicurezza alimentare acuta, pari a quasi un quarto della popolazione analizzata e quasi il doppio rispetto alla percentuale registrata nel 2016.

La fame è in crescita costante

I risultati indicano un aggravamento e una concentrazione sempre maggiore della crisi. “La fame non è più una serie di emergenze a breve termine, ma una sfida globale persistente e crescente”, afferma il rapporto.

I conflitti restano la causa principale, responsabili di oltre la metà dei casi di fame grave a livello globale. L’Afghanistan rientra in un gruppo di paesi in cui l’insicurezza, le difficoltà economiche e gli shock climatici si sono combinati per mantenere elevati i livelli di bisogno alimentare.

Il rapporto ha inoltre evidenziato un forte aumento della gravità della fame. Oltre 39 milioni di persone in 32 paesi si trovano ad affrontare livelli di insicurezza alimentare di emergenza, mentre il numero di coloro che soffrono di fame catastrofica è aumentato drasticamente negli ultimi anni.

I bambini sono tra i più colpiti. Nel 2025, si stimava che 35,5 milioni di bambini in tutto il mondo soffrissero di malnutrizione acuta, di cui quasi 10 milioni affetti da malnutrizione acuta grave, una condizione potenzialmente letale.

Le agenzie umanitarie hanno inoltre avvertito che gli sfollamenti stanno aggravando la crisi. L’anno scorso, oltre 85 milioni di persone sono state sfollate a causa di crisi alimentari, e le popolazioni sfollate hanno dovuto affrontare livelli di fame più elevati rispetto alle comunità ospitanti.

Nonostante la portata della crisi, i finanziamenti per i programmi alimentari e nutrizionali sono diminuiti a livelli che non si vedevano da quasi un decennio, limitando la capacità dei governi e delle organizzazioni umanitarie di intervenire.

Guardando al futuro, il rapporto avverte che i conflitti in corso, gli shock climatici e l’instabilità economica probabilmente manterranno l’insicurezza alimentare a livelli critici nel 2026.

Secondo le agenzie umanitarie, senza un cambio di approccio, la fame rischia di diventare una caratteristica permanente dell’instabilità globale anziché un’emergenza temporanea.

Ovunque ci troviamo, le nostre voci contano

Fereshta Abbasi, HRW, 24 aprile 2026

Mentre ero in contatto con un giornalista locale in Afghanistan a proposito di un mio recente rapporto , ho ricevuto una richiesta sconvolgente: “Potremmo avere un breve video sul tuo nuovo rapporto, non da te, ma da un rappresentante di Human Rights Watch?”.

Ho riletto il messaggio con rabbia. Sebbene fossi l’autrice del rapporto in qualità di ricercatrice di Human Rights Watch per l’Afghanistan, la testata voleva che al mio posto parlasse un collega uomo. Purtroppo, il motivo di questa richiesta è qualcosa che molte donne afghane in tutto il mondo vivono quotidianamente.

Alla fine ho scoperto che l’emittente televisiva aveva ricevuto istruzioni dal Ministero per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio (PVPV) dei talebani, secondo cui qualsiasi donna afghana, indipendentemente dal luogo in cui vive, deve apparire in onda con l’hijab integrale e il volto coperto.

Anziché essere considerata un’esperta del Paese, ero stata, come tutte le donne in Afghanistan, ridotta unicamente a questa identità e, di conseguenza, potevo parlare ai media solo alle condizioni imposte dai talebani. L’implicazione era chiara: essere una donna afgana era sufficiente a giustificare il mio silenzio, persino al di fuori del Paese.

A quasi cinque anni dalla presa del potere da parte dei talebani in Afghanistan, la libertà di espressione è pressoché inesistente nel Paese, soprattutto per le donne. Alle donne afghane è vietato proseguire gli studi oltre la sesta elementare e subiscono gravi restrizioni in ambito lavorativo, oltre a essere emarginate dalla vita pubblica. In alcune province , le giornaliste non possono lavorare e le loro voci sono bandite da radio e televisione.

