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Tag: Partiti curdi

La Turchia avvia la riconciliazione con gli ex “terroristi” curdi del Pkk

Avvenire, 12 agosto 2026, di Luca Foschi

Approvata una legge che sospende le pene detentive per gli esponenti del Partito dei lavoratori del Kurdistan. Esclusi i condannati per omicidio. Öcalan resta all’ergastolo

Non sono bastati i dubbi, le ambiguità, i tentativi di sabotaggio a fermare il primo, storico passo verso la conclusione di un conflitto che ha ucciso più di 40.000 persone. Lunedì notte il parlamento di Ankara ha approvato con 468 voti a favore, 88 contrari e sei astenuti una legge che pone le basi per il rimpatrio e la sospensione delle pene detentive di migliaia di militanti del Partito curdo dei lavoratori (Pkk), da oltre quattro decenni in guerra con lo Stato turco. Il provvedimento stabilisce inoltre i termini per il disarmo e lo scioglimento della guerriglia, e crea una commissione composta da rappresentanti del governo e degli apparati di sicurezza che verrà incaricata di verificare la conformità legale di tutti i passaggi previsti. La norma offre clemenza ai prigionieri del Pkk che non siano stati condannati per omicidio e garantisce ai militanti in esilio sei mesi per tornare, da cittadini liberi, in Turchia. A coloro che non andranno incontro a nuove sanzioni sarà dato il diritto di prendere parte ai processi politici.

Le dichiarazioni rilasciate dopo l’approvazione della legge dai rappresentanti dei diversi partiti politici ancora esprimono la profonda faglia culturale che ha diviso per decenni la comunità turca e quella curda. Se per la prima lo spirito del provvedimento è securitario, una scelta necessaria a porre fine al pericolo del “terrorismo”, per la seconda rappresenta invece l’inaugurale riconoscimento della propria esistenza, l’inizio di un percorso che vorrebbe concludersi con la conquista di pieni diritti e di una qualche forma di autonomia all’interno dello Stato turco.
Il vicesegretario del Partito della Giustizia e dello sviluppo (Akp) Efkan Ala, braccio destro del presidente della Repubblica Erdogan, ha affermato che «l’organizzazione terroristica sarà smantellata in tutte le sue componenti, nel Paese e all’estero, Europa inclusa. Trasformeremo una situazione in cui tutti soffrono in una in cui tutti traggono beneficio». «Anche se gli stessi che hanno portato questa bozza di legge in parlamento non lo dichiarano apertamente, dobbiamo chiamare il problema con il suo vero nome. Oggi siamo qui a parlare della questione curda», ha replicato a distanza Ozgur Ozel, leader del Nuovo Partito, la maggiore forza dell’opposizione. «Non ostacoleremo il percorso di pace», ha poi sottolineato Ozel, annunciando il voto favorevole del suo partito. Ad applaudirlo, dai banchi della maggioranza, Devlet Bahceli, leader del Partito del movimento nazionalista (Mhp). A sorpresa è stato proprio quest’ultimo, storico e radicale volto del nazionalismo anti-curdo, a dichiarare nell’ottobre 2024 che se Abdullah Öcalan, il fondatore del Pkk, avesse proclamato la fine della resistenza armata, lo Stato turco gli avrebbe garantito la libertà. La risposta di “Apo” è arrivata quattro mesi dopo dal carcere di Imrali, dove si trova segregato dal 1999. Öcalan ha chiesto al partito di convocare un congresso straordinario, deporre le armi e sciogliere l’organizzazione. Dalle impervie montagne di Qandil al confine fra Iraq e Iran, dove ha sede il comando della resistenza, 1° marzo 2025 è stato proclamato il cessate il fuoco. Cinque giorni dopo la fine del congresso, il 12 maggio, lo storico annuncio: la fine della lotta armata, il passaggio del Pkk alla legalità del sistema politico. Durante una solenne cerimonia i fucili sono stati simbolicamente gettati fra le fiamme di un braciere.