Questo episodio è anche un esempio di quanto sia estesa la portata dei talebani. Il loro sistema di repressione non si ferma ai confini dell’Afghanistan, poiché tentano di controllare e mettere a tacere le donne afghane all’estero imponendo ai media di applicare le loro regole abusive a coloro che denunciano e contestano gli abusi dei talebani.

In quanto donna afghana e ricercatrice di Human Rights Watch, non mi conformerò alle regole restrittive dei talebani. Tuttavia, le loro direttive repressive ai media hanno gravi implicazioni per il diritto delle donne afghane alla libertà di espressione, sia all’interno che all’esterno del Paese. Le donne afghane non dovrebbero essere costrette a sottostare a regole discriminatorie per esercitare il diritto di esprimersi pubblicamente. Ovunque ci troviamo, le nostre voci contano.

I talebani vietano anche la pianificazione familiare

Raha Azad, Ruhkshana Media, 16 aprile 2026

In Afghanistan, alcune donne che cercavano di sottoporsi a legatura delle tube in  un importante ospedale si sono viste respingere l’accesso, a riprova del fatto che i talebani stanno limitando severamente ogni forma di pianificazione familiare in uno dei Paesi più pericolosi al mondo per partorire.

Conosciuta colloquialmente come legatura delle tube, la legatura tubarica è una procedura di sterilizzazione permanente per le donne ed è stata storicamente diffusa in alcune zone dell’Afghanistan dove metodi contraccettivi più accessibili non erano disponibili, per ragioni culturali o economiche. Molte donne sceglievano di sottoporsi a questa procedura una volta raggiunto il numero di figli desiderato.

“Lasciar crescere la generazione musulmana”

Ma due operatori sanitari dell’ospedale centrale di Faizabad, capoluogo della provincia nord-orientale di Badakhshan, hanno dichiarato a Rukhshana Media di aver ricevuto l’ordine di non eseguire la procedura. Uno di loro, un medico che lavora da circa otto anni nel reparto di ginecologia e ostetricia, ha affermato di aver sentito membri dei talebani dire al personale dell’ospedale di “lasciare crescere la generazione musulmana”.

Tre donne hanno affermato di aver richiesto la procedura e di essersi viste negare l’accesso. Tutte erano povere, avevano avuto gravidanze difficili in passato e facevano fatica ad allattare i figli che già avevano. Una di loro ha raccontato di essersi sentita dire che sottoporsi alla procedura era “un peccato”.

Marzia, di cui non riveliamo il vero nome per tutelare la sua privacy, ha già otto figli. Aveva viaggiato per circa 10 ore per raggiungere Faizabad, con un neonato e un bambino piccolo. Quando ha spiegato ai medici cosa desiderava, le hanno detto che avrebbe avuto bisogno di un’autorizzazione scritta dalle autorità, cosa che sapeva di non poter ottenere.

«Non abbiamo abbastanza cibo, non lavoriamo, non abbiamo una vita dignitosa. Cosa dovremmo fare con così tanti bambini? Crescono tutti affamati, assetati e scalzi», ha detto la trentaseienne disperata mentre il suo bambino piangeva accanto a lei.

«Ho detto (ai medici) che non me la sento di partorire altri figli. Ma i medici hanno risposto che i talebani hanno vietato questa operazione. Che Dio punisca i talebani, sono ciechi di fronte alla sofferenza di madri povere come me.»

La remota area montuosa di Kiran wa Munjan, da dove proviene Marzia, è povera e, secondo un precedente rapporto di Rukhshana Media, la maggior parte delle donne partorisce ancora in casa. I tassi di mortalità materna e neonatale sono elevati.

“Estremamente preoccupante”

La legatura delle tube è una procedura chirurgica sicura che consiste nel bloccare le tube di Falloppio in modo che l’ovulo non possa incontrare lo spermatozoo, prevenendo così la gravidanza.

Un tempo era una vera e propria ancora di salvezza per donne come Qamar Gul, 35 anni, che vive a Faizabad con il marito e sei figli. I tempi sono duri, il marito è disabile e lei è disperata all’idea di rimanere incinta di nuovo.

Tre mesi fa, si è recata all’ospedale pubblico per sottoporsi a un intervento chirurgico di contraccezione permanente, ma i medici le hanno detto che i talebani lo avevano vietato.