La legge approvata lunedì notte non include tuttavia fra i beneficiari lo stesso Öcalan, 77 anni, condannato all’ergastolo per crimini violenti prima del 2005, data ultima stabilita dal provvedimento per l’attivazione della clemenza. Apre invece le porte del carcere per Selahattin Demirtas, il più importante politico curdo, condannato nel 2016 per favoreggiamento del terrorismo e vilipendio del presidente Erdogan. La sentenza è stata letta come politicamente motivata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. L’eredità del Partito democratico dei popoli (Hdp) da lui guidato è stata raccolta nel 2023 dallo schieramento Dem, capace di far eleggere nelle ultime elezioni 56 deputati, espressione di una comunità curda che in Turchia è composta, secondo le stime più accreditate, da circa 15 milioni di persone.

Fra i più risoluti oppositori della legge i deputati del partito ultranazionalista Iyi, che per voce del loro leader Musavat Dervisoglu hanno definito il voto di lunedì «un tradimento». «Il terrorismo non è finito, il Pkk farà con la politica ciò che non ha potuto fare con le armi», ha affermato Dervisoglu.

Il Pkk, dal canto suo, ha denunciato i «gravi errori e le lacune» presenti nel provvedimento, accusato di ambiguità in alcuni passaggi e di eludere i principali elementi della questione autonomistica curda, compresa la liberazione di Öcalan. Nella dichiarazione, diramata dalle montagne di Qandil, non viene tuttavia chiesto ai sostenitori del partito di opporsi al decreto.

In Turchia il difficile processo di pace con i curdi continua. Ecco a che punto siamo

Avvenire, 12 giugno 2026, di Luca Foschi

A un anno (senza morti) dalla fine della lotta armata proclamata dal Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, si può tracciare un primo bilancio del negoziato con Ankara. La vicepresidente del partito Dem, Günay: abbiamo sofferto dolore e distruzione, ma ci stiamo avvicinando a una soluzione

Il conflitto fra lo Stato turco e il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) è iniziato nel 1984 e ha causato la morte di oltre 40.000 persone. Negli anni ’90 il leader del partito, Abdullah Öcalan, ha annunciato diversi cessate il fuoco unilaterali e portato avanti contatti informali con vari governi di Ankara. Fra il 2008 e il 2011, in segreto, un tentativo più strutturato di negoziazione si è tenuto a Oslo, con mediazione norvegese. La prima trattativa pubblica risale al 2013-15. Incomprensioni e diffidenza hanno portato alla rottura, coincisa con i successi militari e politici dei curdi siriani del Pyd, vicini al Pkk. Il 22 ottobre 2024 Devlet Bahçeli, guida del Partito del movimento nazionalista, ha dichiarato a sorpresa che se Öcalan avesse proclamato la fine della resistenza armata lo Stato turco gli avrebbe garantito la libertà. Fra i fondatori dei “Lupi grigi”, Bahçeli aveva in più occasioni proposto la messa a morte del leader curdo. Per la prima volta in un decennio ai deputati Dem viene concesso di visitare il settantacinquenne fondatore del Pkk, chiuso in isolamento nella prigione di Imrali dal 1999. Il 27 febbraio 2025 Öcalan chiede al partito di convocare un congresso straordinario, deporre le armi e sciogliere l’organizzazione. Dalle impervie montagne di Qandil, dove ha sede il comando della resistenza, 1° marzo viene proclamato il cessate il fuoco. Cinque giorni dopo la fine del congresso, il 12 maggio, lo storico annuncio: la fine della lotta armata, il passaggio del Pkk alla legalità del sistema politico. Durante una solenne cerimonia i fucili vengono simbolicamente gettati tra le fiamme di un braciere.