In un’altra zona della città, una madre di cinque figli che si guadagna da vivere lavando i panni e pulendo case, ha detto di voler farsi legare le tube, ma che l’intervento è stato bloccato.

«La mia figlia più piccola ha tre mesi. Quando ero vicina al parto, sono andata in ospedale e ho detto che volevo l’intervento, in modo che la bambina nascesse e mi legassero le tube contemporaneamente. Ma i medici si sono rifiutati. Hanno detto che questa procedura ora è illegale», ha raccontato.

“Ho dato alla luce questi cinque figli affrontando immense difficoltà e cure mediche, rischiando la mia vita. Ma ora non abbiamo né le possibilità economiche né la forza fisica per andare avanti.”

Il medico che ha parlato con Rukhshana Media ha affermato che c’è un’evidente necessità di questo servizio, che a quanto pare è stato bloccato o limitato in molte zone dell’Afghanistan dai talebani.

Sotto il precedente governo era stato attuato un programma nazionale di pianificazione familiare per ridurre la mortalità materna e neonatale, promuovere una corretta spaziatura tra le nascite e prevenire gravidanze ravvicinate. Campagne di sensibilizzazione pubblica e la distribuzione gratuita di contraccettivi in ​​alcuni centri sanitari statali facevano parte di questo impegno.

Secondo quanto riportato da Rukhshana Media, la procedura potrebbe essere ancora eseguita in segreto in cliniche private, ma la maggior parte delle donne non può permettersela.

“Quando alle donne non è permesso prendere decisioni sul proprio corpo, i loro problemi di salute fisica e mentale si moltiplicano. Assistiamo a gravidanze ripetute senza un adeguato intervallo tra una gravidanza e l’altra, che mettono a rischio la salute di madri e neonati e aggravano le difficoltà economiche e sociali delle famiglie”, ha affermato il medico di Faizabad.

“Le restrizioni e la mancanza di accesso ai contraccettivi impediscono alle donne di utilizzare anche semplici metodi di prevenzione o trattamento. Questa situazione è estremamente preoccupante.”

La rabbia popolare sferza gli “attivisti civili” senza ritegno

Navid Nabdal, Hambastagi, 20 aprile 2026

Oltre cento attivisti afghani per i diritti umani e per i diritti delle donne hanno diffuso una lettera aperta indirizzata a Melania Trump, esortandola a usare la sua influenza per sostenere le donne e le ragazze in Afghanistan.

Un’idea quantomeno bizzarra: rivolgersi alla moglie del presidente del Paese che sta portando la guerra ovunque bombardando senza scrupoli civili e bambini; lo stesso Paese che ha occupato l’Afghanistan per “esportare la democrazia” contro il primo governo talebano, salvo poi, con l’accordo di Doha, riconsegnarlo proprio ai talebani. E’ come chiedere al lupo di fare da guardiano alle pecore…

Chi siano esattamente i firmatari non è dato sapere: il documento non è stato pubblicato sui social, ufficialmente per motivi di sicurezza…o forse per evitare il ridicolo.

Vengono però descritti come sostenitori dei diritti umani e delle donne residenti all’estero. In altre parole, la diaspora afghana legata a figure politiche e membri, a vari livelli, del precedente governo repubblicano, che all’arrivo dei talebani sono fuggiti al seguito degli Stati Uniti e della Coalizione, e che oggi, dall’esilio dorato, lavorano per preparare il ritorno.

Hambastagi, Partito afghano della solidarietà, democratico e laico, che sopravvive in Aghanistan in clandestinità, commenta l’appello con questo articolo decisamente caustico.

(Red CISDA)

L’imperialismo, per occupare i paesi, reprimere la resistenza e spezzare l’aspirazione all’indipendenza dei popoli, non si è limitato a bombe e massacri, ma ha fatto uso anche di uno strumento “soft” e ingannevole chiamato “società civile”, che sotto forma di ONG, media, istituzioni per i diritti umani e centri educativi ecc., si è rivelato più efficace e pericoloso delle armi e della forza. Ovunque siano arrivati gli Stati Uniti e le altre potenze dominanti, migliaia di istituzioni “civili” sono spuntate come funghi grazie ai dollari dei colonizzatori e, con un’ondata di propaganda e l’organizzazione di conferenze e seminari variopinti, hanno smussato il filo della lotta, giustificando invasione, massacri e barbarie e svolgendo un ruolo decisivo nel controllare e deviare l’opinione pubblica.

Durante i vent’anni di occupazione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti, sono nate centinaia di organizzazioni della “società civile” e un esercito di “attivisti civili”, circa il 90% dei quali finanziati e addestrati dagli USA e dalle reti di intelligence ad essi collegate, la cui missione principale non era altro che giustificare l’occupazione e ripulire l’immagine dell’aggressione. Questi “attivisti civili”, con stipendi elevati, auto di lusso e una vita agiata, parlavano nei media affiliati di “povertà”, “diritti delle donne” e “democrazia” senza mai fare riferimento alle radici e ai responsabili di queste tragedie e, ripetendo il ritornello demagogico “la colpa è nostra”, cercavano di far apparire il popolo oppresso come responsabile delle proprie disgrazie.

Quando gli Stati Uniti, con un accordo vergognoso, hanno consegnato l’Afghanistan ai loro servitori talebani, questi stessi “attivisti civili” sono fuggiti precipitosamente su voli charter verso l’estero per iniziare, sotto la protezione degli stessi padroni, una nuova missione traditrice; e ogni giorno ricevono premi e titoli da quei padroni per questa loro condotta. Essi si presentano come “umanitari”, ma in realtà sono così privi di onore e coscienza da piegarsi a qualsiasi umiliazione e bassezza su ordine dei loro superiori, come dimostra il loro vergognoso esempio della lettera aperta alla “prima donna legata al caso Epstein”.

Questi sedicenti difensori dei “diritti delle donne” hanno teso la mano verso qualcuno coinvolto nel famigerato “caso Epstein”, il cui sordido e ripugnante scandalo ha sconvolto il mondo. Questa richiesta è l’esempio perfetto di quel triste detto secondo cui si chiede al lupo di avere pietà delle pecore.

Ma il nostro popolo, che ha assaggiato per vent’anni il veleno della “democrazia americana” e ha riconosciuto il vero volto di questi “attivisti civili”, scrivendo messaggi duri sotto questa notizia, ha colpito questi “senza vergogna della storia” come con una frusta, mostrando il grido di rabbia e dolore di una nazione e smascherando questi falsi pretendenti. Sebbene i messaggi della gente siano numerosi, di seguito ne abbiamo selezionati alcuni per la pubblicazione:

Kantar Din
Che stupidità. Si chiede aiuto per migliorare la situazione dei bambini dell’Afghanistan a qualcuno coinvolto nel famigerato caso Epstein.

Esmat Bayat
Siete davvero ignoranti, voi e i vostri attivisti all’estero, a chiedere aiuto a una donna immersa nella corruzione morale e nel progetto Epstein. È davvero triste per le donne afghane avere voi come rappresentanti.

Mohammad Naseer Anees
Questi non sono attivisti civili, ma vuoti, ladri professionisti e saccheggiatori del denaro pubblico, che da generazioni hanno venduto sé stessi e distrutto la vita, l’onore e il sangue del popolo afghano.

Skander Spehr
La causa principale delle disgrazie è l’America, in particolare il marito di questa “first lady”. Lei stessa ha avuto e ha un ruolo negativo nella rovina dell’Afghanistan.

Ghulam Rasool Mobin
Siamo a conoscenza dell’attenzione di questa donna verso gli studenti di Minab a Teheran e i bambini di Gaza.

Rasooli Ent
Aspettarsi che Trump e sua moglie difendano i diritti umani è come dare le chiavi di casa a un ladro e chiedergli di prendersi cura dei propri beni!

Sohrab Hassanzada
Guai a questa schiera di mendicanti che bussano a ogni porta. La vergogna è una cosa che non possiedono.

Tahmina Shuja
Quel gruppo che ha scritto alla first lady degli USA per difendere i diritti delle donne afghane non ha nulla a che fare con le donne dignitose e consapevoli dell’Afghanistan.