Esistono insospettabili momenti nella storia in cui il calcolo scava nel presente fino a emergere nella più inattesa delle soluzioni, la pace. Gli strenui, inamovibili convincimenti delle parti in conflitto vengono erosi dai lutti, dal formidabile costo della guerra, del lento mutare degli individui e delle vaste architetture geopolitiche. Effimere occasioni da proteggere ed esasperare prima che si manifesti la storta eterogenesi dei fini, o l’intervento consapevole e maligno. L’ennesimo, precario laboratorio di pace nell’epoca della guerra mondiale a pezzi ha sede nel parlamento di Ankara, dove turchi e curdi dibattono la fine di un conflitto che dura dal 1984. «Quando mi chiedono a cosa abbia portato la tregua io rispondo, prima di ogni altra cosa: da un anno a questa parte non ci sono stati morti», afferma Ebru Günay, vicepresidente e portavoce del Partito popolare per l’uguaglianza e la democrazia (Dem), formazione politica che raccoglie le istanze dei curdi in Turchia. Avvenire ha avuto modo di dialogare con la giurista ed ex-deputata in occasione del Festival Vicino/Lontano, Premio Terzani 2026 di Udine, durante il quale Günay ha partecipato alla presentazione del volume Interno K. Una storia curda (Forum), un collettaneo curato da Danilo De Marco che ospita un suo intervento. Un momento quanto mai propizio per affrontare il tema.

In pochi mesi, fra l’ottobre 2024 e il maggio 2025, ciò che sembrava impossibile si è materializzato. Con la mediazione Dem, il Pkk ha colto il ramo d’ulivo offerto dal nazionalismo turco e il processo di pace ha preso a muoversi, con lentezza, sui binari istituzionali: «È nata una commissione incaricata di procedere alle audizioni di tutte le parti interessate, ivi comprese le vittime, ed è stato stilato un rapporto di raccomandazione. Dal 29 gennaio è cominciato il processo di integrazione e si è notato un certo avanzamento nei lavori. Ma esistono degli ostacoli, un paio di articoli sensibili che richiedono uno sforzo da parte del parlamento e rischiano di creare uno stallo. All’assemblea si chiede una legge specifica sulla pace, che includa i curdi desiderosi di tornare in Turchia per entrare nel mondo della politica. In passato sono stati detenuti, il diritto le deve mettere in sicurezza. Un elemento sollevato anche dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Il leader del nostro partito, Selahattin Demirtas, si trova ancora in carcere, e bisogna affrontare il nodo legato allo status giuridico di Öcalan, il suo “diritto alla speranza”, la possibilità cioè che l’ergastolo “aggravato” venga rivisto», spiega Günay, incarcerata nel 2009 con l’accusa di aver intrattenuto relazioni con il terrorismo, liberata nel 2014 e definitivamente assolta nel 2019. Soprattutto, sottolinea la vice-presidente Dem, manca una road map, un percorso solido e definito che il contesto regionale sembra sempre sul punto di far deragliare. In gennaio l’incursione dell’esercito siriano in Rojava, amministrato per oltre un decennio dal Pyd, emanazione siriana del Pkk, ha creato non poche preoccupazioni in Turchia. L’aggressione israelo-americana ha portato instabilità anche nel Kurdistan iraniano e iracheno. «Vogliamo che procedano in fretta, come in qualsiasi processo di pace esistono dei rischi, delle provocazioni. Esterne, quanto interne. I media turchi, nelle mani di un unico partito, si riferiscono ai curdi come “terroristi”, mentre noi cerchiamo di parlare il linguaggio della democrazia. L’opinione pubblica subisce questo discorso. Negli ultimi 40 anni molte persone hanno guadagnato dalla guerra, che il governo ha utilizzato per giustificare la profonda crisi economica. Inoltre, in commissione non si fa menzione della nostra lingua madre, nostro pilastro identitario. Per il bene del processo, tuttavia, abbiamo scelto di assumere una posizione costruttiva», sottolinea Günay.

Così come l’individuo ha diritto alla speranza, i popoli coltivano la speranza nel diritto: «Entrambe le parti hanno sofferto dolore e distruzione. Se oggi visitassi Diyarbakir mi scontrerei con la realtà dei villaggi evacuati e commissariati, dei lutti. Ma quest’anno a Mardin, dove sono stata eletta deputata, abbiamo potuto celebrare il Newroz, il nostro capodanno, senza che la polizia ci ostacolasse. Ho detto a me stessa, ecco, questo è il modo con cui ci si avvicina alla soluzione», racconta Ebru Günay, che conclude con le parole di un ex-nemico, e oggi forse solo avversario: «Il presidente della Camera, Numan Kurtulmus, ha parlato in un discorso dell’onore dei curdi e dell’orgoglio dei turchi. La vera equazione della pace è questa».

L’alto dirigente del Pkk, Sabri Ok: «Abbiamo rinunciato alle armi, non a difenderci»
«All’interno della Turchia vi sono individui e organizzazioni con una mentalità nazionalista che non riconoscono l’esistenza del popolo curdo. In particolare, mi riferisco a elementi informali presenti all’interno dello Stato e della sua burocrazia. Un altro ruolo importante è giocato dalle potenze internazionali, che storicamente hanno ignorato la questione curda e, ancor più, hanno contribuito a crearla aprendo la strada alla frammentazione del Kurdistan e lasciandolo privo di uno status». La storia e lo Stato profondo, sono queste le forze che impediscono la maturazione del processo di pace secondo Sabri Ok, alto dirigente del Pkk e membro del Consiglio esecutivo del Kck, la struttura transnazionale che organizza il movimento curdo in Turchia, Siria, Iraq, Iran e nella diaspora. Avvenire lo ha raggiunto nelle montagne di Qandil, al confine fra Iraq e Iran, dove la resistenza armata del Pkk ha creato la propria base operativa nel 1991.

Quali sono le condizioni che hanno permesso al processo di pace di avere inizio? Le Primavere arabe hanno modificato gli equilibri di potere in Medio Oriente e, soprattutto dopo la guerra di Gaza, gli obiettivi dello Stato turco devono adattarsi ai cambiamenti in corso. Stiamo assistendo a una parte della Terza guerra mondiale, il sistema politico del XX secolo sta venendo superato, e il nuovo avrà il Medio Oriente come uno dei suoi centri fondamentali. La Turchia ha bisogno di concentrare altrove le sue risorse. Abdullah Öcalan ha accolto la mano tesa da Devlet Bahçeli con grande senso di responsabilità.

Qual è la condizione dell’istanza curda in Siria e Iran?
Sconfitto l’Isis, gli Stati Uniti e l’Europa hanno abbandonato i curdi. Ora basano le loro politiche su Damasco e sul presidente al-Sharaa, ex-leader di Hayat tahrir al-sham, milizia fondamentalista appoggiata da Ankara. La battaglia dello scorso gennaio fra l’esercito siriano e le Forze democratiche siriane mostra quanto precario sia il processo di assimilazione dei curdi nello Stato. Anche in Iran è improbabile che il regime scelga la via democratica. Ai popoli, le etnie e le religioni dell’Iran non rimane che unirsi nella lotta per uno Stato democratico. È innegabile che i curdi rappresentino una forza molto importante e influente in questo contesto.

Torniamo alla questione curda in Turchia. Come sta vivendo il Pkk il periodo seguito alla tregua, questo momento di sospensione?
Lo Stato turco ha occasionalmente ammassato forze in alcune aree, e condotto intense operazioni di intelligence. Tuttavia, nonostante alcuni scontri isolati, posso dire che in generale ha prevalso il cessate il fuoco. Siamo preparati a ogni livello per tutte le eventualità. I precedenti negativi dei percorsi di dialogo tentati negli anni passati sono senza dubbio noti. Ma ciò non significa da parte nostra una mancanza di fiducia nel processo di pace. Comporta piuttosto una condotta più cauta, organizzata e disciplinata. Un’attitudine, questa, condivisa dal popolo curdo, ben consapevole dell’estrema reticenza di Ankara, e dell’assenza di seri passi in avanti.