Hashmat Rahmani
Questa donna stessa è una vittima del caso Epstein; come possono scriverle per chiedere aiuto sulle condizioni delle donne afghane?

Fa Sattar
Sicuramente Ariana Saeed e Fawzia Koofi hanno inviato la lettera, mentre lei è coinvolta nei problemi dell’isola di Epstein.

Ab Rahim Zahir
È una grande umiliazione fare una richiesta simile a una persona del genere.

Muhajer Nowruzi
Richiesta stupida: gli USA e il loro presidente hanno portato l’Afghanistan nel baratro, e questi attivisti chiedono supporto a una figura legata allo scandalo Epstein.

Colloqui talebani-UE? Contro il trattamento “da tappeto rosso”

Siyar Sirat, AMU Tv, 22 aprile 2026

Hannah Neumann, membro del Parlamento europeo, ha criticato i piani dell’Unione Europea di ospitare rappresentanti dei Talebani a Bruxelles, avvertendo che tale coinvolgimento rischia di conferire legittimità ai Talebani mentre i governi europei cercano di ampliare le deportazioni di migranti afghani.

Neumann ha dichiarato in un post su X che i funzionari dell’Unione Europea stavano “stendendo il tappeto rosso” per i Talebani, in risposta alle notizie secondo cui una delegazione potrebbe visitare Bruxelles nelle prossime settimane.

“Sia chiaro: il riconoscimento in cambio delle deportazioni è una ricetta per il disastro”, ha scritto Neumann. “Nessuna legittimità per i Talebani. Nessun accordo sottobanco.”

Le sue dichiarazioni seguono un servizio dell’AFP, che ha citato fonti diplomatiche secondo cui funzionari europei si stanno preparando a ospitare una delegazione talebana, composta probabilmente da rappresentanti tecnici, per discutere il rimpatrio di cittadini afghani senza status legale nell’Unione.

La visita proposta, non ancora confermata ufficialmente, sarebbe coordinata dalla Commissione europea insieme a diversi Stati membri, secondo il rapporto. I colloqui dovrebbero concentrarsi su questioni logistiche, tra cui l’organizzazione dei voli, la capacità dell’aeroporto di Kabul e il trattamento delle persone rimpatriate.

La politica migratoria europea

Funzionari europei hanno già tenuto due cicli di colloqui definiti “esplorativi” in Afghanistan, mentre i governi del blocco affrontano crescenti pressioni politiche per inasprire le politiche migratorie.

Circa 20 Paesi dell’UE stanno esaminando modi per deportare cittadini afghani, in particolare quelli condannati per reati. La Germania ha deportato più di 100 afghani dal 2024 utilizzando voli charter facilitati dal Qatar, mentre l’Austria ha adottato misure simili.

L’iniziativa riflette un cambiamento più ampio nella politica europea, dove la migrazione è diventata una questione centrale e i partiti di destra hanno guadagnato terreno in diversi Paesi.

Allo stesso tempo, la prospettiva di un coinvolgimento con i Talebani ha suscitato preoccupazione tra legislatori e organizzazioni umanitarie, che mettono in guardia dal legittimare un governo che l’Unione Europea non riconosce formalmente. I Talebani sono tornati al potere in Afghanistan nel 2021 e hanno imposto varie restrizioni, in particolare sui diritti delle donne.

Gruppi per i diritti e l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati hanno inoltre espresso preoccupazione per le deportazioni verso l’Afghanistan, citando la crescente crisi umanitaria del Paese, segnata da povertà diffusa, siccità e un forte calo degli aiuti internazionali.

Gli afghani sono stati tra i gruppi più numerosi a chiedere asilo in Europa negli ultimi anni. Tra il 2013 e il 2024, circa un milione di afghani ha presentato domanda di asilo nei Paesi dell’UE e, secondo i dati europei, rappresentavano il gruppo più numeroso di richiedenti lo scorso anno.

La visita prevista, inizialmente attesa per fine marzo, è stata rinviata ed è ora prevista nelle prossime settimane, secondo le fonti diplomatiche citate dall’AFP.