Quali sono gli elementi minimi che per il Pkk devono costituire un accordo accettabile? Prima di tutto, affinché il processo di pace possa progredire, il leader Abdullah Öcalan deve essere riconosciuto dallo Stato turco come il principale negoziatore e interlocutore. Pertanto, devono essergli garantite le condizioni per vivere e lavorare liberamente, in modo che possa svolgere il suo ruolo di principale negoziatore. Chiediamo una vita democratica e libera, nella quale i curdi partecipino al sistema con la propria identità e cultura. Questo significa abbandonare la mentalità che per cento anni ha respinto e negato l’esistenza dei curdi, procedere verso il riconoscimento e l’accettazione reciproci.

Esiste ancora, in questo contesto, il rischio di un ritorno alla lotta armata?
Rinunciare alla lotta armata non significa l’assenza di una strategia di autodifesa. Questa oggi deve essere intesa come la lotta della società che si organizza a ogni livello. Le minacce contro il popolo curdo continuano? Sì, continuano. Finché l’esistenza del popolo curdo non sarà sottoposta ad attacchi mirati al suo annientamento, la lotta armata non verrà adottata come metodo. Ma se i curdi si troveranno di fronte a una minaccia esistenziale, allora il ricorso a ogni tipo di mezzo, compresala lotta armata, costituirà un diritto fondamentale.

«La pace non riguarda solo i curdi, in ballo c’è il futuro della Turchia»

Il manifesto, 17 agosto 2025, di Tiziano Saccucci

Fare fuoco Intervista a Berdan Öztürk, deputato del partito Dem: «Il Pkk ha compiuto passi importanti, ora Ankara dovrà riformarsi»

Il 15 agosto ha segnato il quarantunesimo anniversario della prima azione del Pkk contro lo Stato turco. Per la prima volta da allora il partito e i suoi sostenitori celebreranno l’anniversario di una lotta armata dichiarata conclusa. Nel suo comunicato, l’Unione delle comunità del Kurdistan (Kck) invita il popolo curdo a proseguire la battaglia sul terreno politico, contribuendo al processo di pace «con lo spirito dell’offensiva del 15 agosto» e dedica le celebrazioni a Nûreddîn Sofî e Koçero Urfa: il primo, uno dei comandanti più carismatici del Pkk; il secondo, cugino di Abdullah Öcalan. Entrambi uccisi nel 2021, la loro morte è stata resa pubblica solo alla vigilia dell’anniversario.

Se le armi tacciono, alla politica spetta il compito più difficile: trasformare la tregua in un percorso irreversibile. È la sfida che racconta Berdan Öztürk, co-presidente del Congresso della Società Democratica e deputato del partito Dem.

Qual è la situazione attuale del processo di pace? È stata appena formata una commissione parlamentare a cui partecipano quasi tutti i principali partiti, tranne il partito Iyi, di estrema destra.

Il 12° congresso del Pkk ha deciso di sciogliere l’organizzazione, hanno anche bruciato simbolicamente le proprie armi, tutti passi compiuti unilateralmente. Per questo, la formazione della commissione era fondamentale. Iyi ha una visione politica ristretta, legata a calcoli elettorali. Sarà presto dimenticato o ricordato solo come il partito contrario alla pace. Bahçeli non è solo il leader dell’Mhp, rappresenta lo «Stato profondo» e agisce quando lo Stato ne trae beneficio. Il fatto che l’appello venga da lui indica che non è un’iniziativa del governo, ma una volontà dello Stato. Ciò rende questo processo di pace diverso dai precedenti. La commissione dovrebbe ampliare il proprio raggio d’azione, includendo non solo i partiti in Parlamento, ma anche quelli fuori, insieme ad accademici, giornalisti, ricercatori e cittadini.

Ora che lo Stato ha compiuto il suo primo passo, pensa che il Pkk debba fare un altro passo o, per il momento, ha già fatto la sua parte?

Non è un baratto in cui si dà qualcosa e si riceve qualcos’altro in cambio. È un processo. In Turchia ci sono molte questioni da affrontare e, come ha dichiarato Öcalan, il fulcro è la democratizzazione del Paese. Il Pkk e il movimento di liberazione curdo hanno già compiuto passi molto importanti, dimostrando al mondo la loro sincerità. Perché si realizzi una vera soluzione politica in Turchia, è necessario modificare alcune leggi che attualmente impediscono alle persone di esprimere liberamente le proprie idee e opinioni. Non si tratta solo della questione curda: molti partiti di opposizione, incluso il Chp, hanno sindaci attualmente in prigione e questo contraddice il processo di pace. Se si vuole costruire un Paese democratico, non si può attaccare il principale partito di opposizione in Turchia.

Qual è il ruolo e l’atteggiamento del Chp in questo processo? All’inizio sembrava poco convinto, ora pare coinvolto.

Abbiamo dimostrato più volte al popolo turco, al Chp e ai suoi sostenitori, soprattutto durante le elezioni, che ci atteniamo ai principi: lottiamo per la democrazia, la libertà, la giustizia e una pace onorevole. All’inizio, il Chp e altri partiti erano scettici, sospettando un accordo tra Erdogan e Öcalan. Noi, invece, abbiamo sempre detto che non si tratta della rielezione di Erdogan, ma del modo in cui vivremo insieme d’ora in poi. Quando il governo ha nominato commissari nei nostri comuni, abbiamo avvertito il Chp che un giorno sarebbe potuto succedere anche a loro. Credevano che non fosse possibile, essendo il partito fondatore dello Stato. Ora, però, assistiamo a numerose operazioni contro membri e sindaci del Chp, come Imamoglu a Istanbul. Inoltre, il Medio Oriente ha vissuto cambiamenti e ne seguiranno altri: L’Iraq sotto Saddam non è durato. In Siria la popolazione ha chiesto più libertà e democrazia, Assad ha risposto con oppressione e una guerra civile durata quattordici anni e oggi non è più al potere. La Turchia deve cambiare: non c’è altra opzione, altrimenti non potrà sopravvivere. Il Chp e altri partiti politici riconoscono questa realtà, per questo partecipano alla commissione.

Come crede che l’opinione pubblica stia prendendo questo processo?

All’inizio c’erano molti sospetti da parte dei curdi. Öcalan ha più volte cercato di avviare un processo di pace con i governi turchi in passato. L’ultima volta tra il 2013 e il 2015, ma purtroppo quel tentativo non ha avuto successo. La prosecuzione del processo di pace non conveniva a Erdogan: ha interrotto il dialogo, avviando una guerra contro il movimento di liberazione curdo, insieme a un’intensificazione dell’oppressione contro il partito politico curdo in Turchia e contro l’intero popolo. Questo ha alimentato la diffidenza verso il governo, ma se oggi lo Stato turco si trova a questo punto è grazie alla lotta e ai sacrifici del popolo curdo. Anche i turchi erano diffidenti, pensando si trattasse solo di un tentativo per la rielezione di Erdogan. Ma ora numerosi sondaggi mostrano che il 70% della popolazione sostiene il processo di pace. Sono certo che questo sostegno crescerà ancora di più.

Ci sono altri attori che hanno un ruolo in questo processo?

Certo, non si tratta solo di ottenere sostegno in Turchia, abbiamo bisogno anche del supporto dei nostri amici, compagni e tutte le persone che desiderano la pace in Turchia. So che moltissimi compagni hanno sostenuto a lungo la causa curda, lottando al nostro fianco. Ma oggi la lotta è cambiata. Dobbiamo fare in modo che lo Stato turco compia passi concreti. È fondamentale ricordare loro le responsabilità che hanno. Non dovremmo sederci, ovunque siamo, ad aspettare che succeda qualcosa. Dobbiamo far sì che accada.