Il controllo informativo come strategia occidentale verso i talebani

Un’interessante opinione sulle strategie occidentali nei confronti dei talebani: come la sorveglianza informativa divenga il principale strumento per gestire le relazioni con l’Afghanistan considerato imprevedibile

Abdulnaser Nurzad, 8AM Media, 21 aprile 2026
Gli sviluppi attorno ai talebani nella fase successiva al ritorno al potere mostrano chiaramente che l’Afghanistan continua a trovarsi al centro di un gioco geopolitico complesso e multilivello; un gioco in cui concetti come destabilizzazione, controllo a distanza, riequilibrio e gestione del caos non sono tanto un piano uniforme e completamente ingegnerizzato, quanto piuttosto quadri flessibili per comprendere il comportamento delle grandi potenze. In questo contesto, il graduale orientamento dei talebani verso il blocco orientale, in particolare nei rapporti con Cina, Russia e Iran, è una delle variabili più importanti che ha spinto l’Occidente a rivedere la propria percezione di questo gruppo e ad intensificare approcci di sorveglianza e intelligence.

Nel periodo successivo agli accordi di Doha, l’idea prevalente era che i talebani, come parte di un meccanismo gestito, avrebbero operato entro un quadro prevedibile. Tuttavia, le realtà sul campo, soprattutto in ambito di politica estera e sicurezza, hanno mostrato che il gruppo non solo non si è mosso pienamente lungo le aspettative occidentali, ma in alcuni ambiti ha adottato approcci significativamente distanti dai calcoli iniziali. Questa distanza, in particolare nelle relazioni con gli attori orientali e nel modo di affrontare gli impegni precedenti, ha aumentato il livello di sfiducia e insoddisfazione tra le potenze occidentali.

In tali condizioni, il lancio di piattaforme basate sui dati per identificare e mappare la struttura di potere dei talebani, da parte di istituzioni come il Middle East Institute, va interpretato come un tentativo di ricostruire il controllo informativo. Queste piattaforme, che hanno documentato informazioni dettagliate su circa 1200 funzionari talebani di alto e medio livello — inclusi ruoli, background, appartenenze etniche, reti di relazione e attività finanziarie — consentono all’Occidente di ottenere un quadro più preciso della struttura interna del gruppo. Uno strumento del genere non è solo un’iniziativa di ricerca, ma parte di un’infrastruttura informativa che può influenzare la progettazione delle politiche future, inclusa la gestione delle crisi, l’esercizio di pressioni o persino la ridefinizione delle relazioni.

Gestire l’imprevedibile

L’aumento di questo livello di sorveglianza riflette più una preoccupazione per il comportamento imprevedibile dei talebani che una risposta alla situazione attuale dell’Afghanistan. L’Occidente si trova ora di fronte a un attore che non può essere definito nei quadri classici dello Stato-nazione, né considerato un alleato affidabile. La crescente vicinanza dei talebani a paesi come Cina, Russia e Iran, anche se spesso di natura tattica e dettata dalla necessità, viene percepita a livello strategico occidentale come un segnale di allontanamento dagli impegni precedenti. Questo ha portato a un passaggio dalle politiche di attesa e interazione limitata verso una sorveglianza attiva e la preparazione a scenari più complessi.

In questo contesto, la sorveglianza informativa come principale strumento occidentale per gestire la situazione ha assunto un ruolo più centrale. L’attenzione sull’identificazione dei vertici, delle reti di comunicazione e dei modelli decisionali interni ai talebani consente all’Occidente non solo di comprendere meglio gli sviluppi attuali, ma anche di prevedere in una certa misura i comportamenti futuri del gruppo. Questo “occhio informativo”, di vigilanza, ha di fatto sostituito l’intervento diretto, funzionando come uno strumento per ridurre l’incertezza in un ambiente complesso.
Parallelamente, vi sono segnali che indicano un aumento delle pressioni indirette sui talebani.

Sebbene sia necessaria cautela analitica nell’attribuire un ruolo puramente orientato in questa direzione ad attori come il Pakistan, non si può ignorare la coincidenza tra alcune dinamiche regionali — come la maggiore attività dei gruppi oppositori — e l’aumento dell’insoddisfazione occidentale. Questa situazione espone i talebani a una serie di pressioni simultanee, interne ed esterne, che mettono alla prova la loro stabilità.

Un’altra funzione importante delle nuove piattaforme informative è la creazione di ambiguità e dubbio sulla reale natura delle relazioni dei talebani con attori regionali e transnazionali. La rivelazione dei complessi legami del gruppo con reti jihadiste, in particolare al-Qaeda, non solo rafforza le preoccupazioni di sicurezza occidentali, ma può influenzare anche il modo in cui i paesi della regione interagiscono con i talebani. Questo aspetto, soprattutto mentre i talebani cercano di presentarsi come un attore responsabile, può generare nuove sfide di legittimità.

Sfruttare le contraddizioni

A livello interno, l’attenzione informativa sulla struttura talebana facilita anche una migliore comprensione delle divisioni e differenze interne. Contrariamente alla sua apparenza monolitica, il gruppo è composto da fazioni e reti con visioni e interessi differenti. La rivelazione delle identità, posizioni e connessioni di questi attori può gradualmente influenzare gli equilibri di potere interni, soprattutto se alcuni di essi, in risposta alle pressioni, si orientano verso relazioni con attori esterni. Questo processo, pur non facilmente attuabile, potrebbe manifestarsi come un “graduale riallineamento” della struttura di potere talebana.

Infine, l’ampia attenzione rivolta a circa 1200 figure chiave dei talebani — attive a vari livelli di governance, dal governo centrale e dalle istituzioni di sicurezza fino alle strutture locali — indica che l’Occidente è pienamente consapevole della fragilità della situazione attuale. Questa consapevolezza non implica necessariamente un tentativo di rimuovere i talebani dal potere, ma piuttosto il desiderio di modificarne o moderarne il comportamento in linea con gli interessi strategici occidentali. In altre parole, ciò che sta emergendo non è un progetto di rovesciamento, bensì una sorta di “cauta chirurgia interna”, volta a ridurre le minacce e aumentare la prevedibilità del comportamento talebano in un contesto geopolitico e di sicurezza ad alto rischio.

Nel complesso, questi sviluppi delineano un quadro fluido e in evoluzione, in cui i talebani, stretti tra pressioni contrastanti, rivalità regionali e crescente sorveglianza, sono costretti a prendere decisioni complesse e talvolta contraddittorie. Il futuro del gruppo dipenderà soprattutto dalla sua capacità di gestire queste pressioni e di bilanciare le esigenze interne con i vincoli esterni — un equilibrio che, nelle condizioni attuali, appare più difficile che mai.

136.000 persone per settimane senza cibo nel Nuristan

Siyar Sirat, AMU Tv, 22 aprile 2026

Secondo il Comitato Internazionale della Croce Rossa, circa 136.000 persone nella provincia di Nuristan, nell’Afghanistan orientale, hanno sofferto di gravi carenze di cibo, assistenza sanitaria e beni di prima necessità dopo settimane di isolamento causato dal conflitto in corso.

Per oltre sei settimane, l’insicurezza e il blocco delle vie di accesso hanno isolato circa 17.000 famiglie nei distretti di Kamdesh e Barg-e-Matal, lasciando le comunità senza un accesso affidabile ai servizi essenziali, ha dichiarato l’organizzazione martedì.

A seguito di prolungati negoziati con le parti in conflitto, le agenzie umanitarie hanno finalmente iniziato a consegnare gli aiuti urgentemente necessari nella regione, segnando un raro ripristino dell’accesso a una delle aree più remote e colpite dell’Afghanistan.

L’operazione, guidata dal Comitato Internazionale della Croce Rossa in coordinamento con la Mezzaluna Rossa afghana e il Programma Alimentare Mondiale, è incentrata sulla distribuzione di cibo, forniture mediche e altri beni di prima necessità, ha dichiarato l’agenzia.

I funzionari delle organizzazioni umanitarie hanno affermato che la svolta è arrivata dopo settimane di dialogo volto a garantire il passaggio sicuro e senza ostacoli agli operatori umanitari neutrali. L’accordo ha permesso ai convogli di iniziare a raggiungere comunità che erano in gran parte inaccessibili.

La riapertura delle strade di accesso al Nuristan ha inoltre permesso ai mercati di ricominciare a rifornirsi e ha consentito la ripresa delle evacuazioni mediche, ha affermato il CICR.

Aiuti indispensabili

Nonostante l’arrivo degli aiuti, i bisogni umanitari rimangono urgenti. Le prime valutazioni indicano persistenti lacune in materia di sicurezza alimentare, assistenza sanitaria e servizi essenziali, soprattutto dopo un periodo di interruzione prolungato.

Le agenzie umanitarie affermano di collaborare con i rappresentanti delle comunità per allineare gli aiuti ai bisogni più urgenti, avvertendo al contempo che un accesso continuativo sarà fondamentale per prevenire un ulteriore peggioramento della situazione.

Le organizzazioni coinvolte hanno sottolineato che il loro lavoro è guidato dai principi di neutralità, indipendenza e imparzialità, e hanno invitato tutte le parti a garantire un accesso continuo e senza ostacoli alle comunità vulnerabili.

Secondo gli analisti, la situazione evidenzia la fragilità dell’accesso umanitario nelle regioni colpite da conflitti, dove il mutare delle condizioni di sicurezza può isolare rapidamente intere popolazioni.

L’UE ospiterà i colloqui con i talebani sulle deportazioni dei migranti

Nazanin Mohseni, Kabul Now, 21 aprile 2026
L’Agence France-Presse ha riferito che una delegazione tecnica talebana dovrebbe recarsi a Bruxelles nelle prossime settimane per colloqui sulla deportazione dei migranti dall’Unione Europea verso l’Afghanistan.

Secondo quanto riportato, il viaggio è coordinato dalla Commissione europea e da diversi Stati membri, a seguito delle visite di due funzionari europei in Afghanistan, e ha lo scopo di approfondire le discussioni sulle espulsioni dei migranti.

Una fonte diplomatica ha riferito all’Agence France-Presse che il piano è quello di invitare la delegazione talebana prima dell’estate.

Una fonte coinvolta nei colloqui ha riferito all’AFP che i funzionari europei stanno raccogliendo informazioni sui voli e sulla capacità dell’aeroporto di Kabul e stanno “discutendo con i talebani su cosa accadrà alle persone che verranno rimpatriate“.

L’Agence France-Presse ha tuttavia riferito che la Commissione europea non ha ancora inviato un invito ufficiale alla delegazione.

I precedenti

Circa 20 paesi europei stanno attualmente valutando le modalità per rimpatriare i migranti afghani, in particolare quelli che hanno commesso reati.

In un episodio correlato, risalente a sette mesi fa, la Germania aveva anche confermato di aver avviato colloqui con i talebani per agevolare l’espulsione di cittadini afghani dal suo territorio.

Secondo quanto riportato da Deutsche Welle (DW), il ministro degli Interni tedesco Alexander Dobrindt avrebbe dichiarato che alcune delegazioni avevano avuto “discussioni tecniche” con le autorità talebane in Qatar e che erano previsti ulteriori incontri per istituire un sistema di deportazioni “regolari” in Afghanistan.

L’ annuncio ha fatto seguito all’espulsione di 81 cittadini afghani da parte della Germania nel luglio scorso, segnando la prima operazione di questo tipo sotto il governo del cancelliere Friedrich Merz dopo anni di sospensione a causa della situazione di sicurezza in Afghanistan in seguito alla presa del potere da parte dei talebani nel 2021.

All’epoca, gruppi per i diritti umani e organizzazioni della diaspora afghana avevano criticato aspramente la decisione, avvertendo che i rimpatriati avrebbero potuto subire persecuzioni o gravi difficoltà economiche.

La Commissione europea si sta preparando ad ospitare la delegazione tecnica dei talebani, nonostante i suoi Stati membri non abbiano riconosciuto ufficialmente il governo talebano e abbiano ripetutamente espresso preoccupazione per la situazione dei diritti umani in Afghanistan.

Questo sviluppo mette in luce il complesso equilibrio che i paesi europei stanno cercando di raggiungere tra controllo migratorio e legittimità politica, mentre il dialogo con i talebani su questioni pratiche continua nonostante le persistenti preoccupazioni in materia di governance, diritti umani e riconoscimento internazionale.